Visualizzazione post con etichetta AdORBS. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta AdORBS. Mostra tutti i post

lunedì 2 luglio 2018

Al di là di ogni ragionevole buon senso - Otto

Con questa puntata congediamo la rubrica "Al di là di ogni ragionevole buon senso", che tornerà a settembre con la cronologia degli eventi. Ringrazio l'autore, Francesco Cappelletti e vi auguro buone vacanze.
Flanz.

15 gennaio 2002
Il giudice Vincenzo Tricomi rilasciò la dichiarazione scritta che segue al giornalista Mario Spezi:
“15.01.02 In ordine all'episodio di cui mi si chiede, premesso il notevole lasso di tempo sbiadito ed incerto ogni ricordo, posso dire di ricordare che presumibilmente nell'inverno 1982, venne il Maresciallo Fiore con un ritaglio di giornale di cui ignoro di come e con quale modalità erano venuti in possesso i carabinieri che riferiva della conferma della condanna in sede definitiva avvenuta a Perugia. Mi chiese se era possibile acquisire il processo e io lo ritenni del tutto possibile.
Vincenzo Tricomi”

25 gennaio
Il PM, dr Giuliano Mignini, ascoltò l’ex capo della squadra mobile di Perugia: Luigi Napoleoni. Questi riferì: “La notte tra l’8 e il 9 ottobre 1985, venni informato dal questore Trio di recarmi subito nei pressi del lago Trasimeno in quanto era scomparso il dr. Narducci Francesco. Rimasi sorpreso da questa chiamata perché il questore avrebbe dovuto, a mio avviso, avvisare prima il dirigente dr. Speroni. Mi recai sul posto, mi pare a San Feliciano ed iniziammo le ricerche a bordo di un imbarcazione della Polizia Provinciale o dei Vigili, non ricordo bene, allo scopo di rinvenire la barca con la quale il Narducci, la sera prima, era partito dal molo. Le ricerche si protrassero per tre giorni senza esito, in quanto la barca non si trovava; ricordo che prima di iniziare le ricerche andammo alla darsena di San Feliciano e parlammo con un certo Trovati Giuseppe che ci raccontò della scomparsa del Narducci e non ricordo se ci parlò del ritrovamento della barca. Nel corso delle ricerche abbiamo fatto dei sopralluoghi all'Isola Polvese in quanto si era ipotizzato anche un sequestro di persona. Durante i tre giorni in cui rimasi sempre al lago, chiesi al questore di poter interrogare la moglie e i familiari, e comunque di effettuare gli accertamenti approfonditi ma il questore mi ripeteva che non erano necessari perché tanto si trattava di una disgrazia. Ciò avvenne prima ancora che fosse rinvenuto il cadavere. Il giorno del ritrovamento, che era di domenica, fui avvertito dalla sala operativa che era stato rinvenuto un cadavere nel lago Trasimeno; immaginando che si trattasse del Narducci, insieme all’agente Antonio Tardioli andai sul posto, ossia a Sant'Arcangelo di Magione, dove il cadavere fu rinvenuto tra le canne, non molto lontano dal molo. Quando arrivai, il cadavere era già stato deposto sul molo e vi era un dottoressa a me sconosciuta intenta ad effettuare la visita esterna; ricordo che il cadavere era gonfio e di colore marrone scuro, un po' saponato. Comunque non mi avvicinai mai al cadavere che era attorniato dai Carabinieri in divisa. (…)
Ricordo anche che, dopo il ritrovamento del cadavere, non ricordo con precisione quando, andai a Firenze nell’abitazione che poteva essere stata utilizzata dal dr. Francesco Narducci per ricercare parti di corpo femminili sotto alcool e sotto formalina; non ricordo l’ubicazione dell’appartamento, ricordo solo che si trattava di una costruzione non recente a più piani, non ricordo se relativa ad un condominio. Non ricordo neppure la zona dove si trovava l'abitazione; a me sembra, ma non ne sono sicuro, che siamo entrati dentro Firenze. Di quella casa ho un solo ricordo, di un corridoio, ma non ricordo chi mi ci mandò né con chi fossi, probabilmente con un collaboratore della squadra mobile. Le ricerche dettero esito negativo".

31 gennaio
Si presentò spontaneamente presso la Procura di Perugia la signora Antonietta Vetriani, Negli anni ’90 aveva conosciuto e frequentato la signora Anna Maria Bevilacqua, moglie del Presidente del Tribunale di Perugia, Dr. Mario Alessandro. Fece verbalizzare: “Nel corso della conoscenza con Anna la stessa mi parlò, circa nove dieci anni fa, della morte di questo medico e mi disse che il Narducci faceva parte di un gruppo di persone che si erano rese responsabili dell'uccisione delle coppie del territorio fiorentino attribuite al cosiddetto ‘mostro di Firenze’ (…) a dire della Sig.ra Anna, era un gruppo composto da professionisti, nel quale il Narducci, insieme ad altri aveva compiuto i delitti del cosiddetto ‘mostro di Firenze’…. Addirittura il Narducci era elemento di spicco dell'organizzazione ed il responsabile materiale dei delitti. Secondo la signora avrebbe goduto di forti coperture istituzionali. La signora, che era di origine trevigiana, esclamò in mia presenza, anche, che era protetto da quel ‘mona’ del dr. Canessa, che si accaniva contro quel povero contadino, che era Pacciani, così lei si esprimeva, perché il magistrato aveva un suo parente o amico, molto importante, medico all'ospedale di Orvieto, che era anche amico di Narducci. (..) Mi fece capire che queste cose le aveva sapute dal marito, dr. Alessandro”.  Nessun riscontro, circa tali dichiarazioni, fu possibile essendo deceduti, nel frattempo, sia la signora Bevilacqua che il dr Alessandro.

08 febbraio
La moglie di Francesco Narducci, Francesca Spagnoli, si recò presso gli uffici della Procura di Perugia per rilasciare le dichiarazioni che seguono: “Ci siamo sposati nell’81, avevo vent'anni e Francesco ne aveva 31. (…) Mio marito rimase ininterrottamente negli Stati Uniti, all’università di Philadelphia nel corso di settembre al dicembre ‘81. Finché è stato vivo non ho mai avuto modo di supporre che mio marito avesse rapporti con Firenze. (…) Leggeva il quotidiano ‘La Nazione’ e forse qualche volta ne avremo anche parlato dei delitti attribuiti al ‘mostro di Firenze’ ma non ricordo nulla di preciso. (…) Quando arrivammo al lago, a San Feliciano io o mia madre chiedemmo se Francesco fosse arrivato da solo al lago; a quella domanda Pierluca (il fratello di Francesco, ndr) reagì in modo assolutamente anomalo esclamando: ‘Non cominciate ad infangare la memoria di Francesco!’ Era circa la mezzanotte fra l’otto ed il nove ottobre 1985. (…) Ricordo che Francesco era un bravissimo nuotatore e praticava lo sci d’acqua ed il windsurf. Non ha mai avuto problemi in acqua”.

13 febbraio
Il Sostituto Procuratore di Firenze, dr Paolo Canessa, convocò Emilia Maria A.J. Questa riferì: “G.J. mi disse che anche lui aveva un amico medico. Anche questi si chiamava Francesco ed era un gastroenterologo di Perugia ed aggiunse che era bravissimo e bellissimo. (...) Ricordo che aggiunse che questo Francesco era stato allievo del Professor Morelli, che mi sembra disse era di Bologna. (...)  Relativamente al Francesco di Perugia che conosceva lui, mi disse anche che insegnava ad Harvard.  (...) G.J. non mi fece mai il cognome di questo Francesco né io mai glielo chiesi perché la cosa non mi interessava. (...) Come ho già detto questo discorso con G.J. su questo amico di Perugia lo colloco tra gli anni 81/82. Aggiungo ancora che all'epoca G.J. era spesso a Perugia, ma non ne conosco esattamente il motivo. Ricordo anche che una volta lo vidi con un’auto targata Perugia, era di colore verdolino chiaro, tipo mono-volume e lo vidi dalla finestra. Gli chiesi come l'avesse avuta e lui mi rispose che era di un amico.”

Segue...

lunedì 11 giugno 2018

Al di là di ogni ragionevole buon senso - Sette


06 novembre
Su delega della Procura della Repubblica di Firenze, presso gli uffici della Squadra mobile di Firenze, fu sentita Emilia Maria A.J. che nei giorni precedenti si era messa in contatto con le autorità per riferire fatti riguardanti la vicenda del cosiddetto “Mostro di Firenze”. Confermate le dichiarazioni sottoscritte nei verbali con data 4 luglio 1990 e 17 novembre 1990, precisò d’aver proseguito la relazione con G.J. anche dopo il suo matrimonio con Ada P. e che questi “dopo l’intervento alla testa subito a seguito di un incidente stradale” subì “un cambiamento della sua personalità, (…) come se fosse diventato schizofrenico”.
Riferì non aver dato molto peso all’amante quando la domenica dell’8 settembre 1985, gli disse “sono un mostro” ma d’aver maturato dei sospetti quando apprese che il duplice omicidio di Scopeti fu scoperto solo lunedì 9 settembre.
“Iniziai a pensare che lui comunque avesse a che vedere con la storia o meglio ancora con qualcuno che era coinvolto direttamente in quei delitti. E fu per questi motivi che, quando seppi che tale Francesco di Foligno, amico di G.J., era indicato a Perugia come “il Mostro di Firenze”, volli approfondire le mie conoscenze sul Francesco di Foligno, che seppi poi chiamarsi Narducci, interessando un’agenzia di investigazioni privata, che credo si chiamasse “La Segretissima”. Mi riferirono poi che si trattava di un medico, di ottima famiglia, una famiglia molto importante di Perugia, originaria di Foligno, che era stato trovato morto annegato nel Lago Trasimeno un mese dopo l’ultimo delitto del Mostro. Seppi anche che il Narducci insegnava all’università di Harvard in America.”

09 novembre
Emilia Maria A.J. fu nuovamente sentita presso gli uffici della Squadra mobile di Firenze. Fece mettere a verbale: “Circa l’amico di G.J. devo aggiungere che quel Francesco era stato sposato con tale Spagnoli Francesca, amica di infanzia del Narducci, almeno da come mi riferì l’investigatore privato che si interessò della vicenda, sia che il Francesco aveva studiato a Bologna dal Prof.Morelli, sia ancora che, quando morì, era stata trovata una lettera indirizzata ai familiari della quale però ufficialmente non si era saputo nulla. Risulta anche che il matrimonio del Francesco era durato pochissimo.”
(…) G.J. mi diceva che andava verso Galluzzo, senza dirmi dove, specie nel fine settimana estivi, o verso San Casciano. Devo aggiungere che negli anni fine ‘70 - inizi ‘80, G.J. andava spesso a Borgo San Lorenzo, dove una volta portò anche me, credo alla Villa Medicea.”

A Perugia fu sentito, dal PM incaricato delle indagini, il signor Nazzareno Moretti, titolare dell’omonima impresa funebre che si occupò del trasporto del cadavere rinvenuto nel Trasimeno. Riferì d’aver notato un corpo “molto gonfio” e che la dottoressa Seppoloni non gli rilasciò alcun documento per il trasporto della salma. Con il proprio mezzo, affiancato da un “funzionario di Polizia”, si diresse verso Perugia ma “giunti all'incrocio sulla Magione Chiusi, esattamente al Bivio di San Feliciano venni fermato da una donna, che credo sia stata la cognata del defunto, (presumibilmente Giovanna Ceccarelli, moglie di Pier Luca Narducci ndr), che rivolgendosi all'ufficiale diceva ‘Ha detto mio suocero di portarlo a casa’. A questo punto l'ufficiale della Polizia di Stato mi diceva di dirigermi verso l'abitazione del dottore”.
Giunti alla villa di San Feliciano il cadavere fu posto in garage dove una diversa agenzia funebre, l’impresa Passeri di Perugia, si occupò delle pratiche del caso.

Nello stesso giorno la Procura di Firenze chiese alla Procura di Perugia il collegamento delle indagini relative ai “mandanti” del “mostro di Firenze con quelle relative alla morte del gastroenterologo perugino.

21 novembre
Nel tentativo di ricostruire le fasi di recupero del cadavere dal lago Trasimeno, la Procura di Perugia fece richiesta al Comando provinciale dei Vigili del fuoco della scheda d’intervento. Purtroppo però in archivio la scheda non fu rinvenuta ed il 21 novembre si rese necessario redigere un’annotazione che riassumesse le attività compiute all’epoca. Questa fu approntata da Francesco Piceller che il 13 ottobre 1985 era tra i Vigili del fuoco intervenuti in loco.

3 dicembre 2001
Il dirigente della squadra mobile, Michele Giuttari, depositò una nota in cui vennero riepilogate le indagini fino ad allora svolte sui probabili “mandanti” dei delitti del “mostro di Firenze”, riferendo in merito agli elementi acquisiti che potevano indurre a ipotizzare un eventuale movente esoterico, nonché certe perplessità circa la morte di Pietro Pacciani. La nota si concludeva con la richiesta di ulteriori approfondimenti investigativi in merito alla morte di Francesco Narducci. Il PM pur in accordo con quanto esposto dal capo della Squadra mobile, gli chiese di attendere qualche giorno per disporre dell’approvazione del dr Ubaldo Nannucci, nel frattempo subentrato nella direzione della Procura.
La delega di indagine giunse alcuni mesi dopo: il 15 giugno. (Michele Giuttari. Il mostro. Bur edizioni)

06 dicembre
Presso la procura di Perugia furono ascoltati due dei Vigili del fuoco che si erano occupati di recuperare il corpo attribuito a Francesco Narducci: Marco Tommasoni e Francesco Piceller. Entrambi ricordarono il volto del medico come “gonfio e violaceo”; Marco Tommasoni aggiunse: “Era vestito con un giubbetto di pelle marrone, una specie di cravatta di cuoio che non ricordo se fosse attorno al colletto della camicia o sul collo nudo, aveva un orologio funzionante, in acciaio chiaro forse cromato. Ricordo che il carabiniere che era presente al momento della visita del cadavere prese il polso sinistro dello stesso portandoselo all’orecchio e disse che era funzionante. Ricordo che il cadavere era alto circa 180 cm ed era di corporatura robusta. Non ricordo che fossero stati cercati i documenti sulla salma. Ricordo che era sfrontato con capelli radi sulla fronte.”

21 dicembre
La signora Mariella Ciulli, moglie di Francesco Calamandrei, farmacista in San Casciano Val di Pesa, allertò le forze dell’ordine, riferendo che il marito e il dottor Vigna stavano coinvolgendo suo figlio Marco nell’organizzazione del nono duplice omicidio del ‘mostro di Firenze’ che avrebbe avuto luogo in località Madonna del Sasso, nel Comune di Pontassieve. Furono fatti accertamenti che non condussero a niente di concreto.
Segue...

lunedì 28 maggio 2018

Al di là di ogni ragionevole buon senso - Sei

Segue da Adorbs cinque.

26 ottobre
A Perugia il PM sentì l’allora Appuntato dei Carabinieri Daniele Meli, in servizio presso la Stazione dei Carabinieri di Castiglione del Lago, che, assieme all’Appuntato Di Goro, intervenne sul lago Trasimeno per recuperare il cadavere attribuito a Francesco Narducci. Quel giorno dichiarò: “Ricordo che il cadavere aveva un braccio piegato davanti a se o forse tutte e due le braccia piegate davanti a sé ed era rigido. Aveva una camicia a quadri, mi pare avesse anche la cravatta, un giacchetto forse di renna marrone e pantaloni. Il cadavere era gonfio e gli occhi erano tanto gonfi da essere chiusi. Aveva anche liquido biancastro che usciva dalla bocca. Quello che mi impressionò era però soprattutto la presenza di numerose escoriazioni sulla testa e sul volto. Il cadavere era con il ventre rivolto verso l’acqua e si notavano varie escoriazioni nella parte a1ta del capo tanto che i capelli era stati strappati via; sul volto aveva una escoriazione sopra il sopracciglio destro, che si notava molto perché l’occhio era molto gonfio. Era come se la pelle fosse stata strusciata via e si notava il bianco sotto. Nel capo in corrispondenza delle escoriazioni vi era del sangue rappreso, come delle strisciatine rosse.”

Nella stessa giornata fu ascoltato anche il Maresciallo Lorenzo Bruni, Comandante della Stazione dei Carabinieri di Magione. Riferì d’essersi recato, il 13 ottobre 1985, sul pontile di Sant’Arcangelo su ordine del capitano Di Carlo. D’aver notato la dr.ssa Seppoloni: “Ricordo che la dottoressa diceva di essere alle prime armi, ma non ricordo se la stessa fu sollecitata a concludere la visita rapidamente. L'ispezione cadaverica avvenne sul molo e il cadavere non fu spostato come solitamente avviene. Anche i pescatori si sono meravigliati che il cadavere non fosse sottoposto ad esame autoptico.”

27 ottobre
Il dr Michele Giuttari, capo della squadra mobile di Firenze, incontrò il dr Ruggero Perugini, ex capo della SAM, in carica fino al luglio del 1992. Il dr Perugini negò d’aver ricevuto il dossier elaborato dal dr Francesco Bruno come di conoscere dettagli significativi circa le indagini svolte dal Sisde sul ‘mostro di Firenze’. Negò altresì aver mai letto il rapporto del commissariato dei Carabinieri di Sesto Fiorentino relativo al ritrovamento dei frangifuoco, realizzati con pietre di medie e piccole dimensioni incastrate tra loro, non distanti una piazzola dove i ragazzi francesi avevano piazzato la loro canadese prima di recarsi a Scopeti.

31 ottobre
Presso gli uffici della Questura di Firenze, furono messe a verbale le dichiarazioni di Anna Maria G., il medico curante di Pietro Pacciani. "Mi viene mostrata la fotocopia di una ricetta con la prescrizione del farmaco “Eolus” (con data 19/04/1997 n.d.r) con due confezioni. La ricetta è a firma mia. La riconosco e quindi sicuramente sono stata io a prescrivere questo medicinale in Spray, che all’epoca prescrivevo spesso ai miei pazienti con problemi di respirazione. Presumo che al Pacciani lo prescrissi per un problema bronchiale. (...) Non ricordo questo farmaco come un farmaco solitamente prescritto al Pacciani per cui ritengo che lo abbia prescritto solo quella volta e, comunque, che si sia trattato di una prescrizione occasionale.
L’ultima volta che mi recai all’abitazione di Pacciani e mi accorsi che respirava male, non gli prescrissi alcun farmaco spray, né gli dissi di prendere un simile farmaco per la respirazione. Devo peraltro dire che Pacciani non si faceva mai visitare e l’unica cosa che riuscivo a fare era la misurazione della pressione. Gli chiesi un paio di volte di consentirmi una vera e propria visita ma lui si rifiutò. (...)
L’ultima volta che mi recai a casa del Pacciani ricordo di avergli consigliato il ricovero in ospedale e di prendere un diuretico. Non gli dissi assolutamente di prendere l’Eolus o farmaci spray."

lunedì 14 maggio 2018

Al di là di ogni ragionevole buon senso - Cinque

Segue da Adorbs quattro

24 ottobre
A Perugia, fu ascoltato dal PM, Giuseppe Trovati, titolare della darsena sul lago Trasimeno, presso cui era ricoverata l’imbarcazione di Francesco Narducci. Riferì aver ricevuto, intorno alle 14:00 dell’8 ottobre 1985, una telefonata del medico, in cui lo avvisava di preparare il suo Grifo Plaster. Il gastroenterologo giunse intorno alle 15:00/15:30 con la sua moto Honda e recuperata l’imbarcazione si diresse verso l’Isola Polvese.
Alle 19:30, notando il mancato rientro del medico, Giuseppe Trovati pensò di chiamare a casa dei genitori, dove Pierluca Narducci, il fratello, gli disse che lo avrebbe raggiunto al più presto.
A seguire quanto a verbale: ”Verso le ore 21,30/22,00 arrivò il fratello del dr Narducci, dr Pierluca, insieme al dr. Ceccarelli, oltre ad altre due persone, fra cui il cognato. Uscirono con il motoscafo a cercare il Dr. Francesco; ricordo che non c'era la luna piena e quindi era buio. (..) Dopo avere chiamato i familiari, feci un giro con il motoscafo intorno all'Isola Polvese e non vidi il motoscafo del dr. Narducci, dove poi è stato ritrovato, e cioè nel canneto dell'isola Polvese. Quando il motoscafo fu ritrovato, credo che fosse a circa venti metri dall'isola stessa. Dopo aver fatto il giro dell'isola, tornai alla darsena e vidi che i familiari erano già arrivati. Escludo di avere chiamato i Carabinieri e ricordo che c'erano i mezzi della provincia ma non mi pare che vi fosse la motovedetta dei Carabinieri, se ben ricordo. Il motoscafo con cui avevo fatto il giro dell'isola aveva un faretto non molto potente e le canne in mezzo a cui fu ritrovata l'imbarcazione erano abbastanza alte. Comunque quando tornai alla darsena, i soccorsi erano già stati organizzati dalla Provincia e noi fummo dotati di baracchino con cui comunicavamo a distanza.  Io fui mandato verso l'Isola Maggiore, dove verso le ore 00,30 mi fu data la notizia che era stata rinvenuta la barca presso l'Isola Polvese. (…)
Preciso che il dr. Francesco Narducci era un nuotatore provetto, che già conosceva il surf quando ancora nessuno lo conosceva; faceva anche lo sci d'acqua. (…) Posso dire che il dr. Francesco Narducci era in grado di effettuare lunghe nuotate ed era molto pratico dell'acqua e del lago in particolare.
(…)Ricordo anche che si parlava di una chiromante o di un mago o stregone che aveva invitato il padre a cercare il figlio intorno all'isola Polvese e soprattutto nella zona limitrofa alla casa del guardiano; questi particolari li percepii dai discorsi che facevano i familiari tra di loro. Le indicazioni che davano queste persone erano sempre comunque diverse.
(…)Quando il cadavere fu portato a terra lo vidi e mi pare che avesse le mani lasciate lungo i fianchi, leggermente spostate verso l'inguine; si vedeva il giubbotto contro cui premeva l'addome rigonfio. Vidi il cadavere quasi nero in volto che cominciava a scurirsi; fui chiamato per il riconoscimento e dissi che si trattava del dr Narducci. Il volto era normale e cominciava a scurirsi, io comunque lo vidi da circa due o tre metri.”


Lo stesso giorno fu sentito anche Ugo Baiocco, il pescatore della Cooperativa “Alba” che il 13 ottobre, intorno alle ore 07:00, rinvenne il corpo attribuito al dr Francesco Narducci. Riferì trovarsi al lago, quella mattina, con suo cognato, Arnaldo Budelli, di essersi diretti con la barca verso “l'Arginone”, con l'intenzione di porre le reti. Il verbale riporta: “Ricordo perfettamente che quel giorno vi erano molte alghe che affioravano dall'acqua e vi era vento da ponente; io dissi a mio cognato, guardando quel cumulo di alghe, "ma non sarà mica il professore quello?" E quando ci avvicinammo, rallentando con il motoscafo, vidi il carpo di un uomo sfigurato, a pancia all'aria, vestito con cravatta, camicia e mi pare un giacchetto, calzoni e scarpe, con il volto tumefatto, nero e gonfio, e non si vedevano nemmeno gli occhi.
Ricordo che la testa era rivolta verso Castiglion del Lago, a favore di vento, ricordo anche che sulla testa vi erano molte alghe che formavano come una specie di capannelli in cui era immerso il corpo. Aveva il braccio sinistro poggiato sullo stomaco e il braccio destro lungo il corpo; appena lo vidi svenni e mi ripresi dopo pochi minuti. Ricordo che in quei giorni il vento era di ponente un po' sostenuto, in sostanza veniva da Castiglion del Lago ed andava verso S. Arcangelo; ricordo anche che la mano sinistra, quella poggiata sullo stomaco era particolarmente gonfia, deforme e scura, mentre l'altra mano era sotto acqua. Dopo quel fatto facemmo chiamare i Carabinieri di Castiglion del lago che hanno portato il cadavere al molo, dove è arrivato il Procuratore.  Ricordo che quando il cadavere fu poggiato nel motoscafo dai Carabinieri, si apri un qualcosa nel corpo del morto, non so se dal ventre o dalla bocca, e vi fu una puzza indescrivibile, tanto che i Carabinieri dovettero mettersi una garza alla bocca ed al naso.”


Infine fu ascoltata la Dr.ssa Daniela Seppoloni, che nell’ottobre ’85 era medico strutturato presso la U.S.L. del Trasimeno; questa riferì aver conosciuto il dr Narducci mentre partecipava al tirocinio di medicina interna. Il 13 ottobre, nel primo pomeriggio, fu chiamata dal centralinista dell'ospedale di Castiglion del Lago, presumibilmente intorno alle ore 14,30/15,00, le fu chiesto di portarsi sul molo di S. Arcangelo poiché era stato rinvenuto un cadavere nel lago. Giunta in loco rimase impressionata dall’ampio dispiegamento di forze dell’ordine e vigili del fuoco, notò altresì la presenza del dr Pierluca Narducci e dei dott.ri Farroni, e Morelli, colleghi di Francesco Narducci.
Le venne incontro il dr Trippetti che però non disponeva dell’abilitazione di medico necroscopo per cui fu lei a redigere il certificato di morte.
Il verbale del 24 ottobre riporta: "(Il cadavere) …era sdraiato in posizione supina sul molo, nelle vicinanze delle scalette ed era vestito interamente; mi pare che portava le scarpe, una camicia e, se ricordo bene, un giubbotto sopra la camicia. Mi sembrava che fosse vestito normalmente. Il cadavere del Narducci si presentava gonfio, edematoso e di un colore violaceo, aveva un notevole gonfiore al viso alle braccia e all’addome.
Domanda: aveva segni di vegetazione lacustre o lacci addosso?
No, non ricordo per quanto riguarda la vegetazione ma lacci sicuramente non ne aveva. 
Domanda: la visita fu effettuata tutta all'esterno o il cadavere fu portato in qualche luogo chiuso?
Io dovevo fare solo una constatazione di morte e redigere il conseguente verbale; ricordo che la visita si svolse sul molo, dove avevo visto per la prima volta il cadavere. Il cadavere non fu spogliato perché non serviva ai fini della constatazione di morte.
Ricordo che sia il fratello, che il Dr. Morelli ed il Dr. Farroni, mi giravano continuamente intorno e questo mi dava piuttosto fastidio, tant’è che chiesi ai Vigili di tenermi lontano queste persone, fra cui vi erano anche i giornalisti con macchine fotografiche. Ricordo che ad un certo punto sopraggiunse una Autorità, non so se della Questura o della Procura, che mi chiese di fare una ispezione cadaverica; intorno a me c’erano i Carabinieri credo della Stazione di Magione. Questa Autorità che era intervenuta, era di corporatura robusta, con una divisa scura con dei gradi sulle spalle e qualcosa anche sulle maniche. Preciso che ciò avvenne quando stavo cercando di redigere il certificato di morte e cercavo un posto di appoggio dove scrivere con calma, non pressata dalla gente e non disturbata dal forte vento. Ricordo in particolare che la folla, all’arrivo dello sconosciuto, faceva ala a questa persona, circondata dai Carabinieri.
Domanda: Lei di solito faceva le ispezioni o si limitava a redigere i certificati di morte?
Io di solito redigevo solo i certificati di morte perché non avevo la competenza professionale per effettuare le ispezioni cadaveriche. Questa persona comunque mi chiese di fare quest'ispezione ed io dissi che non ero in condizioni di poterla fare sul molo e quindi il cadavere doveva essere trasportato nella camera mortuaria dell'ospedale di Castiglion del Lago, che era la più vicina. Qui iniziarono purtroppo delle insistenze e delle pressioni per fare immediatamente l'ispezione sul posto poiché si trattava di un caso urgente, vi erano i familiari affranti e comunque non si poteva attendere il trasporto alla camera mortuaria. Vi fu un minimo di contraddittorio, perché, io insistevo ad avere un ambiente adeguato che non ottenni perché mi si ribadì la necessità e l’urgenza di effettuare l’ispezione, senza sapere se questo fosse disposto dall'Autorità Giudiziaria; quindi mi rimboccai le maniche e grazie all'ausilio dei Vigili del fuoco che mi aiutarono anche nell'ispezione, mi accinsi a questa operazione. Feci comunque presente alla persona in divisa che la mia ispezione sarebbe stata del tutto sommaria perché non avevo né i mezzi né la competenza professionale per procedere ad ispezioni di quel tipo.
Domanda: le è mai capitato di fare una ispezione cadaverica sul posto come in quell'occasione?
No, mai.   Ricordo che il cadavere del Dr. Narducci non poteva essere spogliato perché gli abiti erano del tutto attaccati ma i Vigili recuperarono delle forbici e con questo attrezzo iniziammo a tagliare i vestiti, non completamente; ricordo che scoprimmo quasi tutto il braccio sinistro, una parte del braccio destro, parte del torace salvo le spalle, il collo, e poi abbassammo leggermente i pantaloni verso il basso, poco sotto l’ombelico di circa un paio di centimetri perché i pantaloni non andavano giù.
Chiesi al Vigile di girare il cadavere ed osservammo una parte delle schiena fino alla vita, ma non la parte alta delle spalle; non ricordo se gli abiti furono tagliati o solamente alzati.
Prima di rigirarlo, alzammo i pantaloni fino a dove era possibile, comunque sotto il ginocchio. Il colore era particolarmente violaceo, nel volto, nel collo e negli arti inferiori, in particolare nelle caviglie. Quando girammo il cadavere, uscì dalla bocca dello stesso del liquido acquoso, leggermente schiumoso, tinteggiato di un colore rosso cupo; il quantitativo corrispondeva grosso modo a quello che ha una persona che abbia un conato di vomito.   
Io continuavo a ripetere che in quelle condizioni non potevo visionare tutto il corpo e tra l’altro il Vigile che tagliava i vestiti aveva difficoltà a compiere la sua operazione per via del gonfiore del corpo, per cui continuavo a ripetere che non era possibile fare una ispezione in quelle condizioni, ma la persona in divisa insisteva, ribadendo l’urgenza di provvedere. Ricordo che il volto era tumefatto e violaceo, appariva gonfio edematoso.
Domanda: c’erano lesioni sul corpo?
Per la parte che ho potuto vedere ed ispezionare, cercando appositamente lesioni o segni di iniezione, esaminai quindi la scatola cranica nella parte esterna, il volto, il collo ed il resto e notai che non vi erano lesioni o altri segni particolari.
Domanda: come mai né nel verbale di riconoscimento e descrizione del cadavere né nel verbale di ricognizione cadaverica né nel certificato di accertamento di morte lei non precisò in quale condizioni si svolse l'ispezione e soprattutto che il cadavere poté essere denudato solo parzialmente?
Per il certificato di morte non serviva ma per il resto devo ammettere che non avevo esperienza di ispezioni cadaveriche e di redazione del relativo verbale.
Domanda: come è giunta alla diagnosi della morte, come nel caso specifico di "asfissia da annegamento", senza esame autoptico?
Io dovevo limitarmi ad accertare la morte ma non le cause della stessa.
Il verbale di riconoscimento di cadavere non è stato da me redatto. Il verbale fu redatto materialmente in un locale, credo della cooperativa dei pescatori di S. Arcangelo, dove mi recai assieme ai Carabinieri i quali provvidero a redigere il verbale che io firmai nella parte relativa alla ricognizione del cadavere, ma non ricordo che mi vennero fatte domande circa l’orario della morte od altro, anche perché non potevo stabilire l’orario della morte del Dr. Narducci ed escludo di avere detto che era morto da 110 ore perché non avevo un minimo di competenza per affermarlo. Voglio aggiungere che c’erano delle forti pressioni intorno a me perché più io allontanavo le persone, con l’ausilio dei Carabinieri, più la gente mi pressava anche all’interno del locale.   Queste persone che premevano di più erano i colleghi del Dr. Narducci, in particolare il Prof. Morelli e il Dr. Farroni, unitamente al fratello del defunto; La persona in divisa mi sollecitava a fare alla svelta.   Mi dicevano continuamente "è chiaro, non ci sono problemi, questo è morto annegato".   Volevo scrivere anche che era assolutamente necessaria l'autopsia perché l'ispezione era del tutto carente ma a questo punto la pressione fu fortissima da parte del Dr. Morelli e del fratello del defunto. Anche i carabinieri si trovavano al centro di queste pressioni e ci sentivamo come accerchiati e costretti a concludere il tutto rapidamente, come ci si diceva. Ricordo che ci trovavamo in una stanza abbastanza- piccola, con una vetrata da dove vedevo anche la persona in divisa e tante altre persone.
Mi sono trovata intimidita psicologicamente e pur avendo insistito nello scrivere “verosimilmente” ho desistito dall'indicazione della necessità dell'autopsia. Ricordo che queste persone non erano assolutamente contente di quello che avevo fatto e venne anche il Dr. Trippetti perché io continuavo a dire che necessitava l'autopsia ed egli fece leva soprattutto sul dolore dei familiari e sul loro desiderio di riavere il corpo quanto prima. A quel punto terminai l'operazione.
Specifico che il certificato di accertamento di morte che mi viene mostrato non è quello che io redassi né tanto meno firmato. Nella firma che è apposta in calce riconosco quella della Dr.ssa Mencuccini Luciana, che non aveva partecipato alle operazioni.
Domanda: ebbe contatti con l’impresa delle pompe funebri?
No, avrei voluto contattarli per il trasporto all'obitorio ma, come detto, fui costretta a fare l'ispezione in quel luogo. Ricordo che parlai con il responsabile di medicina legale, Dr. Pietro Giorgi, al quale esternai le mie proteste e questi mi disse che avevo perfettamente ragione.
Domanda: sa se venne rinvenuto un appunto scritto dal dr. Narducci o se all'interno dell'imbarcazione vi erano siringhe?
Non ricordo. Però ricordo che chiesi se erano state trovate siringhe o medicinali anche perché circolava la voce che il morto facesse uso di sostanze stupefacenti, verosimilmente eroina.
Domanda: c'erano appartenenti alle Forze dell'Ordine provenienti da Firenze?
Ricordo che dopo la persona in divisa ne sopraggiunsero altre, sempre in divisa scura, credo che fossero altri Ufficiali dei Carabinieri, che parlavano molto tra di loro, ma non feci caso a quello che dicevano.
Domanda: ricorda se qualcuno alluse alla vicenda dei delitti del cosiddetto "mostro di Firenze"?
Altroché! Ma non in quell'occasione. Successivamente, dopo qualche mese ne sentii parlare molto, anche nell'ambiente della USL; le voci dicevano che il Dr. Narducci fosse il responsabile di quei delitti attribuiti al mostro di Firenze.   Altra voce lo indicava come dedito a viaggi nella città di Firenze, dove sembrava avesse una casa."
Segue...

lunedì 30 aprile 2018

Al di là di ogni ragionevole buon senso - Quattro


9 ottobre 2001
Il capo della Squadra Mobile di Perugia, Piero Angeloni, scrisse nuovamente al P.M. dr Giuliano Mignini:
“…al fine di stabilire se le persone autrici del reato allo stato degli atti ancora non identificate, facciano parte meno della setta satanica a cui fanno riferimento nella conversazioni telefoniche, nonché siano interessate o coinvolte nella morte di Pacciani e/o comunque legale all’attività della persona che fu definita “il mostro di Firenze”, si ritiene opportuno chiedere all’Autorità giudiziaria in indirizzo di volere valutare l’opportunità di concedere le seguenti deleghe di indagine:
1)acquisizione del fascicolo processuale inerente la persona del dr. Narducci Francesco, perito a seguito di probabile suicidio;
2)delega all’acquisizione di sommarie informazioni da parte della professoressa Barone, impiegata quale medico legale presso l'istituto di Medicina legale di Perugia.
Le richieste sono motivate dai seguenti motivi: per quanto riguarda il capo sub a), come è ormai noto, voci insistenti avevano indicato il Dr. Narducci quale materiale esecutore dei “tagli” di parti del corpo effettuati dal mostro di Firenze, e che per di più avrebbe conservato in modo e luoghi adatti; non solo, la “famosa” moto che venne vista sul posto dell’ultimo omicidio sarebbe stata uguale a quella in possesso del Dottore. Detto mezzo non fu mai ritrovato. Per quanto invece concerne il capo sub b), ossia l’escussione a verbale del medico legale intervenuto, sembra che la Professoressa Barone sia al corrente di diversi particolari inerenti chiaramente la morte del Narducci, ma anche fatti specifici sulla sua vita, forse in considerazione anche del fatto che erano comunque colleghi.”


16 ottobre 2001
Fu sentita dal dr Giuliano Mignini la sig.ra Falso Dorotea che fece mettere a verbale: “Mi riporto alle denunce da me presentate in relazione alle gravi minacce che mi sono state rivolte da persone sconosciute nell’arco di tempo che va dal 14/7/2000 al 28/9/2001.
Le persone che mi minacciano sono una o due donne e un uomo che parlano con voce alterata e che fanno riferimento ad una setta satanica e hanno rivendicato la paternità dell'uccisione di Pacciani, perché a loro dire avrebbe tradito questa setta. Sempre gli anonimi interlocutori mi parlano di una sorte di gran sacerdote della setta che risiede a Firenze e che a loro dire sarebbe presto venuto a Foligno, anzi a Sassovivo dove si svolgono i loro riti e dove, sempre secondo loro io dovrei essere sacrificata insieme a mio figlio e poi seppellita a Firenze. Talvolta invece mi parlano del loro proposito di far diventare mio figlio adepto della setta e mi avvertono che, se non li seguirà, venderanno i suoi pezzi. Mi hanno anche detto che io non posso far niente perché i miei amici poliziotti sono tutti corrotti e fanno parte della setta.
Qualche vago sospetto ce l’ho sui miei cognati che si chiamano B. Francesco e C. Nadia. Ricordo di aver visto una lettera contenente minacce di morte e posta davanti al finestrone di casa mia e questo mi fa pensare che gli autori sono a conoscenza del fatto che io apro tutte le mattine quella finestra. Ci sono anche altre coincidenze come ad esempio una telefonata in cui mi si chiedeva di salutare i medici che io avrei visto alle tre del pomeriggio. Di questa notizia era a conoscenza la baby-sitter che si chiama Tania e mia suocera. Tra febbraio e marzo del 2001 mi è stato incendiato il fienile e mia cognata disse a mia suocera che era stato incendiato anche il fienile di una famiglia vicina, cosa che non era vera.
Aggiungo che nella mia professione di estetista mi è capitato di sentire da una mia cliente che i carabinieri avevano trovato dietro casa sua a Perugia i resti di un rito di magia nera con bruciature di volatili. Per quanto mi riguarda però non mi sono mai interessata di queste cose né comunque di fatti di cronaca nera.
Non ho mai parlato con i miei cognati. Ricordo solo di aver parlato con loro in occasione delle prime telefonate quando mi sfogai con mia suocera e rimasi sorpresa nel constatare l'assoluta indifferenza di mia cognata.”


22 ottobre
Fu sentita la dottoressa Francesca Barone, medico legale presso l'istituto di Medicina legale di Perugia; si riportano i passi del verbale che si ritengono maggiormente interessanti.
“Ricordo che quella settimana ero di turno all'istituto di medicina legale per la sala settoria e che non fui interpellata in occasione del rinvenimento del cadavere di Francesco Narducci, che peraltro conoscevo di persona, essendo mio collega. Seppi subito che fu trovato il suo cadavere nel lago e mi allertai pensando di dovere intervenire per il sopralluogo ma non venni chiamata dalla Procura come è consuetudine. In questi casi venivamo sempre chiamati dalla Procura ma in quell'occasione, come ho detto, nessuno mi interpellò. Seppi che una dottoressa, le cui funzioni potrebbero oggi essere assimilate a quelle della guardia medica, era intervenuta, redigendo un certificato di morte per annegamento; a quanto mi risulta non fu eseguita la perizia autoptica e il cadavere non fu portato all'obitorio ma affidato direttamente ai familiari.
Domanda: che cosa sa, oltre a quanto detto, del ritrovamento del cadavere?
Per pura casualità incontrai dei pescatori, uno dei quali, di cui non ricordo il nome, aveva partecipato al recupero del cadavere; quest'uomo, che era originario di S. Arcangelo ed aveva una parente a San Savino, mi disse che il cadavere di Francesco Narducci presentava delle macchie rosse, come se avesse sbattuto contro qualcosa o che comunque avesse subito colpi violenti. Le macchie erano presenti soprattutto sul volto; il pescatore aggiunse che il cadavere aveva le mani ed i piedi legati dietro la schiena. questa persona aveva i capelli biondicci, era alto circa 1,65 mt., ed aveva una corporatura normale ed un'età di circa 42 anni. L'uomo era un paziente di mio marito, Prof. Nazareno Ramoni. Voglio aggiungere che il pescatore mi disse che fu rinvenuto un appunto in cui il Narducci manifestava il suo proposito di suicidarsi e chiedeva perdono ai familiari.
Domanda: nella sua esperienza le è capitato di effettuare una diagnosi di asfissia da annegamento senza effettuare l’esame autoptico e in caso positivo, in quale occasioni?
No, perché la diagnosi per annegamento può essere fatta solo mediante esame autoptico, ematologico ed istologico collegato. Ciò in quanto gli eventuali segni esterni, non sempre presenti, hanno solo un valore generico di asfissia ma non diagnostico di annegamento e quindi la certezza è solo con il rinvenimento di un massivo enfisema, l'emodiluizione, diversificata tra cuore destro e cuore sinistro, con necessità di apertura del torace e la conferma definitiva al microscopio della rottura dei setti alveolari. I segni esterni possono evidenziare una asfissia ma non la causa della stessa. Inoltre, non può essere stabilito l'orario di morte senza i dovuti accertamenti e le dovute analisi.
Domanda: ricorda quali erano le abitudini del Dr. Narducci Francesco?
Solo per sentito dire, ricordo che il Narducci era una persona dal carattere difficile, molto ansioso ed estremamente chiuso e che frequentava una ristretta cerchia di amici. Nell'ambito dell'ospedale la sua cerchia di amici era quella della vecchia clinica medica. Mi risulta, per sentito dire, che avesse una casa in Toscana, dove si recava frequentemente.
Domanda: con chi viveva il Dr. Narducci Francesco?
Non lo so, so soltanto che era separato dalla moglie. Non si parlava nemmeno di suoi rapporti con altre donne, cosa che si sarebbe risaputo in clinica dove si conoscevano subito questi pettegolezzi. Quando si parlava del Narducci, si diceva subito che era introverso e che aveva una vita molto riservata. Ho sentito dire anche che Narducci aveva interessi verso l’esoterismo.
Domanda: quali erano le condizioni di salute del NARDUCCI?
Nulla so in proposito, però posso dire che era giovane ed aveva un fisico atletico. Vorrei aggiungere che diversi anni fa durante il meeting di Comunione e Liberazione di Rimini, un giornalista toscano (Pietro Licciardi ndr), di cui non ricordo il nome mi telefonò e poi mi fece delle domande su Francesco Narducci, ricollegandolo alla vicenda del cosiddetto "Mostro di Firenze". Non ricordo a quale giornale appartenesse questa persona ma sapeva tantissime cose sulla vicenda del mostro di Firenze e sapeva anche che il Dr. Narducci aveva una casa in Toscana. Mi indicò il luogo preciso ma non ricordo se fosse Firenze o un'altra località.
Un'altra inchiesta giornalistica fu fatta da Luigi Amicone del settimanale "Tempi” di Milano; anche Amicone venne da me e mi chiese di Narducci ma non era così informato come l'altro. Il giornalista di cui non ricordo il nome mi disse che Narducci aveva una pistola."

lunedì 16 aprile 2018

Al di là di ogni ragionevole buon senso - Tre

Segue da Adorbs due

29 settembre 2001
“La direzione è quella giusta. Alcuni tasselli stanno andando in ordine. Non so se arriveremo finalmente alla verità, perché sono passati troppi anni. Ma abbiamo chiesto rinforzi per le indagini. E con Paolo Canessa abbiamo concordato delle scadenze. L' inchiesta sul mostro dovrà essere conclusa” (La Repubblica 30 settembre 2001). Queste le ultime dichiarazioni del Procuratore di Firenze, Antonino Guttadauro, prima di lasciare l'incarico e ritirarsi in pensione.

Nello stesso giorno fu convocata, presso la Questura di Perugia, un’estetista di Foligno (PG), tale Falso Dototea, che già il 10 agosto 2000 aveva sporto denuncia contro ignoti per alcune minacce telefoniche che aveva ricevuto. Il verbale del 29 settembre riporta: “Sono più di quattordici mesi che ricevo telefonate minatorie ed offensive; sino ad oggi ho sporto una denuncia e quattro seguiti di denuncia inerenti i fatti accaduti. In sede di denuncia ho anche consegnato una lettera anonima, recante minacce di morte nei miei confronti, che trovai sopra una seggiola del giardino di casa mia. Mi hanno minacciato di dare fuoco al fienile, ed è stato fatto perché nella nottata tra il 23.02.2001 ed il 24.02.2001 il fienile è stato bruciato. Ho dovuto subire danni alla mia autovettura tipo lo squarciamento delle quattro ruote o scalfiture sulla carrozzeria; tutti questi atti, peraltro annunciati dalle telefonate anonime, mi hanno portato ad uno stato di stress nervoso molto alto, soprattutto da quando hanno iniziato a minacciare di morte anche mio figlio che adesso ha tre anni.
Delle telefonate ricevute posso fornire due cassette audio da me registrate per dimostrare che quanto dichiarato corrisponde a realtà e dichiaro sin da ora di dare la mia autorizzazione a richiedere ed acquisire i tabulati delle telefonate in entrata sia all’utenza della mia attività sia a quella di casa. Un particolare inquietante, molto più degli altri, è quello che è capitato in data 26.06.2001; in quella giornata mio figlio Filiberto era malato e quindi rimase in casa con la baby-sitter fino alle ore 12.00 circa, e poi rimase con mia suocera, in attesa che io rientrassi a casa per poi portare il bambino dal medico. Alle ore 12.28 ricevetti una delle solite telefonate fatta da una delle solite persone che mi diceva di salutare i medici quando sarei andata a portare il bambino. Rimasi sconvolta perché era impossibile che sapessero questo particolare; sapendo che mia suocera più di tanto non mi parla, chiesi alla baby-sitter, tale Tania di chiedere se mia suocera avesse parlato con qualcuno. Il giorno dopo seppi che mio cognato, tale B. Francesco, con cui non abbiamo un buon rapporto, chiese a mia suocera, sua madre, perché il bambino si trovasse a casa e lei gli rispose che era malato e che doveva andare dal medico, chiaramente accompagnato da me. A questo punto posso affermare che del fatto specifico ne eravamo a conoscenza in poche persone: io, mio marito, Tania la baby-sitter, mia suocera, mio cognato e chiaramente, il medico con cui avevo appuntamento, presso l’ospedale.
Più volte questi due uomini e questa donna che effettuano le telefonate minatorie hanno dimostrato di conoscere bene le abitudini della mia famiglia, i nostri spostamenti, sia che siano per motivi personali che per motivi professionali.
 Voglio fare presente che su diverse telefonate hanno fatto riferimento a Pacciani e che io farò la sua stessa fine; hanno specificato che loro hanno ucciso Pacciani perché aveva tradito la confraternita degli adepti di Satana. Infatti spesso e volentieri hanno fatto riferimento alle messe sataniche ed al fatto che vogliono sacrificare mio figlio in onore di satana perché il malvagio tornerà a governare in terra; su una telefonata in particolare hanno fatto riferimento anche alla messa nera che avevano fatto a Sassovivo e che era stata interrotta per il sopravvenire di problemi. In altre telefonate hanno anche detto che quando verrà il grande maestro da Firenze avrebbero organizzato un festino per divertirsi prima con me, credo facendo riferimento ad eventuali violenze carnali, e poi per tagliarmi la testa e seppellirla a Firenze accanto a Pacciani.
Per tutto il resto mi rimetto a quanto già dichiarato nelle altre denunce, specificando che continuerò a registrare altre cassette delle telefonate che mi giungeranno.”

Il primo ottobre 2001, il capo della squadra mobile di Perugia, dr Piero Angeloni, trasmise al Sostituto procuratore dr Giuliano Mignini, una nota riepilogativa dei fatti allegando una richiesta di autorizzazione all’intercettazione per le utenze telefoniche intestate alla sig.ra Dorotea Falso.

1 ottobre 2001
Il dirigente della squadra mobile, dr Michele Giuttari, convocò negli uffici della Questura Francesco Cellai, di professione guardiacaccia che, assieme al collega Gianni Zoppi, il 10 settembre 1985 aveva fatto verbalizzare, presso il commissariato di polizia di Sesto Fiorentino, alcune dichiarazioni in merito ai due ragazzi uccisi a Scopeti. Francesco Cellai riferì d’aver visto i due francesi il 4 settembre 1985, intorno alle ore 7:00, a Sesto Fiorentino, in via Carmignanello, in uno spiazzo dove avevano montato una canadese e parcheggiato la loro Golf bianca con targa francese. Vigendo in quella zona il divieto di campeggio, il guardiacaccia aveva fatto allontanare i due ragazzi. Di questa circostanza riferì anche un altro guardiacaccia, Andrea Ceri, che interrogato raccontò d’aver saputo dal collega Gianni Zoppi dei francesi accampati a Sesto Fiorentino e di aver notato nei giorni precedenti in quella zona dei frangifuoco realizzati con pietre di medie e piccole dimensioni incastrate tra loro. Tornato sul posto dopo il delitto di Scopeti trovò, accanto ai cerchi di pietra, una cartuccia calibro 22 con l’H impressa sul fondello che consegnò agli agenti di polizia. Scattò anche delle foto che mostrò a un’esperta di esoterismo, che dichiarò trattarsi di evidenti tracce di riti esoterici.
A quel che si legge nel libro “Delitto degli Scopeti. Giustizia mancata" (Ibiskos Ulivieri 2012), dell’avvocato Vieri Adriani, (legale di parte civile di alcuni familiari della coppia francese uccisa a Scopeti) e Francesco Cappelletti, il giorno 4 settembre, Nadine Mauriot e Jean Michel Kraveichvili si trovavano a Binasco (MI) ed erano ancora decisamente distanti dalla Toscana e dalla provincia fiorentina, lo provano incontrovertibilmente gli scontrini autostradali rinvenuti nell’auto dei due ragazzi francesi.

6 Ottobre 2001
“Pacciani è innocente, arrestate Xxxxx”, questa la scritta apparsa sulla facciata di un palazzo in Via dei Serragli 157, a Firenze. Gli investigatori dovettero ritenerla interessante, comunque utile, se coinvolsero gli ingegneri dell'opificio delle pietre dure per far rimuovere il tratto di intonaco incriminato per poi sequestrarlo.
Segue...

lunedì 2 aprile 2018

Al di là di ogni ragionevole buon senso - Due


Segue da Adorbs Uno.

4 settembre 2001
Fu eseguita una perquisizione presso l’abitazione del dr Aurelio Mattei, psicologo, consulente del SISDE e collega di studio del dr Francesco Bruno. Nel 1993, aveva pubblicato con la casa editrice Sperling & Kupfer “Coniglio il martedì”, un romanzo evidentemente ispirato alla vicenda del mostro di Firenze in cui “uno psicopatico lucido, astuto, di un’intelligenza superiore alla media, un vero stratega in grado infinocchiare inquirenti, criminologi ed esperti di ogni genere”, uccide giovani coppie appartate in auto con una Beretta calibro 22.
Il romanzo anticipa la teoria secondo cui i bossoli contenuti nel faldone relativo al duplice omicidio del 1968 siano stati inseriti al fine di depistare le indagini.
Lo stesso giorno fu perquisita l’abitazione del dr Osvaldo Pecoraro, funzionario del Ministero dell’Interno e candidato nella Lista Dini nelle elezioni comunali di Roma nel '97, al fine di chiarire il ruolo del Sisde nella vicenda del mdF.

6 settembre 2001
Il dr Francesco Bruno fu sentito, presso la Questura di Firenze, dal capo della squadra mobile dr Michele Giuttari e dal commissario Vinci. Dopo 9 ore di interrogatorio il professore ne uscì dichiarando al giornalista di Repubblica, Gianluca Monastra, “È stato un colloquio signorile, Giuttari mi ha chiesto cose sensate, è molto preparato (…) La mia impressione è che gli investigatori stiano cercando qualcuno che ha caratteristiche simili a quello che io da anni vado delineando e cioè ben diverse dai compagni di merende”.

24 settembre 2001
Gli inquirenti dovettero ritenere oltremodo preziose le indicazioni fornite dai consulenti del Sisde se il 24 settembre, con decreto di perquisizione del PM del tribunale di Firenze, si recarono a San Casciano presso l’ex casa di riposo per anziani non autosufficienti Vill@ V. (l’assassino creato dal dr Aurelio Mattei per il suo libro “Coniglio il martedì” era solito allenarsi presso il poligono di tiro “Valle Verde” nella periferia sud di Firenze; medesima ubicazione era stata fornita dal dr Francesco Bruno come il luogo ove sorgeva una casa di cura frequentata dall’omicida).
Certamente non furono trascurate neppure le pregresse denunce del pittore Claude Falbriard, (vedi anche “Al di là di ogni ragionevole dubbio” – 15 maggio 1997) che a Vill@ V. vi aveva abitato per poi fuggirne poiché, a suo dire,  “plagiato, drogato a volte privato della libertà personale nonché spogliato di molti suoi beni ed arredamenti di valore che egli aveva portato con sé” (Ordinanza Tribunale distrettuale del riesame di Firenze del 15/10/2001) o le dichiarazioni di ex-dipendenti della casa di riposo secondo cui le titolari erano, “gente strana ed inquietante forse dedita a pratiche esoteriche occulte”.
Nell’avviso di garanzia furono ipotizzati i reati di sequestro di persona, rapina e calunnia. Le ricerche di una stanza segreta dove avrebbero avuto luogo strani riti negli anni ’80 proseguirono, anche con l’ausilio di strumentazione sofisticata, per oltre una settimana ma niente di determinante parve emergere dalle indagini; fu però rinvenuto un fax, inviato nel marzo 2000, alla segreteria dell’allora ministro dell’Interno dr Enzo Bianco, in cui si chiedevano informazioni in merito alla pratica di trasferimento del capo della Squadra mobile Michele Giuttari. 
Un mese dopo, il 23 ottobre 2001, a seguito di una segnalazione, in un bosco a 500 metri dalla Villa fu scoperta una stanza tre metri per tre, chiusa da una porta rossa al cui interno furono trovati: pipistrelli di plastica, uno scheletro in cartoncino, una testa di un gatto in ceramica, il disegno di un occhio sul soffitto; la squadra mobile in un rapporto inviato alla Procura dichiarò trattarsi di un tentativo di depistaggio. Nel Marzo del 2002 il Sostituto Procuratore, dr Paolo Canessa, chiuse le indagini relative ai "misteri" di Villa V..

26 settembre 2001
Nella puntata di Porta a Porta del 26 settembre 2001, il conduttore, Bruno Vespa, affrontò la vicenda del "mostro di Firenze" intervistando (in ordine di apparizione): Michele Giuttari, Rosario Bevacqua e Pietro Fioravanti, Francesco Bruno, A.C., Adriana Mainardi, G.C., Gabriella Pasquali Carlizzi, Cecilia Gatto Trocchi, Bruna Pettini, Carlo Lucarelli, Dino Foggi. Fu trasmessa un'intervista al pittore Claude Falbriard che dichiarò: "Sono stato derubato di assolutamente tutto quello che avevo nella mia vita, i mobili che erano di mio padre, tutti i miei quadri buoni, un centinaio di quadri ad olio, e forse un migliaio di disegni, due violini Jacobus Stainer molto preziosi. Mi hanno drogato di forza fino a quando ho trovato la forza di scappare con la mia motocicletta. Tutti erano schiavi di queste donne che erano mostri, streghe, non pensavo che esistesse al mondo donne cattive così." ma anche la replica di una delle due proprietarie della Villa: "Se avessimo avuto qualcosa da nascondere chiaramente non avremmo certo chiamato la Polizia quando trovammo quella roba terribile, raccapricciante, inquietante del pittore."

Segue...

lunedì 19 marzo 2018

Al di là di ogni ragionevole buon senso - Uno

Ci siamo! 
Abbiamo un'ospite che ha deciso di condividere con noi il suo lavoro. Lascio che si presenti da solo. 
A breve Insufficienza di prove vedrà la collaborazione anche di un valente professionista, un criminologo che, sono certo, ci riserverà diverse sorprese in futuro. Buon proseguimento.
Flanz

In “Al di là di ogni ragionevole dubbio” (2016, Enigma edizioni) avevo chiuso la cronologia degli eventi con la sentenza della Corte di Assise del 26 ottobre 2000.
La storia del “mostro di Firenze” per me si conclude con la condanna di Mario Vanni e Giancarlo Lotti ma le Procure di Firenze e Perugia non sono state dello stesso avviso ed hanno esteso ulteriormente le indagini proponendo inediti scenari ma soprattutto nuovi indagati.
Riprendo da dove avevo lasciato con un avvertimento: si tratta di un lavoro in fieri perché ricevo periodicamente nuove carte che integrano e talvolta chiariscono taluni passaggi, qualora notiate lacune o inesattezze vi sarò davvero grato se vorrete aiutarmi a raccontare questa storia nel modo più preciso possibile.
Grazie a Flanz per l’ospitalità e a voi per l’attenzione.
Francesco Cappelletti.

Al di là di ogni ragionevole buon senso -1-
"Nel corso delle indagini relative ai cd. “compagni di merende" e, molto più chiaramente, nel corso del dibattimento apparve chiaro che anche l’esame delle condotte di costoro non esauriva la storia. In particolare secondo la Pubblica Accusa non era stato chiarito a sufficienza il contesto nel quale erano maturate le azioni delittuose.  Nel corso del dibattimento non solo era tramontata definitivamente la tesi della esecuzione dei delitti da parte di un unico autore affetto da una perversione sessuale che si sarebbe manifestata e completata nella esecuzione dei delitti, ma anche l'ipotesi di una presunta forte perversione sessuale degli esecutori materiali dei delitti, Pacciani e Vanni, non esauriva il tema di indagine. La svolta alle indagini venne offerta dalla dichiarazione scritta di pugno spontaneamente dal Lotti secondo cui era “un dottore" che pagava il Pacciani denaro in contante per avere “feticci" femminili. A quel punto le indagini si indirizzarono sul contesto ambientale e sui soggetti nei quali i delitti erano maturati.
Secondo l'assunto accusatorio dall'esame della motivazione della sentenza della Corte di Assise appariva sempre più evidente che gli esecutori materiali dei delitti non fossero portatori di particolari perversioni, avendo agito solo per denaro, ritenendo che i delitti fossero stati commissionali da un gruppo di persone altolocate, indicate dai P.M. con l'espressione di “mandanti gaudenti”, per soddisfare perversioni diverse da quelle degli esecutori materiali dei delitti.”
Queste le premesse con cui dopo la condanna di Mario Vanni e Giancarlo Lotti si continuò ad indagare sul “mostro di Firenze” seppur non proprio continuativamente a causa della “controversa vicenda della costituzione del GIDES (Gruppo Investigativo DElitti SEriali ndr), il cui responsabile dott. Giuttari dal 1998 al 2001 era stato privato della direzione delle indagini per essere reintegrato solo a far data da quell’anno”1.
Se a Firenze le indagini erano volte alla ricerca dei mandanti, a Perugia, dal settembre-ottobre 2001, la Squadra Mobile indagava sulle inquietanti minacce ricevute da un’estetista di Foligno, certa Falso Dorotea, nel quale si sprecavano i riferimenti a “Pacciani”, alle “Colline del Mugello”, e “al grande dottore Narducci”.
Ma andiamo con ordine.

04 aprile 2001
Nell’intento di chiarire l’ultimo periodo di vita di Pietro Pacciani fu ascoltato Celso Barbari. Questi dichiarò d’essere stato spesso a trovarlo con la famiglia a Mercatale: “negli ultimi tempi lo vidi molto trasandato, nel senso che non si curava più e si era lasciato andare. (…) Sentii Pietro proprio il giorno prima del rinvenimento del suo cadavere (la telefonata è del 14 febbraio 1998, Pacciani fu trovato morto il 22 febbraio 1998 ndr.). Lo sentii per telefono la sera e lui fu molto frettoloso nel liquidarmi dicendomi che da lui c’era un erborista. Tant’è che ebbi modo di udire Pietro che rivolgendosi a questa persona gli diceva ‘È quel grullo del pitto..’ Chiudendo la comunicazione.”
La trascrizione della telefonata intercettata in effetti riporta “Barbari Celso telefona al Pacciani e gli chiede come sta. Pacciani dice di essere a ‘fare le medicine’. Barbari gli chiede spiegazioni in merito ed il Pacciani afferma di ‘fare con le erbe, c’ho le erbe’. Pacciani, facendo intendere che ha fretta, continua il discorso dicendo: ‘glifo la medicina a quest’omo qui, aspetta sennòva via, poi gli ha furia’. Barbari capisce che Pacciani ha fretta ed i due si salutano. Durante la registrazione della telefonata non si sentono in sottofondo altre voci, diverse da quelle dei due interlocutori.”

18 agosto 2001
Morì, presso la sua abitazione fiorentina, per una crisi d’asma, il medico legale prof. Mauro Maurri che fin dal 1974 si era occupato degli esami autoptici e delle perizie medico-legali sulle vittime del “mostro di Firenze”. Colto da una crisi respiratoria aveva cercato aiuto chiamando telefonicamente un amico. Questi aveva avvertito il 118 ma il personale sanitario intervenuto presso l’abitazione del medico non poté che accertarne il decesso.

4 settembre 2001
Alcuni agenti di Polizia partirono da Firenze per recarsi a Roma presso l’abitazione del dr Francesco Bruno, il professore di psicopatologia forense e di criminologia dell’Università di Roma “La Sapienza” che aveva fatto parte del team difensivo di Pietro Pacciani per il Processo d’appello del 1996. Lo stesso aveva anche prescritto al Pacciani alcuni farmaci con una  ricetta con data 15 febbraio 1996, rinvenuta durante la perquisizione del 23 febbraio 1998, nell’abitazione di Pacciani, l’indomani il decesso.
Furono perquisiti l’abitazione, lo studio privato e quello all’Università. Emersero due studi relativi alla vicenda del “mostro di Firenze”: il primo dossier datato 5 luglio 1984 riporta tra gli altri spunti:
-“È possibile che nell’assassino si sia già instaurato un patologico senso di giustizia, una non sopportazione della sessualità, soprattutto dell’espressione della sessualità femminile in luoghi pubblici, del tradimento, degli ideali di famiglia, di fedeltà coniugale.”
-“È verosimile ritenere che l’assassino abbia qualcosa a che vedere con qualche casa di cura ubicate a Firenze sud, o perché vi lavora o perché ne è in qualche modo partecipe, o perché semplicemente vi ha ricoverato in passato la madre, che forse è ancora in tale luogo”.
-“L'assassino si configura dunque come una persona "al di sopra di ogni sospetto", quasi certamente dall'intelligenza elevata, di buon livello culturale, socialmente integrato ed oggetto di stima. se non di ammirazione per la sua condotta di vita integerrima e morigerata, animata fanaticamente da un ideale di probabile natura religiosa. Alternativamente alla personalità paranoicale è possibile che, come in molti altri soggetti del suo tipo, il mostro, sia da identificarsi in un caso di personalità multipla, ovvero in un soggetto in cui riescono a convivere due diverse ed opposte personalità, una delle quali è buona (dr. Jekill) e pubblicamente conosciuta, l'altra è omicida e sconosciuta ai più (Mr Hide) e talvolta allo stesso soggetto. È tuttavia ragionevole ipotizzare, che qualunque sia il grado di rimozione che il soggetto adopera per nascondere a sè stesso le malefatte della sua personalità nascosta, un certo grado di integrazione e consapevolezza debba sussistere.”
Il secondo dossier, del 1985, sottolineava invece un probabile movente religioso che andava a punire la donna quale “sorgente di peccato” e “ricettacolo del demonio”. Le consulenze, che videro anche il contributo di Simonetta Costanzo, moglie di Bruno, risultarono commissionate nel 1984 dall’allora capo del SISDE, Vincenzo Parisi. Una volta giunte presso la sezione toscana dei servizi segreti non erano state mai trasmesse né alla Procura né alla polizia. Durante la perquisizione presso l'abitazione del dr Francesco Bruno, furono rinvenute anche due cartelle dattiloscritte, datate 3 marzo 1991, in cui veniva invitato dal direttore della Criminalpol, Luigi Rossi, ad effettuare una perizia psichiatrica, se necessario ricorrendo anche a pratiche ipnotiche, su Graziella e Rosanna Pacciani. Lo psichiatra criminologo declinò l'incarico.
Rif.1 -Sentenza contro Francesco Calamandrei del 21 maggio 2008

Segue...