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venerdì 9 luglio 2010

Ruggero Perugini

E' nato a Roma il 2 settembre del 1946. Dopo l'università fece parte del corpo dei Carabinieri e nel 1975 entrò in Polizia. Specializzatosi a Modena in criminologia clinica e perfezionatosi all'Accademia di Quantico in Virginia, diresse la squadra antimostro dal 1986 al 1992. Fu coadiuvato nel suo lavoro dal maresciallo Pietro Frillici e dall'appuntato Antonello Scanu. Il 4 febbraio 1992 la trasmissione televisiva Detto tra noi, in diretta da Vicchio, trasmise un appello del dott. Perugini al Mostro di Firenze: "Io non so perchè, ma ho la sensazione che tu in questo momento mi stia guardando e allora ascolta. La gente qui ti chiama mostro, maniaco, belva ma in questi anni credo di aver imparato a conoscerti, forse anche a capirti e so che tu sei soltanto il povero schiavo in realtà di un incubo di tanti anni fa che ti domina, ma tu non sei pazzo come la gente dice, la tua fantasia, i tuoi sogni ti hanno preso la mano e governano il tuo agire. So anche che in questo momento probabilmente ogni tanto cerchi di combatterli, vorremmo che tu credessi che noi vogliamo aiutarti a farlo. Io so che il passato ti ha insegnato il sospetto, la diffidenza, ma in questo momento non ti sto mentendo e non ti mentirò neanche dopo se e quando ti deciderai a liberarti di questo mostro che ti tiranneggia. Tu sai come, quando e dove trovarmi, io aspetterò."
Dal 27 aprile all'8 maggio 1992 ebbe luogo presso l'orto e l'abitazione di Pietro Pacciani una maxi perquisizione; alle ore 17,45 del 29 aprile il Dott. Perugini rinvenne una cartuccia per pistola calibro 22 long rifle, con impressa sul fondello la lettera "H", inesplosa e recante segni di un precedente inceppamento. Ha vissuto a Washington dove ha svolto la funzione di ufficiale di collegamento tra l'FBI e la DIA. Nel luglio del 1994 pubblicò con Mondadori Un uomo abbastanza normale dove "racconta una storia investigativa eccezionale: il primo grande caso di serial killer italiano seguito dall'interno, in un territorio inquietante, sempre pericolosamente in bilico tra la normalità e l'anormalità, tra il desiderio di allontanare da sè il mostruoso e la necessità di calarsi nella mente sconvolgente del colpevole".
Fu sentito durante il processo a Pietro Pacciani il 23 maggio ed il 13 e 15 giugno del 1994. Fu nuovamente sentito durante il processo a Mario Vanni e Giancarlo Lotti il 16 gennaio 1998.
Rif.1 - La leggenda del vampa p.178
Vedi anche:
-Ruggero Perugini - Intervista su La Repubblica - 17 gennaio 1993

-Ruggero Perugini - Intervista su La Nazione - 15 luglio 1992

-Ruggero Perugini - Deposizione del 23 maggio 1994
-Ruggero Perugini - Deposizione del 13 giugno 1994 
-Ruggero Perugini - Deposizione del 15 giugno 1994 

giovedì 27 maggio 2010

Michele Giuttari

Originario di Messina, dopo la laurea in giurisprudenza il 15 gennaio 1978 si arruolò presso la Polizia di Stato dove collaborò con la squadra mobile di Reggio Calabria per poi passare a dirigere la Squadra mobile di Cosenza. Prestò quindi servizio presso la Direzione Investigativa Antimafia di Napoli e Firenze. Dal 1995 al 2003 è stato il Capo della Squadra Mobile di Firenze per cui ha seguito la vicenda del "mostro di Firenze". Durante il processo a Vanni e Lotti depose nelle udienze del 23,25,26 e 27 giugno 1997. Nel 1998 con Carlo Lucarelli scrisse Compagni di Sangue, pubblicato da Le lettere e Bur. Nell'agosto del 1998 gli fu proposta la promozione a vicequestore vicario e lo spostamento in altra sede, Michele Giuttari rifiutò è continuò ad indagare sul "mostro di Firenze". Una nuova proposta dal ministero dell'Interno, anche questa respinta, gli giunse nell'agosto del 1998, in questo caso avrebbe dovuto rivestire il ruolo di vicequestore vicario presso la Questura di Pesaro. Il 5 agosto del 1999 un decreto ministeriale del 14 luglio lo trasferiva da capo della squadra mobile a dirigente dell'ufficio stranieri per "emergenti esigenze di servizio della Questura di Firenze". Michele Giuttari non svolse mai questa funzione, si mise in aspettativa ed il 2 dicembre 1999 il tribunale di Firenze accolse il suo ricorso sospendendo il provvedimento di trasferimento. Il 28 febbraio 2000 è nuovamente capo della squadra mobile di Firenze ma il 25 marzo il ministero dell'interno emette un nuovo provvedimento di trasferimento immediato presso l'Ufficio stranieri. Venne nuovamente fatto ricorso ma il Tar respinse la richiesta. In appello, il ricorso venne accolto ed il 27 luglio il provvedimento fu sospeso.
Nel dicembre del 2001 pubblicò con Panorama "Assassini a Firenze". Dal 2003 al 2007 gestì il Gides, Gruppo Investigativo Delitti Seriali, volto ad individuare i possibili mandanti del Mostro di Firenze e per indagare sulla morte del medico perugino Francesco Narducci. Nel 2005 ha pubblicato il romanzo "Scarabeo" per Bur, per lo stesso editore nel 2006 ha pubblicato "La loggia degli innocenti" e "Il mostro" che aggiorna e rivede i contenuti del libro "Compagni di sangue". Nel settembre del 2006 con il PM, Giuliano Mignini segnalò alla procura di Genova una serie di episodi che, a suo giudizio, provavano la volontà del capo della procura di Firenze, Ubaldo Nannucci, di ostacolare le indagini sui mandanti dei delitti del mostro. L' inchiesta della procura di Genova si concluse con una richiesta di archiviazione per infondatezza di tutte le ipotesi di reato. Il giudice per le indagini preliminari condivise le conclusioni della procura ed il caso fu archiviato. Scrissero i magistrati genovesi: "Addebitare al procuratore della Repubblica di avere reiteratamente abusato del proprio ruolo e dei poteri connessi alla funzione per ostacolare l' attività della polizia giudiziaria e dei propri sostituti in un' indagine per omicidio, e ciò al fine di favorire amici personali, non è accusa da prospettarsi a cuor leggero (...) Accuse di tale gravità dovrebbero fondarsi su elementi di prova particolarmente solidi e incontrovertibili".
Dal 2007 presta servizio all’Ufficio Centrale Ispettivo del Dipartimento della Pubblica Sicurezza. Nello stesso anno per Biblioteca Universale Rizzoli esce il romanzo "Il basilisco".
Nel 2009 pubblica con Rizzoli "La donna della 'ndrangheta", The Times lo definisce “il principale scrittore italiano di polizieschi”.
Il 22 gennaio 2010 è stato condannato a un anno e sei mesi di reclusione dal tribunale di Firenze per abuso d’ufficio in relazione a un’inchiesta collegata proprio al mostro di Firenze. Insieme al pm di Perugia Giuliano Mignini, Michele Giuttari avrebbe "svolto indagini illecite su alcuni funzionari di polizia (l'ex questore di Firenze Giuseppe De Donno e l’ex direttore dell’ufficio relazione esterne Roberto Sgalla n.d.r.) e giornalisti (Vincenzo Tessandori, Gennaro De Stefano e Roberto Fiasconaro) con intento punitivo o per condizionarli nel loro lavoro, perché avrebbero tenuto atteggiamenti critici riguardo il comportamento di Giuttari con la stampa o riguardo l’inchiesta sulla morte del medico perugino Francesco Narducci".
Nel maggio 2010 ha pubblicato, per il piccolo editore Plus, il libro "L'investigazione". Il 27 ottobre 2010 ha pubblicato con Rizzoli il "Le rose nere di Firenze".
Il 22 novembre 2011 la Corte d'Appello di Firenze ha annullato la sentenza di primo grado dichiarando la procura fiorentina territorialmente non competente.
Rif.1 - La Repubblica - 21 maggio 2006 - pag. 6
Rif.2 - Il mostro pag.275
Vedi anche:
-Michele Giuttari - Intervista su L'Unità - 23 ottobre 2006
-Michele Giuttari - Intervista su L'Unità - 12 febbraio 2004
-Speaker's corner

martedì 13 ottobre 2009

Francesco Di Leo

Maresciallo dei Carabinieri. Nel 1988 eseguì una perquisizione presso l'abitazione di Francesco Calamandrei. Il 18 aprile 2005 dichiarò al Pubblico Ministero: "Ricordo di avere effettuato una perquisizione, ricordo che parlammo all'epoca anche della perquisizione, a seguito di indicazioni di una fonte confidenziale, ma che poi dopo si presentò, ed era lei, con il colonnello Rotellini e prima della perquisizione ricordo che la Ciulli, a suo dire, era un'amica di vecchia data della moglie del Procuratore dottor Vigna, che si era rivolto a lei per esternare i suoi sospetti sul marito e il dottor Vigna l'aveva segnalata al colonnello Rotellini. (...) Ricordo che circa un anno dopo, parlando con il collega Maresciallo Frillici, che all'epoca era in servizio al R.O.S., ebbi l'impressione che loro avevano preso in mano la situazione della Ciulli. Ricordo anche che mi fece capire, il maresciallo Frillici, che la Ciulli in qualche modo aveva riferito cose non vere e cioè che io avessi in passato fatto qualche avance e lo stesso a dire del maresciallo Frillici, era successo con l'avvocato Lena. Poichè loro me lo chiedono, ricordo che nel corso della perquisizione guardammo anche nel frigorifero e l'unito freezer, che era in casa Calamandrei, non trovammo niente di utile per le indagini. Non ricordo se il motivo di quel controllo era originato da discorsi della Ciulli o meno in merito alla conservazione dei reperti legati agli omicidi".
Rif.1 - Sentenza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze contro Francesco Calamandrei del 21 maggio 2008

domenica 19 luglio 2009

Pietro Frillici sulla lettera al magistrato

Sull'impostazione della busta giunta al Sostituto Procuratore della Repubblica, dott.ssa Silvia della Monica, l'indomani l'assassinio della giovane coppia francese a Scopeti, "ha riferito in aula il verbalizzante maresciallo Frillici. Questi ha confermato che la busta portava il timbro di provenienza datato 9 settembre 1985 dell'ufficio postale di S.Piero a Sieve. Ha precisato il teste che detto ufficio aveva giurisdizione su un territorio molto vasto che comprendeva undici cassette postali, dislocate anche in luoghi di campagna lontani dal centro abitato; che la posta veniva raccolta giornalmente dai portalettere dalle ore 10 alle ore 12 di ogni giorno feriale e portata all'ufficio postale, dove veniva accatastata alla rinfusa su un tavolo e timbrata singolarmente dall'impiegato addetto dalle ore 12 in poi. Nel caso specifico, secondo quanto riferito dal teste Frillici, era stato il direttore che timbrava la posta ad accorgersi della presenza della busta, che aveva visto in cima al mucchio, per la particolare maniera con cui era stato redatto l'indirizzo. Le indagini intese ad accertare da quale cassetta potesse provenire la busta in questione indicavano come tale una cassetta che si trovava fuori dal centro di S.Piero a Sieve, sulla sinistra per chi va verso Firenze, sulla destra per chi proviene invece dal capoluogo. La portalettere addetta, certa signora Camiciottoli, aveva confermato di aver ritirato la posta tra le ore 10 e le ore 12 di lunedì 9 settembre, di non aver notato la busta e che generalmente la posta di quella cassetta era sempre notevole essendo vicina ad un agglomerato di case. Aveva altresì ricordato che era stata l'ultima a versare la posta sul mucchio e che la lettera era sulla parte superiore dello stesso. Il precedente prelievo era stato fatto il sabato 7 settembre sempre tra le ore 10 e le ore 12 e la posta era stata regolarmente timbrata. La deduzione logica era dunque nel senso che l'omicida per impostare avesse avuto a disposizione, dopo commesso il delitto, forse parte della notte di domenica e la mattina dei lunedì almeno fino alle ore 10. Secondo il verbalizzante l'ipotesi che essi avevano fatto era che l'omicida avesse percorso l'autostrada dei sole fino a Barberino di Mugello, impostando poi a quella cassetta, che era l'ultima utile, sita a Km 11, 800 dall'uscita autostradale: l'intero percorso dal luogo dei delitto entrando al casello autostradale di Firenze Certosa era poi di circa 50 Km.
Sulla base di tutto ciò la possibilità che la notte stessa dell'omicidio o nelle prime ore della mattina seguente l'omicida (o il suo complice) possa aver impostato la macabra missiva nella cassetta postale di S.Piero a Sieve appare concreta e ragionevole. E' evidente che chi ha ucciso aveva studiato e pianificato tutti i particolari dell'azione criminosa: compiuto il crimine e le cruente mutilazioni, il piano non poteva che prevedere l'allontanamento dal luogo dei delitto attraverso il bosco con il favore delle tenebre fino al punto in cui era stata lasciata l'auto. Con quella ci si doveva recare poi ad una struttura di appoggio, presumibilmente la casa (e il Pacciani ne aveva più di una in Mercatale), dove si poteva provvedere a cambiarsi e a lavarsi ed alla preparazione dei cruento reperto da inviare al PM. Operazione quest'ultima assai semplice, consistente, come hanno chiarito i periti, nel tagliare con una lama affilata un piccolo quadratine di carne (cm. 2,8 x 2 circa, per 2/3 mm di spessore) nella parte più interna dell'organo escisso, senza necessità quindi di asportare anche l'epidermide; nell'inserire poi il frammento nella bustina di plastica, necessaria per non far trasudare all'esterno liquidi organici e suscitare cosi sospetti che avrebbero potuto far bloccare il plico prima dei suo arrivo al destinatario; nel richiudere infine tutto nella busta già pronta, recandosi in auto in Mugello a S.Piero a Sieve, sfruttando probabilmente la vicinanza di tale località al casello autostradale. A tal punto era sufficiente impostare la missiva nell'anonima cassetta all'imbocco del paese e poi far ritorno al punto base, stavolta con molta maggiore tranquillità e sicurezza, perchè in un sol colpo ci si era sbarazzati della prova dei delitto e si era creato un probabile depistaggio delle indagini.
Tutto ciò può averlo fatto con la massima tranquillità lo stesso Pacciani, il quale era dei resto ben a conoscenza di quali fossero le distanze e i tempi di percorrenza per il viaggio di andata e ritorno per e da S. Piero a Sieve, visto che aveva più volte diligentemente annotato, in epoche diverse, la distanza, di poco maggiore, per e da Vicchio di Mugello, non essendo poi in grado di spiegare se non, come si è visto, in modo assolutamente inverosimile tale circostanza.
Non può poi accogliersi la rinnovata ipotesi della difesa del Pacciani la quale assume che il fatto che la lettera in questione si trovasse in cima al mucchio starebbe a significare che essa era stata una delle prime ad essere impostata in quella cassetta, e, poiché il precedente ritiro della corrispondenza era avvenuto sabato 7 settembre tra le ore 10 e le ore 12, ben poteva il duplice omicidio essere avvenuto nella notte tra il sabato e la domenica, restando così a disposizione l'intera giornata di domenica e parte della mattina dei lunedì per portare il macabro plico fino alla cassetta delle lettere in Mugello e quivi impostata".

Rif.1 - Sentenza della Corte di Assise dell'1 novembre 1994 contro Pietro Pacciani (testo in corsivo)

venerdì 17 luglio 2009

La lettera anonima al magistrato

All'assassinio della giovane coppia francese a Scopeti, seguì l'invio al Sostituto Procuratore della Repubblica, dott.ssa Silvia della Monica, di una lettera anonima pervenuta il 10 settembre 1985 alla Procura della Repubblica di Firenze. Questa busta fu imbucata da San Piero a Sieve tra le ore 12,00 del 7 settembre 1985 e le ore 12,00 del 9 settembre 1985.
"Nella busta, il cui indirizzo era stato composto mediante accoppiamento di lettere dell'alfabeto ritagliate da riviste, e dove la parola "Repubblica" era scritta con una "b" sola, vi era un foglio di carta ripiegato in due ed incollato lungo i margini: all'interno di questo vi era un sacchetto di polietilene contenente un frammento di tessuto mammario umano".
L'agente del Centro di Polizia Scientifica di Roma, Giorgio Trinca, tecnico incaricato dal Procuratore della Repubblica di Firenze di eseguire analisi chimico merceologiche, in dibattimento "ha ribadito che sia la busta da lettera, sia i collanti (destrina e UHU) usati per incollare busta, francobollo e caratteri dell'indirizzo, erano materiali comuni di uso assolutamente corrente, commercializzati dovunque, come tali pertanto privi di possibili caratteristiche individualizzanti. Le lettere erano state ritagliate, poi, non da quotidiani ma da riviste periodiche meno quotate, come dimostravano il minor grado di lucentezza e il minor spessore della carta rispetto a quelle più quotate, dunque presumibilmente un periodico o dei periodici di bassa qualità ma di larga diffusione che, comunque, non era stato possibile individuare. La perizia medico-legale esperita su incarico del PM dai periti dott. Franco Marini, prof. Riccardo Cagliesi Cingolani, prof. Francesco Bartoloni di Saint Omer, affermava che il frammento di tessuto contenuto nella busta apparteneva a tessuto ghiandolare e tessuto adiposo che l'indagine ematologica indicava come facente parte di tessuto mammario umano, di un soggetto avente il gruppo sanguigno dei tipo A del tutto analogo, per caratteristiche morfologiche e strutturali, a quello prelevato dai periti dal cadavere della Mauriot, per cui i periti stessi concludevano concordemente nel ritenere ammissibile l'appartenenza del reperto al corpo della ragazza uccisa. Su tale preliminare punto concorda anche la Corte, rilevando poi che, essendo stato consegnato il frammento di seno in questione nel tardo pomeriggio del giorno di martedì 10 settembre 1985 all'istituto di Medicina Legale, i periti hanno affermato che lo stato di conservazione del reperto indicava una datazione della morte biologica del tessuto che poteva andare da pochissime ore ad uno-due giorni prima del suo recapito in Istituto, o anche oltre nell'ipotesi di una sua conservazione a bassa temperatura. Tutto ciò conferma, anche per questo aspetto, la attendibile coincidenza con la morte dei giovani francesi, collocabile come si è visto nella tarda serata di domenica 8 settembre 1985, e l'appartenenza del lembo di tessuto al seno sinistro della Nadine Mauriot escisso dall'autore del crimine".
Rif.1 - Sentenza della Corte di Assise dell'1 novembre 1994 contro Pietro Pacciani (testo in corsivo)

venerdì 29 maggio 2009

Sandro Federico

Nacque a Roma il 30 settembre 1946, dove conseguì la laurea in Giurisprudenza presso l' Università degli Studi "La Sapienza".
Entrò in Polizia nel 1973 all'interno della Squadra Mobile di Firenze. Nel 1981, in qualità di commissario, giunse a Scandicci sul luogo del duplice omicidio attribuito al "mostro di Firenze". L'11 giugno, assieme al colonnello dei carabinieri Olinto dell'Amico, interrogò Enzo Spalletti.
Dopo gli omicidi di Vicchio, all'interno della squadra mobile fiorentina, nacque la Squadra Anti Mostro, a dirigerla fu chiamato Sandro Federico.
Nel 1989 fu trasferito alla Questura di Napoli con l'incarico di Dirigente della Squadra Mobile. Dopo due anni fu incaricato della direzione della Criminalpol Interprovinciale del Lazio.
Nel 1994 diresse la Criminalpol della Toscana per poi essere nominato, l'anno successivo, capo del Gruppo Investigativo Antisequestri della Polizia a Nuoro. Nel 1998 diventò Questore di Grosseto e nel 2000 Questore di Pistoia. Nel marzo del 2006 lasciò la Toscana, ed accettò la carica di Questore di Vibo Valentia e poi quella di Questore di Catanzaro.
Dal 25 agosto 2008 è Questore di Perugia.
Rif.1 - Questura di Perugia

lunedì 25 maggio 2009

Piero Tony

Piero Tony è nato a Zara il 3 giugno 1941. Entrò in magistratura nel 1969, a 28 anni. Fu giudice istruttore a Milano. Dal 1973 al 1984 lavorò a Venezia come giudice minorile, si trasferì quindi a Firenze. Nel 1991 passò alla procura generale: da giudice a rappresentante della pubblica accusa. Durante il processo d'appello per i delitti del "mostro di Firenze" la sua requisitoria, di cinque ore divise in due udienze, smontò la sentenza di primo grado emessa dalla Corte di Assise di primo grado partendo dal lavoro del precedente magistrato: "Mi pesa che il mio convincimento mi impedisca di seguire la linea di quell' ufficio prestigioso che è la procura della Repubblica di Firenze, in particolare del valoroso collega Canessa che ha sostenuto l' accusa in primo grado. Ma lui doveva fare i conti con le indagini, io invece con la sentenza e con i motivi d' appello. Mi pesa che il mio convincimento mi impedisca di gratificare la preziosa opera di quei valorosi della Squadra antimostro che, veramente, hanno dato l' anima nelle indagini. Mi pesa dire ciò che la mia coscienza mi impone di dire di fronte a quei genitori straziati che oggi chiedono giustizia. Ma sono convinto che chiedono giustizia, non un condannato a tutti i costi. Mi pesa chiedere ciò che mi appresto a chiedere di fronte a un imputato che concentra in sé, con o senza colpa, perché sicuramente non avrà scelto lui la culla in cui nascere, buona parte del peggio della natura umana. Perché violento e pericoloso, perché bugiardo, sordido, prevaricatore, spregevole, lubrico". (...)"Il verbale di dibattimento è costituito da ottanta fascicoli, però di polpa non ce n' è poi tanta". Demolì tutti gli indizi contro Pietro Pacciani, dichiarando che non è provato fosse un guardone ma se anche lo fosse stato si tratterebbe di "una circostanza neutra, certamente non indiziante, probabilmente de-indiziante". Sul fatto disponesse di una pistola "al massimo si può considerare provato che cacciava di frodo, ma non c' è nessuna prova che possedesse una Beretta calibro 22" e se il teste Gino Bruni disse di avergliela vista, "probabilmente era una battuta fatta in un ambiente rilassante". Relativamente all'ultimo omicidio dichiarò: "È assurdo che una persona originaria del Mugello, come è Pacciani, vada proprio in Mugello a impostare una lettera in cui invia ai magistrati un lembo del seno della sua vittima, allo scopo di depistare le indagini". Del blocco da disegno sequestratogli e del portasapone che furono prove usate a suo carico, il Procuratore Generale fece notare che è inverosimile che "un taccagno come Pacciani" prelevasse questi due oggetti dal camper di Uwe Jens Rusch e Wilhelm Friedrich Horst Meyer, tralasciando i soldi e le macchine fotografiche. Dell'asta guidamolla giunta ai carabinieri in busta anonima disse: "È un elemento di assoluto valore indiziante. L' unica ipotesi è che Pacciani abbia smembrato la pistola e ne abbia disseminato i pezzi. Ma allora, se non si trattasse di fatti atroci, di dolori feroci, non avrei remore a fare dello spirito e ad evocare una scena da Pantera Rosa. Dunque, Pacciani invece di buttare la pistola la smembra, avvolge ogni singolo pezzo in biancheria di casa, li mette in contenitori di vetro e poi li seppellisce nei boschi. Mi pare di vederlo con la sua zappa in spalla. Ma come avrebbe potuto fare tutto ciò se dal momento della sua scarcerazione, il 6 dicembre ' 91, è stato sempre intercettato, controllato, pedinato?" Chiese una nuova perizia balistica, l'audizione di nuovi testi, ed in seconda istanza l' assoluzione di Pacciani. Il 13 febbraio 1996 Pietro Pacciani fu assolto.
Rif.1 - La Repubblica - 06 febbraio 1996 pag.9

domenica 24 maggio 2009

Olinto Dell'Amico

Nel 1968, quando giunse a Castelletti, sul luogo del duplice omicidio di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, era un giovane ufficiale dei carabinieri in forza nella caserma fiorentina di Borgo Ognissanti. Era già capitano nel 1974 quando giunse a Borgo San Lorenzo e tenente colonnello il 7 giugno del 1981. L'11 giugno, assieme al commissario Sandro Federico, condusse l'interrogatorio di Enzo Spalletti. Il 5 novembre dello stesso anno, assieme al giudice istruttore di Prato, Salvatore Palazzo e il dottor Marchi, capitano medico in servizio all' ospedale militare di Firenze si recò dalla maga Teresa Stoppioni per ascoltare quanto aveva da dire sulla vicenda del "mostro di Firenze". Durante il processo a Pietro Pacciani fu ascoltato il 22 ed il 28 aprile 1994.

Rif.1 - Il mostro di Firenze pag.78
Vedi anche:
-Olinto Dell'Amico - Deposizione del 22 aprile 1994
-Olinto Dell'Amico - Deposizione del 28 aprile 1994

giovedì 21 maggio 2009

Vincenzo Tricomi

Nel 1982 era giudice istruttore a Firenze. Il 6 novembre dopo aver firmato il mandato di cattura contro Francesco Vinci, accusato d'essere l'assassino del duplice omicidio del 1968 dichiarò ai giornalisti: "Non è minimamente detto che Vinci sia il mostro: anzi il pericolo adesso è maggiore. La pistola potrebbe essere passata di mano e il maniaco potrebbe entrare nuovamente in azione per rivendicare la paternità dei suoi omicidi."
Dopo il delitto di Montespertoli, gli inquirenti, si ricordarono del duplice omicidio avvenuto nel 1968. Mario Spezi, riferì invece che il giudice istruttore Vincenzo Tricomi, gli disse che "Arrivò un biglietto anonimo, scritto in stampatello. Anzi, la scritta era su un vecchio ritaglio di giornale che parlava dell'omicidio del '68". Vi si leggeva: "Perché non andate a rivedere il processo di Perugia contro Stefano Mele?" Il ritaglio si è perso e non è mai stato ritrovato.

martedì 19 maggio 2009

Salvatore Palazzo

Nel 1981, in qualità di giudice istruttore di Prato, si occupò della vicenda del "mostro di Firenze". Nel dicembre del 1981, affidò allo psicologo della Regione Toscana, Carlo Nocentini, il compito di delineare un profilo psicologico dell'ipotetico assassino. Il dottor Nocentini, tramite i rilievi della Polizia sui luoghi degli omicidi, la perizia medico legale sull'omicidio del 1981 e la consultazione di articoli giornalistici giunse alla conclusione che l'aggressore era affetto da "paranoia definita" e che in età infantile aveva subito un'esperienza traumatica con la madre.
Rif.1 - Storia delle merende infami pag.85

lunedì 18 maggio 2009

Francesco Fleury

Nel 1985 era sostituto procuratore a Firenze. Seguì le indagini sul "mostro di Firenze" accanto ai magistrati, Paolo Canessa e Pier Luigi Vigna. Il 1° ottobre 1985 giunsero presso gli uffici della Procura tre lettere anonime indirizzate ai tre sostituti procuratori che si stavano occupando del caso. Non avevano affrancatura, nè mittente, nè timbro postale. I nomi dei destinatari erano stati dattiloscritti. La busta conteneva: un articolo sul "mostro di Firenze", dal quotidiano "La Nazione" del 29 settembre 1985 che riportava una foto dei tre magistrati; un foglio di carta ripiegato a cui era stato fissato, con una cucitrice, il dito di un guanto di gomma giallo al cui interno era stata inserita una cartuccia marca Winchester, calibro 22 serie H. Su un lato dell'articolo era stato scritto a macchina: "Uno a testa vi basta". Dalle analisi successive non emerse niente di significativo che potesse condurre al mittente.
Rif.1 - Il mostro pag.48
Vedi anche:
-Francesco Fleury - Intervista su La Nazione - 26 agosto 1984
-Francesco Fleury - Intervista su La Repubblica - 3 ottobre 1985




domenica 17 maggio 2009

Silvia Della Monica

Originaria di Napoli, fu pretore a Carpi, in provincia di Modena e poi a Pontassieve, in provincia di Firenze. Nel 1981, in qualità di sostituto procuratore, con il collega Adolfo Izzo, si occupò della vicenda del "mostro di Firenze". Dopo il duplice delitto di Montespertoli, chiese ai giornalisti di scrivere che Paolo Mainardi, durante il trasporto in ospedale, aveva rivelato alcuni dettagli circa l'assalitore, così da indurre il maniaco a commettere un passo falso. Il tentativo del magistrato non sortì il risultato sperato e condusse il "mostro" ad una sfida aperta.
Il 10 settembre 1985 giunse, presso gli uffici della Procura, a Firenze, una lettera indirizzata alla "Dott. Della Monica Silvia Procura Della Republica Firenze" al cui interno era contenuto un lembo di pelle di cm 2,8 x 2 e mm 2/3 di spessore, della vittima femminile dell'omicidio di Scopeti. La parte escissa era stata avvolta dentro del cellophane e chiusa dentro un foglio di carta piegato ed incollato lungo i margini. La lettera risultò essere stata spedita da San Piero a Sieve con un francobollo da lire 450. L'indirizzo era stato composto da un collage di caratteri alfabetici ritagliati dalla rivista "Gente".

lunedì 20 aprile 2009

Francesco Carvisiglia

Magistrato. Fu giudice a latere della Corte di Assise di Appello di Firenze che giudicò Pietro Pacciani. Nella sentenza del 13 febbraio 1996, a proposito di un testimone, si legge nelle sue motivazioni: "Si tratta dell'ennesimo prodotto delle suggestioni dei mezzi d'informazione e delle pressioni degli inquirenti..." Circa un altro teste, agente di polizia: "Si tratta di sensazioni del tutto arbitrarie e, se già grave che testimoni privati vengano a deporre sotto l'effetto di suggestioni e pressioni di vario tipo (come alcuni di quelli esaminati in precedenza) è particolarmente grave che ciò avvenga da parte in un agente di polizia, doppiamente vincolato all'obbligo della verità per funzioni svolte instituzionalmente e per la qualità di teste."

domenica 5 aprile 2009

Rapporto giudiziario Carabinieri di Firenze

Nel "Rapporto giudiziario Carabinieri di Firenze del 21 settembre 1968, n.34/354. I nomi degli inquirenti che hanno preso parte alle indagini sono i seguenti: Nucleo investigativo gruppo CC. Tenente Dell'Amico Olinto; brig. Matassino Gherardo; c.re Gemmino Pietro. Questura di Firenze, Squadra Mobile: comm. Scola Vincenzo; comm. Delfino Antonino; M.M Martini Torello; brig. Amati Carlo. Tenenza carabinieri di Signa: M.M. Ferrero Gaetano; M.M. Roncucci Ilio; brig. Poli Evaristo; c.re Giacomini Mario. Stazione Carabinieri Lastra a Signa: M.C. Funari Filippo."
Come si può notare tra i nomi non compare quello di Francesco Fiore, il maresciallo, che secondo alcuni testi, collegò il delitto del 1982 con quello del 1968. Questi non compare nè negli atti precedenti nè negli atti successivi.
Rif.1 - Storia delle merende infami pag.161

venerdì 3 aprile 2009

Ruggero Perugini - Intervista su La Repubblica - 17 gennaio 1993

Il 17 gennaio 1993, Ruggero Perugini, il commissario di Polizia che per sei anni ha dato la caccia al "mostro di Firenze"rilasciò al giornalista Gianluca Monastra l'intervista che segue.
E allora dottor Perugini, da ieri Pacciani è in galera accusato di essere il mostro.
Dovrei essere euforico? Ci sarà un processo, ci sarà ancora molto da soffrire.
Qual è la prima cosa che ora le viene in mente?
Sono tante, mille. Ricordo la passione dei miei preziosi collaboratori, il giorno che da funzionario della sezione omicidi sono diventato capo della Sam, la squadra antimostro. Di una scena non mi scorderò mai. A giugno andammo in Germania per mostrare ai parenti di due delle vittime del maniaco alcuni oggetti trovati a casa di Pacciani. Il vecchio Meyer, padre di Horst ucciso con l' amico in un bosco, capì che potevamo farcela. Mi abbracciò, ancora sento le sue braccia intorno al collo.
Sì, ma non dica che in tutto questo tempo lei ha sempre creduto di farcela.
E come potevo tirami indietro? Ci ho creduto, eccome. Dovevo andare avanti per le vittime, per le loro famiglie, e anche per me.
Va bene, ma non c' è stato mai un momento di sconforto?
Non potevano non esserci in un' indagine come questa, infinita, inedita, maledettamente strana per l' Italia e così vicina ai serial killer americani e anglosassoni. Magari non ci crederà ma il momento più brutto è stato quando durante la perquisizione dello scorso aprile ho visto luccicare nell' orto di Pacciani il fondo di un proiettile. Temevo che fosse uguale a quelli usati dal maniaco ma che fosse inesploso e quindi che non avesse i segni caratteristici sul fondello trovati nei bossoli del mostro. E fu così, solo che i periti sono stati bravissimi".
Già, il proiettile nell' orto di Pacciani. Fu trovato durante una perquisizione fatta con metodi sofisticati, durata quindici giorni e quindici notti, sotto i riflettori delle tv appostate nel piccolo paese sulle colline di Firenze, con fotografi e giornalisti in agguato. Perchè fu così lunga, così pignola? Cosa cercavate con tanto affanno, scavando nell' orto, smontando pezzo per pezzo tutta la casa?
Cercavamo la prova principe, cioè la pistola usata in tutti i delitti del maniaco. Soprattutto cercavamo di trovare qualcosa che confermasse la nostra pista oppure la escludesse definitivamente. L' arma non è uscita, ma quei quindici giorni senza dormire non sono stati inutili per le indagini.
Dottor Perugini, ha paura del processo?
Paura no, dico solo che ancora non è finita. E temo anche le convinzioni che si è fatta la gente. Sui giornali avete sempre descritto il mostro come un uomo colto, un professionista, un chirurgo, un folle in doppiopetto. Ora invece...
Invece cosa?
Pacciani non è così, e poi si dovranno giudicare elementi oggettivi che a prima vista potrebbero sembrare impalpabili. Una cosa è certa: per decidere ci si dovrà immergere nell' indagine e liberarsi dagli stereotipi sul maniaco radicati nell' immaginario collettivo e nei nostri incubi.
Secondo lei che persona è il mostro?
Un uomo curioso, con grande fantasia, attento e influenzabile, egocentrico e megalomane. Un bugiardo patologico che mente solo per il gusto di mentire. Un uomo che ha voluto attraverso i delitti cercare di rivivere da vincente un episodio della sua vita che lo vide perdente. E' uno che uccide la coppia avendo come obiettivo principale la donna.
E Pacciani chi è?
Ne parleremo al processo, comunque se vuole lo descrivo con tre aggettivi. E' un uomo raro, multiforme e soprattutto sembra insospettabile.
Dopo la sentenza cosa dirà a Pacciani, in qualsiasi caso?
Ruggero Perugini: "Gli dirò di guardarmi negli occhi, almeno per una volta. E di convincersi che il suo nemico è solo dentro di lui.
Ma finora nei vostri faccia a faccia, ha mai avuto l' impressione che Pacciani stesse per confessare?
Diciamo che un giorno stava per dirmi qualcosa. Qualcosa che poi non ha più detto a nessuno.
Rif.1 - La Repubblica - 17 gennaio 1993 pag.12

lunedì 30 marzo 2009

Francesco Mostallino

Il 22 agosto 1968 prestava servizio, come appuntato, nella caserma dei carabinieri di Lastra a Signa. Dopo la scoperta del duplice omicidio di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, Stefano Mele fu condotto in caserma ma ostinandosi a parlare in dialetto sardo fu necessario trovare qualcuno che riuscisse a comprenderlo. Fu scelto appunto Francesco Mostallino che essendo originario di Cagliari potè rendere accessibili le parole del Mele.
Il 24 agosto, quando Stefano Mele fu portato al carcere fiorentino delle Murate, Francesco Mostallino dichiarò che il manovale con il delitto di Castelletti c'entrasse "come il cavolo a merenda".
Rif.1 - La leggenda del Vampa pag.110

domenica 29 marzo 2009

Vincenzo Lodato

Maresciallo dei Carabinieri di San Casciano. Nel pomeriggio del 9 settembre 1985, dopo la segnalazione di Luca Santucci, si recò presso la piazzola a Scopeti dove era stato rinvenuto il cadavere di Jean Michel Kravechvili. Aprì la cerniera della canadese piazzata poco distante e scoprì il corpo esanime di Nadine Mauriot.
Il 19 settembre 1985 si presentò con il maresciallo Giuseppe D'Aidone e l'appuntato Antonio Scanu presso l'abitazione di Pietro Pacciani in Piazza del Popolo, a Mercatale, dove fece eseguire una perquisizione e dove chiese al Pacciani se avesse un alibi per la sera del delitto dei due giovani francesi.
Fu ascoltato durante il processo a Pietro Pacciani nell'udienza del 3 maggio 1994.
Rif.1 - La leggenda del Vampa pag.218
Vedi anche:
Vincenzo Lodato - Deposizione del 3 maggio 1994

sabato 28 marzo 2009

Maurizio Cimmino

Il 7 giugno 1981 giunse sul luogo del duplice omicidio di Carmela De Nuccio e Giovanni Foggi come capo della squadra mobile. Da Roma, dove era nato nel 1946, si era trasferito a Firenze nel 1972 per ricoprire il ruolo di capo della sezione narcotici della Squadra mobile. Laureato in giurisprudenza, avviò le prime indagini sul "mostro di Firenze" e diresse a Palermo la squadra mobile subito dopo l'omicidio Cassarà. È morto a Siena il 13 maggio 2001 all'età di cinquantacinque anni per per una grave malattia cardiaca.  

venerdì 27 marzo 2009

Daniele Propato

Fu Procuratore generale durante il processo di appello a Mario Vanni, Giancarlo Lotti, Giovanni Faggi. Il 20 maggio 1999, chiese l'assoluzione di Mario Vanni e una riduzione di pena per Giancarlo Lotti in quanto "non c'è nessuna prova dell'attendibilità di Lotti anzi ci sono forti perplessità sul fatto che Lotti abbia partecipato e visto. Non ci sono riscontri sufficienti per Vanni e a maggior ragione per Faggi." Le dichiarazioni di Lotti "si sono via via adeguate all'evolversi delle indagini. I suoi ricordi cambiavano mano a mano che l'inchiesta proseguiva ed emergevano nuovi elementi." La sentenza confermò l'ergastolo per Mario Vanni, condannò Giancarlo Lotti a 26 anni di carcere ed assolse Giovanno Faggi.

giovedì 26 marzo 2009

Arturo Minoliti

Fu maresciallo dei Carabinieri di San Casciano.
In un'intervista rilasciata a sua insaputa al giornalista Mario Spezi, dichiarò di nutrire dei dubbi circa la genuinità delle prove contro Pacciani, soprattutto circa il ritrovamento della cartuccia Winchester avvenuto presso l'orto del contadino di Mercatale.
Durante il processo a Pietro Pacciani fu ascoltato il 15 luglio 1994.
Nell'ottobre del 1994 annunciò di voler pubblicare un libro sulla vicenda del "mostro di Firenze", dichiarò al Corriere della Sera: "Particolari assolutamente nuovi, che nessuno conosce. Io ho lavorato a Scandicci, dove avvenne un delitto e da tempo comando la stazione dei carabinieri di San Casciano, Pacciani e' un mio "parrocchiano.(...) Ho gia' parlato del mio libro con il pubblico ministero. Voglio la sua autorizzazione e quella del comando generale dei carabinieri. Sono convinto che dopo la lettura mi daranno via libera. Ho alle spalle tanti anni di lavoro oscuro, ora che mi è capitato di vivere una storia incredibile perchè non approfittarne?". Il libro ad oggi non ha mai visto la luce.