martedì 14 settembre 2010

Lorenzo Nesi - Deposizione del 4 aprile 2003 - Prima parte

Il 4 aprile 2003, Lorenzo Nesi fu ascoltato dal capo della squadra mobile Michele Giuttari.
Segue il verbale di quel colloquio.
Lorenzo Nesi: Voglio dirvi che quando ho letto, negli ultimi tempi sulla stampa delle messe nere e cose del genere, io l'avevo detto che c'era di mezzo un mago, un santone nella vicenda dei delitti del Mostro di Firenze. E queste mie dichiarazioni, se non ricordo male, sono state anche verbalizzate in un occasione di una mia audizione da parte del Dr. Vigna, del Dr. Canessa e del Dr. Perugini. Ricordo bene che io feci riferimento a questa figura del mago, dicendo che in un occasione lo avevo addirittura visto nell'abitazione di una prostituta, tale Gina M., dove mi ero recato per prendere il Vanni. Ricordo che quando entrai nella stanza della prostituta, per  vedere se c'era ancora Vanni, notai un uomo con la testa grande, un pò rapato, che indossava un mantello nero e nella stanza vi era una luce rossa alla finestra, proprio dove si trovava la persona.
Come fa a collegare questo uomo alla vicenda dei delitti?
L.N.: Ne parlai con Vanni, quel giorno stesso, quando lo andai a prendere ad un bar lì vicino e lui non si meravigliò di quella presenza. Mi diede l'impressione che per lui fosse un fatto normale, ma non mi spiegò nulla. Non so spiegare perché, ma in qualche modo mi venne di pensare, successivamente, che quell'uomo con il mantello potesse in qualche modo avere a che vedere con i delitti.  Quest'uomo, che io vidi seduto davanti alla finestra e di profilo era un uomo di mole grossa, maturo - certamente non si trattava di un ragazzo - e quando si accorse che io aprii la porta e guardai dentro la stanza, ebbe un gesto di stizza. Per i pochi attimi che ebbi modo di vederlo, non riuscii a memorizzare altri particolari, anche perché nella stanza non vi era una buona illuminazione essendoci solamente una lampada che diffondeva una luce rossa.
E' a conoscenza di qualche altro dettaglio riconducibile alle Messe Nere?
L.N.: Nulla di particolare, anche perché con Vanni non affrontammo mai questo argomento, e poi ad un certo punto la nostra frequentazione si diradò perché andai ad abitare a Tavarnelle. Ricordo però, e questo in passato lo ho anche dichiarato, che un giorno mentre ero nel furgone con Vanni, questi tirò fuori un barattolino che conteneva al suo interno dei peli di pube da donna, così come mi spiegò lo stesso Vanni, dicendomi "SONO PELI DI FICA!''. Mi venne subito di chiedergli cosa dovesse farne, ma mi rispose evasivamente. Io pensai comunque che glieli avesse dati qualche prostituta per scopi che non mi sono stati riferiti e che io quindi non posso conoscere.
Ha frequentato anche lei il bar di San Casciano frequentati da Vanni?
L.N.: Certamente li ho frequentati, insieme a Vanni ed insieme ad altri, avendo fatto la vita di paese.
Può dirci se fra i frequentatori dei bar che conosceva Vanni e che si intrattenevano anche con lo stesso, vi erano anche degli orefici?L.N.: Gli orefici che frequentavano il bar di Vanni erano un certo ...omissis... ed un certo ...omissis... Di questi due solo il ...omissis... l'ho visto intrattenersi con il Vanni a parlare.
 A questo punto l'Ufficio mostra al signor Nesi un album fotografico, contrassegnato con il numero 1/2003, chiedendo di indicare se conosce qualcuna delle persone ivi effigiate ed in particolare se le ha notate a San Casciano.
 Si da atto che man mano che sfoglia l'album il Nesi dichiara:
 "La persona raffigurata nella foto nr.2 (Francesco Narducci n.d.r) l'ho vista sicuramente a San Casciano. Ne sono proprio certo e credo che abitasse in una villa o comunque una casa colonica grossa, che si trovava sulla strada che da San Casciano va verso Cerbaia, e precisamente vicino alla chiesa di San Martino. Non era sicuramente una persona del posto e mi sembra di ricordare di averla vista insieme al farmacista di San Casciano che si chiama Francesco Calamandrei. Su quest'ultimo punto non sono proprio certo, ma ribadisco con la massima certezza che questa persona raffigurata nella foto 2 l'ho vista a San Casciano. Questo è proprio fuori discussione e non per un giorno, ma l'ho visto più volte".
Spontaneamente chiede: "Era un po gay?''
Perché questa domanda?
L.N.: Ricordo che correva voce che fosse gay. Questa persona sono sicuro di averla vista con un tipo un po strano, di nazionalità straniera, ma non so dirvi di dove. Dico strano perché era proprio un omone che vestiva in maniera un po stravagante ed ho ricordo che avesse una camminatura  tipico da gay. Questo omone credo che avesse un auto grossa, ma non so dirvi se fosse una Jaguar o un Mercedes. Mi viene adesso in mente una persona che dai miei ricordi mi sembra che frequentasse sia l'omone di cui ho parlato, sia la persona contrassegnata nella foto nr.2. Si tratta di un pittore che sposò la sorella di Francesco Calamandrei. Mi viene anche in mente che forse  l'omone faceva il pittore o lo scultore, un'attività comunque astratta.
Sa dove abitava la persona che lei ha definito "Omone"?
L.N.: Anche l'omone abitava nella zona in cui ho dichiarato abitava la persona raffigurata nella  foto nr. 2. Voglio dirvi che se dovessi vedere la foto di questo omone sarei in grado di riconoscerlo anche se da tantissimi anni non lo vedo.
Domanda: In che epoca lei ebbe modo di vedere a San Casciano la persona raffigurata nella foto nr.2 e l'altra definita "Omone''?
L.N.: Ad occhio e croce si tratta di anni ricompresi in un arco di tempo che va dal 1975 al 1982.  Voglio comunque precisare che si tratta di persone che si facevano vedere di tanto in tanto a San Casciano, nel senso che non erano persone fisse, ma che sparivano anche per dieci quindici giomi o  forse anche di più. Spontaneamente aggiunge: "Era un giro altolocato, capisce dottore? A volte  erano in compagnia di qualche donna, ma non del posto e anche queste si presentavano piuttosto  eccentriche".
  Si da atto che il signor Nesi riprende a sfogliare l'album fotografico e dichiara:  "La persona raffigurata nella foto nr. 3 (Francesco Narducci n.d.r) rassomiglia alla precedente ma la persona di cui vi ho  parlato è proprio quella della foto nr. 2. La persona riprodotta nella foto nr.4 la riconosco anche ed  è la stessa riprodotta nella foto nr. 2, anche se mi sembra un po più giovane. La persona raffigurata  nella foto nr.7 (Gianni Spagnoli n.d.r) l'ho vista a San Casciano ma non so dirvi chi sia . La persona raffigurata nella foto nr. 8 (Luciano C. n.d.r) è quello della villa che si trova verso Mercatale, nella zona delle Corti e che vedevo talvolta in banca o in piazza. La persona raffigurata nella foto nr. 9 (Roberto Corsini n.d.r.), mi dice qualcosa ma non riesco a focalizzarla bene. Dovrei vedere qualche altra foto se ce l'avete. Potrebbe trattarsi di una persona vista insieme alla persona della foto nr. 2.  La persona raffigurata nella foto nr. 10 è l'orefice ...omissis... L'omone di cui ho parlato prima aveva un po la sembianza del viso di questo ...omissis... ma la testa era più tonda ed era più massiccio. La persona raffigurata nella foto nr. 23 (Cesare Zucconi n.d.r.) è l'ostetrico Zucconi. La persona raffigurata nella foto nr. 30 (Francesco Verdino n.d.r.) mi dice qualcosa ma non riesco a focalizzarla. La persona raffigurata nella foto nr. 33 (Francesco Vinci n.d.r.) è il Vinci ma io lo conosco solo dal giornale. La donna della foto nr. 37 (Aimonetta C. n.d.r.), credo di averla vista a San Casciano , ma non sono sicuro. La donna della foto nr. 42 (Gabriella Ghiribelli n.d.r.) mi dice qualcosa.
L'Ufficio fa presente al signor Nesi che le foto nr. 34 e 35 rappresentano Calamandrei Francesco, farmacista di San Casciano e cioè la persona che ha dichiarato di conoscere. Il Nesi risponde: " Io Calamandrei Francesco lo conosco ma di lui ho il ricordo di un giovanottino ben curato, tutto perbenino ed elegante, mentre nelle foto che mi sono state fatte vedere mi sembra un'altra persona, anche se devo dire che, avendo appreso adesso il nome, in effetti vi è una forte rassomiglianza. Chiedo di poter rivedere le foto abbinandole adesso ai nomi che mi avete fatto per vedere se mi dicono qualcosa di più. L'omone comunque in queste foto non c'è''.
 L'Ufficio da atto che viene mostrato nuovamente l'album fotografico al signor Nesi. Il signor Nesi dichiara:
 "Apprendendo che anche la persona riprodotta nella foto nr. 1 è la stessa delle foto nr.  2, 3 e 4, in  effetti vi è la rassomiglianza specie degli occhi, ma io questa persona la conobbi come è raffigurata nella foto nr. 2 e nella foto nr. 4. Il nome di Narducci Francesco non mi dice nulla. La persona  della foto nr. 7 che mi dite chiamarsi Spagnoli Gianni mi dice qualcosa anche nel nome, ma non riesco a focalizzarlo bene. Il nome di Corsini Roberto, che è la persona della foto nr. 9 non mi  dice nulla. La persona della foto nr. 11 che mi dite chiamarsi Sertoli Achille, nella foto non mi  dice   nulla,   contrariamente   al   nome.   Dico   questo   perché   ho conosciuto   tanti   anni   fa   il   dottor  Sertoli Achille, dermatologo, che aveva uno studio a Firenze in via della Scala e veniva anche a  San   Casciano, per visite, non so se presso la farmacia Parrini o presso la farmacia Calamandrei.
Segue... 
Rif.1 - Sentenza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze contro Francesco Calamandrei del 21 maggio 2008

lunedì 13 settembre 2010

Giuseppe Fazzina

Dal 27 ottobre 1993 al 21 marzo 1994 era stato rinchiuso nel carcere di Sollicciano in una cella adiacente a quella di Pietro Pacciani. Agli inquirenti il 28 febbraio 1997 raccontò: "una sera il Pacciani, convinto della mia prossima scarcerazione, disse testualmente: sei disposto a fare un lavoretto per me? Aggiunse inoltre: perchè quello non è riuscito a fare niente, ti pago bene (...) mi chiese testualmente, a proposito del discorso fattomi la sera precedente: Ammazzeresti una coppia per me? Ti do cinquanta milioni (...) Rimanemmo d'accordo quindi che, una volta uscito io dovevo mandargli una lettera in cui gli dicevo che ero il siciliano e gli indicavo un recapito di un bar, l'utenza telefonica dello stesso e l'orario in cui sarei stato rintracciabile a quell'utenza. A quel punto il Pacciani mi avrebbe fatto sapere il luogo dove avrei trovato la coppia da uccidere, fornendomi anche una pistola calibro 22 e i milioni pattuiti (...) Gli feci osservare inoltre che la pistola che mi avrebbe fornito sicuramente era arrugginita o inutilizzabile, ma lo stesso mi disse che la pistola era ben conservata e oliata, nascosta in un luogo vicino a casa sua. Mi disse inoltre di portare un coltello in quanto, oltre ad uccidere la coppia, avrei dovuto anche effettuare sui corpi dei tagli di cui mi avrebbe spiegato successivamente. E infine, una settimana dopo il nostro accordo, ricordandomi sempre quello che avevamo pattuito, mi disse espressamente: Quel postino lo devo schiacciare". Nell'udienza dell'11 novembre 1997 ritrattò quanto dichiarato.

sabato 11 settembre 2010

Udienza del 21 maggio 1999 - 3

Quella che segue è una sintesi dell'udienza del 21 maggio 1999 relativa al Processo d'appello per i delitti del "mostro di Firenze" davanti alla prima sezione della Corte d'Assise d'Appello di Firenze.

Segue dalla parte 2 del 21 maggio 1999
Avvocato Bagattini: L'identikit. L'identikit per molto tempo, insieme al possesso della 131 che abbiamo visto essere avvenuta due anni dopo rispetto al 1985, è stato considerato un formidabile riscontro a determinate dichiarazioni indizianti che non sappiamo, abbiamo visto quali fossero, non voglio scendere nelle sensazioni soggettive, taluno potrà considerare che quell'identikit possa assomigliare per certe caratteristiche all'effige del Faggi e altri no ma ciò che conta è il dato che immediatamente offre il processo. Le persone che fecero sì che l'identikit potesse essere redatto, Parisi e Tozzini, non lo riconoscono, notano delle somiglianze ma di fronte all'effige del Faggi non lo riconoscono e allora cosa conta? Cosa vale basarsi sulla soggettiva sensazione di somiglianza o non somiglianza quando le persone che videro l'uomo a bordo di quell'auto affermano di non riconoscere Giovanni Faggi? Anche qui ometto le letture perchè sono assolutamente note queste circostanze e farebbero nient'altro che far perdere tempo. Si diceva delle auto, fin'ora l'indagine, assolutamente importante per la posizione del Faggi, così come del resto e ne abbiamo avuto prova anche in questa riapertura di dibattimento nei confronti degli altri imputati, l'uomo era alla guida di un auto rossa, di un auto sicuramente rossa, sicuramente sportiva, c'è qualche dubbio sul tipo, sulla marca ma francamente non interessa e allora lo ricordava lo stesso consigliere relatore che non poteva che essere così, prima le indagini, il dibattimento e poi ha dato direi una prova positiva che Faggi nella sua esistenza, nella sua carriera automobilistica, mai ha posseduto nè auto sportive nè auto rosse e sotto questo profilo mi sembra che la sentenza sia stata anche ingenerosa nei confronti del lavoro svolto da parte della difesa perchè se è vero che abbiamo portato alcuni testimoni che facevano parte dell'entourage familiare del Faggi, che non poteva essere così, le figlie, così come il genero, quel Fazzini meccanico che ha curato in molte circostanze i passaggi di proprietà delle auto del Faggi, che hanno confermato che costui mai ebbe un auto ne rossa nè sportiva. E' altrettanto vero che vi è un Pisi Ennio, mai rammentato dalla sentenza di primo grado, che pure assolve il Faggi, persona estranea, vicino di casa, ma d'altro canto se si porta un testimone che debba riferire in ordine alle auto non si può che portare qualcuno che quantomeno stia vicino di casa perchè se si porta una persona che non lo conosce evidentemente si fa un lavoro totalmente vuoto. Ebbene, costui, Pisi Ennio, sentito lungamente a dibattimento, che abitava di fronte alla casa di Faggi, le cui finestre davano sul cortile sul quale affacciava poi il garage del Faggi, ha ribadito con toni assolutamente convincenti, che costui mai ebbe a possedere una auto grossa, ovvero una auto sportiva ma come accennavo il dibattimento ha consentito di dare una prova in più e ciò a dire che laddove si è data la prova del non possesso, della non disponibilità di un auto rossa e sportiva si è dato altresì la prova che in quel periodo ottobre/novembre 1981, Faggi avesse un'altra auto assolutamente incompatibile con quelle caratteristiche sportive, ovvero rossa e quel teste Felli, citato in relazione al famigerato viaggio in abruzzo, il quale, in relazione al viaggio, a questo punto interessa poco stabilire se fu a ottobre, se fu a novembre ma certamente nel 1981, riferisce che in quel periodo aveva una Opel Record, se non ricordo male, 2300, giallina diesel. Quindi la pur fervente attività d'indagine non ha consentito di appurare neppure sotto il profilo del semplice sospetto della semplice possibilità che Faggi avesse mai posseduto un auto con quelle caratteristiche ed è curioso rilevare cha a proposito di auto, laddove per Faggi si è verificata questa eccezionale situazione e cioè non verifica del possesso di queste auto, per quello che riguarda altri imputati le auto si sono cercate e le si sono trovate. Laddove determinati protagonisti di questo procedimento hanno per esempio attribuito ad un Pacciani una Fiesta bianchina, la Fiesta bianchina è stata trovata, una 128 bordeaux è stata trovata, un 124 celestino è stato trovato, l'auto rossa e sportiva al Faggi non è stata trovata perchè egli mai ebbe il possesso o la disponibilità di una auto di questo genere. Il discorso può proseguire, vi assicuro che è sostanzialmente alla fine,,signori giudici, ma anche seguendo il discorso nebuloso che francamente non sappiamo quale completamente sia del Lotti noi che cosa avremmo dovuto avere? Avremmo dovuto avere una teoria di due auto, un auto che comanda il gruppo guidato dal Faggi che conduce l'auto guidata verosimilmente dal Paccia con a bordo il Lotti che conduce questa seconda auto alla casa del Faggi perchè lì potessero lavarsi le mani. E' un dato anche questo, assolutamente inequivoco e certo del processo che una teoria di questo genere, una sequenza di due auto, una che segue l'altra non si riscontra, perchè gli attentissimi testi Parisi e Tozzini, tanto attenti da consentire la formulazuione e la esecuzione di quell'identikit, parlano di un'unica auto e allora se il racconto di Lotti è nel senso valorizzato dagli originari atti d'impulso processuale nei confronti del Faggi, c'è qualcosa che non torna, c'è qualche cosa ancora una volta, singolarmente distonico e diverso rispetto per esempio a quello che riferiscono i coniugi Caini, difensori di Vanni sbalordiranno questo dato, comunque sia i coniugi Caini, così come la signora Mariagrazia Frigo vedono due auto per l'appunto, una che comanda il gruppo, l'altra che segue e a maggior ragione avrebbe dovuto esserci due auto, una dietro l'altra, uno che segue l'altra in relazione a Calenzano se fosse stato vero che la prima doveva condurre la seconda in una determinata direzione, evidentemente non conosciuta, scarsamente conosciuta, da parte degli occupanti della seconda. Ma questo tipo di argomentare ci porta a ritenere, ai limiti della follia, anche la scelta del percorso; abbiamo visto che l'auto non è quella del Faggi, l'autista non è il Faggi, sicuramente nulla c'entra con ciò che in qualche modo deve aver detto o può aver detto il Lotti perchè non c'è la seconda auto; il percorso prescelto e cioè nell'ottica raffinata che doveva essere di questi autori di reati efferatissimi che sono rimasti comunque impuniti, non scoperti e non individuati nel corso di un quarto di secolo, come qualche collega che mi ha preceduto ha ricordato, sono così stolti e ingenui che si recherebbero a casa del Faggi, che come il maresciallo Salvini ricordava e come voi potrete apprezzare dalla planimetria della cittadina di Calenzano che è in atti, si trova a circa 50 metri da una casa del popolo, sostanzialmente in pieno centro abitato di Calenzano e, meraviglia delle meraviglie, a non più di qualche decina di metri dalla caserma dei carabinieri, per non dire poi della ulteriore sciocchezza che costoro avrebbero dovuto commettere per la circostanza di non allontanarsi immediatamente dal luogo di esecuzione, come si conviene a un singolo autore a un gruppo di persone che in maniera così raffinata avevano preparato ed eseguito i reati. Un'ultima considerazione, signori giudici, è quella che come ricordava Sigfrido Fenies indusse il Pubblico Ministero a cambiare, modificare le sue conclusioni nel giudizio di primo grado, peraltro in maniera assolutamente incoerente, perchè la coerenza avrebbe dovuto appunto richiedere che nell'atto di appello si facesse riferimento a quello che il Pubblico Ministero chiamò un alibi non soltanto mancato ma addirittura falso e a questo proposito, meglio di quanto potrebbe fare questo difensore, io credo che sia opportuno riportarsi integralmente a quanto recita la sentenza a pag. 217. D'altra parte se il Faggi avesse voluto con quella annotazione crearsi davvero un alibi, non solo lo avrebbe dichiarato subito in maniera chiara e precisa ed abbiamo visto invece che egli mai fece presente una cosa di questo genere, neppure ai suoi difensori che lo vennero a sapere quasi alla fine del dibattimento, ma avrebbe anche fatto in modo che l'annotazione sull'agenda corrispondesse alle sue dichiarazioni e comprendesse quindi anche la notte del delitto, invece per il giorno 22 ottobre risulta addirittura annotato il "ritorno da Celano", segno evidente che la predetta annotazione non era in relazione al duplice omicidio, tanto più che non garantiva lontananza da Calenzano per quella notte, stante la durata del viaggio, via autostrada al massimo di 4 ore, non vi è stato quindi alcun alibi o falso alibi da parte del Faggi non essendo la predetta annotazione, per i giorni 21 e 22 ottobre, in collegamento logico col duplice omicidio. Se si considera inoltre che prive di qualsiasi significato malizioso deve essere attrivuito al fatto che questa agenda fu ritrovata nello studio del Faggi, piuttosto che nella cantina, perchè nello studio del Faggi vi erano altre 4/5 o 6  agende, così come al fatto che costui avesse una doppia agenda per il 1981, perchè le agende sono tutte sequestrate e se volete le potrete rivedere, sono doppie almeno per il 50/60% degli anni, allora io ritengo che in questa situazione e chiarito una volta per tutte che la "bella girata a Travalle" non c'entra assolutamente nulla visto che fu fatta non in prossimità del giorno e dell'epoca dell'omicidio ma nel lunedì di pasquetta del 1981, io credo che il panorama indiziario a carico del Faggi sia totalmente coerente sicchè la sentenza di primo grado meriti di essere assolutamente confermata. Vi ringrazio.
Presidente: Grazie a lei.

venerdì 10 settembre 2010

Lettera anonima con identikit

Il 12 novembre 1985 giunsero presso le redazioni dei quotidiani La Nazione, La Città ed Il Paese Sera, tre lettere anonime con il seguente testo:

"Firenze 11/9/1985
COMUNICAZIONE
Nei pomeriggio di domenica 8 settembre 1985 verso le ore 19, mi trovavo con mia moglie nei pressi della località che poi risultò essere quella del duplice omicidio. Ritornavamo da una passeggiata e nel nel rincasare passammo con la nostra auto da San Casciano, scendendo da Spedaletto lungo la strada di S. Andrea. Mi sono portato sullo spiazzo dello Scopeto. Abbiamo visto la tenda sullo spiazzo e la Golf bianca, senza pere notare che era straniera. Ho fermato l’auto e lo visto queste cose:
A circa 2 metri dall’auto Golf bianca c’era un uomo alto vestito con un giubbotto da cacciatore di tela verde scuro, senza maniche, che guardava verso la tenda. Lo vedevo bene di profilo. Ho pensato che fosse l’occupante dell'auto bianca. Non era così. Infatti, quando ci ha sentiti, si è voltato di scatto e l'ho visto bene in faccia. Si è affrettato verso dei cespugli di fronte e non lo abbiamo più visto. Ho detto a mia moglie: Quello è un guardone di certo. Hai visto che faccia? Andiamocene. Ebbene, quell’uomo poteva essere l’assassino che era venuto per controllare gli occupanti della tenda.
Fornisco i particolari, che ricordo perfettamente: alto circa 1,80, di circa 45—50 anni, leggermente curvo sulle spalle, di complessione robusta, con un naso direi aquilino, sopracciglia folte, capelli corti sul castano. L’espressione del volto e i lineamenti mi hanno colpito. Ho cercato d farne un disegno di profilo, che accludo, ed è proprio somigliante all’uomo che abbiamo visto. Aggiungo che ha gli avambracci abbastanza robusti e mi è sembrato un pò pesante nei fianchi. Si è però mosso con rapidità quando è sparito nei cespugli. Lo sguardo era come di persona sorpresa che non voleva farsi vedere. Spero che questi elementi possano essere di aiuto alle indagini. Non firmo questa mia dichiarazione per ragioni comprensibili di prudenza (almeno per me) ma assicuro che quanto da me scritto risponde a verità. Del disegno ho fatto tre fotocopie che fanno risultare meglio i lineamenti. Non deve far meraviglia lo schizzo del profilo da me fatto che è somigliantissimo, in quanto sono disegnatore e pittore anche di ritratti."

mercoledì 8 settembre 2010

Giuseppe Pordoli

Il 10 settembre 1985, dopo il duplice omicidio di Scopeti,  si presentò spontaneamente ai carabinieri di San Casciano in Val di Pesa dove dichiarò:"Per circa una settimana, ovvero dal 2 corrente fino a giovedì 5, ho notato, sul luogo dove sono stati uccisi i due giovani, una tenda, le cui dimensioni mi sfuggono, e due autovetture di colore bianco, una più chiara e l'altra più scura ... per circa 15 giorni, prima del duplice omicidio, ho notato poco lontano dal luogo in questione una motocicletta dal colore non unito. Ricordo che era a strisce multicolori come giallo verde o bianco. Non ho notato la targa; solo la sigla FI. Accanto ho notato sempre una persona che si aggirava nei paraggi. Poteva avere l'età di 40 anni circa, corporatura robusta, alto 1,75 circa, capelli castano chiaro e radi di taglio normale. Tutte le sere faccio ritorno da Firenze con la mia autovettura percorrendo la via degli Scopeti. Questo avviene sempre verso le 17 circa. In tali occasioni, come precisato, da circa 15-20 giorni a questa parte ho notato la persona e la motocicletta suddetta. Penso che la motocicletta possa essere di media cilindrata (...)".
Nel libro di Polidoro è nominato come Giuseppe Pardoli.

lunedì 6 settembre 2010

Antonio Colletti

Ex colonnello comandante del Nucleo Operativo dei Carabinieri di Perugia. Il 5 maggio 2002 riferì agli inquirenti: "Comandavo all'epoca il Nucleo di Polizia Giudiziaria dei Carabinieri di Perugia, alle dirette dipendenze del Procuratore Generale di Perugia e gerarchicamente dal Comandante della Legione CC di perugia. Ricordo che qualcuno nel corso delle indagini mi indicò il professor Francesco Narducci come il capo di un gruppo di persone coinvolte nella vicenda del cd. "mostro di Firenze". Non ricordo se mi venne detto che era proprio il "capo" oppure colui che materialmente eseguiva le mutilazioni. La cosa mi fu detta a licello di diceria popolare... ...sicuramente la notizia mi fu data da una persona che io conoscevo come fonte confidenziale perchè all'epoca avevo a disposizione una buona rete di informatori. Potrebbe essere stato anche un militare dipendente o non dipendente a darmi la notizia che comunque mi sembrò degna di essere verificata ed approfondita tanto che interessai, mi sembra, il maresciallo Maglionico."
Rif 1 - La strana morte del dr.Narducci pag.56

sabato 4 settembre 2010

Udienza del 21 maggio 1999 - 2

Quella che segue è una sintesi dell'udienza del 21 maggio 1999 relativa al Processo d'appello per i delitti del "mostro di Firenze" davanti alla prima sezione della Corte d'Assise d'Appello di Firenze.

Segue dalla parte 1 del 21 maggio 1999
Presidente: Grazie a lei. prego avvocato.
Avvocato Bagattini: La ringrazio signor presidente, brevissime considerazioni anche da parte mia in favore del signor Giovanni Faggi, brevissima assoluramente sintetiche come richiede l'epilogo di questa fase processuale che ha visto sia il pubblico come i privati accusatori chiedere sostanzialmente l'assoluzione di Giovanni Faggi. In questo processo non poteva che essere così, molto si è discusso in ordine alla interpretazione dell'ormai noto, credo anche per i giudici popolari, articolo 192 terzo comma e cioè l'interpretazione, l'applicazione della disciplina della cosiddetta chiamata in correità. In relazione alla posizione di Giovanni Faggi e in modo particolare in relazione all'episodio codiddetto Calenzano, questa problematica si pone alla vostra attenzione con un duplice profilo di specificità: il primo profilo è quello relativo alla circostanza che non si tratti di una chiamata in correità bensì di una chiamatà in reità per l'ottima e semplice ragione che in relazione a Calenzano il Lotti si tira fuori e allora se dobbiamo far riferimento agli insegnamenti della suprema corte, la suprema corte a questo proposito, mi riferisco ad una su tante sentenze, Cassazione sesta sezione 31.1.96, che non sto a leggere, richiama, in relazione alla chiamata in reità, la necesità di un controllo se possibile ancora più scrupoloso, ancora più penetrante delle dichiarazioni del dichiarante, per la ragione appunto che egli si tira fuori, ma come accennavo, il problema di Calenzano è anche relativo, non tanto e soltanto, alla intrinseca attendibilità ed esistenza di riscontri, quanto alla individuazione stessa della dichiarazione di base indiziante e ciò dico sulla base di affermazioni dello stesso Lotti rese nei momenti che richiamava e ricordava il collega Fenies, maturi, delle sue dichiarazioni e cioè l'incidente probatorio e il dibattimento, nel quale a proposito delle affermazioni da costui rese nel corso delle indagini preliminari testualmente fa ammenda di non ricordare. Quando egli viene sentito al dibattimento e quando faticosamente il Pubblico Ministero tira fuori al Lotti le dichiarazioni indizianti rese durante le indagini contro il Giovanni Faggi alla fine di questo faticoso lavoro da parte del Pubblico Ministero:
-non è sicuro di questo discorso?
-mha io non sono sicuro...
L'affermazione, come dicevo, è ribadita a dibattimento allorquando, su sullecitazione di questa difesa, si chiede a Lotti se fosse o meno sicuro della narrazione che egli avrebbe avuto, non si capisce bene, se da Vanni, da Pacciani, quando, in quale occasione, da tutte e due, sia da l'uno che dall'altro ma "non sono tanto sicuro" e allora signori giudici si conferma l'assunto dal quale questa difesa pochi istanti fa partiva, non si tratta tanto e soltanto di valutare l'attendibilità intrinseca del Lotti, sulla quale già le parti si sono confrontate, quanto di stabilire quale sia la dichiarazione dalla quale muove il Lotti nei confronti del Faggi. Quando poi si passa alla fase successiva a cioè quella della verifica dei riscontri, a questa dichiarazione che non sappiamo effettivamente quale sia, perchè il Lotti non ricorda, è necessario anche qui fare appello e riferimento ad una giurisprudenza che lo stesso professor Voena ha citato, che è quella relativa alla chiamata in correità/reità derelato, perchè l'ulteriore particolarità dell'episodio, sia di Scopeti che di Calenzano è che laddove il Lotti in relazione agli altri omicidi aveva riferito cose da costui viste, riferisce cose sentite dire e allora è vero che esiste questa giurisprudenza, non soltanto della Corte di Assise di Catania, ma anche della Corte Suprema di Cassazione, 12.3.1998, ne ometto la lettura, la quale induce nel giudice di merito la necessità di una ulteriore, ancora se possibile, più approfondito esame dei riscontri che debbano essere necessariamente individualizzati e dicevo partendo da questa doverosa premessa allorquando si vanno ad analizzare i cosiddetti riscontri ci si rende immediatamente conto che questi sono di natura assolutamente neutra, ovvero si risolvono in elementi di fatto e quindi indizianti a favore dello stesso imputato.

venerdì 3 settembre 2010

Ennio De Pace

In Storia delle merende infami è erroneamente riportato come Di Pace. Pensionato di origini pugliesi, residente a Firenze. Il 5 marzo 1996, dopo la scarcerazione di Pietro Pacciani, sentì l'esigenza di dichiarare quanto visto all'alba di un mattino del settembre 1985. Raccontò al capo della squadra mobile, Michele Giuttari, di aver incontrato Pietro Pacciani mentre cercava funghi e di averlo visto provenire dalla piazzola dove era avvenuto il duplice omicidio, con fare furtivo aveva attraversato il sentiero per poi scomparire nel folto della vegetazione. Aggiunse d'aver notato che il Pacciani teneva il braccio destro aderente al fianco, come ad occultare qualcosa sotto la giacca.

giovedì 2 settembre 2010

Ezio Pestelli


Titolare di un negozio di generi alimentari a San Casciano. Gabriella Ghiribelli apprese da Ezio Pestelli e da altri di San Casciano che l'abitazione del mago Indovino era frequentata da ingenui e sprovveduti a cui il mago leggeva le carte, preparava filtri d'amore e propiziava buoni auspici. L'8 febbraio del 1996 interrogato dagli inquirenti riferì: "Mi viene chiesto chi frequentasse l’abitazione di Indovino. Ricordo Sebastiano, che è il fratello, Luciano di Prato con la convivente Grazia, tale Adelindo, che mi risulta deceduto, il Lotti Giancarlo, quest’ultimo non gradito all’Indovino per come questi mi diceva. Frequentavano quella abitazione anche alcune donne da me viste e che non conoscevo e delle quali, quindi, non sono in grado di fornire particolari. L’Indovino spesso ospitava nella propria abitazione ragazze sbandate che rimorchiava la sera a Firenze, non so però dove di preciso. Queste ragazze si fermavano per alcuni giorni dall’Indovino e prima di partire da Faltignano, si fermavano nella mia bottega a prendere un cappuccino con l’Indovino. Li vedevo poi andar via ma non so dove andassero, le avrò viste tre/quattro volte."
Rif.1 - Compagni di sangue pag.55
Rif.2 - Sentenza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze contro Francesco Calamandrei del 21 maggio 2008

mercoledì 1 settembre 2010

La verità non è un mostro di Douglas Preston

Nell'aprile del 2006, il settimanale Left/Avvenimenti pubblicò il testo che segue di Douglas Preston.
"Ho incontrato per la prima volta Mario Spezi nel 2000, poco dopo il mio arrivo a Firenze dove stavo facendo ricerche per un romanzo ambientato proprio in quella zona. Un amico mi aveva consigliato di consultarlo come esperto che conosceva a fondo le inchieste e il modo di lavorare della polizia e dei carabinieri.
Non dimenticherò mai il nostro primo incontro al Caffè Ricchi in piazza Santo Spirito. Spezi mi raccontò la storia del mostro di Firenze e, come scrittore, ci ho visto subito una storia valida per un romanzo, una delle più straordinarie negli annali del crimine. Così Mario Spezi e io decidemmo di scriverla. Il libro, Dolci colline di sangue, edito da Sonzogno, (la casa editrice che pubblica i miei romanzi in Italia), è uscito lo scorso 19 aprile.
È un’indagine sul caso del mostro di Firenze condotta in modo diverso, per certi versi opposto, da quella dei Gides e del pubblico ministero di Perugia. Nel testo riportiamo moltissime prove specifiche sulla cosiddetta “pista sarda”, chiusa quindici anni fa dal giudice Mario Rotella assai prematuramente. Nel libro dimostriamo che la famigerata Beretta calibro 22 rimase all’interno dello stretto gruppo di sospettati per l’omicidio del clan del 1968: il duplice omicidio per il quale Stefano Mele fu dichiarato colpevole. Noi crediamo che il mostro di Firenze debba essere scovato in questo gruppo. Ma quando l’inchiesta sulla pista sarda fu chiusa, l’ordine sbarrò la strada a ogni altra indagine su quel gruppo di sospettati.
Così l’indagine sul mostro andò in tutte le direzioni eccetto che in quella corretta. Dolci colline di sangue presenta gli avvenimenti, i fatti verificati, con relazioni di esperti, dettagli precisi sui processi, le indagini e le prove. I fatti sono stati ricontrollati più di una volta con la massima attenzione e il manoscritto è passato sotto le fitte maglie degli avvocati della Rcs libri. Non abbiamo tirato conclusioni come il sergente Friday nel serial televisivo Dragnet in cui si annunciava: «Solo i fatti, signori».
La nostra controindagine non segue quella condotta dal pm Giuliano Mignini e dal superpoliziotto Michele Giuttari, che cerca di trovare colpevoli nelle sette sataniche e mandanti nascosti. L’inchiesta condotta dal personale del Gides è basata sulla colpevolezza di Pacciani e dei compagni di merende. Nel libro noi mostriamo, con prove inconfutabili e testimonianze, che Pacciani era innocente e che gli altri due compagni, entrambi giudicati oligofrenici, sono stati condannati ingiustamente (la vicenda delle false confessioni è ben nota). Ma la nostra controindagine sembra abbia dato fastidio a certe persone di potere. Lo scorso 14 febbraio sono venuto in Italia, in vacanza, con mia moglie e i miei figli.
Ho incontrato Spezi il giorno dopo, il 15 febbraio, e mi ha dato una notizia interessante: durante il periodo degli omicidi del mostro di Firenze, e anche in seguito, alcuni componenti della pista sarda s’incontravano nei terreni intorno a una grande villa vicino Firenze. Alcuni mesi fa un informatore disse a Spezi che aveva visto sei scatole di metallo chiuse a lucchetto, due fucili, una mitraglietta e una Beretta calibro 22.
Sei scatole di ferro. Sei donne vittime. Una Beretta calibro 22. Era perfino troppo lineare per essere vero. Allora ho chiesto a Spezi che intendeva fare. Mi disse che non era pazzo e che avrebbe riferito la notizia alla polizia. Volli vedere la villa che era aperta al pubblico per la vendita di vino e olio. Andammo là con un amico di Spezi, un ex poliziotto che era titolare di una ditta di vigilanza privata e che è il terzo testimone di ciò che accadde alla villa.
Pioveva quando arrivammo là. Una donna si affacciò alla finestra e ci disse che la vendita era chiusa durante l’orario di pranzo. Facemmo una piccola passeggiata lungo il viale che porta alla villa e poi ritornammo alla macchina. Restammo non più di dieci minuti. Un giorno o due dopo Spezi riferì l’informazione alla polizia. La mattina del 22 febbraio, mentre stavo per uscire per prendere un caffè, il mio telefono cellulare squillò. Un uomo, in italiano, mi disse che era un poliziotto e che aveva bisogno di vedermi immediatamente. No, non era uno scherzo e non poteva dirmi la ragione dell’incontro, ma era «obbligatorio» che io lo raggiungessi. Scelsi il posto più affollato possibile: piazza della Signoria, la grande piazza di Firenze, dominata da Palazzo Vecchio. Là, a poche centinaia di metri da dove fu bruciato Savonarola, incontrai due poliziotti del Gides in borghese, l’ispettore Castelli e l’assistente Arena. Mi portarono in Palazzo Vecchio e, nel magnifico cortile rinascimentale, circondato dagli affreschi del Vasari, mi comunicarono un mandato di comparizione: dovevo presentarmi al giudice Mignini per essere interrogato.
Andai dal giudice il giorno dopo, con noi c’erano due poliziotti. Mignini mi spiegò che avevo diritto a un interprete ma che per trovarne uno ci sarebbero volute ore durante le quali io sarei stato trattenuto, mentre riteneva ottima la mia conoscenza della lingua italiana. Chiesi se avevo bisogno di un avvocato e Mignini rispose che, nonostante fosse un mio diritto, non era necessario poiché si trattava solo di poche domande di routine. Ma le domande, poi, non furono di routine. L’interrogatorio andò avanti senza soste per due ore e alla fine il giudice Mignini mi accusò di falsa testimonianza e di false dichiarazioni. Durante l’interrogatorio Mignini accusò Spezi e me di seminare o tentare di seminare prove false alla villa nel tentativo di incastrare un innocente accusandolo di essere il mostro di Firenze e di depistare le indagini indirizzandole alla pista sarda. Il tutto per deviare i sospetti da Spezi. Mignini annunciò che le indagini sarebbero state sospese per permettermi di lasciare l’Italia, ma che sarebbero state riaperte quando l’indagine di Spezi si fosse conclusa.
La segretaria stampò la trascrizione dell’interrogatorio. Le due ore e mezzo erano state redatte in due pagine di domande e risposte che io corressi e firmai. E alla richiesta di averne una copia mi fu risposto che erano «secretate».
Mentre me ne andavo, Mignini disse: «Se decide di parlare, dottor Preston, noi siamo qui».
Tornato in America, quando ho raccontato questa storia, si sono scatenate furiose polemiche. Il Boston Globe, uno dei quotidiani più stimati nel paese, ha pubblicato un articolo in prima pagina, lo stesso ha fatto il Washington post e sono comparsi articoli in decine di altri giornali. La rete televisiva Abc e l’Associated press hanno dato ampio spazio alla notizia, con riprese da tantissimi altri giornali, grandi e piccoli.
Susan Collins, la senatrice del Maine, lo Stato dove vivo, ha contattato il dipartimento di Stato per aprire un’inchiesta sulle ragioni dell’ingiustificato comportamento da parte delle autorità nei miei confronti. Ho ricevuto una chiamata dal dipartimento di Stato che mi ha consigliato amichevolmente di non tornare in Italia: «Quanto è successo è molto strano, non possiamo prevedere ciò che potrebbero farle». È stato informato anche l’ufficio del senatore del Massachusetts, Edward Kennedy. Ma ciò che è accaduto a me non è stato niente. Spezi stava per subire la più sorprendente prova di abuso di potere giudiziario.
Venerdì 7 aprile Spezi è stato arrestato. Attirato fuori dal suo appartamento con falsi pretesti, è stato poi messo in custodia cautelare dalla polizia per ordine del Gides. Testimoni dicono che la polizia ha rifiutato di mostrargli il mandato di arresto. È stato portato via in fretta, e a spintoni, fino alla sede centrale del Gides e poi trasferito nel carcere di Perugia . Ho letto sui quotidiani italiani le accuse contro di lui: «calunnia», «turbativa di un servizio pubblico» e «tentativo di depistare le indagini sul caso del mostro di Firenze». In altre parole, Spezi è stato accusato del reato di essere un giornalista.
Ma l’accusa conclusiva è ben più grave: complicità in un omicidio avvenuto ventuno anni fa. Spezi è stato essenzialmente accusato di essere un componente della setta satanica, uno dei mandanti degli omicidi del mostro. Chiunque conosca il giornalista sa che questa è una storia completamente infondata e assurda. Per quanto riguarda l’accusa di seminare false prove, qualche cinico potrebbe dire: «Tutti i giornalisti fanno questo tipo di azioni». Scusatemi, non tutti i giornalisti, anzi pochi e non certo Spezi che è uno dei più grandi giornalisti italiani e un uomo di alti principi morali e etici. Lo so perché sono suo amico e inoltre io ero con lui alla villa e sono certo che Spezi non falsificò le prove.
Ma il più scioccante abuso contro di lui è avvenuto il giorno dell’arresto. Il giudice Giuliano Mignini ha ottenuto una speciale dispensa per un provvedimento che di solito si applica contro i mafiosi o i peggiori terroristi: agli avvocati di Spezi è stato negato il diritto di accesso. Anche in questo caso la risposta in America, Inghilterra e Francia è stata molto forte. Pen international a Londra, il comitato di tutela dei giornalisti a New York e Giornalisti senza frontiere in Francia si sono tutti interessati al caso di Spezi e hanno aperto un’indagine internazionale riguardo al trattamento che ha subìto sia dal Gides, sia dal pubblico ministero di Perugia, sia dal Gip Marina De Robertis.
Molte persone mi hanno fatto la stessa domanda: come è potuto accadere in un paese civile come l’Italia? Come può accadere un fatto del genere nella terra che ha dato i natali a Dante, al Rinascimento, a Galileo e a Giuseppe Verdi? Come può accadere che un giornalista venga trattato come un terrorista e gli venga negato il diritto di parlare con i suoi avvocati? Da parte mia ho risposto: «Perché siete così meravigliati? Il nostro paese, l’America, sta facendo la stessa cosa nella prigione di Guantanamo. Non è una prerogativa tutta italiana».
La verità e la trasparenza sono i più efficaci antidoti contro gli abusi di potere. Il nostro libro, Dolci colline di sangue, racconta la verità sul caso del mostro di Firenze, quella che abbiamo potuto accertare. Spero che gli italiani lo leggano, li prego di farlo, di considerare i fatti e di giudicarlo per i suoi reali meriti. Questo è tutto ciò che chiediamo. Mario e io non abbiamo alcun potere; noi non abbiamo nessun superpoliziotto che diriga una squadra di detective, non abbiamo nessun giudice, magistrato e pubblico ministero a nostra completa disposizione. Noi siamo solo due giornalisti. Ma abbiamo una cosa in più degli altri: si chiama verità."
Rif.1 - Left/Avvenimenti - Aprile 2006