martedì 27 novembre 2018

10 anni di Insufficienza di prove

Sono sempre un po' a disagio con le celebrazioni, ed i riti in genere mi provocano insofferenza se non inadeguatezza.


Dieci anni però sono un gran bel traguardo e mi pare giusto condividerlo con chi ha vissuto la mia stessa passione e l'intento, se non la smania, di giungere ad una qualche verità.

Grazie a Vieri Adriani, Ale, A.B., Michele Bruno, F.C. Marco Corigliano, Giuseppe Di Bernardo, Nino Filastò, Stefano Galastri, Adolfo Izzo, Salvatore Maugeri, A.M., Giulia Meozzi, Enea Oltremari, Armando Palmegiani, R.P., Frank Powerful, Fabio Sanvitale, F.S.,Valerio Scrivo, Antonio Segnini, Mario Spezi.

Non so cosa accadrà nei prossimi dieci anni ma da quel che ho oggi sulla scrivania direi che il 2019 si preannuncia decisamente interessante!

L'Uomo dietro il mostro 10 di E. Oltremari

Poco prima del Settembre 1985

“Salve a tutti, è passato un po' di tempo dall’ultima volta e me ne scuso per non aver adempiuto - come avevo promesso - in tempo utile all’uscita dei vari brani di questo percorso. Mi scuso anche con chi aveva commentato i precedenti pezzi su “Insufficienza di prove”, non avendo le notifiche in merito ai commenti che rilasciate è capitato che siano trascorsi mesi tra un vostro inter-vento ed una mia risposta. Pertanto, per ovviare a questi fastidiosi ritardi, ricordo che potete scrivermi a dr.oltremai@gmail.com.
Oggi riprendiamo le fila del discorso - parallelo rispetto al quotidiano dialogo e dibattito mostrologico - in merito alla possibilità di stilare un profilo dell’omicida tentando di non farsi influenzare dal preconcetto naturale di chi agisce potendo parlare dopo più di trent’anni dall’ultimo delitto.
Iniziamo così ad esporre quello che rappresenta, secondo chi scrive, il mo-vente ai delitti, ciò che ha spinto l’omicida ad agire e che lui stesso ha posto come giustificazione ai suoi crimini, frutto - in realtà - di un diverso trauma che solo un nome ed un cognome potrebbero davvero spiegarci.
Buona lettura,
E.O.”


1490.
“[…] molte persone si truovano in questo tale stato, le quali o per negligen-za o per ignoranza o per malizia vivono tanto bruttamente, e senza freno di ragione e di conscienzia, che poca differenzia è intra loro e gente pagana, o vero animali bruti e bestiali che non hanno intelletto niuno né ragione; e così facendo si vengono a dannare, la qual cosa è assai nociva et in perpetuum dan-nificativa.”
La prima regola è quella intenzionale ed ammonisce circa le ragioni per il quale è lecito avere un rapporto sessuale per non cadere nel peccato mortale.
Già si può intuire come la prima cagione sia quella della procreazione, da svolgersi - comunque, non sia mai - con tristezza d’animo per limitare al massimo la libido sessuale. Procreazione di quei figli destinati a riempire quei seggi vuoti lasciati in Paradiso dalla caduta di Lucifero ed i suoi seguaci.
La seconda, consiste nel compiere l’atto sessuale per soddisfare il debito nei confronti dell’altro, del coniuge, perché l’atto - quando richiesto - è dovuto.
La terza, più pragmatica, è quella di copulare per evitare distrazioni verso al-tri mali disonesti. Dopotutto, ci dice il predicatore, da quando Adamo e la sua compagna non si mostrarono certo probi, è difficile per l’uomo mantenersi alla distanza dalla tentazioni e per questo, Iddio, creò il matrimonio. Quindi, per evitare di andare a peccare a giro, meglio sfogare - seppure con estrema riluttanza - i propri deprecabili istinti verso la propria compagna che non è peccato mortale, ma solo veniale. Tant’è che la quarta ragione è appunto proprio quella di attrarre a te il tuo compagno o compagna che credi frequentatrice di pensieri disonesti così da ricordargli quale sia il più corretto e giusto fra i piaceri.
Ma non è tutto così semplice.
Perché se abbiamo visto quali sono le ragioni per cui può esser validamente praticato l’atto sessuale, vediamo ora quali sono le condizioni che ti fanno staccare un biglietto di sola andata per il peccato mortale.
Il primo fra questi consiste nei limiti del matrimonio. Fuori da questi limiti, anche qualora si trattasse di promessi sposi, poco importerebbe perché condizione prima per la liceità dell’atto sessuale è proprio questa, cioè il matrimonio.
La seconda consiste nel farlo pensando ad altre persone perché la sessualità con la propria compagna non può essere utilizzare per aggirare i divieti sopra posti.
La terza consiste in un preludio di altra regola che vedremo successivamen-te. Consiste difatti nella modalità: passi il fatto che puoi fare l’amore con la tua compagna, ma non fartelo piacere, né divertiti nel farlo, perché niente si può amare più che Iddio.
Quarta ed ultima, consiste nell’utilizzare il matrimonio come mero mezzo per potersi congiungere carnalmente con la persona amata.

La seconda regola è definita temporale e consiste in un semplice elenco di giorni durante l’anno in cui è assolutamente proibito accoppiarsi perché, appunto, quei giorni devono essere dedicati alle cose spirituali e non carnali.
Primo fra tutti - per intuibili motivi - è la Domenica e le altre feste comandate.
Secondo, sono i giorni della quaresima, le vigilie comandate (tre periodi di quaranta giorni che preparano la Pasqua, la Santa Croce di Settembre ed il Natale) e le Quattro Tempora. Queste ultime rappresentano raggruppamenti di tre giorni (mercoledì, venerdì e vigilia tra sabato e domenica) siti nelle quattro sta-gioni che compongono il nostro calendario nei quali veniva glorificato il Signo-re per ringraziarlo dei frutti della stagione e per ingraziarlo per i successivi. Difatti, ad ogni tempora corrispondeva un frutto della terra: olio in Inverno, fiori in Primavera, spighe di grano in Estate e grappoli d’uva in Autunno.
In particolare quelle di Autunno cadono nella settimana della Esaltazione della Santissima Croce (14 Settembre); quelle dell’Avvento appunto nella settimana dell’Avvento che precedono il Santo Natale; quelle della Quaresima, dopo la terza domenica di Quaresima ed infine, quelle estive, nella settimana di Pentecoste.
A questi dovevano essere aggiunti quei momenti, comunque coincidenti con questi sopra, del periodo mestruale, della gravidanza e nel periodo precedente al matrimonio ove si apparecchia le cose pertinenti alle nozze.

La terza regola, si definisce locale che qui predica sotto duplice accezione sia il dove luogo fisico l’atto sessuale non deve essere fatto sia - senza usare tanti giri di parole - dove luogo anatomico questo debba (o meglio, non debba) essere praticato.
In riferimento a quest’ultima - e riassumendo - viene fatto divieto, tanto al-trimenti da peccare mortalissimamente, di praticare i rapporti anali e condannando altresì la sodomia perché, dice il predicatore, Iddio ci avrebbe fatti tutti uomini. La sorte per gli omosessuali, quindi, vi lascio immaginare quale fosse.
Circa invece i luoghi geografici dove non si doveva in alcun modo aver atti sessuali di alcun tipo così da non peccar mortalmente perché il sangue ed il seme li profanerebbero irrimediabilmente.
Fra questi troviamo i luoghi sacri, come chiese e cimiteri e luoghi a questi limitrofi. Ancora, i luoghi pubblici e manifesti dove la coppia potrebbe essere vi-sta così da generare in chi li vede la voglia ed il desiderio di far la stessa cosa. Come e soprattutto dai fanciulli le cui menti non devono essere viziate dal peccato altrui.
Perché “grande confusione e vituperio debbe essere quello dell’uomo e del-la femmina, alli quali Iddio ha dato intelletto, che si congiunghino carnalmente in ogni luogo dove gli viene agio; e non curano se sono veduti o si no”.

Quarta ed ultima regola è quella modale che descrive, con minuzia di particolari, tutti quei modi appunto in cui è severamente vietato compiere l’atto sessuale che ho cercato di riassumervi per una più facile comprensione. Interes-sante in tal senso è la conseguenza prospettata per questi modi indegni di esercitare l’atto sessuale. Difatti a farne le spese, ne sarebbero i figli stessi, prodotto di quel rapporto che avrebbero il sangue viziato da tale rapporto oltraggioso.
Fra le pratiche, tutte tacciate di peccato mortale, troviamo:
-    indiscreta frequentazione: vietato farlo spesso e superficialmente;
-    indebita situazione: divieto per la donna di star sopra, in quanto il suo volto deve essere sempre rivolto verso il cielo;
-    inonesta proporzione: petto e ventre dell’uomo devono toccare le stesse parti della donna. Ogni variazione di posizione è da considerarsi tanto pec-caminosa da provocar ribrezzo anche il sol pensiero;
-    delle faccie adversione: strettamente legata a quella prima, comporta la necessità di dover stare col volto rivolto verso l’altro;
-    delli sentimenti e membri corporali abusione: bandito qualsiasi forma di preliminare perché frutto della gola, madre del demonio;
-    estrinseca seminazione: il seme maschile non deve disperdersi al di fuori della vagina né tantomeno essere racchiuso all’interno di una sacca (come i nostri preservativi);
-    commissione d’adulterio: “Oimè misero mondo! Oh quanti sono quegli che hanno concubina e moglie!”;
-    juridica e legale impedizione: contempla tutte quelle ipotesi in cui la con-giunzione carnale sia vietata in quanto contraria a norme di legge o convenzioni sociale. Si cita ad esempio gli atti sessuali tra consanguinei o dopo aver attentato alla vita del coniuge per potersi a questo sostituire.

È così che parla Fra’ Cherubino da Siena (o Spoleto secondo alcuni) rivolgendosi ai dilettissimi Figliuoli nel suo trattatello “Regole di Vita Matrimoniale” (Testo ora liberamente consultabile sul web su archive.org) , edito - approssimativamente - tra la prima metà del 1400 ed il 1490. Anni in cui il Frate - chiacchieratissimo tra gli esperti del settore - era solito girova-gare per le vie della città fiorentina a spiare le coppie scambiarsi effusioni.
Grandi predicatori, ove spesso, dietro, si celano grandi peccatori.
Mi sono imbattuto per caso in questo scritto mentre seguivo la scia di pensie-ri che ho cercato di riprodurre negli appuntamenti de L’Uomo dietro il mostro, allontanandomi per un attimo dai soliti sentieri battuti, dai soliti nomi (vedo che se ne parla comunque tantissimo quindi cosa altro avrei potuto dire se non get-tarmi in una bagarre che avrebbe portato più tensioni che soddisfazioni) e pro-vando ad analizzare le scene del crimine con la mente sgombra e libera dai pre-giudizi - certo necessari - dati dal “senno di poi”.
Come ho già spiegato negli appuntamenti precedenti, ho visto nei delitti dell’assassino delle coppiette una perfetta logica tra colpa e pena, tra fatto e punizione, come se fosse appunto la scena che l’omicida si trovava di fronte a dettare il suo agire ed alla quale doveva conformarsi, nel rispetto di una propria coscienza e ritualità che non ha mai - ricordo - voluto tradire, anche rischiando, come nel caso del Giugno 1982 (Come già riferito ampiamente in UdM7 e di cui torneremo a parlare nell’approfondimento dedicato al profilo geografico) o Ottobre 1981 o, ancora, Settembre 1983. An-che nelle difficoltà, negli imprevisti, ha sempre preferito ricondurre il suo agire allo schema impostogli dal suo credo, da ciò che lo spingeva ad uscire la notte in cerca delle sue vittime, ciò che lo muoveva, il suo movente.
Il movente. Tradendo quanto detto poco sopra in merito al non voler trattare, né considerare, la vicenda investigativa e giudiziaria, ho sempre trovato deboli i grandi nomi sul tema appunto del perché, questi, avrebbero commesso questi delitti. Rigettando fin da subito qualsiasi ottica di mercimonio tra esecutori e mandanti e quindi un movente dettato esclusivamente da una semplice richiesta di adempiere ad un compito (uccidere) per soddisfare non meglio precisati riti; e volendo andar oltre al semplice - seppur validissimo lo confesso - tradimento della fiducia della donna e susseguente volontà di riappropriarsi di questa idealizzandola nelle giovani vite che l’omicida intendeva recidere, ho ritenuto di dover ricercare un elemento che legasse questi omicidi così teatrali, brutali, appariscenti.
Mi sono quindi immerso nella storia fiorentina dell’epoca precedente alla scoperta dell’America, perché credevo che se davvero dietro i delitti vi fosse un predicatore, è lì che poteva aver tratto ispirazione per le sue azioni. Ed ho tro-vato un quadro che benché lontano 600 anni dall’epoca dei delitti vi era incre-dibilmente vicino.
Una società italiana post 1968, un primo movimento di rivoluzione dei co-stumi sessuali, un tempo di cambiamento, il sesso, i delitti, la punizione, la predica.
Mi sono spinto dove la mia conoscenza ed il mio sapere non potevano arri-vare e così mi sono fatto aiutare da esperti del settore, storici e teologi (che rin-grazio infinitamente per il contributo). Mi hanno descritto una Firenze del 1400 lussuriosa, proibita, scandalosa, sodomita, dove il sesso si mescolava e legava col potere, la chiesa e la società, tanto che fu necessario creare un organo ad hoc per potesse arginare gli episodi che potevano attentare alla pubblica decen-za. Le pene, severissime, per adultere, omosessuali, fedifraghi ed attentatori del buon costume, contemplavano stigma sul corpo, lembi di pelle ed arti appesi sugli edifici cittadini come monito per i cittadini. E poi il cammino di penitenza, lungo le chiese della città, per mostrare ed espiare i propri peccati fino alla casa del boia (interessantissimo qui vedere dove questa si trovava ma sarà oggetto dei prossimi appuntamenti).
Tutto questo quadro, aiutato anche dalle rappresentazioni dell’epoca presenti su volumi che invito i lettori a poter apprezzare in qualsiasi biblioteca fiorentina o anche solo ad alzar la testa lungo le vie della nostra città e notare quelle targhe che raccontano esecuzioni, gogne ed episodi avvenuti negli angoli della città e sfido lo stesso lettore a non trovare questo quadro così incredibilmente vicino ai delitti del Mostro: una società - ricordiamo in piena fine degli anni ’60, colta dai primi venti parigini - che deve essere educata, un sermone, una predica, sfortunati mezzi per poterla esprimere, un risultato. Lì dove nasce la rivoluzione culturale, nasce il Mostro, che vi rema contro, che recalcitra verso altri costumi, altra morale, altra epoca i cui valori (comunque protrattisi nel corso dei secoli identificandosi nel c.d. buoncostume sessuale), sono minacciati da una nuova corrente, che ha spostato la vivacità sessuale (mai sopita) dei giovani - fuori dalla costanza del matrimonio - prima ad una sua tacita accetta-zione e poi, data comunque l’impossibilità di poterla praticare liberamente, pro-trattasi fin fuori dalle mura domestiche. Abbiamo sempre visto questi omicidi come diretti verso, anche solo indirettamente, un dialogo con l’opinione pubblica, ma ci siamo dimenticati che la prima opinione colpita da questi delitti - oltre alle povere vittime - erano i loro stessi genitori.
Loro i destinatari del messaggio. Loro, forse, i veri soggetti che avrebbero dovuto mutare le loro abitudini, riconducendo i propri figli all’interno di quelle mura che gli avrebbero impedito di profanare il pubblico con la loro sessualità manifesta. Perché là fuori, vi era un uomo che in determinati notti avrebbe por-tato avanti quel suo percorso di insegnamento. Un cammino di penitenza, di sacrificio, rispondente ad un unico dettame: voi non dovete fare ciò che state fa-cendo.
Un messaggio (il giusto fare) attraverso un atto brutale (gli omicidi) per edu-care sia i giovani a comportarsi in preparazione a quelle che sarebbero state le regole da seguire in costanza di matrimonio sia verso quei genitori che avrebbe-ro dovuto - di proprio conto - impartire ai figli i giusti precetti e proprio perché questi erano stati rinvenuti dentro ad un automobile ad amarsi, si erano dimostrati negligenti ed avevano fallito nel loro compito.
È così assurdo pensare che il Mostro non si sia inventato niente, ma abbia di-storto un messaggio ed abbia indossato le vesti del predicatore per arginare quella, ai suoi occhi, follia che stava divampando di fronte a lui. È così insensa-to ritenere che quei corpi straziati non fossero altro che un messaggio da mandare alla cittadinanza, un sermone utile ad ammonire e ad insegnare in relazione non ad un suo privato convincimento, ma a ciò che era già stato detto, centi-naia di anni prima, fra le vie della sua stessa città.
Questa è una eventualità che nell’analizzare le scene del delitto non sento in alcun modo di escludere, anzi, il nostro esperimento di profilazione criminale mi sta portando proprio verso quella direzione. Ciò ovviamente non significa, superficialmente, una lettura distorta di un testo o di un bagaglio culturale tale da aver avuto per l’assassino delle coppiette un effetto criminogenetico, ma l’utilizzo di questa cultura, di questo sapere, di queste idee per giustificare un proprio agire omicidiario generato da un evento, da una psicopatologia che troverà fondamento in un evento o condizione a noi, ad ora, sconosciuti.
Lascio al lettore, adesso, poco prima del Settembre 1985, mettere in correlazione i dettami di Regole di vita matrimoniale (date, eventi, luoghi) con i delitti stessi.

Spero siate colti dal mio stesso stupore.

lunedì 22 ottobre 2018

lunedì 24 settembre 2018

Il Mostro di Firenze. Comparazione con casi analoghi di serial killing

Autore: Daniele Vacchino
Prima edizione: 2018, 180pp, lulu.com

Presentazione: "Il mostro di Firenze era un lust murderer, un omicida seriale che uccideva a scopo di libidine. Apparteneva alla sotto-categoria degli assassini seriali di coppiette. Tra i cacciatori di coppiette vi furono il Fantasma di Texarkana, Zodiac e il Mostro di Cuneo. Il saggio si impone il compito di svelare un modo diverso di guardare al caso del maniaco di Firenze, attraverso la comparazione con altri assassini seriali. Il Mostro di Firenze apparirà in tutte le sue peculiarità, ma anche in tutte le affinità con altri assassini seriali. Fino alla proposizione del caso de El Psicópata, un serial killer di coppiette che terrorizzò, con i suoi omicidi e le sue escissioni, il Costa Rica nel periodo immediatamente successivo all'ultimo delitto del Mostro di Firenze."

sabato 15 settembre 2018

giovedì 13 settembre 2018

Il mostro ed il cinema. Quattro chiacchiere con Francesco Crispino di Giuseppe Di Bernardo

Spesso, tra appassionati della vicenda del mostro di Firenze, si è discusso sulla possibilità che alcune pellicole thriller/horror degli anni '70 e '80 avessero potuto influenzare la fantasia del maniaco delle coppiette. L'aggressione ai danni di una coppia appartata è un classico del genere. Sembra quasi poter leggere tra le righe che l'assassino punisce chi vive una vita sessuale libera, caratteristica del cambiamento di quegli anni.
Tra i film dell'epoca in cui troviamo questa situazione, c'è certamente "Torso", "Venerdì 13", "Reazione a catena", "La città che aveva paura", e naturalmente "Maniac", che per alcuni avrebbe addirittura innescato l'idea delle escissioni al Mostro di Firenze.
A questi film di culto, dobbiamo assolutamente aggiungere "L'etrusco uccide ancora" del 1972, regia di Armando Crispino, che presenta questa situazione in una delle scene iniziali. Recentemente ho avuto la fortuna di poter scambiare qualche parola con Francesco Crispino, figlio del regista, che mi ha confidato come il padre e lo sceneggiatore, Lucio Battistrada, avessero notato strane connessioni tra il film e i delitti del Mostro.

Vorrei chiedere al gentilissimo Francesco, che ringrazio, di renderci partecipi di quei preziosi ricordi familiari. Francesco, ti va di parlarne?
"L’etrusco uccide ancora" esce nelle sale nel 1972, ma la sua realizzazione è dell’anno precedente. La data della prima versione della sceneggiatura (che aveva il titolo Raptus) è infatti del marzo 1971, mentre le riprese sono state effettuate nell’estate dello stesso anno. Il secondo elemento che mi preme ricordare è che l’ambientazione del film si svolge in quella che è la ragione etrusca meridionale, tra Spoleto, Cerveteri e Tarquinia. Sono entrambi aspetti importanti in riferimento alla vicenda del Mostro di Firenze, perché se l’etrusco è tra i primi film del periodo (che, grazie al successo della “trilogia degli animali” di Dario Argento, apre il successo mondiale del giallo italiano) a rappresentare una serie di delitti compiuti ai danni di giovani coppie appartate in luoghi nascosti, è quasi sicuramente il primo titolo a inserire una chiave horror nella narrazione gialla e ad ammantare l’artefice dei delitti di un’aurea mostruosa. Tanto che, proprio quando inizia a farsi strada l’ipotesi di una serialità dei delitti compiuti nella provincia fiorentina, sono in molti a compiere il collegamento tra il film e la cronaca. Molti quotidiani e riviste dell’epoca, nell’occuparsi della vicenda, non esitarono a utilizzare termini presi dal film e a collegarne l’ambientazione con lo sfondo in cui vengono compiuti i delitti reali. Fino al punto da ventilare l’ipotesi che il Mostro di Firenze avesse addirittura preso spunto dal film. Come se insomma la visione avesse “scoperchiato” qualcosa dell’inconscio del Mostro, lo abbia portato alla luce, esattamente come succede nell’opera firmata da mio padre.
Mi ricordo infatti che mio padre e il suo sceneggiatore Lucio Battistrada erano sconvolti da queste molteplici connessioni che emergevano via via e come abbiano seguito la vicenda del Mostro di Firenze con particolare coinvolgimento, a volte sentendosi quasi in colpa di ciò che stava succedendo. Lasciandosi andare alle suggestioni, iniziarono addirittura a chiamare il Mostro di Firenze con il nome del mostro del film, Tuchulcha, che poi è il nome del dio etrusco della Morte.
Quando, in seguito alla morte di mio padre, decisi di intervistare Lucio Battistrada per un documentario che poi realizzai, lo sceneggiatore mi fornì ulteriori dettagli sul vivace dibattito che tali connessioni tra il film e la cronaca avevano generato. A cominciare dai dettagli sulle messinscene operate dagli assassini (sia quello del film che quello/i reale/i), e sulla macabra ritualità che ne collegava le azioni. Molto più che “semplici” coincidenze.
Oggi, a distanza di anni, penso non sia corretto utilizzare la formula, un po’ semplicistica, che assegna al film un valore profetico, “l’ennesimo film che anticipa la realtà”, ma sia più giusto riflettere come il film e la vicenda del Mostro in fondo partecipino del medesimo immaginario. 

L'etrusco uccide ancora, un film di Armando Crispino. Con John Marley, Enzo Cerusico, Alex Cord, Samantha Eggar, Enzo Tarascio, durata 105min. - Italia 1972 

-Giuseppe Di Bernardo scrive e disegna fumetti dal 1994. Con Carlo Lucarelli e Mauro Smocovich, ha creato il personaggio a fumetti "Cornelio - Delitti d'autore", insegna a The Sign - comics & arts Academy di Firenze e dal 2002 disegna le avventure di Diabolik. A Marzo 2019 uscirà per Edizioni Inkiostro la sua graphic novel ispirata ai delitti del mostro di Firenze. 
Il suo blog: Narrare è resistere

lunedì 10 settembre 2018

L'Uomo dietro il mostro 10 di E. Oltremari

Venerdì 06 Settembre 1985 o Sabato 07 Settembre 1985 - Loc. Scopeti, San Casciano Val di Pesa. “50”

50 anni. Cinquanta.
Molto di più di quanto quei ragazzi abbiano mai vissuto. 
Non si sono mai visti crescere, non si sono mai lasciati e poi rincontrati, non si sono mai guardati negli occhi davanti ad un altare, né hanno mai avuto alternativa alla loro relazione. Non hanno mai supportato l’altro durante la gravidanza, né dibattuto sul nome da dare al nascituro. Non lo hanno mai visto nascere, né crescere, studiare, vincere, perdere, amare, piangere, mettere su famiglia, invecchiare. Un po' come loro. 
Tanti anni fa ebbi la fortuna di parlare con un amico della coppia uccisa a Calenzano. Stefano e Susanna. Ero agli inizi dei miei studi e gli chiesi di raccontarmi di quei giorni. Mi raccontò di come seppe della morte dei suoi amici, della incredulità, della disperazione e della paura. Mi disse che a volte pensava al fatto che se quella notte di Ottobre i suoi amici non avessero avuto voglia di far l’amore, magari, oggi, i loro figli avrebbero avuto la stessa età dei suoi. Magari sarebbero cresciuti assieme, avrebbero frequentato le stesse scuole e magari, sì, giocato insieme a pallone. Un po' come loro. 
Ho una sorella molto più piccola di me. Ha la stessa età di Pia. Una bambina. Non una ragazza, ma una bimba. Non riesco a vederla altrimenti. E per deformazione professionale penso a chi, Pia, se l’è trovata di fronte quella notte di Luglio. A chi le ha rivolto contro un’arma. Non ha visto quei tratti dolci del viso o la pelle ancora levigata dalla natura. Non ha visto tutte le possibilità che la sua età le poteva offrire. Ha visto altro e lo ha preferito a Pia e Claudio. 
A volte li dimentico, tutti loro. Tutti e sedici. 
Li abbiamo trascinati in chiacchiere da tastiera in quel becero vocio da social network che ha gravemente confuso il diritto di libertà di manifestazione del pensiero con quello di dire quel che si vuole. 
E credo che nessuno potrà mai perdonarci per questo. Soprattutto Loro. 

Anni fa mi trovai bordo lago (non Trasimeno, tanto per sviare dubbi sul tema) seduto su una panchina a parlare con uno dei protagonisti di questa storia. Gli raccontavo le mie idee, i miei dubbi, gli spunti e quelle che narcisisticamente ritenevo essere validissime intuizione riguardo a chi, quelle notti, aveva ucciso sedici ragazzi senza…
Lì mi fermo e mi chiese perché sedici. 
Sorpreso, risposi che era il numero dei ragazzi uccisi. Otto duplici omicidi, quindi sedici corpi.
Mi interruppe nuovamente e con la mano mi fece cenno che no, non erano sedici, ma molte di più.
Intuii dove voleva andare a parare, così fui io ad interromperlo quella volta assecondando la sua correzione e suggerendogli - per mostrarmi preparato - che, certo, si riferiva alle morti collaterali, le prostitute, chi incaprettato e mutilato, chi impiccatosi coi piedi che strusciavano per terra… 
Ancora quella mano che diceva no, no Enea, sono ancora molte di più. 
Pensai di rispondere aggiungendo il lavoratore della terra agricola col maglione tirato su, ma prima di pronunciare il suo nome capii che forse, quel signore di fronte a me, voleva solo che rimanessi in silenzio, perché la risposta non era in nessun nome. 
Siamo noi, mi disse. Io e te. Ma non solo. Chi sulle scene del delitto si è chinato sui corpi per descriverli nel verbale, chi in divisa si trovava ogni estate col timore di sentire i rintocchi della Calibro 22 che sancivano un loro nuovo fallimento e chi ci credeva davvero; chi era in quell’aula di tribunale a prendere appunti da trasporre in un articolo di giornale, o chi sui banchi nella convinzione di far giustizia e chi invece deciso a difenderla; chi era lì a decidere; chi a casa davanti alla tv; chi dentro quelle macchine ci ha lasciato un amico, un amore mancato, una sorella, un fratello, un figlio o una figlia o un nipote o chi in quegli occhi spenti ha visto solo sé stesso e da quel giorno non ha fatto altro che collezionare articoli di giornale; chi ha aperto un blog, chi ha passato le notti a ricopiarvi sentenze, chi ci ha scritto un libro, chi due, chi ci ha fatto un film o un documentario dvd con contenuti speciali, chi si mette un microfono in mano per parlare ad una folla di appassionati in un qualche circolo toscano, chi ne parla alla radio, chi ne scrive per lavoro e chi passa le giornate a spulciare e commentare pagine Facebook dedicate al tema. 
Siamo noi, che ci pensiamo ogni singolo giorno della nostra vita. Vittime collaterali di questa storia. Certamente non equiparabili a quei ragazzi, ma comunque vittime, chi in un modo o chi nell’altro, di quegli spari nel buio. 
Siamo noi che mentre ne parliamo, scriviamo ed ascoltiamo di questa triste vicenda ci lasciamo trasportare dall’entusiasmo di scoprire chi li ha uccisi. Chi è l’uomo che si cela - appunto - dietro il Mostro. Altre volte, invece, ci sorprendiamo quando alla letta di un articolo su un giornale o di una news su qualche blog ci prende il timore che alla fine quel mostro non sia poi il nostro mostro. La percepiamo, distintamente, quella punta di timore di vedersi sfuggire dalle mani la propria idea e che tutto questo ricercare, sia ormai finito. 
Io la sento e me ne vergogno. Terribilmente. 
Abbiamo paura - tutti - di rimanere delusi dall’avvilente banalità che talvolta si nasconde dietro il male. E prima lo confessiamo a noi stessi, prima riusciremo ad affrontare il nostro mostro che ci ha reso vittime inconsapevoli (solo per noi, non per lui sia chiaro) delle sue azioni. 
Perché a cinquant’anni da quel 21 Agosto 1968 siamo ancora qua ad affrontare il nostro mostro. Galleggiamo alla deriva nella vergognosa speranza di non vederci disillusi dalla verità e nell’eccitante timore che il nostro più inconfessabile tra i pensieri non si realizzi.
Mai più.
21.08.2018

                                                                                                    E. Oltremari


Diversamente dal solito, per questo nuovo appuntamento, ho preferito iniziare con alcune righe scritte il ventun agosto scorso in quello che è stato il cinquantesimo anno dopo il delitto di Castelletti del 1968. 
Non lo pubblicai al tempo solo perché il clima di quei giorni le avrebbe poste nella coda delle tante parole, trasmissioni, dirette, presentazioni, articoli che si sono susseguiti. Adesso, invece, rappresentano quanto di meglio avrei mai voluto considerato che stiamo arrivando ad un punto nevralgico del nostro percorso. 

Sarebbe pretenzioso ed assolutamente riduttivo trattare, anche solo per il poco spazio fruibile al lettore, di un delitto come quello del Settembre del 1985 dove si è già scritto così tanto e bene da rinviare con piacere - e massimo rispetto - ai lavori di altri Autori (F. Cappelletti, V. Adriani, P. Cochi, M. Bruno solo per citarne alcuni delle più recenti pubblicazioni) che hanno dettagliatamente già analizzato quello che rappresenta uno dei più complessi tra i delitti dell’assassino delle coppiette.
Così, dato la superfluità di ritrattarlo dal punto di vista criminalistico,
preferiamo trarre a nostro vantaggio la componente criminologica utilizzando questo ultimo delitto come conferma (o smentita, sia chiaro) di quanto fin ora raccolto nei nostri precedenti appuntamenti. Questo nuovo incontro sarà suddiviso in due parti, la prima come raccolta e schematizzazione dei dati ad ora emersi e la seconda di raffronto con l’ultimo delitto della serie e la predisposizione analitica di un profilo. 
Ci poniamo, quindi, nell’ottica di chi si trova dopo il 29 Luglio 1984 - e prima del Settembre dell’anno successivo - quando un omicida ha appena trucidato due fidanzati appena diciottenni e ci chiediamo: quali dati abbiamo fino ad ora? 

Circa la profilazione prettamente biografica abbiamo ipotizzato un soggetto di sesso maschile, residente all’interno della provincia fiorentina, buon conoscitore delle aree dove ha colpito, abile nel muoversi in condizioni di sfavore (al buio e nella boscaglia), medio sparatore e buon utilizzatore della lama, capace di modulare le proprie reazioni in base alle circostanze che gli episodi - anche imprevisti - richiedono. 
In sette duplici omicidi non contiamo alcuna segnalazione certa. Nessuno lo ha visto in azione se non, forse, un bambino che poca ricorda e quel poco è molto confuso ed un guardone che magari ha visto soltanto dei corpi privi di vita ma non quanto accaduto poco prima. Considerato i luoghi dove ha colpito (aree che seppur appartate non si presentavano come totalmente al riparo da vie asfaltate o comunque sguardi indiscreti) è plausibile che l’omicida li conoscesse molto bene o che comunque avesse avuto il tempo ed il modo di studiare i suoi assalti così da rendere maggiormente efficace l’aggressione soprattutto in relazione all’economia dei tempi non certo esigui dato ciò che sarebbe andato a realizzare. Ci è lecito altresì ipotizzare un’appartenenza dell’omicida ai luoghi dove ha colpito. Tutti circoscriventi l’area fiorentina ma nessuno all’interno del comune del capoluogo toscano. Punto, quest’ultimo, che verrà trattato in un capitolo specifico sul tema del profilo geografico.
Circa invece la componente soggettiva, il nostro omicida sembra rispettare rigidi canoni di comportamento che dirigono il suo agire verso il più spietato dei fini. L’assassino - come già descritto nel precedente appuntamento a cui rimandiamo - sembra rispondere ad un proprio codice che applica all’azione postasi di fronte a lui. E quale è questa condizione? 
Due persone appartate tra loro in apparenti atteggiamenti amorosi ed in un luogo pubblico durante un giorno festivo o prefestivo.
Fra queste condizioni che potrebbe comportare un minimo di dibattito è quella degli atteggiamenti amorosi applicabile al duplice delitto del 1983 (di cui però abbiamo già trattato ed a cui rinviamo per le conclusioni sul tema L'uomo dietro il mostro 8) ma le altre - vittime, luogo e tempo - appaiono costanti in tutti e sette i casi da noi esaminati. 
Sembrerebbe, dunque, che l’omicida abbia diretto la propria azione mortifera all’interno di una situazione che riteneva così biasimevole da applicargli una pena - la morte - e delle pene accessorie - colpi post mortem ed escissioni - come corrispettivo di quanto concretamente le coppie stavano facendo, calibrando quindi la sua offensività sui cadaveri in relazione alla colpa commessa in un lineare principio di legalità e certezza della pena. 
Proviamo, allora ad analizzare analiticamente questi condizioni che creano la situazione meritevole di punizione.
In tal senso aiutiamoci con una rubricazione, approssimativa ma utile alla comprensione, che suddivide questi termini in comportamentale, modale, locale e temporale
Il primo fra questi, comportamentale, si riferisce alla colpa principale delle vittime, a loro tutta comune e cioè il compiere atti sessuali non in costanza di matrimonio o in atto di adulterio o comunque non ai soli fini procreativi
Il secondo, modale, ricomprende - invece e più nello specifico - la concreta azione svolta dai giovani al momento della loro uccisione o comunque dell’aggressione. Fra queste possiamo considerare - ad ora - i soli c.d. preliminari visto che nessuna coppia al momento dell’aggressione stava avendo un rapporto sessuale completo, mentre forse solo una di questa (Vicchio 1984) vi fosse andata molto vicino. Come preliminari dobbiamo qui considerare sia le semplici effusioni, sia gli strofinamenti, sia fellatio o azioni manuali, ovvero tutti quei comportamenti che precedono l’atto sessuale completo. 
Il terzo, locale, si riferisce ai luoghi dove l’azione sessuale viene commessa. Sono tutti luoghi pubblici. Stradine sterrate, spiazzi lungo una via, campi e tratturi a non più di 50m da una via principale. In ogni caso, si trattano, tutti, di luoghi pubblici e manifesti, cioè all’aperto, non fra quattro mura e dove nessuno avrebbe potuto limitare l’accesso ad occhi di terzi indiscreti. L’azione sessuale benché compiuta all’interno di una vettura era comunque parcheggiata in uno spazio aperto passibile quindi di essere visti da terzi o ancor peggio, come sappiamo essere accaduto, da un bambino. 
Il quarto ed ultimo, temporale, si riferisce a quando questi delitti venivano posti in essere. Ricordiamo allora i venerdì, i sabati e le domeniche fra le quali contiamo anche una pentecoste ed un’altra esaltazione della santissima croce ricalcante una festività cristiana - di origine però celtica - chiamata delle c.d. tempora, da celebrarsi quattro volte l’anno (una per ogni stagione). Così riassunte queste quattro regole (che saranno meglio approfondite nella seconda parte di questo episodio), descrivono di volta in volta quella situazione che l’omicida ripaga con la morte prima (per i rei, in funzione retributiva) e con le escissioni post mortem poi (per i posteri, in ottica deterrente). Ed è questa una situazione questa - in tal modo suddivisa - che verrà soddisfatta anche da quella del Settembre 1985 dove due turisti francesi verranno uccisi mentre erano nudi all’interno della loro tenda da campeggio piantata in una piccola radura a lato di una via trafficata in un venerdì (o sabato)
settembrino. 
E sarà anche qui rispettato lo stesso principio di colpa e pena come espresso negli anni precedenti dove il maggior avanzamento dell’atto sessuale della coppia, intuibile dalla maggior nudità dei corpi, verrà ripagato dall’assassino con l’escissione del pube e del seno sinistro della vittima femminile e con i molti colpi inferti a quella maschile (di cui comunque parleremo nella seconda parte). 
Ci troveremo allora anche qui di fronte a quella scena ricercata e punita dall’omicida rispondente a quei quattro termini sopra esposti che compongono l’oggetto della sua missione. 
Solo che questi quattro termini, che troviamo violati in ogni delitto attribuito al Mostro di Firenze non me li sono inventati ora io - non vagliatemene per il piccolo bluff - estrapolandomi ex post dall’analisi delle scene, ma sono già stati descritti da qualcuno qualche tempo fa. 
Niente di male se non fosse che la predica circa la commissione di questi peccati mortali, così descritta in questi quattro canoni e così rispondenti a questi delitti, sia stata scritta prima della commissione di questi. Più precisamente nel 1477. 
(segue…)

domenica 9 settembre 2018

venerdì 7 settembre 2018

mercoledì 22 agosto 2018