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mercoledì 30 settembre 2009

Nino Filastò - Intervista su L'Unità - 5 febbraio 2004

Il giornalista Saverio Lodato raccolse l'intervista che segue per il quotidiano L'Unità.
Ma il "mostro di Firenze è ancora vivo?
Non glielo lo so proprio dire, perché non so chi sia. Ma una idea me la sono fatta. Ricorda il caso di Caryl Chessman, “Il bandito della Luce Rossa”? Prima di essere giustiziato scrisse: "Cella 2455. Il braccio della morte", in cui raccontò la sua storia. Era accusato di compiere i delitti fingendo di essere un poliziotto. Lui si avviò alla camera a gas ripetendo: "Non ero io che fingevo di essere un poliziotto, era un poliziotto vero, che abbagliava le future vittime, con il fanale rosso della polizia messo sulla sua auto macchina..."
Avvocato, si stanno cercando persino i mandanti.
Ma quali mandanti? Se lo immagina qualcuno che si soddisfa sessualmente per procura, mandando altri al suo posto?
E come è nata questa storia dei mandanti?
Queste cose cominciano per iniziativa di una signora che il 25 marzo ‘96 scrive una raccomandata
agli investigatori e ipotizza una «creatura a più teste, una vera e propria organizzazione facente capo a una mente. La stessa signora che ha provocato la riesumazione del cadavere di Walter Chiari, sostenendo che venne assassinato, che parla con la Madonna di Fatima, sa tutto del delitto di via Poma, sa tutto del delitto dell' Olgiata, ha accusato un noto scrittore italiano di essere il mostro di Firenze, che le ha fatto querela per diffamazione ottenendo la sua condanna. Sa anche tutto della morte di Lady Diana... Pacciani e i compagni di merende, però, vennero condannati. È di estrema improbabilità che più persone, tutte portatrici di questo tipo di perversione, si siano ritrovate e abbiano mantenuto un consorzio attivo dal ‘68, quantomeno fino all’85, continuandoa uccidere coppiette.
Perché esclude che potrebbero avere agito in diversi?
Perché è solo dopo l’85, dopo che gli inquirenti hanno già ricevuto lo studio dalla scuola di Quantico, in Virginia - la famosa scuola che si occupa della tipologia dei serial killer - che si cominciò a pensare a una sola persona che agiva per motivi di perversione sessuale, la forma erotica dell'odio... Stiamo parlando di qualcuno che sessualmente si soddisfava uccidendo.
Tutti i delitti sono collegati?
Ma certamente.
Però, dopo l’85 la catena di sangue si interrompe.
Macché. La catena non si è interrotta per niente. Gli inquirenti lo sanno benissimo: nell'agosto ‘93 vennero uccise altre due coppie, in auto, e con che arma non si sa, perché poi, alle auto,
venne dato fuoco.
Le sette sataniche, le messe nere?
Oggi questa pista dei mandanti e delle sette sataniche è un'escrescenza anomala degli errori giudiziari del passato, e delle più indigeribili. Ha la caratteristica perversa di allargare la rosa dei possibili colpevoli in una maniera grave.Che si stia per fare un processo per stregoneria a Firenze, nel 2004, mi umilia. Trovo questa vicenda ossessiva. Questa storia del mostro arriva sempre a rate.
Gli chiedo: avvocato Filastò, ma lei chi è? È l'avvocato del diavolo?
Non mi chiami l'avvocato del diavolo perché m'offendo, oltretutto non credo al diavolo. Non sono l'avvocato del diavolo, ci mancherebbe. Io sono l'avvocato di Mario Vanni, che è rimasto l'ultimo
condannato vivo, con una sentenza passata in giudicato, per il quale ho prodotto un'istanza di revisione del processo, respinta dalla corte d'appello di Genova. E che ora si trova in Cassazione.
E sulla base di che, avvocato?
Di acquisizioni nuove, dalle quali risulta «per tabulas» che Giancarlo Lotti, l'unica fonte dell'accusa nel processo ai compagni dimerenda, aveva detto un sacco di fandonie, non so fino a che punto indotte.
Me ne dica una.
Il fatto che il delitto dell’85, a esempio, quello dei francesi, fosse stato commesso nella notte fra domenica e lunedì. In una attenta analisi degli atti e delle foto del delitto fatta dal professore Introna -una delle massime autorità di entomatologia forense in Europa, scienza che si occupa della ricostruzione della cronologia del delitto - è detto nettamente che c'erano larve di mosca già
sviluppate, in grado di cibarsi dei due cadaveri. Secondo le sue considerazioni non possono svilupparsi in meno di trentasei ore. Quindi il delitto era avvenuto nella notte fra sabato e domenica.
Cambia molto?
Sì. È una delle tante fandonie ripetute in processo da Lotti.
Perché parla di errori giudiziari sin dall'inizio?
Nel ‘68 nessuno ha mai cercato seriamente il serial killer. Prima si inquisisce StefanoMele, il marito della Barbara Locci, sulla base di un delitto di relazione perché sarebbe stato geloso. Mele, fra l'altro, confessa. Poi ritratta la confessione al dibattimento, poi ritratta la ritrattazione, anche per intervento dei suoi avvocati. Quando poi, dopo il delitto dell’ 82, ci si accorge che la pistola è la stessa, e anche il munizionamento è identico, e soprattutto è identico il «modus operandi» del killer...
In che senso?
Si uccidono sempre queste coppie nei preliminari amorosi, lo si fa prima uccidendo l'uomo e compiendo successivamente atti di mutilazione sul cadavere della donna. E anche quando non ci
sono amputazioni, c è però il rivestire il corpo della donna: un modo come un altro per coprire l'organo femminile che, nella forma psicotica del criminale, è ragione di scandalo. Insomma: abbiamo sempre avuto a che fare con una persona iposessuale, impotente funzionalmente. Ma lo sa che non si è mai trovata sul luogo dei delitti una sola traccia di sperma?
Stava dicendo di Stefano Mele.
Stefano Mele, secondo la perizia psichiatrica, era una specie di scemo del villaggio. Nessun testimone e nessuna circostanza obbiettiva confermarono Stefano Mele. Quello secondo me è il
primo errore giudiziario. Le dicevo: successivamente, quando il quadro diventa più chiaro, prende piede la pista sarda. Il clan, la faida ancestrale.
Era sbagliata la pista sarda?
Non ci sono mai entrati i sardi nella vera storia del mostro di Firenze. La pista sarda nasce da un ritardo culturale: dal non avere ammesso che il primato per riuscire a districare questa matassa
era di tipo psichiatrico.
E gli altri errori giudiziari?
Torniamo per un attimo alla sentenza di secondo grado per Pacciani. Nell' aria c'è un'atmosfera pesante di assoluzione annunciata...
Perché pesante?
Eh perché... perché, come si leggerà nella sentenza, i giudici non solo diranno che Pacciani è innocente, ma che gli indizi emersi a suo carico erano stati sistemati da qualcuno che voleva che le indagini andassero in una certa direzione. E questo qualcuno si identifica con la polizia. È scritto nella sentenza. Allora, si riprende in mano la prima sentenza, quella di condanna del Pacciani. Il
giudice estensore, nel momento in cui sostiene la condanna, si trova di fronte a una traccia obbiettiva: aveva agito una persona molto alta, 1metro e 85. E questo non collima con Pacciani. È allora che il giudice scrive: questo significa che le indagini sono state fatte male, bisogna cercare anche i complici, che ci sono. Vedrete che il cerchio quadrerà. È allora, non sulla base di rilievi obbiettivi, ma per ordine del giudice, ci si mette a cercare i complici. E con un tale accanimento
che nell'arco di due mesi gli inquirenti compiranno qualcosa come 250 atti istruttori. Da pensare che non ci dormissero la notte. E si vanno a cercare i complici fra gli amici di Pacciani. E si trovano. Ma erano persone che vivevano in paese, che magari si vedevano per sbevazzare
vino, fare qualche partita a carte. Poverepersone.
Avvocato, Pacciani l'abbiamovisto tutti in tv.Pacciani aveva alle spalle un delitto: nel ‘51 aveva
sorpreso la fidanzata con un altro. Ma è accertato che il serial killer era un iposessuale e tutto si può dire di Pacciani tranne che fosse un iposessuale.
Ma gli altri? Vanni innocente?
Fin dall'inizio disse: «Io con Pacciani? Io non so nulla. Io con Pacciani ci andavo solo a fare le merende». Da questa frase nacquero i compagni di merende. Nessuno li ha mai periziati. Come
mai, a un tratto, queste persone si mettono insieme? E nasce l'ipotesi del delitto su commissione: sarebbero stati pagati per fornire i feticci.
Non è impossibile.
Mi creda. È un ipotesi residuale che viene a coprire un vuoto, ma che non ha nessun addentellato obbiettivo. A un certo punto, nelle sue dichiarazioni, il Lotti dice che gli assassini scavavano
una buca sul posto e nascondevano feticci che poi qualcuno andava a riprendere. Sono cose che fanno male al cervello. C'era qualcuno che pagava questi feticci, ma per farne che? E così nascono le messe nere...
Ma di mandanti e riti satanici parla con molta convinzione il superpoliziotto Michele Giuttari.
Lo so. Giuttari addirittura chiese attrezzature per guardare oltre i muri della cosiddetta villa dei misteri, per scoprire questo tempio. Per fortuna non vennero concessi. Soldi mi pare che ne siano
stati spesi abbastanza. Ho letto il suo romanzo in cui afferma che Vanni ha fatto delle vittime, èmalato,ma sta bene in galera. Questo non mi piace. Come non mi piace che sia stato lui a andarlo a prenderlo la prima volta, per arrestarlo. Abbastanza strano che un capo della mobile si muova lui per andare a arrestare un povero cristo... C'è questo suo accanimento.
Come sta Vanni?
È completamente andato: non cammina, non si alimenta, è afasico. Sto cercando di tirarlo fuori dal carcere. Il nuovo sviluppo della pista dei mandanti avviene una settimana prima che il tribunale di sorveglianza dovesse decidere proprio il suo ricovero in una casa di cura. È la terza volta che poco tempo prima dell'udienza salta fuori qualche «imprevisto».
Secondo lei perché?
Perché Vanni fuori dal carcere annebbierebbe un tantino tutta la storia...
Il killer come faceva a esser sempre al momento giusto nel posto giusto?
Perché seguiva in macchina le vittime designate. Faceva sempre una sua istruttoria preliminare.
Come faceva da solo a uccidere con tanta facilità?
Era una persona del mestiere, allenata al corpo a corpo. Si avvicinava alle auto delle vittime con un' auto della polizia. E chiedeva prima i documenti. Mai un cenno di resistenza. Quando le
vittime capivano ormai era troppo tardi: le uccideva a bruciapelo.
Rif.1 - L'Unità - 5 febbraio 2004 pag.8

2 commenti:

max ha detto...

Il mostro di Firenze era mio nonno Alberto. Per quanto zoppo e completamente sordo, durante la guerra aveva imparato il Ju-Jitsu da un soldato giapponese di nome Atsuko. Egli aggredeva le coppiette armato della sua pistola e di un coltello a serramanico, quindi si dileguava in parte a piedi ed in parte in autobus. Dopo aver vinto una enorme somma al Totocalcio, circa 200 milioni di lire, aveva deciso di donarli a Pietro Pacciani in segno di solidarietà.

tom ha detto...

Quello che emerge da queste tristi vicende è soltanto il cercare, come già detto dall' Avv. Filastò, di trovare il più velocemente possibile uno o più colpevoli anche se innocenti, l'importante era far credere all'opinione pubblica che gli inquirenti sapessero con certezza come investigare e che questo cercare avesse prodotto risultati concreti, insomma il vecchio gioco dello sbattere il mostro in prima pagina, tipico dei giornali quotidiani di basso livello.
Pacciani era una persona con passati burrascosi ma certamente non era il vero mostro, lo dimostrano anche le intercettazioni ambientali ascoltate durante il processo di Assise, se fosse stato il vero colpevole sarebbe stato stupido a non pensare di essere spiato, era certamente una persona violenta e con un bassissimo livello culturale, ma non era privo di intelligenza.
L'unica cosa che potrebbe davvero dare delle risposte sarebbe il ritrovamento della calibro 22, ma ad oggi questo non è ancora successo, dubito fortemente che questi delitti possano trovare una qualsiasi risposta senza il ritrovamento della pistola.
Inoltre tutta questa vicenda fa capire che chiunque di noi può essere inquisito senza nessuna reale ragione o minima prova di copevolezza, un danno per la democrazia, fa riflettere quello che è accaduto al giornalista Mario Spezi.

 
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