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giovedì 1 luglio 2010

8 settembre 1985 - Nadine Mauriot e Jean Michel Kraveichvili

Nella notte tra il 7 e l'8 settembre 1985 (perizia del medico legale Mauro Maurri ed equipe De Fazio) furono uccisi, in località Scopeti, nel comune di San Casciano Val di Pesa, all'altezza del numero civico 124, Nadine Jeanine Giselle Mauriot e Jean Michel Kraveichvili. I cadaveri furono scoperti nel primo pomeriggio del 9 settembre 1985 dal giovane Luca Santucci. Il luogo del delitto è costituito da una radura sopraelevata, a cui si accede tramite uno stradello sterrato. Gli inquirenti giunti in loco constatarono che sul posto si trovava un auto marca Wolkswagen modello Golf, bianca, parcheggiata vicino ad una tenda da campeggio di tipo canadese avente la copertura con materiale impermeabile argentato, alta da terra nella parte posteriore metri 1,40 e nella parte anteriore, ove vi è l'entrata principale con la cerniera, metri 1,10 ed una larghezza di metri 1,85. L'apertura secondaria rivolta verso il centro della piazzola, con la cerniera chiusa, presentava un taglio verticale di circa 40 cm. Sul terreno antistante l'entrata principale della tenda che dava su via degli Scopeti, fu localizzata una chiazza di sangue rappreso, un'altra chiazza di sangue fu trovata sull'esterno margine destro della radura in prossimità del cadavere dell'uomo. Furono inoltre trovate alcune tracce di sangue anche sul montante anteriore della portiera destra dell'autovettura. Furono repertati nove bossoli calibro 22 marca Winchester con il fondello percosso avente impressa la lettera "H": sei di fronte all'ingresso principale della tenda, due bossoli furono repertati sul lato destro della tenda ed un ultimo bossolo fu trovato all'interno della tenda stessa. Sul materasso all'interno della tenda fu rinvenuta la donna completamente nuda, in "posizione semifetale sul fianco sinistro", colpita da quattro colpi al volto da arma da fuoco, da un colpo al petto da arma da fuoco ed una ferita da arma da punta e taglio al collo, la zona del pube era stata escissa come anche il seno sinistro in modo irregolare e discontinuo. Il ragazzo giaceva nudo, "supino presso l'estremo margine destro della radura per chi vi accede, a distanza di circa 14 metri dal punto d'ingresso della tenda, con i piedi rivolti verso il bosco e d il capo verso la radura". Il ragazzo era stato attinto da quattro colpi d'arma da fuoco: "il primo ha interessato il labbro superiore, un secondo la mano sinistra, un terzo le ultime tre dita della mano sinistra, il quarto ha raggiunto il gomito destro". Furono inoltre repertate quattro ferite mortali da arma bianca sull'emitorace sinistro ed una ferita trapassante la regione del collo. Altre ferite furono provocate con arma bianca in regione dorsale, sull'addome e sugli arti superiori.
La perizia medico legale ricostruì come segue la dinamica del delitto. L'omicida giunge sulla radura, si avvicina alla tenda spara in rapida successione 5 colpi di arma da fuoco che forano la zanzariera grosso modo su una linea verticale, (il primo colpo dal basso verso l'altro si trova a 10 cm al di sopra della cerniera, l'ultimo foro è a 56 cm dalla cerniera inferiore). Apre quindi la cerniera e spara altri 4 colpi, il giovane francese si muove all'interno della tenda, si avvicina all'apertura e ne esce "sbilanciando l'omicida che sbarra l'apertura stessa e forse ne determina anche una caduta a terra a sedere, forse sulla sinistra per chi stia di fronte all'apertura anteriore della tenda, in modo che il ragazzo ha via libera per fuggire sulla destra". Il ragazzo tenta quindi la fuga verso il bosco ma viene inseguito dall'omicida che mette in tasca la pistola estrae il coltello e raggiunto il giovane lo finisce. L'omicida torna quindi alla tenda afferra il corpo della donna probabilmente per i piedi e lo trascina parzialmente fuori per praticare le mutilazioni. Ricolloca il cadavere della donna nella tenda e si occupa di occultare il cadavere dell'uomo con dei bidoni di vernice trovati in loco.
Il 10 settembre 1985 giunse presso la Procura di Firenze, all'attenzione del sostituto procuratore della Repubblica Silvia Della Monica, una busta contenente un lembo di pelle cm 2,8 x 2 e mm 2/3 di spessore, proveniente dalla vittima femminile dell'omicidio di Scopeti.
Rif.1 - Sentenza della Corte di Assise di Appello di Firenze contro Mario Vanni e Giancarlo Lotti del 24 marzo 1998
Rif.2 - Perizia medico legale del prof. Mauro Maurri
Una ricostruzione di questo duplice omicidio, molto interessante ed efficace e dagli intenti apprezzabili, è stata pubblicata dall'Avvocato Vieri Adriani sul suo sito personale.

venerdì 15 gennaio 2010

29 luglio 1984 - Pia Rontini e Claudio Stefanacci

Tra le 21,30 e le 22,00 del 29 luglio 1984, in un viottolo isolato che diparte dalla via Sagginalese, località Boschetta, in comune di Vicchio di Mugello, furono uccisi all'interno di una Fiat Panda bianca, Pia Gilda Rontini e Claudio Stefanacci, di 18 e 22 anni, entrambi residenti a Vicchio. I cadaveri furono scoperti intorno alle ore 2,00 del 30 luglio, da Piero Becherini, un amico di Claudio Stefanacci. La Fiat Panda si trovava ferma in retromarcia sul fondo del viot­tolo, la chiave di accensione inserita nel quadro, le portiere chiuse, quella sinistra con la sicura in­serita, il vetro della portiera destra era frantumato ed all'interno dell'auto furono trovati numerosi frammenti di vetro. I sedili erano stati entrambi reclinati in avanti. Dentro l'auto, nascosta sotto ad un sedile fu trovata una borsetta da donna. Sulla portiera destra, a livello del canale di scorrimento del vetro, sul montante alla base di detta portiera e sul terreno furono trovate tracce di sangue. Tracce di impronte digitali furono rinvenute sulla cornice superiore dello sportello destro, ma non, sul tetto dell'auto. Vennero inoltre rilevati due aloni sulla portiera di destra, come segni di appoggio o di contatto delle ginocchia, come se qualcuno si fosse appoggiato alla portiera tenendo le gambe unite e quasi in aderenza alla superficie della stessa. Furono repertati cinque bossoli calibro 22 marca Winchester con una H impressa sul fondello: uno all'ester­no dell'auto, vicino allo sportello destro e quattro all'interno dell'auto. Il cadavere del giovane fu trovato sul sedile posteriore, nella parte destra prossima al centro del sedile, rannichiato in decubito laterale sinistro e con le ginoc­chia flesse. I periti ritennero però che il corpo avesse subito spostamenti rispetto alla posizione iniziale. Indossava i calzini, gli slip ed una maglietta a mezze maniche a righe blu e beige; i pan­taloni furono rinvenuti nell'auto. Claudio Stefanacci era stato attinto da quattro proiettili, due al torace, uno al cranio ed un quarto aveva raggiunto, perforandoli più volte, i pantaloni, determinando probabilmente la lesione contusiva in regione glutea. Il giovane risultò inoltre colpito con uno strumento da punta e taglio riportando numerose ferite (10), all'emitorace sinistro, al fianco sinistro, all'ipocondrio, alla fossa iliaca destra, all'avambraccio destro, alla coscia sinistra, ed in regione lombare destra; tali ferite presentavano scarsi segni di vitalità, per cui furono inferte in un momento successivo rispetto all'esplosione dei colpi di arma da fuoco, o subito dopo la morte o in limine vitae. Il cadavere di Pia Gilda Rontini fu rinvenuto su di un campo di erba medica a circa sei/sette metri dall'auto, supino, con le gambe divaricate, con indosso vari monili, praticamente nudo. Una magliet­ta, il reggiseno e gli slip, tutti intrisi di sangue, furono rinvenuti in mano alla Rontini e sotto il suo corpo. La ragazza era stata attinta da un colpo d'arma da fuoco allo zigomo destro che penetrato nel cranio aveva causato la morte e da un colpo all'avambraccio sinistro. Si riscontrarono due ferite da arma da punta e taglio in regione latero-cervi­cale destra, e sette piccole ferite piuttosto superficiali all'emi­torace sinistro, la zona del pube era stata escissa come anche il seno sinistro in modo irregolare e discontinuo. Sul cadavere furono rilevate numerose lesioni escoriative variamente localizzate e in parti­colare lesioni da probabile trascinamento al dorso. La perizia necroscopica evidenziò la probabile dinamica del duplice omicidio: il ragazzo "sorpreso dal primo sparo che aveva frantumato il vetro dello sportello di destra, si era presentato all'omicida con il torace volto verso il lato destro dell'autovettura ed in tale posizione era stato attinto da due colpi in rapida successione, il giovane era quindi ruotato sulla destra presentando all'omicida la parte sinistra del volto ed in tale ultima posizione era stato attinto da un terzo colpo mortale. Tutti i colpi erano stati esplosi dal finestrino della portiera destra dell'auto e lo Stefanacci aveva potuto compiere il più istintivo gesto di difesa passando dalla posizione semi-sdraiata a quella seduta."
L'assassino sferra dieci fendenti sul ragazzo, lo riveste parzialmente e passa quindi alla ragazza che attinta dal primo colpo siede incosciente sul sedile del passeggero. Che non fosse ancora deceduta lo stabiliscono i medici legali: "sul cadavere non ci sono segni che indichino la comparsa di morte immediata, ma al contrario, ci sono segni indicativi di una certa sopravvivenza, che sono rappresentati dall'edema polmonare. (...) Per quanto riguarda il carattere delle lesioni da arma bianca al collo, si può conclusivamente dire che esse sono state molto più probabilmente (anche se non con certezza assoluta inferte in vita che non in morte. Ciò perchè lo stravaso ematico lungo il tramite e lungo alcuni dei muscoli della regione latero-cervicale sinistra è stato abbondante."
L'assassino colpisce quindi la giovane con due colpi alla gola ed afferrandola per le caviglie la trascina fuori dall'auto dove le taglia gli slip e pratica le escissioni.
Rif.1 - Sentenza della Corte di Assise di Appello di Firenze contro Pietro Pacciani del 13 febbario 1996
Rif.2 - Perizia equipe De Fazio

mercoledì 20 maggio 2009

9 Settembre 1983 - Rusch Uwe Jens e Horst Meyer

Nella notte del 9 settembre 1983, in un prato adiacente Via di Giogoli al Galluzzo, furono uccisi Uwe Jens Rusch e Wilhelm Friedrich Horst Meyer, entrambi di 24 anni. I cadaveri dei due studenti tedeschi in vacanza furono trovati, la sera del giorno 10, all'interno di un furgone Volkswagen, da Rolf Reinecke che abitava in un appartamento in una villa poco distante la piazzola. L'anta destra dello sportello fu trovata spalancata, furono rilevati 3 fori sulla fiancata sinistra (1 per ogni vetro fisso ed 1 sulla lamiera sia del 1 montante posteriore) e 2 sulla fiancata destra (1 per ogni vetro fisso posteriore). Dalla perizia medico-legale si rileva che 4 dei 5 fori da proiettile di arma da fuoco rinvenuti nei vetri dei finestrini del pulmino distano da terra rispettiva­mente cm.137 (2) e cm.140 (2). La distanza da terra del foro sito nel vetro del finestrino anteriore dx. non ha potuto essere misurato in quanto durante il trasporto del pulmino molti dei frammenti di vetro si erano spaccati. Dalla documentazione fotografica relativa ad un momento in cui i frammenti erano ancora in sito si rileva che il foro in questione è ad altezza superiore rispetto a quello del vetro posteriore dx., distante da terra cm.140, ad una altezza deducibile di almeno 145 centimetri. Va notato che i fori in questione sono ad una altezza abbastanza costante, quantomeno di cm-137 da terra, ivi compreso il foro sulla carrozzeria, per il quale si può presumere non sia stata cercata dall'omicida una posizione "innaturale" di sparo (col braccio abnorme­mente rialzato), come in linea di ipotesi potrebbe essere avvenuto per gli altri colpi, sparati per il tramite dei finestrini, la cui altezza può condizionare giocoforza le posizione del braccio nel tiro.
Furono repertati 4 bossoli calibro 22 marca Winchester serie H, 2 all'interno del furgone, i restanti sul prato dell'aiuola, intorno al furgone. Non distante dal furgone furono rinvenute alcune riviste pornografiche stracciate (Golden Gay). Nulla vieta di supporre che si trovassero in quel luogo perchè ivi lasciati da persone dei t.utto estranee al delitto.Dal materiale fotografico preso in esame sembra comunque che la carta non fosse deteriorata da pioggia o rugiada, nè accartocciata dalla prolungata esposizione al sole, come avrebbe potuto accadere se i frammenti di carta fossero rimasti a lungo sul prato. E' lecito quindi supporre che si trovassero in quel luogo da non molto tempo, e occorre vagliare l'ipotesi che siano stati asportati dall'omicida all'interno della vettura delle vittime.
All'interno della vettura, furono trovate confezioni di succhi di frutta aperte e la radio accesa. Non furono rilevate impronte digitali. Dal furgone non furono trafugati nè i soldi nè le macchine fotografiche dei due ragazzi. Uwe Jens Rusch fu rinvenuto supino nella parte posteriore sinistra del camper, con la testa sulla lamiera dell'angolo e le gambe verso il centro, con i soli slip. Era stato raggiunto da due proiettili all'altezza della bocca, da un proiettile all'avambraccio sinistro e da un colpo di striscio alla coscia sinistra. Furono rilevate alcune escoriazioni alla gamba sinistra. Wilhelm Friedrich Horst Meyer fu trovato prono nella parte anteriore sinistra, in parte coperto da un sacco pelo, con la testa verso la cabina e le gambe verso il centro del camper. Era stato colpito da un colpo al cranio, uno al fianco destro che aveva perforato il cuore ed il polmone sinistro ed uno nella regione glutea sinistra. Su nessuno dei due ragazzi erano state effettuate escissioni o deturpazioni di sorta. La ricostruzione della dinamica del delitto prevede i due ragazzi intenti a leggere, la luce è quindi accesa nel vano del furgone, il "mostro" si avvicina all'automezzo, gira intorno al furgone, spara sui finestrini e sulla lamiera, colpisce a morte i due ragazzi. Apre lo sportello, rovista all'interno e si da alla fuga.
Del duplice omicidio furono indagati Giovanni Mele e Piero Mucciarini.
Rif.1 - La leggenda del Vampa pag.196
Rif.2 - Perizia equipe De Fazio (testo in corsivo)

venerdì 8 maggio 2009

19 giugno 1982 - Antonella Migliorini e Paolo Mainardi

Nella notte del 19 giugno 1982 in località Baccaiano, vicino a Montespertoli, furono uccisi Antonella Migliorini e Paolo Mainardi, di 19 e 22 anni. I due ragazzi furono trovati, in una Fiat 127 celeste targata FI A90112, in via Virginio Nuova. L'auto fu trovata con le ruote posteriori in un fosso che costeggia la provinciale. Lo sportello anteriore destro fu trovato spalancato, il freno a mano tirato, il cambio con innestata la retromarcia, dal cruscotto erano state tolte le chiavi. All'interno dell'auto furono rinvenuti un preservativo annodato, dei fazzolettini di carta usati, il portafogli di Paolo Mainardi con lire 49.000 all'interno; l'orolo­gio della Migliorini fu trovato sul sedile posteriore dell'auto. Il finestrino anteriore sinistro ed i vetri dei fari anteriori erano infranti. La luce dell'abitacolo dell'auto fu trovata accesa. Un foro di proiettile aveva trapassato il parabrezza. Sul sedile anteriore sinistro in parte reclinato, e sul sedile posteriore furono trovate larghe chiazze ematiche. Furono repertati 9 bossoli calibro 22 marca Winchester serie H, di cui tre sulla piazzola posta a destra della carreggiata, due sul­la strada, tre davanti all'autovettura ed uno all'interno di essa. Il cadavere di Antonella Migliorini, completamente vestito, era adagiato sul sedile posteriore con le gambe allungate in avanti, era stata raggiunta da due proiettili a piombo nudo alla fronte, 1 aveva sfiorato il naso, dalla necroscopia si scoprì una echimosi alla caviglia destra. Paolo Mainardi, secondo le testimonianze sposate dagli inquirenti, era seduto in fin di vita sul sedile del guidatore, spirò all'ospedale di Empoli alle ore 8,00 della mattina successiva, senza aver mai ripreso conoscenza. Era stato attinto da un proiettile alla spalla sinistra, e da altri tre colpi alla testa, uno frontalmente, uno sulla guancia sinistra, uno dietro l'orecchio sinistro. Entrambi i ragazzi furono trovati vestiti, su nessuno dei due erano state effettuate escissioni o deturpazioni di sorta. Tra i capelli di Paolo Mainardi fu trovata una maglia dell'orologio da polso di Antonella Migliorini. La dinamica ricostruita dagli inquirenti vede i due giovani con l'auto parcheggiata su di uno slargo della provinciale, l'assassino si avvicina all'auto, spara al ragazzo dal finestrino sinistro, colpendolo alla spalla, quindi spara mortalmente alla ragazza. Mainardi reagisce all'aggressione, riesce a mettere in moto l'auto e a marcia indietro esce dallo slargo, attraversa trasversalmente la carreggiata ma a causa della manovra brusca, finisce con le ruote posteriori nel fossetto che costeggia la strada. Il "mostro" raggiunge l'auto, spara ad entrambi i fari, quindi verso il parabrezza colpendo alla testa il ragazzo. L'assassino si avvicina quindi all'auto e spara altri due colpi sul Mainardi ed uno sulla Migliorini. Toglie quindi le chiavi dal cruscotto ed allontanandosi le lancia nel campo poco distante. Alcuni ragazzi passarono dalla provinciale, videro l'auto e i due ragazzi all'interno, chiamarono l'ambulanza ed i carabinieri. Da Montespertoli giunse un'ambulanza guidata da Lorenzo Allegranti che certo non si aspettava che quella sera l'avrebbe ricordata per tutta la vita. Giunto sul luogo del duplice omicidio insieme agli altri volontari forzò lo sportello destro dell'auto, rimasto bloccato, riuscì quindi ad estrarre Mainardi. Raccontò agli inquirenti d'aver trovato il giovane sul sedile posteriore; questa collocazione, consentirà al difensore di Mario Vanni , Nino Filastò, una diversa ricostruzione della dinamica dell'omicidio. Secondo Filastò infatti a condurre l'auto, dove fu trovata, non fu Mainardi ma lo stesso mostro, "con l'intenzione di trasferire le vittime in un luogo abbastanza prossimo, ma meno esposto, dove poter completare, in tutta tranquillità, la sua atroce operazione." Nella ricostruzione alternativa "il mostro mette in moto, innesta la marcia indietro. Comincia la manovra. Ma la razazza, Antonella (...) è ancora viva e vitale, si agita, tenta una reazione, fa gesti violenti e inconsulti, scalcia contro il sedile della guida, (...) il mostro, infastidito nella manovra dalla reazione della ragazza, si volta impugnando la sua calibro 22, e le spara un colpo mortale, uccidendola all'istante. Ma nel compiere quest'azione perde per un attimo il controllo dell'auto, che finisce nel canale." Non furono rilevate impronte digitali; le chiavi dell'auto furono ritrovate a circa 20 metri dal mezzo, nel campo sovrastante il fossetto dove era finita l'auto; nello stesso campo il 20 giugno 1982, intorno alle ore 11,00, fu trovata una bustina vuota di Norzetam , un medicinale indicato "in tutti i quadri clinici con compromissione del rendimento cerebrale (psicosindromi cerebroorganiche)." Alcuni ragazzi in moto dichiararono d'aver visto un uomo con una maglietta a strisce colorate camminare sul ciglio della strada, ma la sua identità rimase ignota. Nella notte del duplice omicidio di Montespertoli, furono organizzati dai carabinieri numerosi posti di blocco e su ordine della magistratura vennero eseguite diverse perquisizioni presso le abitazioni di sospettati. Le indagini non portarono ad alcun esito significativo. Dalla prima pagina de "La Nazione" di martedì 22 giugno: "Un'indiscrezione che non ha trovato conferme, ma neanche smentite tra gli inquirenti particolarmente abbottonati indicherebbe che il ragazzo benchè ferito in modo così grave sia riuscito, prima di cessare di vivere alle 8 della mattina, a dire qualcosa di molto importante. La notizia, ripetiamo, non ha trovato esplicite conferme". Si trattava di un espediente organizzato dal magistrato Silvia della Monica nel tentativo di far commettere al mostro un passo falso. Rif.1 - La leggenda del Vampa pag.177

mercoledì 22 aprile 2009

22 Ottobre 1981 - Susanna Cambi e Stefano Baldi

Nella notte del 22 ottobre 1981 in un tratturo nel comune di Calenzano nel campo chiamato Le Bartoline, furono uccisi, all'interno di una Volkswagen Golf diesel nera targata Fi A21640, Susanna Cambi e Stefano Baldi, di 24 e 26 anni. Nella mattina del 23 ottobre i due cadaveri furono scoperti da due contadini della zona, Bruno Corsini e Armando Cavani. L'auto aveva il sedile anteriore destro reclinato, il finestrino anteriore lato passeggero infranto, lo sportello destro aperto. Secondo il testo La leggenda del vampa, vicino alla ruota destra furono trovati 10 bossoli Winchester serie H a piombo nudo, 7 bossoli secondo Compagni di sangue, secondo il Mostro di Firenze di Spezi 9 bossoli vengono rinvenuti sul terreno, 2 all'interno dell'auto; questi erano stati sparati da una Beretta serie 70, Long Rifle. Il corpo di Stefano Baldi fu trovato in un fossetto a sinistra dell'auto. Il cadavere era piegato sul fianco destro, le braccia sul davanti, le gambe divaricate. Indossava una camicia chiara ed al piede sinistro uno stivale tipo camperos, l'altro fu trovato all'interno dell'auto davanti ai pedali. Sul bacino era stato deposto un maglione e poco distante furono trovati un paio di pantaloni ed un orologio da polso.
Stefano Baldi era stato attinto da un proiettile alla spalla sinistra e tre alla regione emitoracica sinistra che avevano perforato un polmone ed il cuore. Post mortem era stato colpito da tre colpi di arma bianca al dorso ed uno nella parte sinistra del collo ne La leggenda del Vampa, 4 ferite in Compagni di sangue. Sotto l'unghia di un dito della mano destra del ragazzo furono trovati due capelli di colore castano chiaro ed alcune tracce di tessuto. Nella perizia dei medici Maurri, Morello e Cucurnia questi "possono essere attribuiti con estrema verosimiglianza a reperti piliferi appartenuti a Susanna Cambi".
Susanna Cambi fu trovata supina in un canale di scolo a destra dell'auto. Il maresciallo Salvini della stazione di Calenzano, dichiarò del cadavere di Susanna Cambi: "...aveva ancora l'orologio e un orecchino. Erano visibili tracce di trascinamento e pesticciamento dall'esterno dello sportello sinistro dell'autovettura fino alla posizione del cadavere uomo". La maglietta bianca ed il reggiseno di Susanna Cambi erano alzati all'altezza delle ascelle, un maglione beige ed una giacca di maglia erano stati sfilati dal braccio destro e dal collo, le braccia sollevate sulla testa. Nella mano sinistra stringeva una ciocca di capelli, che da un esame risultarono di Stefano Baldi secondo La leggenda del Vampa, nel testo Il mostro, questi reperti non furono mai esaminati. La gonna di velluto era stata tagliata sul davanti, gli slip recisi sulla sinistra, ai piedi degli stivaletti marroni. La zona del pube era stata escissa. La donna era stata colpita da un proiettile al pollice, uno al gomito, 3 al cuore ed uno al polmone sinistro. Era stata attinta da due colpi di arma bianca uno sotto il seno sinistro ed uno sulla scapola destra.
La dinamica del duplice omicidio riportata in Il mostro di Firenze di Spezi risulta la seguente: l'assassino ha rotto il finestrino destro dell'auto ha ucciso i due ragazzi, dallo sportello sinistro ha estratto Stefano Baldi e lo ha deposto nel fossato, dallo sportello destro ha preso il corpo di Susanna Cambi e lo ha trasportato dove è stato trovato e dove ha operato l'escissione.
Secondo Michele Giuttari nel testo Il Mostro, i corpi non furono "portati fuori dall'auto, ma raggiunti durante un tentativo di fuga, in questo caso gli aggressori avrebbero dovuto necessariamente essere almeno due, come sosteneva il medico legale."
Nel testo Il mostro di Firenze di Cecioni e Monastra entrambi i corpi furono spostati poichè "per raggiungere il corpo di Susanna l'assassino aveva dovuto togliere dall'auto quello di Stefano."
La borsa di Susanna Cambi fu trovata per terra nelle immediate vicinanze dell'auto ed il suo contenuto sparso per terra. Sul luogo fu trovata anche una piramide tronca in pietra parzialmente colorata di rosso. Non furono rilevate impronte digitali nè tracce di trascinamento ma sul lato destro dell'auto furono rinvenute due impronte di scarpa da caccia con suola in gomma di misura 44, per Filastò in Storia delle merende infami, si trattava di uno "scarpone di tipo militare".

martedì 17 marzo 2009

6 giugno 1981 - Carmela De Nuccio e Giovanni Foggi

Nella notte tra il 6 ed il 7 giugno 1981, in un campo di ulivi vicino a Via dell'Arrigo a Mosciano di Scandicci furono uccisi, all'interno di una Fiat Ritmo, Carmela De Nuccio e Giovanni Foggi, rispettivamente di 21 e 30 anni. Furono trovati la mattina del 7 giugno dal sottufficiale di Polizia, Vittorio Scifone. Giovanni era stato raggiunto da tre pallottole a piombo nudo: due nella zona cranica ed una nel torace. L'assassino, dopo la morte aveva inferto al giovane due colpi di arma bianca al collo ed uno al torace. Carmela era stata attinta da cinque proiettili: uno che l'aveva colpita di striscio al mento, uno al polso destro, uno all'avambraccio sinistro, uno al torace che le aveva perforato il cuore ed il quinto colpo aveva leso la colonna vertebrale penetrando dalla zona cervicale. I carabinieri intervenuti trovarono il finestrino anteriore sinistro in frantumi, il corpo del ragazzo giaceva sul sedile del guidatore, la testa era reclinata. Aveva addosso una camicia sbottonata, i pantaloni calati ed un paio di boxer. Carmela De Nuccio fu trovata supina a circa 12 metri di distanza dall'auto, presentava ecchimosi al collo, aveva la testa reclinata sulla sinistra, la collanina di perle sollevata fra le labbra. Indossava una camicetta e dei jeans che le erano stati slacciati ed abbassati, la cintura e gli slip erano stati recisi sulla sinistra. L'assassino aveva interamente rimosso la zona pubica. Nella perizia redatta dal professor Maurri si legge: "...l'azione indica l'intervento di una persona di abilità assolutamente eccezionale e per quanto riguarda l'uso del tagliente i periti in base all'esame diretto dei reperti cadaverici e dall'accurata analisi delle relative fotografie, ritengono di dover espressamente insistere sul particolare, forse di decisiva importanza, dell'eccezionale abilità con cui fu agito per mettere a nudo la regione pubica del cadavere della ragazza ed ancor più per attuarvi le riscontrate mutilazioni."
Nel portafogli di Giovanni Foggi furono trovate 83.000 lire; davanti allo sportello del guidatore fu trovata una borsa bianca chiusa, con i due piolini di fermo anch'essi in posizione di chiusura, il cui contenuto era stato sparso a terra nello spazio antistante lo sportello anteriore sinistro, dal lato ove l'assassino aveva sparato. Quattro, degli undici, bossoli Winchester Long Rifle calibro 22 serie H sparati, furono trovati vicino alla ruota posteriore sinistra secondo il testo La leggenda del Vampa e Il mostro di Firenze; Ne Il mostro i bossoli sparati sono 8, cinque quelli ritrovati. La perizia del professor Mauro Maurri e la consulenza del perito balistico, dottor Castiglione, consentirono di ricostruire la dinamica del duplice delitto. L'assassino aveva esploso tre proiettili dal finestrino anteriore sinistro che avevano ucciso Giovanni Foggi sul colpo. Carmela De Nuccio aveva quindi cercato di reagire sollevando le braccia per pararsi ma era stata raggiunta da cinque colpi sparati in rapida successione. L'assassino aveva quindi aperto lo sportello, pugnalato il giovane e trascinato Carmela nel campo vicino dove aveva effettuato il macabro scempio. Non furono rilevate impronte digitali nè sull'auto nè sui corpi dei due ragazzi. Del duplice omicidio furono inizialmente accusati Antonio Leone, un ex fidanzato di Carmela De Nuccio, Carlo Tommasi guardiacaccia di Montelupo ed Enzo Spalletti.

Rif.1 - La leggenda del Vampa pag.151 Rif.2 - Il mostro di Firenze pag.25

mercoledì 25 febbraio 2009

14 settembre 1974 - Stefania Pettini e Pasquale Gentilcore

Nella notte tra il 14 ed il 15 settembre 1974, in una strada sterrata nella frazione di Rabatta, vicino a Borgo San Lorenzo, furono uccisi, all'interno di una Fiat 127 blu targata FI 598299, Stefania Pettini e Pasquale Gentilcore, rispettivamente di 18 e 19 anni. Nella mattina del 15 settembre, i due cadaveri, furono scoperti dal contadino Pietro Landi (l'avvocato Rosario Bevacqua nelle "dichiarazioni di impugnazione e motivi" inviate alla Corte di Assise di Appello riferisce che i due cadaveri furono scoperti da tale Francesco Fusi). Pasquale Gentilcore era stato raggiunto da tre proiettili che lo avevano colpito nella schiena in un arco che andava dalla spalla sinistra alla scapola destra. Altri due proiettili gli avevano perforato l'emitorace sinistro raggiungendo il cuore ed un polmone. La ragazza era stata attinta da 3 colpi di pistola all'addome e ad una gamba secondo il testo La leggenda del Vampa; da 4 proiettili al braccio destro da quanto si legge su Il Mostro. I carabinieri intervenuti trovarono il finestrino anteriore sinistro in frantumi e la portiera destra aperta. Il sedile anteriore destro aveva lo schienale abbassato. L'autoradio era accesa ed il libretto di circolazione adagiato sul tappetino dell'auto. Nell'abitacolo della vettura furono trovati il portafoglio del ragazzo, contenente 33.800 lire, alcune fotografie dello stesso e della fidanzata Stefania, un'agendina di colore rosso su cui erano stati segnati diversi numeri di telefono, fazzoletti di carta, alcuni all'interno di una scarpa del ragazzo. Le scarpe di Stefania Pettini furono trovate vicino alla pedaliera. Lo specchietto retrovisore divelto fu trovato sul piano della vettura dalla parte del passeggero. Il corpo del ragazzo fu trovato al posto di guida, indossava solo un paio di slip ed un orologio al polso sinistro che indicava le tre e un quarto. Le mani erano unite sotto la coscia sinistra, la testa appoggiata sul finestrino. Stefania Pettini fu trovata supina, nuda, dietro l'auto; l'assassino le aveva inserito un tralcio di vite all'interno della vagina. Non distante dall'auto, sotto ad un pioppo, furono trovati una camicia e tre paia di pantaloni. Fuori dall'auto, accanto allo sportello sinistro venne ritrovato il giubbetto del Gentilcore, sulla destra a 3/4 metri una camicetta e un paio di mutandine ed un pullover bianco della ragazza ed alcuni fazzolettini di carta. Grazie ad una segnalazione anonima, fatta alla Stazione dei Carabinieri di Borgo S.Lorenzo alle ore 18,30 del 15 settembre 1974, fu ritrovata la borsa della ragazza, che era stata gettata a circa 300 metri dal luogo del delitto, in un campo di granturco sulla destra della strada che da Rabatta conduce a Sagginale. La borsa non presentava alcuna traccia di sangue e conteneva il portafogli, la carta d'identità, una piccola agenda del 1974 e delle fotografie. Non furono trovati una catenina d'argento, qualche piccolo anellino in argento a fascetta ed un orologio di acciaio che, secondo la madre di Stefania, la ragazza indossava. La perizia eseguita dal professor Mauro Maurri consentì di definire la dinamica del duplice omicidio. I due giovani stavano facendo l'amore, Pasquale era disteso sopra Stefania, l'assassino una volta vicino all'auto, sparò i primi colpi di pistola dal finestrino anteriore sinistro, colpendo il ragazzo alla schiena; girò quindi intorno all'auto ed aprendo lo sportello destro esplose altri 5 colpi di pistola che uccisero Pasquale Gentilcore. Stefania, seppur ferita, aveva cercato di fuggire ma era stata colpita da 3 fendenti di arma bianca che l'avevano raggiunta al seno sinistro ed al centro del petto, lacerandole mortalmente il cuore. L'assassino con il coltello, aveva quindi colpito nuovamente Pasquale Gentilcore per poi trascinare la ragazza fuori dall'auto ed infierire su di lei penetrandole superficialmente il petto, l'addome ed il pube con uno strumento appuntito 93 (talvolta vengono riportate 96) volte. Il professor Maurri in dibattimento, durante il procedimento contro Pietro Pacciani, parlerà di "ferite inferte sui cadaveri inferte da arma bianca taglientissima, adoperata con estrema precisione, capacità, manualità". Sull'auto non furono rinvenute impronte digitali. Il 16 settembre gli inquirenti si recarono nuovamente sul luogo del duplice omicidio dove trovarono 5 bossoli Winchester serie H, ad ogiva ramata, sparati da una Beretta serie 70, calibro 22, Long Rifle ed un bottone rivestito di cuoio (Ne Il mostro di Firenze i proiettili recuperati risultano essere undici). La sera del sabato 14 settembre 1974, nella zona, a pochi metri dal luogo (circa 50 metri) sarebbe stata vista stazionare un'auto di media cilindrata somigliante ad una Simca o a una BMW o Giulia. Del duplice omicidio furono inizialmente accusati Guido Giovannini, Bruno Mocali e Giuseppe Francini.
Rif.2 - Il mostro di Firenze pag.14
Rif.3 - Il mostro pag.19

lunedì 9 febbraio 2009

21 agosto 1968 - Barbara Locci e Antonio Lo Bianco

Nella notte tra il 21 ed il 22 agosto del 1968
sulla via di Castelletti, che dal cimitero di Signa conduce a Lecore, furono uccisi all'interno di una Alfa Romeo Giulietta bianca, targata AR 53442, Barbara Locci e Antonio lo Bianco. I due giovani, mentre facevano l'amore, furono raggiunti da 8 proiettili Winchester serie H, ad ogiva ramata, sparati da una Beretta serie 70, calibro 22, Long Rifle. Dall'esame eseguito dal professor Biagio Montalto risultò che Barbara Locci fu colpita da 4 proiettili: 1 alla spalla sinistra in alto, 1 al centro dell'emitorace sinistro, 1 alla base dello stesso emitorace sinistro e l'ultimo tra la regione toracica e quella lombare sinistra. Antonio Lo Bianco fu raggiunto da un colpo all'avambraccio sinistro, da un colpo al braccio sinistro e da due colpi alla cavità sinistra dell'emitorace. I carabinieri intervenuti trovarono l'indicatore di direzione destro acceso, il finestrino dello sportello posteriore sinistro abbassato per metà e lo sportello posteriore destro semichiuso, sul pavimento dell'Alfa Romeo Giulietta, a lato del sedile anteriore destro, fu trovata una borsetta da donna aperta che lasciava intravedere il suo contenuto. Antonio Lo Bianco vestiva una canottiera di cotone bianco, una casacca chiara, slip bianchi, pantaloni scuri, calzini scuri ed era disteso sul sedile anteriore destro il cui schienale era stato completamente abbassato; Barbara Locci giaceva sul sedile di sinistra con la testa piegata a sinistra, indossava abito di stoffa variopinta, sottoveste chiara, reggiseno nero, mutandine bianche; le scarpe sotto il sedile anteriore. La borsa della vittima fu trovata aperta e al suo interno furono rinvenute 24.000 lire. Non furono trovate impronte digitali nè all'interno nè all'esterno dell'auto. A circa un metro dalla fiancata sinistra dell'auto furono trovati tre bossoli, altri due furono rinvenuti all'interno dell'auto sul sedile posteriore. Grazie all'autopsia e alle perizie medico legali si stabilì che l'assassino sparò attraverso il finestrino anteriore sinistro colpendo Antonio Lo Bianco a morte, Barbara Locci che si trovava sopra al Lo Bianco, ebbe il tempo di alzarsi e girarsi verso la portiera nel tentativo di fuggire ma fu colpita dai colpi sparati dall'assassino prima di riuscire ad uscire dall'auto. L'omicida rivestì i due corpi, li ricompose ordinatamente sui sedili, rovistò nella borsetta della donna e strappò dal collo della Locci una catenina d'oro.

Gli inquirenti pensarono ad un omicidio passionale, fu pertanto sospettato il marito di Barbara Locci: Stefano Mele. Costui si dichiarò innocente ed accusò altri amanti della moglie: Carmelo Cutrona, Salvatore e Francesco Vinci.
Rif.1 - La leggenda del Vampa pag.100
Rif.2 - Storia delle merende infami pag. 117