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giovedì 8 aprile 2010

Francesco Calamandrei

Originario di San Casciano ove nacque il 27 agosto 1941, ex farmacista. Nel 1985 si separò dalla moglie, Mariella Ciulli, dalla quale aveva avuto i figli Marco e Francesca. Nella primavera del 1988, Mariella Ciulli, si recò alla Stazione dei Carabinieri di San Casciano dove riferì di aver visto, anni addietro, l'ex marito con una pistola Beretta e di aver rinvenuto nel frigorifero di casa i feticci strappati alle vittime dei duplici omicidi attribuiti al "mostro di Firenze". Furono effettuati controlli e perquisizioni ma non emerse niente di significativo. Il 21 marzo 1991, la ex moglie si presentò nuovamente presso la Questura di Firenze dove rese alcune dichiarazioni e fornì un memoriale relativo al primo duplice omicidio attribuito al "mostro di Firenze": "Nel 1968, a fine estate, mi trovavo in auto con mio marito, credo la mia Cinquecento, ferma in un viottolo nelle vicinanze di Castelletti di Signa, così mi sembra, anzi ne sono certa. Guidava lui in quanto io non sono molto pratica della zona e presumo che anche lui non lo fosse. Mi sembra che eravamo stati a cena da una nostra amica di Signa che mi aveva dato una pozione di polvere bianca contro il malocchio. Non ricordo come si chiami né dove abiti esattamente. Mentre eravamo in auto abbiamo udito alcuni spari e dopo pochi istanti abbiamo sentito e visto un bambino che piangeva accanto alla nostra auto. Il bambino ci notificò che la sua mamma era morta e ci indicò di andare verso un'altra auto che noi non vedevamo in quanto coperta da una siepe. In effetti notavamo che c'era un'altra macchina parcheggiata dove aveva indicato il bambino, un'auto grossa. Mio marito scese dalla Cinquecento, andò verso questa seconda auto e tornò indietro dicendo che non vi era nessuno a bordo. Con una bicicletta che stava appoggiata a un cespuglio prese il bambino e, fattolo salire in canna, si avviò dicendo che l'avrebbe accompagnato a casa facendosi indicare la strada dal ragazzo stesso. Mentre attendevo in macchina il ritorno di mio marito, vidi transitare un altro uomo in bicicletta: costui indossava una mantella scura e un cappello era di corporatura piccola, si soffermò un attimo a guardarmi ma proseguì verso l'auto più grande dove si fermò ad osservarla per poi proseguire..." Riferì altresì che «il giorno seguente il Calamandrei, agitato, le chiese telefonicamente di accompagnarlo in un luogo dove era stato a pescare in precedenza e dove aveva perso il mulinello; la portò nello stesso luogo della sera precedente; mentre lui rovistava nell’erba passarono tre uomini in divisa, forse Carabinieri, ed il Calamandrei, nel vederli, inaspettatamente l’abbracciò "per impedirmi di rispondere alle loro domande"; quindi il Calamandrei si diresse verso l’auto della sera precedente, prese qualcosa e, subito dopo, la portò via. La Ciulli dichiarò inoltre che il marito era stato possessore di armi (una propria, una ereditata dal padre), che gettò in mare a Punta Ala dopo il delitto degli Scopeti; che il marito, dopo il delitto degli Scopeti, reagì stringendola al collo solo perché "io manifestavo il desiderio che il delitto venisse scoperto"; che lei, dopo essersi consigliata con una amica, aveva deciso di parlare delle sue "perplessità" ai Carabinieri di Borgognissanti; che lei stessa, nel dicembre 1990, aveva consegnato un memoriale su questi punti all’avvocato Lena.» Nel 1998 subì una prima perquisizione con esito negativo; l'anno successivo vendette la farmacia presso cui aveva lavorato per oltre vent'anni al collega Luca Iannelli. Il 16 gennaio 2004, il capo della squadra mobile Michele Giuttari, a cui era stato affidato il compito di ristudiarsi tutta la vicenda, chiese al pubblico ministero Paolo Canessa il mandato per perquisire la casa del farmacista. Il 17 l'ottenne ed il 20 gennaio 2004 ebbe luogo una perquisizione presso l'abitazione di Francesco Calamandrei che durò 12 ore. Fu sequestrato diverso materiale ritenuto utile per l'indagine: agende, libri, un quadro e 22 videocassette. Contemporaneamente gli fu consegnato un avviso di garanzia in quanto ritenuto coinvolto nei duplici omicidi del mostro come mandante. L' inchiesta per associazione a delinquere ed omicidio coinvolse anche altri professionisti e imprenditori. Il 15 giugno 2005 ricevette dalla Procura di Perugia una informazione di garanzia per concorso nell' omicidio del gastroenterologo perugino Francesco Narducci, che scomparve nel lago Trasimeno l' 8 ottobre 1985. Secondo la procura di Perugia, il dottor Calamandrei sarebbe stato uno dei mandanti dell' uccisione del medico, commissionata per assicurare a sé stesso e ai suoi complici l'impunità dai delitti del mostro. Per questo procedimento la procura di Perugia, nella veste del PM Giuliano Mignini, nel marzo del 2008, chiederà il proscioglimento degli imputati ritenendo insufficienti gli elementi d' accusa raccolti. Il 12 dicembre 2006 la Procura di Firenze, nei PM Paolo Canessa ed Alessandro Crini, chiese il rinvio a giudizio di Francesco Calamandrei con l' accusa di associazione a delinquere finalizzata all'omicidio e al concorso negli ultimi cinque delitti del "mostro di Firenze", ovvero quelli consumati dal 24 ottobre del 1981 sino al 9 settembre 1985. Il 27 settembre 2007 ebbe luogo la prima udienza del processo con rito abbreviato davanti al giudice Silvio De Luca. Il 22 gennaio 2008 i PM titolari dell'indagine durante la requisitoria dichiararono: "Riteniamo acquisita la prova che Francesco Calamandrei sia responsabile di tutti i reati a lui ascritti e ne chiediamo la condanna all' ergastolo, che per effetto del rito si riduce a 30 anni di reclusione". Il 21 maggio 2008, il giudice Silvio De Luca, nell'aula bunker di Santa Verdiana del tribunale di Firenze, assolse il dottor Francesco Calamandrei, con la formula prevista dal II comma dell'articolo 530 del codice di procedura penale poichè: «...i sillogismi sostenuti dalla Pubblica Accusa non solo non si sono tradotti in indizi gravi, precisi e concordanti ma sono risultati solo ipotesi, inizialmente anche plausibili, ma non collegate le une alle altre da riscontri di una qualche oggettività.»
Il primo maggio 2012 è deceduto nella sua abitazione di San Casciano.
Rif.1 - La Repubblica - 16 giugno 2005 p.5
Rif.2 - Sentenza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze contro Francesco Calamandrei del 21 maggio 2008 (testo tra "« »")

lunedì 26 ottobre 2009

Il colloquio tra Lorenzo Nesi e Mario Vanni

Il 30 giugno 2003, Lorenzo Nesi si recò presso il carcere Don Bosco di Pisa dove era recluso Mario Vanni. Il colloquio tra i due venne registrato dalla Polizia Giudiziaria, ed ebbe inizio alle 19,21 e si concluse alle 20,50. Di seguito vengono riportati alcuni estratti.

Lorenzo Nesi: Eh, questo Pacciani, eh... questo è un delinquente, eh?
Mario Vanni: Sì, sì, bravo. Lo so, però gl’è stato il Lotti quello che ha sciupato tutto...
LN: Ma perché l’ha sciupato il Lotti?
MV:Eh, lo so, perché gl’ha detto... gli ha detto, Dio Bono, che c’ero anch’io nel bosco con le pistole. Dov’ero? lo non c’ero. Mhh. L’è una barzelletta. Però il Giudice crede a lui mentre a me no. Tre ergastoli, eh, mica un discorso...
LN: Ti vuoi aprire? Ti vuoi aprire l’animo con me, eh?
MV: Eh!
LN: Le vuoi raccontare a me? E nel giro di dieci giorni tu sei fuori di galera. Come gl’è stata tutta questa congrega? Il criminale gl’era lui...
MV: Sì.
LN: Che vuoi, che Garibaldi (Giancarlo Lotti n.d.r.) che... che sia stato o... o te? Come gl’hanno fatto a mettere in questa?
MV: O che lo so!
LN: Mario, porca miseria, tu lo sai, perché tu lo sai, sennò ‘un ti potevano condannare in tre giudizi. Ne sei convinto, Vanni?
MV: Sì.
LN: E tu lo sai, te l’hai sempre avute le merende, le merende te l’hai sempre avute le merende, perché avevi paura del Pacciani, ma il Pacciani a questo punto gl’è nel più profondo dell’inferno.
MV: Ecco, bravo.
LN: Spiegamelo a me,Vanni, dammi retta come a un fratello.
MV: Sì, sì, eh lo so.
LN: Porca miseria, guarda Vanni, abbracciami, spiegameli come a un fratello, spiegami come sta questa cosa. E come sta?
MV: E la sta così. E Lotti parlò a bischero e disse che ero coinvolto con il Pacciani alle pistole. Quello gl’è un... un coso... e il Magistrato disse che gl’è vero. Dette ragione al Lotti.
LN: Ma come gl’avrà fatto il Lotti, Mario, a inventarsi queste cose?
MV: Boh.
LN: Ma né te né il Lotti vu’ siete grulli. Dio ce ne guardi, perché te t’ha... ora tu sarai invecchiato, ma te t’hai sempre avuto una finezza di cervello fuori dell’ordinario, giusto?
MV: Mh...
LN: Il Lotti gl’era un pochino più... ma ‘un era mica un demente
MV: Mh...Unn'era un demente. No, ‘unn'era un demente. Ma perché il Lotti gl’è andato a dire... il mostro, con le pistole... ma quando sono stato con il mostro? Quando ho avuto le pistole? ‘Un so nemmeno come l’è fatta la pistola.
LN: Oh Mario, pensaci bene, vien via, pensaci bene.
MV: Eh, t’hai ragione, Renzo.
LN: Tu sei dinanzi... ‘un tu sei dinanzi alla Polizia, né dinanzi a un Tribunale, tu sei davanti a Renzo Nesi pensaci bene.
MV: Eh, ci credo...
LN: Ma sei convinto di quello che dici? Ma sei proprio convinto?
MV: Sì, sono convinto.
LN: E allora tu eri a conoscenza che il Pacciani faceva questi omicidi?
MV: Sì.
LN: Tu eri a conoscenza?
MV: Sì.
LN: E allora perché ‘un tu sei andato dai Carabinieri a dire il Pacciani cosa ha fatto? Spiegamelo a me... Per agosto tu sei fuori, tu sei a casa tua.
MV: Bravo, Renzo.
LN: Spiegamelo a me, Mario.
MV: Te l’ho spiegato.
LN: No, ‘un tu m’hai spiegato proprio un bel cazzo nulla. Te eri a conoscenza che il Pacciani faceva questi omicidi?
MV: Mah
LN: Ma spiegamelo per bene, Mario. Dammi retta, sennò tu muori in questo putrido carcere. E tu va’ a casa tua. Bene. Spiegamelo, quando te tu sei arrivato a sapere che Pacciani faceva queste cose? Quando sei arrivato? Sì, eh, spiegamelo, sì, dimmelo.
MV: Eh, gl’era nel bosco con le pistole.
LN: Ma gl’era nel bosco con le pistole, e sennò... se non so... e sennò e le son come le merende, ma te tu lo sapevi, per ché te, io mi ricordo, quando gl’era vivo mio zio Oliviero (Doni Oliviero, postino ndr), tu desti un periodo di depressione notevole.
MV: Sì.
LN: Te ne ricordi?
MV: Mh...
LN: Tu sapevi queste cose e ‘un tu le volevi dire perché t’eri soggiogato dalla paura del Pacciani.
MV: Bravo, bravo, bravo.
LN: Ma bisogna che tu me le dica, Mario.
MV: O ‘un te l’ho detto io? E disse il Lotti che così, così, così, così. E loro a un certo momento...
LN: Ma ora son morti tutti...
MV: Eh, ‘un c’è più nulla, ‘un c’è più nulla.
LN: E ‘un c’è più nulla, ‘un c’è né Filastò né Filastò.
MV: Bravo, bravo, sì.
LN: E tu sta' in galera e basta. Non venire a dirmi le barzellette però a me, Mario, perché io non sono un giudice. Ma il Pacciani, tutti quei soldi chi glieli dava?
MV: Eh, bah, e glieli dava.., c’aveva le bestie e andava a lavorare da Rosselli del Turco.
LN: Ma non lo dire, non bastavano per quelli che aveva. Ma... ma anche te, Vanni, anche te, anche te tu c’avevi i soldi, ma tutti quei soldi.
MV: Boh...
LN: Anche tu Vanni c’avevi i soldi
MV: Eh, io c’ho tre milioni al mese, capito? Di pensione, e un milione, tanti, la mi moglie.
LN: Mh...
MV: Mh. Però ‘un m’ha mandato nemmeno una lira, son senza una lira non posso nemmeno accendere una sigaretta, nulla, non ho nulla, Renzo, neanche un decino.
LN: Vuoi fare mente locale e dire... fra costretto a far delle cose che tu non volevi fare?
MV: Sì.
LN: L’è ventanni che ‘un tu le dici. Le merende, le merende, le merende... le si fanno con il Corpus Domini. Ma qualcosa t’avrà detto, “ho ammazzato due perso ne”, Dio bono! Qualcosa t’avrà detto, “l’ho ammazzato per un motivo”!
MV: Ma... eh... gli è stato il mostro, hai capito?
LN: Come?
MV: E’ stato Ulisse che ha ammazzato tutte questa gente, nero.
LN: Chi gl’è il nero?
MV: E’ un americano.
LN: Un americano? E chi ammazzava?
MV: Ulisse. Ulisse si chiama.
LN: Un l’ha ammazzati il Pacciani? O ‘un l’ha ammazzati il Pacciani?
MV: No.
LN: E indo gli era quest’americano?
MV: E indo gli era? Nel bosco lo trovi. Lo trovò nel bosco. Ogni cosa gl’aveva. Che l’era stato lui a fa’ questi delitti.
LN: Ma chi l’ha detto questo?
MV: Eh...
LN: Perché ora, fino a ora tu m’ha detto che questi omicidi l’ha fatti il Pacciani. E questo Ulisse, e questo nero chi gl’è?
MV: Ulisse si chiamava.
LN: Ma ‘ndo gli stava?
MV: Eh, in America.
LN: In...
MV: In America
LN: E veniva a fa’ gli omicidi qui?
MV: Davvero.
LN: Mh. Icché tu mi dici, Mario? Ma vien via! Ma te lo conoscevi questo nero?
MV: No. io non lo conoscevo. Ho saputo la storia dopo, che gli era stato lui a ammazza’ tutte e sedici le persone
LN: I te tu m’hai detto che gli omicidi l’aveva fatti il Pacciani.
MV: Sì. O ‘un te l’ho detto? Gl’è stato questo nero a ammazzà tutta questa gente, questo Ulisse americano. Gli ha lasciato una lettera, s’è ammazzato, hai capito? E ha preso il procuratore ogni cosa.
LN: Ma chi te l’ha detto?
MV: Alla televisione s’è sentito per Dio
LN:No, Mario, ‘un tu mi convinci. E tu m’ha a spiegà le cose come le stan no e tu vien fuori.
MV: Te l’ho bell’e spiegato. E gl’è stato questo nero che ha ammazzà tutte le sedici e l’ha preso la lettera.
LN: Come? La lettera? Che... che lettera? Che lettera? Come?
MV: Eh, e l’ha presa il giudice la lettera, e ogni cosa, no? La pistola.
LN: La pistola gl’ha preso il giudice?
MV: Eh. Sì... sì.
LN: O vien via, Mario, ma tu vaneggi.
MV: Ma la s’è sentito a sera alla televisione.
LN: Sì, ma sta zitto Vanni, codesta l’è roba da Grand Hotel.
MV: Sì, sì, ma insomma, l’è stato il nero, questo Ulisse l’ha morto sedici persone, gli ha lasciato la lettera, gli ha lasciato la pistola, gli ha lasciato ogni cosa.
LN: A chi l’ha lasciata, Mario?
MV: L’ha prese il Procuratore.
LN: Ah. Chi?
MV: Quello che conta, il Procuratore conta.
Rif.1 - Sentenza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze contro Francesco Calamandrei del 21 maggio 2008

venerdì 12 giugno 2009

Francesco Vinci - Seconda parte

Segue dalla prima parte.
Nel luglio del 1982, dopo il duplice delitto di Baccaiano, il giudice istruttore Tricomi ed i suoi collaboratori ripresero in mano tutta la documentazione relativa al delito del 1968. L'alibi di Francesco Vinci risultò fragile e la fedina penale non proprio cristallina lo posero nuovamente al centro delle indagini; emerse inoltre che nei giorni successivi il delitto di Montespertoli, Francesco Vinci risultasse irrintracciabile. La sua auto, (un Renault 4 ne "La leggenda del Vampa", una Fiat 125 ne "Il mostro di Firenze" di Spezi) il 20 giugno 1982, fu casualmente trovata a Civitella Marittima, in provincia di Grosseto. Francesco Vinci disse d'essere andato a cercare un posto dove trascorrere le vacanze estive con la famiglia, ma durante il viaggio di ritorno l'auto si era guastata ed aveva pensato di nasconderla per evitare che qualche malintenzionato se ne appropriasse. La moglie Vitalia smentì il marito affermando che le vacanze di quell'anno erano state pianificate da tempo e che avrebbero dovuto recarsi vicino a Viareggio. Ulteriore elemento a carico di Francesco Vinci risultò una scatola di Norzetam, trovata nelle immediate vicinanze del luogo del duplice omicidio di Baccaiano, medicinale di cui Francesco Vinci faceva uso. Il 15 agosto 1982, gli agenti della squadra mobile si recarono nei pressi di Firenzuola, sull'Appennino tosco emiliano, presso il podere Ca' Burraccia, dove nell'abitazione di Giovanni Calamosca arrestarono Francesco Vinci per maltrattamenti alla moglie e furto aggravato, si trattava evidentemente di un espediente per tenere sotto controllo Francesco Vinci mentre proseguivano le indagini. Pochi giorni dopo, presso il carcere delle Murate, gli fu consegnata una comunicazione giudiziaria relativa a tutti i duplici omicidi attribuiti al "mostro di firenze". Il suo difensore, l'avvocato Alessandro Traversi, lo sottopose ad una consulenza psichiarica per dimostrare quanto la personalità di Franceso Vinci fosse distante dalla patologia psichica del mostro di Firenze. Il professor Pierluigi Cabras, stimato psicologo fiorentino, ebbe frequenti colloqui con Francesco Vinci che gli confidò di conoscere l'identità del "mostro di Firenze". Nella perizia lo psicologo scrisse: "in condizioni di infermità mentale tali da scemare grandemente nè tantomeno da escludere le sue capacità di intendere e di volere" era "intellettualmente dotato" e non risultava "persona socialmente pericolosa". Francesco Vinci si rifiutò d'essere sottoposto ad elettroencefalogramma: "Io sono disposto a farmi esaminare dal di fuori, ma non voglio essere frugato dentro!"
Durante la detenzione, l'1 ed il 2 ottobre del 1982, era era stato ricoverato presso il centro clinico della casa circondariale di Firenze per uno sciopero della fame che in poche settimane gli aveva fatto perdere una ventina di chili. Era tornato in clinica dal 6 al 10 ottobre per una presunta frattura ad una mano. Il 6 novembre 1982, in carcere, gli fu notificata una comunicazione giudiziaria per gli otto omicidi imputati al "mostro di Firenze". Martedì 9 novembre fu interrogato per 4 ore dai magistrati Silvia Della Monica, Adolfo Izzo, Pier Luigi Vigna e Vincenzo Tricomi. Il 16 giugno 1983, nel processo di appello che ebbe luogo a Firenze, gli fu ridotta la pena a due anni e sei mesi per il furto di un autocarro "Tigrotto" e di dodici vitelli, compiuto la notte del 28 novembre 1979 con altri due complici a Civitella Marina in provincia di Grosseto. Il 4 ottobre 1983 i professori Palazzuoli e Giordani consegnarono al giudice istruttore, Mario Rotella, una perizia psichiatrica di 70 pagine per delineare il profilo mentale di Francesco Vinci.
Nel luglio 1984 era ancora detenuto in carcere, ad un ordine di cattura per concorso in detenzione di armi giuntogli in prigione si era aggiunta la condanna a tre mesi di reclusione inflittagli dal tribunale di Pisa per il furto di un autocarro. Nel settembre del 1984 si tenne il processo d'appello ed il 26 ottobre fu rilasciato.
Il 13 dicembre 1989 il giudice Rotella chiuse l'indagine sul "mostro di Firenze" relativa alla cosiddetta pista sarda con una sentenza-ordinanza di 162 pagine in cui si dichiarava non doversi procedere "per non aver commesso il fatto" nei confronti di Francesco Vinci, Giovanni Mele, Piero Mucciarini e Salvatore Vinci.
Il 7 agosto 1993 fu torturato, mutilato, ucciso e quindi bruciato insieme all'amico Angelo Vargiu. I corpi carbonizzati furono trovati nella frazione Garetto di Chianni vicino a Pontedera nel bagagliaio di una Volvo 240 di proprietà di Francesco Vinci. Il sostituto procuratore dichiarò:"Stiamo lavorando sul contesto umano di questa gente, un intreccio molto complicato dove convivono furti di bestiame, sequestri di persona, ultimamente anche droga. Molti segreti. Seguiamo ogni pista".
I funerali si svolsero il 2 maggio 1994, quando fu data per certa l'identità dei due corpi. Per il delitto fu accusato Giampaolo Pisu, un pastore di Orciatico che fu poi prosciolto.
Rif.1 - La leggenda del Vampa pag.106
Rif.2 - Il mostro di Firenze pag.58
Rif.3 - Compagni di sangue pag.111

giovedì 11 giugno 2009

Francesco Vinci - Prima parte

Originario di Villacidro, fratello minore di Giovanni e Salvatore Vinci. Nei primi anni ’50 con la moglie Vitalia Melis, giunse a Montelupo, in provincia di Firenze, dove iniziò a fare il levigatore di pavimenti ma all'occorrenza anche il manovale ed il muratore. Nel 1964 nacque Vania, la primogenita, nel '66 Sergio e nel '67 Maria Cecilia. Nel 1966, grazie al fratello Salvatore, conobbe Barbara Locci, di cui divenne l’amante. Sul finire dell’estate del 1967 investì con la sua lambretta il marito di Barbara Locci, Stefano Mele, questi si fratturò una gamba e fu ricoverato in ospedale per alcune settimane. Non disponendo Francesco Vinci di una polizza assicurativa, l’incidente fu imputato al fratello Salvatore la cui assicurazione emise un indennizzo a Stefano Mele di 480.000 lire. Durante la permanenza in ospedale di Stefano Mele, Francesco Vinci si stabilì presso la sua residenza, in via XXIV Maggio, e vi permase fino al 26 ottobre 1967, quando la moglie lo denunciò per concubinaggio, maltrattamenti e mancanza di assistenza alla famiglia e fu arrestato dai carabinieri. I tre figli in evidente stato di malnutrizione furono ricoverati in un istituto. Al processo Vitalia ritirò la denuncia e i due tornarono a vivere insieme. Il 21 agosto 1968 Barbara Locci fu uccisa con un altro dei suoi amanti, Antonio Lo Bianco. Stefano Mele inizialmente confessò d’aver compiuto il duplice omicidio poi accusò Salvatore Vinci d’averlo aiutato nell’impresa quindi disse: "Francesco Vinci, un amante di mia moglie, a giugno l'ha minacciata di morte".Il 22 agosto i carabinieri si recarono presso l’abitazione di Francesco Vinci, eseguirono una perquisizione ma non trovarono alcunchè di significativo, lo condussero quindi in caserma dove gli fu fatta la prova del guanto di paraffina, che diede esito negativo. Relativamente all’alibi per la sera del delitto, disse di essere andato a letto alle dieci, la moglie confermò e Francesco fu rilasciato.
Nella mattina del 24 agosto, davanti al giudice istruttore, Stefano Mele, confermò le precedenti dichiarazioni ma nel primo pomeriggio, dichiarò: “la verità è che io quella sera ero con Francesco Vinci, non ho fatto il suo nome perché avevo paura. (…) A dimostrazione del fatto che Francesco pensava già da tanto tempo di uccidere mia moglie preciso che più volte egli l’aveva seguita nei suoi appuntamenti con altri uomini e ciò mi è stato riferito da mia moglie e può essere confermato anche da Salvatore”. Domenica 25 agosto, secondo "La leggenda del Vampa", presso il carcere delle Murate ebbe luogo il confronto tra Stefano Mele e Francesco Vinci. Dalle parole di Francesco Vinci emerse l'esiguità intellettuale di Stefano Mele, che come irritato, iniziò ad accusare un'altro amante della moglie, Carmelo Cutrona.
Nel 1969 Francesco Vinci ebbe un quarto figlio, Fabio.
Nel marzo del 1970 ebbe luogo, a Firenze, il processo a Stefano Mele, indiziato d'aver ucciso la moglie e l'amante. L'avvocato di Stefano Mele, Stefano Ricci, mostrò durante un'udienza una foto che Francesco Vinci aveva dedicato a Barbara Locci: "Ti offro la mia fotografia in ricordo di un amore che non avrà mai fine" e chiamò a testimoniare Salvatore Vinci che disse d'aver appreso dalla cognata, che il fratello detenesse un’arma nel portaoggetti della sua Lambretta. Vitalia negò d’aver mai confidato a Salvatore simili dettagli. Francesco Vinci, relativamente alle accuse del fratello Salvatore sul possesso di una pistola, disse: "Lui può dire quello che vuole; fra l'altro non corrono buoni rapporti fra noi per motivi di famiglia. Io comunque non ero ad ammazzarli e non ho mai visto pistole."
Nei primi anni '70 si spostò con la famiglia alla Ginestra. Nel 1972 fu condannato per furto e detenuto fino al marzo del 1973, quando gli fu concessa la libertà provvisoria con l'obbligo di residenza e si trasferì con la famiglia in Via Gramsci a Montelupo Fiorentino.
Nei primi mesi del 1974 conobbe una donna che viveva con la madre a Borgo San Lorenzo ed obbligò la sua famiglia ad accoglierla in casa. Contravvenne all'obbligo di residenza e fu incarcerato dal 12 aprile al 9 settembre 1974, quando tornò a casa non trovò l'amante che aveva condotto a Montelupo prima della detenzione, andò a cercarla a Borgo San Lorenzo ma non la trovò neppure lì e fu protagonista di una scenata furiosa con la madre della donna, minacciandola che quando l'avesse trovata sarebbero stati guai seri per lei.
Nel 1974 fu condannato dal tribunale di Lucca per furto e per porto e detenzione di arma, una rivoltella a tamburo calibro 22. Contravvenne nuovamente all'obbligo di residenza e tornò in carcere dal 10 al 27 marzo 1975. Fu coinvolto nelle indagini su un duplice omicidio a Castel San Pietro dove erano stati uccisi un pastore e la figlia, fu recluso dal dicembre del 1976 al marzo del 1977 e poi rilasciato perchè risultò estraneo alla vicenda. Nei primi anni '80 conobbe Milva Malatesta e ne divenne l'amante. Fu ristretto, per furto, presso il carcere delle Murate a Firenze dal 14 novembre al 21 dicembre del 1981.
Segue...
Rif.1 - La leggenda del Vampa pag.106
Rif.2 - Il mostro di Firenze pag.58
Rif.3 - Compagni di sangue pag.111

martedì 12 maggio 2009

Salvatore Vinci - Seconda parte

Segue dalla prima parte.
Il giorno successivo all’omicidio di Vicchio, il 30 luglio 1984, gli inquirenti ordinarono perquisizioni presso le abitazioni di quanti erano stati avvicinati dalle indagini. In un armadio della camera da letto di Salvatore Vinci fu trovata una borsa di paglia al cui interno erano conservati tre stracci di cotone ben ripiegati. Uno di questi aveva 38 macchie rosso scuro ed "un segno lungo, grigio, lasciato dalla canna, c’erano poi simmetrici altri segni. Era indubbio che lo straccio fosse stato usato per pulire un’arma", dirà un anno dopo il colonnello Torrisi; che apprenderà dello straccio molto tempo dopo il rinvenimento, poiché il verbale di sequestro fu inviato al PM ma non al giudice istruttore. Il reperto fu quindi analizzato, i risultati giunsero nella primavera del 1985. Le macchie rosse risultarono tracce di di sangue umano dei gruppi B e 0. Le macchie grigie erano state prodotte dalla combustione di polvere da sparo. Salvatore Vinci disse che la borsa non era sua e che probabilmente apparteneva ad una delle donne che avevano vissuto con lui. La moglie e le conviventi di Salvatore negarono d’averla mai posseduta. La donna delle pulizie disse d’averla notata tra l’inverno del 1983 e la primavera del 1984. Una volta repertate le tracce, "non fu possibile", scrisse più tardi il giudice Rotella, "il paragone con reperti delle vittime dei duplici omicidi, perché non conservati dopo le autopsie".
Nel 1987 fu fatto un ultimo tentativo. Lo straccio fu inviato in Gran Bretagna per comparare le tracce di dna sul tessuto con il dna di Salvatore Vinci ma "E' trascorso troppo tempo, i campioni sono inutilizzabili", dissero i periti inglesi. I magistrati in mancanza dei risultati delle perizie furono costretti a dichiarare "vista la conclusione dei periti non c’è ragione di convincersi che lo straccio abbia a che fare con i delitti".
Il 12 giugno 1985, Stefano Mele accusò nuovamente Salvatore Vinci dell’omicidio del 1968. Un amico di Salvatore, Nicola Antenucci, gli fornì l'alibi per quella sera: "si io e Salvatore giovedì eravamo a giocare a biliardo". Il teste si confuse, sbagliò giorno e divenne ben presto poco attendibile. Si scoprì anche che il giorno in cui avvenne il duplice omicidio quella sala da biliardo era chiusa. Salvatore chiamò quindi a testimoniare un altro amico, Silvano Vargiu, che si ricordò della partita a biliardo ma non fornì dettagli precisi. Anche, Saverio, un altro amico di Salvatore gli fornì un alibi poco credibile, gli inquirenti interrogarono nuovamente Salvatore Vinci. Per il delitto di Giogoli, Salvatore disse che quel giorno si era recato per una riparazione presso l’abitazione di una prostituta, Luisa Meoni, uccisa il 13 ottobre 1984, non potè pertanto confermare le dichiarazioni del Vinci. Per il delitto di Vicchio, Salvatore Vinci disse d’essere andato con la convivente e sua figlia a prendere un gelato in un bar di via Cerretani e d’essere tornato a casa intorno alle 22-22,30, per poi prendere il cane ed uscire dalle 3,00 alle 3 e mezzo per una corsa. La convivente confermò l'alibi di Salvatore, “ne ha visto dalla finestra (terzo piano ndr) stando sul letto in camera, le gambe attraverso la serranda semiaperta del laboratorio a livello strada di fronte”. Messa alle strette dichiarò di non ricordarsi affatto di quella serata e d’aver riportato la versione che Salvatore gli aveva chiesto di dire in anticamera prima dell’interrogatorio.
Alla fine del 1985 a Salvatore Vinci giunse un avviso di garanzia per tutti gli omicidi compiuti dal "mostro di firenze". Fu perquisita la sua abitazione ed il magistrato Adolfo Izzo si recò a Villacidro, dove, in una baracca del Campidano, furono trovati 5 fucili. I carabinieri realizzarono su di lui un dossier di 180 pagine. L’11 giugno 1986, Salvatore Vinci venne arrestato, con un ordine di custodia emesso dai magistrati di Cagliari. L’accusa è di omicidio volontario premeditato, della prima moglie, Barbarina Steri. Il 12 aprile 1988, dopo due anni di carcere a Tempio Pausania , ebbe luogo il processo a Salvatore Vinci. L’avvocato Marongiu dichiarò ai cronisti : "Se vogliono processare Vinci per i delitti del Mostro lo devono fare direttamente, non prendendo questo episodio come scusa." Durante una udienza fu chiamato a testimoniare anche il primo figlio di Salvatore, Antonio, detenuto per rapina e porto d’armi. “Mi ha detto di voler sapere chi era davvero suo padre – dichiarò Salvatore – sono io suo padre, e non altri". Il 19 aprile fu assolto "per non aver commesso il fatto". Dopo l’assoluzione disse ai giornalisti: "E’ stata una soddisfazione moltoi bella. Ringrazio i miei avvocati, che hanno sempre creduto alla mia innocenza e mi hanno difeso gratuitamente per riparare al torto subito con il mio arresto e l’incriminazione. Ringrazio anche la Corte che mi ha giudicato con serenità. Appena uscirò dal carcere andrò a Villacidro da mia sorella Gina. Vi prego: non cercatemi, non disturbate i miei familiari, non chiedetemi interviste. La prima cosa che desidero fare è prendere un caffè ristretto. Stasera, poi, andrò a dormire più sereno e più tranquillo".
Dal novembre del 1988 se ne sono perse le tracce e a niente sono giunte le ricerche dei carabinieri. Il 13 dicembre 1989 il giudice Rotella chiuse l'indagine sul "mostro di Firenze" realtiva alla cosiddetta pista sarda con una sentenza -ordinanza di 162 pagine in cui si dichiarava non doversi procedere "per non aver commesso il fatto" nei confronti di Francesco Vinci, Giovanni Mele, Piero Mucciarini e Salvatore Vinci. Uno dei quattro figli di Vinci a telefono con un giornalista dichiarò : "non so dove sia, non voglio saperlo. A dire il vero spero che sia morto, per me è come se lo fosse. Abbiamo chiesto il suo certificato di morte, ci serviva per certe pratiche, ma non ce l’hanno dato. E’ vivo, ma non sappiamo proprio dove, meglio così". "Che ricorda degli anni dell’inchiesta?", chiese il giornalista, "Le perquisizioni, per noi era quasi un gioco, i carabinieri in casa. Presero l’album delle nostre foto da bambini, feste di compleanno, vacanze. I ricordi, insomma, e non ce le hanno mai rese. Sparite nel nulla. Come mio padre", rispose il figlio di Salvatore Vinci.
Il 9 aprile del 2002 nella trasmissione “Chi l’ha visto” il detective privato Davide Cannella, ingaggiato dalla moglie di Francesco Vinci per far chiarezza sulla morte del marito dichiarò: "Lasciatevelo dire: Salvatore Vinci è vivissimo. Dove sia non lo so. Qualcuno dice in Spagna, dove altri invece lo danno per sepolto dal 1995, anche se nessuno sa in quale cimitero. Certo che la lapide non esiste: lui è vivissimo. L'anno scorso ha telefonato a tre persone di Villacidro".
Rif.4 - La Nuova Sardegna - 11 aprile 2002 pag.1

lunedì 11 maggio 2009

Salvatore Vinci - Prima parte

Nacque il primo dicembre 1935 a Villacidro in provincia di Cagliari, secondo di quattro fratelli.
Nel 1958 sposò Barbarina Steri, di 17 anni. Un matrimonio combinato con Francesco e Salvatore Steri, rispettivamente il padre ed il fratello di Barbarina.
Nel febbraio del 1959 nacque Antonio. Nello stesso anno, Barbarina aveva ripreso a frequentare il suo primo fidanzato, Antonio Pili. Salvatore, all'oscuro di tutto, lo apprese il 3 dicembre 1959 quando la moglie gli raccontò d'aver rischiato d'essere violentata da due sconosciuti. Dopo la denuncia ai carabinieri, Barbarina riferì una versione dei fatti ben diversa, disse d'essersi appartata con Antonio e d'essere stata fotografata e vista in atteggiamenti intimi da due ragazzi del luogo. Il tradimento fu sulla bocca di tutti e Barbarina non ebbe altra scelta che trasferirsi altrove. Trovò lavoro presso un orfanotrofio di Cagliari, avrebbe dovuto iniziare il 21 gennaio 1960 ma nella notte tra il 14 ed 15 gennaio fu trovata morta presso la sua abitazione.
Salvatore dopo una giornata trascorsa con il cognato tornò a casa, vide il figlio Antonio dormire in culla in cucina, la porta della camera era chiusa. “Bussai una sola volta e chiamai Barbarina – riferì Vinci ai carabinieri – ma non ebbi nessuna risposta, pensai immediatamente che mia moglie fosse in compagnia dell’amante e così mi precipitai all’esterno della casa temendo di essere aggredito”. Salvatore chiamò quindi il suocero, il cognato, ed un vicino di casa, Francesco Usula, e con una spallata aprì la porta di camera. Disse d’aver avvertito immediatamente un forte odore di gas e d’aver notato il tubo della bombola del gas appoggiato sul cuscino dove Barbarina era stesa. La moglie esanime, aveva dei graffi sul viso ed un ematoma sul collo. Fu trovato anche un biglietto dal contenuto indecifrabile ed il caso fu archiviato come suicidio.
Durante le indagini si scoprì che il 14 gennaio, un vicino di casa aveva accolto Barbarina, presso la sua abitazione, almeno un paio di volte, poichè avendo finito il gas aveva avuto bisogno di scaldare del latte per il piccolo Antonio. Nell’autopsia si legge "Avvelenamento da ossido di carbonio" che è anche la stessa motivazione del soffocamento meccanico.
Salvatore Vinci 28 anni dopo dirà:"Dopo la morte di Barbarina mi sono trasferito in Toscana perché mi sono accorto che in paese era difficile camminare tra la gente dopo il tradimento di mia moglie."
Nel 1960 raggiunse il fratello Giovanni a Casellina, alle porte di Firenze. Nei primi anni ’60 conobbe Stefano Mele e sua moglie, Barbara Locci, di cui divenne l’amante. Il 30 ottobre 1985, intervistato da un giornalista del quotidiano "La Città" ricordò: "Lei la conobbi alla fiera di Lastra a Signa, me la presentò, insieme al marito, mio fratello Giovanni. Erano sardi come noi. Io e mio fratello eravamo scapoli. Io avevo bisogno di qualcuno che mi lavasse le camicie, di una casa. Così andai a vivere con loro. Fu il marito, dopo un pò che li frequentavo, a propormelo. «Vieni qui, abbiamo una camera libera». «E i soldi?», «dai pure quanto credi». In casa Mele entrai così. E stando a casa me la portai a letto. (…) Stefano non era geloso. Andavo al cinema e Barbara chiedeva al marito se poteva venire con me. Lui diceva di si, che non gli importava. E poi, magari, tornando a casa, passavamo dal circolo, dove c’era Stefano Mele. «Noi andiamo a casa, vieni anche tu?», gli chiedevamo. «Andate, andate, io resto ancora un po’ a giocare a carte». Così noi sapevamo che avevamo il tempo per fare all’amore". Disse di Barbara Locci: "Non era una statua. Quando faceva l’amore lo sapeva fare, partecipava. Era questo che conquistava." Nel 1961, Barbara Locci rimase in cinta, nella stessa intervista Salvatore disse "Facevo l’amore con lei, prendevo delle precauzioni, ma la certezza che non sia mio figlio non ce l’ho". La gravidanza separò i due amanti.
Il 23 aprile del 1962 si sposò con Rosina Massa e si trasferì a Calenzano. Nel 1963 andò ad abitare a La Briglia, vicino a Vaiano, li raggiunse anche Antonio, il figlio che Salvatore aveva avuto da Barbarina Steri. Nacquero tre figli maschi. Salvatore riprese a frequentare Barbara Locci che contemporaneamente era divenuta l'amante anche del fratello minore di Salvatore, Francesco.
Il 21 agosto 1968 Barbara Locci fu uccisa con un altro dei suoi amanti, Antonio Lo Bianco. Stefano Mele inizialmente confessò d’aver compiuto il duplice omicidio poi accusò Salvatore Vinci d’averlo aiutato nell’impresa.
Il 23 dicembre mentre lavorava su di un cantiere a Iolo di Prato fu raggiunto dai carabinieri che lo condussero in caserma, si dichiarò innocente e chiese un confronto con il Mele. Mele accusò quindi Francesco Vinci. Salvatore dirà agli inquirenti d’aver saputo, dalla cognata, che Francesco detenesse un’arma nel portaoggetti della sua Lambretta. Vitalia Melis, moglie di Francesco Vinci negò d’aver mai confidato a Salvatore simili dettagli.
Il 24 agosto venne organizzato un confronto tra Salvatore e Stefano Mele, questi gli si inginocchiò davanti e piangendo gli chiese perdono. Uscendo dal carcere delle Murate di Firenze Salvatore Vinci dichiarò: "Mi ha chiesto perdono. Era un’accusa tremenda: Stefano Mele diceva che ero stato io a consigliarlo di uccidere, che ero stato io a dargli la rivoltella, a portarlo sul posto. Io, ci pensate, a fare queste cose. Non era vero. L’ho detto a tutti: perché mi accusava se non gli avevo fatto nulla di male? Mi ha abbracciato, baciato, dicendo di perdonarlo per quello che mi ha fatto soffrire. L’ho perdonato, ma ora corro da mia moglie, chissà com’è in pensiero".
Il carattere violento e le sempre maggiori perversioni sessuali del marito, fecero fuggire, nei primi mesi del 1970, Rosina Massa a Trieste con un giovane di nome Sergio.
Salvatore la sostituì, come si fa con un abito, con Ada Pierini e nell'estate del 1970 si trasferì con il figlio Antonio a Firenze in Via Cironi, ma nel '73, a causa dei frequenti contrasti, questi scappò di casa. Nel giugno del 1974 Salvatore Vinci lo denunciò per violazione di domicilio; nello stesso anno Antonio tornò a stare a Villacidro in Sardegna.
Segue...
Rif.1 - Il mostro di Firenze - Il thriller infinito pag.96
Rif.2 - La leggenda del Vampa pag.103
Rif.3 - Dolci colline di sangue pag.

mercoledì 1 aprile 2009

Giovanni Mele

Nacque a Fordongiànus in provincia di Cagliari il 30 agosto 1923. Nel 1952, da Teti, nel nuorese, si trasferì a Castellina vicino a Scandicci ed aprì un negozio di scarpe. Nel 1958 fu raggiunto dal padre Palmerio, dalla madre Pietrina e dai fratelli Antonietta e Stefano. Alla fine di agosto, nel 1968, trovò lavoro a Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova, presso la Gubela, un'impresa che si occupava di segnaletica stradale, dove lavorò fino al novembre del 1983, quando andò in pensione e tornò a stare in Via Manzoni a Scandicci presso una abitazione che possedeva assieme alla sorella Maria. Il 16 gennaio 1984, secondo "Dolci Colline di sangue", il 17 secondo "La leggenda del Vampa, il giudice istruttore Mario Rotella, si recò a Ronco all'Adige in una casa per ex detenuti gestita da un sacerdote per interrogare Stefano Mele. Questi puntò il dito contro parenti e amici: "Mio fratello e mio cognato nel 1968 parteciparono all' assassinio di mia moglie Barbara e del suo amante, Antonio Lo Bianco". In quell'occasione nel portafogli di Stefano Mele, fu trovato un biglietto con frasi in stampatello e in corsivo che recava scritto :
"RIFERIMENTO DI NATALE riguaRDO
LO ZIO PIETO.
Che avesti FATO il nome doppo
SCONTATA LA PENA.
COME RisulTA DA ESAME Ballistico
dei colpi sparati."
Su di un lato del foglietto c'era lo schizzo di una maglia e dei numeri, sull'altro il numero di telefono del parroco che gestisce la casa dove era ospitato Stefano Mele. In calce al biglietto il nome di una tipografia di Mantova. Il giudice istruttore, il 25 gennaio, ordinò una perquisizione presso le abitazioni di Giovanni Mele e Piero Mucciarini. In casa di quest'ultimo non fu trovato niente di significativo. Nella Fiat 128 di Giovanni Mele, furono trovati un flacone di solvente, un agendina con dentro un pelo pubico ed una cartina delle colline fiorentine sulla quale era stata evidenziata una zona. Nel bagagliaio, sotto la ruota di scorta furono trovati dei piccoli coltelli e all'interno del portafogli una lama di bisturi. Giovanni Mele si giustificò dicendo che le lame le usava per intagliare il sughero e che la zona circoscritta sulla piantina indicava una fungaia che aveva scoperto. Pochi giorni prima della perquisizione, il 21 gennaio, si era presentata presso la caserma dei carabinieri di Scandicci, Iolanda Libbra, ex-amante di Giovanni Mele, che aveva dichiarato che il Mele amava congiungersi in un vecchio cimitero e che frequentemente le aveva illustrato a parole la tecnica dell'incaprettamento. La signora riferì inoltre che il Mele deteneva nel bagagliaio dell'auto corde e coltelli di grosse dimensioni. Il magistrato Rotella su richiesta del sostituto procuratore Adolfo Izzo, spiccò i mandati di cattura per Giovanni Mele e Piero Mucciarini che furono arrestati il 26 gennaio 1984, imputati di concorso in omicidio e indiziati per i delitti avvenuti dal 1974 al 1983. Il 15 agosto 1984 il giudice istruttore Mario Rotella respinse l'istanza di scarcerazione presentata dai difensori di Giovanni Mele e Piero Mucciarini, dopo che il "mostro di Firenze" era tornato a colpire a Vicchio di Mugello. Giovanni Mele, detenuto a Volterra, fu scarcerato su ordinanaza del Tribunale della Libertà il 2 ottobre del 1984. Il 13 dicembre 1989, Rotella, chiuse definitivamente la sua istruttoria, con una sentenza-ordinanza di 162 pagine in cui si dichiarava non doversi procedere "per non aver commesso il fatto" nei confronti di Francesco Vinci, Giovanni Mele, Piero Mucciarini e Salvatore Vinci.
Rif.1 - La leggenda del Vampa pag.202
Rif.2 - Il mostro di Firenze - Il thriller infinito pag.65

martedì 31 marzo 2009

Piero Mucciarini

Nacque il 20 luglio 1924 a Castelnuovo Berardenga. Negli anni '50 si trasferì a Firenze e si sposò con Antonietta Mele, da cui ebbe due figlie, Lia e Daniela. Stefano Mele, nel gennaio del 1984, dopo aver scontato 14 anni di reclusione puntò il dito contro parenti e amici: "Mio fratello e mio cognato - disse allora al giudice istruttore - nel 1968 parteciparono all' assassinio di mia moglie Barbara e del suo amante, Antonio Lo Bianco". Il giudice istruttore Mario Rotella, subentrato a Vincenzo Tricomi, su richiesta del sostituto procuratore Adolfo Izzo, spiccò i mandati di cattura per Giovanni Mele e Piero Mucciarini che furono arrestati il 26 gennaio 1984, imputati di concorso in omicidio e indiziati per i delitti avvenuti dal 1974 al 1983. Secondo il testo "Dolci colline di sangue", la sera del duplice omicidio, Piero Mucciarini "chiese e ottenne un turno di riposo". Secondo un articolo de "La Repubblica" "egli era al lavoro nel forno Buti di via del Roncocorto a Scandicci". Il 15 agosto 1984 il giudice istruttore Mario Rotella respinse l'istanza di scarcerazione presentata dai difensori di Giovanni Mele e Piero Mucciarini, dopo che il "mostro di Firenze" era tornato a colpire a Vicchio di Mugello. Piero Mucciarini, detenuto a Siena, fu scarcerato su ordinanaza del Tribunale della Libertà il 2 ottobre del 1984. Il 13 dicembre 1989, Rotella, chiuse definitivamente la sua istruttoria, con una sentenza-ordinanza di 162 pagine in cui si dichiarava non doversi procedere "per non aver commesso il fatto" nei confronti di Francesco Vinci, Giovanni Mele, Piero Mucciarini e Salvatore Vinci.
In "Compagni di sangue" viene inizialmente citato come Stefano Mucciarini.
Rif.1 - La Repubblica - 31 luglio 1984 pag.13

venerdì 13 febbraio 2009

Giampiero Vigilanti

Nel 1948 si arruolò nella legione straniera. Nel 1954 fu catturato dai Viet Cong in Indocina e fu sotterrato vivo, fu salvato da alcuni commilitoni che lo scoprirono per caso. Fu inviato in Algeria e scaduto il fermo rientrò in Italia dove si trasferì a Prato e dove lavorò come operaio tessile. Nel 1994, durante una perquisizione nella sua casa di Prato, furono trovati 176 proiettili calibro 22 marca Winchester serie H, gli stessi usati dal "mostro di Firenze". Le indagini durarono mesi, ma fu ritenuto estraneo alla vicenda e prosciolto. La CNN realizzò un'inchiesta sul "mostro di Firenze" dove si parlava anche del suo coinvolgimento. Un vecchio zio, Joe Vigilanti, abitante a Newark nel New Jersey, nel tentativo di riallacciare i rapporti con la famiglia, si interessò al caso e contattò Giampiero Vigilanti. I due si incontrarono e ristabilirono un rapporto che nel febbraio del 1998, quando Joe Vigilanti morì all'età di 82 anni, assicurò al nipote una eredità di 18 milioni di dollari (circa 30 miliardi di lire).

domenica 7 dicembre 2008

Enzo Spalletti

Nacque a Montelupo in provincia di Firenze nel 1945. Nel 1981 di profesione faceva l'autista della Misericordia. Ex-vetraio, cattolico osservante, abitava a Montelupo in Via Turbone 23, con la moglie Carla Agnoletti e i tre figli, Mosè, Lara e Matteo. La sera del 6 giugno, in cui avvenne il duplice omicidio di Carmela De Nuccio e Giovanni Foggi, l'auto di Enzo Spalletti, una Ford Taunus rossa targata FI 669906, fu vista nelle immediate vicinanze del luogo del delitto. Spalletti era un guardone, un "indiano", che con l'amico Fosco Fabbri la sera del delitto si era incontrato alla "Taverna del diavolo", un ristorante in località Roveta, per poi appostarsi sulla collina in attesa di una coppia da spiare. La serata langue e Fosco Fabbri, sfiancato, prima della mezzanotte abbandona il campo. Spalletti tornerà a casa intorno alle 2 di mattina e l'indomani racconterà alla moglie di "aver visto due morti ammazzati". Riferirà l'accaduto anche ad un paio di avventori del bar che era solito frequentare. Il delitto verrà scoperto domenica 7 giugno, intorno alle nove di mattina, dal brigadiere Vittorio Sifone durante una passeggiata. Gli inquirenti giungono a Spalletti grazie alle dichiarazioni di alcuni testimoni che avevano notato la sua auto. Il 12 giugno, Spalletti fu portato in questura ed interrogato; ai due magistrati Silvia Della Monica e Adolfo Izzo e al commissario Sandro Federico e al colonnello Olinto Dell'Amico rilascia dichiarazioni ricche di particolari ma inverosimili. Afferma d'essersi appartato in Roveta con una prostituta che aveva trovato a Firenze sul Lungarno Vespucci. Dopo sei ore di interrogatorio ammise di essersi incontrato con Fosco Fabbri e di aver passato una serata infruttuosa nascosto tra le frasche in attesa di una coppia da spiare per poi tornare a casa intorno a mezzanotte. Dichiarazioni smentite dalla moglie Carla che ammise che, intorno alle due, quando lei aveva deciso di andare a letto, il marito non aveva ancora fatto ritorno a casa. Emerse inoltre che lo Spalletti avesse appreso del delitto prima ancora che la scoperta dei due cadaveri fosse resa ufficiale. Nel corso di un nuovo interrogatorio dichiarò: "Voi lo sapete che io non sono l'assasino, ma mi tenete in galera perchè state proteggendo qualcun altro".
Durante la permanenza in carcere, qualcuno telefonò prima alla moglie poi al fratello: "Ditegli che stia zitto e tranquillo, che presto sarà scagionato, presto uscirà di carcere, però gli sta bene un pò di galera, a quello scemo. Che gli è saltato in mente di dire che aveva saputo dei morti dai giornali, quando i giornali sono usciti con la notizia la mattina dopo?"
Spalletti rimase in carcere fino al 24 ottobre quando il mostro tornò nuovamente a colpire.
Durante il processo a Vanni e Lotti fu contattato da un collaboratore dell'avvocato Nino Filastò, a cui disse: "Non hanno capito nulla, sono fuori strada, è una vergogna!" e ancora : "Ma se dietro a tutto quest'affare ci fosse qualcheduno grosso eh? Oppure qualche puliziotto di quelli con le palle grosse... Non è ne la prima ne l'ultima volta. Nessuno ci pensa?"

venerdì 5 dicembre 2008

Giovanni Spinoso

Giornalista televisivo. È sposato con Marzia Rontini, sorella di Pia. Nel 1989 si recò in Francia presso l'abitazione di Francesco Vinci per un colloquio di cui non sono mai emersi i dettagli. Fu iscritto nel registro degli indagati con l' accusa di favoreggiamento e frode processuale poichè accusato di aver inviato, il 25 maggio 1992, al maresciallo dei carabinieri di San Casciano Arturo Minoliti, un'asta guidamolla avvolto in un pezzo di stoffa. Un biglietto riportava il testo che segue: "Questo è un pezzo della pistola del Mostro di Firenze e sta' sulla "Nazione". C'era la fotografia. Stava in un barattolo di vetro stiantato (qualcuno lo a' trovato prima di me) sotto un albero a Crespello-Luiano. E' si vede il tabbernacolo della vergine. Il Pacciani andava li e lavorava alla fattoria. Anche la moglie e la figlia grande passeggiavano li e sono grulle è fanno tutto quello è lui gli comanda se no' ne toccano. Il Pacciani è un diavolo e incanta i bischeri alla t.v. ma noi lo si conosce bene e lo avete conosciuto anche voi. Punitelo e Dio vi benedirà perché un è un uomo ma una belva. Grazie."
Alcuni giorni dopo il ricevimento del pacco, durante una nuova perquisizione nel garage di Pietro Pacciani, gli agenti della SAM trovarono un pezzo di stoffa che combaciava perfettamente con quello inviato pochi giorni prima al comandante della caserma dei carabinieri.
Dopo aver subito sei mesi consecutivi di intercettazioni telefoniche, 22 ore di perquisizione, oltre a perizie grafologiche e interrogatori, nel febbraio del 2006, Giovanni Spinoso, fu assolto per non aver commesso il fatto.
Rif.1 - Toscana Oggi - 22 ottobre 2003
Rif.2 - Corriere della Sera - 31 marzo 2001 - pag.11
Rif.3 - Dolci colline di sangue - pag.203
Rif.4 - Il mostro - pag.60
Rif.5 - Il Tirreno - 25 gennaio 2002 pag. 1

domenica 30 novembre 2008

Guido Giovannini

Originario di Cosenza. Abitava a Borgo San Lorenzo, in via della Stazione, con la moglie Anna Bani e tre figli. Lavorava per la "Ferrero", una ditta fiorentina specializzata nella costruzione di bilance industriali. Nei giorni precedenti l'omicidio di Stefania Pettini e Pasquale Gentilcore , fu notato con la sua auto, una Fiat 127, sul luogo del delitto a spiare giovani coppie in atteggiamenti intimi. Il 18 settembre 1974 fu arrestato per porto di una roncola, detenzione abusiva di una carabina e minacce. Il suo avvocato, Sergio Casabianca riferì ai giornalisti: "Sono stato convocato in caserma su richiesta del mio assistito, della cui estraneità al duplice delitto di Borgo San Lorenzo sono pinamente convinto. D'altra parte fino a questo momento gli stessi magistrati non hanno rivolto contro di lui alcuna contestazione su quel fatto."
Fu in seguito riconosciuto estraneo alla vicenda e quindi prosciolto.
Rif.1 - Compagni di sangue - pag.8

Giuseppe Francini

Dopo il delitto di Borgo San Lorenzo, dove furono uccisi Stefania Pettini e Pasquale Gentilcore , Giuseppe Francini, ventottenne di Borgo San Lorenzo, si autoaccusò del duplice omicidio. Il 16 settembre 1974 fu eseguita una perquisizione presso l'abitazione ove abitava ma non fu rinvenuto alcun oggetto utile alle indagini in corso. Risultò essere un mitomane e fu rilasciato.
Rif.1 - Compagni di sangue - pag.8

Bruno Mocali

Nel delitto di Borgo San Lorenzo, dove furono uccisi Stefania Pettini e Pasquale Gentilcore, gli investigatori concentrarono la loro attenzione su Bruno Mocali, 53 anni di Scarperia (FI) sedicente guaritore. Pasquale Gentilcore, il 13 settembre 1974, aveva fatto visita al Mocali per farsi prescrivere un rimedio per problemi al fegato. Il Mocali venne indagato e sottoposto a perquisizione ma non furono trovati elementi utili alle indagini per cui fu rilasciato.
Rif.1 - Compagni di sangue - pag.8