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venerdì 4 giugno 2010

Prevede le mosse degli investigatori di Nino Filastò

Il 12 settembre 1985 il quotidiano Paese Sera pubblicò l'intervento che segue dell'avvocato Nino Filastò.

C'è chi ravvisa un cambiamento nel modo di operare del maniaco di Firenze in quell'aggressione al giovane francese all'arma bianca, quel farglisi addosso con il coltello per rimediare al fallimento dell'arma da sparo con cui il maniaco non è riuscito a procurare la morte. Non è vero. E' già accaduto altre volte. L'omicida non è un tiratore eccelso, usa una pistola il cui calibro è tutt'altro che micidiale, si fida di più dell'attacco diretto con l'arma bianca, che invece maneggia con più sicurezza, con destrezza di professionista. Ma un'autentica differenza questa volta c'è. Qualcosa che esce dal cerimoniale tipico delle volte precedenti che persino contrasta con quella sicurezza, ostentata nelle altre occasioni, quando il sentimento di onnipotenza che ormai lo domina faceva si che lasciasse le vittime in vista, senza preoccuparsi che una scoperta immediata gli portasse la polizia addosso. Questa volta ha introdotto di nuovo il corpo della ragazza, dopo le mutilazioni, all'interno della tenda, ha camuffato il corpo del giovane francese trasportandolo in un luogo riparato da un cespuglio e coprendolo in parte con immondizie. Si è preoccupato di nascondere i corpi, l'obiettivo era quello di ritardarne la scoperta. Perchè? Può veramente tutto questo ricollegarsi ad un sintomo di debolezza, ad una flessione di quella freddezza che lo rende quasi unico nella casistica criminale? Non direi. Questa nuova tecnica che si aggiunge al perfezionistico procedimento nel quale si scarica la patologia sessuale e il delirio paranoicale che condiziona l'agire dello sconosciuto, conferma un aspetto della sua personalità. Quello della sfida. Il maniaco sta rapportandosi alle indagini. Sapeva di un piano pronto a scattare, di una serie di strumenti approntati dalla polizia per tentare di prenderlo sul fatto o almeno per giungere sulla pista quando le tracce fossero ancora fresche? Se non lo sapeva, certamente si immaginavsa un fatto del genere, per questo ha agito in modo da ritardare la scoperta dei cadaveri. Questo significa che si trova nella rosa, tuttavia vastissima, dei sospetti? Può darsi. Certamente interagisce con gli inquirenti e non è la prima volta. Il cambiamento consiste nello scopo di questa interazione. Stavolta ha agito così, per sicurezza. In altre occasioni per rivendicare il copyright. Esiste questa contraddizione nel maniaco di Firenze, da un lato lascia la firma nei suoi delitti per rivendicare il suo diritto d'autore, dall'altro usa tutta la sua freddezza, la sua lucida determinazione per lanciare il suo guanto di sfida: "prendetemi se siete capaci". Questa doppia tensione può perderlo. Del resto è spesso accaduto, in casi analoghi, che un simile istinto alla vanagloria portasse l'omicida a comunicare con qualcuno, a rendere più ravvicinato il bisogno di confrontarsi con la gente comune dalla quale si sente scluso. E' per questa ragione che un delitto, di cui è rimasto ignoto l'autore e che forse troppo affrettatamente è stato trascurato, in base alla perentoria esclusione che si trattasse dell'opera del maniaco delle coppie, meriterebbe una più attenta riconsiderazione. Il 21 gennaio 1984 sul greto del fiume Serchio, a poca distanza dall'abitato di Lucca, fu uccisa una coppia di fidanzati. Le analogie con gli altri delitti del maniaco delle coppie erano numerose: l'implacabile determinazione dell'omicida, le caratteristiche del luogo, il modo in cui venne usata l'arma da sparo, la borsetta della ragazza rovistata. Ma i bossoli calibro 22 trovati sul posto non portano le firme della famosa Beretta. L'arma era di altro tipo, anche se dello stesso calibro. Il caso rimane affidato alla competenza della Procura di Lucca, venne subito scartata l'ipotesi che si trattasse di un delitto del maniaco. Eppure molte cose inducono, oggi più che mai, a riflettere. Il professor De Fazio dice che il maniaco legge i giornali, segue con attenzione le notizie che lo riguardano. Nei mesi successivi all'omicidio dei due tedeschi (9 settembre 1983) il malcapitato Vinci era rimasto in galera. L'exploit del maniaco non era valso a dissipare la coltre di sospetti che si agitavano su di lui. Alcuni giornali agitavano l'ipotesi che Vinci avesse fatto disseppellire la famosa Beretta da un complice, materiale uccisore dei tedeschi, per essere scagionato. Questo spiegherebbe l'arma diversa. Il perfezionista avrebbe pensato ad un modo siffatto per segnalare agli inquirenti l'errore della ipotesi. Esiste una coincidenza che rende l'episodio ancora più inquietante. Due o tre giorni dopo il duplice omicidio di Lucca dal cilindro degli indagatori spuntò fuori il bi-maniaco Mele e Mucciarini. C'è motivo di credere che la voce di un prossimo decisivo sviluppo delle indagini fosse circolata in alcuni ambienti giornalistici. La coincidenza cronologica tra l'efferato, eccezionale omicidio di Lucca e l'altrettanto bizzarro sviluppo delle indagini è intrigante. Vien fatto di pensare ad una specie di rivendicazione preventiva, all'angoscia di un uomo che si sente spossessato della sua opera e che intende rimettere a posto le cose. Al solito modo. E' un'ipotesi che se regge (che altro si può fare se non ipotesi?) se ne porta subito un'altra. Il maniaco non legge soltanto i giornali, almeno all'epoca poteva accedere ad altre, più dirette informazioni. Non è una traccia da seguire questa?
Rif.1 - Paese Sera - 12 settembre 1985 pag.3

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