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mercoledì 9 dicembre 2020

Miriam, Elisabetta, Gabriella: morti collaterali?


Firenze. Via di Novoli.
Una delle principali arterie fiorentine che collega la periferia al centro cittadino. Dagli anni anni ‘80 molte attività commerciali sono scomparse, la tramvia fino all’anno scorso neppure esisteva.
Questa strada lega due vittime del cosiddetto mostro di firenze, Stefania Pettini e Susanna Cambi, ma anche tre cosiddette vittime collaterali: Gabriella Caltabellotta, Elisabetta Ciabani, Miriam Ana Escobar.
Delitti efferati, avvenuti tra gli anni ‘70 e gli ‘80, tutt’ora irrisolti e perlopiù dimenticati.

Escobar Chacon Ana Miriam
Firenze. Via della pietra. Dalla zona di Careggi risale i colli per poi congiungersi a via Bolognese. Una strada stretta che costeggia gli ingressi a ville signorili e campi coltivati.
22 marzo 1972. Sono le 8:30, quando Giovanni Crocetti, poco oltre l’ingresso di villa Chiaravalle, sta procedendo a marcia indietro con il proprio autocarro; non ha margine di manovra e questo è l’unico modo per scaricare agilmente la terra che ha nel cassone, nel campo di proprietà dei signori Tayar.
L’autotrasportatore, giunto in posizione fa per ribaltare il cassone ma nota qualcosa di strano accanto ai mucchi di terra scaricati la sera precedente.
Tra l’erba, vicinissimo al muro di cinta, giace il corpo esanime di una donna. Indossa un giubbotto da uomo di camoscio con imbottitura in pelo bianco, una gonna corta di pelle ed una camicetta gialla. Alla mano destra ha un anello di bigiotteria, indossa le calze ma non le scarpe, ha le piante dei piedi pulite.
Non ha la borsa, nè alcun documento addosso.
Giungono in loco il vicequestore Elio Gerunda, capo della criminalpol, il dottor Scola, dirigente della squadra mobile, i commissari Busacca e Impallomeni, il capitano Lieto, sottufficiali della squadra mobile e del nucleo investigativo dei carabinieri.
La scientifica svolge i rilievi di rito, la salma viene rimossa e trasportata presso l’Istituto di medicina legale di Careggi dove il prof Cagliesi, a seguito di perizia autoptica, dichiarerà che la morte è avvenuta tra le 23 e la mezzanotte del 21 marzo “per asfissia acuta per ostruzione dall’esterno delle vie aeree mediante meccanismo di strangolamento con un laccio di materiale soffice” probabilmente un foulard o un paio di calze.
L’identità della giovane rimane ignota per un paio di giorni fin quando Angelo Corvaya, ispettore della casa editrice Einaudi, giovedì 23 marzo, segnala alla Questura la scomparsa, da martedì sera, della propria collaboratrice domestica.
Il Sostituto Procuratore della repubblica Ubaldo Nannucci, con alcuni agenti di Polizia si reca a casa del dr Corvaya, in viale redi 65. Questi riconosce nelle foto che gli vengono mostrate, Miriam Ana Escobar Chacon, assunta da dicembre come baby sitter.
Dopo che la moglie se n’è tornata negli Stati Uniti con la figlia si è reso necessario trovare qualcuno che accudisse il figlio dodicenne durante le trasferte di lavoro.
Miriam, diciannovenne, è originaria di El Salvador, dove è nata il 27 aprile 1953. Dopo aver soggiornato in Spagna e a Londra, da tre mesi si è trasferita a Firenze ma non ha segnalato all’ufficio stranieri della Questura di Firenze la sua presenza in città.
“Uscì di casa martedì verso le 21:30” riferì il giovane Carlo al magistrato. “Non feci caso se Miriam fosse in casa” dichiarò il dr Corvaja. Fu perquisita l’intera abitazione e la Renault di proprietà del dr Corvaja senza che emergesse alcunché di significativo per le indagini.
Il giubbotto rinvenuto addosso a Miriam risultò di proprietà del dr Corvaja; tutti gli alibi di amici e conoscenti di Miriam passarono il vaglio delle indagini.
Scartata l’ipotesi di omicidio per rapina ed il delitto compiuto da un maniaco, rimase solo il movente passionale.
Ed infatti il 26 marzo 1972, La Nazione, senza mezze misure, titolò: “La ragazza strangolata aveva molti corteggiatori”.
Apparentemente schiva e riservata, Miriam, aveva in realtà varie amicizie maschili: impostava in maniera ambigua le relazioni, senza però concedersi mai completamente, provocando così stati di estrema tensione.
“Uno degli investigatori si è fatto portavoce per tutti: l’assassino di Miriam non deve sperare che il tempo affievolisca la volontà di chi gli da la caccia”.
Ad oggi il caso è tutt’ora irrisolto.

La casa dove viveva Miriam in viale Redi, che è la diretta prosecuzione di via di Novoli, dista poco più di 500 metri dall’abitazione di Elisabetta Ciabani.
Chi si è avvicinato alla vicenda del cosiddetto mostro di Firenze si sarà probabilmente imbattuto nella tragica storia di Elisabetta Ciabani, ventiduenne fiorentina trovata morta nella lavanderia del residence Baia Saracena a Sampieri, in Sicilia, presso cui stava trascorrendo, con la famiglia, le vacanze nell’agosto del 1982.
In almeno un paio di libri ma anche su diversi quotidiani dell’epoca si sostiene la tesi secondo cui, la giovane, fosse amica di Susanna Cambi ed uccisa in quanto a conoscenza della vera identità del mostro di firenze.
Abbiamo trattato del suo caso in altro approfondimento, possiamo solo aggiungere che gli amici più stretti di Susanna Cambi mai hanno sentito parlare di Elisabetta.
Certamente le due ragazze risiedevano molto vicine tra loro, ad appena 400 metri di distanza, pressochè coetanee: Susanna era del ‘57, Elisabetta del ‘60 ma questo non le fa automaticamente confidenti, né tantomeno vittime del medesimo assassino.

Torniamo a Via di Novoli, in realtà a Via Ponte di Mezzo.
Al n.30 abita Gabriella Caltabellotta. Ha 18 anni; è figlia unica, i genitori, Dino e Maura, per vent’anni hanno gestito una latteria sotto casa. Oggi sono pensionati.
Gabriella è minuta, esile, tranquilla e riservata, dimostra meno dei suoi anni ed è molto legata alla famiglia.
Il 29 febbraio 1984, come ogni giorno dal lunedì al venerdì, alle 13:30 esce di casa; da ottobre 1983 frequenta le lezioni che si tengono presso l’Istituto di estetica Reali, al civico 42 di via di Novoli.
A circa 500 metri dalla fermata dove Gabriella attende l’autobus per fare ritorno a casa, lavorava Stefania Pettini, fatturista presso la ditta “Magif” in Via Stradivari a Firenze; Stefania fu uccisa, con il fidanzato Pasquale Gentilcore, dal cosiddetto mostro di Firenze, in località Rabatta, Borgo San Lorenzo, nella notte del 14 settembre 1974.
Torniamo a Gabriella Caltabellotta. Poco prima delle 18,00 esce da scuola, assieme a Maria, un’amica, sale sull’autobus n.22 ma anziché raggiungere la stazione di Santa Maria Novella per poi arrivare a casa con altro automezzo pubblico, Gabriella scende dall’autobus dopo poche fermate e prosegue a piedi.
Anche la settimana precedente ha modificato il suo percorso, riferirà Maria, l’amica, ai carabinieri.
Di Gabriella si perdono le tracce fino al giorno successivo.
Alle 19:30 i genitori, non vedendola far ritorno a casa, iniziano a preoccuparsi e con un vicino vanno a cercarla. Alle 23:30 ne denunciano la scomparsa ai Carabinieri.

Primo marzo, ore 09:30. La signora Giovanna Banchi abita a Villa Le Balze, in via Bolognese, la strada che da Firenze conduce nel Mugello.
Squilla il telefono, la signora risponde: “Casa Banchi? C’è una ragazza morta nel vostro campo”. Poco dopo la signora riferirà ai Carabinieri: “Era la voce di un uomo, senza particolari inflessioni. Ha riattaccato subito”.
Intervengono agenti di Polizia e Carabinieri.
In un terrapieno di via della concezione, la strada che corre lungo un fianco della collina di Careggi, collegando via di Massoni con la vecchia Bolognese, viene rinvenuto bocconi, tra alcuni ulivi, il corpo esanime di Gabriella Caltabellotta; ha gli occhi socchiusi, è stata raggiunta da numerose coltellate.
Indossa un maglione di lana bianco, una maglietta di cotone, una canottiera ed il reggiseno ma anche un paio di jeans di colore nero con cintura, slip, collant e calzini di spugna bianchi.
Ha al polso sinistro un orologio marca Omega, un orecchino al lobo dell’orecchio sinistro, un anello di metallo giallo al dito anulare della mano destra.
Mancano all’appello le scarpe, il giaccone in ecopelle e la borsetta con cui la ragazza era uscita di casa il giorno precedente. Sembra la fotocopia della scena del crimine di Miriam Anna Escobar.
Intervengono in loco il capo della squadra mobile dr Giuseppe Grasso, il commissario Sandro Federico ed il capo della polizia scientifica: dr Nunzio Castiglione.
Alcune tracce ematiche sul muretto che delimita il terrapieno ed i calzini puliti fanno presumere che la vittima sia stata uccisa altrove e poi gettata nel campo dove è stata rinvenuta.
La perizia medico-legale fu affidata al dr Riccardo Cagliesi Cingolani e al dr Franco Marini che stimarono l’ora del decesso tra le ore 18:00 e le ore 20:00 di mercoledì 29 febbraio.
Il corpo presenta ecchimosi e lacerazioni alle labbra, è stata presumibilmente colpita e percossa al volto.
Ha lesioni da difesa agli arti superiori e presenta ferite da arma bianca al collo e alla schiena.
Sul collo un solco lievemente escoriato fa pensare ad un tentativo di strangolamento. Non ha tracce di violenza sessuale.
Causa della morte: Insufficienza respiratoria per pneumotorace bilaterale ed anemia acuta metaemorragica
Il fidanzato, Maurizio R., in servizio di leva presso il 5° gruppo superga di artiglieria alla Caserma Cavarzerani di Udine, fece ritorno a Firenze nel primo pomeriggio del 2 marzo. Interrogato dai Carabinieri del Nucleo operativo della Compagnia Carabinieri di Firenze riferì circa il rapporto che lo legava alla Caltabellotta ma fornì anche ampie informazioni circa gli amici e le amiche più vicine alla ragazza, sulle persone che la stessa frequentava, nonché sui soggetti che potevano aver avuto motivi di astio o rancore verso la stessa.
Le indagini furono coordinate dal Sostituto procuratore dr Pietro Dubolino a cui ho chiesto di raccontarci cosa ricordi di quel tragico caso.

Intervista al Dr. Dubolino.

Gabriella Caltabellotta finisce tra le carte del cosiddetto “mostro di Firenze” fin dal 1985, quando l’Ispettore di Polizia della Questura di Perugia, dr Luigi Napoleoni, a seguito di una notizia confidenziale, si era recato a Firenze per svolgere indagini su un certo Paolo P., indicato come coinvolto nella catena omicidiaria addebitata al mostro di Firenze.

Paolo P., quarantenne con numerosi precedenti per atti di libidine, nel giugno 1984 aveva avvicinato una diciottenne presso la discoteca fiorentina Jackie O', (la stessa discoteca era frequentata anche da Gabriella Caltabellotta e da Elio Campanaro) era riuscito a convincere la giovane a seguirlo presso la sua abitazione posta in Via dei Serragli, dopodichè l’aveva violentata minacciandola di farle fare la fine della ragazza trovata morta accanto ad un ulivo in un campo alla periferia di Firenze. Ragazza che a suo dire aveva ucciso lui stesso.
Le indagini dell’Ispettore Napoleoni sul conto di Paolo P., nell’ottobre 2003, verranno ritenute sospette dal dirigente del distaccamento fiorentino del GIDES. Gruppo investigativo delitti seriali.
Scrive infatti il dirigente in una richiesta d’intercettazione telefonica del 30 ottobre 2003, rivolta alle Procure di Firenze e Perugia, “Napoleoni ancor prima della scomparsa del Narducci aveva collegato i delitti del mostro di Firenze alla persona di Francesco Narducci, svolgendo una attività d’indagine molto specifica ove si consideri che l’ispettore addirittura si recò a Firenze per individuare l’appartamento di Narducci e poter rinvenire le parti anatomiche asportate alle povere vittime che sarebbero state tenute sotto formalina o alcool, come dallo stesso affermato.”
Il dr Napoleoni in merito alla sua trasferta fiorentina nel verbale del 12 dicembre 2003 chiarì: “In una relazione da me redatta in data 08 ottobre 1985, riferivo di aver individuato a Firenze, in via dei Serragli l’appartamento di Paolo P., presunto responsabile della violenza ai danni della ragazza. È probabile che l’appartamento di via dei Serragli ritenevamo potesse essere collegato alla vicenda del Mostro di Firenze, cosa mai accertata. Era solo una supposizione.”

Tempo addietro, non so neppure se l’ho letto o ne ho sentito parlare, ma, qualcuno riteneva improbabile che due serial killer fossero attivi contemporaneamente sul medesimo territorio, inducendo a ritenere le morti collaterali come le ennesime vittime del cosiddetto mostro di Firenze.
A ben vedere gli omicidi del cosiddetto mostro di Firenze hanno caratteristiche ben diverse dai delitti delle prostitute ed ancora meno affinità con la scomparsa di Miriam, Gabriella ed Elisabetta.
Il primo omicidio documentato avvenne 430.000 anni fa ma i motivi per cui si uccide sono rimasti più o meno gli stessi ancora oggi: amore, soldi, psicopatologie varie ed assortite ma anche fama e noia. Che dire, non necessariamente occorre incrociare un assassino seriale per fare una fine atroce.

martedì 23 giugno 2020

Le mondane uccise a Firenze dal 1982 al 1984



Negli anni in cui nella periferia fiorentina il cosiddetto Mostro di Firenze uccide giovani vittime in cerca di intimità, un altro terribile assassino dal 1982 al 1984, uccide quattro prostitute nel capoluogo Toscano: si tratta di Giuliana Monciatti, Clelia Cuscito, Giuseppina Bassi, Luisa Meoni.

Giuliana Monciatti, 41 anni, ex-ballerina di origine emiliana, vive con la madre ed una vecchia zia in via dell’Anconella.
Giovedì 11 febbraio 1982 a bordo della propria Renault Rossa, intorno alle 21:00, si reca in via del moro 27. Qui dispone di un pied à terre che condivide con Roberta.
Si prostituisce saltuariamente, perlopiù con clienti abituali.
La mattina del 12 febbraio, Roberta passa dal seminterrato per controllare che tutto sia in ordine. La porta non è chiusa a chiave come al solito. Entra nello scantinato e nota il corpo senza vita a terra di Giuliana. Ha addosso un maglione ed i pantaloni semi abbassati, gli occhi aperti; è stata raggiunta da innumerevoli coltellate al petto.
Interviene il capo della Squadra mobile dr Giuseppe Grassi ed il Sostituto Procuratore dr Ubaldo Nannucci. Da medicina legale giungono il dr Maurri e la dr.ssa Tartaro.
La perizia medico legale riporta 17 coltellate, una ha reciso l’aorta, altre hanno compromesso il fegato ed un polmone. Emorragia interna la causa del decesso.
Le indagini escludono fin da subito si sia trattato di un omicidio per rapina, benché sia sparito un borsello a tracolla con l’incasso della serata.
Le donne che furono ascoltate dalla Buoncostume perlopiù negarono di conoscere la Monciatti, altre la descrissero come una persona riservata tutt’altro che volgare ed appariscente.
Probabilmente Giuliana conosceva il suo assassino, sfortunatamente, quella sera, ha concesso fiducia a chi non la meritava.
L’autore del delitto è tutt’ora ignoto.

Clelia Cuscito, 37 anni, originaria di Gioia del Colle, in provincia di Bari. Ex-infermiera, vive in via Gianpaolo Orsini in un piccolo appartamento arredato con gusto moderno per l’epoca: una cucina gialla e blu, un salottino con i mobili verdi e due lunghissimi specchi alle pareti, con lampade alogene e un televisore a colori con annesso videoregistratore. Videoregistratore e due televisori anche nella camera da letto ma anche un letto tondo ed altri specchi. Tv anche in cucina e nell’ingresso un impianto stereo.
Da alcuni anni si prostituisce. Riceve a casa, dalla mattina a tarda notte. Ha clienti provenienti anche da fuori città, “un gran viavai” dicono i vicini di casa.
Mercoledì 14 dicembre 1983, Clelia viene svegliata dalla signora delle pulizie; Carla, terminato il suo lavoro, intorno alle 10:00. se ne va.
Verso le 11:00 Bruno Cuscito, fratello di Clelia, suona il campanello di via Giampaolo Orsini, deve consegnare un pacco. Nessuno risponde. Prova a telefonare a Clelia ma il numero risulta occupato. Intorno alle 14:30, allarmato, decide di passare dal retro del palazzo, scavalca la balaustra del balcone al primo piano e sfonda la porta a vetri del salottino.
Clelia giace a terra bocconi in camera da letto. Indossa scaldamuscoli di lana ed una canottiera, ha il cavo del telefono attorno al collo. È immersa in un lago di sangue.
È stata raggiunta da non meno di 15 coltellate; cinque ferite sono state inferte al collo, una ha reciso la carotide. Ha ferite da difesa agli arti superiori e sulla schiena. La perizia medico legale presume sia stata attinta da un coltello a scatto o a serramanico, un’arma robusta dalla lama tagliente e acuminata.
Gli agenti della terza sezione della squadra mobile intervenuti presso l’abitazione sequestrano una mazzetta di banconote da 100.000 lire ed escludono fin da subito il movente per rapina. La casa è sottosopra, i cassetti e molti oggetti sono buttati a terra.
Ventiquattrore dopo presso l’appartamento giungono il dr Maurri direttore dell’istituto di medicina legale di Careggi, il dr Castiglione, Dirigente del gabinetto regionale di polizia scientifica, il Maggiore di Polizia Vincenzo Canterini e il Maresciallo Andropoli.
In bagno viene rinvenuta l’orma di un piede che ha calpestato del sangue. Su di un cassetto della camera viene fotografato il palmo di una mano insanguinato.
Vengono sentite numerose prostitute ma anche tutti coloro che risultano citati in un’agendina di proprietà della vittima. Tra gli esercizi commerciali di via Giampaolo Orsini in pochi riconoscono Clelia nelle foto che gli vengono mostrate, l’unico che fornisce uno spunto investigativo interessante è Ettore R.. Ha una sartoria di fronte al portone d’ingresso del palazzo dove viveva Clelia Cuscito. Il 14 febbraio, intorno alle 10:00, mentre stava andando a fare colazione, ha notato un signore di mezz’età suonare il campanello di Clelia. Non vi ha prestato molta attenzione, non riferisce ulteriori elementi utili alle indagini.
Seguendo le indicazioni di quanti abitano nella zona vengono realizzati dalla Polizia scientifica due identikit che ritraggono due persone decisamente diverse tra loro: l’uno quasi calvo, di corporatura robusta con un vistoso giubbotto a quadri bianchi e neri; l’altro ben pettinato con un elegante soprabito grigio.
Gli identikit vengono pubblicati dai quotidiani locali giovedì 22 dicembre. Molte le segnalazioni, gli avvistamenti, le situazioni insolite messe a verbale dalla Squadra mobile; purtroppo gli elementi raccolti non hanno ad oggi fatto luce su ciò che accadde a Clelia quella mattina del 14 febbraio.
Nel corso delle indagini sul cosiddeto “mostro di Firenze”, mentre la Procura sta ancora raccogliendo elementi per il processo contro i compagni di merende, Lorenzo Nesi, amico di Mario Vanni il 26 febbraio 1997, presso gli uffici della squadra mobile della Questura di Firenze fece mettere a verbale: “Vanni mi diceva di trovarsi bene con una prostituta che abitava in fondo ai viali, al ponte di ferro, poiché questa era gentile ed educata. Questa donna, da notizie apprese dalla stampa circa 7/8/10 anni fa è stata ammazzata.”
Confermò quanto dichiarato il 28 gennaio 1999: “Quando lessi la notizia dell’uccisione della prostituta, ne parlai con Mario che mi confermò che era quella la prostituta dove lui andava e dove intendeva portarmi. Nel riferirmi ciò non notai alcun turbamento in Vanni che si limitò ad aggiungere che era un periodo che ammazzavano le prostitute.”
Gli furono mostrati gli identikit realizzati nel 1983 al che Nesi esclamò: “Questo è il Lotti negli anni ‘80! Non come è adesso. È proprio lui. Ha lo steso viso, la stessa espressione, gli stessi capelli pettinati e folti ai lati così come li portava Lotti quando aveva la Fiat 124”.

Giuseppina Bassi, Pinuccia per gli amici, ha 55 anni, è originaria di Rovigo, si è trasferita a Firenze nei primissimi anni ’60. Ex-modella, ha una figlia che si è fatta una famiglia a Milano e che certo neppure sospetta che la madre si prostituisca per mantenersi.
Pinuccia ha un appartamento in via Fiesolana ma da circa dieci anni ha preso in affitto un bilocale in Via Benedetta, a circa 300 metri da dove è stata uccisa Giuliana Monciatti l’11 febbraio 1982.
L’arredamento è essenziale: un letto da una piazza e mezzo, un tavolino con abatjour, due poltrone e un divano di broccato, un tavolinetto con una pila di riviste porno, vasi di fiori finti qua e là.
Alcuni piccoli quadri dozzinali ed una gigantografia di Marylin Monroe.
Qui riceve i suoi clienti dal primo pomeriggio fino alla notte.
Nella mattina di venerdì 27 luglio 1984, Pinuccia ha un appuntamento con un amico, Umberto Cirri, sono rimasti d’accordo di vedersi per andare assieme all’ospedale dove la moglie del Cirri è ricoverata.
Pinuccia non si presenta all’appuntamento ed il Cirri dopo averla chiamata telefonicamente più volte, intorno alle 13:00, decide di recarsi in via Benedetta. La porta del bilocale è socchiusa, in camera da letto, il cadavere nudo, supino di Pinuccia. Ha gli occhi sbarrati, è stata strangolata. Sotto il letto giace avvilito Puffy, uno yorkshire di 4 anni che pare vegliare il corpo della sua padrona.
I medici legali dr Mauro Maurri e Mario Graev datano la morte intorno alle 2:00 di venerdì 27. La vittima non ha opposto resistenza. Non ha segni di colluttazione, solo ecchimosi sul collo procurate da mani robuste.
I coinquilini la definiscono come una persona gentile e rispettosa, riservata e discreta. Non hanno udito né rumori né grida.
“Escluderei un legame con le altre mondane uccise negli ultimi due anni” dichiarò ai cronisti il Sostituto Procuratore Ubaldo Nannucci. Le modalità con cui è stata uccisa Pinuccia in effetti non hanno niente a che vedere con la sorte subita dalla Monciatti e dalla Cuscito.
Interrogati amici, clienti e mondane della zona, la Squadra Mobile arresta Salvatore F., che viene accusato di sfruttamento della prostituzione e indiziato dell’omicidio.
Il 20 ottobre 1984 il giudice istruttore dr Stefano Campo rinvia a giudizio Salvatore F. per sfruttamento della prostituzione ma stralcia il procedimento riguardante l’omicidio volontario.
Salvatore F il 28 novembre 1984 è stato condannato a un anno e cinque mesi di reclusione e 400.000 lire di multa “per aver sfruttato Giuseppina Bassi facendosi consegnare somme di denaro fino al 26 luglio 1984”. Il nome di chi ha ucciso Pinuccia è a tutt’oggi ignoto.

Luisa Meoni ha 46 anni, da tre si è separata dal marito. Ha una figlia di nome Barbara che vive con il padre poiché così ha stabilito il Tribunale.
Barbara, 11 anni, sta con la madre il giovedì, il sabato e la domenica di ogni settimana.
Luisa abita in Via della Chiesa, nel quartiere fiorentino di San Frediano, in una piccola abitazione al primo piano costituita da due vani più servizi. Si prostituisce a casa ma adesca i clienti nella zona della Stazione.
Il 13 ottobre 1984, Adriana S., intorno alle 11:00, viene accompagnata dal marito Lando L. presso l’abitazione della Meoni. Dal mese di aprile del 1983 si occupa delle pulizie e di sbrigare alcune commissioni per la Meoni. Giunta in via della Chiesa, pur disponendo delle chiavi dell’appartamento, Adriana suona il campanello ma nessuno risponde. Decide quindi di recarsi nel bar vicino per una colazione con il marito. Fa ritorno in via della Chiesa, chiede a Lando di seguirla. Sale una breve rampa di scale, apre la porta di casa e trova l’appartamento a soqquadro.
Qualcuno ha rovistato nei cassetti e negli armadi, sul letto è stato riversato il contenuto di alcune borse ed adagiata l’anta di un comodino.
 In camera da letto, giace a terra supina, Luisa Meoni. Indossa un golf di lana azzurro le cui estremità delle maniche sono annodate con doppio nodo. Ha addosso collant, slip ed una gonna di velluto nero. Ha al polso un orologio Kessen fermo sulle ore 6:00.
È stata soffocata da una garza avvolgente del cotone idrofilo applicata alle aperture aeree.
Sul tavolo di cucina vengono rinvenuti tre piatti da dessert, tre bicchieri, un bottiglione semivuoto di vino bianco ed un portacenere con vari mozziconi di sigarette.
Nel lavandino del cucinotto, perlopiù in ordine, vi sono tre bicchieri per liquore, tre piatti fondi e due piani sporchi di cibo consumato.
La perizia medico legale affidata al dr Mario Graev riporta la pressoché totale assenza di lesioni ed un decesso dovuto ad asfissia meccanica per chiusura delle aperture aeree (naso e bocca).
Presume che lo stato di ebbrezza alcolica era tale da non consentire alla vittima alcuna resistenza.
Delle indagini si occupa il Sostituto Procuratore dr.ssa Emma Boncompagni coadiuvata dal nucleo operativo carabinieri di Firenze.
Sulla la scena del crimine non vengono rinvenute impronte utili ad eventuali esami comparativi.
Vengono repertati alcuni monili di scarso valore;
-3 cartucce calibro 6,35;
-440.000 lire in contanti
-6 fotografie effigianti un certo Fabio per il quale la Meoni pare avesse una leggera infatuazione;
Questi viene sentito fin da subito ma viene ritenuto del tutto estraneo all’episodio delittuoso.
Dalle indagini emerge che l’omicidio non è stato consumato né a scopo di rapina, né a fine maniacale. Si pensa ad una vendetta ad opera di chi la Meoni, tempo addietro, aveva segnalato alla Polizia come suo protettore ma la pista pare non trovare sufficienti riscontri.
Delle indagini si occupano anche il Maresciallo Congiu ed il Tenente Colonnello Nunziato Torrisi a lungo impegnati nella ricerca dell’assassino che la stampa ha definito “il mostro di Firenze”, a cui certo non è sfuggita, tra gli oggetti repertati in casa della Meoni, una ricevuta della PIC, Pronto Intervento Casa, il cui titolare è Salvatore Vinci.
Salvatore Vinci è stato amante della prima vittima femminile del mostro di Firenze ed a lungo indiziato d’essere l’autore dei duplici omicidi delle coppiette.
Il primo settembre 1987, il Sostituto procuratore Emma Boncompagni, trasmette il fascicolo processuale relativo a Luisa Meoni al Giudice Istruttore dr Mario Rotella per valutare l’opportunità di unirlo al procedimento relativo al mostro di Firenze che vede indagati molti dei soggetti legati alla cosiddetta “pista sarda”. Il 13 dicembre 1989 il Giudice Istruttore dr Mario Rotella con una sentenza ordinanza di oltre 160 pagine dichiara non doversi procedere contro Salvatore Vinci e gli altri imputati e riguardo a Luisa Meoni afferma:
“Singolare è anche l'accostamento della circostanza del ritrovamento di una ricevuta della ditta del Vinci, datata 1982, in casa di Meoni Luisa, uccisa da ignoti il 13 ottobre 1984, con il fatto che, sentito dai carabinieri intorno al suo alibi circa l'omicidio dei tedeschi in via di Giogoli (9 settembre 83), Vinci abbia asserito di avere proprio la sera di quel duplice omicidio, effettuato (alle ore 16) un intervento in via della Chiesa, edificio occupato dalla Meoni. Il teste Casini ha dichiarato al P.M., il 19 aprile 1985, circostanze tali da far stimare una relazione con la prostituta uccisa. Nel rapporto si formula un'ipotesi di lavoro, che non si è avuto modo di vagliare con attività istruttoria, apparendo l'omicidio della Meoni caso di per sé complesso, sottoposto ad altra attenzione, e non direttamente connesso con quelli in oggetto.”
Ed anche il caso di Luisa Meoni è finito negli archivi della Procura della Repubblica tra gli episodi omicidiari senza colpevole. Ci vorrebbe proprio un detective come Henry Bosch che si occupa di vecchi casi irrisolti.

“Sembra una maledizione”, come ebbe a scrivere Franca Selvatici de “La Repubblica” diversi anni addietro: molti dei delitti avvenuti a Firenze sono ripetizioni di altri delitti. Lo sono gli omicidi del mostro di Firenze, lo sono i delitti delle prostitute come lo sono i due omicidi rimasti irrisolti di Gabriella Caltabellotta e Miriam Ana Escobar, ma di questi ne parliamo la prossima volta.

giovedì 10 ottobre 2019

Elisabetta Ciabani - Come un suicidio



“L'8 agosto 1982 muore a Ragusa, dove si trovava in vacanza, Elisabetta Ciabani. Era un'amica intima di Susanna Cambi, la vittima uccisa dal Mostro di Firenze nell'ottobre del 1981 a Travalle di Calenzano insieme al fidanzato Stefano Baldi.”
(…) La morte di Elisabetta, avvenuta dieci mesi dopo quella dell’amica e due mesi dopo il delitto Mainardi-Migliorini, resta un mistero irrisolto. Il caso sarà archiviato come suicidio alcuni anni dopo. Si tratta solo di una coincidenza? Oppure Susanna Cambi, com'è probabile, conosceva il Mostro e si è confidata con l'amica Elisabetta prima di essere uccisa?” 
Analisi di un mostro – Francesco Bruno e Andrea Tornielli
“Elisabetta Ciabani era un’amica di Susanna Cambi, che proprio l’anno prima era stata ammazzata a Calenzano con il suo fidanzato Stefano Baldi. Per mantenersi agli studi la ragazza d ’estate lavorava in un albergo di Perugia, un castello in mezzo al verde della prima periferia, e in un negozio di Città di Castello, sempre in Umbria."
 48 small – Alvaro Fiorucci

Chi si è interessato alla storia del cosiddetto mostro di Firenze si sarà probabilmente imbattuto nella tragica vicenda di Elisabetta Ciabani, ventiduenne fiorentina trovata morta nella lavanderia del residence presso cui stava trascorrendo le vacanze nell’agosto del 1982.
In almeno un paio di libri ma anche su diversi quotidiani dell’epoca si sostiene la tesi secondo cui, la giovane, fosse amica di Susanna Cambi ed uccisa in quanto a conoscenza della vera identità del mostro di firenze.
Altrove si legge anche che Elisabetta avrebbe lavorato come cameriera presso un hotel in provincia di Perugia sede abituale di ritrovi conviviali della massoneria cittadina. Qui avrebbe appreso notizie non divulgabili e sarebbe stata fatta fuori.

Atteniamoci ai fatti e torniamo a quel pomeriggio del 30 luglio 1982, quando Gianna Ciabani, alla guida della propria Fiat Panda rossa, parte da Firenze con la sorella Elisabetta, verso Sampieri, una piccola frazione nel comune di Scicli, in provincia di Ragusa. Dopo aver pernottato a Battipaglia, in provincia di Salerno, giungono a Sampieri il primo agosto 1982. Qui, grazie a un amico di Silvano R., convivente di Gianna, hanno affittato un appartamento (int.6) al primo piano del Residence Baia Saracena.
Il Residence Baia Saracena è ubicato alla periferia nord-ovest di Sampieri, ha due ingressi uno in via Cipro, 22 ed uno in Via S.Elena n.1, ha 42 appartamenti ed è composto da un piano terra rialzato, da un primo piano e da una terrazza. Al primo piano vi si trovano:
-l’alloggio della portinaia signora Elena C. che è coadiuvata nella manutenzione del giardino dal marito sig. Salvatore F.;
-un locale adibito ad emporio gestito dal sig. Carlo P. ed un bar denominato “Bar Baia Saracena” il cui titolare è il sig. Guglielmo D.. Ai due esercizi commerciali si accede da Via S.Elena 3 e 5.

03 agosto
In serata Elisabetta e Gianna vengono raggiunte dalla madre Anna Maria e dal fratello Riccardo, partiti in treno da Firenze il giorno precedente. Il padre, Corrado, è deceduto, a seguito di un tumore, il 3 maggio del 1981. Nello stesso giorno sbarca all’aeroporto di Catania anche il convivente di Gianna, Silvano R., in compagnia dell’anziana madre Iolanda Z..

14 agosto
Riccardo ha terminato i giorni di ferie e dopo una giornata trascorsa prima a Siracusa e poi a Taormina riprende con la madre il treno per Firenze. La signora Anna Maria il 2 settembre 1982 fece mettere a verbale: “Ricordo che quando la Gianna ed Elisabetta ci accompagnarono a Taormina, nel salutarci in stazione, Elisabetta, espresse il desiderio di rientrare a Firenze assieme a noi. Io la dissuasi decendole che non era il caso far viaggiare da sola la Gianna al termine delle ferie alla guida della propria autovettura.”

16 agosto
Si aggiunge al gruppo anche la figlia ventottenne di Silvano R., Lorena, giunta in Sicilia in aereo e prelevata a Catania da Gianna Ciabani.

21 agosto
Verso le 7:00, Gianna con il proprio compagno e la di lui figlia partono per un’escursione di un paio di giorni a Palermo, sono d’accordo con Elisabetta che si sentiranno intorno alle 10:00 e verso le 16.00. In entrambe le telefonate Elisabetta conforta i familiari che “tutto andava bene” (verbale di Silvano R. del 22/08), “Tutto benissimo, state tranquilli” (verbale di Gianna Ciabani del 22/08).
La giornata per Elisabetta si svolge in modo piuttosto monotono in compagnia della madre di Silvano Rotoli: nel pomeriggio sono in giardino dove si intrattengono fin verso le 20:00. “Verso le 19:00 Elisabetta è venuta nel mio esercizio chiedendomi un cono gelato ed una granita” riferisce il sig Guglielmo D. in un verbale del 09 settembre 1982. Ribadisce la circostanza la madre di Silvano R.: “Confermo l’offerta della granita da parte della Elisabetta che ho rifiutato in quanto avevo il mal di pancia. Successivamente io chiesi di essere accompagnata verso il bar ma Elisabetta disse testualmente ‘Si va a dormire!’. Per cui abbiamo raggiunto il nostro appartamento e dopo cena, a base di polpette e patate lesse, siamo andati a dormire. Elisabetta si è pulita le unghie per passatempo.”

22 agosto
 “La mattina del 22 agosto ho svegliato Elisabetta per un bicchiere di acqua. Non ricordo l’ora esatta. Poco dopo mi disse che andava in terrazzo a stendere. Non l’ho più rivista.” Così la signora Iolanda Z. ricorda quella mattina nel verbale del 2 settembre 1982.
Ed in effetti intorno alle 8:30, la signora Elena C., addetta alla portineria, mentre si sta occupando delle pulizie del corridoio, nota Elisabetta che si avvia con un secchio di plastica di colore azzurro verso la lavanderia del residence: “Indossava una casacchina o camicetta e comunque indumenti estivi che gli lasciavano nude le gambe.” (Verbale del 23 agosto 1982 di Elena C.).
Raggiunta la signora Giuseppina Intemerato, abitante l’interno 8, la portinaia ebbe a fermarsi per un caffè quando udì l’anziana signora Iolanda chiedere “un bicchiere di acqua, mentre la ragazza a suo dire era andata in terrazza a lavare i panni.” (Verbale del 23 agosto 1982 di Elena Cottone)

Intorno alle 9:30 fu avvisata dal sig. Brucoli che la di lui moglie, Giuseppina C., aveva scoperto un cadavere nei locali adibiti a lavanderia. Riscontrata la circostanza la signora chiamò immediatamente l’amministratore il sig Giorgio G.: “Corsi subito in terrazza, però non notai nulla di anormale, per cui mi diressi in lavanderia e in loco trovai il marito di una villeggiante che mi fece osservare il cadavere di una donna immersa in un bagno di sangue. A quella vista diedi immediatamente l’ordine a quel signore di chiamare i carabinieri del luogo, cosa che fece, ed io non mi sono mosso dal luogo della tragedia fino all’arrivo dei carabinieri.” (Verbale del 06 dicembre 1982, di Giorgio G.)

Verso le 10:00 il brigadiere Antonio Di Stefano, comandante la stazione dei Carabinieri di Sampieri assieme all’appuntato Giuseppe Rizzo rinvengono a terra, nel locale lavanderia, un corpo femminile senza vita riverso sul fianco destro. Alla regione cardiaca la ragazza presenta un coltello la cui lama è interamente infissa ed una lesione da arma bianca alla regione addominale.
Sotto il cadavere giace un costume da bagno intero fantasia, tra la nuca e la spalla destra viene repertato un contenitore in plastica vuoto con impressa la scritta “Solvel”. Sulla lavatrice vi è una maglietta di colore celeste-fantasia, il tappo del “Solvel” ed una custodia in cartone di coltello marca “Kaimano” su cui è applicata un’etichetta segna prezzo riportante “lire 1600”.
All’altezza del piede sinistro: un paio di ciabatte in plastica di colore bianco e verde.

Di lì a poco giunge sul posto anche il Pretore di Scicli, dr Raffaele Rosino ed il medico legale dr Luigi Speranza che dopo le constatazioni di rito, chiede la rimozione della salma, nel contempo identificata per Elisabetta Ciabani ed il trasferimento presso l’obitorio di Scicli.

Silvano e Lorena R. e Gianna Ciabani si trovano in un’edicola di Cefalù quando chiamano la portineria del residence di Sampieri per tenere fede all’appuntamento fissato con Elisabetta. Gianna si vide rispondere dalla portinaia che però le passò il sig Gaetano Falla che riporta la telefonata in un verbale del 30 agosto: “Mi chiese come stava l’anziana, io le risposi “La mamma sta bene, mi passi per favore suo marito”, Così parlai con il Rotoli il quale mi chiese ancora. “La mamma come sta?”, io di rimando dissi: “La mamma sta bene però hanno trovato morta la sua cognata.” Il Rotoli mi rispondeva: “La bambina! Cosa è successo?”. Io ancora di rimando precisavo “L’hanno trovata morta in lavanderia!”. Il Rotoli mi assicurava che partivano subito.”
Giunti al residence verso le 15:00, Gianna Ciabani, Silvano e Lorena R. vengono raggiunti da Elena C. che li aggiorna sull’accaduto. Lorena R. in un verbale del 3 settembre ricorda “Mi portai in casa e notai la presenza di una signora che assisteva mia nonna. Subito dopo mio padre e la Gianna sono usciti diretti in caserma. Io mi portai in camera e girai tutta la casa alla ricerca di un biglietto o di qualcosa lasciato da Elisabetta. Non trovai nulla nemmeno in bagno.”

Nei verbali delle indagini svolte dai carabinieri di Sampieri e dalla Squadra di PG presso la Procura di Modica, Elisabetta Ciabani viene descritta dai familiari come una ragazza dal “carattere chiuso ed introverso” (Silvano R. 22/08/82), “molto attaccata alla famiglia, posata, di temperamento tranquillo” (Riccardo Ciabani 23/08/82), “riservata e pudica” (Gianna Ciabani 22/08/82). Tutti escludono possa essersi trattato di un suicidio, semmai di “un delitto a sfondo sessuale” (Silvano R. 22/08/82).

23 agosto
Alle ore 8:45, il prof Leonardo Giuliano, primario di medicina legale dell’ospedale generale civile di Siracusa e docente della scuola di specializzazione di medicina legale dell’Università di Catania, presso l’obitorio del cimitero di Scicli eseguì la perizia medico legale sulla causa mortis di Elisabetta Ciabani su incarico del Pretore di Scicli.
Rilevate le due ferite, una alla regione cardiaca, fatale, e l’altra all’altezza dell’intestino, accertata la totale assenza di lesioni da difesa e di segni di colluttazione concluse trattarsi di suicidio.
Relativamente al coltello marca Kaimano inox il cui manico misura cm 12 e la lama cm 16    , la perizia del medico legale riporta: “Sul coltello è stata effettuata la ricerca di impronte digitali con esito negativo”. Non è chiaro se il coltello non presentasse alcuna traccia di impronte digitali o se fossero presenti solo quelle della ragazza

24 agosto

Il sig Carlo P., titolare assieme alla moglie Lucia F. dell’emporio ubicato all’interno della struttura del residence Baia Saracena fu invitato a presentarsi presso la stazione dei carabinieri di Modica. Questi riferì: “Posso dire senza ombra di dubbio che nel tardo pomeriggio di sabato 21 agosto, credo potevano essere le ore 20:00 circa, si presentò nel mio negozio una ragazza che appena entrata si diresse nel retro. Le chiesi di cosa avesse bisogno e costei mi fece presente che cercava un coltello “da carne”. Io ne esibii due tipi e la predetta scelse quello dal costo di Lire 1600. La stessa, nella circostanza, mi chiese se il coltello fosse affilato e da parte mia ho dato assicurazione positivamente precisandole che trattavasi di coltello nuovo.”
Mostratagli una foto di Elisabetta Ciabani dichiarò: “Assicuro che si tratta della ragazza che ebbe ad acquistare il coltello di cui si è parlato.”

Giuseppe Calabrese, addetto alla cronaca giudiziaria della locale emittente “Video mediterraneo”, il 7 settembre 1982 fece mettere a verbale: “Mentre effettuavo riprese televisive sul terrazzo della Baia Saracena nei pressi del lavabo esistente a sinistra e quasi di fronte alla porta di accesso sul terrazzo, ho rinvenuto un appunto del quale ho consegnato subito fotocopia ai Carabinieri”.
L’appunto scritto su una pagina di agenda datata 27.10, anni 1979.1980.1981 riporta “Col.Caruso – Caruso Massimo 22-23 anni 6A-16A-18A – due giovani – Massimo – Adriana Cristiana – due giovani – sorella di Massimo”
Trattasi di riferimento evidente ai figli del Colonnello Caruso che giunti a Sampieri i primi di agosto sono alloggiati presso il residence Baia Saracena negli appartamenti di proprietà n.16A e 18A.

26 agosto
Sul quotidiano fiorentino “La città” viene pubblicata parte di un’intervista rilasciata dall’allora sindaco di Scicli, probabilmente più preoccupato per il danno di immagine che dell’esito delle indagini: “Proprio quest’anno abbiamo fatto diversi sforzi per lanciare la nostra zona sul mercato turistico nazionale e questo fatto certo non ci aiuta. Mi dispiace che qualche giornale abbia subito scelto come buona la tesi del maniaco con il risultato che poi la gente fugge, molti se ne sono andati la stessa notte del delitto. È giusto fare tutte le ipotesi ma non capisco perché si è insistito tanto su quella del maniaco, quella che ci danneggia di più, quando non ci sono elementi per esserne certi. Anzi, se vuole saperlo il mio parere personale, sulla base di quello che anche io ho letto sui giornali, è che il maniaco c’entra poco. Lei saprà dell’assenza di echimosi, di violenze e allora le sembra questa l’azione di un maniaco?" Nel medesimo articolo si apprende che a coadiuvare le indagini sia giunto anche il Giudice Istruttore del tribunale di Firenze Vincenzo Tricomi, in ferie in una località poco distante da Ragusa.

01 settembre
Il Maresciallo capo Giovanni Fontana ed il brigadiere Giuseppe Martignano si recarono a Firenze per raccogliere le dichiarazioni di chi Elisabetta l’aveva conosciuta in vita.
Terza di tre figli Elisabetta, 22 anni, aveva cessato gli studi dopo aver frequentato il secondo anno della facoltà di architettura, era alla ricerca di una occupazione: “guadagnava qualcosa saltuariamente attraverso incarichi vari: censimento, consegna elenchi telefonici, revisione elettorale etc. Ultimamente si stava preparando per un concorso alle poste e tre volte la settimana aveva lezione dalle 19:00 alle 21:00. Diversamente era sempre in casa.” (Verbale del 02 settembre 1982 della madre Anna Maria F.).
Riguardo il padre riferisce Gianna Ciabani: “Abbiamo vissuto una difficile infanzia tanto che io ho dovuto andarmene da casa per il carattere nevrotico di mio padre.” Chiarisce la madre: “Per motivi di lavoro, circa 10 anni fa, mio marito subì un forte esaurimento. All’epoca ci rimise parecchio denaro per cui smise di lavorare e rimase in casa per il resto della sua vita. Viveva in casa. Traevamo i mezzi di sussistenza dal lavoro dei miei figli, Riccardo e Gianna. Mio marito ottenne una pensione sociale gli ultimi tre anni. Mio marito aveva un carattere patriarcale. Voleva bene ai propri figli dei quali era molto geloso. Mia figlia Elisabetta ha avuto un’infanzia sana. Non ha sofferto di alcuna grave malattia ad eccezione di quelle comuni (orecchioni, morbillo, tonsille…). Rimase suggestionata, al pare di tutti i componenti la famiglia, a seguito del male che portò alla tomba il padre.”
Riguardo le frequentazioni di Elisabetta il fratello Riccardo il 3 settembre fece mettere a verbale: “Per quanto io ne sappia non aveva impegni di fidanzamento ad eccezione di qualche amicizia maschile acquisita all’Università, più per motivi di studio che per altro.”
Angela F. e Ornella T. sono le due amiche di Elisabetta sentite dai militari dell’arma il 2 settembre 1982. Ornella T. fece mettere a verbale: “Sono stata amica e compagna di scuola di Elisabetta sin dalle medie e fino al termine del liceo. Questi ultimi due anni, sebbene frequentassimo scuole diverse, occasionalmente ci incontravamo o ci si sentiva per telefono. Elisabetta era di carattere molto chiusa, a dire introversa. Era molto attaccata alla madre e ai suoi fratelli.  Sin dal Liceo, sebbene si fosse iscritta all’università, era particolarmente orientata verso il lavoro. Aveva esplicato lavori saltuari quale baby-sitter ed incarichi vari. Non mi risulta che Elisabetta fosse mai stata fidanzata o che avesse un ragazzo, né che abbia avuto qualche relazione sentimentale. Escludo che facesse uso di sostanze stupefacenti.” Del medesimo tenore le dichiarazioni di Angela F.: “Ho conosciuto Elisabetta Ciabani all’inizio del 1980. Eravamo iscritte al primo anno di architettura presso l’università di Firenze. Con Elisabetta intrattenevamo una normale amicizia, ci telefonavamo e qualche volta uscivamo insieme. Abbiamo sostenuto degli esami assieme. A scuola era molto brava. Approfondiva e si impegnava molto nello studio. Era una ragazza molto timida. Prima di aprirsi o colloquiare con il prossimo ci pensava due e volte e comunque si apriva con pochi. Usciva di casa saltuariamente e la domenica si faceva anche qualche passeggiata. Si rientrava presto in casa. Confermo che Elisabetta, per quanto io ne sappia, non ha mai avuto né aveva fidanzati o amicizie maschili.”

16 marzo 1983
Il Giudice istruttore dr Emanuele Di Quattro su richiesta del P.M., dr Augusto Vecchio, emise decreto di non doversi promuovere azione penale per la configurazione suicidiaria dell’evento mortale, motivando: “le indagini non hanno acquisito alcun elemento per sostenere che Ciabani Elisabetta sia stata uccisa e, pertanto, deve ritenersi che la stessa si sia suicidata. Invero, l'ipotesi del suicidio, anche se apparentemente strana, è l'unica alla quale si possa pervenire, essendo tutte le altre, ed in particolare quella dell'omicidio, privo di sostegno.”
3 maggio 1989
A seguito di successive indagini di P.G., rapportate in data 04 maggio 1987, il Procuratore della Repubblica dr Francesco Bua, ordina una nuova perizia medico legale collegiale.
“La relazione di perizia sugli atti relativi alla morte di Elisabetta Ciabani” viene presentata il 5 luglio 1989 dai professori Mauro Maurri e Franco Marini dell’Istituto di medicina legale dell’Università di Firenze e riporta: “Quanto infine all'ipotesi suicidiaria od omicidiaria il Collegio peritale propende per la prima, per l'assenza di ferite o di altre lesioni traumatiche da difesa, per la presenza di ferite da assaggio alla parete addominale, nonché per la presenza di macchie di sangue sulla superficie superiore della suola delle ciabatte, con completa assenza di esse sulla inferiore, (a dimostrazione che non vi fu calpestio sul pavimento imbrattato).”
10 ottobre 1989
Il procuratore della Repubblica dr Francesco Bua, tenendo conto delle nuove indagini, i cui risultati concordano sostanzialmente con quelli precedentemente acquisiti ed escludono la responsabilità di terzi nella morte di Elisabetta Ciabani, richiese al giudice istruttore di pronunciare decreto di non doversi promuovere l’azione penale.
E con questo atto si conclude ogni accertamento volto a chiarire cosa accadde in quella mattina del 22 agosto 1982.

domenica 15 febbraio 2009

Mirko Rubbino

Figlio di Milva Malatesta e Francesco Rubbino. Nacque a Certaldo il 30 agosto 1990. Il 20 agosto 1993 fu trovato morto carbonizzato, in una scarpata a Poneta di Barberino Val D'Elsa. Per il delitto, fu indagato e processato il padre, Francesco, che venne assolto per non aver commesso il fatto.

martedì 3 febbraio 2009

Milva Malatesta

Figlia di Maria Antonietta Sperduto e Renato Malatesta. A 17 anni conobbe Vincenzo Limongi con cui ebbe un figlio che venne dato in affidamento ai genitori di lui. Nel 1988 si trasferì nella piccola frazione di Pino, nel comune di Certaldo e si sposò con il muratore palermitano, Francesco Rubbino. Il 30 agosto 1990 le nacque il figlio Mirko. La coppia litigava frequentemente e Milva Malatesta sporse, contro il marito, più denunce per maltrattamenti e percosse, che condussero ad una separazione nel luglio del 1993.
Nella notte tra il 19 ed il 20 agosto 1993 fu uccisa e bruciata con il figlio Mirko di 3 anni. Fu trovata carbonizzata, all'interno della sua Fiat Panda (FI F08335) in una scarpata a Poneta di Barberino Val D'Elsa. Nei pressi dell'auto fu trovata una tanica di plastica sporca di sangue, sul cui manico, furono rilevate delle impronte digitali. Le indagini si orientarono sul marito, Francesco Rubbino, che venne arrestato, processato e assolto nel 1995, per non aver commesso il fatto.
Dalle dichiarazioni di Gabriella Ghiribelli risultò essere stata l'amante di Salvatore Indovino.
Giuseppe Sgangarella riferì, al capo della squadra mobile, Michele Giuttari, che Francesco Vinci e Pietro Pacciani, assieme a Mario Vanni erano soliti vedersi presso una casa colonica per sedute spiritiche a cui partecipava la moglie di un certo Rubbino.
Giovanni Calamosca, sentito sempre da Giuttari, disse che alla fine degli anni '70, inizi '80, Francesco Vinci si era innamorato di una prostituta per cui avrebbe lasciato anche la famiglia. Riconobbe la prostituta in Milva Malatesta.

giovedì 29 gennaio 2009

Renato Malatesta

Bracciante agricolo, marito di Maria Antonietta Sperduto da cui ebbe i figli: Luciano, Laura e Milva. Negli anni '70 avevano abitato a Sambuca si erano poi trasferiti a San Casciano negli anni '80. Gabriella Ghiribelli dichiarò che era un suo cliente abituale e fece verbalizzare: "sembrava un uomo disperato ed era sempre pieno di lividi e botte". Lorenzo Nesi raccontò al PM, Paolo Canessa, che Mario Vanni gli confidò che Renato Malatesta dormiva con un falcetto nascosto sotto il cuscino poichè temeva d'ssere ucciso nel sonno. Il 24 dicembre 1980 fu trovato impiccato nella stalla dell'abitazione in Via Chiantigiana, da Antonio Andriaccio, che dichiarò: "Vidi che pendeva dalla trave, aveva i piedi un poco sollevati da terra. Lì vicino c' era una panca. Ci sarà montato sopra per poi buttarsi sotto". La figlia, Laura, raccontò ai carabinieri di San Casciano d'aver visto più volte Pietro Pacciani picchiare il padre minacciandolo: "T'impiccherò, t' ammazzo, ti ritroverò da solo". La moglie e il figlio di Malatesta, Luciano, confermarono. Il 19 luglio 2007 fu disposta dalla Procura della Repubblica, nelle persone di Paolo Canessa e Alessandro Crini, la riesumazione del cadavere ed il 24 luglio all'istituto di medicina legale di Careggi i medici legali, Aurelio Bonelli e Gianaristide Norelli, con il tossicologo forense, Francesco Mari, effettuarono l'autopsia sul corpo mummificato, di Renato Malatesta. Lo ioide, l'osso che si trova presso la laringe, risultò integro ed una frattura al naso confermarono le perplessità circa il suicidio. Dell'omicidio furono indagati Antonio Andriaccio e Filipponeri Toscano. 

mercoledì 28 gennaio 2009

Paolo Riggio e Graziella Benedetti

Sabato 21 gennaio 1984 furono uccisi da 5 colpi calibro 22, mentre si trovavano all'interno di una 132 a Sant'Alassio (Lucca) vicino al fiume Serchio. L'assassino aveva sparato dal finestrino anteriore destro uccidendo i due fidanzati, aveva quindi rovistato nella borsa di Graziella prelevandone il borsellino. I bossoli, calibro 22, trovati sul luogo del delitto avevano impresso sul fondello la lettera "L" (Lapua) e la perizia balistica stabilì che le impronte sui bossoli non erano quelle della Beretta che aveva firmato i duplici omicidi nella periferia fiorentina. Rif.1 - La leggenda del Vampa pag.203 Secondo l'avvocato Nino Filastò anche questo omicidio è da attribuire al cosiddetto "mostro di Firenze" (Storia delle merende infami pag.424).

martedì 20 gennaio 2009

Giuseppina Bassi

 
Giuseppina Bassi, detta Pinuccia, originaria di Rovigo, si era trasferita a Firenze nei primi anni sessanta. Fu trovata strangolata il 27 luglio 1984 da Umberto Cirri, un amico, distesa a terra nella camera da letto, completamente nuda, con le gambe divaricate ed un echimosi sul collo. Ex indossatrice, da alcuni anni aveva iniziato a prostituirsi presso la garconniere in via Benedetta, 2, nel centro storico fiorentino.
L'autopsia fu eseguita dai medici legali Mario Graev e Mauro Maurri.
Come per Giuliana Monciatti, Anna Milvia Mattei, Luisa Meoni e Clelia Cuscito non furono trafugati nè oggetti nè denaro.

domenica 18 gennaio 2009

Clelia Cuscito

 
Prostituta, ex infermiera, il 14 dicembre 1983 fu trovata morta nella sua abitazione in via G.P. Orsini, 64 a Firenze, dal fratello Bruno.. Il cadavere fu rinvenuto nella camera da letto con le gambe divaricate, indossava una maglia che era stata sollevata fino alle spalle ed un paio di scaldamuscoli. Era stata torturata con un'arma da taglio che aveva provocato ferite al collo e al ventre ed infine era stata soffocata con il filo del telefono. Nel pugno del cadavere fu trovato un ciuffo di capelli "strappati e non caduti di colorito castano tagliati recentemente all'apice, abbastanza robusti, con bulbo sottile, allungato e circondato da numerose fibre" appartenenti ad una persona con gruppo sanguigno di tipo B. La perizia rivela: "Hanno i caratteri morfologici indicativi di un loro brusco distacco dal cuoio capelluto ed è pertanto possibile che si siano trovati nella mano della vittima perchè strappati dalla capigliatura dell'aggressore in un ipotetico e disperato tentativo di difesa". Tutti i reperti furono distrutti e non fu possibile compararli successivamente con eventuali indagati. Dalle testimonianze rilasciate da Lorenzo Nesi emerse che Mario Vanni aveva frequentato la prostituta.

sabato 10 gennaio 2009

Luisa Meoni

 
Il 13 ottobre 1984 fu trovata morta nel suo appartamento in Via della Chiesa 42 a Firenze da Adriana Semplicini, che si occupava delle pulizie nell'appartamento. La Meoni era originaria di Lastra a Signa, dove era nata il 15 giugno 1938. Il cadavere indossava tutti gli indumenti (mutande, collant, gonna maglioncino), era disteso a terra supino e giaceva nella camera da letto; le braccia erano legate sul corpo mediante una giacca di lana. L'assassino l'aveva soffocata spingendole un batuffolo di cotone nella bocca e nel naso. Non furono trovate tracce di violenza sessuale. Come per Giuliana Monciatti, Anna Milvia Mattei, Giuseppina Bassi, e Clelia Cuscito non risultarono trafugati nè oggeti nè denaro. Tra i vari oggetti repertati fu rinvenuta una ricevuta fiscale emessa il 21 ottobre 1982 dalla ditta «P.I.C. Pronto Intervento Casa» il cui legale rappresentante risultò essere Salvatore Vinci, che fu sospettato dell'omicidio. Il delitto rimase irrisolto.

Rif.1 - Rapporto giudiziario relativo all'omicidio in pregiudizio di Meoni Luisa del 31 ottobre 1984

sabato 3 gennaio 2009

Giuliana Monciatti

 
Prostituta, un passato da ballerina, viveva con la madre, Olga, e la zia in Via dell'Anconella, 46 a Firenze. L'11 febbraio 1982, a 41 anni, fu uccisa in un pied a terre, in Via del Moro, 27 a Firenze, con numerose coltellate al seno, all'inguine, al collo. Fu trovata distesa sul pavimento della camera da letto, da Roberta, un'amica con cui divideva il pied a terre.
Indossava un maglione ed un paio di pantaloni abbassati e lacerati sul davanti lasciando scoperte la regione pubica, quella ipogastrica e la radice delle cosce. Il professor Maurri, che eseguì l'autopsia, escluse collegamenti con gli omicidi del "mostro di Firenze". L' assassino aveva simulato un furto prelevando la borsetta della vittima, ma in un cassetto erano state trovate alcune banconote.

domenica 28 dicembre 2008

Elisabetta Ciabani

Studiava architettura a Firenze. Aveva 22 anni quando il 22 agosto 1982, fu trovata morta nella lavanderia della Baia Saracena, un villaggio turistico a Scicli, in provincia di Ragusa. Il corpo, completamente nudo, fu trovato con un coltello conficcato nella regione mammellare sinistra. Il cadavere presentava altre ferite intorno all'ombelico ed un taglio di 12 centimetri che giungeva fino al pube. Non furono rilevate nè tracce di violenza nè di colluttazione. Il caso fu archiviato come suicidio.
Rif.1 - Corriere della Sera - 22 marco 1996 pag.13
Rif.2 - Il mostro pag.251

Anna Milvia Mattei

Prostituta, alcolizzata e invalida civile. Convivente di Fabio Vinci, figlio di Francesco. Il 29 maggio 1994 fu trovata strangolata nell'edificio a tre piani, di San Mauro a Signa di proprieta' dell' Istituto autonomo case popolari, in cui abitava. Vedova, madre di Simone e Roberto, entrambi in carcere per droga. Con lei abitava anche un'altra prostituta, Marinella Tudori, che rientrata a casa aveva scoperto il cadavere dell'amica disteso sul letto, con addosso solo una maglietta ed un foulard attorno al collo. L'assassino aveva dato fuoco al materasso su cui era adagiata la vittima. Ai piedi del letto un gatto morto. Dell'omicidio fu imputato Giuseppe Sgangarella, amico di Francesco Vinci ed anche di Pietro Pacciani.
Rif.1 - Corriere della sera - 30 maggio 1994 pag.13