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lunedì 2 aprile 2012

Nara Beltramini Parker - Intervista su Il Tirreno - 18 dicembre 2004

Madre di Mario Robert Parker. Il giornalista Maurizio di Mauro, a seguito delle accuse di Mario Vanni e Giancarlo Lotti, raccolse le dichiarazioni che seguono.
"Avevo un 126 bianca; la prestai a Bob perché la sua era guasta. Su questo, lui fu interrogato. E’ vero anche che conosceva quel medico e sua moglie, americana anche lei; Bob abitava nella loro dépendance. Non è possibile, non può essere stato lui; non ci credo; non ne sarebbe stato capace. Un ragazzo che non mi ha mai dato una preoccupazione almemo fino a quando non scoprii la sua malattia, un paio di mesi prima di morire.
Niente magia signora?
Bob non si è mai interessato di queste cose. Non ho trovato niente del genere fre le sue cose.
Che ha trovato invece?
Per esempio un piccolo crocifisso d’argento che portava nel portafogli e una immagine di Papa Giovanni XXIII.
Era religioso?
Non praticante.
Sapeva sparare?
Macché. Mamma - mi disse una volta - io non sono fatto per il militare, non mi piacciono le armi, mi fanno paura.
Qualcuno degli amici lo chiamava Ulisse?
Mai saputo.
Portava un orecchino al lobo sinistro?
Non l’ho mai visto con un orecchino, non ho mai notato neppure il buco nel lobo.
Aveva un cappello?
Non li portava.
E allora come si spiega queste accuse?
Non ho mai avuto sospetti di alcun genere. Non riesco a capire.
Rif.1 - Il Tirreno - 18 dicembre 2004

martedì 28 febbraio 2012

Nino Filastò - Intervista su L'Indipendente - 27 aprile 1994

Il giornalista Federico Fubi nell'aprile del 1994 raccolse l'intervista che segue.

Nino Filastò: Gli assassini sono due. Il contadino non c'entra. L'impressione almeno è questa. Nell'inchiesta, mi sembra che ci siano lacune notevoli. Per dimostrare che Pacciani è un deviato, si esibisce un disegno non suo. E poi non si può prescindere dalle circostanze in cui gli indizi sono stati acquisiti. Insomma, rischiamo di trovarci quest'estate con Pacciani condannato e un nuovo delitto del maniaco da dover spiegare. C'è un delitto a Lucca nell’84 con modalità molto simili a quello delle ‘68, anche se la pistola è un'altra. Con la sua ostinazione a non voler mettere di essere un guardone, Pacciani si tirerà la zappa sui piedi. Ma il maniaco, uno dei maniaci (probabilmente sono almeno due), è un uomo che ha da sempre informazioni di prima mano sulle indagini.
Andiamo con ordine, avvocato. Pacciani innocente, e gli indizi?
Debolissimi. Intanto le perquisizioni sono sempre avvenute grazie a segnalazioni anonime. C'è dunque chi lo vuole incastrare. Non si dimentichi l'episodio dell'asta guidamolla: arrivò ai carabinieri avvolta in uno straccio, un cui lembo fu trovato in casa di Pacciani in seguito a una segnalazione. Curioso, no? Ma nemmeno il blocco da disegno convince. Il delitto è dell'85, e Pacciani su quel blocco aveva segnato una data dell'81, per ricordarsi il giorno in cui doveva sbrigare una pratica. Si dirà che lo ha fatto per confondere le acque. Ma in tal caso, avrebbe buttato via tutto. Ed il blocco è di un tipo che si trova in qualunque cartoleria, non solo quella della vittima in Germania. Per non parlare del portasapone, che Pacciani avrebbe fabbricato in carcere.
E il proiettile della Beretta nel suo orto?
Trovato anche quello in un luogo - il foro in parte coperto di un paletto di cemento da vite - in cui è difficile pensare che possa essere finito da solo. Nè sarebbe la prima volta che il maniaco semina proiettili. Quando si sospettava di un chirurgo, ne lasciò nel parcheggio di un ospedale. Ma vorrei far notare soprattutto una cosa: l'anonimo del ’92 che lo accusa, gronda di inautenticità. Finte espressioni popolaresche, finti errori di ortografia.
Lei ha parlato anche di più colpevoli, uno dei quali dispone di canali negli ambienti investigativi...
Che i responsabili di una parte dei delitti commessi con quella Beretta siano almeno due è ragionevole pensarlo. Susanna Cambi e Stefano Baldi furono uccisi in macchina e portati ad alcuni metri di distanza; eppure i segni di trascinamento sono limitatissimi e fanno pensare a un arto caduto mentre le persone vengono sollevate da terra per essere portata di peso. È ovvio che una persona sola di avrebbe trascinati in terra, due persone insieme invece tendono a sollevare un peso. La pratica di spostare le vittime, poi, mi ricorda l'omicidio di quest'estate di uno dei vecchi sospettati, Francesco  Vinci. E se avesse saputo qualcosa?
Ma perché il maniaco sarebbe vicino alla polizia?
Lo dice lui stesso, in una lettera anonima dell'85: “Sono molto vicino a voi”. Non solo. Il delitto dell'85 è rivelatore: perché uccidere proprio due francesi e poi nasconderne i cadaveri? All'epoca c'era un piano di setacciamento della zona subito dopo un'eventuale delitto. E il maniaco colpisce proprio due turisti, la cui assenza sarebbe stata segnalata più tardi perché non dovevano fare ritorno a casa poi li nasconde per guadagnare tempo, e disinnescare il piano ma mi chiedo: come altrimenti poteva conoscerlo?
Rif.1 - L'indipendente - 27 aprile 1994

giovedì 19 gennaio 2012

Nino Filastò - Intervista su Max 64 – Novembre 1985

La rivista Max, nel novembre del 1985, pubblicò l'intervista che segue.  

Avvocato Filastò ha qualche particolare significato, secondo lei, il fatto che il maniaco abbia rivolto per due volte la sua attenzione verso coppie di stranieri? Tedeschi nell'83, francesi pochi mesi fa?
La scelta dei tedeschi è stato un errore del maniaco. Nei giorni precedenti all'omicidio tutte le persone che li hanno visti transitare nella zona dove si erano accampati ricordano di averli scambiati per una normale coppia (uomo e donna), tanto i lunghi capelli biondi e i lineamenti effemminati di uno dei due traevano in inganno. E questo lascia intravedere l'ipotesi che, come per gli altri casi,i due siano stati seguiti dal maniaco anche lui, questa volta, tratto in inganno. È un po' difficile infatti pensare che abbia scelto le sue vittime all'ultimo momento, improvvisando, anche perché il camioncino dove dormivano i due tedeschi era anonimo, voglio dire poteva darsi che dentro ci fosse una normale famigliola in gita turistica. Il maniaco è andato invece a colpo sicuro. Non solo, ma ha sparato alla cieca dall'esterno. Non tocca assolutamente i corpi dei due uomini perché la sua deviazione psicopatologicasessuale è rigidamente eterosessuale. La scelta dei due francesi uccisi a settembre è da mettersi in relazione all'altra: innanzi tutto la data, è il secondo anniversario dell'omicidio "fallito" dei due tedeschi; fallito in rapporto all'obiettivo finale che si prefigge il maniaco che è l'asportazione di certe parti femminili e tutto il resto; fallito come cerimoniale con cui si esprime la sua psicopatologia. Si potrebbe pensare che con i francesi abbia voluto rimettere a posto un errore.
Lei crede che il maniaco agisca secondo un piano prestabilito?
No. Lui ubbidisce principalmente a una pulsione interna. Però per come si muove, dimostra di essere spinto anche da comportamenti di tipo riflesso diversi che riguardano, per esempio, lo spossessamento del copyright. Quando qualcun altro è indiziato come l'autore dei delitti allora lui accelera il suo intervento per ribadire il suo "marchio di fabbrica". Oppure,come in quest'ultimo caso, in cui sente la necessità di riaggiustare un rituale che lui stesso non ha seguito.
Qual'è il tipo di approccio sessuale nei confronti della donna?
Un tipo di approccio completamente astratto. L'astrattezza del suo rapporto con la vittima femminile emerge anche dalla regolare assenza di liquido spermatico: né che possa provenire dall'omicida né dalla vittima maschile. Questo dà l'idea che lui voglia interrompere l'atto amoroso nella fase dei preliminari. Lui si soddisfa poi con l'asportazione delle parti anatomiche. L'importante è il cerimoniale di cui fa parte l'uccisione: l'asportazione di certe parti anatomiche e, molto probabilmente, l'impossessamento di qualche oggetto di proprietà della vittima.
Avvocato Filastò, un'ultima domanda: se arrestassero l'assassino lei lo difenderebbe?
Certo. Lo difenderei nel caso fossi convinto che si tratti del vero colpevole e mi batterei per un suo proscioglimento per totale incapacità di intendere e di volere, naturalmente con tutte le garanzie del manicomio giudiziario; se viceversa mi convincessi che gli investigatori hanno preso un'ulteriore abbaglio, a maggior ragione lo difenderei.

lunedì 19 dicembre 2011

Nino Filastò - Intervista su Visto n.28 – 18 luglio 1997

La rivista Visto, nel luglio del 1997, pubblicò l'intervista che segue.

“Ho abbandonato la difesa di Vanni il 6 giugno scorso perché mi sono trovato in conflitto con il mio collega. Io volevo la perizia psichiatrica, un elemento di difesa fondamentale. Bisogna capire infatti se questa persona ha dei vissuti, delle componenti di carattere psicologico che lo rendono affine a questo tipo di omicidi. L'avvocato Pepi, difensore storico di Vanni, si è opposto. Del resto la perizia psichiatrica non è stata fatta neppure per Pacciani e per Lotti. Una lacuna gravissima. Oltre al contrasto con il mio collega ho dovuto subire anche un attacco gratuito al personale da parte del pubblico ministero Paolo Canessa. Ho preferito andarmene. Questo che si sta celebrando a Firenze è chiaramente un processo di supporto all'accusa contro Pacciani. L'aveva già detto, del resto, la sentenza di secondo grado che aveva assolto il contadino di Mercatale, quando definì “surrettizia” l'ipotesi dei complici. Ma se il ”mostro” non è Pacciani perché mai dovrebbe essere un poliziotto o comunque un uomo in divisa? Quali sono le ragioni che mi spingono a fare un'affermazione così drastica e così grave? Cercherò di spiegarlo, rivelando particolari inediti, evidenziando le lacune delle indagini e citando alcuni testimoni che sono stati colpevolmente trascurati. Andiamo con ordine. Dalle indagini, e dalle perizie fatte per gli otto duplici omicidi emerge chiarissimo un primo dato: nessuna delle sedici vittime ha accennato a una difesa e tanto meno a una reazione. E nessuno ha tentato la fuga. Perché? Perché chi non ha niente da nascondere non fugge e non reagisce di fronte a un uomo in divisa. Si fida, è una presenza rassicurante, sa che non ha da temere. Il jazzista francese Michel Kraveichvili, ucciso il 9 settembre 1985, con l'amica Nadine Mauriot, a San Casciano, ha tentato una fuga disperata solo quando è stato raggiunto dai primi colpi di pistola. Gli altri sono stati uccisi tutti in auto, seduti, tranquilli. Anche i due tedeschi, attenzione, due uomini giovani, che non erano distratti da pratiche amorose, perché leggevano. E non è vero, come spesso si dice, che le coppiette sorprese dal mostro fossero in mezzo al bosco, circondate dalla vegetazione. Quasi sempre erano a pochi metri da strade statali con molto traffico, su piazzuole pulite, dove sarebbe stato facile vedere arrivare qualcuno e prepararsi alla fuga o a difendersi. Questo particolare ha cominciato a insospettirmi anche perché dopo i delitti del 1981, sulle colline attorno a Firenze, la psicosi del mostro si era diffusa. Se ne parlava. Le coppiette lo sapevano, prendevano precauzioni. Eppure il mostro ha continuato a uccidere fino al 1985, cogliendo sempre di sorpresa le sue vittime. Perché? La risposta l'ho già data: alle coppie si avvicinava un uomo in divisa che scendeva da un'auto con il lampeggiante. Insomma, secondo me, il mostro andava ad uccidere con l'auto di servizio. Lo conferma un testimone frettolosamente trascurato. Si chiama Fosco Fabbri, un guardone. A chi lo interrogava sui suoi movimenti la sera del delitto del 6 giugno 1981 a Scandicci (vittime Carmela Di Nuccio e Giovanni Foggi), insieme all'amico Enzo Spalletti (altro guardone), senza che nessuno glielo chiedesse, parlò di un incontro fatto quattro anni prima. Raccontò che mentre una sera “ batteva” il bosco si imbatté in un uomo che lo minacciò con la pistola, dicendogli prima di essere una guardia forestale e poi un poliziotto. Ma perché Fosco Fabbri raccontò questo particolare? Perché, a mio parere, lo aveva confidato prima al suo amico Spalletti che, attenzione a quel che dico, è stato certamente testimone oculare del duplice omicidio di Scandicci. Spalletti secondo me ha, ancora oggi, la chiave per risolvere il caso. Ma non parla perché non vuole fare la fine di Francesco Vinci e del suo servo, di Milva Malatesta e del figlioletto Mirko, altre quattro vittime del mostro. Ma c'è ben altro, un particolare veramente inquietante, del quale non si è mai parlato. È l'analogia sconvolgente fra il delitto di Borgo San Lorenzo (14 settembre 1974: vittime Pasquale Gentilcore e Stefania Pettini) e quello di Vicchio (29 luglio 1984, il massacro di Pia Rontini e Claudio Stefanacci). A Borgo San Lorenzo Pasquale e Stefania vengono uccisi a colpi di pistola. Nell'auto vengono ritrovati sparsi i documenti personali di Stefania e il libretto di circolazione. La borsetta della ragazza verrà ritrovata, grazie a una telefonata anonima, a 250 m dall'auto. Mi chiedo: perché i documenti erano sparpagliati sui sedili, fuori dalla borsetta, e soprattutto perché il libretto di circolazione non era nel cassettino del cruscotto, dove in genere lo custodiscono gli automobilisti, ma aperto su uno dei sedili? Come se i due ragazzi, prima di morire, lo avessero dovuto esibire a qualcuno. E a chi si mostrano in genere i documenti? Mi pare una domanda inutile. Passiamo al delitto del 1984. I pantaloni di Claudio Stefanacci vengono ritrovati ripiegati sotto il sedile anteriore. La tasca posteriore e bucata da un colpo di pistola che ha trapassato, in senso perpendicolare, il portafogli. Ma sul gluteo del ragazzo non c'è traccia di ferita. I pantaloni quindi sono stati colpiti quando non erano indossati dallo Stefanacci. E neppure quando erano sotto il sedile, altrimenti si sarebbe trovato il foro sul pavimento dell’auto. Qual è la mia ipotesi? Semplice: i pantaloni sono stati colpiti quando il ragazzo li teneva in mano, mostrando all'assassino la tasca posteriore che teneva il portafogli. Una rapina forse? No, perché i soldi erano al loro posto. E allora? Resta l'ipotesi dell'esibizione dei documenti. All'uomo che si era avvicinato, probabilmente già con la pistola in pugno, Claudio mostra i pantaloni dove è custodito il portafogli con i documenti. Ecco l'impressionante analogia con il duplice delitto di 10 anni prima. A Borgo San Lorenzo Stefania Pettini viene raggiunta da una gragnuola di colpi quando ha in mano i suoi documenti e il libretto di circolazione. Li sta esibendo, povera ragazza! Passiamo al delitto del 19 giugno 1982. A Montespertoli vengono massacrati Antonella Migliorini e Paolo Mainardi. Gli inquirenti sostengono che Mainardi è stato ucciso al posto di guida mentre tentava la fuga. Raggiunto dai colpi di pistola e finito con l'auto in una cunetta. Non è vero. C'è un errore clamoroso. I bossoli infatti vengono ritrovati nello spazio di 30 centimetri. Tutti raggruppati. Se il mostro avesse sparato mentre il ragazzo tentava la fuga, i bossoli avrebbero dovuto essere a qualche metro di distanza. E non è vero che Mainardi fosse al posto di guida quando è stato ucciso. Amoreggiava con Antonella sul sedile posteriore. Me lo ha rivelato l'autista dell'ambulanza che è stato il primo a giungere sul posto e ha estratto dall'auto il ragazzo agonizzante. Quindi non può sbagliare. E dopo cosa accade? Mainardi viene trasportato in ospedale ancora vivo. Si spera di salvarlo ma Paolo muore senza aver ripreso conoscenza. Un magistrato abile e intelligente come la dottoressa Silvia Della Monica fa pubblicare ad alcuni giornali una notizia falsa: che Paolo Mainardi di prima di morire ha parlato. Lo fa per provocare una reazione del mostro. E ci riesce. Il giorno dopo i funerali l'autista dell'ambulanza riceve a casa una telefonata. Parla una persona educata, senza accenti, dice di essere della Procura e vuole sapere cosa ha detto Mainardi mentre in ambulanza veniva portato in ospedale. Le telefonate si susseguono il tono è cambiato: l'anonimo dice chiaro di essere il mostro e aggiunge: “Se non mi dici cosa ha rivelato Mainardi, faccio un'altra strage a Baccaiano”. Terrorizzato l'autista se ne va in ferie, a Rimini, e si rifugia in una pensioncina. L'anonimo lo raggiunge per telefono anche lì. Chi poteva conoscere il nome e il numero di telefono di quell'autista? E chi poteva sapere che si era rifugiato in una pensioncina di Rimini? Una persona molto vicina all'ambiente degli inquirenti. Forse, addirittura dentro quell'ambiente. E perché il telefonista minaccia una strage a Baccaiano? Perché lui solo sa che proprio a Baccaiano, quella sera, qualcuno lo ha notato. Questo è un particolare mai emerso che ho scoperto io e del quale ho già fatto una relazione alla Procura. La sera del delitto di Montespertoli, Baccaiano è illuminato a giorno perché c'è una sagra. Un uomo, il cui nome ho già fornito al magistrato, sta uscendo di casa quando lungo la via principale vede arrivare, a passo d'uomo, un'auto: “Sembrava in perlustrazione”, mi ha detto. “Incuriosito l’ho seguita. Quando mi è passata accanto ho notato due particolari. A bordo c'era una sola persona, in divisa, che, come infastidita, ha tentato di nascondere il viso”. Era un'auto della polizia con la scritta sulla fiancata! Mezz’ora dopo, a pochi chilometri da Baccaiano, sono stati massacrati Paolo Mainardi e Antonella Migliorini. Su quell'auto c'era l'assassino che cercava le sue vittime, perché io credo che il mostro non colpisse a casaccio fra le coppiette appartate, ma adocchiasse prima le sue vittime e le seguisse, aspettando il momento opportuno. Faccio queste affermazioni perché ho le prove. Barbara Locci, StefaniaPettini e Susanna Cambi, prima che fossero uccise, avevano confidato ad amici di essere seguite, di aver fatto incontri che le avevano turbate. La stessa Pia Rontini, se n’è parlato ancora nei giorni scorsi, si sa benissimo che era tenuta d'occhio al bar dove lavorava. E tutti sanno che a pedinarla non era Vanni! Il mostro ha tenuto una relazione perversa con gli inquirenti, fin dall'inizio. Ne volete una prova? Eccola. La serialità dei delitti viene individuata dopo l'omicidio del giugno 1981 a Scandicci. Si scopre, grazie ai segni sui bossoli, che a sparare è stata la stessa pistola ca.22. Dopo il secondo delitto dell'81 nasce il mostro e nell'82 (omicidio Mainardi e Migliorini) gli inquirenti sono già sulle tracce di Francesco Vinci. Perché? Un anziano sottufficiale si è ricordato del delitto del ’68, dirà il dottor Perugini, capo della SAM. Non è vero. In realtà al dottor Vincenzo Tricomi, pubblico ministero a Firenze, è arrivato un biglietto anonimo. È lo stesso magistrato a rivelarlo a un giornalista. “Sono molto vicino a voi”, c’è scritto nel messaggio, “ andate a riguardarvi un delitto del 1968. È stata uccisa una coppia. Il fascicolo è depositato in procura a Perugia”. Si tratta del duplice omicidio di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, archiviato con una sentenza passata in giudicato che aveva condannato Stefano Mele, marito della Locci. Come faceva l'anonimo a sapere che il fascicolo era a Perugia? Comunque questo fascicolo viene ritrovato. Contiene anche i bossoli che hanno ucciso, perché nel 1968 la perizia balistica l'aveva fatta il generale Innocenzo Zuntini, che aveva l'abitudine di non consegnare i bossoli rispettati alla direzione di artiglieria ma di allegarli al fascicolo chiudendoli in bustine di plastica. Vengono quindi ritrovati e analizzandoli si scopre che sono stati esplosi dalla stessa calibro 22 che ha ucciso a Borgo San Lorenzo, Calenzano, a Montespertoli e a Scandicci. Il mostro ha cominciato a uccidere nel ‘68 ed è lui stesso a farlo sapere agli inquirenti, inviando al magistrato di Firenze il messaggio anonimo. Per il delitto del ’68 Stefano Mele ha scontato 13 anni di carcere. Ed era innocente!"

lunedì 31 ottobre 2011

Nino Filastò - Intervista su Il giornale della Toscana - 08 settembre 2000

Il giornalista Michele Giuntini raccolse l'intervista che segue per il quotidiano "Il giornale della Toscana".

Nino Filastò: Ricondurre ad unità questi delitti è una cosa necessaria, ma non sono gli unici omicidi che gli investigatori devono ripescare dal passato. Leviamoci dalla testa che ci sia un serial killer che agisce su procura, qui siamo di fronte ad una persona garvemente malata, che agisce da sè esprimendo una sua sindrome personale. Lui deve essere lì quando uccide. Deve essere lui ad uccidere. E' sempre stato così, in questo senso esiste una casistica che non sbaglia. E dire una cosa diversa, come proseguono a pensare negli ambienti investigativi fiorentini, è  un'assurdità. Intanto diciamo che i quattro omicidi dell'agosto 1993, come ho sempre sostenuto, vanno necessariamente collegati. In quei quattro omicidi, accaduti in due circostanze distinte e che peraltro costituiscono un alibi per Pacciani (all'epoca in carcere, ndr) e per Vanni, ho notato studiando il caso Mostro di Firenze, un elemento che vi ricorre sempre: il fuoco. Ho riscontrato due casi che vanno a coprire parte del periodo di vuoto esistente tra l'omicidio del Mostro del 1974 e quello del 1981. Ci sono due fatti mai spiegati dove ritoma il fuoco, con cadaveri ritrovati bruciati, un po' come quello semicarbonizzato nel letto della prostituta Mattei a San Mauro a Signa. Uno di questi fattti avvenne agli inizi degli anni '80, ad ad appena 100 metri da dove fu consumato l'omicidio di Calenzano il 22 ottobre 1981, con l'uccisione di Susanna Cambi e Stefano Baldi. Fu trovato bruciato nella sua macchina un uomo. Fu un caso archiviato come suicidio e così il fatto passò in sordina. Un'altra morte simile accadde a Giogoli,  dove furono uccisi i ragazzi tedeschi il 9 settembre del  1983. Fu difficilissimo identificare il corpo dell'uomo che venne trovato morto bruciato nella sua macchina. Ci riuscirono esaminando i resti di alcuni pneumatici incendiati rimasti all'interno della vettura. Così fu capito che era il cadavere di uno sfasciacarrozze. Nella mente malata del maniaco il fuoco è elemento che ci sta tutto, un pò come la perfezione raggiunta nel compimento dei delitti. Quindi secondo me giova lo sforzo di ricondurre ad unità gli strani delitti avvenuti a Firenze. Come quelli delle prostitute, come quello rimasto perfetto di via del Proconsolo che fu compiuto in pieno giorno, come quello di un frequentatore delle Cave di Maiano trovato assassinato a coltellate. Come quelli del mostro di Firenze.  
L'avvocato Filastò, come difensore di Vanni tornerà avversario di Giuttari in occasione del ricorso alla Corte di Cassazione che verrà discusso il prossimo 26 settembre.
Nino Filastò: Punto sull'inattendibilità assoluta di Lotti, su quella di Pucci, sentito nello stesso ruolo di testimone ed imputato e sulla conseguente necessità di rivedere il materiale probatorio. Confido inoltre nelle spaventose lacune della ricostruzione dell'omicidio di Baccaiano del 19 giugno 1982.

martedì 22 marzo 2011

Francesco Bruno - Intervista su La Repubblica - 31 ottobre 2001

Il 31 ottobre 2001 il quotidiano La Repubblica pubblicò l'intervista che segue al dott. Francesco Bruno.

Francesco Bruno: Per cominciare: non sono io, il Mostro. Il Mostro, o lo fai o lo studi. E io l' ho studiato...
Che farmaci prescrisse al suo paziente (Pietro Pacciani ndr)?
Una sola ricetta, oltre un anno prima che morisse. Il Suguan, per il diabete. Il Lanitop o il Lanoxin, per la cardiopatia. E qualche ansiolitico, tipo Valium. Ma il "Vampa" neanche li prendeva. Aveva paura di essere ammazzato, sì, ma dai giornalisti che lo perseguitavano, diceva. E poi beveva, molto.
E' certo che Pacciani non abusasse di farmaci, che quel cocktail non fosse pericoloso per la sua salute?
La sua salute era già degradata. Resto convinto che sia morto di morte naturale. A meno che i periti non abbiano trovato del cianuro... Un medico, se vuole, può ammazzare chiunque, ma non Pacciani. Lui non si fidava di niente e di nessuno.
Come mai gli ordinò quei farmaci?
Gli inquirenti che mi hanno perquisito cercando ricette, cartelle cliniche, magari sospettavano che l' avessi ammazzato io... e dire che lo consideravo un Mostro costruito in provetta». Lei era o no il suo medico? «Lo diventai come escamotage per visitarlo in carcere. A Sollicciano, e poi a Pisa. Faticavo a convincerlo a curarsi. Poi, quando fu scarcerato, nella primavera del '96, gli consegnai una ricetta che proseguiva la terapia del centro clinico di Pisa. Stessi farmaci. In seguito, se ne occupò il medico di base.
Qualcuno potrebbe averlo eliminato perché annunciava un memoriale? 
Pacciani scriveva memoriali dalla mattina alla sera. 
Aveva i pantaloni abbassati quando lo trovarono morto? 
Non ci vedo stranezze: cercava aria, forse tentava di andare in bagno... Aveva già avuto un edema. La cartella clinica che mi hanno sequestrato si riferisce a quell' episodio. Se poi qualcuno, la notte in cui morì, entrò in casa, non potrei escluderlo.
Nel suo libro lei afferma che il Mostro si chiama Giovanni. Sembra che lo conosca bene... 
Io ho scritto, per esempio, che sarebbe stato bene fare accertamenti sul direttore di una clinica per anziani: Villa Santa Teresa. Ho fornito numeri di targa. Sono convinto che il vero Mostro sia uno dell' ambiente medico. Uno che ha goduto e gode di protezioni altissime. O nell' ambiente nobiliare fiorentino. O nella massoneria. Perché non si è indagato davvero sulla strana morte del conte Roberto Corsini?
Aurelio Mattei, del Sisde, sostenne che Pacciani non sarebbe arrivato vivo all' ultima sentenza. Il suo libro, "Coniglio il martedì", sembra una biografia del Mostro. 
Mattei usava il mio studio. C' ero quando lo affermò, ma fu equivocato. Il libro, poi, è pura fantasia. In effetti, io gli diedi il mio dossier, quello che redassi per il Sisde nell' 85, ma lui non lo usò.
Chi è il Mostro, secondo lei? 
Un' idea ce l' ho, ma non la dico. Se è ancora vivo, potrebbe esser stato chiuso in una clinica in Svizzera. O, più probabile, è stato ucciso o si è suicidato, di recente. Comunque, troveremo un memoriale. Se lasceranno lavorare Giuttari, lo sapremo.
Rif.1 - La Repubblica 31 ottobre 2001

giovedì 10 marzo 2011

Michele Giuttari - Intervista su La Repubblica - 22 gennaio 2004

Il 22 gennaio 2004 il quotidiano La Repubblica pubblicò l'intervista che segue al dott. Michele Giuttari.

Perché si è messo a scrivere?
L'idea mi è venuta nel '98 dopo la sentenza di condanna ai compagni di merende. Sentii l'impulso molto forte di raccontare quella vicenda e soprattutto il metodo investigativo che avevamo seguito per concretizzare l'ipotesi che quei delitti fossero opera non di un killer solitario, ma di un gruppo di assassini.
Allora scrisse Compagni di sangue.
Poi scoprii la passione della scrittura. Ebbi delle vicissitudini, mi assentai dal lavoro e mi rifugiai nella scrittura. E meno male, fu una valvola di sfogo.
Un'operazione terapeutica?
In un certo senso. Nella vita di un poliziotto spesso si attraversano momenti difficili, che ti segnano. Se non si riescono a superare può capitare di tutto. La scrittura mi ha aiutato. Così continuai con un altro libro scritto di getto e poi quest'ultimo, Scarabeo.
In Scarabeo c'è una parte tecnica in cui parla il poliziotto, l'uomo concreto che sa come funzionano le indagini, l'importanza degli informatori, la prudenza a collegare fatti senza prove. E nello stesso tempo c'è sullo sfondo la vicenda del Mostro che occupa la sua vita da tanto tempo. Difficile distinguere la realtà dalla finzione.
Il Giuttari investigatore usa molto il cervello, è un poliziotto come nella vita reale. Ma è anche chiaro che l'esperienza del Mostro mi ha segnato e mi segna ancora. Lo scrittore, anche se mantiene i riferimenti sullo sfondo, è costretto a citarli.
Nel libro lei descrive Firenze parlando della sua bellezza, della sua storia e poi raconta di quei portoni chiusi dietro ai quali sono nati delitti, intrighi di potere per secoli. Esiste davvero questo lato oscuro della città o è un artifricio letterario?
Questo è un volto di Firenze che, prima che come scrittore, mi ha colpito come investigatore. Questa è una città che anche prima del Mostro ha conosciuto delitti efferati. Ma allora c'è un volto nascosto, l'Arno scorrendo si porta via le acque torbide ma non i misteri. L'investigatore si chiede: perché?
Si è dato una risposta?
Questa è una domanda troppo difficile.
Lei fa dire al suo protagonista che ogni delitto irrisolto resta nella memoria della città per sempre. E' davvero così?
La gente di Firenze, la gente normale onesta, sa che c'è un assassino, o più di uno, in libertà e questo pensiero li segna. Questo il poliziotto deve pensare. Risolvere un delitto è un dovere verso la comunità, l'investigatore deve amare fortemente la verità.
Non ha mai paura che il suo lavoro sia un'ossessione, di diventare paranoico?
No. Io sono un uomo molto concreto, che sta con i piedi per terra, che guarda sempre i fatti. Io mi conosco benissimo, finora non ho mai avuto segnali in questo senso.
Visto che lei è un uomo concreto, gli ultimi sviluppi dell'indagine sono concreti?
Le rispondo con atti che sono pubblici. I giudici che condannarono Pacciani e i compagni di merende scrivono che sulla base di quel processo sono emersi elementi che portano verso la presenza di un mandante. E quindi chiedono alla Procura di indagare.
Si sente vicino alla verità?
Il motore che muove un investigatore deve essere un forte amore per la verità. E io ce l'ho. Per la verità piena, non la mezza verità.
Rif.1 - La Repubblica 22 gennaio 2004

mercoledì 23 febbraio 2011

Giuseppe Alessandri e Nino Filastò - Intervista su La Stampa - 28 gennaio 1996

Alla viglia del processo di appello a Pietro Pacciani il quotidiano La Stampa pubblicò l'intervista che segue a Giuseppe Alessandri, autore del libro "La leggenda del Vampa" e Nino Filastò, avvocato e scrittore fiorentino.
Nel processo di primo grado ha deciso che Pacciani sia colpevole. E' nel giusto?
G.A.: Sì. Perché il processo ha visto la disfatta di Pacciani e della sua linea difensiva.
N.F.: No. La sentenza ha condannato un innocente. Ma l'errore non riguarda la legge: sta nell'avere dimenticato l'esistenza di altri indizi a mio parere più gravi e precisi, che instradavano le indagini in una direzione ben diversa da Pacciani. Perché il giudice di primo grado non li ha considerati? Perché nella sentenza non ha neppure accennato a un bilanciamento fra indizi a carico e quelli a favore, vale a dire epici dati processuali, anche di valore scientifico, che indicano una persona diversa? La risposta indica l'errore di fondo della sentenza. E' un tipo di errore che il filosofo pragmatista americano William James (fratello dello scrittore Henry James) definisce col termine fallacia. Ed è la conseguenza di un difetto di impostazione in cui il ricercatore carica l'oggetto della ricerca di personali e collettive inibizioni o aspettative. A causa di esse lo trasforma idealmente, rendendolo omogeneo a quelle indizioni o aspettative. Qualche cosa del genere accade col mostro di Firenze: molti indizi indicano una persona intelligente, discreta cultura, ceto medio, dotata di mezzi, integrata nell'ambiente cittadino che ha dimostrato dimestichezza con la stampa o addirittura con organi polizieschi o giudiziari. E forse ha una famiglia. Costui, con tutti i crismi della sana normalità è contemporaneamente uno dei criminali più spietati, freddi, efficienti e pericolosi apparsi nel nostro Paese in questo secolo. Un simile quadro, ipotetico ma attendibilissimo, incontra difficoltà, prima di tutto di natura psicologica, ad essere ammesso. La ricerca degli inquirenti ha modificato il suo oggetto, "creando" un personaggio antitetico, cioè un individuo povero e brutto, in rivolta perenne col mondo, rozzo, violento, sporcaccione, emarginato, una specie di fauno boschivo, un individuo passionale già dichiarato omicida con sentenza passata in giudicato: Pacciani, insomma.
Quali i punti fondamentali presentati dall'accusa e quali dalla difesa? E sono credibili? 
G.A.: L'accusa ha puntato tutto sui pesantissimi indizi rappresentati dagli oggetti sequestrati a Pacciani e risultati appartenuti ai due giovani tedeschi assassinati dal maniaco nel 1983 a Giogoli e dalla cartuccia rinvenutagli nell'orto e incamerata nella Beretta 22 del mostro. Le innumerevoli testimonianze tutte a sfavore, il naufragio degli alibi e la risibilità delle giustificazioni hanno fatto il resto.
N.F.: Il raffronto fra le caratteristiche dei delitti e il personaggio del contadino mugellano rende incredibile l'ipotesi Pacciani. Le indagini prima e la sentenza dopo manifestano una inaccettabile banalizzazione degli omicidi commessi dal serial killer di Firenze. Banalizzazione che appare, per fare un esempio, perfino nel titolo del libro del dottor Ruggero Perugini, già responsabile della Squadra antimostro della questura fiorentina: "Un uomo abbastanza normale". Non si tratta di trovare una persona violenta, ma uno psicopatico violento in un certo specialissimo modo. Non un perverso sessuale, bensì un sadico, afflitto da impotenza e da un grave disturbo della personalità da cui gli deriva una generale inibizione ai rapporti sessuali, di qualsiasi natura essi siano. Non una persona che, a causa di un tradimento, nutra del rancore verso una donna, ma un odiatore di tutte le donne del mondo. Pacciani non è uno psicopatico e vive per appagare la sua sensualità: il sesso praticato in misura superiore a certi standard di moralità e normalità è per lui fonte di appagamento, alla stregua della roba che accumula, del cibo, del vino. Nel "Pacciani innocente", ho insistito sul contadino Pacciani, il quale vede sì le donne esclusivamente in questa l'unzione di appagamento, le considera oggetto di possesso ma non le odia. L'uccisione dell'amante occasionale della Bugli è un comune omicidio passionale. La cartuccia nell'orto, come l'auto vista agli Scopeti in corrispondenza dell'omicidio della coppia di francesi, indicano che qualcuno ha contaminato la prova a danno di Pacciani: ne è prova l'episodio dell'asta guidamolla, la lettera anonima che l'accompagna e altri scritti anonimi a torto trascurati nel corso del processo di primo grado. Il blocco da disegno: la Corte d'Assise ha ignorato come dal prezzo si deduca che l'oggetto sequestrato a Pacciani è stato posto in commercio dopo l'omicidio dei due giovani tedeschi. Da tracce obiettive reperiate sull'auto di Pia Routini si ricava l'altezza del mostro: 1,85. Dato ineliminabile che costringe il giudice di primo grado a congetturare la presenza di un complice.
Pacciani ha sempre negato tutto. Perché? 
G.A.: Perche la menzogna e la dissimulazione sono il suo pane. Anche al processo per il delitto del '51 si comportò così: è tipico di chi sa di avere la coscienza sporca e vede tranelli dietro ogni angolo.
N.F.: Pacciani mente su un solo punto: quando nega di essere un guardone. Molti suoi guai cominciano da lì. Pacciani guardone in veste di esterrefatto osservatore ha incrociato il mostro nell'occasione del duplice delitto dei tedeschi. Per questo il mostro lo odia e ha seminato indizi a suo carico: odia i guardoni, come non tollera le coppie che involontariamente si esibiscono amoreggiando in auto. Pacciani nega perché in carcere gli hanno insegnato a negare tutto, e perche teme di aggravare la sua posizione.
Sul verdetto della corte d'Assise hanno inciso la vicenda delle violenze a cui Pacciani aveva sottoposto le figlie e la presenza della tv in aula? 
G.A.: Più che il fatto in sé devono aver influito sulla corte certe modalità: Pacciani stuprava le figlie anche nei boschi e anche di notte, tormentava loro la mammella sinistra, prediligeva i peli dei pube, spiava le coppiette. E ha dato l'impressione di un commediante.
N.F.: Nel processo d'Assise la vicenda delle violenze è stata enfatizzata e che abbia influito negativamente sul verdetto è sicuro, basta leggere la sentenza. Com'è sufficiente rammentare la sequenza della testimonianza delle figlie, per capire quale nefasta influenza, sotto il profilo della suggestione, abbia avuto il processo spettacolo a discapito del processo civile e giusto. Sì, l'intervento della telecamera e stato un episodio di bassa civiltà.
Le rigature sui proiettili della «Beretta calibro 22» sono la «firma» dell'assassino. Che fine ha fatto quell'arma? E se ha ucciso in 16 occasioni, perché Pacciani non la impugnava anche la prima volta? G.A.: Probabilmente se n'è disfatto una mattina di febbraio del 1992, elusa la sorveglianza dogli agenti; ma l'arma potrebbe ancora trovarsi seppellita da qualche parte. Ne "La leggenda del Vampa" tendo a dimostrare che anche la notte del 21 agosto 1968, a Signa, sparò lui.
N.F.: Ignoro se l'arma abbia fatto una qualche fine. Può essere ancora nelle inani del mostro autentico. Ha ucciso in tutte le 18 occasioni, impugnata ogni volta dalla medesima persona: questo mi pareva uno dei pochi dati certi ricavabile dalle indagini. La sentenza di primo grado sconvolge anche tale certezza ed è una contraddizione non da poco.
Dal 1985 il «mostro» non ha più ucciso. Perché? 
G.A.: Poiché Pacciani venne perquisito dai carabinieri il 19 settembre 1985, 11 giorni dopo il delitto: l'aveva scampata bella, s'impaurì e appese la pistola al chiodo.
N.F.: Il mostro dopo il 1985, e mentre Pacciani era in carcere, ha assassinato Francesco Vinci e il suo servo pastore e la figlia dell'amante di Pacciani con il figlioletto. I delitti, a pochi giorni di distanza l'uno dall'altro, sono stati commessi con identiche modalità. Pero non è stata usata la famosa Beretta. Perché? Forse il mostro ha deciso di non "firmare" più. In un anonimo del 1985, a mio parere scritto da lui, si dice "Non commetterò più errori". Firmare un delitto, dal punto di vista dell'assassino, è un orrore.
E allora, perché ha sempre voluto farsi riconoscere? 
G.A.: Soprattutto ha avuto la presunzione di ritenersi ormai invincibile e ha quindi commesso gli orrori tipici di chi sottovaluta la mutevolezza della fortuna.
N.F.: La spiegazione sta nella sua contorta psicologia. Da quale punto di vista? Discorso lungo: ma quale esso sia, il motivo non collima con la personalità di Pacciani.
Rif.1 - La Stampa - 28 gennaio 1996 pag.11

giovedì 10 febbraio 2011

Claudio Arpaia - Intervista su La Repubblica - 21 agosto 2004

Il 21 agosto 2004 il quotidiano La Repubblica pubblicò un'intervista al capo della squadra mobile di Lucca, Claudio Arpaia, che seguì le indagini sul duplice omicidio di Paolo Riggio e Graziella Benedetti.

Dottor Arpaia, l’indagine su questo duplice delitto è finita nel dimenticatoio? «Purtroppo, è finita nel nulla più assoluto». Avrete pensato ad un movente privilegiato per questo assassinio?
-Non è stata una rapina vera e propria, almeno non lo crediamo; non abbiamo trovato nulla che ci facesse pensare ad una vendetta per questioni di debiti non pagati; scartammo anche l’ipotesi di una o un amante geloso o tradito, pronto a vendicarsi.
Quindi, dopo qualche anno di inchiesta, la vicenda è stata archiviata. Secondo lei, non ci sono motivi per pensare che le indagini possano ricominciare?-Se non ci saranno delle novità tangibili, è sicuro che il caso non verrà più riaperto. Al momento non ci sono motivi per un supplemento d’indagini.
Eppure, avrete avuto qualche indizio nel corso di questi anni?
Sospetti, soltanto sospetti.
Si spieghi meglio. A distanza di vent’anni può essere più preciso senza timore di violare alcun segreto istruttorioD’accordo. Nutrivamo dei sospetti su un lucchese di mezza età. Fu oggetto di indagini, venne anche perquisito, ma nulla fu trovato contro di lui.
Pensaste anche al mostro di Firenze, almento nelle prima battute, non è vero?
Francamente io lo esclusi subito
Poi arrivò anche la conferma della perizia balistica...
Fu fatta una perizia apposta per comparare i bossoli trovati sul luogo del delitto lucchese con quelli rinvenuti sulle colline fiorentine. La perizia stabilì con certezza che non era stata la stessa pistola a sparare.
Che cosa la convinse subito che il mostro non c’entrava?
Per esempio, il luogo non aveva niente a che spartire con i delitti del maniaco di Firenze. E poi, così a fiuto, pensai subito a qualcos’altro...
Escluse anche che potesse essere un emulo del mostro?
Per carità, un fatto emulativo è possibile. Non si può escludere di imbattersi in qualcuno che segue le orme di un delinquente rimasto impunito per anni, divenuto ormai famoso come il maniaco delle colline firentine.
E i suoi sospetti su chi si appuntarono allora?
Su un guardone anzianotto.
E oggi, a vent’anni di distanza, confermerebbe quei sospetti o pensa a qualcosa di diverso?
-Oggi, penso che si sia trattato di un movente misto. Credo che tutto sia iniziato con un tentativo di rapina finito in maniera funesta; e sono convinto che l’assassino abbia poi tentato di camuffare la scena del delitto.
 Forse non pensava di uccidere? E allora perché aveva una pistola con sé?
-C’è chi si fa forza proprio nel possedere una pistola, ma non per questo è convinto di usarla.
A distanza di tanto tempo, pensa che siano stati commessi degli errori che vi allontanarono dalla possibile soluzione del caso?Non credo. Partimmo dallo zero assoluto. Non c’era un movente e anche la rapina convinceva poco. Credo che oggi seguiremmo la stessa strada percorsa allora.
Rif.1 - La Repubblica - 21 agosto 2004 pag.11

lunedì 26 luglio 2010

Francesco De Fazio - Intervista su La Nazione - 11 settembre 1985

L'11 settembre 1985 il quotidiano La Nazione pubblicò l'intervista che segue al criminologo Francesco De Fazio.
Francesco De Fazio :(Relativamente all'impronta trovata a Scopeti) E' un'orma profonda lasciata probabilmente da qualcuno che sta facendo uno sforzo o trascinando un peso. Il tacco della scarpa che potrebbe essere quella dell'assassino, misura nove centimetri e probabilmente corrisponde a un numero 44, una misura grande per un uomo alto almeno un metro e 85. (...) Voi gionalisti dovete fare attenzione a quello che scrivete. Ricorderete che una volta un sessuologo descrisse il mostro come un mammone, uno che asporta il pube ma non il petto, simbolo materno. Ebbene, lui staccò subito il seno alla ragazza di Vicchio e la cosa si è ripetuta con la francese. Adegua anche la tecnica dei delitti alle circostanze ma lascia la sua firma perchè vuole essere riconosciuto. Abbiamo creato lo stereotipo del mostro e lui ci tiene. Del resto è normale: anche un ladro di galline, dopo 18 anni di galera dice di aver rapinato una banca.
Ma non c'è contraddizione fra questo esibizionismo e il comportamento di un uomo che a differenza di altri famosi criminali non si fa mai vivo e non manda messaggi ai giornali o alla polizia?
E' la sua singolarità. Proprio per questo potrebbe diventare un caso unico nella storia criminale.
E' vero che può non essere un gran tiratore?
Non sa sparare? Non dategli questa frustrazione. Del resto, da quando ha cominciato ad uccidere, ha migliorato la sua capacità di sparo. Non credo nemmeno che abbia avuto una pila. Lunedì sera mi sono reso conto che qui, al buio, ci si può vedere bene fino a due metri.
Il mostro sceglie le sue vittime?
No questo delitto lo dimostra in modo inequivocabile. Direi, invece, che sceglie il luogo, la situazione. Stavolta, poi, ha anche cercato di ritardare la scoperta dei corpi e lo ha fatto con freddezza e razionalità
Ha avuto problemi a uccidere?
Non è proibitivo ammazzare due persone, direi anzi che è facilissimo e semplicissimo.
Avrà avuto paura di essere scoperto quando ha visto il ragazzo uscire dalla tenda?
Non credo. E' facile inseguire un uomo nudo e scalzo.
Diceva che sceglie accuratamente il luogo dei delitti. Perchè?
Uno sprovveduto ucciderebbe in un anfratto, in un luogo chiuso. Lui no, vuole trovarsi sempre in una situazione dominante e soprattutto all'aperto, in modo da potersi dileguare, svanire nel nulla subito dopo aver colpito. Anche la decisione di nascondere i corpi è razionale: la piazzola è vicina alla strada e forse temeva che venissero scoperti troppo presto.
Rif. 1 - La Nazione - 11 settembre 1985 pag.1

lunedì 19 luglio 2010

Lorenzo Nesi - Intervista su La Nazione -

Il 30 dicembre 2004 il quotidiano La Nazione pubblicò l'intervista che segue a Lorenzo Nesi.
Lorenzo Nesi: Ora basta, quando vengo attaccato nella mia rettitudine ho il dovere di rispondere. Si parla di cose che mi fanno soffrire e che da 15 anni porto avanti nel segno della verità e dell'onestà. Non accetto di essere trattato così, denunciato da quell'avvocato...
Nino Filastò, il difensore diVanni.
Sì, lui. Può raccontare quello che vuole, ma non la verità. Quella la so io . E Mario.
E quale sarebbe, Nesi?
Ora gliela dico. Mi permette una rapida cronistoria?
Prego.
Pietro Pacciani non era un mio amico, lo conobbi perché era stato portato da delle monache, gli davo dei pezzi di maglieria della mia azienda. Diceva di essere un agnellino, ricorda?
Certo, a quei tempi sembrava che lo fossero tutti.
E invece io sapevo che lui aveva una pistola e così quando lessi che era indagato per i delitti, mi sentii in dovere di andare in procura.
Al processo di primo grado a Pacciani, lei disse di averlo visto in auto con un altro uomo la sera del duplice delitto agli Scopeti.
Ero sicuro di quello. Così partirono altre indagini.
Quelle sui compagni di merende...
Nessuno confessava, nè Vanni nè Lotti. Poi ci furono le intercettazioni...
Quali intercettazioni?
In un bar di San casciano: Pacciani, Vanni, Lotti e una donna, credo la Ghiribelli, parlavano dei delitti del mostro. Il processo d'appello fu una buffonata: assoluzione in tre giorni e quelle intercettazioni non vennero accettate. Poi la Cassazione annullò tutto all'ultimo momento, quando sembrava ormai che Pacciani dovesse essere assolto anche lì.
Pacciani, poi, morì.
Già l'agnellino...E Vanni? In tanti avevano detto che non c'entrava niente, ma io avevo parlato con lui già prima del primo processo e mi sembrava chiaro che sapesse molto. Ma tutti a dire 'ma no, ha solo paura...' E invece è vent'anni che sapeva e sa.
 A parlare con Vanni in carcere, chi...
No. Non mi ha mandato nessuno. Mi ha contattato un assistente sociale del carcere di Pisa perché è stato lui, Vanni, a voler parlare con me. E con me ha iniziato ad aprirsi. E se non c'era quella mano oscura...
Quale mano oscura?Io non lo so. Ma stia a sentire bene quel che le dico ora. L'ultima volta che ho incontrato Vanni in carcere mi disse queste testuali parole: 'Lorenzino, andiamo in procura, io dico tutto'.
Vanni? Ma era lucido?

Lucidissimo. Doveva esserci un incontro con gli investigatori: con me presente, lui avrebbe raccontato tutto.
E poi?
Da allora,  agosto 2003, i colloqui con Vanni si sono interrotti. Non sono più riuscito a incontrarlo. Si sarebbe potuti arrivare in fondo, alla verità ma tutto è stato bloccato.
Da chi?
 Non lo so. Una mano oscura ha fermato la procura, gli investigatori, me, Vanni. Tutti. Forse aspettano che Mario muoia, così la verità morirà con lui.
Quindi, Vanni sa.
 Nei primi incontri in carcere era reticente, poi si è sciolto. Io lo conosco, è un amico anche se lo denunciai. Lui sa. E per la prima volta ne ha parlato con Lorenzo Nesi.
Vanni ha anche detto di un nero, di Ulisse. Un altro presunto mostro.
Mai visto. Ma che i mostri fossero più d'uno io l'avevo detto prima dell' assise: mi fu detto che era uno solo.
Nesi, conosce Francesco Narducci?

Quel che so è contenuto nei verbali di polizia. Preferisco non dire altro.
Lei pensa che arriveremo mai a una fine?

Non lo so. Ma tutti gli investigatori lavorano molto bene e con grande sacrificio.
E quella mano oscura che avrebbe fermato Vanni?

Non lo so, gliel'ho detto. Io però mi ribello, per questo ho deciso di parlare con lei. E non è facile, mi creda. E' un rischio anche per me. Posso dire un'ultima cosa?
Dica.
Scriva che Lorenzo Nesi ha deciso di parlare in memoria di Renzo Rontini di cui ero amico e del quale ho visto la disperazione.
Rif.1 - La Nazione - 30 dicembre 2004 p.18

venerdì 16 luglio 2010

Renzo Rontini - Intervista su Il Tirreno - 26 marzo 1998

Il 26 marzo 1998 il quotidiano Il Tirreno pubblicò le dichiarazioni che seguono di Renzo Rontini, padre di Pia. 
Renzo Rontini: Oggi mi sento più forte perché dopo quattordici anni di lotta finalmente sono stati condannati quelli che hanno ammazzato la mia figliola. Però la battaglia non è finita perché non mi darò pace finché non saranno scoperti e condannati i mandanti.
Che cosa le suscitano Vanni e Lotti? 
Un sentimento di soddisfazione perché sono stati condannati. Finalmente posso tirare un sospiro di sollievo.
E' proprio convinto che siano stati loro ad ammazzare Pia? 
Sì, sono sicuro.
Se un giorno dovessero chiederle perdono glielo accorderà? 
No, no, no...
Perché? 
Preferisco morire piuttosto che perdonare chi ha ammazzato la mia figliola. Io sono credente ma se la Chiesa mi dovesse dire che Dio perdona gli assassini di Pia smetterei di credere.
E se nel processo di appello Vanni e Lotti dovessero venire assolti? 
Ah, vedremo. Sì, perché sono convinto che prima di quella data usciranno fuori nuove prove. Soprattutto spero che si scopriranno i mandanti, cioè coloro che hanno pagato gli assassini.
Si è fatta un'idea di chi possano essere i mandanti? 
Sì, però preferisco non dire nulla. Di sicuro abitano nella zona di San Casciano ed è gente benestante.
Dopo la sentenza quale è stato il suo primo pensiero? 
Non ho pensato ma pregato. Per Pia.
Ora che cosa farà? 
Continuerò a cercare tutta la verità. Finché non saranno condannati anche i mandanti le ripeto che non avrò pace.
Intanto la sua casa è all'asta, lei è senza lavoro... 
Vivo alla giornata. Miseramente. I miei averi accumulati dopo anni e anni di lavoro si stanno consumando tutti. Mi vede come sono ridotto? Però oggi io ho qualcosa che è più grande della casa, dei soldi e della salute: la giustizia. Per un uomo la giustizia è il valore più grande e io l'ho inseguita e continuerò a farlo a qualunque costo.
Rontini, lei ha 67 anni, una moglie, un'altra figlia, dei nipotini. Non le viene mai la voglia di pensare a loro, di ricominciare a vivere normalmente per quanto ciò sia possibile per un uomo a cui è stata uccisa una figlia? 
No. E sa perché? 
Me lo dica. 
Perché non c'è amore senza giustizia. Lottare perché sia resa giustizia a Pia è il gesto di amore più grande che io sento di dovere a mia moglie, all'altra mia figliola e ai miei nipoti.
Rif.1 - Il Tirreno - 26 marzo 1998 p.1
Vedi anche:
Renzo Rontini - Intervista su La Repubblica - 03 novembre 1994

lunedì 12 luglio 2010

Natalino e Stefano Mele - Intervista su Panorama Mese - Gennaio 1986

Nel gennaio 1986 la rivista Panorama Mese pubblicò il colloquio che segue tra Stefano Mele ed il figlio Natalino che lo raggiunse a Ronco all'Adige dove stava scontando gli arresti domiciliari.

Natalino Mele: Babbo, non devi aver paura. Io quella notte non ti ho visto. Non ho visto nessuno. Se io avessi visto il mostro, da tempo mi avrebbe fatto fuori.
Stefano Mele: Non potevi avermi visto, perché io non c'ero.
NM: E perché hai confessato?
SM: Io ero il marito. I carabinieri, i tuoi zii, tutti in paese erano convinti che ero stato io a uccidere la mamma. Negli interrogatori mi hanno picchiato. Alla fine riescono sempre a farti dire quello che vogliono.
NM: Ma perchè hai accusato i Vinci e gli altri amanti della mamma?
SM: Perché mi hanno fatto un grande male. Alla fine erano diventati prepotenti. Pestavano me, la Barbara e qualche volta anche te. Il Francesco minacciava di morte tua madre.
NM: Ma tu non lo hai visto ucciderla?
SM: No, non l'ho visto.
NM: Dunque non devi accusarlo.
SM: Ma sono convinto che siano stati loro ad ucciderla
NM: Basta babbo! Se non li hai visti, non puoi saperlo. Non devi continuare ad accusare gente perché a te hanno fatto del male. E poi, perché hai accusato gli zii Giovanni e Piero?
SM: È stato il giudice Rotella a farmelo dire. Mi ha fatto confondere. Anche quest'ultima volta che mi ha tenuto in galera, ha tentato di farmi dire altre cose. Per convincermi a parlare, mi ha detto che tu eri morto. Che il tuo cadavere era stato trovato nei boschi. Che il mostro ti aveva ucciso. E che tutto questo era colpa mia, perché non parlavo. Ma io di Rotella non ho più paura. Non ho più paura di nessuno. Alla fine di quest'anno, quando finirò di scontare la condanna per calunnia e tornerò finalmente libero, due cose voglio fare: trovarmi un bravo avvocato che si interessi al mio caso e faccia causa allo Stato per il male che mi ha fatto; e poi fare un viaggio all' estero . Voglio andare in Francia, in pellegrinaggio a Lourdes.
Rif.1 - Panorama Mese - Gennaio 1986 p.81

lunedì 5 luglio 2010

Mario Rotella - Intervista su La Nazione - 29 ottobre 1985

Il 29 ottobre 1985 il quotidiano La Nazione pubblicò l'intervista che segue al giudice istruttore Mario Rotella.
Giudice Rotella, lei ha fatto riarrestare nei mesi scorsi Stefano Mele, già condannato per il delitto del 1968, primo degli otto oggi attribuiti al mostro di Firenze. E negli ultimi giorni ha emesso due comunicazioni giudiziarie per un episodio oscuro avvenuto in Sardegna nel 1960. Può spiegare ai lettori della Nazione gli sviluppi delle indagini?

Dell'inchiesta posso dire solo questo: il nostro interesse per la Sardegna è effettivamente in relazione con gli omicidi di Firenze. Quanto a Stefano Mele risulta da troppi elementi che ha in qualche modo partecipato al primo delitto, fatto di cui si sono convinti anche tutti i magistrati che lo hanno interrogato prima di me. La pista sarda non nasce comunque dal suo nuovo arresto, ma ci siamo arrivati per altre vie. Di questo, ovviamente, non posso parlare.
Da quel che appare all'esterno l'inchiesta è alquanto intricata e non a caso si parla di un doppio filone: quello scientifico sui grandi numeri e quello che indaga sull'entourage del primo delitto. Che rapporti intercorrono tra procura della Repubblica e ufficio istruzione?
Non ci sono piste o filoni divergenti. C'è un'istruttoria formale che deve per forza rifare la storia dei delitti e ci sono i dati che si aggiungono via via. In questa vicenda l'unica deduzione possibile è quella che ci suggerisce l'uso di un'unica pistola in tutti i delitti. Il resto è illazione. Procura e ufficio istruzione stanno assolvendo ai rispettivi e specifici compiti istituzionali servendosi di metodi di approccio complementari così come previsto dal codice di procedura penale. Io agisco sugli elementi che mi vengono messi a disposizione dalla procura. Non mi invento niente.
In realtà le viene rimproverato di essersi inventato i due mostri... Può ricordare com'è andata?
Io credo che sia il caso di finirla con questa storia. Feci arrestare Mele e Mucciarini anche quella volta su richiesta esplicita della procura perchè sul loro conto erano emersi elementi importanti, non chiacchiere da bar e non ho mai detto le cose che mi hanno fatto dire i giornali, non ho mai parlato di "fine di un incubo" o di "tirare un sospiro di sollievo". Forse ho peccato di leggerezza nel non calcolare le reazioni della stampa, però se si va a rileggere le mie dichiarazioni si vedrà che ho detto solo quel che avrebbe detto il giorno dopo il procuratore della Repubblica Enzo Fileno Carabba, di cui, tra l'altro, avevo grande stima. L'unica differenza e anche qui posso aver sbagliato è di essermi mostrato ottimista in virtù degli sviluppi dell'inchiesta mentre Carabba era pessimista.
Torniamo all'oggi o meglio a quei lontani delitti del 1960 e 1968, come sta lavorando?

Il fatto incontestabile da cui partire è il doppio omicidio di cui è stato protagonista Stefano Mele, su questo non può esserci discussione, è un caso intricato, difficile, pieno di trabocchetti ma da qui si deve partire. Poi c'è questa donna morta in Sardegna nel 1960 (Barbarina Steri ndr), un episodio che ci è parso di dover chiarire perchè coinvolge persone legate al clan Mele. Non sappiamo se sono colpevoli, anzi, le supponiamo innocenti, però si tratta di indagare su fatti di tanti anni fa, su persone che oggi hanno cambiato vita. Si tratta di ricostruire relazioni umane, eventi anche dolorosi, di riportare a galla particolari che magari non si vogliono ricordare. E' un'inchiesta di estrema delicatezza, forse sbagliamo ma possiamo anche aver ragione.
Di errori in questa vicenda ne sono stati commessi molti. Può indicare quello secondo lei più importante?
Forse l'aver mitizzato l'assassino, averlo immaginato come borghese illuminato, un professionista, un uomo di alta cultura, invece secondo me ha solo una spiccata istintualità oltre a una grande bestialità e usa accorgimenti semplici. Si crede che l'intelligenza operativa sia patrimonio esclusivo di una classe sociale? Io dico di no, anche uno sciacallo è capace di tendere agguati e uccidere.
Rif.1 - La Nazione - 29 ottobre 1985 p.5

lunedì 28 giugno 2010

Francesco De Fazio - Intervista su La Città - 12 settembre 1985

Il 12 settembre 1985, il quotidiano La Città, pubblicò l'intervista al professor Francesco De Fazio che segue.
Il suo ritorno a Modena è definitivo?
No, assolutamente, vado e vengo.
La sua presenza sul luogo del delitto, avvenuta per la prima volta in questa circostanza, darà una svolta nuova al suo lavoro? Quanto le è servito vedere il campo di azione del maniaco?
Essere stato sul posto è stato utile. E' da molto tempo che seguo questo caso e lo seguirò ancora. E' chiaro che vedere con i propri occhi è meglio, è utile per tipologizzare il comportamento dell'assassino. Certo sarebbe stato meglio se non vi fosse stato alcun omicidio.
Che andamento avrà il vostro lavoro dopo questo nuovo fatto?
La nostra è un'opera tesa ad assodare le caratteristiche comuni fra i vari omicidi. Dobbiamo studiare il modus operandi per vedere se ci sono state delle evoluzioni.
C'è chi sostiene che l'arma che da più soddisfazione al mostro è il coltello, non la pistola. E' quando usa quello che raggiunge il massimo della soddisfazione?
Il mostro ha un rapporto con l'arma in genere. Usa gli oggetti secondo le necessità. Questo delitto conferma le previsioni e le risultanze dell'indagine che abbiamo fatto tempo addietro.
Lei ritiene che potrebbe uccidere ancora?
E' prevedibile, anche se a cicli dati. Non penso che si faccia rivedere in tempi brevi.
Rif.1 - La Città - 12 settembre 1985 pag.2

lunedì 21 giugno 2010

Piero Luigi Vigna - Intervista su La Città - 15 settembre 1985

Il 15 settembre 1985, il quotidiano La Città, pubblicò l'intervista che segue al magistrato Piero Luigi Vigna.
Piero Luigi Vigna: La taglia è stata un'idea mia ma non si tratta di una taglia, solo di una ricompensa per chi potrà dare un aiuto agli investigatori. La mia proposta parte da una constatazione: ci sono ragionevoli motivi per pensare che esista qualcuno che sa e non parla. Se tutto parte dal primo delitto, quello del '68, questa ipotesi è credibile. I motivi che inducono chi sa a non parlare sono di tre ordini, c'è chi ha paura di eventuali ritorsioni. Un problema che non dovrebbe esistere, perchè non ci troviamo di fronte ad un tipo di criminalità organizzata ma la paura, si sa, è irrazionale. C'è poi chi è tenuto a non violare il segreto professionale o il suo ministero. La terza categoria è quella dei familiari, amici, conoscenti, tutti coloro insomma che sono legati da un vincolo affettivo a questa persona.
L'essere costretti a mettere una taglia sul maniaco non può essere interpretato come una confessione di impotenza degli inquirenti?
No,è semmai un modo per frenare il dilagare dell'anonimato. Un filtro che può servire a stanare chi sa e non parla. Sono oltre trecento i nomi di eventuali mostri che ci sono stati forniti da anonimi. Queste persone da noi vengono trattate come parti offese, come gente calunniata. La taglia può anche avere un termine. Non vedo quali siano le controindicazioni. In altri paesi questo è un metodo usato largamente. Perchè non provare?
Rif.1 - La Città - 15 settembre 1985 pag.4

lunedì 14 giugno 2010

Gianni Spagnoli - Intervista su La nazione - 6 febbraio 2004

Il 6 febbraio 2004, il quotidiano La Nazione, pubblicò l'intervista che segue a Gianni Spagnoli, padre di Francesca, vedova Narducci.
Lei ci crede che sia stato ucciso?
Io... noi siamo meravigliati, sbalorditi. Era intelligente, ci piaceva. Gli inquirenti invece mi hanno detto: no, guardi che questo è stato ucciso, guardi che questo ha fatto delle cose. . . addirittura cercano feticci. Noi cadiamo dalle nuvole. E ogni giorno ce n'è una nuova.
Che cosa le hanno chiesto gli inquirenti?
Se avevo notato feticci in casa di mia figlia. Questa di Perugia, non quella sul lago Trasimeno, che era del padre di Francesco, dove, se poi lui ci andava questo è un altro discorso.
Che cosa le hanno chiesto?
Ha visto mai barattoli, vasi, boccioni che contenevano in soluzioni lembi di.... Io non ho mai visto niente. Per noi è una sorpresa incredibile, non ci rendiamo conto. Né abbiamo i mezzi per renderci conto. Viene dipinto come uno dedito all'esoterismo. Sono cose che ci lasciano allibiti.
Quando è stato interrogato dal magistrato?
L'anno scorso, i primi dell'anno, dopo non l'ho più sentito. Fu prima che il pubblico ministero, il dottor Mignini stabilisse la riesumazione della salma.
Quanti anni sono rimasti sposati?
Due o tre anni.
Che uomo era?
Ho sempre avuto la sensazione che fosse un uomo molto intelligente e capace.
Che carattere aveva?
Un po' chiuso. Parlava col sorriso sulla bocca, un tipo un po' particolare. Ma da questo ad andare a finire in tutte queste cose. . ..
Sua figlia l'ha descritto un po' nervoso negli ultimi tempi.
Chi fa la carriera universitaria, può avere giornate tese, per contrasti, sgambetti, sono cose che possono capitare.
La figlia non le ha mai detto che il matrimonio non era al massimo?
Ci ha sempre detto che era felice e innamorata. Ora, con tutto quell0 che è venuto fuori, non
credo sia innamorata come lo era. Ma per 18 anni questa disgrazia è stata per noi una gran tristezza. Lei adorava quell'uomo.
Mai parlato col suo genero del mostro di Firenze?
Non mi ricordo.
Si ricorda se sua figlia e il marito nell'estate dell'82 siano andati in vacanza in Sicilia a Ragusa?
Non mi risulta, mai saputo, non credo.
A sua figlia fu impedito dai Narducci di vedere il corpo del marito?
Non vedemmo il corpo perché ci fu detto che era irriconoscibile, in bruttissime condizioni.
Chi ve lo disse?
Ce lo dissero e io insistetti con Francesca perché non lo vedesse, per preservarla dal trauma e per la stessa ragione anche noi decidemmo di non vederlo.
Quindi non ci fu impedimento?
Ci dissero che era in condizioni... e che lo chiudevano.
Nulla vi ha indotto a sospettare qualcosa?
No.
I rapporti con la famiglia Narducci perché si sono incrinati?
Per un problema di natura finanziaria riferito a mia figlia.
Mai parlato con lui di esoterismo?
Per carità! Fino a sette, otto mesi fa nemmeno sapevo che cos'era l'esoterismo.
Se venisse dimostrato che lui faceva parte di una setta satanica, che opinione si farebbe?
Che era matto.
Ma lei ci crede che era diventato in quel modo perché non riusciva ad avere figli?
No, nel modo più assoluto, non era il tipo.
Aveva problemi di denaro, magari perché gli piaceva la bella vita?
Nemmeno. Suo padre non gli faceva mai mancare soldi, se lui li chiedeva. Ad esempio quando doveva andare in America, il padre subito si preoccupava. Lui necessità di denaro non doveva averne, almeno che... non so che cavolo abbia combinato. Eppoi penso che se avesse avuto problemi l'avrebbe detto a Francesca e lei ce l'avrebbe riferito e l'avremo aiutato anche noi.
A Firenze lui andava spesso?
Secondo noi no. Solo una volta disse a sua moglie che andava a Firenze.
Quando si assentava da casa?
Lui diceva di andare sempre all'ospedale. Magari ogni tanto andava via per tre o quattro giorni. Ma sempre per lavoro. Poi sa, era una persona che aveva una decina di anni in più di mia figlia, lei aveva vent'anni, era molto giovane e quindi se uno la voleva raggirare poteva raggirarla come voleva. Sa, le persone innamorate sono anche ingenue.
Rif.1 - La Nazione - 6 febbraio 2004 pag.14

giovedì 10 giugno 2010

Filastò, avvocato-detective: "Perchè non credo ai criminologi"

Il 12 settembre 1985 il quotidiano Paese Sera pubblicò l'intervento che segue dell'avvocato Nino Filastò.
Il 13 settembre 1985 il quotidiano La Nazione pubblicò le dichiarazioni che seguono dell'avvocato Nino Filastò.

Avvocato Nino Filastò: Non credo a De Fazio come al superspecialista. Un risultato può venire solo dal lavoro di equipe di tutti gli inquirenti con un contributo di grossa professionalità. Il merito di De Fazio è di aver tentato per primo una comparazione seria di tutti gli elementi, anche i più trascurabili, degli otto duplici delitti, un metodo questo che è stato intrapreso con un indiscutibile ritardo di anni.
Perchè tanta attenzione e passione attorno al caso del maniaco?
Cominciai ad occuparmene perchè difesi un indiziato, un falso medico. Passò una nottata in questura poi tutto fu chiarito. Da allora mi interesso della vicenda.
Chi è il mostro?
Un uomo con una personalità enormemente complessa, non una persona di cultura perchè altrimenti si sarebbe rivolto prima o poi a uno psichiatra ma un personaggio che appartiene a un certo strato sociale. Ha una terribile condizione psichiatrica, campa col terrore di dar fuori e tradirsi. E così, periodicamente si cura col delitto che è la medicina dopo la quale ritrova l'equilibrio. La pulsione psicopatologica del maniaco è certamente eterosessuale, insomma l'omicidio dei due tedeschi, due maschi, è stato certamente un errore per lui: io credo che ora con questo dei due francesi abbia voluto rimettere le cose a posto, abbia voluto lanciare un messaggio al suo pubblico. E' proprio un caso che nel secondo anniversario dell'episodio dei due tedeschi se la sia presa di nuovo con due stranieri?
Avvocato Filastò lei sostiene che anche un altro duplice omicidio è attribuibile al mostro, quello avvenuto a Lucca alla fine di gennaio dell'84, dove persero la vita due fidanzati appartati in auto. Perchè?
Diciamo intanto che questo delitto merita una più attenta riconsiderazione nelle indagini sul mostro. Le analogier con gli altri delitti delle coppie sono numerosi: la determinazione implacabile dell'omicida, le caratteristiche del luogo, la coppia appartata in auto, il modo in cui venne usata l'arma, la borsetta della ragazza rovistata. L'arma era una calibro 22, ma i bossoli non portavano la firma della famosa Beretta. Così fu escluso perentoriamente che il caso potesse essere attribuibile al maniaco di Firenze e il caso affidato alla procura di Lucca.
Perchè il mostro avrebbe usato un'altra pistola?
Allora Francesco Vinci era in galera, accusato di sei omicidi e vi era rimasto anche dopo l'uccisione dei due tedeschi. Qualcuno aveva fatto l'ipotesi che il Vinci avesse incaricato un complice di disseppellire la famosa Beretta e di uccidere una coppietta per scagionarlo. Che doveva fare questo poveraccio di mostro per far capire che invece era sempre lui? Usare appunto un'altra pistola. Ma c'è un'altra coincidenza inquietante. Nei giorni del delitto di Lucca negli ambienti degli investigatori e dei giornali circolava la voce che erano imminenti grossi sviluppi delle indagini e infatti spuntò il bi-mostro Mele e Mucciarini. C'è motivo di credere a una specie di rivendicazione preventiva, all'angoscia di un uomo che si sente spossessato della sua "opera". Se le cose stanno davvero così la rosa si stringe a persone vicine all'ambiente degli investigatori.
Insomma, secondo lei le indagini devono essere ancora allargate?
Certo, al massimo. Un errore sarebbe che l'ultimo omicidio annullasse le tracce degli altri e per questo è importante la perizia del professor De Fazio, perchè pone finalmente il tema della comparazione.
Rif.1 - La Nazione - 13 settembre 1985 pag.1

martedì 8 giugno 2010

TG2 Pegaso - Fatti & opinioni

Nel gennaio del 1993, nel programma "TG2 Pegaso - Fatti & opinioni", condotto da Michele Cucuzza, fu intervistato il capo della SAM: Ruggero Perugini.
Michele Cucuzza: Ripercorreremo venticinque anni d’indagini sul cosiddetto mostro di Firenze, fino all’arresto del presunto colpevole Pietro Pacciani. Con noi il vicequestore Perugini che negli ultimi sei anni ha dato la caccia al pluriomicida. È la prima volta, non era mai stata creata una struttura del genere?
Perugini: Effettivamente è la prima volta che viene creata una struttura specializzata nell’investigare casi del genere.
Adesso è stata sciolta la SAM?
Assolutamente, la SAM continua ad esistere e ad operare finchè il caso non sarà concluso definitivamente, anche sul piano penale.
Dunque la svolta, l’abbiamo accennato poco fa, è stato il 16 di questo mese, con l’arresto di Pietro Pacciani, un contadino già condannato due volte ed ora indicato dalla magistratura come l’autore, come il presunto autore di questa catena di delitti di coppie. Vediamo quindi chi è Pietro Pacciani in un servizio di Pietro Cappelli...
-Servizio-
Michele Cucuzza: Vogliamo capire bene da dove muovono le accuse degli investigatori, come si è svolta questa inchiesta complicata, lunghissima, che dura da sette-otto anni. Ecco, commissario, lei ha parlato a lungo con Pacciani.
Perugini: Ebbene sì, cosa vuole sapere?
Pacciani non sembra così a prima vista una persona, una personalità così collegabile ad accuse così pesanti, almeno così a prima vista, dopo una superficiale impressione.
Innanzitutto le potrei dire che noi miriamo alla sostanza delle cose, non alla apparenza. Secondo luogo vorrei anche chiederle -chi si avvicina di più al ruolo del padrino di mafia secondo lei, Toto Riina oppure Marlon Brando nelle scene del film?- Quindi torniamo al discorso: l’apparenza inganna; noi ci siamo, sempre basati su quelli che sono dati oggettivi. In fondo, questa indagine aveva bisogno di dati oggettivi, di elementi concreti, proprio perché anche più esposta a rievocare le fantasie, le suggestioni, le emozioni, qualche volta con le radici nelle storie lontane dì ognuno di noi: quello che è lo stereotipo del mostro, che molto spesso non è corrispondente a quello che la verità oggettiva, scientifica dei dati. Noi stessi che abbiamo investigato questa serie di delitti maniacali ci siamo ritrovati a studiare a lungo, a lavorare prima di doverci liberare dello stesso tipo delle suggestioni e degli stereotipi che, sono convinto, affliggono la maggior parte delle persone.
Torneremo fra un momento sugli indizi che avete raccolto, dicevamo delle difficoltà degli investigatori che durano da venticinque anni, quattro persone sono state accusate dei delitti nel corso degli anni e poi regolarmente scagionate dal cosiddetto mostro che continuava ad uccidere. Vediamo dunque questa lunga catena d’omicidi.
-Servizio-
Michele Cucuzza: Dottor Perugini, le indagini non hanno seguito dei criteri molto precisi durante questi anni, avete fatto prima dei controlli sui single, poi su chi girava in macchina da solo e poi anche una perquisizione in ospedale, vero?
Perugini: Si cercavano dei proiettili dello stesso calibro, della stessa marca.
Poi c’è stata la fase in cui si pensava che il mostro fosse un esperto di armi da taglio, e quindi in quel periodo avete indagato sui chirurghi, è vero?Guardi, "il si pensava" non va generalizzato. Questa è un’inchiesta che ha avuto molti, molti piloti che non erano addetti ai lavori:la stampa in primo luogo, naturalmente. Noi ci siamo sempre attenuti ai dati oggettivi, la pluralità di quelle che erano le piste battute nel corso degli anni va a favore dell’intenzione di arrivare al termine, di arrivare a qualche risultato. Se si vuole, a favore della serietà con la quale l’indagine è stata condotta, non è dovuta certamente ad approssimazione.
Come mai c’è stato questo passaggio da chirurghi a una persona che lavora la terra?
Ci sono naturalmente degli elementi che compaiano nel modus operandi del maniaco, chiamiamolo così, per cui certamente vanno presi in considerazione. Il fatto che si servisse del coltello con una qual certa abilità non ha risparmiato non solo chirurghi, gli esperti del settore quali macellai, calzolai, ma avere la certezza di poter risalire da un tipo di taglio, dal tipo di lesioni inferte, ad una professione, devo dire che non abbiamo mai avuto quel tipo di presunzione. Per quanto riguarda il discorso delle suggestioni, è questo che vorrei riprendere visto che lei mi parla del taglio: prima mi accennava ai chirurghi, e non a caso, perché questa è proprio la categoria degli insospettabili, dei quali peraltro essendo della categoria degli insospettabili si sospetta per primi.
A questo punto vorrei... Se vogliamo vittime dello stereotipo del cosiddetto mostro...però ci sono anche gli ex mostri, quattro o cinque, e questo non rischia di poter indebolire anche i risultati delle vostre indagini, anche le più recenti?
Lei non deve far alcuno sforzo per convincermi del fatto che siamo fallibili, questo fa parte della nostra umanità. Io sono stato sempre convinto che non esiste il delitto perfetto, esiste l’indagine imperfetta. Per quanto riguarda può essere imperfetta per una serie di circostanze non sempre attribuibili agli operatori. Per quanto riguarda il discorso dei precedenti tentativi finiti male, senza esito, o con esito nefasto, perché il momento in cui è stata arrestata una persona innocente io non posso che definirlo nefasto, non ha avuto alcuna influenza, almeno a mio avviso, sulla nostra inchiesta, perché la nostra indagine poggia su un altro tipo, che s’incardini sul passato, se non come sequenza oggettiva dei delitti...
Questo per quanto riguarda il lavoro della SAM, però a queste persone rimane il bollo di essere state additate all’opinione pubblica come presunti, anzi senza presunti, come mostri.
Voglio dire che è stato sempre un vanto della SAM quello di aver investigato su uno straordinario numero di persone senza che costoro, non solo fossero additate come sospetti mostri, ma senza che se ne avvedessero loro stessi. D’altronde, e naturalmente l’esperienza è maestra, man mano che ci si addentra, ci si fa le ossa in questo tipo di inchieste e ci si accorge anche di quali sono i punti da perseguire e quelli da evitare, anche nei comportamenti operativi.
-Viene letta la lettera anonima che indicava Pietro Pacciani come il "mostro di Firenze"
Michele Cucuzza: Furono larghe le maglie della Giustizia o voi non deste importanza a quella denuncia anonima?
Perugini: Ma in realtà nel 1985 il Pacciani fu perquisito in una delle sue abitazioni, certamente non gli furono sondati né i muri e né i pavimenti, una perquisizione convenzionale. Per quanto riguarda il discorso della lettera anonima, di lettere anonime non soltanto in coincidenza coi delitti del mostro, ne sono arrivate in quantità impressionanti che noi abbiamo puntualmente registrato e verificato. Le maglie troppo larghe, le maglie troppo larghe, qualche volta è un’espressione assolutamente, assolutamente impropria, soprattutto quando si tratta di approfondire vicissitudini, vicende di persone che rientrano nel novero dei sospetti, che supera le decine di migliaia e quindi, necessariamente no, non è possibile se non si adotti quello che è un metodo di ricerca, io sono convinto che in un inchiesta, un’indagine come questa poggia su tre elementi fondamentali: un metodo, che sia un metodo specifico, preciso, appositivamente studiato per il tipo di fine che deve conseguire, per il tipo di panorama investigativo che si trova davanti; una collaborazione più totale, diretta, di tutti coloro che possono essere in qualche modo d’aiuto; la terza cosa è la fatica. Vorrei aggiungere la fortuna, ma non ci possiamo fare affidamento.
-Servizio di Giovanni Spinoso-
Michele Cucuzza: In quale momento si è convinto che tutti gli indizi cominciavano a corrispondere?
Perugini: Grazie a Dio la libertà di opinione e di espressione è piena e riconosciuta.
Quando ha cominciato a pensare di essere, secondo il suo punto di vista e le sue indagini, arrivato alla verità?Quello che voglio dirle, noi nel corso degli anni abbiamo maturato il convincimento che la tecnica d’indagine, di accertamento doveva essere ribaltata.., ribaltata e controriferendoci soltanto ai dati oggettivi che si rivelavano. Uno dei dati oggettivi che abbiamo sempre cercato, il momento in cui investigavamo su un soggetto, naturalmente non abbiamo investigato soltanto su Pacciani in profondità, era l’elemento discriminante ...qualunque elemento che ci consentisse di escluderlo dal panorama dei sospetti. Questo è stato il primo oggetto di ricerca...
E cioè?
Cioè, se avessimo scoperto che in un determinato momento in cui l’assassino aveva colpito, la persona era ammalata o impossibilitata a commettere il fatto, certamente questo sarebbe stato un elemento escludente. Altro elemento escludente, e gli elementi escludenti sono anche di natura diversa, non materiali ma ugualmente e scientificamente validi e sono di natura psicologica...
Ma molti telespettatori, perlomeno si chiedono, ma come mai uno che era stato già perquisito dovrebbe mantenere oggetti compromettenti come il portasapone, il blocco da disegno tedesco, e poi lui dice che gli sono stati messi da qualcuno?Lui può dire ciò che vuole, naturalmente e questo in sede processuale si vedrà di chiarirlo. Quello che volevo dirle, e lei mi fatto questa domanda - perché una persona che è stata già oggetto delle attenzioni degli investigatori dovrebbe tenersi degli elementi compromettenti in casa? - ecco, io vorrei chiederle per quale motivo una persona apparentemente normale potrebbe desiderare di uccidere giovani coppie. Dobbiamo fare sempre riferimento a quella che è la personalità di colui che compie questi delitti. Certamente, conservare il souvenir, il ricordo del delitto commesso, e che vissuto con una situazione di grande soddisfazione, necessita di un desiderio di protrarre il ricordo, la memoria di quanto è stato compiuto, che gli ha procurato un godimento che coinvolge anche un ulteriore momento gratificante che è anche il rischio, che non è un rischio realmente grave, ma è quel tanto di rischio che dà sapore alla sfida.