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martedì 17 dicembre 2019

PUNTURE. Riflessioni in tema di modus operandi di E. Oltremari

Introduzione.

Capita spesso, trattando di questi delitti, che l’osservatore si dimentichi - senza colpa - dell’umanità di chi li ha commessi. Lungi dal voler lodare l’autore dei delitti attribuiti al c.d. Mostro di Firenze, l’accezione umana, in questo caso, si riferisce alla condizione umana propria dell’omicida che, come tale, si comporta ed agisce come un uomo alle prese con un’azione da compiere ed un obiettivo da raggiungere. Proprio, quindi, come il bipede frequentatore di piazze e bar, anch’esso deve affrontare ciò che il suo collega erectus battaglia ogni giorno: ostacoli. Tutto ciò che all’uomo si interpone tra sé ed il proprio obiettivo configura un elemento di ostacolo - appunto - da aggirare, affrontare per così raggiungere la propria meta, sia questo di carattere sociale, burocratico, naturale, fisico o umano.
Non si commetterebbe errore alcuno - purtroppo - se si volesse identificare la meta dell’omicida nell’evento morte dei malcapitati giovani. Meta che - come, ahinoi, ben sappiamo - riesce sempre a raggiungere, non essendo a noi noti suoi “colpi a vuoto”. Ogni volta che l’omicida ha premuto il grilletto è riuscito nel suo intento senza lasciare superstiti.
Gli ostacoli che a questa macabra meta si frappongono sono di diversa natura e che per praticità proveremo ora ad esemplificare.
Avremo, ad esempio, ostacoli di natura geografica, consistenti nella geografia dei luoghi, nel loro raggiungimento, nella conformazione del terreno e della flora circostante ai luoghi del delitto.
Ostacoli di natura morale e psicologica, consistenti nel compimento dell’azione omicidiaria in sé, nel timore di essere scoperti, nell’eccitazione dell’azione tanto attesa e pianificata, nella maniacalità e nella ritualità dei gesti, nell’eventuale relazione con le vittime ed a loro eventuali reazioni ed interazioni con l’omicida.
Ostacoli di natura pratica, consistenti in tutto ciò che concerne l’azione materiale mortifera e post mortem: utilizzo dell’arma, cambio mano, trascinamento corpi, avvicinamento alla vettura, scelta del lato da cui far partire l’aggressione, dove compiere le escissioni, dove conservare i feticci e come portarli via dalla scena, come raggiungere la propria abitazione, ecc…
Ostacoli di natura sociale, riferibili ad ogni genere di allarmismo provocato dal crescente pericolo di aggressioni, a cui devono collegarsi sia la maggiore attenzione delle forze dell’ordine che degli stessi ragazzi più attenti ai luoghi dove appartarsi e ad eventuali avvicinamenti sospetti alla vettura.
Stante quanto sopra premesso, verremo ora ad analizzare quelle che sono le azioni dell’assassino delle coppiette durante i suoi otto percorsi di morte, cercando di sottolineare quali comportamenti dell’assassino sono riscontrabili come evoluzioni, correzioni del suo agire e di rimozione di ostacoli verso il suo obiettivo primatio. Attraverso questa analisi, ci prefiguriamo l’obiettivo di stimolare argomenti di riflessione utili ad un corretto inquadramento comportamentale dell’autore dei delitti.

2.1. I delitti. Legenda.

Per praticità e chiarezza, come già realizzato per gli approfondimenti de “L’Uomo dietro il mostro”, utilizzeremo la seguente rubricazione per identificare di volta in volta i duplici omicidi:
Caso 0 (Locci/Lo Bianco);
Caso 1 (Pettini/Gentilcore);
Caso 2 (De Nuccio/Foggi);
Caso 3 (Cambi/Baldi);
Caso 4 (Mainardi/Migliorini);
Caso 5 (Rush/Meyer);
Caso 6 (Rontini/Stefanacci),
Caso 7 (Mauriot/Kraveichvili)

Premessa: per economia i paragrafi che seguiranno non conteranno la descrizione dettagliata della scena del crimine e spesso saranno dati per conosciuti elementi che risulteranno certamente digeribili e conoscibili ai non neofiti della materia.

2.2. I delitti. La Genesi.

Il tramite dei colpi d’arma da sparo riferibili al Caso 0 depone per un’azione omicidiaria rapida, fulminea, tale da cogliere di sorpresa i due amanti così da recarne la morte nel più breve tempo possibile. Azione a sorpresa verificatasi nonostante la difficile geografia del luogo del delitto: l’automobile si trova, difatti, parcata su una superficie composta da sassi - non propriamente utile ad una camminata silenziosa e felina - e con una vegetazione di copertura distante dalla vettura (fig. 1),
dovendo considerare quella limitrofa alla fiancata destra della vettura come non consona ad un occultamento e comunque opposta dal punto di origine dei colpi d’arma da fuoco.
In tal senso, l’omicida avrebbe quindi dovuto muoversi senza coperture per alcuni metri prima di arrivare allo sportello lato guidatore, aprirlo ed esplodere i colpi di pistola. Il tutto, ricordiamo, con estrema efficienza ed efficacia, stante il risultato.
Fra le azioni poste in essere dall’omicida risalta sicuramente l’apertura dello sportello. L’automobile, così come parcheggiata in relazione al punto di sparo e presupponendo uno sparatore destrimane - come appurato dalle perizie circa le ferite d’arma bianca riscontrate negli anni successivi - rendeva possibile un’apertura dello sportello con la mano sinistra così da lasciare libero spazio al braccio destro di alzarsi e puntare l’arma contro i due corpi, più riversi sul sedile lato passeggero.
Azione questa tanto naturale da non trovare ostacoli o impedimenti verso l’evento morte che si realizza in un arco temporale ristrettissimo, senza colpi a vuoto o eccessive reazioni da parte delle due vittime che probabilmente non si sono accorte di niente fino all’apertura dello sportello. Non è oltretutto da escludere l’ipotesi che quantomeno la vittima femminile avesse un livello di guardia più elevato rispetto al normale: dopotutto era stata lei stessa a riferire poco tempo prima che potevano “sparargli mentre si trovava in macchina”.
Ciononostante, premesse le difficoltà che presentava il luogo del delitto - come già prima accennato - l’omicida raggiunge il proprio obiettivo con estrema perizia ed abilità: non si fa notare, riesce a colpire di sorpresa le vittime e non spreca colpi.
Non male come prima volta.
Male, invece, la seconda.

Le premesse relative al Caso 1, sono pressoché identiche rispetto al delitto avvenuto sei anni prima. Anche qui abbiamo un automobile parcata in un luogo sì isolato ma non certo utile ed idoneo ad un’azione sicura (fig. 2).

Come per il Caso 0 anche qui l’automobile non è circondata da vegetazione utile alla copertura ed all’occultamento in quanto distante svariati metri dalla carrozzeria della vettura. L’assassino, dovrà nuovamente percorrere alcuni metri scoperto per potersi avvicinare all’automobile.
Il livello di attenzione delle future vittime qui è bassissimo: non esiste alcun Mostro né altra minaccia proveniente da terzi. Considerata poi la storia sessuale dei giovani è facile poi presupporre che il focus dei ragazzi fosse diretto su loro stessi e su quanto erano in procinto di fare.

Come per il Caso 0 l’omicida predilige una tecnica d’assalto repentina costituita dall’appostamento, dall’uscire dal proprio riparo, percorrere dei metri a piedi allo scoperto, aprire lo sportello e sparare verso i corpi. Ricalca così la stessa condotta eseguita sei anni prima, ma applicate ad una situazione che presentava una stonatura tale da inclinare quella sua scaletta così proficuamente posta in essere a Castelletti. Una nota stonata che risponde al nome di sportello.
Ora, risulta doveroso premettere, per quanto riguarda il Caso 1, che vi è una profonda discrasia tra le due ricostruzioni sulla dinamica dell’omicidio: una che propende per i colpi esplosi prima dal lato guidatore e poi dal lato passeggero; altra che invece propone per un unico punto di sparo originato dallo sportello lato passeggero. Senza volersi dilungare oltre e rimandando all’approfondimento de L’uomo dietro il Mostro presente su IdP ed al già ottimo lavoro di Valerio Scrivo sul tema, per il tramite dei colpi, le ferite inferte, il posizionamento del corpo del ragazzo, chi scrive propende più per una dinamica circoscritta ad un unico punto di sparo, cioè dal lato del passeggero. Seguendo tale linea di pensiero vediamo come l’omicida, per emulare l’azione del delitto Caso 0 e magari forte della riuscita dell’azione, decida di agire analogamente, cioè puntare il lato della donna. Questa volta, però, la portiera - come dicevamo - è quella sbagliata.
Nel Caso 0, l’omicida apre la portiera lato guidatore con la sinistra, la tira a sé e si trova un angolo di tiro ampio per la pistola impugnata con la destra; qui, nel Caso 1, la portiera da aprire è quella lato passeggero che aprendo con la sinistra copre il proprio angolo di tiro sia con la sua stessa mano che con la portiera stessa. Possibile, dunque, che l’omicida abbia aperto la portiera con la mano destra (azione più naturale) ed abbia provato a sparare con la sinistra, mano non da lui perfettamente gestibile e causa della scarsa mira e dello spreco di proiettili; ancora, possibile che l’omicida abbia fatto tutto con la mano destra, cioè aprire lo sportello e sparare, creando quello scarto di tempo che ha reso i giovani purtroppo consci dell’aggressione e spiegando così la rotazione del corpo del ragazzo, la sua gamba sul tappetino del lato passeggero ed il suo voltare il corpo all’omicida, senza contare la reazione della vittima femminile e la sua interazione con l’assassino. Non dimentichiamoci poi che con la mano libera l’assassino qui è anche costretto ad estrarre l’arma bianca per utilizzarla nei confronti della giovane donna (già nell’approfondimento in UdM si presentava la suggestione di una “mano in più” durante l’aggressione alla vittima femminile ma di cui, almeno ora, non parleremo).
La ragazza verrà poi trascinata dietro la vettura per essere poi attinta dalle pugnalate post mortem. Sarà la prima ed unica volta in cui l’omicida effettuerà tale azione nella prossimità della vettura, prediligendo poi negli anni successivi uno spostamento del corpo a metri di distanza. Evento questo a cui più avanti proveremo a dare una spiegazione.
Per i primi due delitti lo sparatore predilige, dunque, il lato che presentava la donna più vicina a sé. Considerato che nel Caso 0 potrebbe aver assistito al cambio di posizione tra il guidatore e la Locci e nel Caso 1 - ricordiamo la questione dei vestiti fuori dalla vettura - ad un posizionamento dei giovani sul sedile del passeggero, potremo pensare ad un assalitore che decide di colpire dal punto in cui aveva più vicino a sé la donna, magari come primo oggetto del suo agire punitivo e maniacale.
Sono condizioni queste che rendono la dinamica del Caso 1 più fragile e pericolosa rispetto a quella del Caso 0: crea confusione, rumore eccessivo, probabili grida, finisce i proiettili, deve utilizzare in senso mortifero l’arma bianca ed entra in contatto con le vittime. Difatti, questa modalità d’assalto verrà accantonata dall’omicida che, difatti, non la utilizzerà più. Da qui potrebbe ipotizzarsi come il duplice omicidio del Caso 1 non sia un omicidio programmato o studiato, o quantomeno non sia un delitto ben pianificato. Le circostanze non si presentano così favorevoli ad un assassino che paradossalmente sei anni prima, più giovane e con vittime più vecchie rispetto a quelle del Caso 1, con elementi ancor più di sfavore (terreno e presenza del bambino in auto), riesce ottimamente nel suo obbiettivo compiendo anni dopo un apparentemente inspiegabile passo indietro esperenziale. Qui, per il Caso 0, potremo propendere per una buona abilità dell’assalitore avendo il paragone di una dinamica simile di qualche anno dopo dove, uno stesso agire, ha creato un risultato molto diverso. Risultato dovuto forse ad un cambio dell’offender che voleva emulare l’assalto del delitto 1968 o magari ad un difetto di programmazione o strategia o ancora in una incapacità di gestione della situazione dovuta - come in tanti pensano - ad una conoscenza delle vittime.

2.3. Gli anni ’80: la scia di delitti.

Passano gli anni e ne trascorrono ben sette. Ormai del delitto del Caso 1 se ne è perso le tracce nei giornali, nessuno ne parla più e qualcuno, purtroppo, nemmeno lo ricorda più. Il livello di attenzione da parte delle vittime del Caso 2 è quindi bassissimo.
Il luogo dove i giovani parcheggiano l’automobile è abitualmente frequentato da coppiette. Lo sanno in tanti e lo sanno i guardoni che, come sappiamo, hanno fra le loro fila almeno un soggetto che in Via dell’Arrigo, quella notte, ci passa.
Loco che è davvero poco battuto dagli avventori occasionali, soprattutto a quell’ora della notte. È una via dove un soggetto vuole andare, non ci passa per caso: sia di giorno che di notte.
L’omicida, diversamente da alcuni anni prima, si è preparato ed ha studiato i luoghi. Ha pianificato l’assalto modificandolo in una aggressione programmata. L’omicida ha compreso che la tecnica utilizzata anni prima è fallace, crea disturbo, confusione: è rischiosa. Deve trovare il modo di avvicinarsi il più possibile all’auto senza farsi vedere dalle vittime. Deve arrivarci vicinissimo perché al contempo ha compreso che meno colpi spara meglio è perché ne ha un numero limitato, rischia di far rumore, non può perdere tempo a ricaricare il caricatore e soprattutto non può rischiare una fuga delle vittime. Deve agire velocemente ed in modo efficace. Non deve più assalirli, deve sorprenderli.
La vittima maschile è stata colpita per la prima volta alla nuca da distanza ravvicinata. Tanto vicino che il terzo colpo ed i successivi verranno esplosi con la mano immessa all’interno della cabina. La vegetazione circostante non è idonea ad un perfetto occultamento, anzi (fig. 3). I metri che avrebbe dovuto percorrere per passare dal suo rifugio alla prossimità dell’auto sono ben maggiori rispetto a quelli del Caso 1 e del Caso 0.
Chi scrive ritiene quindi che l’omicida abbia utilizzato una tecnica per far abbassare le difese ai due giovani, manifestandosi a loro prima dell’assalto per poi colpirli quando loro meno se lo aspettavano. Potrebbe trattarsi di una divisa, come diceva il buon Avv. Filastò, o comunque anche solo una parvenza di questa ma comunque utile a poter far abbassare le difese ai ragazzi e permettersi così di poter sparare a distanza ravvicinata, senza far neanche voltare il ragazzo (magari intento a parlare con la fidanzata per richiederle di passargli, ad es. il libretto tenuto nel cruscotto o altro, o magari la borsa che ricordiamo è stata ritrovata fuori dal lato guidatore). 
L’omicida ha capito che è più comodo, rapido ed efficace sparare attraverso i finestrini, senza dover dare segni della propria presenza aprendo lo sportello all’interno di un luogo che lui ha studiato, che conosce, come nel Caso 2.
Qui l’omicida compie un ulteriore passo avanti, arrivando a comprendere del pericolo di compiere le escissioni nella prossimità dell’auto. Meno lui sosta vicino all’auto meglio è. I luoghi del delitto sono tutti molto vicini ad una via dove era possibile incontrare il passaggio di altre vetture, si voglia anche solo di altre coppiette in cerca di un luogo appartato. L’omicida sa che se passa una vettura, il guidatore può essere attratto da altra auto ferma, anche solo perché magari chi guidava sapeva che quella piazzola poteva essere un buon punto ma vedendo altra auto capiva che era occupata e tirava via oltre. Si comprende quindi come avrebbe destato qualche perplessità o qualcosa da raccontare se quel guidatore avesse visto un’auto ferma con a lato un soggetto intento ad armeggiare sopra una ragazza: un rischio troppo grande, aggirabile con lo spostamento del corpo della giovane in un loco più riparato, come poi effettivamente farà.
È una dinamica, questa, che rappresenta probabilmente la migliore finora messa in atto dall’omicida, utile ad aggirare gli ostacoli ed a raggiungere l’obiettivo in modo efficace. Purtroppo per l’omicida però, questa metodologia potrà applicarla soltanto questa volta a causa di un evento per lui imprevisto.
Un evento che ha nome e cognome: Enzo Spalletti.
L’omicida viene a sapere che qualcuno ha visto qualcosa. Ma cosa? È abbastanza sicuro di aver agito senza essere visto, ma non può ovviamente esserne certo. Lo Spalletti continua a rimanere correttamente in stato cautelare, non parla e niente dice, ma se gli inquirenti stessero attuando questa strategia per spremerlo e fargli dire quel poco che ha visto. E se davvero avesse visto qualcosa. Cosa potrebbe riferire di talmente pericoloso da indurre l’omicida a colpire, per la prima ed ultima volta, nell’Ottobre dello stesso anno. Magari lo Spalletti può aver visto l’inizio dell’aggressione, magari proprio il suo modo di agire travestito da es. guardia forestale. Un rischio troppo grande. Deve tornare a colpire per togliere il pretesto agli inquirenti di tenerlo dentro: deve commettere un altro omicidio con le stesse dinamiche del Caso 2, così da non lasciare adito a dubbio alcuno circa l’autore del fatto, dissimulando anche quel poco che lo Spalletti potrebbe aver visto.
Nasce però un problema: non può utilizzare la strategia precedente, deve agire in incognito. Ormai la sua strategia è inutilizzabile perché se lo Spalletti avesse riferito di aver visto ad es. un uomo in divisa, allora ci sarà maggior attenzione per gli uomini in divisa e ciò che gli permetteva di agire liberamente ora rischia di essere un pericoloso campanello d’allarme per qualsiasi pattuglia allertata.
È quindi costretto a cambiare nuovamente il suo modus operandi, deve rimanere celato il più possibile nel suo agire. Deve cercare di colpire in luoghi ove la vegetazione e la geografia gli permette maggior copertura: luoghi boschivi, filari di viti, canneti, alti cespugli utili a celare la propria persona fino all’imminenza della vettura. Arriviamo al 22 Ottobre 1981: Caso 3.
Lo studio dei luoghi dove colpire permette all’omicida di fruire della vegetazione che ricopre la fiancata destra della vettura. Quella della vegetazione limitrofa alla vettura sarà una costante che accompagnerà tutti i delitti successivi aventi come costante le due persone appartate in auto (Caso 4 e Caso 6).
Accade qui che i colpi vengono esplosi al di là del finestrino di quel lato della vettura che è proprio coperto dalla vegetazione. Spazio utile quindi all’omicida per potersi avvicinare il più possibile all’auto rimanendo coperto e celato dal filare di cespugli che segue la strada sterrata dove era parcata la volkswagen del Baldi. È talmente importante - adesso - questa componente per l’assassino che preferisce colpire da quel lato nonostante il suo avversario più pericoloso, cioè l’uomo, sia seduto sul sedile lato guidatore e quindi più lontano dalla sorgente di sparo (come diversamente aveva operato nel Caso 2 solo alcuni mesi prima).
Diversamente, quindi, da quanto realizzato nel Caso 2, ove era riuscito ad avvicinarsi alle vittime in modo manifesto ed utilizzando la strategia della c.d. divisa, qua - per le ragioni già affrontate - l’assassino muta e modifica la propria azione aggiungendo un correttivo: deve nascondersi non soltanto dalle vittime ma anche dagli sguardi di terzi. Non muta, perché probabilmente già ben perfezionato, il posizionamento del corpo femminile per il compimento delle escissioni. Mutato già dal Caso 1, l’omicida ben comprende che meno staziona attorno alla vettura ferma meglio è. Così come già avvenuto nel Caso 2, allontana il corpo della vittima femminile quel tanto che basta per poter rimanere celato alla vista di eventuali avventori provenienti dalla strada.
Per quanto ora esposto, il Caso 4 sembrerebbe sconfessare le righe precedenti. Per poter procedere però ad una corretta argomentazione risulta necessario fondare il nostro ragionamento su quanto ho esposto all’interno dell’approfondimento sul delitto di Baccaiano pubblicato su IdP ed a cui rimando. Base che potrebbe essere così riassumibile: l’omicida vuole colpire nella zona di Baccaiano volontariamente ed in quel giorno dopo aver studiato i luoghi, le vie di fuga, di accesso e la conformazione della zona.

Anche qui (fig. 5), come nei due precedenti casi, troviamo la stessa conformazione geografica che permette all’omicida di rimanere celato fino alla prossimità del veicolo giungendovi frontalmente. La sua unica sfortuna - ponendo noi ora la vittima maschile alla guida dell’auto poi finita nel fossato a lato strada - è di essere stato scoperto dai giovani, permettendo loro una iniziale fuga nella prossimità di una strada già utile a questa (la Virginio Nuova).
Non credo sia un caso che questo sarà l’ultimo delitto del Mostro che vede fra le vittime un soggetto in posizione di guida. Sarà una condizione, questa della guida che non si ripeterà più nei successivi tre episodi. Pare difatti una curiosa coincidenza che l’anno successivo l’omicida preferirà colpire un mezzo fermo, come il pulmino dei turisti tedeschi, ove nessuno si presentava sul sedile del guidatore ma entrambi i bersagli lontano dal volante.

2.4. Gli ultimi tre delitti: gli omicidi lontani dal volante.

L’omicida, dopo il Caso 4, comprende che un ostacolo al suo obiettivo, cioè la morte dei soggetti, è rappresentato da una possibile fuga di questi e considerato lo stato di allerta massima causalmente collegato all’aumentare dei delitti, i giovani, ora, sarebbero stati molto più attenti durante le loro gite amorose con alcuni di questi già col motore acceso per ripartire all’occorrenza. Pertanto l’omicida comprende che per superare questo ostacolo dovrà indirizzare la sua caccia verso obiettivi impossibilitati a fuggire. Potrebbe essere questa una delle motivazioni utili a spiegarci il perché l’omicida colpisca 15 mesi dopo il delitto del Caso 4, tornando (nel Caso 5) ad uccidere nel mese di Settembre, soggetti che non possono fuggire riaccendendo il motore in quanto lontani dal posto di guida.
Anche qui, nel Caso 5, si evidenza la medesima condizione degli ultimi delitti, ovvero una vegetazione che copre e segue una fiancata dell’abitacolo. Oltre a questa, gioca in favore dell’omicida la struttura stessa del pulmino che, proprio per i finestrini - alcuni dei quali opacizzati - e l’ampia carrozzeria, rende meno visibile l’avvicinamento di un terzo, soprattuto da tergo dove non vi è alcuna apertura. L’azione, però, rappresenta un unicum per l’assassino, costretto a colpire in uno spazio più ampio rispetto a quello dove fino ad adesso avevo rivolto i colpi di Beretta e soprattuto non in una automobile. L’ampiezza del vano è difatti certamente più confortevole rispetto a quella dell’abitacolo di guida. È forse per tale ragione che - scioccamente - l’assassino non rivolge fin da subito i colpi ponendosi verso l’unica via di fuga dei due giovani turisti, rischiando qui, proprio per il movimento dei corpi all’interno del vano, che uno di questi fuggisse. Arriva a tale conclusione probabilmente durante l’azione stessa, quando dopo i primi spari, gira attorno all’abitacolo per porsi a sparare dalla parte del portellone. È una dinamica, questa, che permetterà all’omicida di muovere un secondo gradino esperenziale perfezionando il suo modus operandi nel Caso 7, quando - come vedremo - si posizionerà in modo tale da accogliere la via di fuga delle sue vittime con i colpi di proiettile.

La brutalità del Caso 6, ci rende pienamente edotti di come l’omicida abbia ormai - purtroppo - perfezionato la sua tecnica imparando dagli errori commessi.
A dieci anni di distanza dal primo delitto mugellano il Mostro torna a colpire a pochi km di distanza da quella zona che sembrava ormai lontana dagli obiettivi dell’assassino, tanto che, seppur su un livello di “allerta mostro” abbastanza elevato, la zona mugellana non ne risentiva particolarmente. Forse a causa di quella distanza geografica rispetto al clima fiorentino o al senso di protezione dato dalla valle mugellana che le due vittime del Caso 6 si pongono in una condizione di rischio elevatissima: appartati in auto, durante il fine settimana, dopo cena, in un luogo isolato ed adiacente alla vegetazione ed a pochi km da dove era già avvenuto un altro delitto (che per convenzione indichiamo come “quello di Borgo” ma in realtà rappresenta un delitto di Vicchio anche questo).

L’omicida approfitta, come negli altri casi precedenti, della geografia del luogo, dopo averlo studiato (o, comunque, già conosciuto) precedentemente (fig. 7). Attende che i giovani si posizionino in modo tale da allontanarsi dal posto di guida, impossibilitando così una loro eventuale reazione utile alla fuga. Uscito dal suo rifugio, probabilmente arrivando da tergo della vettura, l’omicida spara i suoi colpi dal finestrino dove aveva i giovani più vicini a lui, uccidendo quasi subito la ragazza centrandola al volto e con più difficoltà il ragazzo, più lontano dalla fonte di sparo, per cui saranno necessari più proiettili. È il delitto, questo, che meglio identifica ormai il modus operandi del Mostro, proiettato sulla minima esposizione al pericolo ed al rischio e finalizzato all’ottenimento del miglior risultato possibile. È una condizione che, quindi, difficilmente potrebbe adattarsi ad un soggetto psicotico, schizofrenico o totalmente vittima della propria maniacalità. È, invero, una evoluzione empirica e metodologica che propende per una personalità dell’omicida estremamente organizzata e metodica, sintomatica di una lucidità modale e comportamentale pienamente coordinata con quella psicologica, anzi, talvolta forse ben più fredda di quanto la psiche dell’omicida vorrebbe esprimere ed utile, di conseguenza, a garantire quella cadenza annuale dei delitti riscontrabile da quando l’assassino prende dimestichezza con l’azione omicidiaria. Difatti, siamo ormai giunti al momento in cui l’omicida si veste da vojeur ed attende che i giovani siano impossibilitati ad una fuga, magari - come in questo caso - più spogliati e lontani dal volante.
Ed il Caso 7, rappresenta la sua più fine espressione.

Questo ultimo episodio delittuoso rappresenta il più chiaro esempio di come la morte, per l’omicida, rappresenti quanto di più alto e necessario rispetto alla componente di ritualità della scena. È l’ultimo delitto del Mostro di Firenze, “l’omicida delle coppiette appartate in auto” e non uccide una coppietta appartata in auto. Lo schema viene stravolto sull’altare dell’obiettivo primo che si circoscrive non tanto alla componente sessuale delle vittime, come atto in sé, quanto più ad un elemento fattuale costituito da due persone appartate in luogo pubblico, come in questo caso. Troviamo la vicinanza alla boscaglia, utile all’occultamento della persona - soprattutto se si considera come probabile via di accesso quel viottolo che arriva poco sotto la piazzola - ed una tenda.
La tenda, chiusa, con due persone all’interno lascia spazio ad alcuni quesiti e riflessioni:
Come faceva l’omicida a sapere che dentro si stava consumando l’atto sessuale. Impossibile da vedere, ma possibile da sentire. Si nasconde fino a che non vede i giovani chiudere la tenda e dopo poco si avvicina a questa ed una volta che ha sentito lo strofinio dei corpi sul piumone o dei gemiti decide di colpire? O semplicemente giunge sulla piazzola comunque frequentata da coppiette e trovandovi una tenda spara sapendo che per forza dovevano esservi due persone dentro? Se le avesse sentite dormire avrebbe sparato lo stesso? Se la risposta a questo quesito fosse negativa, allora dovremo pensare che anche i tedeschi del Caso 5 dovevano essere intenti in atti sessuali e quindi omosessuali ma - come già detto nell’approfondimento su IdP, a cui si rimanda - come può l’omicida confondere il corpo nudo di un uomo con quello di una donna? Dopotutto mira. Ed il seggiolino presente nella vettura? Come faceva l’assassino a sapere che dentro quella tenda non ci fosse anche un bambino? Davvero dobbiamo pensare che l’omicida abbia rischiato di uccidere un infante? Difficile.
Sarebbe, pertanto, lecito presumere che l’omicida abbia visto la coppia prima che questa ci coricasse e sapesse che non c’era alcun bambino con loro. In tal senso, verrebbero a noi in aiuto alcune tematiche che - per questioni di economia testuale - verranno poi sviluppate in un approfondimento ad hoc.
Una di queste tematiche è rappresentata dalla posizione dell’autovettura rispetto alla tenda da campeggio. Dalle foto è possibile vedere come l’auto sia parcheggiata in senso opposto all’ingresso della piazzola. Posizione utilissima per uscire dalla piazzola con più facilità a causa della poca ampiezza dello spazio che avrebbe compromesso la manovra di inversione, ma poco utile se si tratta di un posizionamento momentaneo della vettura per poi farla uscire poco dopo. Oltretutto, dalle foto, si può apprezzare la vicinanza (circa un metro) di questa alla tenda montata dai due turisti. Colpisce anche la presenza dei sacchetti dei picchetti della tenda fuori da questa, in prossimità della vettura, quasi buttati via in fretta, senza precisione.
Chi scrive ritiene probabile il parcheggio della vettura prima della montatura della tenda senza che questa - l’auto - sia più spostata dai francesi. La macchina, sembra difatti così parcata per poter illuminare quella zona scelta dalla coppia per montare la tenda quando ormai la luce del giorno era svanita. Si spiegherebbe così la scelta della piazzola - non certo un posto comodo e piacevole dove campeggiare per poter visitare Firenze - rispetto ad altra zona. La scena sembrerebbe far intuire difatti più per un luogo di fortuna, improvvisato, rispetto ad una precisa scelta. Non depone in tal senso la testimonianza di un passante per Via degli Scopeti che alle 14:00 di quel 6 Settembre 1985 avrebbe visto una coppia montare una tenda. Ora, chi scrive ritiene tale testimonianza opinabile sotto due profili: il pranzo consumato a Pisa dalla coppia di turisti ed il loro arrivo in una zona fuori mano rispetto alla direzione “Bologna” dei due.
Se la coppia invece fosse giunta sulla piazzola dopo l’orario di cena avrebbe parcheggiato la macchina non per una sosta momentanea, ma quantomeno utile per: non occupare tutta la piazzola, montare la tenda al buio ed illuminare la scena (come possiamo vedere in questi giorni a Settembre 20:00 ormai è buio). Fosse andata diversamente, cioè che la coppia avesse montato la tenda per poi andare a cena ed infine ritornare in loco, forse avrebbe parcheggiato l’auto senza doverla rivoltare verso l’uscita, considerando la difficoltà di parcare l’auto a così poca distanza dalla tenda. Perché poi, l’auto, a ben vedere, non è direzionata verso l’uscita, ma proprio verso la tenda tanto che se questa fosse stata messa in moto e fosse stata inserita la prima, l’avrebbe travolta.
È una tematica questa di primario interesse perché ci permette di poter anche collocare temporalmente un delitto che - come sappiamo - è stato spesso oggetto di discussione.

Tornando al nostro tema principale circa il modus operandi vediamo come in questo delitto l’omicida si trovi nuovamente ad affrontare, come nel Caso 5, una condizione diversa da quella che rappresenta il suo quadro tipico: due soggetti non in macchina.
Nell’episodio di due anni prima l’assassino aveva predisposto un assalto frazionato in più punti di sparo, dato che, come sappiamo, l’omicida gira attorno al van dei tedeschi. Diversamente dal Caso 5, però, qui l’omicida non poteva vedere chiaramente a cosa stava sparando, non essendovi “finestre” nella tenda. Poteva avere la certezza della presenza dei corpi, ma non della loro posizione, né tantomeno di eventuali loro reazioni dall’interno come il pararsi fra di loro o con oggetti di fortuna all’interno. Doveva aver quindi necessità di far confluire i soggetti in un punto preciso, che gli permette quindi di poter individuare con sicurezza la loro posizione all’interno.
È possibile, muovendosi per ipotesi, che l’assassino abbia agito, stante il suo posizionarsi fuori dall’entrata della tenda lievemente accovacciato e tenendo l’arma in senso parallelo al terreno ma in posizione più bassa rispetto a questo (la scarpata poco distante), in modo da poter sparare verso la tenda con i due turisti attratti verso l’uscita di questa. Potremo forse azzardare che quel famoso taglio sul retro della tenda, sia stato eseguito proprio in tal senso per creare paura nei soggetti all’interno che per vedere cosa stava accadendo si sarebbero diretti verso l’unica uscita o via di fuga possibile. O ancora, qualora il taglio fosse dovuto ad altre cause, magari l’omicida avrebbe potuto attirare la loro attenzione fuori dalla tenda, intimandogli di uscire per poi accoglierli coi colpi di pistola. Dopotutto l’omicida invece di sparare dalla direzione a lui più favorevole e riparata, ovvero il retro della tenda, preferisce colpire frontalmente a questa probabilmente proprio per bloccare l’uscita delle vittime avendole fatte confluire verso la cerniera della zanzariera. Deporrebbero in tal senso i fori di proiettile in senso longitudinale verso l’alto, come a dover colpire non una persona sdraiata, ma bensì seduta o comunque semi eretta all’interno della tenda.
È questo l’apparente correttivo o strategia messa in atto dall’omicida che per la prima - ed ultima - volta è costretto a colpire “alla cieca”.
La problematica che qui nasce è però altra. Come può l’omicida sincerarsi della morte dei due? È costretto ad aprire la tenda.
Qui, a chi scrive, sorge un dubbio che porta ad una riflessione che sarà poi argomentata in altra sede: come è possibile che l’omicida, che deve sincerarsi dell’avvenuta morte delle vittime - dato che non può vederle - con ancora colpi nel caricatore venga sorpreso da un soggetto che da posizione semisdraiata, colpito, impaurito ed in stato confusionale, deve rialzarsi ed uscire da una apertura larga poco meno di un metro. È una dinamica, questa, che dovrà essere approfondita ed affrontata.

3. Conclusioni.

L’analisi sopra esposta ci permette di delineare un quadro comportamentale dell’omicida fortemente orientato verso un soggetto lucido, capace di modulare il proprio agire verso un fine - la morte - su cui adagia la metodologia dei propri assalti.
Salta subito all’occhio come, dal delitto di Baccaiano (Caso 4), l’assassino smetta di colpire soggetti in prossimità del volante di guida. Dal 1982, difatti, predilige un’azione più ponderata, meno assalitoria e più d’attesa. Come se, diversamente dagli anni precedenti, prediligesse attendere il momento giusto in cui colpire. Un’attesa sulla scena del crimine che, paradossalmente, si scontra con lo stato di maggior allerta dell’epoca dovuto al susseguirsi sui delitti. L’assassino, pur di giungere al proprio obiettivo, preferisce attendere, nascosto nella boscaglia, il momento in cui le vittime sono lontane dal volante (Caso 5 e 6) si spogliano del tutto o per la quasi totalità (Caso 6 e 7) così da essere impossibilitate ad una fuga improvvisa. Non ritengo affatto un caso che gli unici corpi nudi che l’omicida lascia siano quelli degli ultimi due delitti e che a questi abbia riservato quella atroce doppia escissione prima mai adoperata. Dopotutto, erano 10 anni (da Caso 1 a Caso 6), che ai suoi occhi non si presentava davanti un corpo nudo di donna. Non si tratta, come già ampiamente espresso in sede di UdM, di una evoluzione di fantasia - la escalation escissoria - quanto più una diversa reazione ad una situazione primaria ben diversa dai casi precedenti al Caso 6. È l’azione a determinare la reazione.
Tutta questa preparazione, ci riporta quindi a quel quadro che vede l’omicida perfettamente in grado di controllare il proprio impulso omicida, capace di attendere un’annualità ed anche in sede criminis di essere in grado di scegliere il momento migliore in cui agire, nonostante l’attesa e la visione dei corpi.
Sono riflessioni, queste, che - ad avviso di chi scrive - non solo farebbero propendere per un soggetto dominatore dei propri impulsi (e non viceversa, escludendo quindi qualsiasi senso di megalomania e di raptus omicidiario, leggasi “delitto di Baccaiano”) ma che sottolineerebbero la natura prettamente predatoria ed organizzata di un omicida che probabilmente consapevole di un’unica finestra temporale ove colpire vive i momenti di latenza predisponendo una miglioria del suo agire, sempre più volto, purtroppo, ad una assoluta efficacia.

martedì 27 novembre 2018

L'Uomo dietro il mostro 10 di E. Oltremari

Poco prima del Settembre 1985

“Salve a tutti, è passato un po' di tempo dall’ultima volta e me ne scuso per non aver adempiuto - come avevo promesso - in tempo utile all’uscita dei vari brani di questo percorso. Mi scuso anche con chi aveva commentato i precedenti pezzi su “Insufficienza di prove”, non avendo le notifiche in merito ai commenti che rilasciate è capitato che siano trascorsi mesi tra un vostro inter-vento ed una mia risposta. Pertanto, per ovviare a questi fastidiosi ritardi, ricordo che potete scrivermi a dr.oltremai@gmail.com.
Oggi riprendiamo le fila del discorso - parallelo rispetto al quotidiano dialogo e dibattito mostrologico - in merito alla possibilità di stilare un profilo dell’omicida tentando di non farsi influenzare dal preconcetto naturale di chi agisce potendo parlare dopo più di trent’anni dall’ultimo delitto.
Iniziamo così ad esporre quello che rappresenta, secondo chi scrive, il mo-vente ai delitti, ciò che ha spinto l’omicida ad agire e che lui stesso ha posto come giustificazione ai suoi crimini, frutto - in realtà - di un diverso trauma che solo un nome ed un cognome potrebbero davvero spiegarci.
Buona lettura,
E.O.”


1490.
“[…] molte persone si truovano in questo tale stato, le quali o per negligen-za o per ignoranza o per malizia vivono tanto bruttamente, e senza freno di ragione e di conscienzia, che poca differenzia è intra loro e gente pagana, o vero animali bruti e bestiali che non hanno intelletto niuno né ragione; e così facendo si vengono a dannare, la qual cosa è assai nociva et in perpetuum dan-nificativa.”
La prima regola è quella intenzionale ed ammonisce circa le ragioni per il quale è lecito avere un rapporto sessuale per non cadere nel peccato mortale.
Già si può intuire come la prima cagione sia quella della procreazione, da svolgersi - comunque, non sia mai - con tristezza d’animo per limitare al massimo la libido sessuale. Procreazione di quei figli destinati a riempire quei seggi vuoti lasciati in Paradiso dalla caduta di Lucifero ed i suoi seguaci.
La seconda, consiste nel compiere l’atto sessuale per soddisfare il debito nei confronti dell’altro, del coniuge, perché l’atto - quando richiesto - è dovuto.
La terza, più pragmatica, è quella di copulare per evitare distrazioni verso al-tri mali disonesti. Dopotutto, ci dice il predicatore, da quando Adamo e la sua compagna non si mostrarono certo probi, è difficile per l’uomo mantenersi alla distanza dalla tentazioni e per questo, Iddio, creò il matrimonio. Quindi, per evitare di andare a peccare a giro, meglio sfogare - seppure con estrema riluttanza - i propri deprecabili istinti verso la propria compagna che non è peccato mortale, ma solo veniale. Tant’è che la quarta ragione è appunto proprio quella di attrarre a te il tuo compagno o compagna che credi frequentatrice di pensieri disonesti così da ricordargli quale sia il più corretto e giusto fra i piaceri.
Ma non è tutto così semplice.
Perché se abbiamo visto quali sono le ragioni per cui può esser validamente praticato l’atto sessuale, vediamo ora quali sono le condizioni che ti fanno staccare un biglietto di sola andata per il peccato mortale.
Il primo fra questi consiste nei limiti del matrimonio. Fuori da questi limiti, anche qualora si trattasse di promessi sposi, poco importerebbe perché condizione prima per la liceità dell’atto sessuale è proprio questa, cioè il matrimonio.
La seconda consiste nel farlo pensando ad altre persone perché la sessualità con la propria compagna non può essere utilizzare per aggirare i divieti sopra posti.
La terza consiste in un preludio di altra regola che vedremo successivamen-te. Consiste difatti nella modalità: passi il fatto che puoi fare l’amore con la tua compagna, ma non fartelo piacere, né divertiti nel farlo, perché niente si può amare più che Iddio.
Quarta ed ultima, consiste nell’utilizzare il matrimonio come mero mezzo per potersi congiungere carnalmente con la persona amata.

La seconda regola è definita temporale e consiste in un semplice elenco di giorni durante l’anno in cui è assolutamente proibito accoppiarsi perché, appunto, quei giorni devono essere dedicati alle cose spirituali e non carnali.
Primo fra tutti - per intuibili motivi - è la Domenica e le altre feste comandate.
Secondo, sono i giorni della quaresima, le vigilie comandate (tre periodi di quaranta giorni che preparano la Pasqua, la Santa Croce di Settembre ed il Natale) e le Quattro Tempora. Queste ultime rappresentano raggruppamenti di tre giorni (mercoledì, venerdì e vigilia tra sabato e domenica) siti nelle quattro sta-gioni che compongono il nostro calendario nei quali veniva glorificato il Signo-re per ringraziarlo dei frutti della stagione e per ingraziarlo per i successivi. Difatti, ad ogni tempora corrispondeva un frutto della terra: olio in Inverno, fiori in Primavera, spighe di grano in Estate e grappoli d’uva in Autunno.
In particolare quelle di Autunno cadono nella settimana della Esaltazione della Santissima Croce (14 Settembre); quelle dell’Avvento appunto nella settimana dell’Avvento che precedono il Santo Natale; quelle della Quaresima, dopo la terza domenica di Quaresima ed infine, quelle estive, nella settimana di Pentecoste.
A questi dovevano essere aggiunti quei momenti, comunque coincidenti con questi sopra, del periodo mestruale, della gravidanza e nel periodo precedente al matrimonio ove si apparecchia le cose pertinenti alle nozze.

La terza regola, si definisce locale che qui predica sotto duplice accezione sia il dove luogo fisico l’atto sessuale non deve essere fatto sia - senza usare tanti giri di parole - dove luogo anatomico questo debba (o meglio, non debba) essere praticato.
In riferimento a quest’ultima - e riassumendo - viene fatto divieto, tanto al-trimenti da peccare mortalissimamente, di praticare i rapporti anali e condannando altresì la sodomia perché, dice il predicatore, Iddio ci avrebbe fatti tutti uomini. La sorte per gli omosessuali, quindi, vi lascio immaginare quale fosse.
Circa invece i luoghi geografici dove non si doveva in alcun modo aver atti sessuali di alcun tipo così da non peccar mortalmente perché il sangue ed il seme li profanerebbero irrimediabilmente.
Fra questi troviamo i luoghi sacri, come chiese e cimiteri e luoghi a questi limitrofi. Ancora, i luoghi pubblici e manifesti dove la coppia potrebbe essere vi-sta così da generare in chi li vede la voglia ed il desiderio di far la stessa cosa. Come e soprattutto dai fanciulli le cui menti non devono essere viziate dal peccato altrui.
Perché “grande confusione e vituperio debbe essere quello dell’uomo e del-la femmina, alli quali Iddio ha dato intelletto, che si congiunghino carnalmente in ogni luogo dove gli viene agio; e non curano se sono veduti o si no”.

Quarta ed ultima regola è quella modale che descrive, con minuzia di particolari, tutti quei modi appunto in cui è severamente vietato compiere l’atto sessuale che ho cercato di riassumervi per una più facile comprensione. Interes-sante in tal senso è la conseguenza prospettata per questi modi indegni di esercitare l’atto sessuale. Difatti a farne le spese, ne sarebbero i figli stessi, prodotto di quel rapporto che avrebbero il sangue viziato da tale rapporto oltraggioso.
Fra le pratiche, tutte tacciate di peccato mortale, troviamo:
-    indiscreta frequentazione: vietato farlo spesso e superficialmente;
-    indebita situazione: divieto per la donna di star sopra, in quanto il suo volto deve essere sempre rivolto verso il cielo;
-    inonesta proporzione: petto e ventre dell’uomo devono toccare le stesse parti della donna. Ogni variazione di posizione è da considerarsi tanto pec-caminosa da provocar ribrezzo anche il sol pensiero;
-    delle faccie adversione: strettamente legata a quella prima, comporta la necessità di dover stare col volto rivolto verso l’altro;
-    delli sentimenti e membri corporali abusione: bandito qualsiasi forma di preliminare perché frutto della gola, madre del demonio;
-    estrinseca seminazione: il seme maschile non deve disperdersi al di fuori della vagina né tantomeno essere racchiuso all’interno di una sacca (come i nostri preservativi);
-    commissione d’adulterio: “Oimè misero mondo! Oh quanti sono quegli che hanno concubina e moglie!”;
-    juridica e legale impedizione: contempla tutte quelle ipotesi in cui la con-giunzione carnale sia vietata in quanto contraria a norme di legge o convenzioni sociale. Si cita ad esempio gli atti sessuali tra consanguinei o dopo aver attentato alla vita del coniuge per potersi a questo sostituire.

È così che parla Fra’ Cherubino da Siena (o Spoleto secondo alcuni) rivolgendosi ai dilettissimi Figliuoli nel suo trattatello “Regole di Vita Matrimoniale” (Testo ora liberamente consultabile sul web su archive.org) , edito - approssimativamente - tra la prima metà del 1400 ed il 1490. Anni in cui il Frate - chiacchieratissimo tra gli esperti del settore - era solito girova-gare per le vie della città fiorentina a spiare le coppie scambiarsi effusioni.
Grandi predicatori, ove spesso, dietro, si celano grandi peccatori.
Mi sono imbattuto per caso in questo scritto mentre seguivo la scia di pensie-ri che ho cercato di riprodurre negli appuntamenti de L’Uomo dietro il mostro, allontanandomi per un attimo dai soliti sentieri battuti, dai soliti nomi (vedo che se ne parla comunque tantissimo quindi cosa altro avrei potuto dire se non get-tarmi in una bagarre che avrebbe portato più tensioni che soddisfazioni) e pro-vando ad analizzare le scene del crimine con la mente sgombra e libera dai pre-giudizi - certo necessari - dati dal “senno di poi”.
Come ho già spiegato negli appuntamenti precedenti, ho visto nei delitti dell’assassino delle coppiette una perfetta logica tra colpa e pena, tra fatto e punizione, come se fosse appunto la scena che l’omicida si trovava di fronte a dettare il suo agire ed alla quale doveva conformarsi, nel rispetto di una propria coscienza e ritualità che non ha mai - ricordo - voluto tradire, anche rischiando, come nel caso del Giugno 1982 (Come già riferito ampiamente in UdM7 e di cui torneremo a parlare nell’approfondimento dedicato al profilo geografico) o Ottobre 1981 o, ancora, Settembre 1983. An-che nelle difficoltà, negli imprevisti, ha sempre preferito ricondurre il suo agire allo schema impostogli dal suo credo, da ciò che lo spingeva ad uscire la notte in cerca delle sue vittime, ciò che lo muoveva, il suo movente.
Il movente. Tradendo quanto detto poco sopra in merito al non voler trattare, né considerare, la vicenda investigativa e giudiziaria, ho sempre trovato deboli i grandi nomi sul tema appunto del perché, questi, avrebbero commesso questi delitti. Rigettando fin da subito qualsiasi ottica di mercimonio tra esecutori e mandanti e quindi un movente dettato esclusivamente da una semplice richiesta di adempiere ad un compito (uccidere) per soddisfare non meglio precisati riti; e volendo andar oltre al semplice - seppur validissimo lo confesso - tradimento della fiducia della donna e susseguente volontà di riappropriarsi di questa idealizzandola nelle giovani vite che l’omicida intendeva recidere, ho ritenuto di dover ricercare un elemento che legasse questi omicidi così teatrali, brutali, appariscenti.
Mi sono quindi immerso nella storia fiorentina dell’epoca precedente alla scoperta dell’America, perché credevo che se davvero dietro i delitti vi fosse un predicatore, è lì che poteva aver tratto ispirazione per le sue azioni. Ed ho tro-vato un quadro che benché lontano 600 anni dall’epoca dei delitti vi era incre-dibilmente vicino.
Una società italiana post 1968, un primo movimento di rivoluzione dei co-stumi sessuali, un tempo di cambiamento, il sesso, i delitti, la punizione, la predica.
Mi sono spinto dove la mia conoscenza ed il mio sapere non potevano arri-vare e così mi sono fatto aiutare da esperti del settore, storici e teologi (che rin-grazio infinitamente per il contributo). Mi hanno descritto una Firenze del 1400 lussuriosa, proibita, scandalosa, sodomita, dove il sesso si mescolava e legava col potere, la chiesa e la società, tanto che fu necessario creare un organo ad hoc per potesse arginare gli episodi che potevano attentare alla pubblica decen-za. Le pene, severissime, per adultere, omosessuali, fedifraghi ed attentatori del buon costume, contemplavano stigma sul corpo, lembi di pelle ed arti appesi sugli edifici cittadini come monito per i cittadini. E poi il cammino di penitenza, lungo le chiese della città, per mostrare ed espiare i propri peccati fino alla casa del boia (interessantissimo qui vedere dove questa si trovava ma sarà oggetto dei prossimi appuntamenti).
Tutto questo quadro, aiutato anche dalle rappresentazioni dell’epoca presenti su volumi che invito i lettori a poter apprezzare in qualsiasi biblioteca fiorentina o anche solo ad alzar la testa lungo le vie della nostra città e notare quelle targhe che raccontano esecuzioni, gogne ed episodi avvenuti negli angoli della città e sfido lo stesso lettore a non trovare questo quadro così incredibilmente vicino ai delitti del Mostro: una società - ricordiamo in piena fine degli anni ’60, colta dai primi venti parigini - che deve essere educata, un sermone, una predica, sfortunati mezzi per poterla esprimere, un risultato. Lì dove nasce la rivoluzione culturale, nasce il Mostro, che vi rema contro, che recalcitra verso altri costumi, altra morale, altra epoca i cui valori (comunque protrattisi nel corso dei secoli identificandosi nel c.d. buoncostume sessuale), sono minacciati da una nuova corrente, che ha spostato la vivacità sessuale (mai sopita) dei giovani - fuori dalla costanza del matrimonio - prima ad una sua tacita accetta-zione e poi, data comunque l’impossibilità di poterla praticare liberamente, pro-trattasi fin fuori dalle mura domestiche. Abbiamo sempre visto questi omicidi come diretti verso, anche solo indirettamente, un dialogo con l’opinione pubblica, ma ci siamo dimenticati che la prima opinione colpita da questi delitti - oltre alle povere vittime - erano i loro stessi genitori.
Loro i destinatari del messaggio. Loro, forse, i veri soggetti che avrebbero dovuto mutare le loro abitudini, riconducendo i propri figli all’interno di quelle mura che gli avrebbero impedito di profanare il pubblico con la loro sessualità manifesta. Perché là fuori, vi era un uomo che in determinati notti avrebbe por-tato avanti quel suo percorso di insegnamento. Un cammino di penitenza, di sacrificio, rispondente ad un unico dettame: voi non dovete fare ciò che state fa-cendo.
Un messaggio (il giusto fare) attraverso un atto brutale (gli omicidi) per edu-care sia i giovani a comportarsi in preparazione a quelle che sarebbero state le regole da seguire in costanza di matrimonio sia verso quei genitori che avrebbe-ro dovuto - di proprio conto - impartire ai figli i giusti precetti e proprio perché questi erano stati rinvenuti dentro ad un automobile ad amarsi, si erano dimostrati negligenti ed avevano fallito nel loro compito.
È così assurdo pensare che il Mostro non si sia inventato niente, ma abbia di-storto un messaggio ed abbia indossato le vesti del predicatore per arginare quella, ai suoi occhi, follia che stava divampando di fronte a lui. È così insensa-to ritenere che quei corpi straziati non fossero altro che un messaggio da mandare alla cittadinanza, un sermone utile ad ammonire e ad insegnare in relazione non ad un suo privato convincimento, ma a ciò che era già stato detto, centi-naia di anni prima, fra le vie della sua stessa città.
Questa è una eventualità che nell’analizzare le scene del delitto non sento in alcun modo di escludere, anzi, il nostro esperimento di profilazione criminale mi sta portando proprio verso quella direzione. Ciò ovviamente non significa, superficialmente, una lettura distorta di un testo o di un bagaglio culturale tale da aver avuto per l’assassino delle coppiette un effetto criminogenetico, ma l’utilizzo di questa cultura, di questo sapere, di queste idee per giustificare un proprio agire omicidiario generato da un evento, da una psicopatologia che troverà fondamento in un evento o condizione a noi, ad ora, sconosciuti.
Lascio al lettore, adesso, poco prima del Settembre 1985, mettere in correlazione i dettami di Regole di vita matrimoniale (date, eventi, luoghi) con i delitti stessi.

Spero siate colti dal mio stesso stupore.

lunedì 10 settembre 2018

L'Uomo dietro il mostro 10 di E. Oltremari

Venerdì 06 Settembre 1985 o Sabato 07 Settembre 1985 - Loc. Scopeti, San Casciano Val di Pesa. “50”

50 anni. Cinquanta.
Molto di più di quanto quei ragazzi abbiano mai vissuto. 
Non si sono mai visti crescere, non si sono mai lasciati e poi rincontrati, non si sono mai guardati negli occhi davanti ad un altare, né hanno mai avuto alternativa alla loro relazione. Non hanno mai supportato l’altro durante la gravidanza, né dibattuto sul nome da dare al nascituro. Non lo hanno mai visto nascere, né crescere, studiare, vincere, perdere, amare, piangere, mettere su famiglia, invecchiare. Un po' come loro. 
Tanti anni fa ebbi la fortuna di parlare con un amico della coppia uccisa a Calenzano. Stefano e Susanna. Ero agli inizi dei miei studi e gli chiesi di raccontarmi di quei giorni. Mi raccontò di come seppe della morte dei suoi amici, della incredulità, della disperazione e della paura. Mi disse che a volte pensava al fatto che se quella notte di Ottobre i suoi amici non avessero avuto voglia di far l’amore, magari, oggi, i loro figli avrebbero avuto la stessa età dei suoi. Magari sarebbero cresciuti assieme, avrebbero frequentato le stesse scuole e magari, sì, giocato insieme a pallone. Un po' come loro. 
Ho una sorella molto più piccola di me. Ha la stessa età di Pia. Una bambina. Non una ragazza, ma una bimba. Non riesco a vederla altrimenti. E per deformazione professionale penso a chi, Pia, se l’è trovata di fronte quella notte di Luglio. A chi le ha rivolto contro un’arma. Non ha visto quei tratti dolci del viso o la pelle ancora levigata dalla natura. Non ha visto tutte le possibilità che la sua età le poteva offrire. Ha visto altro e lo ha preferito a Pia e Claudio. 
A volte li dimentico, tutti loro. Tutti e sedici. 
Li abbiamo trascinati in chiacchiere da tastiera in quel becero vocio da social network che ha gravemente confuso il diritto di libertà di manifestazione del pensiero con quello di dire quel che si vuole. 
E credo che nessuno potrà mai perdonarci per questo. Soprattutto Loro. 

Anni fa mi trovai bordo lago (non Trasimeno, tanto per sviare dubbi sul tema) seduto su una panchina a parlare con uno dei protagonisti di questa storia. Gli raccontavo le mie idee, i miei dubbi, gli spunti e quelle che narcisisticamente ritenevo essere validissime intuizione riguardo a chi, quelle notti, aveva ucciso sedici ragazzi senza…
Lì mi fermo e mi chiese perché sedici. 
Sorpreso, risposi che era il numero dei ragazzi uccisi. Otto duplici omicidi, quindi sedici corpi.
Mi interruppe nuovamente e con la mano mi fece cenno che no, non erano sedici, ma molte di più.
Intuii dove voleva andare a parare, così fui io ad interromperlo quella volta assecondando la sua correzione e suggerendogli - per mostrarmi preparato - che, certo, si riferiva alle morti collaterali, le prostitute, chi incaprettato e mutilato, chi impiccatosi coi piedi che strusciavano per terra… 
Ancora quella mano che diceva no, no Enea, sono ancora molte di più. 
Pensai di rispondere aggiungendo il lavoratore della terra agricola col maglione tirato su, ma prima di pronunciare il suo nome capii che forse, quel signore di fronte a me, voleva solo che rimanessi in silenzio, perché la risposta non era in nessun nome. 
Siamo noi, mi disse. Io e te. Ma non solo. Chi sulle scene del delitto si è chinato sui corpi per descriverli nel verbale, chi in divisa si trovava ogni estate col timore di sentire i rintocchi della Calibro 22 che sancivano un loro nuovo fallimento e chi ci credeva davvero; chi era in quell’aula di tribunale a prendere appunti da trasporre in un articolo di giornale, o chi sui banchi nella convinzione di far giustizia e chi invece deciso a difenderla; chi era lì a decidere; chi a casa davanti alla tv; chi dentro quelle macchine ci ha lasciato un amico, un amore mancato, una sorella, un fratello, un figlio o una figlia o un nipote o chi in quegli occhi spenti ha visto solo sé stesso e da quel giorno non ha fatto altro che collezionare articoli di giornale; chi ha aperto un blog, chi ha passato le notti a ricopiarvi sentenze, chi ci ha scritto un libro, chi due, chi ci ha fatto un film o un documentario dvd con contenuti speciali, chi si mette un microfono in mano per parlare ad una folla di appassionati in un qualche circolo toscano, chi ne parla alla radio, chi ne scrive per lavoro e chi passa le giornate a spulciare e commentare pagine Facebook dedicate al tema. 
Siamo noi, che ci pensiamo ogni singolo giorno della nostra vita. Vittime collaterali di questa storia. Certamente non equiparabili a quei ragazzi, ma comunque vittime, chi in un modo o chi nell’altro, di quegli spari nel buio. 
Siamo noi che mentre ne parliamo, scriviamo ed ascoltiamo di questa triste vicenda ci lasciamo trasportare dall’entusiasmo di scoprire chi li ha uccisi. Chi è l’uomo che si cela - appunto - dietro il Mostro. Altre volte, invece, ci sorprendiamo quando alla letta di un articolo su un giornale o di una news su qualche blog ci prende il timore che alla fine quel mostro non sia poi il nostro mostro. La percepiamo, distintamente, quella punta di timore di vedersi sfuggire dalle mani la propria idea e che tutto questo ricercare, sia ormai finito. 
Io la sento e me ne vergogno. Terribilmente. 
Abbiamo paura - tutti - di rimanere delusi dall’avvilente banalità che talvolta si nasconde dietro il male. E prima lo confessiamo a noi stessi, prima riusciremo ad affrontare il nostro mostro che ci ha reso vittime inconsapevoli (solo per noi, non per lui sia chiaro) delle sue azioni. 
Perché a cinquant’anni da quel 21 Agosto 1968 siamo ancora qua ad affrontare il nostro mostro. Galleggiamo alla deriva nella vergognosa speranza di non vederci disillusi dalla verità e nell’eccitante timore che il nostro più inconfessabile tra i pensieri non si realizzi.
Mai più.
21.08.2018

                                                                                                    E. Oltremari


Diversamente dal solito, per questo nuovo appuntamento, ho preferito iniziare con alcune righe scritte il ventun agosto scorso in quello che è stato il cinquantesimo anno dopo il delitto di Castelletti del 1968. 
Non lo pubblicai al tempo solo perché il clima di quei giorni le avrebbe poste nella coda delle tante parole, trasmissioni, dirette, presentazioni, articoli che si sono susseguiti. Adesso, invece, rappresentano quanto di meglio avrei mai voluto considerato che stiamo arrivando ad un punto nevralgico del nostro percorso. 

Sarebbe pretenzioso ed assolutamente riduttivo trattare, anche solo per il poco spazio fruibile al lettore, di un delitto come quello del Settembre del 1985 dove si è già scritto così tanto e bene da rinviare con piacere - e massimo rispetto - ai lavori di altri Autori (F. Cappelletti, V. Adriani, P. Cochi, M. Bruno solo per citarne alcuni delle più recenti pubblicazioni) che hanno dettagliatamente già analizzato quello che rappresenta uno dei più complessi tra i delitti dell’assassino delle coppiette.
Così, dato la superfluità di ritrattarlo dal punto di vista criminalistico,
preferiamo trarre a nostro vantaggio la componente criminologica utilizzando questo ultimo delitto come conferma (o smentita, sia chiaro) di quanto fin ora raccolto nei nostri precedenti appuntamenti. Questo nuovo incontro sarà suddiviso in due parti, la prima come raccolta e schematizzazione dei dati ad ora emersi e la seconda di raffronto con l’ultimo delitto della serie e la predisposizione analitica di un profilo. 
Ci poniamo, quindi, nell’ottica di chi si trova dopo il 29 Luglio 1984 - e prima del Settembre dell’anno successivo - quando un omicida ha appena trucidato due fidanzati appena diciottenni e ci chiediamo: quali dati abbiamo fino ad ora? 

Circa la profilazione prettamente biografica abbiamo ipotizzato un soggetto di sesso maschile, residente all’interno della provincia fiorentina, buon conoscitore delle aree dove ha colpito, abile nel muoversi in condizioni di sfavore (al buio e nella boscaglia), medio sparatore e buon utilizzatore della lama, capace di modulare le proprie reazioni in base alle circostanze che gli episodi - anche imprevisti - richiedono. 
In sette duplici omicidi non contiamo alcuna segnalazione certa. Nessuno lo ha visto in azione se non, forse, un bambino che poca ricorda e quel poco è molto confuso ed un guardone che magari ha visto soltanto dei corpi privi di vita ma non quanto accaduto poco prima. Considerato i luoghi dove ha colpito (aree che seppur appartate non si presentavano come totalmente al riparo da vie asfaltate o comunque sguardi indiscreti) è plausibile che l’omicida li conoscesse molto bene o che comunque avesse avuto il tempo ed il modo di studiare i suoi assalti così da rendere maggiormente efficace l’aggressione soprattutto in relazione all’economia dei tempi non certo esigui dato ciò che sarebbe andato a realizzare. Ci è lecito altresì ipotizzare un’appartenenza dell’omicida ai luoghi dove ha colpito. Tutti circoscriventi l’area fiorentina ma nessuno all’interno del comune del capoluogo toscano. Punto, quest’ultimo, che verrà trattato in un capitolo specifico sul tema del profilo geografico.
Circa invece la componente soggettiva, il nostro omicida sembra rispettare rigidi canoni di comportamento che dirigono il suo agire verso il più spietato dei fini. L’assassino - come già descritto nel precedente appuntamento a cui rimandiamo - sembra rispondere ad un proprio codice che applica all’azione postasi di fronte a lui. E quale è questa condizione? 
Due persone appartate tra loro in apparenti atteggiamenti amorosi ed in un luogo pubblico durante un giorno festivo o prefestivo.
Fra queste condizioni che potrebbe comportare un minimo di dibattito è quella degli atteggiamenti amorosi applicabile al duplice delitto del 1983 (di cui però abbiamo già trattato ed a cui rinviamo per le conclusioni sul tema L'uomo dietro il mostro 8) ma le altre - vittime, luogo e tempo - appaiono costanti in tutti e sette i casi da noi esaminati. 
Sembrerebbe, dunque, che l’omicida abbia diretto la propria azione mortifera all’interno di una situazione che riteneva così biasimevole da applicargli una pena - la morte - e delle pene accessorie - colpi post mortem ed escissioni - come corrispettivo di quanto concretamente le coppie stavano facendo, calibrando quindi la sua offensività sui cadaveri in relazione alla colpa commessa in un lineare principio di legalità e certezza della pena. 
Proviamo, allora ad analizzare analiticamente questi condizioni che creano la situazione meritevole di punizione.
In tal senso aiutiamoci con una rubricazione, approssimativa ma utile alla comprensione, che suddivide questi termini in comportamentale, modale, locale e temporale. 
Il primo fra questi, comportamentale, si riferisce alla colpa principale delle vittime, a loro tutta comune e cioè il compiere atti sessuali non in costanza di matrimonio o in atto di adulterio o comunque non ai soli fini procreativi. 
Il secondo, modale, ricomprende - invece e più nello specifico - la concreta azione svolta dai giovani al momento della loro uccisione o comunque dell’aggressione. Fra queste possiamo considerare - ad ora - i soli c.d. preliminari visto che nessuna coppia al momento dell’aggressione stava avendo un rapporto sessuale completo, mentre forse solo una di questa (Vicchio 1984) vi fosse andata molto vicino. Come preliminari dobbiamo qui considerare sia le semplici effusioni, sia gli strofinamenti, sia fellatio o azioni manuali, ovvero tutti quei comportamenti che precedono l’atto sessuale completo. 
Il terzo, locale, si riferisce ai luoghi dove l’azione sessuale viene commessa. Sono tutti luoghi pubblici. Stradine sterrate, spiazzi lungo una via, campi e tratturi a non più di 50m da una via principale. In ogni caso, si trattano, tutti, di luoghi pubblici e manifesti, cioè all’aperto, non fra quattro mura e dove nessuno avrebbe potuto limitare l’accesso ad occhi di terzi indiscreti. L’azione sessuale benché compiuta all’interno di una vettura era comunque parcheggiata in uno spazio aperto passibile quindi di essere visti da terzi o ancor peggio, come sappiamo essere accaduto, da un bambino. 
Il quarto ed ultimo, temporale, si riferisce a quando questi delitti venivano posti in essere. Ricordiamo allora i venerdì, i sabati e le domeniche fra le quali contiamo anche una pentecoste ed un’altra esaltazione della santissima croce ricalcante una festività cristiana - di origine però celtica - chiamata delle c.d. tempora, da celebrarsi quattro volte l’anno (una per ogni stagione). Così riassunte queste quattro regole (che saranno meglio approfondite nella seconda parte di questo episodio), descrivono di volta in volta quella situazione che l’omicida ripaga con la morte prima (per i rei, in funzione retributiva) e con le escissioni post mortem poi (per i posteri, in ottica deterrente). Ed è questa una situazione questa - in tal modo suddivisa - che verrà soddisfatta anche da quella del Settembre 1985 dove due turisti francesi verranno uccisi mentre erano nudi all’interno della loro tenda da campeggio piantata in una piccola radura a lato di una via trafficata in un venerdì (o sabato)
settembrino. 
E sarà anche qui rispettato lo stesso principio di colpa e pena come espresso negli anni precedenti dove il maggior avanzamento dell’atto sessuale della coppia, intuibile dalla maggior nudità dei corpi, verrà ripagato dall’assassino con l’escissione del pube e del seno sinistro della vittima femminile e con i molti colpi inferti a quella maschile (di cui comunque parleremo nella seconda parte). 
Ci troveremo allora anche qui di fronte a quella scena ricercata e punita dall’omicida rispondente a quei quattro termini sopra esposti che compongono l’oggetto della sua missione. 
Solo che questi quattro termini, che troviamo violati in ogni delitto attribuito al Mostro di Firenze non me li sono inventati ora io - non vagliatemene per il piccolo bluff - estrapolandomi ex post dall’analisi delle scene, ma sono già stati descritti da qualcuno qualche tempo fa. 
Niente di male se non fosse che la predica circa la commissione di questi peccati mortali, così descritta in questi quattro canoni e così rispondenti a questi delitti, sia stata scritta prima della commissione di questi. Più precisamente nel 1477. 
(segue…)

giovedì 26 luglio 2018

L'Uomo dietro il mostro 9 di E. Oltremari

Domenica 29 Luglio 1984 - Loc. Boschetta, Vicchio. 

“È stato alquanto difficile scrivere riguardo questo duplice omicidio che verrà oggi preso da spunto per iniziare a decifrare - seppur timidamente - la fantasia che ha spinto l’assassino ad uccidere. Disegnare i corpi delle vittime è stato straziante. Più del solito. La loro giovane età, non potrebbe mai essere resa da nessuna matita. Soprattutto da quella di un dilettante come me. Ad ogni sguardo su quei volti levigati, ripenso alla drammaticità del tema che stiamo affrontando e di quante volte giochiamo su quanto accaduto a quei ragazzi. Non dovremo permettercelo, mai. Anzi, a voler essere sinceri, non dovremo permetterci un sacco di altre cose. Ma questa è un’altra storia di cui un giorno, forse, parlerò. Ora che entriamo nel vivo di questo percorso cercherò di rendere puntuali gli appuntamenti nonostante le ferie. Nel caso ritardassi, come questa volta, chiedo preventivamente venia. Detto questo, auguro una buona lettura a chi legge e buone vacanze.” 
E.O. 

Percorrendo la strada provinciale Sagginalese, in direzione di Vicchio, sulla sinistra, c’è un viottolo sterrato, lungo circa 58 metri e delimitato a destra ed anteriormente, per chi vi accede, da un terrapieno alto circa 7 metri e ricoperto da vegetazione incolta; a sinistra, invece, è coperto da cespugli e sterpaglie oltre i quali si trova un campo coltivato da erba media. Sulla parte terminale del suddetto sentiero è parcheggiata una Fiat Panda 30, di colore celestino, avente la parte anteriore in direzione della provinciale. 
Gli sportelli sono chiusi, di cui quello sinistro e posteriore con le sicure inserite; il vetro del finestrino sinistro abbassato per 8 cm; il vetro del finestrino destro è totalmente frantumato. Quasi al centro del paracolpi in plastica nera della portiera destra, che è uniformemente cosparso di polvere, si notano due aloni di forma semi circolare, del diametro di cm. 10x6 derivati da asportazione di polvere le quali distano dal suolo 60 cm. Le stesse che verranno utilizzate dai periti per ipotizzare un’altezza dell’omicida ben superiore ai 185 cm grazie ad una stima dell’altezza tibiale.
Sullo sportello destro, a circa 25 cm dal bordo sinistro del finestrino, in prossimità del canale di scorrimento del vetro si presenta una vistosa grossa goccia di sangue coagulata. Sul montante posto alla base di detto sportello, parte mediana, c’è una macchina di sangue a superficie striata verticalmente che ricade sul terreno sottostante, ove si nota che un fazzoletto di carta (anche qui) e l’erba posta nell’immediata vicinanza macchiata di sostanza ematica. A cm. 40 dalla suora anteriore destra, sul terreno, perpendicolare alla base della fiancata dell’autovettura, c’è un bossolo cal. 22 col fondello percosso. 

La chiave di accensione è inserita nel quadro mentre i sedili anteriori sono completamente ribaltati in aventi. L’aletta del parasole sinistro è abbassato. Nel vano della plancia si trova un contenitore in plastica di videocassette e nel portaoggetti dello sportello destro una copia de LA GAZZETTA DELLO SPORT del 25.05.1984 sul cui pagina 7 si nota una macchina di sangue, di forma tondeggiante, dal diametro di 2 cm. 
In prossimità del pulsante di blocco interno dello sportello destro sono presenti striature di sostanza ematica poste diagonalmente; nella parte sottostante di queste, su altre tracce di sostanza ematica, sono residuati vari peli di colore nero. Sui tappetini poggiapiedi, con più accentuazione per quelli posteriori, troviamo i frantumi del vetro del finestrino in parte sporchi di sangue. Sul tappetino destro c’è una torcia elettrica di colore blu. Sotto il sedile anteriore destro, tra i ferri di scostamento, si trovano un paio di jeans di colore blue, un paio di mocassini di stoffa di colore rosso, una borsa in pelle marrone da donna nonché un bossolo cal. 22. 
Sul tappetino posteriore sinistro a cm 30 dalla base dello sportello e a cm. 20 dalla base del pianale posteriore un altro bossolo mentre un altro è a cm. 34 dalla base dello sportello e a cm 3 dalla base del pianale. 
Sulla guida sinistra del sedile sinistro, parte terminale posteriore, è presente un altro bossolo; sotto di questo due scarpe di colore bianco da uomo. 
Sul pianale posteriore, interamente ricoperto da moquette azzurro parallelamente alla fiancata sinistra, piegati a libretto uno sull’altro, ci sono il sedile e la spalliera; quest’ultima ha la superficie macchiata in più parti di striature di sostanza ematica e sul bordo superiore, parte mediana, dei residui di sostanza coagulata organica. Sotto il sedile suddetto ci sono: un paio di pantaloni da uomo di colore verde di tipo militari, macchiati di sangue (entro i quali verrà ritrovato il portafoglio del ragazzo trapassato da un proiettile, ritenuto nella tasca) ed una coperta, nell’angolo posteriore sinistro del pianale, una scatolina di metallo, colore verde o bianco, contenente una bustina con all’interno un profilattico. Un’altra bustina vuota di profilattico è tra le coperte assieme ad un orologio di metallo bianco. 
Sul vetro del lunotto laterale destro, sono presenti vari schizzi di sangue in massima parte puntiformi; altri schizzi si notano sulla superficie laterale destra del lunotto, per chi osserva dall’interno.

Sulla destra del pianale, giace, sul fianco sinistro, il cadavere del ragazzo. E’ rigido, cereo, inodore, freddo, integro, senza pantaloni, con la testa rivolta al portellone posteriore, alla cui base aderisce con la regione parietale; gli occhi e la bocca sono chiusi, il viso è sporco di sangue e poggia con la guancia sinistra; dalla boccia fuoriuscita della sostanza organica. Questa è intervenuta dopo i primi colpi ricevuti segno di indici di vitalità del ragazzo che l’assassino potrebbe aver represso poi con le molte ferite d’arma bianca. 
Il braccio destro è piagato verso il corpo, ha la mano con le dita leggermente flesse ed è incastrata sotto l’arto del costato inferiore destro; il sinistro è invece piegato sotto il corpo. Il tronco è leggermente ruotato a destra. 
Gli arti inferiori sono uniti e piegati, il destro poggia a sinistra che, a sua volta poggia con la parte esterna sul pianale; i piedi pendolo dal pianale in direzione del sedile anteriore destro. 
Il cadavere indossa una maglia a mezza manica, di colore beige con righe blu, macchiata di sangue con più accentuazione nella parte inferiore; un paio di slip completamente intrisi di sangue ed un paio di calzini bianchi anche essi macchiati di sangue. 
Tutte le superfici utili, allo scopo di porre in evidenza eventuali impronte papillari latenti, sono state cosparse con polvere esaltatrici in alluminio, mettendo così in evidenza due serie di 5 frammenti d’impronte sul montante superiore dello sportello destro. 
Relativamente ai colpi d’arma da fuoco il ragazzo è stato attinto da un colpo in regione auricolare sinistra, penetrato nelle strutture encefaliche in sede temporale, con proiettile ritenuto; un colpo all’emitorace sinistro, poco penetrante e ritenuto nella cute sottostante (dotato di scarsa energia avendo prima frantumato il vetro); un colpo all’ipocentro sinistro che, con tragitto obliquo dal basso in alto e dall’aventi indietro, ha interessato stomaco, diaframma e poltrone sinistro, per fermarsi in regione dorsale, dove il proiettile è stato rinvenuto; un quarto colpo ha perforato i pantaloni determinando - dicono i periti - la lesione contusiva in regione glutea (ma ciò significherebbe che questi li avesse indosso il ragazzo mentre sono stati rinvenuti piegati e sotto il sedile). L’emitorace sinistro è stato inoltre interessato da un frammento di proiettile. 
È stato inoltre colpito numerose volte (10) con uno strumento da punta e da taglio, più precisamente: all’emitorace sinistro (1), al fianco sinistro (2), all’ipocondrio (1), alla fossa iliaca destra (1), all’avambraccio destro (1), alla coscia sinistra (2) ed in regione lombare destra (2) tutte con scarsi indici di vitalità. (Si presenta qui un problema di fonte perché l’esame autoptico differisce dalla perizia nel numero di un colpo inferto). 

Sulla destra della vettura, i rovi ed i cespugli presentano tracce di calpestio verso il campo. Nella parte terminale, all’inizio della coltivazione, si trova il cadavere della ragazza. Giace sul terreno in posizione supina con la testa rivolta verso l’autovettura e ruotata verso sinistra ed i piedi verso un casolare che dista circa 500 metri. 
L’occhio sinistro è semi aperto, l’altro e la bocca chiusa. 
Il braccio destro indotto e disteso lateralmente, poggia con la parte posteriore e la mano cinge (sic) degli indumenti (camicetta e reggiseno) intrisi di sangue; il sinistro, indotto, poggia con la regione radiale. 
Gli arti sono divaricati e distesi. Al di sotto è uno slip tanga strappato (sic) su di un lato. Sulla guancia sinistra una macchina di sangue coagulato che seguendo la linea di gravità imbratta braccio ed ascella. 
Ai lobi degli orecchi orecchini in metallo giallo, al collo una catenina di metallo giallo, spezzata nella parte anteriore, all’anulare ed al medio della mano sistri due anelli in metallo. Al polso sinistro un orologio intriso di sangue col cinturino slacciato. 

La ragazza è stata attinta da un colpo d’arma da fuoco in regione zigomatica mascellare destra che, penetrato nella cavità cranica, ha interessato la regione sfenoidale, la massa encefalica, per essere poi ritenuto a livello bulbare (No, Sig. Lotti non ha gridato mentre la tiravano fuori). 
Secondo colpo avrebbe interessato l’avambraccio sinistro ma nella relazione peritale, come per quanto riguarda il fidanzato, si dibatte sull’autonomia di tale colpo. In poche parole se questo fosse quello poi finito sullo zigomo della ragazza (colpo da tramite e da difesa). 
Si presentano inoltre due ferite da punta e da taglio in regione altero cervicale destra, con interessamento dei tessuti molli e del fascio vascello nervoso ma senza danno a carico dei vasi di calibro maggiore. Dette ferite presenta fatti emorragici nei due tramiti. Ancora, purtroppo: sette piccole ferite piuttosto superficiali all’emitorace sinistro, lateralmente alla zona di escissione mammaria; vicine tra loro e non infiltrate. 
Numerose lesioni escoriate da trascinamento. 
La regione mammaria sinistra ha subito l’asportazione totale della mammella per una superficie rotondeggiante del diametro di 18 cm. Il fondo di tale lesione è grossolanamente piano ed espone il grasso sottomammario per quasi tutta la superficie, ad eccezione della parte inferiore, più profonda, che mette a nudo il piano muscolare. I margini di detta lesione sono abbastanza netti e non infiltrati ma risultano interrotti da piccole incisore a vari livelli; si rileva inoltre l’asportazione del pube, della regione perivaginale, di parte della faccia interna delle cosce alla loro radice e di parte della regione perianale. 
I margini sono netti, precisi continui senza irregolarità ad eccezione della solita piccola insicura ad ore 8. Assenza di infiltrazione e quindi, fortunatamente, di vitalità. 

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Il duplice delitto del Luglio del 1984 si presenta particolarmente atroce agli occhi di chi guarda per alcuni elementi che, purtroppo, caratterizzano la scena: 1) la giovane età delle vittime; 2) l’escissione - oltre al pube - del seno sinistro della vittima femminile. 
Giunti ormai al nostro nono appuntamento, è tempo ora di affrontare due temi essenziali per la natura di questo nostro percorso: il concetto di colpa e quello di pena. 

La colpa. 
Dovremo qui distinguere il concetto di colpa da quello di colposo, identificandola invece come un concetto più vicino a quello di imputabilità. Attribuzione, quindi, di un fatto ad un soggetto - di cui ne è autore - in quanto prodotto di una sua azione (od omissione) volontaria, cosciente e consapevole. Nel nostro caso, il fatto attribuibile alle vittime è rappresentato dalla condizione in cui queste si trovano quando (e soprattutto per cui) vengono uccise. E la condizione, come già era stato anticipato, comune a tutte le scene del delitto fino al momento di cui si scrive (ma che comprenderà anche il duplice delitto del 1985) è il trovarsi appartati in luoghi pubblici fra persone non sposate. 
Il celibato poteva tranquillamente dedursi, per l’omicida, già dalla situazione di fatto del trovare due persone, giovani, racchiuse in automobile ad amoreggiare. Difficilmente, difatti, si sarebbero trovate due persone sposate potendo queste beneficiare di una casa dove stare. E, nel caso in cui queste lo fossero state, sarebbe stato plausibile un rapporto fedifrago, e che fossero sì sposate ma non certo con chi era con loro in automobile. Anche se, forse, in quegli anni, chi voleva tradire il proprio partner avrebbe preferito una sistemazione alberghiera. In ogni caso, la giovane età dei bersagli ed il loro trovarsi in automobile ad amoreggiare poteva essere valido motivo per l’omicida per identificarli come non sposati tra di loro. Ed è una situazione, questa, che l’assassino ricerca al fine di lederla, di infrangerla, di punirla. Sia questa commessa tra due giovani in uno stato ormai consumato, sia in uno stato di effusioni, di preliminari o di stretta anticipazione dell’atto sessuale. L’omicida è sempre coerente col suo proposito criminoso, quantomeno in tema di vittime. 
La situazione generale che ricerca - e trova - è sempre la medesima, quantomeno nella fase pre morte: una coppia di giovane (anzi giovanissimi in questo ultimo caso del 1984), non sposata, uccisi nell’immediatezza dell’agguato, durante un giorno festivo o prefestivo, dopo cena (ma mai tanto oltre la mezzanotte), in un luogo appartato ma mai troppo distante da una strada di via principale, facilmente raggiungibile in auto ma anche a piedi, potendovi lasciare la vettura poco distante. Anche in questo delitto - seppur di non facile ricostruzione - vediamo che l’assassino direziona la sua aggressione ad un imminente fine mortifero dei due giovani, mirando al volto dei ragazzi. 
La difficoltà nella ricostruzione risiede nella direzione dei colpi ricevuti dai due giovani (soprattutto l’uomo) e la fonte di questi, ovvero il finestrino lato passeggero. 
Considerando l’ipotesi per la quale i due ragazzi si trovassero già nella parte anteriore della panda, dalla quale era stato divelto il divanetto, si vedrebbe il ragazzo semi-seduto col fianco sinistro rivolto verso il parabrezza/finestrinopasseggero da dove, appunto, provengono i colpi che si infrangono, difatti, sul porzione di corpo esposta. La ragazza, diversamente, poteva essere seduta frontalmente essendo stata colpita allo zigomo destro. 
L’omicida esplode qui 5 colpi d’arma da fuoco, due dei quali diretti al cranio dei due ragazzi con fini evidentemente mortiferi nel senso di giungere alla morte nel modo più rapido possibile come aveva fatto anche negli anni precedenti ad esclusione del delitto del 1974 dove, ancora inesperto, era mancato di mira e precisione preferendo un’irruenza che lo aveva costretto a finire la povera ragazza col coltello. Le altre circostanze collimano così come negli altri delitti. 
Di diverso e di pregevole interesse ai nostri fini è rappresentato da quello che accade dopo la morte dei ragazzi. 
Come tristemente noto e da come si può vedere nelle immagini allegate al testo, l’omicida oltre alla zona pubica asporta anche il seno sinistro della giovane oltre ad altre non meglio identificate ferite (ma credo si possano ritenere da punta e da taglio) poco sotto la zona escissa.
Rispetto a tale punto, si è spesso detto trattarsi di una evoluzione della fantasia dell’omicida che migliora, modifica ed evolve il proprio agire come accompagnamento ad una fantasia che non poteva più appagarsi con la sola asportazione della zona pubica. Andando totalmente controcorrente rispetto al comunemente detto, riteniamo censurabile quest’assunto non riconoscendo nell’attività post mortem dell’assassino alcuna evoluzione, se non in un solo caso come verrà di seguito spiegato.
Il termine evoluzione, nei termini di cui sopra, può essere considerato come un sinonimo di sviluppo, trasformazione, miglioria, qui, fra due elementi di cui, questo cambiamento rappresenta, appunto, un logico passaggio graduale fra questi.
A ben vedere però il tema dell’evoluzione, nei comportamenti umani, mal si confà quando un’azione umana è dettata ad un evento esterno. Quando cioè questa rappresenta la reazione ad un input. Basti pensare a qualsiasi nostra reazione emotiva e quindi comportamentale. Questa si evolve, presentando dei cambiamenti dettati dal nostro io e dal nostro bagaglio esperenziale quando l’input si presenta come uguale e costante, diversamente avremo input differenti e conseguentemente reazione diverse. Come possiamo considerare l’evoluzione di un comportamento come tale se questo è dettato da una situazione diversa dalla precedente. Davvero riteniamo di poter considerare come la trasformazione di una fantasia quella dettata da uno stimolo diverso. O potrebbe essere, più correttamente, essere considerata come una reazione a sé, coerente con le proprie convinzioni, con il proprio credo, ma dettata non da una propria evoluzione autogena ma da input esterni diversi.
Troveremo così più corretto identificare tale pratica post mortem dell’omicida che si sussegue negli anni, non come evoluta, bensì some modulata. Quella che sembra una mera bizza lessicale, presenta invece - a nostro avviso - notevoli e sostanziali conseguenze.
Pensiamo ai delitti fin ora affrontati.
La situazione generale, come prima descritti è comune per ogni delitto. Quella particolare, invece si distingue di volta in volta, generando - ovviamente - reazioni diverse in chi lo osserva.
Iniziamo così ora ad introdurre il concetto di pena.
Contando tutti i delitti ad ora avvenuti, questi presentano condizioni particolari diverse tra loro. Benché difatti si tratti sempre di una coppia appartata con le caratteristiche soggettive ed oggettive descritte, l’atteggiamento e la situazione con cui queste si presentano all’omicida sono diverse ogni volta, tanto da suscitare in lui reazioni differenti, oltre alla comune morte di cui tutti loro erano - per lui sia chiaro - meritevoli. Come ben tutti noi sappiamo, il grado di vestizione di due persone è un chiaro indice di una sessualità più o meno avanzato. Due persone completamente nude, avranno un tenore sessuale ben diverso rispetto a due vestite o semi-spogliate. E se nell’intenzione dell’omicida vi è un evidente motivazione di uccidere una data situazione di due persone tra di loro appartate, potrebbe questa generare in lui diverse fantasie lesive qualora la situazione fra i due sia ad un grado diverso rispetto ad un altro.
Ricordiamo i due duplici omicidi del 1981, dove le coppie vengono uccise in un primo momento di svestizione, durante - probabilmente date le circostanze - i preliminari. Qui l’omicida, ad una situazione generale e particolare pressoché identica, reagisce in una funzione maggiormente punitiva rispetto alla morte, con l’escissione del pube e con altre ferite da punta e da taglio in quelle zone (Ottobre ’81) coperte invece nel delitto del Giugno dello stesso anno.
Basta osservare i due ritratti per poter apprezzare le incredibili somiglianze tra i due delitti.


Stessa considerazione potrebbe essere fatta per il delitto del 1982 e quello del 1968 (anche se, in merito a questa corrispondenza sarà presente più avanti un apposito approfondimento). Anche qui, le due coppie, completamente vestite se non per i pantaloni solo sganciati della vittima maschile del 1968 non porta al compimento di alcuna azione lesiva aggiuntiva, in quanto come già detto in Udm7 la condotta omicidiaria poteva già ritenersi esaurita con la semplice (mai parola potrebbe essere più scomoda) morte dei giovani, rei di una colpa meno grave rispetto ai coetanei precedenti.
L’omicidio del 1983 presenta invece una situazione per l’omicida in cui non si era mai imbattuto, ovvero due uomini, ma che presenta le stesse caratteristiche generali di cui sopra e che non provoca in lui alcuna attività susseguente alla morte né correttiva (vd. L'uomo dietro il mostro 8).
Arrivando ora al 1984, l’assassino si trova di fronte ad una situazione: ragazzo in mutande, calzini e maglietta con forse indosso i pantaloni (che poi l’omicida avrebbe sfilato o a cui avrebbe sparato perché tenuti sollevati dal ragazzo?), ragazza completamente nuda ad eccezione delle mutandine che da rapporto vengono descritte come strappate e quindi non tagliate come per quello delle vittime del 1981. Particolare questo che riconferma quanto già detto in merito (vd. L'uomo dietro il mostro 5), ovvero che queste risultano tagliate quando l’assassino ha già in mano la lama per averla utilizzata per recidere i pantaloni (o la gonna) seguendo quindi la linea del suo agire, quando invece la ragazza indossa solo quelle (1974 e 1984) è l’assassino stesso a strapparle, non avendo nessun ostacolo da recidere tra lui ed il pube.
È la prima volta dal 1974 che l’omicida si trova di fronte la stessa situazione generale e particolare. Le altre (1981, Ottobre 1981, 1982 e 1983) erano difatti tutte diverse.
E qui, per la prima ed unica volta, la fantasia dell’omicida - e conseguentemente il suo agire da questa dettata - compie una evoluzione quando appunto l’input che riceve è il solito, dopo 10 anni in cui è sia anagraficamente che omicidiariamente più maturo. Osserviamo la somiglianza fra le vittime e come queste vengono ritrovate, a nostro avviso impressionante.




Non sarebbe forse erroneo considerare la morte come “pena principale” ed i colpi post mortem o le escissioni come “pene accessorie”. Pena, principale ed accessoria, che in perfetta sintonia con i principi dell’età dei lumi racchiuderebbe in sé sia il proprio carattere retributivo sia general preventivo o deterrente. Il carattere retributivo si manifesta come corrispettivo di quanto commesso dalla coppia al momento in cui questa viene in contatto con l’omicida. Alla maggior nudità dei corpi e quindi al maggior coinvolgimento sessuale della coppia, l’omicida corrisponde una pena base consistente nella privazione della vita, ed altre accessorie come i colpi post mortem o le escissioni. In ottica retribuita, alla maggior esposizione del corpo nudo (e di conseguenza anche dell’attività sessuale consumata) l’assassino infierisce maggiormente sui corpi delle vittime, concentrandosi maggiormente su quello della donna, meritevole quindi di maggior pena.
Il carattere preventivo della pena esplica invece il suo effetto deterrente nell’opera di messa in scena an plein air dell’opera delittuosa. In tutti i delitti (eccetto quello del 1985, non a caso l’ultimo) attributi all’omicida delle coppiette, l’omicida non occulta mai i cadaveri. Non tenta di nascondere il frutto della sua azione, ma anzi lo esalta.
L’omicida lascia agli occhi dei propri spettatori una orribile rappresentazione del suo agito. Spettatori composti sia dagli organi inquirenti sia, grazie all’opera dei mezzi di comunicazione, la collettività stessa. Lungi dal rischiare di porgere un complimento con questo termine ad un perfido assassino, la “teatralità” in questo caso identifica una particolare attenzione dell’omicida per il momento in cui verranno ritrovati i cadaveri.
L’omicida utilizza, quindi, la pubblicità data ai suoi omicidi come mezzo per inviare un messaggio a quella collettività di cui lui stesso fa parte ed al contempo sente di dover educare. Le orribile nefandezze dell’assassino, dunque, riecheggiano indirettamente in ogni dove mandando un messaggio ben preciso e purtroppo non sempre compreso: non dovete voi compiere questi atti, in questi luoghi ed in questi momenti altrimenti la punizione che meritate è questa. Il tutto sotto forma di un vero e proprio principio di legalità: chiarezza sul fatto vietato e conseguenze per questo stabilite.
La cosa curiosa, è che l’omicida, il Mostro, qua, non si inventa niente. Anzi, prende appunti e copia, riproducendolo a sua immagine e somiglianza.
Perché sì, tutto quello che fa era già stato scritto. E non da lui.

Segue... (A settembre).