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venerdì 1 ottobre 2010

Anonimo fiorentino

"Vigna e Canessa vi avevo già avvisati, fatevi aumentare la scorta perchè sarà una carneficina"; "Per me uccidervi e facilissimo";"Se Pacciani sarà condannato potete già prepararvi la fossa";"Io vivo al vostro fianco... sono armato regolarmente dallo Stato. Per questo in procura vi ho sempre tra i piedi". Questi alcuni dei messaggi inviati agli inquirenti che si occupavano della vicenda del "mostro di Firenze", durante gli anni '90, da un curioso personaggio sulla cui identità non è mai stata fatta luce. Accuse, insulti, sfide, congetture, elucubrazioni e messaggi in codice in una trentina di lettere scritte a macchina. Inviò una delle sue invettive anche a Renzo Rontini, padre di una delle vittime, all'indomani della condanna di Pietro Pacciani: "Volevi giustizia e l' hai ottenuta, ma hai mandato all' ergastolo un innocente". Per l'invio delle missive intimidatorie fu accusato, processato e prosciolto Carmelo Lavorino, investigatore, scrittore e direttore della rivista Detective&Crime.

mercoledì 22 settembre 2010

Teresa Stoppioni

Sensitiva. Il 15 novembre 1981 fu ascoltata in merito alla vicenda del "mostro di Firenze"."Parlò molto", disse il giudice istruttore di Prato, Salvatore Palazzo "ma le tante cose che disse non risultarono poi utili, la verità è che le provammo tutte, anche quella di ascoltare cosa aveva da dirci una veggente." La donna fu ascoltata dal giudice Palazzo, dal tenente colonnello dell’Arma dei carabinieri Olinto dell’Amico e dal capitano medico Marchi dell’Ospedale militare di Firenze. Quella che segue è la trascrizione delle dichiarazioni della sensitiva.
"L’assassino ha in casa dei quadri con vedute marine, ha avuto a che fare con una donna mulatta, porta occhiali scuri, giacca scura, veste elegantemente, sta in ufficio e la sua casa ha una terrazza con un muretto come ringhiera. Lo vedo attraversare una piazza con archi e porticati, senza alberi e di sera, forse ha un amico che si chiama Giorgio. Le vittime dei suoi omicidi si sono incontrate al mare con lui dove c’è anche un ristorante. Carmela Di Nuccio, Giovanni Foggi, Susanna Cambi e Stefano Baldi sono stati al mare. L’assassino vive con la madre, non è sposato e soffre di gastrite. Non ha mai toccato i seni delle donne uccise ed è un pederasta. Ha in casa un letto ed un armadio stile antico di colore marrone e la madre che si chiama SA... tiene tutto in ordine. In casa c’è una statuina marrone che forse raffigura un indiano, uno specchio con cornice dorata. Lui ama mascherarsi e gli piacciono i giovani. Il giorno dell’omicidio di Scandicci pranzò con un giovane che aveva i capelli ricci. Adesso lo vedo in via di Soffiano e dovrebbe tornare a Roveta il 17 o 19 novembre. In cantina ha una enoteca, odia la Chiesa, si tinge i capelli o porta una parrucca. Quando va ad uccidere ha la faccia da vecchio, usa spesso le parole celibe, celebre, cervo. È amico di un ingegnere, ha in casa molta roba vecchia, forse una casa di campagna, è un chirurgo e ha a che fare con Domodossola. Va all’estero, più che altro in Germania e non va per lavoro. Il tenente colonello Olinto dell’Amico conosce l’assassino che ha una piccola cicatrice nell’arcata sopraccigliare. Forse ha studiato dai Gesuiti. Possiede due pistole di cui una detenuta legalmente, raccoglie il sangue delle sue vittime, ed ha a che fare con la medicina, forse è un ginecologo ed ha l’incubo della madre. Vedo delle donne con le cosce aperte e le ragazze uccise sono state dal Mago Badoglio che sta a Prato. Lo vedo con una donna mulatta al mare, ha un coltello a due lame con il quale ha tagliato i pantaloni. Frequenta la Galleria degli Uffizi e guarda sempre un quadro raffìgurante un nudo di donna. Va spesso in una mesticheria in via dell’Ariento e per 3 o 4 giorni è stato fuori Firenze. Ha riso del dottor Palazzo che ha commesso un errore, il prossimo omicidio avverrà a Rùfina vicino ad un fiume e lui è già stato a fare il sopralluogo. Lui lascia la macchina a distanza quando va ad uccidere e raggiunge il posto con un motorino color celeste, forse un Ciao. Sua madre, o la donna che sta con lui, sa tutto."
Rif.1 - Visto n.24 - 1994

venerdì 10 settembre 2010

Lettera anonima con identikit

Il 12 novembre 1985 giunsero presso le redazioni dei quotidiani La Nazione, La Città ed Il Paese Sera, tre lettere anonime con il seguente testo:

"Firenze 11/9/1985
COMUNICAZIONE
Nei pomeriggio di domenica 8 settembre 1985 verso le ore 19, mi trovavo con mia moglie nei pressi della località che poi risultò essere quella del duplice omicidio. Ritornavamo da una passeggiata e nel nel rincasare passammo con la nostra auto da San Casciano, scendendo da Spedaletto lungo la strada di S. Andrea. Mi sono portato sullo spiazzo dello Scopeto. Abbiamo visto la tenda sullo spiazzo e la Golf bianca, senza pere notare che era straniera. Ho fermato l’auto e lo visto queste cose:
A circa 2 metri dall’auto Golf bianca c’era un uomo alto vestito con un giubbotto da cacciatore di tela verde scuro, senza maniche, che guardava verso la tenda. Lo vedevo bene di profilo. Ho pensato che fosse l’occupante dell'auto bianca. Non era così. Infatti, quando ci ha sentiti, si è voltato di scatto e l'ho visto bene in faccia. Si è affrettato verso dei cespugli di fronte e non lo abbiamo più visto. Ho detto a mia moglie: Quello è un guardone di certo. Hai visto che faccia? Andiamocene. Ebbene, quell’uomo poteva essere l’assassino che era venuto per controllare gli occupanti della tenda.
Fornisco i particolari, che ricordo perfettamente: alto circa 1,80, di circa 45—50 anni, leggermente curvo sulle spalle, di complessione robusta, con un naso direi aquilino, sopracciglia folte, capelli corti sul castano. L’espressione del volto e i lineamenti mi hanno colpito. Ho cercato d farne un disegno di profilo, che accludo, ed è proprio somigliante all’uomo che abbiamo visto. Aggiungo che ha gli avambracci abbastanza robusti e mi è sembrato un pò pesante nei fianchi. Si è però mosso con rapidità quando è sparito nei cespugli. Lo sguardo era come di persona sorpresa che non voleva farsi vedere. Spero che questi elementi possano essere di aiuto alle indagini. Non firmo questa mia dichiarazione per ragioni comprensibili di prudenza (almeno per me) ma assicuro che quanto da me scritto risponde a verità. Del disegno ho fatto tre fotocopie che fanno risultare meglio i lineamenti. Non deve far meraviglia lo schizzo del profilo da me fatto che è somigliantissimo, in quanto sono disegnatore e pittore anche di ritratti."

giovedì 24 giugno 2010

Gianni Bassano

Nel 1985 era il responsabile del settore armi e munizioni della sede italiana della Winchester. Il 21 ottobre 1985, il quotidiano La Nazione pubblicò le sue dichiarazioni che seguono.
"All'interpol furono esaminati tutti i bossoli raccolti sui luoghi dei delitti, dal '68 in poi. Nel corso dei controlli comparati, si scoprì che l'H impressa su parte dei bossoli espulsi dalla pistola del mostro era uguale a quella che compariva su proiettili Winchester calibro 22 long rifle che facevano parte della campionatura dell'Interpol. Non ci potevano essere dubbi: dalle gigantografie si vedeva chiaramente che le due H presentavano un segno identico, una piccola sbarratura lasciata dal punzone. I campioni dell'Interpol risalivano a prima del '68. I proiettili del mostro non fanno tutti parte di un unico lotto ma di tre lotti. Tutti però prodotti prima del '68. Lo si è visto dai segni lasciati dai vari punzoni: se il mostro infatti avesse comprato le pallottole, o ne fosse entrato in possesso anche soltanto due anni dopo il '68, le H avrebbero presentato altri segni. E' un errore sostenere che i proiettili sono antecedenti al '68 solo perchè presentano una H sul fondello, munizioni con l'H sono state prodotte fino a pochi anni fa. E' stato solo l'esame all'Interpol a stabilire con certezza che il mostro ha sempre sparato proiettili che possedeva prima del delitto del '68."
Rif.1 - La Nazione - 21 ottobre 1985 p.4

venerdì 18 giugno 2010

Il proiettile calibro 22 trovato a Ponte a Niccheri

Il 10 settembre 1985 all'ingresso dell'ospedale di Ponte a Niccheri, nel comune di Bagno a Ripoli, fu trovato un proiettile calibro 22, marca Winchester con la H stampata sul fondello, dello stesso tipo usato dal "mostro di Firenze". Il proeittile fu trovato da un dipendente dell'ospedale le cui dichiarazioni furono pubblicate dal quotidiano La Nazione il 3 ottobre 1985.
"Niente nomi, la prego. Ho paura. Non dormo più da quando è successo. Questa storia doveva rimanere segreta e invece..."
Dove ha trovato il proiettile?
Sotto le rampe, davanti al garage.
Quando?
Martedì mattina (10 settembre) a dieci alle sette. Stavo uscendo avevo fatto il turno di notte.
Ha riconosciuto subito che era un proiettile?
No, ho pensato che fosse una borchia, anzi un bullone di rame.
Il punto esatto dove l'ha trovato.
Proprio lì, al marciapiede.
Dove esattamente?
Ad un metro e mezzo dal muro.
All'altezza dello sportello di una macchina parcheggiata?
Si, appunto. Io stavo prendendo il motorino per tornare a casa.
A che ora era entrato in servizio?
Alle otto la sera.
E il proiettile non c'era la sera prima, lunedì?
No, non c'era lo avrei visto.
E' sicuro?
Gliel'ho già detto, non c'era.
Dopo averlo raccolto a chi ha dato il proiettile?
A un signore.
A un carabiniere?
Si, ad un carabiniere.
E' vero che questo carabiniere ha tenuto il proiettile per quattro giorni prima di consegnarlo agli inquirenti?
No, non è vero. Io l'ho tenuto per quattro giorni. L'ho messo nel mio armadietto.
Se facevano un'ispezione l'avrebbero accusata di essere il mostro.
Lo so, lo so, non voglio nemmeno pensarci.
E quando lo consegnò al carabiniere?
Lo riconobbe subito.
Ma lei non aveva letto sui giornali del delitto? Perchè l'ha tenuto nell'armadietto? Non aveva sentito parlare della serie H?
Non mi ero accorto dell'H impressa sul fondello.
Perchè ha paura?
Perchè se questo signore sa che sono stato io, mi fredda.
Dopo questa storia lei è andato in ferie. Per stare alla larga dall'ospedale?
No, erano già in programma. Ma adesso basta.Non voglio avere a che fare con questa storia. Giorni fa ho letto una mia intervista inventata su un giornale. No, niente giornali, basta, io ho moglie e una bambina.
Ma ha paura di che cosa?
Ho paura che sia vicino. Se fosse nell'ospedale?
Rif.1 - la Nazione - 3 ottobre 1985 pag.7

venerdì 11 giugno 2010

Athos Lanciotti

Nacque in Francia da Romeo Lanciotti e Tina Lisciani, marchigiani di Ripatransone in provincia di Ascoli Piceno. Nel 1971 si sposò con Nadine Gisele Mauriot ed andò a vivere a Vandooncourt vicino a Montbeliard. Nel 1973 nacque Estella e nel 1974, con l'aiuto dei genitori, Athos e Nadine aprirono un piccolo negozio di scarpe in Rue Clemenceau. Nel 1980 gli nacque la seconda figlia, Anne. Nel 1984 i due si separarono e Nadine aprì un nuovo negozio di scarpe con un'amica.
Dopo il duplice delitto di Scopeti, in cui Nadine Mauriot cadde vittima, il giornalista della Nazione, Giovanni Serafini, raccolse le dichiarazioni che seguono da Athos Lanciotti.
Mi parli di Nadine. Perchè era andata a Firenze?
Per lavoro e anche per vacanza. C'era la mostra della calzatura a Bologna e le interessava dare un'occhiata ai modelli nuovi. Era anche un'occasione per riposarsi un pò, cinque giorni, una settimana in tutto.
Quand'è partita da Montbeliard?
Martedì scorso. Doveva rientrare lunedì, forse anche domenica sera
Nadine conosceva l'Italia? C'era già stata?
Si, diverse volte, ci siamo andati insieme.
Era già stata altre volte a Firenze?
No, a Firenze mai, che io sappia. Forse in altre città della Toscana, comunque non con la tenda, era la prima volta.
Aveva qualche appuntamento in Italia?
Lo escludo. Non conosceva praticamente nessuno in quel paese.
Rif.1 - La Nazione - 11 settembre 1985 pag.3

venerdì 7 maggio 2010

Luisa Landozzi

Nel gennaio del 1963 si sposò con Mario Vanni, nello stesso anno lo denunciò per maltrattamenti. Nel 1964 la sentenza emessa dal tribunale di Firenze lo assolse per il reato di maltrattamenti in famiglia. Del clima burrascoso tra i due il testo "Compagni di sangue" riporta: "il 9 settembre 1963 Mario Vanni l'aveva fatta ruzzolare dalle scale quando era incinta di pochi mesi, l'aveva rincorsa per casa minacciandola". Ne "Il mostro" la vicenda è narrata con una leggera sfumatura: "Frugando negli archivi della Questura trovo un vecchio ar ticolo di giornale del 21 marzo 1964, sbiadito e fragile perché non era stato conservato con cura, dal titolo Il procaccia postale di San Casciano arrestato per maltrattamenti alla moglie. In buona sostanza, Vanni era solito litigare violentemente con la moglie e l’ultima volta in cui erano intervenuti i carabinieri per sedare il litigio era accaduto qualcosa di molto grave: rimasti soli, l’uomo aveva costretto la moglie, incinta al nono mese, a dormire su un piccolo divano. La poveretta non riusciva però a chiudere occhio e verso le 4 mattina si era fatta coraggio e aveva cercato di andare nel letto coniugale. Il marito si era svegliato e si era scagliato contro di lei percuotendola. Quando poi a giorno fatto era uscito senza lasciarle alcun soldo, lei era andata dai carabinieri per denunciare l’ennesimo atto di violenza. Il magistrato, appena ricevuta la denuncia, aveva subito spiccato l’ordine di cattura, che venne eseguito nella stessa giornata." Tutt'altra versione è invece riportata dal testo "Storia delle merende infami", secondo cui Vanni non fu mai imputato di lesioni nei confronti della moglie. Dagli atti generici del procedimento presso il Tribunale di Firenze contro Vanni Mario anno 1964 e da un colloquio con l'avvocato Filastò, emerse che i "Carabinieri della locale stazione, allertati dai vicini, che ascoltavano le liti frequenti fra i novelli sposi, avevano denunciato Vanni. Interrogato, il prevenuto aveva ammesso che si, le litigate c'erano state e qualche ceffone alla moglie gliel'aveva dato" ma che mai si sarebbe sognato di scaraventare dalle scale la moglie Luisa.
Nel 1964 nacque Annunziata, affetta da una grave malattia morì il 5 gennaio 1970.
Il 12 febbraio 1996 Mario Vanni fu arrestato poichè ritenuto coinvolto nei duplici omicidi commessi dal "mostro di Firenze". Il giorno successivo alla giornalista Paola Catani, Luisa Landozzi dichiarò: "Aspetti, chiudo le finestre, la gente ha sentito gia' abbastanza... Chissà quando me lo riporteranno. Mio marito non ha fatto nulla di male. E una fissazione questa di mettergli addosso le calunnie. Di Pacciani non ne voglio sapere. Tanto gliene ha fatte poche a Mario. Se era morto, questa storia era bell' e finita. Invece ci hanno cacciato dentro anche mio marito."
L'indomani la condanna di Mario Vanni alla pena dell'ergastolo per i reati relativi ai duplici omicidi commessi dal "mostro di Firenze" riferì ad un giornalista del Corriere della sera: "Me l'aspettavo che sarebbe stato condannato, non perchè c'erano delle prove per mandarlo in galera, ma perchè questa storia non poteva finire con la morte di Pacciani. E' una maledizione. Mio marito non c'entra nulla con quei delitti, con il Vampa andava solo a bere qualche bicchiere di vino alla Cantinetta e basta. Macchè pistole e coltelli. Danno ascolto a uno come Lotti, eppure qui a San Casciano lo conoscono tutti, andate un po' a chiedere in giro cosa pensano di Katanga".
Luisa Landozzi è deceduta in ospedale il 18 ottobre 2004.
Rif.1 - Corriere della sera - 25 marzo 1998
Rif.2 - Corriere della sera - 14 febbraio 1996
Rif.2 - Storia delle merende infami p.30
Rif.3 - Il mostro p.101

giovedì 22 aprile 2010

Vari ed eventuali 9

Maria Teresa Miriano - Sorella del procuratore capo di Perugia, Nicola Restivo, amica della famiglia Narducci. Fu tra i pochi a vedere il feretro aperto di Francesco Narducci presso la villa di San Feliciano. Riferì: "Francesco aveva una espressione serena sul viso, (...) sembrava truccato" tutt'altro che gonfio e con tutti i suoi "capelli chiari e lisci". Citata a pag. 40 de La strana morte del dr.Narducci.

Mauro Bacci e Massimo Ramadori - Periti di parte civile durante le indagini sulla morte di Francesco Narducci. Furono sentiti il 3 giugno 2009, nell'ambito dell'udienza preliminare che vide imputate 22 persone per presunte irregolarità compiute in occasione del ritrovamento del cadavere del medico perugino.

Enzo Ticchioni - Pescatore del lago Trasimeno. L'8 ottobre 1985, mentre stava mettendo le reti vicino all'Isola Polvese, vide a circa 200 metri di distanza una barca, "uno scaletto in mezzo alle cannine, dove l'acqua sarà al massimo alta un metro e venti" al cui interno una figura rispose al suo saluto. Ticchioni non ha mai conosciuto Narducci per cui non seppe mai dire con certezza chi fosse l'occupante del natante ma la descrizione che fornì ricordò agli inquirenti le fattezze del medico perugino. Citato a pag. 19 de La strana morte del dr.Narducci.

Federico Centrone: Sostituto procuratore della Repubblica. Circa la mancata autopsia al corpo di Francesco Narducci dichiarò: "«Non la disposi perché non lo facevo mai nei casi di annegamento, a meno che dalla ricognizione cadaverica non emergessero ipotesi di reato o altri elementi che facessero pensare a una morte violenta. E in quel caso mi dissero che non c'erano sospetti." Citato a pag. 35 de La strana morte del dr.Narducci

Egle Agostini - Odontoiatra perugino. Riferì ai magistrati: "Dal 1975 si diceva che Narducci avesse un appartamento a Firenze, condiviso con un suo amico di Sinalunga. Sentii dire che fin dal 1974 e nell'ultimo periodo universitario, Narducci apparteneva alla setta della Rosa Rossa, nella quale aveva raggiunto il grado di custode". Citato a pag. 61 de La strana morte del dr.Narducci

Secondo Sisani - Fu incriminato per reticenza nel procedimento relativo alla misteriosa morta di Francesco Narducci. Si presentò poi spontaneamente ai magistrati dove dichiarò "di aver sentito dire che il ritrovamento del corpo avvenne alcuni giorni prima del 13 ottobre, verso l'isola Polvese, direzione Panicarola-Castiglione, a sud del Muciarone, incaprettato. Il corpo sarebbe stato portato nella darsena di Trovati, poi nella villa dei Narducci dove era stato lasciato". Confermò altresì le frequentazioni fiorentine di Francesco Narducci. Citato a pag. 80 de La strana morte del dr.Narducci

Mariella e Gianlaura Lilli - Infermiere presso il policlinico di Perugia. Nel settembre del 1985 notarono un occhio arrossato e dei punti all'arcata sopracciliare sinistra del dottor Narducci. Gianlaura Lilli riferì anche di una ferita al braccio: "Disse che era caduto e che non lo poteva utilizzare e quindi non poteva effettuare gli esami di manometria". Citate a pag. 43 de La strana morte del dr.Narducci

Luigi Stefanelli - Factotum della Villa di San Feliciano di proprietà della famiglia Narducci. L'8 ottobre 1985, con la moglie Emma Magara, si recò presso la villa per sistemare della legna. Dichiarò d'aver visto sul davanzale di una finestra o su di un tavolo "Un foglio abbastanza grande, scritto davanti e dietro con una calligrafia illeggibile". Citato a pag. 48 de La strana morte del dr.Narducci

Rosario Bevacqua - Ex ufficiale dei carabinieri di origini siciliane. Studiò lirica sotto lo stesso maestro di Gino Bechi. Negli anni '70 si trasferì a Firenze dove divenne avvocato. Nel 1994, assieme a l'avvocato Pietro Fioravanti, curò la difesa di Pietro Pacciani.

venerdì 16 aprile 2010

Vari ed eventuali 8

Stefano Fiorucci - Collega di Francesco Narducci. Al rinvenimento del presunto corpo di Francesco Narducci, con la dottoressa Federica Franciosini ed il dottor Cassetta, si recò presso la villa di San Feliciano. Riferì d'aver visto il corpo di sfuggita da una porta semichiusa, d'aver riconosciuto il giacchetto di renna marrone e d'aver notato il volto "gonfio, scuro di colore, quasi irriconoscibile". Citato a pag. 39 de La strana morte del dr.Narducci.

Giuliano Bambini - Comandante del nucleo investigativo dei carabinieri di Perugia. L'ispettore Luigi Napoleoni gli disse che non vi erano dubbi sul suicidio di Francesco Narducci, ciò era provato da una lettera che il giovane aveva lasciato presso la villa di san Feliciano, di cui lui disponeva.

Giovan Battista Pioda - Medico presso l'ospedale di Monteluce a Perugia. La mattina dell' 8 ottobre 1985, incontrò Francesco Narducci in un corridoio dell'ospedale. "Non indossava il camice ma un giubbotto scamosciato. Lo salutai e stranamente non mi rispose. La cosa mi sorprese molto, visto che Francesco era sempre educato e corretto. Mi sembrò pensieroso, camminava guardando dritto davanti a sé". Citato a pag. 15 ne La strana morte del dr.Narducci.

Stefano Capitanucci - Sedicente mago. Si recò con Elisabetta Narducci, sorella di Francesco, per un rito magico. "Andammo nella villa al lago, perchè Elisabetta mi disse che lì avevano portato il corpo di suo fratello. Mi chiese di accendere l'incenso di sandalo perchè quello serve a togliere le negatività e a scontare le colpe degli altri. L'incenso di gelsomino serve invece a dare pace e armonia". Citato a pag. 49 ne La strana morte del dr.Narducci.

Daniela Cortona - In una telefonata con l'amica Rita dichiarò d'essere stata più volte alle feste, organizzate da Francesco Narducci, presso la colonica in Toscana di proprietà della famiglia. Interrogata dai carabinieri riferì d'aver saputo della presenza della casa ma di non esservi mai stata. Citata a pag. 58 ne La strana morte del dr.Narducci.

Emanuele Petri - Sovrintendente di Polizia. Il pescatore Enzo Ticchioni, riferì che il 7 ottobre 1985, Emanuele Petri gli parlò di un inseguimento, che ebbe esito negativo, fatto al dottor Francesco Narducci sulla strada che da Firenze va a Perugia. Citato a pag. 49 ne La strana morte del dr.Narducci.

Frank Diegel - Detective dell'interpol della divisione omicidi. Nel 1988 condusse alcune indagini in merito al soggiorno di Francesco Narducci presso il laboratorio di gastroenterologia dell'università della Pennsylvania. Emerse che il dottore perugino aveva abitato dal 16 settembre al 13 dicembre 1981 presso l'International House di Philadelphia. Citato a pag. 84 ne La strana morte del dr.Narducci.

Giuseppe Trovati - Proprietario della darsena di San Feliciano sul lago Trasimeno. L'8 ottobre 1985 vide Francesco Narducci andarsene verso l'isola Polvese a bordo del suo Grifo Plaster. Citato a pag. 20 ne La strana morte del dr.Narducci.

Manuela Gaburri - Collega di Francesco Narducci. Riferì agli inquirenti: "Nel settembre 1985 Francesco, come lui disse, soffrì di una dermatite allergica più una congiuntivite a un occhio, mi sembra quello destro. Rammento che aveva la congiuntiva molto arrossata e delle chiazze rosse nell'area peripalpebrale e fu lui stesso a mostrarmi quelle lesioni al ritorno dalle ferie". Citata a pag. 43 ne La strana morte del dr.Narducci.

venerdì 26 marzo 2010

Vari ed eventuali 7

Angela Caligiani (o Caligini) - Commessa del negozio di articoli sportivi "Skipper" a Perugia. Riferì d'aver venduto una tuta da sub ad Alfredo Brizioli il giorno successivo alla scomparsa di Francesco Narducci. Questi gliela restituì il giorno successivo parecchio usurata e senza pinne. Per queste dichiarazioni fu denunciata per calunnia da Alfredo Brizioli. Citata a pag. 87 de La strana morte del dr.Narducci.

Antonio Tardioli - Agente di Polizia. Si recò, con l'ispettore Napoleoni, sul lago Trasimeno il giorno del rinvenimento del presunto cadavere di Francesco Narducci. Citato nella deposizione del 2002 dell'ispettore Luigi Napoleoni.

Alessandro Trippetti - Medico condotto di Magione (PG). Intervenne sul molo di Sant'Arcangelo dopo il rinvenimento del presunto cadavere di Francesco Narducci. Citat0 a pag. 31 de La strana morte del dr.Narducci.

Ann Ouyang - Frequentò a Philadelphia un corso di specializzazione presso il Gastrointestinal Section Department of Medicine Hospital of University of Pennsylvania assieme a Francesco Narducci. Citata a pag. 85 de La strana morte del dr.Narducci.

Bruno Bordighini - Secondo alcune voci di paese, dopo la morte di Francesco Narducci, recapitò un mazzo di fiori ed una cravatta ai genitori del gastroenterolo. Questo gesto fu interpretato come un messaggio proveniente da Francesco Narducci, tutt'altro che morto.

Valerio Lombardo - Nel 1993 era giudice per le indagini preliminari a Firenze. Firmò l'ordine di custodia cautelare di Pietro Pacciani in cui lo si accusava d'essere il "mostro di Firenze.

Luciana Mencuccini - Firmò il certificato di morte di Francesco Narducci "n.788 Magione, 8.10.1985, acque Trasimeno" pur non avendo partecipato ai rilievi sul corpo emerso il 13 settembre 1985 dal lago Trasimeno. Citata a pag. 81 de La strana morte del dr.Narducci.

Claudio Cassetta - Collega di Francesco Narducci. L'8 ottobre 1985 lo vide uscire dall'ospedale di Monteluce di Perugia. Riferì agli inquirenti: "Ebbi l'impressione che volesse confidarsi con qualcuno. Ricordo perfettamente che indossava una maglietta". Citato a pag. 16 de La strana morte del dr.Narducci.

Sandro Paciola - Infermiere di gastroenterologia a Perugia. Riferì d'aver visto alcuni carabinieri in borghese perquisire l'ambulatorio del professor Narducci dopo la sua scomparsa.

Salvatore De Mattia - Nel 1985 era vice brigadiere dei carabinieri a Perugia. In un colloquio con il maresciallo Antonio De Blasi, De Mattia gli confidò d'aver partecipato, con altri militari della caserma di Magione, ad una spedizione presso l'abitazione fiorentina di Narducci per recuperare i feticci asportati alle vittime dal "mostro di Firenze". De Blasi apprese altresì da De Mattia che la missione fallì poichè un parente di Francesco Narducci li precedette di alcuni giorni. Citato a pag. 51 de La strana morte del dr.Narducci.

venerdì 19 marzo 2010

Francesco, il Bounty Killer

Il 31 luglio 1984 ebbero luogo a Vicchio i funerali di Pia Rontini e Claudio Stefanacci. Un'enorme folla si riversò nella piazza di Vicchio, tra questi anche Francesco, di professione bounty-killer. Nei primi giorni di agosto chiamò il quotidiano La Nazione che pubblicò il testo della telefonata.
"-Pronto? Sono quello che fa impressione al mostro. Pubblicate che gli do appuntamento. Scrivete: se sei un uomo fatti vedere nella notte tra lunedì e martedì alle una e mezza sul luogo del delitto.
-Ma il mostro non si presenterà se saprà che ci sarà la polizia ad attenderlo....
-Il mostro, che a me sta un pò rompendo, non si deve preoccupare, la polizia non verrà, la avverto io.
-Ma non teme di essere ucciso? Il maniaco assassino ha già fatto quattordici vittime.
-Non ci stanno problemi, io ho un piano ma non vi dico di cosa si tratta sennò lo scrivete.
Ottenute rassicurazioni in merito rivelò:
-Il piano è questo: gli tendo un agguato."
Rif.1 - La Nazione 6 agosto 1984 pag.8

venerdì 5 marzo 2010

Luca Santucci - Dichiarazioni del 09 settembre 1985

Nel settembre del 1985, Luca Santucci, a Scopeti, scoprì i corpi senza vita di Nadine Mauriot e Jean Michel Kraveichvili. Quelle che seguono le dichiarazioni a verbale del 9 settembre 1985.
"Verso le ore 13,45 circa di oggi 9 corrente, mi sono recato in località Scopeti, anzi via Scopeti, località Salve Regina, per cercare dei funghi. Mentre stavo percorrendo un viottolino ho udito un rumorio di mosche dai cespugli. Mi sono affacciato per curiosare cosa c'era, quando mi sono trovato un cadavere davanti, di sesso maschile, ma non ricordo bene, in quanto ho preso un grosso spavento. Tornato indietro, ho notato una macchina, una Golf bianca, dentro la quale vi era un passeggino, anzi un seggiolino per bambini, una tenda col telo strappato dalla parte del motore della macchina e un paio di scarpe rosso, anzi arancione, che erano quasi sotto la tenda. Da qui, preso ulteriormente dallo spavento, ho corso verso la mia autovettura anche una Golf bianca, uguale a quella che era parcheggiata targata straniera. Presa la mia autovettura son corso subito a casa ove, piangendo, ho riferito il tutto ai miei genitori. Dopodichè mio padre ...omissis... ha telefonato ai Carabinieri di S.Casciano per riferire quanto io avevo scoperto.
A.D.R. Conosco molto bene la zona in cui ho rinvenuto il cadavere in quanto molto spesso vado a trovare dei funghi, come ho fatto in data odierna.
A.D.R. Non mi recavo in quel posto da circa un anno. Oggi infatti pensando di trovare veramente funghi ci sono ritornato.
A.D.R. Non ho notato nessuna persona aggirarsi in quella zona ad eccezione di uno che lavorava con una ruspa alla distanza di circa 50 metri, esattamente dove sulla sinistra venendo da Firenze vi è un cancello di ferro. Lo stesso si trova esattamente all'inizio del viottolino ove ho scoperto il cadavere."
Rif.1 - Verbale di sommarie informazioni testimoniali

giovedì 11 febbraio 2010

Enzo Pettini

Fratello di Andrea e zio di Stefania Pettini. Il 2 agosto 1984 il quotidiano "La città" pubblicò le dichiarazioni che seguono.
"Non ci sono dubbi. Il mostro abita fra Vicchio e Borgo San Lorenzo. Il mostro ha dimostrato di conoscere questa zona alla perfezione, meglio di me che sono nato qui. Non può essere solo frutto di ricognizioni. Lasciate in pace mio fratello, vi prego, è un pover'uomo ancora sconvolto dalla morte della figlia e dopo quello che è successo domenica è ripiombato nell'orrore della follia. Lasciate in pace anche mia cognata, per lei questo è stato un colpo durissimo, è tornata con la mente alla tragedia che colpì la nostra famiglia. Tutti noi abbiamo sentito molto questa faccenda, sia perchè ci ricorda la fine della povera Stefania, sia perchè conoscevamo Pia e Claudio e le loro famiglie. Pensi, mi ricordo quando io e il padre di Claudio Stefanacci eravamo giovani, ricordo che lo accompagnai a vendere la sua prima radio. Erano i primi soldi che intascava con il suo lavoro, i primi soldi che non gli dava la famiglia. Quanto tempo è passato da allora, quante cose sono cambiate. Chi avrebbe mai detto che le nostre famiglie sarebbero state unite da una simile esperienza... Lunedì mattina ero nella piazza di Vicchio e quando seppi la notizia mi vennero le lacrime. Ormai siamo segnati da questa storia. La nostra è una ferita che non si rimargina, anzi, ogni volta che il mostro colpisce si riapre, più dolorosa. Mia cognata è riuscita a non impazzire gettandosi nel lavoro, ma è rimasta molto attaccata alla famiglia di Pasquale, so che si incontra spesso al cimitero con la madre del ragazzo. Ma vi ripeto, lasciatela stare."
Rif.1 - La Città - 02 agosto 1984 pag.6

giovedì 4 febbraio 2010

Iolanda Libbra

Si presentò ai Carabinieri di Scandicci il 21 gennaio 1984 rilasciando dichiarazioni a carico di Giovanni Mele, con il quale aveva avuto una relazione. Tornò a confermarle il giorno successivo alle ore 18:00. Disse di aver inteso rilasciare tali dichiarazioni già dopo il 6 gennaio 1984, di essersi recata in caserma ma d'aver desistito essendo stata informata che il comandante era in ferie e che sarebbe tornato il 21 febbraio. Affermò d'aver paura di Giovanni Mele per il suo strano comportamento, avendola condotta con la sua autovettura FIAT 128, color verde, a Roveta di Scandicci, nei pressi della "Taverna del diavolo" e presso una radura vicino al Bargino nei pressi di un cimitero abbandonato. Disse d'aver avuto la sensazione che Giovanni Mele facesse degli strani giri viziosi, come se non riuscisse a trovare un posto dove fermarsi, come se stesse cercando qualcuno. Riferì d'avergli visto nel baule dell'autovettura un grosso coltello, nonchè dei flaconcini contenenti un liquido profumato adatti alla pulizia delle mani ed un groviglio di corde di 5/6 millimetri di spessore. Al riguardo ricordò d'aver sentito il Mele parlargli di una tecnica di uccisione cosiddetta per "incaprettamento" che consiste nel legare ad arco il collo agli arti, per il dorso, fino a che la tensione muscolare non provoca lo strangolamento. Riferì d'aver sentito Giovanni Mele fargli strani discorsi che avevano per oggetto il suo membro virile, a detta della Libbra, spropositato, questi gli aveva mostrato delle riviste pornografiche e le aveva raccontato di una lesbica che, dalle parti di Fiesole, addestrava e preparava le ragazze con un grosso fallo artificiale e quand'erano pronte, lui vi si recava per possederle. Secondo la Libbra, questo "membro spropositato" non gli sarebbe servito a granchè nei rapporti intimi. Aggiunse d'essere certa del fatto che Giovanni Mele fosse il "mostro di Firenze", nonchè mandatario di suo marito, da cui si era separata e che la voleva morta.
Rif.1 - Sentenza/Ordinanza del giudice istruttore Mario Rotella - 13 dicembre 1989

giovedì 28 gennaio 2010

Andrea Gramigni

Avvocato, assieme a Giuliano Lastraioli, di Enzo Spalletti. Il 18 luglio 1981, un mese dopo l'arresto del suo assistito, dichiarò al quotidiano "La Nazione": "Non bisogna confondere due situazioni. Esiste il problema della verifica delle dichiarazioni di Enzo Spalletti, dichiarazioni sconcertanti e poi esiste il problema di individuare l'assassino che io ritengo non essere lo Spalletti. Le sue dichiarazioni sono poi contraddittorie fino a un certo punto perchè possono essere inquadrate in una certa prospettiva. Per quanto riguarda il delitto non esistono prove oggettive contro di lui. Spalletti è una persona moralmente discutibile, però è molto attaccato alla famiglia e non è certo un assassino."
Il 23 ottobre 1981, dopo il duplice omicidio di Susanna Cambi e Stefano Baldi, dichiarò al quotidiano "Paese Sera": "E' mostruoso aver dovuto aspettare la morte di altri due poveri ragazzi per dimostrare che Spalletti non ha commesso l'omicidio di Scandicci. Al più tardi lunedì presenteremo istanza di scarcerazione per assoluta mancanza di indizi nei suoi confronti. Spalletti ha sempre sostenuto di essere innocente, nemmeno nel corso degli interrogatori più estenuanti ha mai avuto un cedimento su questo argomento. Ha spiegato minuto per minuto che cosa ha fatto la notte del 6 giugno e non esiste nessuna prova oggettiva che lo inchiodi al capo d'accusa che gli è stato contestato. La stessa perizia sui cadaveri ha dimostrato che le sevizie sul corpo della ragazza furono fatte con uno strumento di precisione usato da una mano competente che Spalletti non ha. Eppoi lui non ha mai posseduto nè ricettato una qualsiasi pistola, nè è stato trovato uno straccio di testimone che abbia dichiarato il contrario o semplicemente che lo abbia visto sparare una sola volta. Quali motivazioni avrebbe avuto? Nessuna. Si poteva pensare che Spalletti fosse pazzo, ma non lo è. Si poteva pensare a un delitto per vendetta, ma ora questo nuovo delitto dimostra che chi uccide non lo fa assolutamente per questo. Spalletti vide l'assassino e ne fu minacciato? Ha taciuto contando su un nuovo delitto che lo scagionasse? Secondo me sono falsi problemi, ipotesi che non reggono neanche un pò. Il fatto è che negli ultimi venti anni a Firenze l'omicidio è il delitto che più ha pagato perchè quasi sempre è rimasto impunito. E a dimostrarlo c'è una casistica lunga come un treno."
Rif.1 - La Nazione - 18 luglio 1981 pag.8
Rif.2 - Paese Sera - 24 ottobre 1981 pag.7

venerdì 22 gennaio 2010

Vito De Nuccio

Padre di Carmela De Nuccio. Da Nardò, in provincia di Lecce, nel 1970 si trasferì con la famiglia a San Giusto, in via del Ponte a Greve, 20. Di profesione faceva il pellettiere per Gucci.
Il 7 giugno 1981, il giorno successivo all'omicidio della figlia, riferì ad Aldo Villani, un giornalista del quotidiano "Paese Sera": "Sabato sera erano qui a cena, erano fidanzati da due, tre mesi, sarà stata la terza volta che il ragazzo veniva da noi, avevamo conosciuto la famiglia di Giovanni e loro, prima di venire da noi, gli avevano chiesto se era proprio sicuro, sa, aveva avuto un'altra ragazza e tutto era finito, i genitori volevano che fosse proprio sicuro prima di impegnarsi. Saranno state le dieci, dieci e un quarto quando sono usciti di casa per andare a comprare un gelato, sarebbero rientrati presto. Carmela però non si vedeva, ho passeggiato su e giù in casa, poi alle cinque mi sono addormentato, alle 7,00 mi hanno svegliato i genitori di Giovanni, anche loro erano preoccupati. Non so chi possa aver commesso questa disgrazia, non saprei proprio, Carmela aveva avuto un altro ragazzo (Antonio Leone, fornaio a Scandicci n.d.r.), lui voleva tornare con lei, la seguiva, la fermava, la trattava con brutte parole. Una volta alla fermata del pullman la prese per un braccio e la strattonò. Carmela voleva denunciarlo ai carabinieri ma noi l'abbiamo sempre evitato."
Rif.1 - Paese Sera - 7 giugno 1981

domenica 17 gennaio 2010

Gian Pietro Salvadori

Nel 1983 era una guardia giurata della Metronotte. Raccontò d'aver incontrato nella notte del 7 o dell'8 settembre il furgone di Uwe Jens Rusch e Wilhelm Friedrich Horst Meyer in via degli Scopeti, vicino alle Cantine Serristori, davanti ad una villetta. La guardia giurata si era fermata, aveva bussato al furgone ed aveva spiegato ai due ragazzi che non potevano starsene lì e che avrebbero dovuto parcheggiare altrove. I due ragazzi avevano messo in moto e se ne erano andati. Agli inquirenti, Gian Pietro Salvadori, rivelò d'aver scambiato i due ragazzi per un uomo ed una donna poichè uno dei due aveva dei capelli lunghi biondi.
Rif.1 - La Città - 11/12 settembre 1983 pag.1

domenica 10 gennaio 2010

Dino Spalletti

Fratello di Enzo Spalletti. Dopo il duplice omicidio di Susanna Cambi e Stefano Baldi dichiarò agli inquirenti di aver ricevuto, il 16 giugno 1981, una telefonata da Fosco Fabbri in cui gli diceva: "Devi sapere che mi stanno minacciando, se non sto zitto mi fanno fare la fine di tuo fratello!".
Rif.1 - La Nazione - 25 ottobre 1981 pag.1

venerdì 8 gennaio 2010

Il verbale di Mainardi Tullio

Il 9 luglio 1982, Tullio Mainardi, zio di Paolo, si recò presso la stazione dei carabinieri di Montespertoli, dove, davanti al capitano Ghiselli Silvio, al brigadiere Fattorini Luciano e all'appuntato Sebastiani Nello, fece verbalizzare quanto segue: "Sono lo zio del Mainardi Paolo, rimasto ucciso il 19.6 u.s. in località Baccaiano e convivo con sua madre, cioè mia cognata dal 1955, la notte tra il 30 giugno ed il 1 luglio u.s., verso le ore 00,15 sentii squillare il telefono della nostra abitazione, corrispondente all'utenza xxxxxx intestata a Mainardi Gino, deceduto, padre del Mainardi Paolo e mio fratello. mi recai a rispondere alzai il ricevitore e dissi "pronto", mi fu risposto con la seguente frase "il mostro ha colpito ancora", a quel punto, mortificato ed amareggiato chiusi il ricevitore. Ricordo che la voce udita al telefono era fioca, parlava con calma, senza apparenti infrazioni dialettali e direi che presumibilmente si trattava di una voce maschile. A quel punto avvertii i Carabinieri del fatto.
A D.R. - Nè prima nè dopo questo episodio non ho ricevuto altre analoghe telefonate, nè mi risulta che in casa mia altri ne abbiano avute.
A D.R. - In seguito riferii questo fatto anche ad alcuni parenti ed amici che le hanno commentate esprimendo il loro disappunto.
A D.R. - Non saprei proprio esprimere alcun sospetto sull'autore della telefonata anonima.
A D.R. - In casa mia oltre a me, mia cognata, abitano mia sorella Gina, mia moglie Bucci Maria e mia figlia Carla."
Nella foto la madre di Paolo Mainardi

domenica 27 settembre 2009

Daniele Assirelli, Alvaro Bruni, Walter Calzolai, Alfredo Pierotti

Il 18 settembre 1974, dopo il duplice omicidio di Stefania Pettini e Pasquale Gentilcore, si recarono presso la stazione dei Carabinieri di Borgo San Lorenzo per riferire in merito ad un auto di grossa cilindrata, una Giulia o una Simca, avvistata sul ciglio della strada nelle immediate vicinanze, ove la mattina successiva, erano stati trovati uccisi i due ragazzi. Riferirono che l'auto aveva la luce interna all'abitacolo accesa ed era occupata da una sola persona.
Rif.1 - La Nazione - 19 settembre 1974 pag.5