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mercoledì 29 febbraio 2012

Parere informale sul quadro 'Sogno di fatascienza'

L'allora Direttore dell'istituto di medicina legale dell'Università di Modena, Francesco De Fazio, il 21 gennaio 1991, inviò al dottor Ruggero Perugini della Questura di Firenze, le considerazioni che seguono in merito al quadro "Sogno di fatascienza", prelevato, in sede di perquisizione, dall'abitazione di Pietro Pacciani sita in Mercatale in Via Sonnino 30.

"Il quadro è stato esaminato con l'assistenza tecnica del Prof. Vittorino Andreoli, Primario, Psichiatra, il quale da molti anni si interessa, con riconosciuta qualificazione culturale e competenza del significato del linguaggio grafico e dell'espressività pittorica dei malati di mente. Occorre premettere i limiti di una indagine condotta in tempi molto brevi, al di fuori di una conoscenza diretta del soggetto e limitata alla osservazione di una sola opera, posto che un giudizio “diagnostico” può fondarsi soltanto sulla considerazione di una produzione estesa nel tempo. Solo uno studio orizzontale della attività grafica può evidenziare infatti le fasi di un processo psichico, permettendo di ricollegare ad una “storia” che la giustifichi un elemento di realtà continuativamente iterato; esso permette di recuperare un elemento del tutto irreale, da insignificante a significante e di trovare delle connessioni che contribuiscono ad integrare una visione che all'apparenza risulta disintegrata. La chiave per una possibile interpretazione della singola opera, discende in tal modo da una analisi ad un tempo sincronica e diacronica (cfr. Andreoli, Il linguaggio grafico della follia, Masson, 1982).
Fatte queste indispensabili premesse, che danno alle successive osservazioni il significato di ipotesi, ovviamente tutte da verificare, si sottolinea, conformemente al parere che mi è stato illustrato dal Prof. Andreoli, come nel quadro l'elemento che colpisce con maggior forza sia quello della violenza, espressa sia dai temi (il toro, il cappello nazista, le armi, la morte, ecc.) sia dal colore in prevalenza di giallo e rosso, il primo simbolico di violenza, il secondo di violenza agita o esperita. Questa violenza “inaudita” sembra trovare espressione soprattutto nella sessualità: si rinvengono infatti rappresentazioni falliche molto realistiche (la mano nel quadrante sup. dx) che danno la possibilità di interpretare in tal senso anche quelle simboliche (le corna, la freccia, l'arma, la sega, il serpente). Il serpente, come simbolo maschile, la cui lingua si scatena su una sessualità ermafrodita, il toro con sesso femminile, e poi direttamente ricollegato alla morte (il teschio con la mandibola): sta cioè ad indicare una sessualità che uccide, sadica e violenta. Quanto alla aggressività, si tratta di una aggressività sessuale agita, e non solo pensata: lo si vede nella tratteggiatura/scia, a partenza dalla spada e poi dalla mano, indicativa di movimento. L'interazione di questo doppio tratteggio/scia potrebbe avere il significato di una identità sul piano simbolico: per la figura maschile sadico-aggressiva (“il militare”); infilzare colla spada o compiere l'atto sessuale assume identico significato; si tratta cioè di una rappresentazione fallica interata che produce effetti di morte, confermando la presenza di una sessualità che uccide (commistione tra sessualità e violenza, il piacere agito attraverso la violenza). Un altro tema caratteristico e ricorrente del quadro è quello della morte: simbolizzata dalle mummie, ma anche da altri disegni, quali le stelle e le croci: la stella richiama infatti, sul piano simbolico, la svastica, ed ha lo stesso significato della croce; ha anche uno dei buchi di fuga ha la forma di una croce. La morte sembra essere così la conclusione di una sessualità violenta, distruttiva ed elimina l'attrice (cfr. il gabinetto). Il quadro propone inoltre altri elementi di indubbio interesse, ma che appare difficile analizzare ad una lettura superficiale.
1 -L’aspetto confusi vo fra la sessualità maschile e femminile.
2 -Le scarpe con i lacci enormi e lo stivale con lo sperone, elementi tutti che rimandano alla letteratura sadomasochista ed in parte a quella feticistica (cfr.le scarpe)
3 -I buchi che potrebbero rimandare anche ad aspetti voyeristici
4 -L’aspetto contaminato della figura centrale - ad un tempo maschio, femmina ed animale - che potrebbe rimandare a pratiche perverse su animali
5 -Infine l'elemento interattivo (sei petali, sei stelle) che introduce un elemento di sacralità rituale (sacrificale?)
Quanto alle ipotesi diagnostiche, il quadro potrebbe suggerire la presenza di una paranoia. Si tratta di una patologia mentale, caratterizzata da un delirio alla lenta evoluzione, credente e fanatico, che si sviluppa su una personalità ego centrica, diffidente, permalosa, scarsamente socievole; l'intelligenza non è messa in gioco, ma viene anzi utilizzata al servizio del delirio, ed eventualmente alla sua dissimulazione e alla difesa. Ciò che fa pensare alla paranoia è la prospettiva rigorosamente centrica, l'utilizzazione di un simbolismo conscio e coerente, una scelta motivata degli elementi vi, dei segni e finanche del colore, tutti strumentalizzati in funzione di un messaggio e della propria visione del mondo. Ai fini di un ulteriore approfondimento del caso potrebbe essere opportuno, ove ne sussista l'interesse, reperire eventuale precedente o successiva, rispetto al quadro esaminato, produzione grafica o pittorica dell'autore del quadro. Si potrebbe anche cercare di stimolare il soggetto senza che assuma consapevolezza ai fini di una produzione grafica e pittorica, mettendogli a disposizione nell'ambiente in cui vive (carcere) i mezzi per dipingere, ovvero favorendo nell'ambiente le occasioni per tale produzione, ad es. suggerendo e promuovendo la produzione pittorica del detenuto a fine di “mostre” all'interno dell'istituto penitenziario. In assenza dell'agibilità dello strumento peritale, il soggetto potrebbe essere sottoposto ad osservazione (ed a test psicodiagnostici) da parte degli esperti ex art 81 della legge di riforma penitenziaria, e se del caso, sottoposto ad osservazione dal consulente psichiatrico dell'istituto. In rapporto a queste ultime ipotesi, che si articolerebbero in attività istituzionalmente lecite, dirette all'osservazione della personalità, e del tutto svincolate dal riferimento alla produzione pittorica, resto a disposizione per una eventuale messa a punto degli interventi."
Rif.1 - Diario di una difesa ovvero l'innocenza del mostro

venerdì 2 luglio 2010

Nino Filastò

È nato a Firenze nel 1938. Si è occupato del caso Lavorini, della strage del treno Italicus, e del mostro di Firenze quale difensore di Mario Vanni. Ha svolto attività di regista e autore teatrale per il Gruppo di Teatro Sperimentale di Firenze. Come giornalista è stato collaboratore de "La Città", "Firenze la Sera", "Centro", "Paese Sera", "Panorama", "Il Governo delle Cose". Nel 1985 ha pubblicato per Edizioni Nord il romanzo "La proposta" che ha vinto il premio Italcon, nello stesso anno, nella collana I Gialli Mondadori ha pubblicato "La Tana dell'oste" che ha vinto nel 1986 il Premio Tedeschi. Nel 1989 ha pubblicato "Tre giorni nella vita dell'avvocato Scalzi" da cui è stato tratto il film "Nella terra di nessuno"; nel 1990 pubblica "Incubo di Signora" nella collana Interno giallo e nel 1993 Fuga da Eden per Marco Nardi Editore. Nel 1994 pubblica il controverso "Pacciani innocente" in cui fornisce una personale visione della vicenda del "mostro di Firenze". Per Giunti Editore nel 1995 pubblica "La moglie egiziana" e nel 1997 per Mondadori "La notte delle rose nere". Nel 2002 esce per Passigli Editore "Forza Maggiore" e nel 2003 per Maschietto Editore "Il peposo di Maestro Filippo". E' del 2004 "Aringa rossa per l'avvocato Scalzi". Nel 2005 per Maschietto editore pubblica l'indispensabile "Storia delle merende infami" in cui ricostruisce la vicenda del "mostro di Firenze" criticando le indagini ufficiali e portando avanti le sue tesi sul serial-killer fiorentino. Nel 2006 ha difeso Mario Spezi accusato di depistaggio nelle indagini sul presunto omicidio di Francesco Narducci e quelle sul mostro di Firenze. È morto a Firenze il 29 dicembre 2021.

venerdì 12 marzo 2010

Le conclusioni della perizia De Fazio

Il 3 settembre 1984, la Procura della Repubblica, nei magistrati Pier Luigi Vigna, Francesco Fleury e Paolo Canessa chiese al professor Francesco de Fazio un'"Indagine peritale criminalistica e criminologica in tema di ricostruzione della dinamica materiale e psicologica di delitti ad opera di ignoti verificatisi in Firenze nel periodo dal 21 agosto 1968 al 29 luglio 1984." Il professore riunì intorno a se un'equipe di tecnici composta dai professori Salvatore Luberto ed Ivan Galliani, a cui si aggiunsero successivamente i professori Giovanni Pierini e Giovanni Beduschi, con cui esaminò tutti i delitti per poi consegnare una prima perizia alla fine del 1984. Quelli che seguono sono alcuni passi conclusivi di detta perizia.
"Gli elementi di valutazione esaminati concordano con quanto emerge dalla letteratura scientifica per quanto attiene ad alcune caratteristiche di fondo dell'autore di lustmord; un soggetto che agisce scegliendo i luoghi e le situazioni ma non le vittime, che gli sono in genere sconosciute, sotto la spinta di un impulso sessuale abnorme nel quale confluiscono cariche aggressive profonde sessualizzate (sadismo sessuale) ed un desiderio sessuale (ad orientamento quasi sempre eterosessuale), che in genere non trova altre vie di appagamento se non quelle dell'azione sadica e delle fantasie sadiche masturbatorie, nell'ambito delle quali spesso si esaurisce la sua sessualità extra-delittuosa.
Nella vicenda in esame è tuttavia possibile che l'omicida conoscesse precedentemente le vittime (quantomeno quella di sesso femminile) almeno per quanto riguarda il secondo delitto; poteva però trattarsi di una conoscenza "unilaterale"; si tratta certamente di un soggetto di sesso maschile, che agisce da solo, con tutta probabilità destrimane, con una destrezza semi-professionale nell'uso dell'arma da taglio ed una conoscenza quantomeno dilettantistica nell'uso di arma da fuoco.
Il "modus operandi" del soggetto ha subito, nel succedersi dei delitti, un progressivo perfezionamento sia per quanto attiene l'uso dell'arma da fuoco che dello strumento tagliente, la destrezza e la sicurezza nell'azione. li suo "senso di sicurezza" è forse lievemente aumentato negli ultimi casi, tanto da fargli lasciare qualche traccia di sè, ma non fino al punto dell'ostentazione, dell'aperta sfida, del senso di onnipotenza.
La metodicità, la sistematicità, la cautela, l'astuzia e la capacità nel non lasciare tracce di sè, ecc. denotano una personalità sufficientemente organizzata, probabilmente capace di buona integrazione nel contesto ambientale dì appartenenza.
Si tratta di un soggetto con sicure connotazioni psicopatologiche della personalità ma ciò non significa affatto la presenza di una forma di patologia mentale grave già diagnosticata: le turbe della sfera sessuale possono accompagnarsi a screzi nevrotici, o essere il sintomo occulto di una patologia più grave, di per se altrimenti e/o non macroscopicamente evidente.
La personalità implicata dalle azioni delittuose non e esprimibile sui piano nosografico se non, tautologicamente, in termini di parafilia e di devianza sessuale.
Le modalità dell'azione depongono comunque più per una ipo-sessualità che non per una ipersessualità, se non addirittura per una tipologia d'autore che raramente è in grado di avere normali rapporti sessuali.
Da ciò si può dedurre, in linea di massima, che le maggiori probabilità stanno per l'ipotesi che l'omicida sia un uomo non perfettamente integrato sul piano affettivo ed emotivo con una figura femminile. Il senso comune potrebbe suggerire riduttivamente trattarsi di uno scapolo, ma le connotazioni psicologiche alle quali intendiamo far riferimento non corrispondono necessariamente ad una condizione di stato civile, potendo rispecchiare situazioni di convivenza e di rapporti con figure femminili le più diverse."

mercoledì 25 novembre 2009

La perizia sul camper

I periti medico-legali, prof. Graev, prof. Maurri, dott.ssa Cucurnia fornirono una perizia molto dettagliata circa i fori dei proiettili sul camper di Rusch Uwe Jens e Horst Meyer.
Nella perizia si legge che "nella fiancata destra sono presenti due fori, di cui uno, nel finestrino posteriore, posto all'altezza di m. 1,40 da terra, l'altro, nel vetro dello sportello, sito presuntivamente a m. 1,45 da terra. Nella fiancata sinistra vi sono invece tre fori di proiettile di cui il primo, posto nella parte posteriore, a m. 1,37 da terra; il secondo nel finestrino col vetro opaco, a m. 1,40 da terra; il terzo nel finestrino col vetro trasparente, a m. 1,37 da terra. Va precisato che per quel che riguarda il foro A i periti non sono stati in grado di indicare l'altezza effettiva da terra, poiché nel corso dell'affrettata rimozione del mezzo il vetro si era sbriciolato, disperdendo le tracce del foro del proiettile. Tale altezza è però determinabile esattamente in m. 1,50 partendo dalle uniche misurazioni fatte dalla polizia scientifica quella sera e riportate nel fascicolo dei rilievi tecnici. Infatti il foro B era situato a cm. 10 sopra la base dei finestrino, mentre il foro A era collocato a cm. 20 sopra la base stessa. Poiché le basi dei due finestrini sono situate alla stessa altezza, è evidente che il foro A era posto dieci centimetri più in alto dei foro B, e quindi a cm. 150 da terra, essendo quest'ultimo, come si è visto, posto a cm. 140 da terra. Se si eccettua il foro A vi è, come si vede, una certa uniformità dell'altezza dei cinque fori di proiettile, due dei quali sono collocati a 140 cm di altezza da terra, gli altri due solo pochi centimetri più in basso. Va rilevato inoltre che non furono trovate tracce di affumicatura né sui vetri dei finestrini né sulle fiancate in corrispondenza dei fori dei proiettili, circostanza che, secondo i periti balistici, starebbe ad indicare una distanza minima di 40 cm dalla bocca da fuoco al momento dello sparo, il che ulteriormente dimostra che l'omicida non aveva sparato a contatto o quasi a contatto con le fiancate dei furgone. Altra notazione oggettiva è che tutti i fori dei proiettili rilevati sui finestrini e sulle fiancate sono fori di entrata."
Rif.1 - Sentenza della Corte di Assise dell'1 novembre 1994 contro Pietro Pacciani (testo in corsivo)

giovedì 14 maggio 2009

Francesco De Fazio

Nel 1984 era direttore dell'Istituto di medicina legale e della scuola di specializzazione in criminologia clinica di Modena. Il 3 settembre 1984, la Procura della Repubblica, nei magistrati Pier Luigi Vigna, Francesco Fleury e Paolo Canessa gli chiese un'"Indagine peritale criminalistica e criminologica in tema di ricostruzione della dinamica materiale e psicologica di delitti ad opera di ignoti verificatisi in Firenze nel periodo dal 21 agosto 1968 al 29 luglio 1984." Il professore riunì intorno a se un'equipe di tecnici composta dai professori Salvatore Luberto ed Ivan Galliani, a cui si aggiunsero successivamente i professori Giovanni Pierini e Giovanni Beduschi, con cui esaminò tutti i delitti per poi consegnare una prima perizia alla fine del 1984.
Nel maggio del 1986, l'equipe criminologica dell'Università di Modena, presentò una nuova relazione, che aggiornava la vecchia, con quanto emerso dopo l'omicidio avvenuto nel settembre 1985 a Scopeti.



mercoledì 13 maggio 2009

Perizia su Giancarlo Lotti

Il 16 settembre del 1996, la Procura della Repubblica chiese ai professori Marco Lagazzi e Ugo Fornari, una consulenza tecnica per cogliere al meglio il profilo psicologico di Giancarlo Lotti. Quelli che seguono sono alcuni stralci della perizia. "A me sarebbe piaciuto andare con le ragazze, ma sono stato troppo chiuso e non mi sono mai osato. Le donne le ho avute perchè le pagavo; con le altre avevo paura, non avevo confidenza. Poi non ero tanto sicuro io. Ricordo che tra i 12 e i 14 anni qualcuna mi ha dato uno schiaffo, perchè io l'avevo toccata. Da ragazzo mi masturbavo e così ho continuato fino a 20 anni. Una volta, a 12 anni, mi hanno trovato a letto con una ragazza della mia età; non si faceva niente, ma mia madre mi ha sgridato molto e mi ha picchiato. Non mi sono mai sposato, perchè io ho un carattere che la Filippa mi ha detto che non si poteva stare insieme. Io ho fatto molte cose per lei. Abbiamo incominciato a frequentarci nel 1981, quando Salvatore (Indovino ndr) era in carcere. Adesso sarà un anno e mezzo che non la vedo più e non ho più sue notizie. Prima ci si vedeva di frequente, poi lei se ne è andata via da S.Casciano e allora io non potevo più andarla a trovare, anche perchè ne aveva un altro. Però lei veniva a trovarmi e stava da me anche qualche giorno. Poi c'era il problema dei soldi; come facevo a sposarmi senza soldi e con un lavoro che un pò c'era e un pò non c'era? Sono stato un pò sfortunato. Io però ero proprio innamorato di questa donna. L'amore, con la Filippa, ne ho fatto anche troppo. Anche lei si è innamorata di me. Fu l'uomo con cui lei viveva e che poi è stato un periodo in carcere (4 mesi) che la faceva prostituire. Poi nell'85-'86 Filippa è tornata ad Arezzo e io l'andavo a trovare 1-2 volte al mese." Delle donne che aveva frequentato a Firenze diceva: "E' sempre stata solo una cosa passeggera, solo uno sfogo. Ultimamente cambiavo, ma dall'81 a qualche anno fa ne ho frequentato sempre e solo una, che conoscevo da tanti anni e che era pulita. Quando ho conosciuto Gabriella lei aveva uno insieme; io non è che ci andassi molto volentieri, perchè in casa c'erano la mamma e il suo uomo e a me la cosa dava fastidio. Poi costava cara e allora la vedevo poche volte. Io le ero affezionato, ma lei mi sfruttava un pò troppo. Lei diceva che mi voleva bene, ma non era vero, perchè mi sfruttava. Io avevo già tante spese, perchè dovevo mantenere me e la macchina. Alessandra era la nipote del Vanni; la conobbi per caso; fu il Vanni a presentarmela. Lei aveva il fidanzato. Ame piaceva abbastanza, ma non ne ero assolutamente innamorato. Abbiamo cominciato ad uscire binsieme e poi siamo andati a letto. Lei si era ammalata a 20 anni e era finita su una carrozzella. Dopo qualche anno si è rimessa a camminare, ma quando si usciva insieme mi toccava reggerla. Fumava tantissimo e parlava un pò troppo. Era molto ingrassata per tutte le medicine che prendeva. Alessandra si era affezionata a me. Adesso è tornato il suo fidanzato d è dal '95 che non la vedo più. Era lei che veniva a cercarmi, non io.(...) Le donne mi sono sempre piaciute. Però non mi è stato mai possibile averne una per me; mi è dispiaciuto. Sono anche stato invidioso di chi poteva più di me, ma non potevo farci niente. Con la macchina le cose sono un pò cambiate, perchè potevo andare in giro, ma continuavo a non avere soldi. Poi ricordo una cosa brutta, di una donna che voleva spogliarmi e saltarmi addosso. Io non ho fatto niente, perchè non eravamo soli; era presente anche Paola (la ragazza che in quel periodo mi piaceva e che mi ha aiutato a prendere la patente), che mi ha detto: come, fai così? Allora non sei un uomo! Io sono rimasto impressionato da questa faccenda. Col passare degli anni, si rimane bloccati e non si fa più nulla. A me è andata male. Il fatto è che io non ho più una grande considerazione delle donne, per tutto quello che mi è successo. Forse è dopo la faccenda di mia madre e di mia sorella che io evito le donne. Ora come ora è troppo tardi. Non mi metterò mai più con una donna. Le donne ti possono fregare. (...) Tante volte, quando ero bevuto, non riuscivo ad avere erezione. La stessa cosa quando ero emozionato o stanco o bloccato come da Gabriella, perchè in casa c'era sempre qualcuno. Così anche con le prostitute che si mettevano subito nude e volevano fare subito in fretta e a me non mi riusciva. Se invece c'era un pò di atmosfera, andava bene. Io non riesco a farlo alla svelta. Per esempio, una volta mi sono fermato con Gabriella su di una piazzola lungo una strada; in quel momento passarono i vigili; lei non se ne accorse, ma io si; mi bloccai e feci finta di leggere il giornale; poi l'ho fatto e non ci fu problema. Qualche volta, se ero molto eccitato, venivo subito. Ora è parecchio tempo che non faccio più nulla. Con la Filippa sono stato più soddisfatto che con altre donne. Anche con lei una volta è successo in autostrada, in macchina, che la portavo dalle sue figliole ad Alessandria; lei ha incominciato a tastarmi e l'abbiamo fatto. La Gabriella di Firenze mi diceva bravo, bravo che invece non era vero. Bravo fino a un certo punto, ma non come diceva lei, (...) praticamente, non sono mai stato capace di far godere una donna.(...) Io non ho mai fatto il guardone; la cosa non mi ha mai interessato. (...) Io sono calmo e tranquillo se nessuno mi dà fastidio; però quando mi arrabbio, mi arrabbio; se vengono a stuzzicarmi, io reagisco. Non ho mai avuto paura di nessuno: se devo farmi le mie ragioni me le faccio. A San Casciano mi dicevano che ero troppo buono, ma invece io sopporto un pò e poi basta. (...) Talvolta col vino andavo troppo in là; 2 o 3 volte la settimana. Sono arrivato anche a bere più di un litro per pasto; un pò a cena e un pò dopo cena con gli amici. Non ho mai bevuto a digiuno. Anche se bevevo parecchio, mangiavo molto. C'è stato un periodo che bevevo ma mangiavo poco e allora ho dovuto smettere, perchè poi ci rimettevo in salute.(...) Pacciani l'ho conosciuto nell'80 circa, dopo Vanni. Io lo frequentavo poco; non mi era simpatico. Mario invece lo andava a trovare anche a casa. Allora Pacciani abitava in una frazione di Montefiridolfi; lì io l'ho conosciuto, casualmente, attraverso Mario Vanni che era il postino di zona. Pacciani era uno che avevabla voce un pò alta e un pò prepotente. Poi aveva fatto delle cose brutte con le figlie e la moglie; sicchè non c'era da fidarsi mica tanto. Non mi andava proprio bene frequentarlo. Voleva essere superiore agli altri. Con Mario c'era confidenza, era educato e mi dava anche i soldi per la benzina, quando si faceva portare da qualche parte. Con Pacciani, invece, non c'era confidenza; non mi andava. Non potevo parlare tranquillamente con lui, per cui preferivo stare zitto. Quando si giocava a carte, voleva vincere sempre. Quando si andava fuori, Pacciani non pagava mai; o pagava Mario o pagavo io. I soldi li aveva, ma li teneva stretti. Ad andare con lui, anche quando si facevano le merende insieme, non mi andava mica tanto bene. Come faceva Vanni a sopportarlo, non lo so proprio. Pacciani ha cercato di coinvolgermi, per farmi star zitto, nel senso che ha continuato a portarmi con sè dopo l'82. La prima volta (1982) non sapevo mica cosa si andasse a fare. Non è mica stata una cosa molto bella. Non mi piacque niente vedere le armi e me ne tornai in macchina. Allora Pacciani ha incominciato a minacciarmi: ormai ero dentro e dovevo andare avanti. Io avevo paura che Pacciani, se dicevo di no, mi poteva fare qualcosa di male. Era un violento, suvvia, diciamolo. Pacciani comandava anche Vanni. Adesso io più che arrabbiato con Pacciani, sono preoccupato, perchè non so come finirà questa storia. Pacciani è uno che ha detto che nemmeno mi conosce; io invece lo conosco benissimo e se dirà contro di me, saprò bene io come difendermi. Inoltre Pacciani è uno che sa e che, se verrà condannato, verranno fuori altri nomi. Se non dicevo nulla, ero bell'è che dentro. Mi hanno messo davanti a dei contrasti e io ho dovuto ammettere qualche cosa, altrimenti me ne sarei andato in carcere".
Rif.1 - Compagni di sangue pag.221

domenica 10 maggio 2009

Carmelo Lavorino

Originario di Siracusa, vive a Gaeta. Investigatore privato, autore di libri sulla criminologia, direttore della pubblicazione amatoriale "Detective & Crime" e maestro di karatè. Coordinò il pool difensivo di Pietro Pacciani durante il processo d'appello che ebbe luogo dal 29 gennaio 1996. In questa occasione, raccolse intorno a sè: l'avvocato romano Nino Marazzita, il criminologo Francesco Bruno ed un "gruppo di lavoro costituito da una ventina di persone."
Ha scritto tre libri sulla vicenda del "mostro di Firenze" sposando di volta in volta tesi diverse sul probabile colpevole. Nel 2002 dette vita ad un "un comitato tecnicoscientifico" a difesa di Anna Maria Franzoni ma fu liquidato dall'avvocato Taormina per i metodi investigativi discutibili.
Rif.1 - La Repubblica - 05 febbraio 2003 pag.22
Rif.2 - La Repubblica - 19 marzo 2002 pag.8

sabato 9 maggio 2009

Giovanni Pierini

Giovanni Pierini è nato a Firenze nel 1950, è professore associato all'Università di Bologna dove insegna medicina legale, tossicologia forense e storia della medicina. E' autore di studi e pubblicazini in tema di veneficio nel mondo antico, di ricerche di farmacologia applicata alle tossicodipendenze e di criminalistica, tra le quali "Appunti di tossicologia forense"
Nella sua perizia, realizzata per l'equipe del professor Francesco De Fazio, che seguì le vicende del "mostro di Firenze", suppose che l'arma del "mostro" fosse "un coltello con doppio filo di lama, un filo monotagliente e liscio intorno e un filo zigrinato", spiegò che "quando nell'azione di taglio si passano i 180°, c'è un'adduzione di ulna sul radio che esita in un blocco fisiologico del polso e tende quindi a strisciare il filo opposto a quello di taglio".
Nello studio di questo caso era stato "possibile fare un pò di modellistica (ricreando tridimensionalmente le caratteristiche dall'arma bianca), perchè normalmente durante l'esame delle lesioni da taglio si hanno solo dei piani bidimensionali. (...) Il piano osseo (del giovane francese) permette di mantenere la forma proprio per la mancanza di elasticità, quindi certe misure sono precise: infatti è l'unico caso per il quale mi sono spinto a fare una misura angolare del filo di taglio, cioè 20°, ammettendo quindi che l'osso abbia funzionato da calco. Dalla parte opposta all'angolo di 20° c'è l'altro angolo acuto, che però è frammentato, scheggiato. Come si spiega questa differenza? Se noi immaginiamo una piramide in sezione, quindi un trangolo, con la base molto lunga e l'altezza abbastanza breve, rimangono due angoli di 20°."
Rif.1 - La leggenda del Vampa pag.178

lunedì 4 maggio 2009

Aldo Colao

Il testo che segue contiene dettagli espliciti e raccapriccianti. Se ne sconsiglia la lettura a persone sensibili ed impressionabili.

Nella perquisizione della SAM, dell'11 giugno 1990, presso l'abitazione di Pietro Pacciani, in via Sonnino a Mercatale, furono sequestrate 5 armi bianche, nel dettaglio: una lama spezzata affilata, con manico; un coltello a serramanico di tipo "pattada"; un cutter; due trincetti di diverse dimensioni, quello più grande era appuntito, della lunghezza di cm 28,4 e largo cm 2,3 e dello spessore in costola di mm 1,8, la punta ha un lato tagliente affilato della lunghezza di cm 5,5, l'altro lato è semitagliente molato della lunghezza di cm 1. Il tratto di lama di cm 5,5 formava un angolo acuto di 55° con l'altro tratto di cm 1. Mentre il tratto di cm 1 formava un angolo ottuso di 139° rispetto al filo di costola.
L'avvocato di parte civile dei familiari di Paolo Mainardi, Aldo Colao, comparò i due trincetti con le caratteristiche delle ferite subite dalle vittime del "mostro", nella sua memoria espose quanto segue.
"Il trincetto è un arnese da calzolaio così definito sullo Zingarelli: «coltello da lama ricurva e appuntita». Esso viene infatti fornito dalla fabbrica appuntito; presenta sempre una certa concavità - e quindi analoga convessità - al fine di renderlo maneggevole, nonchè rigido e resistente anche per tagliare pezzi di cuoio di diverso spessore. E' strumento di regola molto tagliente; in campagna è tenuto in grande considerazione per questa caratteristica, al pari del rasoio, ed è il primo oggetto a cui una mente primitiva e diabolica insieme pensa di ricorrere per uccidere. Chi esercita il mestiere di calzolaio, o si diletta ad esso, di regola tronca in cima la punta della lama di 2 o 3 millimetri, per i seguenti motivi: allorchè la suola, tagliata per eccesso nel bordo e inchiodata alla tomaia, viene affinata sul bordo per l'allineamento, ove il trincetto fosse appuntito, taglierebbe, oltre alla suola, anche la tomaia; inoltre, poichè tale operazione viene fatta portando la scarpa in grembo, se il trincetto avesse a sgusciare, la punta potrebbe ferire il calzolaio, che di regola porta anche un grembiale di cuoio di protezione. Ciò detto bisogna precisare che i trincetti sequestrati al Pacciani sono entrambi appuntiti, e quindi nessuno dei due può fungere per affinare il bordo delle suole nè quindi essere utile come strumento di lavoro. In particolare, quello più grande termina a punta tipo «baionetta» ed è stato affilato anche in punta su ambe le facce. Il trincetto è stato quindi adattato con molte affilature alle esigenze del proprietario; specificatamente il tratto di cm 1, con costola di spessore variabile, è stato realizzato tagliando la punta del trincetto con un'angolatura tale da accentuare la punta: se ne deve dedurre che tale trincetto, con le precise peculiarità che presenta rispetto ai comuni trincetti, è atto ad arma di offesa, ma non da lavoro, tecnicamente parlando. Si sa che il Pacciani faceva il calzolaio e l'imbalsamatore di animali ed era munito di attrezzatura idonea - la mola - per affilarsi da sè gli strumenti. E' d'uopo precisare che il trincetto così modificato ha caratteristiche morfologiche tali da essere distinguibile da qualsiasi altro: è personalizzato ed irripetibile. Si sa che il Pacciani ha mani grandi e forti, è di risaputa forza fisica, è abile nel maneggiare trincetti per mestiere: tale oggetto nelle sue mani ha assunto le caratteristiche di un'arma che è risultata idonea sia ad uccidere, sia ad escindere."(...)
"Questa parte civile, esaminando le caratteristiche di taglio del seno della vittima N. M., ritiene verosimile ipotizzare che tali caratteristiche - in particolare le lesioni escoriative lineari alle ore 3, le soluzioni di continuo fra le ore 8 e le ore 11 ed infine quelle quattro lineari e parallele sovrastanti l'escissione - siano compatibili con il trincetto in esame associato alla tecnica di taglio sottodescritta, mirante all'asportazione totale ed integra della mammella, che aveva una larghezza di cm 13. Posto che la lama tagliente è di cm 5,5, il reo, partendo da ore 11, prendendo fermamente con la mano sinistra il seno, e tirandolo verso sinistra, procede con la destra, con taglio sicuro e visuale libera, fino ad ore 7/8, salvo ore 3, dove infigge la lama oltre il massimo del taglio di cm 5,5, provocando la prima intaccatura con il filo di costola non affilato. Da ore 8 il reo ha la visuale impedita dal suo braccio sinistro; inoltre, poichè il diametro della mammella è di cm 13, deve recuperare i due centimetri circa mancanti di filo di tagliente (cm 5,5+cm5,5=cm11;11-13=cm2 di deficit). Il reo allora tira ora fortemente il seno verso destra, con la mano girata verso l'alto in semitorsione; infligge la lama oltre il filo di taglio, affondando quindi la costola del trincetto, non tagliente, sempre maggiormente man mano che, a strappi paralleli e sincroni, procede verso le ore 11 per completare il cerchio di asportazione. Infatti in tale manovra intacca, perchè incide sul margine esterno della mammella con la costola - mm 1 di spessore - e produce intaccature sempre più lunghe e parallele man mano che procede verso le ore 11, fintantochè, per completare l'escissione, dà con forza crescente gli ultimi colpi che provocano le quattro intaccature superiori finali. L'escissione della mammella di P.R., più grossa di quella della N.M. di cm 5 in senso trasversale, deve - così come in effetti è stato - comportare una più frammentata escissione col trincetto, con la costola non tagliente che intaccherà il margine esterno della mammella non solo fra le 8 e le 11 per chiudere il cerchio, ma anche fra le 3 e le 5 e in altri punti."(...)

"Dalla relazione autoptica del professor Maurri si rileva che la ferita riscontrata sul polso del giovane francese ha lasciato impressa nell'osso del radio l'impronta dell'arma: in sostanza un triangolo scaleno. Tale calco si incunea nell'osso per mm 2, formando una cavità simile ad un solido con struttura piramidale - ovviamente di altezza di mm 2 - la cui base ha la lunghezza dell'impronta superficiale, e la cui altezza rappresenta di quanto l'arma è penetrata nell'osso. Se noi facciamo una sezione longitudinale di tale piramide, otterremo un triangolo la cui base è rappresentata dalla lunghezza dell'impronta superficiale, e la cui altezza è di mm 2. Parliamo ora degli angoli interni di tale triangolo: dalla relazione del professor Pierini si rileva che gli angoli alla base del triangolo suddetto sono di 20° ciascuno; si evince pertanto - nella geometria euclidea la somma degli angoli interni di un triangolo è uguale a due angoli retti, quindi 180° - che l'angolo al vertice della stessa sezione è di 140°. Passando ad esaminare il trincetto più grande sequestrato a Pacciani, troviamo che la costola del trincetto misura mm 1,8, attagliandosi perciò perfettamente allo spessore della ferita, di mm 2, posto che l'arma nel colpire si è dovuta fare strada nell'osso stesso. Abbiamo misurato l'angolo che si forma tra la costola si mm 18 ed il tratto semitagliente di cm 1: esso forma, guarda caso, un angolo ottuso di 139°, che si attaglia quindi perfettamente a quello di 140° costituito dal vertice della sezione longitudinale della piramide. Si deve concludere che è verosimile che l'arma che inferse il colpo al giovane francese sia stata il trincetto in esame."
Il 6 dicembre 1995, Aldo Colao, fornì la sua assistenza legale a Gabriella Ghiribelli quando fu interrogata, presso la Questura di Firenze dal capo della squadra mobile, Michele Giuttari e dall'ex capo della SAM, Ruggero Perugini.

venerdì 1 maggio 2009

Maurizio Seracini

Ingegnere specializzato in tecnologie biomedicali, appassionato di storia dell’arte ed esperto in diagnostica di beni culturali. Nell'aprile del 1994, fu richiesta una sua consulenza in merito al dipinto Sogno di Fantascienza trovato nell'abitazione di Pietro Pacciani. "Non mi posero quesiti particolari, - disse Seracini - volevano sapere se meritava un'analisi più approfondita, se gli accertamenti tecnici potevano svelare qualcosa di più di un'osservazione ad occhio nudo. Dissi che per saperlo avevo bisogno di tempo, di osservare bene l'opera." Ma gli investigatori avevano premura ed il quadro rimase preso lo studio del consulente per poche ore.

giovedì 30 aprile 2009

De Fazio sul quadro "Un sogno di fatascienza"

Stralci dalla perizia del criminologo Francesco De Fazio sul quadro "Un sogno di Fatascienza", sequestrato presso l'abitazione di Pietro Pacciani.
"Nel quadro l'elemento che colpisce con maggior forza è quello della violenza, espressa sia dai temi (il toro, il cappello nazista, le armi, la morte, ecc.), sia dal colore (in prevalenza giallo e rosso, colori con i quali il Pacciani riverniciò il ciclomotore, il primo simbolico di violenza, il secondo di violenza agita o esperita). Questa violenza inaudita sembra trovare espressione soprattutto nella sessualità: si rinvengono infatti rappresentazioni falliche molto realistiche (la mano nel quadrante superiore destro) che danno la possibilità di interpretare in tal senso anche quelle simboliche (le corna, la freccia, l'arma, la sega, il serpente). Il serpente, come simbolo maschile, la cui lingua si scatena su una sessualità ermafrodita (toro con sesso femminile), è poi direttamente ricollegato alla morte (il teschio con la mandibola): sta cioè a significare una sessualità che uccide, sadica e violenta. Quanto all'aggressività, si tratta di una aggressività sessuale agita, e non solo pensata: lo si vede dalla tratteggiatura/scia, a partenza dalla spada e poi dalla mano, indicativa del movimento. L'interazione di questo doppio tratteggio/scia potrebbe avere il significato di una identità sul piano simbolico: per la figura maschile sadico-aggressiva ("Il militare"), infilzare con la spada o compiere l'atto sessuale assume identico significato; si tratta cioè di una rappresentazione fallica interata che produce effetti di morte, confermando la presenza di una sessualità che uccide (commistione tra sessualità e violenza, il piacere agito attraverso la violenza). Un altro tema caratteristico e ricorrente del quadro è quello della morte: simbolizzata dalle mummie, ma anche da altri disegni, quali le stelle e le croci: la stella richiama infatti, sul piano simbolico, la svastica, ed ha lo stesso significato della croce; anche uno dei buchi di fuga ha la forma di una sessualità violenta, distruttiva ed eliminatrice (il gabinetto). Il quadro propone inoltre altri elementi di indubbio interesse, ma che appare difficile analizzare ad una lettura superficiale: 1)l'aspetto confusivo fra la sessualità maschile e femminile; 2) le scarpe con i lacci enormi e lo stivale con lo sperone, elementi tutti che rimandano alla letteratura sadomasochista ed in parte a quella feticista (la scarpa); 3) i buchi che potrebbero rimandare anche ad aspetti voyeuristici; 4) l'aspetto contaminato della figura centrale - ad un tempo maschio, femmina ed animale - che potrebbe rimandare a pratiche perverse su animali; 5)infine l'elemento iterativo (sei petali, sei croci, sei stelle, sei punte degli ombrelli) che introduce un elemento di sacralità rituale (sacrificale?). Quanto alle ipotesi diagnostiche il quadro potrebbe suggerire la presenza di una paranoia. Si tratta di una patologia mentale, caratterizzata da un delirio a lenta evoluzione, coerente e fanatico, che si sviluppa su una personalità egocentrica, diffidente, permalosa, dogmatica, scarsamente socievole; l'intelligenza non è messa in gioco, ma viene utilizzata al servizio del delirio, ed eventualmente alla sua dissimulazione o alla sua difesa. Ciò che fa pensare alla paranoia è la prospettiva rigorosamente centrica, l'utilizzazione di un simbolismo conscio e coerente, una scelta motivata dagli elementi, dei segni e finanche del colore, tutti strumentalizzati in funzione di un messaggio e della propria visione del mondo."

domenica 26 aprile 2009

Innocenzo Zuntini

Perito balistico. Fornì la sua consulenza in merito al delitto del 1968. A processo ultimato, anzichè inviare i reperti alla Divisione Nazionale di Artiglieria per la distruzione, li archiviò in una busta di plastica e li allegò alla sua perizia. Questi, nel 1982, furono trovati all'interno del fascicolo processuale custodito presso il Palazzo di giustizia di Perugia che era stata chiamata a valutare nuovamente la pena inferta a Stefano Mele in conseguenza della sua accertata seminfermità mentale.
Rif.1 - Storia delle merende infami pag.112

martedì 21 aprile 2009

Giovanni Iadevito

Perito della polizia scientifica. Si occupò del delitto avvenuto a Giogoli eseguendo la perizia balistica comparativa sui bossoli. Le impronte da percussore e da espulsore e le microstriature risultarono identiche a quelle precedentemente rilevate sugli altri bossoli attribuiti al "mostro di Firenze".
Si legge della sua attività anche nella sentenza della Corte d'Assise di Firenze del primo febbraio 1994: "La perizia balistica fu affidata al perito Giovanni Iadevito, e prendeva in esame un campione di circa 450 pistole Beretta cal.22 LR sequestrate ai legittimi detentori nel territorio della provincia di Firenze al fine di individuare, con la minore approssimazione possibile, attraverso l'esame, in particolare, del tipo di percussione, a quale modello, tipo e periodo di produzione potesse farsi risalire la pistola Beretta cal.22 LR usata sia nell'ultimo duplice omicidio che in quelli precedenti. La risposta del perito era che, eseguite le prove di sparo e tutti i necessari raffronti, le caratteristiche di percussione dell'arma omicida erano tali da poter escludere che essa fosse stata fabbricata oltre i 1964 e comunque non oltre il 1966: però le caratteristiche di percussione di una delle Beretta campione, modello 71 immatricolata nel settembre 1964, erano quelle che più di tutte assomigliavano alle pari carateristiche presenti nei reperti."
Vedi anche:

martedì 7 aprile 2009

Francesco Introna

E' titolare della cattedra di Medicina legale presso la Facoltà di Medicina e Giurisprudenza dell’Università di Bari. Dal 1979 svolge attività di ricerca nei vari campi di studio della disciplina medico legale con particolare riguardo per l’identificazione personale, la patologia medico legale, l’entomologia cadaverica e la medicina previdenziale.
Ha condotto ricerche internazionali con gli Istituti di Medicina Legale di Tunisi, di Budapest e di Pecs, con L’Office of Medical Examiner di Baltimora, con il Department of Pathology di Fairbanks (Alaska) e con il Crime Laboratory, Vermont State Police, di Waterbury (Vermont), con il Department of Entomology, University of Honululu (Hawaii).
Ha svolto progetti di ricerca internazionale con lo Zoological Department, Hungarian Natural History Museum di Budapest (Prof. L. Papp), con il Department of Entomology della University of Hawaii at Manoa (Prof. L.Goff) e con la F.B.I Academy di Quantico, Virginia (Dr. W.Lord).
Nel 2002, Pino Rinaldi, uno degli autori della trasmissione televisiva Chi l'ha visto chiese il suo parere in merito all'ora dell'omicidio di Nadine Mauriot e Jean-Michel Kraveichvili. Il professor Introna escluse la possibilità che questo fosse avvenuto nella notte tra l'8 ed il 9 settembre, come dichiarato precedentemente dal professor Maurri, poichè le larve di mosca deposte sui corpi risultavano in uno stadio di sviluppo molto avanzato.
Incaricato dagli avvocati Nino Filastò e Nino Marazzita di effettuare una perizia sui rilievi relativi al duplice omicidio di Nadine Mauriot e Jean-Michel Kraveichvili per determinarne l'ora del decesso, il professor Introna scrisse: "Per schiudersi le uova dei calliphoridi impiegano tra le 18 e le 24 ore, a una temperatura attorno ai 27 gradi, i dati entomologici indicano un'epoca di morte minima di circa 36 ore dal rilievo fotografico, come minimo il giorno 8 o la notte tra il 7 e l'8".

martedì 31 marzo 2009

Salvatore Luberto

Nato a Cosenza il 12 febbraio 1939, si è laureato in Medicina e Chirurgia nell'Università di Modena nel 1964. Il 22 novembre 1967 si è specializzato presso l'Università di Modena in Neuropsichiatria . Assistente ordinario alla Cattedra di Medicina legale e delle assicurazioni della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università di Modena dal 1 marzo 1978, con qualifica di Aiuto dal 13 febbraio 1981. È stato professore ordinario di medicina legale e di criminologia all’Università di Modena e Reggio Emilia. È stato vicepresidente della Società Italiana di Criminologia. Nel 1984, dopo il duplice omicidio di Pia Rontini e Claudio Stefanacci, assieme al professor Francesco De Fazio e al professor Ivan Galliani, fu autore di una perizia criminologica volta a delineare il profilo dell'assassino.Il 27 maggio 2012 si è spento a Modena all'età di 73 anni.
Per la perizia sul "mostro di Firenze" vedi:
-Perizia criminologica sul delitto del 21 Agosto 1968

giovedì 19 marzo 2009

Ivan Galliani

Medico specialista in medicina legale e in psicologia a indirizzo medico, è professore associato in criminologia e difesa sociale presso la facoltà di medicina e chirurgia dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Nel 1984, dopo il duplice omicidio di Pia Rontini e Claudio Stefanacci, assieme al professor Francesco De Fazio e al professor Salvatore Luberto fu autore di una perizia criminologica volta a delineare il profilo dell'assassino. Fu ascoltato nell'udienza del 12 gennaio 1998 durante il processo ai presunti complici di Pietro Pacciani. Nel 2003 con il professor Ugo Fornari ha pubblicato il libro Il Caso Giudiziario Di Gianfranco Stevanin.
Per la perizia sul "mostro di Firenze" vedi:
-Perizia criminologica sul delitto del 21 Agosto 1968
Vedi anche:
-De Fazio, Galliani, Pierini, Beduschi, Luberto - Deposizione del 15 luglio 1994

sabato 14 marzo 2009

Ignazio Spampinato

Nel 1981, condusse la perizia balistica nel duplice omicidio di Susanna Cambi e Stefano Baldi. Fu inoltre perito del giudice delle indagini preliminari durante il processo a Pietro Pacciani. Fu chiesta la sua consulenza per capire se il proiettile trovato nella vigna di Pietro Pacciani avesse le medesime caratteristiche di quelli usati dal "mostro di Firenze". Il generale Ignazio Spampinato e l' esperto del banco nazionale prove balistiche di Gardone Val Trompia, Pietro Benedetti dopo sei mesi di studio consegnarono ai magistrati un documento di 200 pagine in cui pur trovando "nelle parti comparabili notevoli identita" non espressero mai un giudizio certo in merito. Fu ascoltato, durante il processo a Pietro Pacciani, il 27 ed il 28 aprile ed il 4 luglio 1994.
Vedi anche:

venerdì 13 marzo 2009

Perizia criminologica sul delitto del 21 Agosto 1968

Estratto della perizia criminologica sul delitto del 21 agosto 1968 redatta dai periti Prof. Francesco De Fazio, Prof. Ivan Galliani e Prof. Salvatore Luberto.
(...)
Il caso in esame (omicidio Locci - Lo Bianco) diventerà, in seguito uno dei punti chiave dell’intera vicenda delittuosa, posto che le indagini balistiche hanno attribuito tutta la serie dei sette duplici omicidi ad una stessa arma da fuoco, una pistola cal. 22, che ha sempre sparato proiettili che sembra appartengono ad una stessa partita in quanto presentano caratteristiche costruttive analoghe. Da rilevare, tuttavia, che in questo caso non si registrano lesioni di tipo traumatico diretto sul corpo della donna (abrasioni, ecchimosi. contusioni. ecc.). Di per sé considerato, dunque, il caso in esame non si qualifica come omicidio sessuale. Manca un qualsiasi interesse per le parti sessuali, non sono state usate armi da taglio né ci sono segni di violenza di altro genere sui corpi, in vita o in morte; nessuna attenzione sembra essere stata prestata dall’omicida ad oggetti presenti sulla scena del delitto. Non è possibile stabilire con certezza quale delle due vittime sia stata colpita per prima. E' possibile che ad agire sia stata un’unica persona, posto peraltro che la dinamica del fatto non ha comportato atti tali da far ipotizzare il concorso di più persone. Chi ha commesso questo delitto, dunque, anche nell’ipotesi che sia l’autore dei successivi delitti, non sembra sia stato mosso da motivazioni sadico-sessuali, bensì da motivazioni comuni; motivazioni cioè che portano a desiderare la eliminazione fisica delle vittime, secondo una modalità ed una dinamica psicologica del tutto svincolata da elementi sessuali abnormi e, ancor più, da impulsi sadistici...
Occorre sin d’ora formulare l’ipotesi che questo primo delitto abbia costituito, per l’autore o per qualcuno che vi ha assistito uno stimolo qualificato per una ulteriore evoluzione in senso criminoso di motivazioni che sono alla base della dinamica dei delitti. Vale a dire che l’aver compiuto tale delitto (anche se per motivi inerenti alle passioni e/o alle debolezze umane, di per sé stesse non necessariamente abnormi o patologiche) o l’avervi assistito da “complice” non materialmente esecutore, anche da semplice “spettatore”, può aver innescato un processo psicologico di slatentizzazione di impulsi sadico-sessuali, che ha poi condotto alla perpetrazione di altri delitti, con ben diversa matrice motivazionale. Sono noti nella letteratura scientifica casi in cui tale processo di slatentizzazione e di successivo passaggio all’atto si sono verificati in soggetti senza alcun precedente comportamentale specifico, per il solo fatto di aver letto sul giornale il resoconto di particolari delitti; si trattava però, in questi casi. di delitti la cui descrizione, per la tipologia delle vittime (ad es. bambini) e per le modalità della dinamica materiale, suggerivano direttamente ed inequivocabilmente le componenti “sadico-sessuali”, e trovavano quindi il loro potere suggestivo nel fatto di costituire rappresentazioni “dirette” di fantasie ed impulsi latenti. Il caso in questione (omicidio Locci-Lo Bianco) non può aver avuto tale potere di influenzamento che per due vie-stimolo, entrambe qualificate; la prima, come si è detto, costituita dall’aver assistito al delitto; la seconda, di meno intuitiva comprensione, ma di non minor efficacia psicologica, consistente nel possesso dello strumento lesivo (l’arma da fuoco) unitamente alla conoscenza (diretta, o secondo una ipotesi psicologicamente non inverosimile, anche soltanto mediata) delle circostanze e della situazione in cui fu usata. Come si dirà in modo più approfondito in seguito, molto spesso il delitto sessuale in senso proprio (quello definito “lustmord” nella letteratura scientifica e nel diritto tedeschi, e che d’ora in poi designamo con tale termine) prima di divenire azione rimane a lungo un fatto puramente psichico, vale a dire che è a lungo oggetto di fantasie attivate a scopo di eccitazione e gratificazione sessuale, prima di venire effettivamente agito. Tali fantasie possono venire alimentate, rinnovate, stimolate, dal possesso tangibile di oggetti-feticcio, quali possono essere, ad es., oggetti appartenenti alla vittima fantasticata (o ad una precedente vittima, nel caso sia già stata commesso un delitto) oppure oggetti particolarmente pregnanti per la dinamica dell’azione fantasticata, quale può essere per l’appunto l’arma o lo strumento con cui si fantastica di compiere il delitto. In definitiva, di per sé stesso considerato, il caso Locci/Lo Bianco si discosta nettamente dai successivi fatti delittuosi sia per le dinamiche materiali che psicologiche, mentre appare legato ad essi da circostanze situazionali (coppia di amanti su un’auto in un luogo appartato) e, soprattutto, dal mezzo lesivo usato (arma da fuoco), la cui costante presenza nella serie di delitti sembra poter assumere significati psicologici che vanno ben al di là di semplici questioni di funzionalità materiale e di opportunità...

domenica 1 marzo 2009

FBI - Profilo del mostro di Firenze - Parte 3

Segue dalla parte 2.

TRATTI E CARATTERISTICHE DELL'AGGRESSORE
Ricerche contemporanee condotte dal NCAVC, unite  alle statistiche relative all’aggressore, indicano che i crimini di violenza interpersonale avvengono di solito, tra persone della stessa razza. Quindi, basandosi sulle statistiche disponibili e l’assenza di informazioni specifiche e contrarie a questi attacchi, il vostro aggressore deve essere quasi sicuramente un uomo bianco di origine italiana nativo dell’area. Deve aver avuto circa 25-30 anni quando iniziò questa serie di aggressioni nel 1968. Questo dovrebbe far pensare che sia intorno ai 45-50 anni. Sarebbe da notare che il vostro aggressore debba avere una lunga storia criminale con periodi trascorsi in istituti o in carceri, ma potrebbe essere molto più vecchio dell’età su indicata. Ha molta confidenza con scene del crimine e con l’area di Firenze in generale. Si sente a suo agio lì e deve aver dei legami abbastanza stretti con quell’area. Ciò è evidenziato dalla lunghezza delle sue assenze, ma con successivo ritorno in quell’area in due occasioni. Sembra essere nativo dell’area e potrebbe avere membri della sua famiglia che risiedono ivi.

L’aggressore è meglio descritto di media intelligenza. Deve aver completato i suoi studi secondari o l’equivalente nel sistema educativo italiano. Deve essere abbastanza esperto in un lavoro che richiede l’uso delle sue mani. Non deve avere molto contatto con il pubblico a causa dei suoi sentimenti di inadeguatezza. Può mostrare strane abitudini di lavoro.

La residenza dell’aggressore è adeguata alla sua situazione economica, e non dovrebbe essere molto lontana dall’area in cui egli ha commesso questi delitti. Come detto in precedenza, il suo posto di lavoro o di residenza dovrebbe essere situato nel punto centrale o in prossimità del suo primo attacco.

L’aggressore deve aver vissuto solo durante gli anni in cui sono avvenuti questi assalti in un quartiere di bassa borghesia. Se non fosse vissuto da solo avrà risieduto con qualche membro della sua famiglia dal quale egli è, in parte almeno, dipendente finanziariamente, come per esempio sua madre, una zia, una nonna o una sorella più grande. Non dovrebbe essere sposato poichè non è in grado di sostenere relazioni di successo con donne della stessa età.

L'aggressore è una persona inadeguata ed immatura sessualmente, che ha avuto pochi contatti sessuali con donne della stessa età. Potrebbe soffrire di una disfunzione sessuale.

A causa della sua età, è possibile che sia stato militare, non dovrebbe essere partito come volontario, ma che abbia fatto il servizio di leva. Se è stato militare, dovrebbe essere stato un soldato piuttosto che un Ufficiale, ed il suo periodo di servizio dovrebbe essere stato privo di note.

Per la sua natura delle scene del crimine e la distanza che c’è tra loro, il vostro aggressore dovrebbe aver avuto un veicolo o la possibilità di usarne uno. Se possiede una macchina è più probabile che sia un veicolo vecchio adeguato al suo stato economico.

Se l’aggressore è stato arrestato in passato, è il risultato di piccole violazioni, come voyeurismo,contravvenzioni, vandalismo, incendio e furto. Non dovrebbe aver commesso reati come aggressioni o reati contro la persona. Può essere stato in prigione per un certo periodo di tempo che coinciderebbe con il periodo di inattività intorno a Firenze tra il 1968/74 ed il 1974/81.

Ricerche su questo tipo di aggressioni indicano che gli assalitori spesso usano alcool o droghe prima di commettere gli assalti. L’assunzione di droghe e/o alcool gli serve per diminuire le loro inibizioni ed aumentare il loro coraggio durante i loro assalti.

L’aggressore deve aver preferenza per la pornografia, in particolare quella che descrive graficamente la violenza dell’uomo dominatore.

Gli aggressori di questo tipo difficilmente restano inattivi per lunghi periodi di tempo senza una ragione specifica. E’ noto che questo aggressore non fu attivo nell’area fiorentina tra il 1968-1974 e il 1974-1981. E’ molto probabile che non vivesse nell’area fiorentina in questo periodo oppure non fosse in grado di agire. Se avesse risieduto in altri luoghi durante questi periodi, è molto probabile che simili aggressioni sarebbero accadute in quelle aree. Le legittime assenze dell'aggressore da Firenze avrebbero potuto dipendere da un cambiamento di lavoro, frequenze di scuole, viaggi di lavoro all'estero, o servizio militare. E' anche possibile che l'aggressore fosse stato in carcere per tutt'altri motivi durante questo periodo, o che sia stato ricoverato in qualche clinica per malattie mentali.

COMPORTAMENTO POST-AGGRESSIONE
Questo aggressore non sente alcun rimorso per le sue vittime, né colpa per ciò che ha fatto. La sua emozione principale sarà stata la paura di una possibile scoperta. In seguito ad ogni caso dovrebbe essere stato nervoso o teso, o può essere apparso preoccupato per ciò che lo circondava. Questo risultava dalla preoccupazione per la sua sicurezza. Man mano che uccideva aumentava la sua sicurezza e diminuiva il nervosismo evidente o il suo comportamento agitato.

Dopo ogni assalto, l’aggressore dovrebbe essere andato in un posto confortevole e sicuro, molto probabilmente la sua stessa residenza. Una volta lì deve pulire se stesso e i suoi vestiti ed indumenti, e deve aver riportato le sue armi nel loro posto “nascosto” fino al prossimo assalto. Oggetti di natura personale che egli ha preso dalle sue vittime devono essere stati riposti in un posto sicuro accessibile solo a lui.

La natura drammatica di questi crimini avrà avuto effetto shockante ed orripilante per la comunità. Quindi l’aggressore ha seguito attentamente tutte le relazioni su questi crimini da parte degli organi di diffusione, e deve avere ritagliato degli articoli dai giornali pertinenti le aggressioni e deve averli raccolti in un album. Può anche aver tenuto dei diari o “giornali” in cui ha scritto i suoi crimini.

L’aggressore può essere ritornato e può ancora farlo, sulla scena delle sue prime aggressioni per rivivere nella sua mente le prime esperienze. In breve dopo la scoperta dei corpi nei vari luoghi l’aggressore può aver ben visitato la scena per valutare le indagini della Polizia. Può aver tentato di controllare le indagini attraverso contatti diretti o informali con la polizia.

L’aggressore continuerà nella sua attività fino a quando non verrà arrestato, messo in condizione di non nuocere o inibito in qualsiasi altro modo.

Ogni ulteriore domanda e/o discussione in merito a questo argomento può essere rivolta a SSA Ronald P. Walker telefono xxx (xxx) xxx-xxxx. Fate riferimento al caso n. 163°-24 NCAVC nella vostra corrispondenza." 


FBI - Profilo del mostro di Firenze - Parte 2

Segue dalla parte 1

CONTATTI
Basandosi su una ricognizione del materiale fornito, l'aggressore sembrava utilizzare le seguenti tecniche, una volta fatta la sua selezione dei luoghi: l'aggressore precedeva le sue vittime sulla scena del delitto allo scopo di acquisire una posizione di vantaggio per osservare ed udire le vittime. L'aggressore con tutta probabilità effettuava poi una sorveglianza delle vittime fino a che le stesse non risultassero impegnate in qualche forma di attività sessuale. E' a quel punto che l'aggressore sceglieva di colpire sfruttando la sorpresa, la velocità ed un'arma in grado di porre subito in stato di incapacità. Questo particolare modo di avvicinamento è generalmente indicativo in un aggressore che ha dubbi circa la propria abilità di controllare le sue vittime, che si sente insufficientemente impreparato ad interagire con le vittime in “vita” o che si sente incapace di affrontare un confronto diretto.

AGGRESSIONI
L’aggressore, utilizzando un’avvicinamento improvviso, ha scaricato la sua arma più volte a distanza ravvicinata concentrando prima il fuoco sulla vittima maschile neutralizzando in tal modo il suo pericolo più immediato. Una volta che la vittima maschile è stata neutralizzata, l’aggressore si è sentito sufficientemente sicuro di perpetrare il suo attacco alla vittima femminile. L’effettuazione di numerosi giri indica che l’aggressore abbia voluto assicurarsi che entrambe le vittime fossero decedute prima di iniziare la mutilazione post-mortem sulla vittima femminile. Questo è il reale obbiettivo dell’aggressore; l’uomo rappresenta solo un'ostacolo che doveva rimuovere; questo è inoltre evidenziato dal fatto che non abbia apportato mutilazioni alle vittime del caso n.6 che erano entrambi uomini. È probabile che, considerata la lunghezza dei capelli sulle spalle di una di queste vittime, l’aggressore li abbia creduti essere una coppia di eterosessuali ed è rimasto disgustato nello scoprirli entrambi uomini. Quindi queste vittime non hanno soddisfatto il rituale o la fantasia da lui richieste, e non siano quindi stati ulteriormente disturbati dopo la morte.

“La possessione” ed il rituale sono molto importanti per questo tipo di aggressore. Questo spiegherebbe perché le vittime femminili sono state spostate di qualche metro dal veicolo contenente il loro compagno. La necessità della possessione, come pure il rito attuato dall’aggressore, denunciano la rabbia verso le donne in generale ed è ulteriormente dimostrato dalla rimozione delle mammelle e dei genitali delle vittime. Considerata l’assenza di una penetrazione del pene/eiaculazione da parte dell’aggressore sono tutte offese sessualmente motivate. La mutilazione degli organi sessuali delle sue vittime, rappresenta sia una inadeguatezza dell’aggressore sia il suo astio verso le donne.

ARMA
L’arma calibro 22 solitamente usata dall’aggressore è un’arma di sua scelta. Durante 17 anni in cui si sono perpetrate queste aggressioni, con tutta probabilità l’aggressore avrebbe avuto la possibilità di sostituirla con un’altra, forse più potente. Egli comunque non ha deciso di cambiarla. Ed inoltre, nonostante abbia lasciato bossoli esplosi in tutte le scene degli omicidi ha mantenuto la sua arma attraverso tutta questa serie di aggressioni. Quest’aggressore è piuttosto a suo agio nel maneggiare ed usare questa arma attraverso mezzi leciti, come la caccia, poligoni di tiro o servizio militare.

Il consistente uso della stessa arma, come pure i modi rituali di avvicinamento/aggressione, suggeriscono fortemente che l’arma è una parte degli strumenti che l’aggressore usa esclusivamente per i propri attacchi e per nessun’altra ragione. Questi strumenti, probabilmente, sono formati dalla sua arma, un coltello o altra arma bianca o comunque provvista di lama, munizioni, possibilmente di vestiti specifici o altri indumenti che egli usa durante questi assalti.

Il globale comportamento dell’aggressore sulla scena, incluso il suo uso di qualche indumento specifico per il crimine, suggerisce che il rituale inerente questa serie di aggressioni è così importante per lui che deve ripetere l’offesa nell’identico modo al fine di raggiungere soddisfazione.

E’ stato rilevato che un proiettile calibro 22 (non utilizzato) identico a quelli usati nell’aggressione di cui sopra, è stato rinvenuto davanti ad un ospedale del luogo. Non è improbabile che l’aggressore abbia ivi lasciato il proiettile allo scopo di beffare la polizia, ma può essere anche caduto accidentalmente all’aggressore, che poteva avere qualche legittima ragione per visitare l’ospedale o le sue vicinanze. Per esempio l’aggressore può essersi ferito ed avere ricercato un trattamento medico, o potrebbe lavorare all’ospedale o nelle sue vicinanze. E’ anche possibile che egli possa aver visitato l’ospedale credendo che i corpi delle vittime potrebbero essere lì trasportati dopo il rinvenimento.

SOUVENIRS
Ricerche in tali crimini hanno dimostrato che gli assassini per libidine spesso prendono alcuni oggetti dalle loro vittime. Questi oggetti possono essere articoli di vestiario, od oggetti personali come gioielli, ciocche di capelli etc. Di solito questi tipi di assassini possono rimuovere parti del corpo della vittima, come un dito, un orecchio o, più particolarmente, un capezzolo, una mammella o altri organi sessuali. Questi pezzi sono presi come souvenirs ed aiutano l’aggressore a rivivere l’evento nella sua fantasia per un certo periodo di tempo. Questi pezzi sono tenuti per un periodo abbastanza lungo, una volta che non servono più l’aggressore se ne libera, o sulla scena dell’omicidio o sulla tomba della vittima. Occasionalmente l’omicida per libidine può “consumare” parte del corpo delle vittime per poterlo possedere totalmente. La spedizione dei genitali della vittima femminile dell’ultima aggressione può indicare che l’aggressore tentasse di prendere in giro la polizia, suggerendo che la pubblicità e l’attenzione su questo caso fossero importanti per lui, ed indicando anche una maggiore sicurezza da parte sua.
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