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martedì 12 maggio 2009

Salvatore Vinci - Seconda parte

Segue dalla prima parte.
Il giorno successivo all’omicidio di Vicchio, il 30 luglio 1984, gli inquirenti ordinarono perquisizioni presso le abitazioni di quanti erano stati avvicinati dalle indagini. In un armadio della camera da letto di Salvatore Vinci fu trovata una borsa di paglia al cui interno erano conservati tre stracci di cotone ben ripiegati. Uno di questi aveva 38 macchie rosso scuro ed "un segno lungo, grigio, lasciato dalla canna, c’erano poi simmetrici altri segni. Era indubbio che lo straccio fosse stato usato per pulire un’arma", dirà un anno dopo il colonnello Torrisi; che apprenderà dello straccio molto tempo dopo il rinvenimento, poiché il verbale di sequestro fu inviato al PM ma non al giudice istruttore. Il reperto fu quindi analizzato, i risultati giunsero nella primavera del 1985. Le macchie rosse risultarono tracce di di sangue umano dei gruppi B e 0. Le macchie grigie erano state prodotte dalla combustione di polvere da sparo. Salvatore Vinci disse che la borsa non era sua e che probabilmente apparteneva ad una delle donne che avevano vissuto con lui. La moglie e le conviventi di Salvatore negarono d’averla mai posseduta. La donna delle pulizie disse d’averla notata tra l’inverno del 1983 e la primavera del 1984. Una volta repertate le tracce, "non fu possibile", scrisse più tardi il giudice Rotella, "il paragone con reperti delle vittime dei duplici omicidi, perché non conservati dopo le autopsie".
Nel 1987 fu fatto un ultimo tentativo. Lo straccio fu inviato in Gran Bretagna per comparare le tracce di dna sul tessuto con il dna di Salvatore Vinci ma "E' trascorso troppo tempo, i campioni sono inutilizzabili", dissero i periti inglesi. I magistrati in mancanza dei risultati delle perizie furono costretti a dichiarare "vista la conclusione dei periti non c’è ragione di convincersi che lo straccio abbia a che fare con i delitti".
Il 12 giugno 1985, Stefano Mele accusò nuovamente Salvatore Vinci dell’omicidio del 1968. Un amico di Salvatore, Nicola Antenucci, gli fornì l'alibi per quella sera: "si io e Salvatore giovedì eravamo a giocare a biliardo". Il teste si confuse, sbagliò giorno e divenne ben presto poco attendibile. Si scoprì anche che il giorno in cui avvenne il duplice omicidio quella sala da biliardo era chiusa. Salvatore chiamò quindi a testimoniare un altro amico, Silvano Vargiu, che si ricordò della partita a biliardo ma non fornì dettagli precisi. Anche, Saverio, un altro amico di Salvatore gli fornì un alibi poco credibile, gli inquirenti interrogarono nuovamente Salvatore Vinci. Per il delitto di Giogoli, Salvatore disse che quel giorno si era recato per una riparazione presso l’abitazione di una prostituta, Luisa Meoni, uccisa il 13 ottobre 1984, non potè pertanto confermare le dichiarazioni del Vinci. Per il delitto di Vicchio, Salvatore Vinci disse d’essere andato con la convivente e sua figlia a prendere un gelato in un bar di via Cerretani e d’essere tornato a casa intorno alle 22-22,30, per poi prendere il cane ed uscire dalle 3,00 alle 3 e mezzo per una corsa. La convivente confermò l'alibi di Salvatore, “ne ha visto dalla finestra (terzo piano ndr) stando sul letto in camera, le gambe attraverso la serranda semiaperta del laboratorio a livello strada di fronte”. Messa alle strette dichiarò di non ricordarsi affatto di quella serata e d’aver riportato la versione che Salvatore gli aveva chiesto di dire in anticamera prima dell’interrogatorio.
Alla fine del 1985 a Salvatore Vinci giunse un avviso di garanzia per tutti gli omicidi compiuti dal "mostro di firenze". Fu perquisita la sua abitazione ed il magistrato Adolfo Izzo si recò a Villacidro, dove, in una baracca del Campidano, furono trovati 5 fucili. I carabinieri realizzarono su di lui un dossier di 180 pagine. L’11 giugno 1986, Salvatore Vinci venne arrestato, con un ordine di custodia emesso dai magistrati di Cagliari. L’accusa è di omicidio volontario premeditato, della prima moglie, Barbarina Steri. Il 12 aprile 1988, dopo due anni di carcere a Tempio Pausania , ebbe luogo il processo a Salvatore Vinci. L’avvocato Marongiu dichiarò ai cronisti : "Se vogliono processare Vinci per i delitti del Mostro lo devono fare direttamente, non prendendo questo episodio come scusa." Durante una udienza fu chiamato a testimoniare anche il primo figlio di Salvatore, Antonio, detenuto per rapina e porto d’armi. “Mi ha detto di voler sapere chi era davvero suo padre – dichiarò Salvatore – sono io suo padre, e non altri". Il 19 aprile fu assolto "per non aver commesso il fatto". Dopo l’assoluzione disse ai giornalisti: "E’ stata una soddisfazione moltoi bella. Ringrazio i miei avvocati, che hanno sempre creduto alla mia innocenza e mi hanno difeso gratuitamente per riparare al torto subito con il mio arresto e l’incriminazione. Ringrazio anche la Corte che mi ha giudicato con serenità. Appena uscirò dal carcere andrò a Villacidro da mia sorella Gina. Vi prego: non cercatemi, non disturbate i miei familiari, non chiedetemi interviste. La prima cosa che desidero fare è prendere un caffè ristretto. Stasera, poi, andrò a dormire più sereno e più tranquillo".
Dal novembre del 1988 se ne sono perse le tracce e a niente sono giunte le ricerche dei carabinieri. Il 13 dicembre 1989 il giudice Rotella chiuse l'indagine sul "mostro di Firenze" realtiva alla cosiddetta pista sarda con una sentenza -ordinanza di 162 pagine in cui si dichiarava non doversi procedere "per non aver commesso il fatto" nei confronti di Francesco Vinci, Giovanni Mele, Piero Mucciarini e Salvatore Vinci. Uno dei quattro figli di Vinci a telefono con un giornalista dichiarò : "non so dove sia, non voglio saperlo. A dire il vero spero che sia morto, per me è come se lo fosse. Abbiamo chiesto il suo certificato di morte, ci serviva per certe pratiche, ma non ce l’hanno dato. E’ vivo, ma non sappiamo proprio dove, meglio così". "Che ricorda degli anni dell’inchiesta?", chiese il giornalista, "Le perquisizioni, per noi era quasi un gioco, i carabinieri in casa. Presero l’album delle nostre foto da bambini, feste di compleanno, vacanze. I ricordi, insomma, e non ce le hanno mai rese. Sparite nel nulla. Come mio padre", rispose il figlio di Salvatore Vinci.
Il 9 aprile del 2002 nella trasmissione “Chi l’ha visto” il detective privato Davide Cannella, ingaggiato dalla moglie di Francesco Vinci per far chiarezza sulla morte del marito dichiarò: "Lasciatevelo dire: Salvatore Vinci è vivissimo. Dove sia non lo so. Qualcuno dice in Spagna, dove altri invece lo danno per sepolto dal 1995, anche se nessuno sa in quale cimitero. Certo che la lapide non esiste: lui è vivissimo. L'anno scorso ha telefonato a tre persone di Villacidro".
Rif.4 - La Nuova Sardegna - 11 aprile 2002 pag.1

1 commento:

Giuseppe Murri ha detto...

Mi sembra molto credibile che il mostro fosse proprio Salvatore Vinci, e anzi stupisce quanto poco si sia insistito su questa pista;basterebbero le garze di cotone macchiate di sangue e gli alibi sgangherati che egli ha sempre fornito,nessuno dei quali fondato. E' clamoroso come non si sia provveduto a confrontare le macchie di sangue rinvenute con quelle delle vittime di Vicchio. La procura di Firenze dovrebbe essere deferita all'alta Corte di Giustizia europea per la vergognosa condotta di queste indagini.

 
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