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martedì 3 maggio 2016

Processo contro Mario Vanni +3 - Udienza del 19 marzo 1998 - Quinta parte

Segue dalla quarta parte

Avvocato Filastò: Va be', insomma, su questo il Pubblico Ministero non replica, non risponde. Ma sembra implicita la risposta: le domande durante le indagini preliminari le faccio io. Di che si immischia il difensore? Eh, il difensore, certo, non è che voglia immischiarsi, insegnare nulla a nessuno, per carità di Dio. Ma il difensore osserva che le indagini preliminari si fanno anche per : determinare i termini dell'accusa, per ampliarli anche, eventualmente. La quale accusa, una volta circoscritta, può succedere che il Giudice, com'è avvenuto qui, dica: qui si parla solo di quello che c'è nel capo d'imputazione com’è avvenuto, qui. E, allora, quel segmento di verità – segmento cospicuo perché sono due morti ammazzati, almeno due, salvo gli altri di prima — o meglio l'accertamento, il tentativo di arrivare alla verità intorno ad un fatto che diventa, a questo punto, eh, abbiamo preso gli "amici di merende"? Benissimo. A questo plinto, tutto si dovrebbe dipanare, no? Tutto si dovrebbe spiegare, dall'arma, del perché era la stessa, del.... E anche di tutti i delitti. E invece questo segmento, a questo punto, con questo fermo che viene messo, questo sbarramento, non soltanto nelle impostazioni dell'accusa, ma anche nelle indagini, come denota questo mancato impegno indagatorio nei confronti di Lotti, su questo punto si ferma, si blocca, si ferma lì e nulla... non c'è niente da fare. E può succedere che un imputato muoia, com'è avvenuto con Pacciani. E allora non si recupera più: quella cosa. E quei due poverini, la signorina Carmela Di Nuccio e il signor Giovanni Foggi non Faggi giustizia... o negativa o positiva, eh, perché'- è anche giustizia dire: 'no, abbiamo sbagliato, si è preso una strada sbagliata, andiamo da un'altra parte, non ce l'avranno più. E quindi io mi chiedo, mi sono chiesto, ho criticato e continuo a criticare dicendo che capisco a quale logica corrisponda a quale perfezionismo indagatorio è collegata questa unica domanda a Lotti, sul delitto a danno di questi due poveri ragazzi di queste due vittime i cui nomi non sarebbero neppure risuonati in quest'aula se non ci fosse stata l'iniziativa di chi vi parla. L'iniziativa per lo meno di ricordarli ma non ricordarli soltanto per, così, chinare un attimo il capo e pensare a questi poveri ragazzi uccisi, ma per dire che siamo di fronte ad una indagine che, all'origine, è una indagine artificiosamente mutilata, mettiamola così, che non dà nessuna garanzia ed attendibilità. Perché tutte queste cose, informazioni, che io vi ho dato rispetto a queste omissioni, a questi fenomeni negativi, chiaramente negativi, macroscopicamente negativi sfido chiunque a dire che sia così, - non c'è equivalente che io sappia: gravemente negativi - sono tutte cose che vanno ad incidere sulla prova, nel senso che, in qualche modo, accrescono una determinata tesi e ne allontanano un' altra. Ne allontanano un'altra, allontanano l'accertamento, allontanano la verità, per dirla con una parola semplice. E andiamo avanti a replicare al Pubblico Ministero. Dice il Pubblico Ministero che non servono le citazioni di maestri. Avrebbe anche ragione. A me ogni tanto piace prendere una boccata d'aria, quando parlo un po' a lungo, ogni tanto mi piace 1 tirar su la. testa e così respirare l'aria, così, di un ricordo letterario... Ma al Pubblico Ministero così non piace, ne prenderò atto. Continuerò a fare esattamente come ho sempre fatto. Però io devo dire che a lui non piacciono i maestri né grandi né piccoli, tant'è che considera errore il lavoro serio, lo studio di nove esperti, compreso un inquirente, il dottor Perugini. Il quale sarebbe andato a studiare- a Quantico a perfezionarsi e ad esaminare un determinato tipo di ricerca, a far che, a perder… E qui, capite, non sono io che bacchetto, è il Pubblico Ministero che bacchetta. Tutti quanti, eh: 'avete commesso un errore, ci avete portato su una strada sbagliata’ quante volte ve l'ha detto? 'Se noi abbiamo tardato' - eh si, un po' di ritardo in effetti c'è stato, perché 30 anni sono tantini, effettivamente 'a portarvi i risultati, è perché siamo stati fuorviati da questi signori qui: sono venuti a dirci che quello era uno solo. Allora noi, poveretti, si cercava quello solo e non ci eravamo accorti del gruppo, del...'. Quindi, a bacchettare siamo in due. E qui le bacchettate, fra l'altro, secondo me, vanno in una direzione che non va mica tanto bene. Queste qui sono persone serie, lo studio l'hanno fatto, quelle valutazioni le hanno fatte a ragion veduta, lavorandoci sopra, studiando, vedendo tutti i fatti, mettendosi insieme, mettendo insieme le loro informazioni, i loro dati, la loro scienza con quella dei medici legali. E non si può liquidare tutta questa gente così, con questa sufficienza. Va bene. Io — andiamo avanti a replicare — io non ho indicato che qualcuno non era al corrente di certi termini, come ha detto il Pubblico Ministero nella sua replica, ovviamente riferendosi all'uso o abuso del termine "perversione". Ho detto che il concetto, non il termine, il concetto, non il significante, il significato di perversione sessuale è una cosa ben diversa da quello che sembrerebbe avere inteso il Pubblico Ministero. Il quale la intende nella sua accezione più volgare. In salotto si dice: 'già, quello là è un perverso'. Dice: 'perverso perché?', 'Eh, sapesse icché gli fa alla moglie!’ Capito? É così che sì... 
P.M.: (voce fuori microfono)
Avvocato Filastò: Eh? 
P.M.: (voce fuori microfono)
Avvocato Filastò: E invece no. Non è mica così che si usa questo termine e che è stato usato dai periti, dagli esperti della materia per indicare una connotazione che è talmente chiara in questi delitti, che è a livello di evidenza assoluta. Quindi, insomma, il Pubblico Ministero considera perverso l'uso del vibratore. Non è tale, assolutamente. Considera, perverso il rapporto diciamo così, contro natura — lasciamo perdere, c'è una signora; anzi, molte signore, il rapporto, forse, anche perversione il rapporto omosessuale. Ma nemmeno per idea, non ci mancherebbe altro! Quando il processo e soprattutto i fatti, le uccisioni, con quelle escissioni, l'aggressore della coppia - come vi ha già detto il collega Mazzeo — indicano una cosa ben diversa. Cioè, quello che la disciplina psicosessuale indica col termine proprio di "perversione". E di una perversione speciale, particolare, eccezionale, straordinaria, diversa, rispetto a quelle che normalmente si ravvisano in delitti sessuali di questo tipo. Quindi non è questione di terminologia, è questione di significato, d'idea, di principi scientifici. Ma non è solamente questo. É questione di piegare, è questione di sforbiciare la tessera del puzzle. Vedete, in fondo questa inchiesta, questa indagine, le conclusioni del Pubblico Ministero, tutto questo processo, a me mi ha suggerito l'idea di un puzzle fatto di varie tessere pescate da una scatola e da un'altra che proprio non stanno insieme, insomma... E allora, a un certo punto, qualcuno prende le forbicine: zac, zac! taglia nel punto giusto e le mette insieme. E mette insieme quello, mette... C'è quella cosa lì che non torna? zac, zac!, un altro colpetto di forbici e si mette la tessera lì. Poi quell'altro... Questa proprio non ci sta, si butta via. Sai cosa si fa? Si butta via, si leva dai piedi e siamo a posto. Questa... Va be', si può fare anche così, ma quello che viene poi alla fine proprio non si capisce più nulla, eh. Il disegno, il disegno, quello che dovrebbe comparire: la casetta, no, con Biancaneve da una parte, i sette nani da quell'altra, la stradina, il ruscello... no, non c'è più niente di tutto questo. É venuto fuori uno sgorbio in cui non si capisce se è un cavallo, se è una zebra, se è un prato, se è un torrente. Allora, dicevo che questo uso del termine "perversione" applicato al signor Vanni in questo modo, a me mi dà proprio l'idea della sforbiciata alla tessera, no, per farlo mettere... Siccome qui, insomma, bene o male questi qua a far queste cose, tanto normali"non dovevano essere... Salvo poi, da questo punto di vista, nella discussione, nella requisitoria finale, il Pubblico Ministero, addirittura arrivare a quella espressione che, secondo me, dovrebbe essere in quest'aula scolpita, ecco, là, a grandi caratteri, su quel paravento: "Un gruppo di persone normali di campagna, campagnoli". Ma che... va be', bene. É così che la pensa? I campagnoli di San Casciano che sono lì a bere da Nello o alla Cantinetta, la sera. Giocano a carte, parlano, discorrono, bevono a quell'oddio, come si dice. E poi a un certo punto, dice: 'senti, si va a fare un lavoretto?', 'A fare il lavoretto? ', il solito lavoretto, magari. Ma come si fa a - io dico proprio sommessamente, ho deciso di non scaldarmi - a svilire fino a questo punto la fragilità di questa situazione? Come si fa a svilire questi delitti che sono una cosa atroce, terribile, che esprimono poi tutta l'atrocità di chi li ha commessi? Questo buio, questa nebbia, questa tenebra che ha invaso questa persona, chissà quando, chissà in che modo, chissà con quale input, con quale imprimato l'ha trasformata in questo animale orrendo che va in giro la notte, che si rode perché vede gli altri far l'amore e lui non lo può fare! Che si angoscia per questo, che è invidioso, acremente invidioso degli altri, al punto che si arma, va, studia, uccide, taglia, porta via, esibisce quei poveri cadaveri in quel modo. Come si fa a far diventare tutto questo "il gruppo campagnolo delle persone normali della campagna toscana"? Come si fa, come si fa!? Come si fa a confondere un Mario Vanni che va dalla prostituta, magari anziana, tipo la Sperduto, perché costa poco, perché siamo li, perché ci si degrada anche, vero. Garcia Lorca dice: "Non alzo la voce contro i solitari dei casini che bevono con disgusto l'acqua della prostituzione." E certamente quest'acqua della prostituzione Vanni la beveva con disgusto. E non era il solo. Sa con chi era in compagnia, lei Vanni? Con Nicolò Machiavelli, lo sa? Sa che Nicolò Machiavelli, tanto per fare una citazione, per non smentirmi mai, sa che Nicolò Machiavelli scrive al suo amico Francesco Vettori raccontandogli di una volta che lui, proprio preso dalla foia, perché era là a San » Casciano in esilio, preso dalla foia lo portano da una vecchia. Ma., lui non lo vede che era una vecchia, perché è buio. E lui, dentro a questo antro, fa quello che deve fare. Poi si accende una lucina dentro a questo posto che è una legnaia e vede questa vecchia, orrenda, con i capelli che gli pendon da tutte le parti, con questi seni penzoloni... e lui gli vomita addosso. Nicolò Machiavelli. Ha visto, si può essere in compagnia anche di gente così. E beh. Cioè, questi fatti, queste uccisioni, queste escissioni indicano - in termini certamente più freddi, meno suggestivi - una cosa, ben diversa, cioè quello che la scienza psicosessuale indica con termine proprio di perversione. É una questione proprio in cui, a un certo punto, i periti, questi periti vi hanno detto con tutte le parole, con tutte le informazioni, dati, i distinguo che hanno fatto, però un concetto ve l'hanno chiarito fin dall'inizio. É a questo che io voglio affidare queste parole per forza sintetiche in replica. Hanno detto: "Questi sono delitti con una motivazione sessuale". Non c'è niente da fare, questa è e questa rimane. La motivazione sessuale straordinaria, indicativa di un forte livello di perversione, gravissimo, proprio al'estremo limite, eccezionale, straordinaria. Perché questa persona, proprio, si soddisfa solo facendo, questo. Ci sono i lust-murder che uccidono, poi tentano la penetrazione del cadavere, poi sì masturbano eventualmente... No, questo no. Questo non fa niente di tutto questo. Non ci sono tracce di sperma da nessuna parte. Questo, uccide, uccide, taglia e basta. E quando deve, per tagliare, spogliare il cadavere della ragazza, usa la punta del coltello per portargli via gli abiti. Questo è una cosa dell'alto mondo, questo è straordinario; com'è straordinario, che cosa? La scelta della coppia. La scelta della donna, prima nella situazione di coppia, perché è lì che rivive lui questo astio che ha addosso, perché lui quelle cose non le può fare. Ecco, questo vi hanno detto i periti. Va be', passiamo ad altro. 
Segue...

lunedì 2 maggio 2016

Processo contro Mario Vanni +3 - Udienza del 19 marzo 1998 - Quarta parte

Segue dalla terza parte

Avvocato Filastò: E poi non mi piace, questo Pubblico Ministero sempre dal punto di vista dello stile, perché poi persona, per carità, persona degnissima e simpaticissima, ma dal punto di vista dello stile, sto parlando dello stile processuale dell'impostazione - dal punto di vista dell'autoritarismo. Non solo le indagini sono perfette, approfondite... eccetera, non solo i risultati sono indiscutibili, non criticabili da nessuno, al punto da prendere un certo tono di offesa personale per le critiche. Ma c'è, proprio, un non dei tutto larvato autoritarismo che proprio non mi va giù. Per tutto il dibattimento, le interruzioni, gli interventi ostativi, obiettivamente tendenti a complicare il lavoro altrui — leggi del sottoscritto - a renderlo più difficile. Anche nelle tre fasi della sua discussione il Pubblico Ministero non ha fatto altro che dirvi, implicitamente: 'sono io che ho il mestolo dalla parte del manico, posso fare o non fare quello che è utile alla mia tesi, posso scartare quello che potrebbe contrastare con essa. E quindi, per esempio, consulenza psichiatrica per Lotti e Pucci ma per Vanni no, non serve. Lui si sa che è un perverso, prova ne sia che va in giro dalle prostitute, qualche volta usa il vibratore'. E' una riserva, scusi, perché? Se lei ha sentito il bisogno di approfondire questo aspetto per quanto riguarda la personalità di Lotti, perché non anche nei confronti di Mario Vanni?' E lui dice:" 'perché a me non è utile, se ne occupi la difesa se crede'. Ma come? Istituzionalmente l'ufficio a me risulta che abbia altri compiti, dovrebbe avere altri riguardi, anche per un imputato. 'Perquisizione della casa del Ponte Rotto? non l'abbiamo fatta perché non ci è utile, e non ci è utile perché abbiamo le dichiarazioni di Lotti e siccome Lotti è il Vangelo e lui dice che ha avuto un ruolo solo passivo lo dice lui, no?' Lotti dice: 'io ho avuto un ruolo solo passivo, a me mi portavan là come un cane, al guinzaglio, arrivavano dove stavo, al Ponte Rotto, per l'appunto, Baccaiano, io me ne stavo tranquillamente a casa mia, arrivavano: ‘vieni Lotti si va a fare il lavoretto'. E lui, come il canino, vero, al quale si fa un fischio, subito dietro. Quindi lui, poveraccio, ruolo solo passivo. E quindi a che pro andare a cercare nella casa dove ha abitato per otto-nove anni, per esempio, la calibro 22, visto che lui dice che sparava Pacciani? Una volta però dice: 'ho sparato io'. O magari un proiettile Winchester, H, 1, 2, 3, 4, 5, una serie. Dice: 'macché, ma scherziamo? Ma dove siamo? Ma questa è una casa che non ci stava più da anni'. Che vuol dire? Il proiettile nell'orto di Pacciani… 
P.M.: Ma ci stava. 
Avvocato Filastò: Sì, ma Pubblico Ministero, lei sa benissimo che ci stava, ma siccome stava anche in galera, Pacciani, e c'era stato diversi anni in galera, si ipotizza che il proiettile sia caduto alla moglie mentre... come nella sentenza... vede com'è? Nella sentenza... Quando fa così, proprio... 
P.M.: (voce fuori microfono)
Avvocato Filastò: Nella sentenza di I Grado si dice che l'Angiolina ha scosso i pantaloni e gli è cascato il proiettile, mentre lui magari era in galera chissà quanto tempo prima. Eh. (voce fuori microfono) Però i pantaloni erano di Pacciani.
Avvocato Filastò: Come? 
(voce fuori microfono) I pantaloni l'eran di Pacciani.
Avvocato Filastò: L'eran di Pacciani sì, ma forse il Pacciani non c'era in quel momento lì. Capito? Certo l'eran di Pacciani i pantaloni. E non si può ipotizzare che questo signore, dopo aver vissuto là per tanto tempo, abbia nascosto, magari che so io, dentro un anfratto nel muro, in una buca, mettendoci poi terra, sassi, erba secca, non so io, un pezzo della pistola, un due o tre proiettili Winchester che ha tenuto per ricordo, un feticcio, accidenti a lui! Potrebbe aver messo anche questo no? Come, sì deve scartare all'origine uno che è confesso? 
Presidente: Parli al microfono.
Avvocato Filastò: Si ha ragione, scusi Presidente, ogni tanto mi faccio trascinare brutta abitudine questa, la dovrei smettere. Dovrei guardare solamente la Corte, me lo dico tutte le mattine quando comincio a parlare: non guardare nessun altro che loro. E poi me ne dimentico sempre, anche perché lui ridacchia. 
(voce fuori microfono)
Avvocato Filastò: Dice: 'non l'abbiamo fatta la perquisizione perché, insomma, abbiamo le dichiarazioni di Lotti, insomma, lui ha avuto un ruolo solo passivo, che c'entra andare a cercare nella casa dove ha abitato?' Va bene, non la calibro 22, d'accordo, non l'avete cercato, non era il caso, era difficile che ci fosse — qualche proiettile invece potrebbe esserci stato — ma la documentazione cartacea riguardante le auto? Non potrebbe esserci forse ancora, là, nascosta da qualche parte? Tutta questa ricerca che abbiamo fatto noi, vero, io l'altro giorno mentre si viaggiava in macchina con l'avvocato Mazzeo dicevamo: 'a noi qui ci dovrebbe pagare qualcuno, a noi ci dovrebbe, pagare lo Stato per quello che si sta facendo', si diceva. Non potrebbe esserci stati tagliandi, polizze, quelle polizze che non si sono trovate, eh, capito, che qua la polizza, la polizza dell'assicurazione, qui non è venuta fuori, non c'è stato versi: ne è arrivata una del '96, non ci serve a nulla; e quella del 95? Un posticino dentro a quella immensa casa, perché è grandissima, saranno 150, 200, 250 metri quadri, dove questo poteva tenere delle cose. Ma poi non si sa mai, ci può essere, che so io, un oggetto appartenente a una delle vittime che questo magari si è preso e gli è caduto, l'ha perso, l'ha disperso in quella casa, c'è rima... Questa casa è rimasta, da quando lui se ne è andato - questo è il dato obiettivo — è rimasta abbandonata, non c'è stato più nessuno. Qui arrivano quattro tagliandi, prodotti dall'onnipresente avvocato Bertini, in fase di replica, ma non arriva l'appendice alla polizza dell'assicurazione della 128 che deve esserci per forza da qualche parte. A meno di non ritenere, come vedremo dopo, che il signor Lotti, avendo già pagato due mesi l’assicurazione... 
Avvocato Mazzeo: ( voce fuori-microfono)
Avvocato Filastò: Un mese e mezzo. 
Avvocato Mazzeo: Due mesi e mezzo.
Avvocato Filastò: Due mesi e mezzo di assicurazione, dice: 'no, ' - signorilmente dice — 'io queste cose le abbandono, non me ne importa niente, io ho già pagato per questi due mesi e mezzo; prendo un'altra automobile, la 124, non ci trasferisco lì sopra la mia assicurazione che avevo prima, no, perché, insomma, cosa vuoi che siano queste 30, 40, 50.000 lire in più'. Lui è un signore, il Lotti. É il discorso esattamente inverso rispetto a quello che ipotizzava il collega quando faceva il discorso del... è opposto. Se Lotti è tirchio e non ha soldi, cambia l'assicurazione, la trasferisce come tutti fanno, anche le persone meno attente al danaro, la trasferisce sulla nuova automobile. E quando il difensore dice, sommessamente - non tanto sommessamente, per dire la verità - 'perquisitelo’ - meglio tardi che mai; acquisite ora il suo portadocumenti o quello che caspio è, vediamo se per caso, come ha consegnato quei tagliandi che sono in realtà ricevute, ha conservato anche le polizze e le eventuali appendici di essa. Opposizione vibrata da parte del Pubblico Ministero: 'non serve'. Ma uno poi, dai banco degli avvocati della parte civile, ho sentito anche una voce, che mi pare, tanto per cambiare, di aver riconosciuta come quella dell'avvocato Curandai, il quale ha detto: "ma la privacy”. La privacy... 
Avvocato Curandai: Mi è scappato.
Avvocato Filastò: Eh, ti è scappato. Il mancato esame nelle indagini preliminari, non a dibattimento. Perché uno interroga queste persone durante le indagini preliminari, no? Vedete che queste persone non sanno nulla - non è vero niente, sanno eccome! — e dice: 'beh, non mi servono, al dibattimento non le porto'. No, vorrei fosse chiaro questo. I 15 testimoni 15 — come le 15 ballerine 15, dell'avanspettacolo - di: 'Baccaiano, sono stati ignorati nel corso delle indagini preliminari. Sono rimasti là per aria quei verbalini presi a suo tempo nell'immediatezza e basta. Eh insomma, no, non ci siamo. Non ci siamo proprio. Perché? Ma ve l'ho detto. Almeno nove di queste persone, provenendo dal nord e dal sud in una strada che non ha altri sfoghi in quel punto lì, confluiscono a distanza di minuti sul luogo del delitto, ma minuti, eh. E non sono mica uno. Sono almeno nove. E queste persone, beh, sono state interrogate, hanno fatto determinate dichiarazioni, ma richiamiamole, domandiamoglielo: 'ma scusi, ma è sicuro di non aver visto una macchina rossa scodata sbiadita?' ‘É sicuro di non aver visto una macchina bianca? Vede? Questa è una fotografia di Pacciani, la vede? Questo è Pacciani, gliela mostriamo nell'album fotografico insieme a questi altri. Non ha mica visto, per caso, aggirarsi questo tipo qui a piedi, risalire sulla macchina. Una macchina bianca di questo tipo, l'ha vista?' Quando, a un certo punto, nasce, la ipotesi degli "amici di merende", di questo gruppo che si muove compattamente con almeno due macchine sui luoghi del delitto, come ci dice Lotti, ma come sì fa a non andare ad interrogare queste persone che sono arrivate sul posto nella immediatezza? Che poi, tra l'altro, questo arrivare sul posto nella immediatezza, è un fatto più unico che raro, non è mai successo prima. É capitato in questa occasione perché quella macchina è finita nel fossetto, c'è stata questa concitazione. Allora, a questo punto, questi ragazzi erano intorno, hanno sentito gli spari... Hanno sentito gli spari. Quattro di loro hanno sentito gli spari. Sono arrivati che, non voglio dire, ma insomma, quella canna di pistola era ancora fumante. E invece, dice: 'no, non sono stati sentiti?' 'Di che si lamenta il difensore? Di che si immischia, lui? Che gliene importa?' 'No, non mi servivano, non li ho ascoltati'. Fu una sola domanda su Scandicci a Lotti. Io su quella avrei voluto ricevere una risposta, perché potevo essermi sbagliato. 'Guardi, avvocato, non è vero', perché poi in questo successivo interrogatorio è stata fatta una nuova' domanda. No. L'interrogatorio è quello che vi ho indicato, con quella data, quella affoliazione che c'é. Sono quattro righe di risposta, quattro righe: una, due, tre e quattro, in cui Lotti dice: "No, no, a me di Scandicci non me ne hanno mai parlato, non ne so nulla." Fine. Fine della inutile digressione. O non era quello della progressione, il Lotti? Il Lotti non era quell'imputato il quale dice a rate le cose? O non ha fatto sempre così anche con rispetto agli altri delitti? accrescendo, per dire la verità no, modificando le dichiarazioni - come vi ha spiegato il collega - nel senso sempre di quella toppa che si mette sul buco, quasi sempre, di questo... Ma comunque, uno che è in progress, no? Il Lotti è in progress. E che si fa, non gli sin chiede: 'ma scusi, no, no, l'altra volta ci ha detto che di Scandicci non ne sa nulla. Ma è sicuro? Eh, scusi abbia pazienza, perché guardi, non ci torna mica tanto, eh. Perché se gli hanno parlato di Calenzano, perché non dovrebbero avergli parlato di un delitto avvenuto quattro mesi prima, scusi. Ci pensi bene, sa, perché... Niente. Di Scandicci.'.. -allontanato.- Non allontanato come ipotesi accusatoria, non come Accusa. Allontanato come indagine fin dall'inizio, sostanzialmente; proprio via, fuori dalle scatole, che non ci rompa l'anima il delitto di Scandicci. Perché ci sono cose, lì dentro, che vengono a conflittare con la tesi degli "amici di merende" in maniera grave. E allora, no, no, non stuzzichiamo Lotti non facciamo parlare su questo non abbia caso mai a dire... Ah, sì sì, ma ha parlato anche di quello e ci tocca fare, intervenire anche su quest'altro caso, che ci crea un sacco di complicazioni. Io la vedo così, io. Io la vedo così. E non trovo altra spiegazione. Ditemene un'altra. Ti viene in mente qualche altra cosa a te? 

venerdì 29 aprile 2016

Processo contro Mario Vanni +3 - Udienza del 19 marzo 1998 - Terza parte

Segue dalla seconda parte.

Avvocato Filastò: Di questa ipotesi dell'interesse che potevano avere questi signori a far scarcerare Francesco Vinci, non è emerso assolutamente niente nel processo. Il processo da quel punto di vista là, come dicevo prima, è una specie di rivoletto d'acqua che poi finisce nella sabbia e attenzione a. metterci i. piedi perché, tutto sommato, forse, proprio acqua non è; è qualche cosa di peggio, se si pensa a: Sgangarella e a Calamosca. E quindi, ecco, io non ho fatto un tentativo di ricostruzione di una realtà diversa, me ne sono guardato bene. Ora, anche qui, è stato molto enfatizzato quell'accenno a quella ipotesi che ho fatto. Ne ho parlato per dieci minuti. Ho fatto una ipotesi a titolo esemplificativo per dire: guardate, che alternative ce ne sono, c'è questa, per esempio, a me sembra abbastanza cospicua'. Basta, fine, o finiamola con questa musica, con le giornalate in cui dice: 'eh, ve lo dimostrerò'. Ma chi ha mai detto che dimostrerò una certa cosa, io, ma che scherziamo? Non ho né i mezzi né la voglia, né... ma niente ho per poter fare una cosa di questo genere. Semplicemente sto discutendo un processo, dico: 'guardate c'è questa ipotesi qui, ve la racconto, così, ve la affido alla vostra valutazione'. Su sei giorni un quarto d'ora, dieci minuti, un quarto d'ora, sembra che non abbia detto altro. Anche nella replica del Pubblico Ministero, eh: 'e lui ha detto che potrebbe essere un...'. Quest'altra volta non lo dico, non lo dico più. Quindi, la constatazione finale è una indagine che ho definito tendenziosa, mirata a costruire una certa accusa anche a costo di automutilarsi, e di autoescludere tutto un campo di indagini importante. Quanto poi a quella eccezione che dicevo prima vale a dire, su dieci implicati nei delitti del "mostro”, l'unica eccezione, nel senso che l'unica persona che non tocca il carcere è Giancarlo Lotti e che è osservabile. come straordinaria eccezione, anomala; mi spingerei fino a definirla abnorme, soprattutto se si ha sottocchio la galera fatta dagli altri. Pensate un po', prendiamo lo Spalletti, ma lo Spalletti che cos'è che dice quando viene incarcerato la prima volta, dice: 'io ho visto'. 'Ah, te hai visto? E allora dicci come'. Lui non sa dire le cose: subito in galera. E così tutti gli altri, insomma, no, con vari meccanismi; a uno gli si imputa la falsa testimonianza, a quell'altro maltrattamenti in famiglia, a quell'altro un omicidio, che poi era un suicidio, avvenuto in Sardegna; mah, insomma. Come si fa a non definire strumentale la non carcerazione di Giancarlo Lotti? Su questo sono in buona: compagnia, perché il signor Presidente nel corso dell'ultima udienza del 17 marzo del '98, di fronte ai balbettamenti, ai soliti atteggiamenti, alle domande che si trasformano... alle quali si dovrebbe, dar risposta e che invece si trasformano in domande da rivolgere all'avvocato, insomma, spettacolo insopportabile da parte del Lotti, il Presidente ha detto: 'sa cosa gli sarebbe stato bene a lei, le manette', gli ha detto. L'ha detto, perfettamente d'accordo. Oppure si deve credere al Pubblico Ministero il quale dice che questa non carcerazione di Lotti è un fenomeno amministrativo in cui lui non c'entra nulla, lui come Pubblico Ministero? Io, francamente, ecco, non me ne intendo; l'avvocato Mazzeo questa materia l'ha studiata meglio di me, ma insomma, come? Sarebbe ordinaria amministrazione la galera, oppure no, di un cittadino? Mah, insomma, qualcosa non quadra, eh. Fin dall'origine-, senza che intervenga l'ufficio del Pubblico Ministero almeno in forma consultiva? No, non è così, vero. E qui permettetemi una riflessione, senza voler bacchettare nessuno, per carità, qua nessuno bacchetta nessun altro, si fa semplicemente delle riflessioni sul punto. Ma io mi domando, ma secondo me, l'ufficio del Pubblico Ministero avrebbe dovuto riflettere su questo punto prima di prendere quella decisione, che poi perdura fino a oggi, no, perché con questa disinvoltura nell'uso di uno strumento legislativo come quello della legislazione cosiddetta premiale che riguarda i collaboratori ma se ne rende conto, il Pubblica Ministero, che lo mette in discussione, l'Istituto? Per questo che io, a suo tempo, feci un'osservazione che venne interpretata come una sorta di intimidazione nei confronti della Corte, dissi: 'no, se ne parlerà'. Per forza, eh. Capite, voglio dire, è uno strumento delicatissimo quello là, utilissimo, sono perfettamente d'accordo, ultrautile, necessario. Nella guerra che lo Stato sta combattendo nei confronti della criminalità organizzata è assolutamente indispensabile questo strumento. Ma nel momento che lo si usa in questo modo, in forma strumentale, eh, lo devo dire, rispetto ad una prova che non c'è, eh, diventa antipatica la cosa. Cioè, si dà spazio a tutte quelle persone che lo vogliono ridiscutere, lo vogliono mettere in discussione di nuovo, l'istituto, che vogliono annullarlo. Eh, voglio dire, non è mica una bella cosa, perché se venisse meno quella struttura, quell'Istituto, sarebbe un danno per tutti, anche per voi. Qui bisognava pensarci. Prima di mettere in movimento quel meccanismo per cui Lotti, imputato di reati che, va bene, non hanno, nulla a che vedere con quelle previsioni che sono e che riguardano quel tipo di strumento e di previdenza legislativa... dice: 'no, te stai pure tranquillo, tieni la casa, tieni lo stipendio, vattene al ristorante'. No, non si doveva fare, ecco. Convinto che non si doveva fare. Se lo si applica in questo modo, e a me sembra che... no, cioè ne sono convinto, non che mi sembra, son convinto che sia stato usato per tenere al coperto la prova carente di Lotti, non nel senso di preservarla da possibili attacchi, perché capite, una giustificazione potrebbe essere questa: io, a un certo punto, temo che andando in galera te ti trovi gli amici 'degli "amici di merende” che ti fanno fuori in carcere con la "sferra", che come voi sapete è quell’oggetto ricavabile dal manico di un cucchiaio che diventa appuntito e col guai e si ammazza le persone nella galera. Ma avete percepito qualche cosa, di tutte questo in questo processo? Io l'analisi sul reato associativo, sugli altri misteriosi "amici di merende" che in qualche modo graviterebbero intorno a questo gruppo l'ho fatta. Eh, che devo dire, mi è stato risposto, da parte del dottor Giuttari - vedo che stamattina non c'è, tutto sommato non è che mi dispiaccia molto — e insomma, dico: 'ma allora che è venuto fuori?' 'Non si sa, perché le indagini sono in corso'. Ma non è vero nulla, lo sa benissimo che non hanno... non si può far venire fuori l'inesistente. La verità è questa. E allora, da quali possibili attacchi il signor Lotti andava preservato in questo modo? Ma io ho l'impressione, sono convinto che il signor Lotti è stato in questo modo protetto perché si mantenesse tale: collaboratore d'accusa, senza ripensamenti, senza riserve psicologiche che nascessero dalla constatazione che, insomma, quando si parla in un processo, bisogna sapere quello che si dice, perché poi la cosa può riverberarsi a nostro danno e Sollicciano non è un posto gradevole. Eh, voglio dire, può darsi che si sia pensato al Lotti che va a Sollicciano e che a Sollicciano riflette su una certa situazione, ci ripensa, un po' non vorrei dire si munisce di un difensore, perché il difensore gliel'hanno dato, non lo vorrei dire, anche se questo difensore... C'è una pagina del verbale del dibattimento in cui... Tu mi guardi male? 
Avvocato Mazzeo: No, no, me la sto ricordando anch'io.
Avvocato Filastò: Quale? Quella in cui fa quelle domande a non so quale testimone per sapere se un certo periodo di tempo Lotti aveva un sacco di soldi oppure no, è vero? Ma che vuole fargli? Voleva che gli venissero negate le attenuanti generiche? 
Avvocato Bertini: (voce fuori microfono)
Avvocato Filastò: No, no, c'è, c'è, c'è, c'è a verbale, nel verbale del dibattimento. Insomma... Ma poi lui, questa cosa, il Lotti, che sto dicendo l'ha detta, l'ha detta. Ai consulenti Fornari e Lagazzi, che riferiscono le loro constatazioni, come vi ho chiarito a suo tempo, gliel'ha detta, che se lui va in galera cambia. Perché non si sa in che modo può cambiare, vero? In gergo carcerario, signor Pubblico Ministero, questa si chiama "fibbia". É una fibbia che le ha fatto. "Fibbia" vuol dire "minaccia". E poi se si trasferisce il discorso nei confronti dell'altro interlocutore privilegiatissimo di questo processo, perché Lotti è un privilegiato, lo sa, è consapevole, lo dice, gli sta bene così. Ma insomma tutte quelle cose che ho già detto, ho detto non voglio ripetere nulla, c'è anche Pucci. E il discorso del Pucci è perfettamente identico. Ma anche Pucci. Pucci arriva, dice: 'io ero sul posto', 'a far che scusi?', dice: 'a fare un bisogno', 'Non è vero. Allora che c'è andato a fare?' E Pucci su questo: 'che c'è andato a fare' risponde con quel vecchio proverbio che dice "per compagnia prese moglie un frate". Bisogna credergli? 'Ah, ' — si dice — 'allora se è così andate pure'. Eh, no, non si può, eh. Come minimo, se sei lì per un altro scopo, se, addirittura, come dice Lotti, nel pomeriggio precedente sei andato a spiare quella coppia che poi verrà ammazzata, ma insomma, Pucci, per piacere, anche te accomodati là. E non c'è niente da fare. O per lo meno, s'è proprio visto che sei un oligofrenico cento per cento, invalidità totale, insomma sei — scusi signor Pucci, non c'è’ — ma insomma, lo scemo del villaggio, insomma alla fine per lo meno, voglio dire, imputato sì, eh, di qualcosa, sì, eh. Montelupo sì, ma insomma, a voler essere cattivi, perché si può anche tenere uno agli arresti domiciliari. Insomma, però, dirgli: 'guardi che lei sta raccontando delle cose per cui lei ha questa imputazione', perché è un'imputazione. Su questo, tra l’altro, ci fu nel dibattimento un intervento dell'avvocato Pepi piuttosto puntuale; e aveva ragione, il collega, che ricordo sempre con stima e affetto, non contraccambiato, insomma io, alla fine, da questo punto di vista da questi e da altri punti di vista, ho criticato un'indagine in certe sue scelte essenziali, di fondo, di partenza, che poi sono quelle che contano, capite? Perché quando un'indagine parte così e parte su questo piede sbagliato, c'è da aspettarsi, per l'appunto, quei risultati che abbiamo avuto in questo dibattimento. E l'ho definita tendenziosa a ragion veduta. E se ho rilevato alcune abnormità, deformazioni, deformazioni suggestive, concitazioni, ma dico la verità: l'ho fatto con la morte nel cuore, non divertendomi punto. Non divertendomi punto, come credo non si sia affatto divertito quell’onesto Giudice del processo Pacciani, il quale poi si dimise e paragonò quell'inchiesta al processo secentesco degli untori della Colonna Infame. Ecco, quindi, se poi ogni tanto il tono si è alzato, e va bene, non invettiva; il tono si è alzato per una certa punta di indignazione che è reale, anche rispetto a quei problemi che accennavo prima, più generali, che riguardano l'applicazione di quella legge sulla collaborazione, sui collaboratori, quella normativa premiale. Una certa indignazione reale, sincera, da cittadino; da cittadino anche, non solo come avvocato. E, però, devo dire che se le mie intonazioni non piacciono al Pubblico Ministero, per certi versi siamo pari, perché a me non piacciono le sue. E non da un punto di vista soltanto formale. Troppa freddezza, troppi tatticismi, in un processo che gronda sangue e che vede sedici vittime innocenti e sedici famiglie in lacrime, benché siano passati ben dodici anni dall'ultimo delitto. E quando parlo di tatticismi io lo dico anche in senso sostanziale. Guardate le richieste di pena. Per lui ha chiesto l'ergastolo, e va bene. 21 anni al Lotti. 
(voce fuori microfono)
Avvocato Filastò: Scusa, eh, ora" mi metto a far l'avvocato Crescipena nei confronti... 
Avvocato Bagattini: Avrei voluto dirlo.
Avvocato Filastò: ...del simpaticissimo avvocato Bagattini. 21 anni a Faggi? Tira baralla Lotti, perché lui è collaboratore... insomma, mah. Non sarà che vale quel detto famoso: "poca prova, poca pena"? Beh, io dico, ma si dovrebbe pagare con il minimo edittale delitti di questa atrocità, di questa natura? Mah, voglio dire, insomma, siamo qui in questo Paese, in questa città con tutte quelle tradizioni che ha, anche giuridiche, oppure siamo da un'altra parte? Ci siamo trasferiti, che lo so io, su un'astronave, su qualche asteroide che gira intorno alla terra? 

mercoledì 27 aprile 2016

Processo contro Mario Vanni +3 - Udienza del 19 marzo 1998 - Seconda parte

Segue dalla prima parte

Avvocato Filastò: I professori, tutto sommato, sono innocui, son come gli avvocati difensori. Più in là di qualche votaccio sul registro, alla peggio di qualche bocciatura, non posson fare. I Pubblici Ministeri, l'ufficio del Pubblico Ministero no, invece. E la storia di questa indagine infinita, della non innocuità dei Pubblici Ministeri, porta degli esempi cospicui. Sono state date qui bacchettate, non metaforiche, cioè a dire bacchettate che concretamente erano periodi di detenzione. Beh, in una prima fase al signor Stefano Mele: accidenti, 12 anni di galera. In una seconda fase, al signor Renzo Spalletti: a lui gl'è andata abbastanza bene, solamente 4 mesi. In una terza fase, al signor Francesco Vinci: più di un anno. Il clan dei sardi, la coppia Mele e Mucciarini, Salvatore Vinci. Quarta fase, Pietro Pacciani. Quinta fase, Mario Vanni, Giovanni Faggi. È tutta gente che bacchettate non le ha avute in senso metaforico, vero, Mario? Insomma, due anni si è fatto lei. 
Mario Vanni: (voce fuori microfono)
Avvocato Filastò: E però qui la lista si arresta, perché Lotti su 10 persone coinvolte nel caso dei delitti del "mostro di Firenze", l'unico che non ha mai toccato il carcere è Giancarlo Lotti. E qui l'avvocato Voena... Vedete, io cerco di replicare un po', di parare tutte le botte che mi arrivano da destra e sinistra. L'avvocato Voena dice: è il Pubblico Ministero che sceglie l'accusa. E questo è vero. Ed è vero anche che lui sceglie di legare o di sciogliere; sceglie, oppure no, il carcere. E però a me mi doveva essere permesso di criticare. Quando? Criticare quando? Così, per partito preso? Certamente no. Quando queste scelte, giuste o sbagliate che siano, lo abbiamo visto, vanno ad incidere sulla prova. È qui. la critica che ho fatto io. Sulla prova e sulle garanzie di attendibilità o meno che dà la prova. Questo è il punto. Perché, vedano, il Pubblico Ministero dice: io ho sce... Lotti mi sta bene fuori e resterà fuori. Eh, insomma. Però a questo punto io dico : ma questa scelta del Pubblico Ministero è innocua rispetto alla prova rappresentata dal signor Giancarlo Lotti? Oppure rappresenta una forte ipoteca su di essa? Son costretto a rispondere di sì, che è una forte ipoteca; poi vedremo perché un po' meglio. Se io mi accorgo che l'accusa mutila se stessa, non tanto perché ha fatto una scelta e non tanto perché non ha la prova su certi fatti... cioè, per dir la verità, una prova riguardante la, quanto meno, opportunità — io direi necessità - di una riconduzione ad unità, per non usare il latinetto, di tutti i delitti, dal '68 al 1985, diamine se c'era. È l'unica prova palpabile, certa, in questo processo: la unicità dell'arma da sparo, sempre la stessa. Se io mi accorgo che questo smembramento, questa divisione non ha niente a che fare con la prova — perché la prova c'è, è lì - ma perché la. ricostituzione dell'unità conflitterebbe con l'ipotesi accusatoria, costringerebbe voi e noi ad occuparci di casi e di fenomeni che conflittano con una certa impostazione dell'accusa, beh, allora io... è mio dovere additarvi il fenomeno processuale, totalmente anomalo, per esempio rispetto al processo Pacciani. Ed è mio dovere di difensore additarvi la strumentalità della mutilazione. Ed è per questo motivo, - per tentare di ricostituire questa unità di un corpo — che ho detto artificiosamente smembrato che ho tentato di introdurre in questo processo, sia pure "incidenter tantum", a livello soltanto probatorio, i delitti del '68, del '74 e dell' 81 di giugno. Non come l'ha inteso il professor Voena, perché io voglio trovare il "mostro di Firenze". Ma la smettiamo con questa storia? E vediamo ora questa strumentalità dello smembramento, vediamo se è vero, vediamo se la ragione vera è quella; e non per polemizzare, per additare un'anomalia di questo processo, per additare una sua intima, immediata, ab origine debolezza, contraddittorietà. Allora, secondo la tesi di impostazione dell'accusa, del Pubblico Ministero, dall'errore originario — unico autore - che tuttavia avrebbe partorito l'imputato Pietro Pacciani, si sarebbe passati alla illuminazione successiva del gruppo degli "amici di merende". Allora voi capite che qui, a questo punto, immediatamente, subito, voi Giudici vi ponete una serie di interrogativi: questo gruppo come, quando si sarebbe formato? Questa "associazione per delinquere di stampo merendistico " quando si sarebbe costituita, in che modo? E allora, naturalmente, la prima cosa che viene spontanea di osservare è che questa gente, Vanni, Pacciani, Faggi, nel '68 non si conoscevano. Vanni stava a San Casciano ... Nel '68 mi pare che Pacciani abitasse nel Mugello. 
Mario Vanni: Eh.
Avvocato Filastò: E chi l'aveva mai visti! Siamo sicuri vero Vanni? Nel '68 non c'è versi che lei lo conoscesse. 
Mario Vanni:Un c'è versi, no.
Avvocato Filastò: Nel '74 Vanni e Pacciani si conoscevano sì, perché Vanni gli portava la posta a Pacciani. Si conoscevano da pochi mesi. Se non sbaglio, Pacciani si trasferisce a Sant'Anna, a MontefiridoIfi, verso la fine del 1973. Però, ovviamente sì conoscevano, ma non potevano essere in rapporti tali da giustificare un accordo di quella natura. Oppure dobbiamo ipotizzare che una bella mattina il Vanni va a portare la posta a Pacciani, in quei pochi mesi che decorrono da quando Pacciani è arrivato a Montefiridolfi, al delitto del 1974 a Vicchio di Mugello, arriva là con la posta, si guardano: te devi essere un perverso, - dice, come me. Eh. E te sei un “amico di merende", t'ho bell'e individuato. Si fa un... ci si mette d'accordo? No insomma, è assurdo solamente, pensare a una cosa di questo genere, va fuori da qualsiasi senso comune. Nel giugno del 1981, noi sappiamo che dopo quel delitto del giugno del 1981 - ne ho già parlato, ma è per esplicitare quello che è questa critica che io rivolgo all'ufficio del Pubblico Ministero - dopo quel delitto noi sappiamo che va in galera Enzo Spalletti. E dico che possiamo affermare, attendibilmente affermare, che il delitto di Calenzano nell'ottobre del 1981, vale a dire a soli quattro mesi di distanza, in una situazione che fino a quel momento ha avuto dei ritmi diversi - pensate all'intervallo di tempo che c'è fra il '68 e il '74 e fra il '74 e l'81 di giugno - a un tratto la serie si accelera. Beh, io dico che questa accelerazione, posso affermare, attendibilmente affermare che questa accelerazione è avvenuta perché c'è in galera lo Spalletti. E perché bisogna commettere un delitto velocemente, perché Spalletti minaccia di parlare, tra l'altro il processo di Spalletti è pieno di questo, ci son delle prove su questo e divide quel che ha visto - bisogna far questo delitto perché Spalletti vada via e risulti chiaramente che l'autore non è lui, di quel, delitto. Ora, qui, in questo processo, si assiste ad un fenomeno parallelo, equivalente. Si assisterebbe ad un fenomeno parallelo, equivalente. Seguendo quel che dice Lotti, Lotti dice: 'il delitto dei tedeschi venne fatto per fare uscire Francesco Vinci'. É questo che ha detto. É una dichiarazione di Lotti. C'è tutta una attività indagatoria, che prende una buona porzione di questo processo e le indagini preliminari, in cui si cerca di supportare, non di supportare l'affermazione in sé, che può essere anche esatta — 'venne fatto per fare uscire Francesco Vinci, il delitto dei tedeschi' — ma per, in qualche modo, avvicinare questa dichiarazione di Lotti alle persone di Vanni, di Pacciani e compagnia. E allora si cerca, affannosamente, le prove della conoscenza di Pacciani e Francesco Vinci: e non si trovano. Si cerca di individuare Francesco Vinci, come anche lui un "amico di merende": e non c'è nulla. Si cerca di supportare Vinci a tutto questo, attraverso la sua presenza a San Casciano; e ci troviamo il solito Lotti, che lo ha visto altro che lui. Si tira fuori questo famoso Salvatore Indovino, poveretto, che starà lì chissà da quanto tempo, a rivoltarsi nella, tomba da tutte le contumelie che gli sono state dette, assolutamente immeritate per quello che riguarda questa persona. Si cerca di indicare la Milva Malatesta come amante di Francesco Vinci. Come se il fatto di questi due fossero stati amanti... ma quello che vien fuori, quella dichiarazione di Calamosca, riconosce una fotografia. Il Calamosca... Insomma, non voglio parlare di Calamosca, non mi fate parlare di Calamosca per piacere, perché se mi devo mettere a parlare anche di Calamosca preferisco andar via. Questo Calamosca: eh, sì, la Milva era l'amante... Che c'entra. Ammesso anche, che c'entra questo con questa nostra situazione? Fino a lasciare intravedere, in sottofondo — perché come dicevo, come ho già detto e non mi ripeto, nessuno ha avuto il coraggio di esplicitarla questa ipotesi: altro che io, l'ho fatto solo io fino a fare, così, balenare sullo sfondo l’ipotesi esoterica della Calibro 22 che sarebbe stata venduta da Francesco Vinci al mago, come, chissà, feticcio e quelle cose di cui ho parlato e che, come ho detto, hanno questo odore sepolcrale, insopportabile, seicentesco, irrazionale, assurdo, da respingere proprio. Quando ho cominciato questo processo ve l'ho detto: state attenti, Signori, perché qua si sta facendo un processo alle streghe, eh. E tutta questa attività indagatoria, intorno a questo tema, noi l'abbiamo vista arenarsi, in un modo tra l'altro non del tutto dignitoso, senza aver trovato sto parlando non del tutto dignitoso perché mi riferisco al Calamosca e allo Sgangarella - senza aver trovato un solo dato di riscontro al Lotti. Salvo, come dicevo, a intorbidirsi, questa ricerca intorbidirsi nel puzzo di disinfettante carcerario della più classica e della peggiore gabola carceraria in cui io mi sia mai imbattuto, portato avanti dal Calamosca e dallo Sgangarella. Dunque, torniamo all'attendibilità di quella dichiarazione di Lotti Se voi ricostituite, sia pure concettualmente, come il Pubblico Ministero vi ha impedito di fare, unità alla serie dei delitti, immediata viene la domanda. Va be', ammettiamo che questi, il Vanni, il Pacciani, il Faggi e compagni, vogliano far scarcerare i tedeschi... ammazzare i tedeschi per far scarcerare... comincio a essere stanco. E lo Spalletti? Che c'entra lo Spalletti? E li proprio non c'è versi. Andare a trovare o a cercare i rapporti e le relazioni fra lo Spalletti... ma proprio è un fuor d'opera, non esiste. Voglio dire, non ci son riusciti nemmen per Francesco Vinci, figuriamoci per questo infermiere che se ne sta tranquillo, zitto, per carità di Dio, che non apra mai bocca, là... che nessuno ha più visto, mai più sentito, mai più chiamato, nemmeno nel processo Pacciani. Eh, insomma, perché gli "amici di merende" si attiverebbero nell'81, di Scandicci, quando avviene il delitto di Scandicci, per far uscire lui, come il dato cronologico chiarisce in un modo impressionante? No, non quadra. Allora è meglio, il delitto di Scandicci... (fischia) fiùi toglierlo dalla circolazione. Io sono autorizzato a ritenere che la scelta è in questo senso strumentale. E lo siete anche voi. Ed ecco che quindi, anche per il delitto dell'81, la mutilazione dell'accusa mi appare, e spero che apparirà anche a voi, strumentale, per sostenere l'ipotesi degli, "amici di merende". Strumentale a non scomodare anche il signor Spalletti, il quale forse gualche cosa alla fine potrebbe anche venirci a dire; a sostenere su un punto molto importante l'attendibilità di Lotti perché Lotti in quel punto è fondamentale, eh. Capite, voglio dire, tutto quello che ne scalfisce l'attendibilità su quel punto là, scalfisce il personaggio, scalfisce le sue dichiarazioni. In realtà è scalfito, perché non era emerso nulla.

venerdì 22 aprile 2016

Processo contro Mario Vanni +3 - Udienza del 19 marzo 1998 - Prima parte

PRESIDENTE: Prego, avvocato Filastò.
Avvocato Filastò: Presidente, Giudici della Corte, io ho ascoltato, ho sentito dal Pubblico Ministero - al quale io intendo replicare, quasi esclusivamente a lui, cercando di mantenere il discorso nei termini di una replica - alcune amplificazioni con accenti di riprovazione che finiscono, come dire, per trasferirsi dall'imputato anche al difensore. Vorrei cominciare parlandovi di alcune cose che accorciano la vita di un avvocato. Facendo tutti i debiti scongiuri, vero, per carità! Una delle quali è il "sangue agli occhi” - per dire che tante volte i toni si alzano - il sangue agli occhi che viene quando si ascolta, dalla parte dialetticamente avversaria, il dato processuale chiaro, evidente documentale, incontrovertibile, artificiosamente travisato. Vi faccio'un esempio: nel corso della sua seconda replica,Pubblico Ministero, parlando di quel documento che riguarda questa 124 - ci torneremo poi dopo - ha detto che nell'atto, nella scrittura privata autenticata il 3 luglio dell'85 non era previsto Lotti Giancarlo. Testuale. Come si fa... voglio dire, ma basta leggerlo, no? C'è scritto: "Addì..." Eccetera, "Formalità presentata il 01/04/86, si trascrive scrittura privata il 03/07/85 di trasferimento della proprietà a favore di Lotti Giancarlo." Questo discorso che non era previsto il Lotti Giancarlo doveva supportare l'ipotesi del mandato a vendere. E questo non è un mandato a vendere, è una scrittura privata, autenticata da un notaro, nella quale non siamo riusciti a mettere le mani, ma forse il notaro ce l'avrà. Ma non ce n'è bisogno, perché che si deve... Che questo è un falso ideologico? Il Conservatore del Pubblico Registro Automobilistico di Firenze ha falsificato il dato? Ha trasformato un mandato a vendere in una scrittura privata autenticata di vendita? (voce fuori microfono)
Avvocato Filastò: Che deve fare uno, quando sente dire una cosa di questo genere? Ingoia, ingoia. Ma fa male ingoiare, fa male anche alla salute, purtroppo. Oppure quando si sente un collega. Per carità, insomma, ora mettersi a polemizzare con l'avvocato Curandai, è un po' come sparare sulla Croce Rossa in questo processo. Il quale continua a sostenere che questo signore ha buttato la moglie dalle scale. Ma insomma, voglio dire, ma come si fa? 
Mario Vanni: Unn'è vero.
Avvocato Filastò: E unn'è vero no. Ma non è che noi... Ma non è vero perché lo dice lei, o perché lo dico io. Non è vero perché è agli atti. Con tutto quell'arzigogolo tremendo per cui dice: mah, qui c'è un episodio per cui deve essere per forza che ha buttato dalle scale la moglie. Non lo so, io sono stato a sentirlo e, via via, sentivo un fastidio proprio, un fastidio fisico, anche. Ora io voglio dir questo: il nostro mestiere, è un mestiere dialettico, Presidente. Noi tante volte, insomma, diciamo la verità, qualche volte si stiracchia un po', da una parte e dell'altra, perché abbiamo una tesi da sostenere. Io mi ricordo, ero molto giovane, e discutevo in Corte di Appello un processo a carico di uno di quei criminalacci che c'erano a suo tempo a Firenze, ora non ci son più, questa razza è sparita, è scomparsa. Era uno che, insomma, fosse arrivato oggi a farsi difendere da me, gli avrei detto: patteggiamento subito, non rompere le scatole, oppure giudizio abbreviato, non andiamo a romperci l'anima a fare un processo dove... All'epoca non c'era questa ottima istituzione che è intervenuta ora. E, allora, siccome alla Corte di Appello, vero, c'erano un paio di Presidenti che accidenti se ti davan legnate, eh, bisognava discuterlo. E, insomma, io mi ricordo, a un certo punto ero là che discutevo queste dichiarazioni fatte da questo imputato, che non stavano né in cielo e né in terra, e mi ricordo che dissi: 'ma, Signori della Corte questo le sballa' — dissi così - 'le sballa talmente grosse, quello che dice è talmente fuori da qualsiasi evidenza che insomma, alla fine deve essere vero'. E mi ricordo che Procuratore Generale c'era il professor Fileno Carabba, che si rivolse a mio padre, io ero molto giovane, e disse: 'ma lo senti? Lo senti cosa sta dicendo?' E io mi vergognai come un ladro, dico la verità, diventai rosso in Quel momento… queste arrampicatine sugli specchi, tipo quella di ieri della moglie buttata dalle scale, insistita, non l'ho fatta più, non si fanno più, non è corretto e non va bene. E, quindi, una di quelle cose che ci accorcia la vita è questa. Poi ce n'è un'altra, che è la peggiore, e che è quella di difendere un innocente. Difendere un innocente nella piena consapevolezza, ferma coscienza, consapevolezza, che lo è. Non lo augurerei al mio peggior nemico. E mi è capitato tante volte, e come si soffre. Di' la verità, Antonio. 
Avvocato Mazzeo: A bestia, a bestia.
Avvocato Filastò: Ora, ecco, quindi cose di questo genere, al difensore che fa il suo lavoro con passione alzan la pressione, fanno alzare un po' il tono, tante volte. E al Pubblico Ministero - che questi problemi lui, beato lui, non li ha - lo stile del difensore non piace. Io spero, però, che i miei Giudici mi abbiano capito; abbiano capito l'ansia di questo difensore; abbiano capito che questo difensore, quando per la prima volta si è seduto qui, a questo banco, accanto a quest'uomo, a questo signore, ha avvertito la necessità di modificare un clima. Modificare, ecco, lo devo dire, un pregiudizio, un atteggiamento, un'atmosfera pesante, che c'era su di lui. Ecco perché la ragione di quelle che sono state definite alternativamente intemperanze, oppure invettive. Invettive no, perché io non ho inveito mai con nessuno. Intemperanze forse, anche poco fa. Però, ecco, una cosa al Pubblico Ministero gliela voglio dire, da questo punto di vista: d'accordo col criticare lo stile, ovviamente nessuno da questo punto di vista è perfetto; ma prodursi nell'imitazione... Nell'imitazione, Presidente, si ricorda? Non l'ho presa tanto bene, m'é rimasta un po' sullo stomaco. Perché, vedete, io faccio questo mestiere da 35 anni, ho 60 anni; mi piace e l'ho fatto anche, Signori, per più di 10 anni in un periodo di tempo in cui era molto, molto difficile fare il mio lavoro, molto. Tant'è che ve'erano decine di interrogatori in cui arrivava un avvocato si accorgeva chi era la persona che l’aveva nominato e di quali reati era imputato e diceva: no, no, io rinuncio. E in tutta Italia a far quel lavoro, a farlo seriamente, si rimase in quattro o cinque, correndo su e giù per tutta la Penisola, per tutte le carceri. E mi ha fatto piacere, tempo fa, sentire che un alto Magistrato, proprio della Procura di Firenze — mi è stato riferito - parlando, diceva: 'se un c'erano quegli avvocati lì, noi i processi non si potevano fare'. É stata molto dura. Le rivolte nelle carceri. A Volterra mi son trovato accanto a una mina, io, per ore, parlando al di là di una barricata con dei rivoltosi che mi avevan chiamato per trattare. Un coltello, nelle mani di un altro che due minuti prima aveva portato via di netto il naso - e ho su questo una menzione fatta dal Procuratore Generale di allora - gliel'ho levato dalle mani io. E quando io mi son trovato a difendere molti imputati di terrorismo, io ho capito subito una cosa. Ho detto che sono orgoglioso di fare questo mestiere, perché in quel frangente, in quegli anni, voi Giudici, la struttura, la Giustizia ha resistito, il Paese è rimasto in piedi, per fortuna. E quando andavo nelle carceri da questi ragazzotti ragazzotti, giovani, meno giovani la prima cosa dicevo: 'te che hai intenzione di fare? Io ti difendo. Mi hai chiamato, io ti difendo. Ma te ti difendi? Perché se non ti difendi, guarda, c'è Tizio, Caio, Sempronio che gli va benissimo andare nei processi, sentire l'imputato che dice: mi dichiaro prigioniero politico, non ne voglio saper nulla, tre o quattro insulti ai magistrati e fine del discorso. Io non son di quel tipo. Io se ti difendo, ti difendo fino in fondo’. E così, in questo modo, alla fine, volendo difendere questa gente, da gualche parte bisognava rifarsi, come si potevano difendere alcuni di loro? Eh. Si cominciò a dire: mah, sarà che avete sbagliato, ragazzi? Sarà che eravate proprio di fuori? Non lo dicevo solo io, io ero uno di quelli che lo dicevano, lo dicevo anche prima. Perché quando me li ritrovavo, dove io mi occupavo di cultura, facendo teatro e altre cose e loro venivano là a rompermi le scatole, a contestarmi, dicendo che la rivoluzione col teatro non si faceva, li mandavo a quel paese e si litigava. Poi me li son ritrovati a difenderli. A difenderli. Ed è così, Signori, che, anche col mio modesto contributo, è maturato un fatto storico di un’importanza fondamentale, del quale nessuno, più si ricorda: la dissociazione del gruppo di Prima Linea in toro, come gruppo. Son come singole persone, come gruppo, tutti insieme. Andate a guardare chi li difendeva tutti. Chi era il difensore di tutti. Insieme al grande Magistrato, uomo di grandissimo valore, Giancarlo Caselli, facemmo una specie di riunione, convegno, al carcere di Bergamo, dove tutto questo maturò, prese corpo. Quindi, insomma, credo di non essere proprio l'ultimo arrivato. L'imitazione con la voce roca me la sarei risparmiata molto volentieri, anche perché mi ricorda che forse fumo troppe sigarette, che la voce diventa roca per quello, ne potrei fare a meno. Beh, un'imitazione che poi, fra l'altro, detto da uno che un po' se ne intende, lasciava un po' a desiderare, ecco. Un'esibizione direi, tutto sommato, di livello inferiore anche, allora, del dilettante: non dico alla Corrida di Corrado, ma insomma... Ma lasciamo fare. Il paragone del professore invece, detratte certe implicazioni, tipo la supponenza, io credo di non essere mai stato supponente in questo processo, perché non ho fatto nessun discorso abduttivo, avvocato Voena. So benissimo cos'è l'abduzione, la "abdution" del grande filosofo pragmatista Bierce e non la applico mai nei processi, per carità, non ci mancherebbe, altro. Forse non è nemmeno esatto come ve l'ha descritta l'avvocato Voena, perché in realtà l'abduzione, l'immaginazione, la fantasia, l'impregnarsi di un caso, il saltare al risultato attraverso l'intuizione. No, no, no, qui non si fanno queste cose, non si devono fare, son pericolose. Io ho fatto una, molto pedestre, analisi - insieme al collega Antonio Mazzeo, ci siamo divisi i compiti — molto pedestre analisi degli atti processuali, di quello che è il risultato in questo dibattimento e di quel che era risultato prima, nel corso delle indagini preliminari. Quindi, supponenza direi di no. Sì, alcune volte accenti forti, sì. Comunque, il professore - da questo punto di vista qua il paragone lo accetto , solo da questo punto di vista - il professare se dà le bacchettate, le dà in senso metaforico, il professore. 
 
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