martedì 12 aprile 2022

Un uomo abbastanza normale. Il mostro di Firenze 30 anni dopo

Autore: Ruggero Perugini, Armando Palmegiani

Prima edizione: 2022, 320pp, brossurato, Armando Editore

Presentazione: "Armando Palmegiani e Ruggero Perugini, che per anni ha diretto la Squadra antimostro di Firenze, rivivono e analizzano quel terribile periodo di sangue e orrore che lungamente ha reso terrificanti le notti nelle campagne toscane. Sono passati trent'anni dalla chiusura dell'indagine che portò all'arresto di Pietro Pacciani e i compagni di merende, ed è giunto il momento di ripercorrere gli eventi che hanno portato a queste catture."


mercoledì 23 marzo 2022

Il mostro di Firenze - Terrore in Toscana

Autore: Xxxxxxxxxx

Prima edizione: 2022, 144pp, brossurato, Emse, Collana "I volti del male n.9"

Presentazione: "Fra il 1974 e il 1985 la provincia di Firenze divenne il teatro di feroci omicidi che ebbero per vittime giovani coppie e per movente il compimento di pratiche così sanguinarie da suggerire le più bizzarre ipotesi. Alla fine di laboriose indagini concluse molti anni dopo l'ultimo di questi efferati crimini, due persone furono condannate in via definitiva, mentre il maggior indiziato, Pietro Pacciani, morì per cause naturali poco prima del processo."

giovedì 20 gennaio 2022

Salvatore Vinci: “Signori, vi sembro il mostro?”

 
“Il 22 agosto 1968, a Signa, in una stradina di campagna era parcheggiata una macchina. All’interno i corpi senza vita di Antonio Lo Bianco, 29 anni, e Barbara Locci di 32. I due amanti stavano facendo l’amore mentre il figlio della donna, Natalino Mele di sei anni, dormiva sul sedile posteriore, l’assassino lo aveva risparmiato.”  

Per questo primo duplice omicidio attribuito al cosiddetto mostro di Firenze, il 26 marzo 1970, fu condannato a 16 anni e dieci mesi di reclusione, Stefano Mele, il marito di Barbara Locci. Pene poi ridotte in Appello e in Cassazione. Nel corso delle indagini, Stefano Mele fu sentito più volte dall’autorità giudiziaria; in un’altalena di ammissioni e ritrattazioni, ammise d’aver ucciso la moglie e Lo Bianco pur accusando anche alcuni tra coloro che erano stati gli amanti della moglie: Carmelo Cutrona, Francesco e Salvatore Vinci. In un verbale del 23 agosto 1968, Stefano Mele, riporta la circostanza che segue:  “Io avevo paura del Vinci Salvatore. Mi disse che aveva ucciso la sua prima moglie. Disse, che aveva ammazzato la moglie lasciando di proposito la bombola del gas aperta. Il fatto si è verificato in Sardegna, a casa dei genitori del Vinci.”

Nel gennaio del 1960 a Villacidro, era morta in circostanze mai del tutto chiarite la prima moglie di Salvatore Vinci: Barbarina Steri di appena 19 anni. Anche in questo caso, come nel duplice delitto del ‘68, negli atti d’indagine, si legge di relazioni clandestine, di ammissioni ritrattate, di due donne uccise di nome Barbara il cui amante si chiama Antonio, ma soprattutto di un bambino, che fortunatamente era stato risparmiato. 

Villacidro. Anni ‘50 del secolo scorso. Diecimila abitanti per un paese che si estende a 45 chilometri a nord ovest di Cagliari, sotto le pendici della catena dei monti Linas. In quegli anni molti Villacidresi, come gli abitanti di altri comuni del circondario, sono stati assunti nelle miniere di Montevecchio e Ingurtosu ma l’economia del paese si fonda perlopiù sull’agricoltura e la pastorizia. 17:00 - “Un paese di caprai e di briganti che non hanno mai tollerato padroni. Gente aspra e qualche volta anche cattiva.” Come ebbe a scrivere lo scrittore Giuseppe Dessì, che a Villacidro visse l’infanzia e l’adolescenza. 

Francesco Steri è uno dei tanti braccianti agricoli di Villacidro. Vive con la moglie ed i cinque figli in Vico II S.Antonio, dietro la chiesa di S.Antonio da Padova, il cui sagrato è il luogo di incontro per tutti gli abitanti del “rione basso”. Anche Salvatore, il figlio maggiore è bracciante agricolo. Giuseppina e Barbarina negli anni hanno lavorato come domestiche presso alcune abitazioni a Villacidro, ma anche a Monserrato e Serramanna. Anna Maria ed Emilia sono ancora delle bambine e tuttalpiù aiutano la madre, Maria Tibet, in casa. Barbarina, da quando ha 13 anni, nutre una simpatia per un giovane di Villacidro, Antonio Pili di due anni più grande. I due si vedono nei pressi di un casello ferroviario, dove il padre di Antonio fungeva da custode. La relazione è eccessivamente prematura e pertanto osteggiata dalla famiglia di Barbarina. Il fratello, Salvatore, vorrebbe legarla ad un caro amico, Salvatore Vinci. Questi da sempre frequenta la sua abitazione; Salvatore Vinci e Salvatore Steri, qualche anno addietro, hanno frequentato un corso di musica ed il sabato sera si ritrovano spesso per suonare assieme delle serenate: il Vinci la fisarmonica, lo Steri il banjo o la chitarra. Antonio Pili, il fidanzatino di Barbara, Salvatore Vinci e Salvatore Steri, in più occasioni, vengono alle mani, volano spesso provocazioni e minacce, fin quando il 5 giugno del 1957, il padre di Antonio per lavoro dovette trasferirsi con tutta la famiglia a Villanova Tulo, a 70 km da Villacidro. Antonio e Barbarina si perdono di vista per due anni fin quando, il 6 agosto 1959, il padre di Antonio, raggiunta l’età pensionabile, fece ritorno con tutta la famiglia a Villacidro. Antonio e Barbarina riprendono a vedersi, benché questa, il 31 gennaio 1959, si sia sposata con Salvatore Vinci nella chiesa di S.Antonio, e due settimane dopo, il 15 febbraio, abbia avuto un figlio a cui ha dato il nome di Antonio. Barbarina e Salvatore abitano in condizioni precarie in Via Iglesias n.91, in una porzione (due locali) dell’abitazione di proprietà di Raimondo Steri. (Nonostante il medesimo cognome Barbarina e Raimondo non sono parenti). Il 3 dicembre 1959, Barbarina, con la scusa di recarsi a lavare il bucato, ha fissato di vedersi con Antonio presso un lavatoio in località Sa Mitza Manna. I due, vengono sorpresi, sotto un albero di ulivo, da due contadini della zona, Francesco e Ignazio Spada, che li redarguiscono e li obbligano ad allontanarsi. Gli amanti trovano quindi un po’ d’intimità poco più in là, dietro ad una vasca irrigua, su di un terreno di proprietà della famiglia Pili. Qui, all’improvviso, compaiono Mario Aresti, sordomuto e Gesuino Pilleri, quest’ultimo con una macchina fotografica in mano. Il Pilleri è un noto pregiudicato, in passato ha scattato fotografie compromettenti ad alcune donne per poi ricattarle obbligandole a prostituirsi. Verosimilmente, anche in questo caso, ha scattato delle foto. Barbarina, accortasi della malaparata, scoppia a piangere e fugge verso casa. Al marito racconterà la storia di una donna vestita di nero che l’ha attirata in un tranello e di un'aggressione subita da tre individui, di cui uno armato di pistola, intenzionati a violentarla. Salvatore Vinci si precipita alla caserma di Villacidro per denunciare quanto riferito dalla moglie; la storia pare non convincere del tutto i Carabinieri che si recano presso l’abitazione in via Iglesias per riceverne conferma dalla diretta interessata. Barbarina non desiste dalla sua versione dei fatti benchè i militari dell’arma, a seguito di alcuni accertamenti, le contestino talune circostanze. Solo due giorni dopo, il 5 dicembre, racconterà la verità, giustificando la denuncia della falsa aggressione subita, col timore d’essere vittima delle rappresaglie del marito, che in più occasioni, in passato, si è dimostrato violento con lei. Sono noti in paese i brutali litigi tra i due coniugi, come lo sono le privazioni, le umiliazioni e l’indifferenza a cui troppo spesso è costretta Barbarina. Raimondo Steri, verbale del 15 gennaio 1960: “Ero a conoscenza che i predetti coniugi Vinci non andavano troppo d’accordo ed erano soggetti a continui litigi.” Francesco Steri, verbale del 19 gennaio 1960: “Recentemente sono intervenuto per sedare gli screzi sorti fra mia figlia e mio genero poiché la condotta che questi due mantenevano lasciava alquanto a desiderare in considerazione che gli stessi non andavano d’accordo.” Barbarina Steri ed Antonio Pili, a seguito di quanto acccertato dai Carabinieri di Villacidro vengono denunciati a piede libero ed il 10 dicembre 1959 deferiti all’autorità giudiziaria. Barbarina deve rispondere di simulazione di reato ed atti osceni. Antonio Pili di atti osceni e porto abusivo di armi; questi dal 10 ottobre 1959 dispone di una pistola Beretta, calibro 22 modello 948, che ha acquistato a Cagliari. A riguardo, in un verbale del 09 ottobre 1985, il Pili riporta: “Comprai la pistola calibro 22, marca Beretta dall’Armeria Pinna nell’autunno del 1959 per motivi di difesa personale. Io andavo spesso in campagna e pertanto mi faceva comodo un’arma. Tra l’altro, attraverso la Barbara, avevo ricevuto delle minacce, venendo a conoscenza che il fratello ed il marito avevano manifestato l’intenzione di appostarsi in campagna, sorprendermi e tagliarmi le palle, per meglio dire “castrarmi”. 

14 gennaio 1960. È nevicato a Villacidro, fa freddo ed i camini sono accesi fin dalla mattina presto. Barbarina, sta vestendo il piccolo Antonio quando tra le 11:00 e le 11:30, Salvatore giunge a casa assieme ad un amico di Pabillonis e al cognato, Salvatore Steri. Salvatore con un cenno invita la moglie a preparare qualcosa per pranzo, Barbarina neanche lo guarda e presa la porta se ne esce con il figlio verso l’abitazione dei genitori. Amerigo Cadoni, verbale del 15/01/1960 – “Ricordo che verso le ore 12:00 vidi la Steri Barbarina mentre si recava dalla sua casa a quella dei genitori ed aveva il bambino in braccio. La donna nella circostanza mi è sembrata molto triste e depressa.” Tra le 14:00 e le 15.00 Salvatore Steri e Salvatore Vinci raggiungono Barbarina a casa dei genitori, consumano un frugale pasto, dopodiché Salvatore Steri va a coricarsi; Salvatore Vinci torna in paese. Questi si ripresenta a casa dei suoceri intorno alle 17:00 e prelevata la moglie, in compagnia del cognato fa ritorno verso la propria abitazione in via Iglesias. Mentre Salvatore accende il camino, Barbarina si reca dal vicino di casa, Raimondo Steri; la bombola del gas è ormai esaurita e lei deve scaldare del latte per il figlio di undici mesi. Consumata una merenda a base di ravanelli, cardi e pane i due cognati fanno per uscire quando Barbarina, contrariata, si scaglia verbalmente contro il marito rimproverandolo della condotta dissoluta (Rapporto giudiziario del 19 gennaio 1960: “Delinquente. Che giudizio di uomo sposato hai a ritornare fuori dopo aver trascorso un'intera serata a diporto?”) Il marito ed il fratello escono di casa non badando alle parole della donna. Alle 21:00, Barbarina torna da Raimondo Steri per scaldare nuovamente del latte per il piccolo Antonio. Qui trova anche il vicino di casa, Francesco Usula. I due le offrono un po’ di fave ed un piatto di pasta e fagioli che Barbarina accetta con riconoscenza. Cambio di scena - Esterno notte. Salvatore Vinci e Salvatore Steri appena usciti di casa, in Piazza dello zampillo, hanno incontrato un comune amico, Felice Cannas. Fanno due chiacchiere per poi prendere via Roma e raggiungere la sala biliardi di Pasqualino Collu. Non c’è granchè con cui svagarsi a Villacidro e la gente pare essersi equamente distribuita tra la sala biliardi, affollatissima, ed il cinema, gremito. Sono circa le 22:30 quando Salvatore Vinci e Salvatore Steri si recano al bar di Amerigo Cadoni in via S.Antonio 45. Giocano a dama e consumano dell’anice con alcuni avventori. Intorno a mezzanotte, la televisione ha appena trasmesso il telegiornale della notte, i due cognati escono dal locale e si salutano. Salvatore Vinci torna verso casa. Le dichiarazioni che rilascia il 19 gennaio ai carabinieri della stazione di Villacidro riportano la sua versione dei fatti riguardo quanto avvenuto quella notte. “Varcai l’ingresso di casa. Accesi la luce e notai insolitamente la culla contenente il mio bambino vicino al caminetto privo di fuoco, mentre intravedevo dalla fessura della porta della camera da letto, la luce della lampadina. Rimasi completamente sconvolto, mi precipitai alla porta della camera da letto per chiamare mia moglie. Bussai una sola volta e chiamai Barbarina ma non ebbi nessuna risposta; pensai immediatamente che mia moglie fosse in compagnia dell’amante e così mi precipitai all’esterno della casa temendo di essere aggredito. Nel raggiungere il cortile mi sembra di aver sentito una voce sconosciuta” non escludo però “si sia trattato di un’allucinazione, dato lo stato di agitazione” Salvatore Vinci, incurante del figlio che ha lasciato solo in casa, corre in strada verso Vico II S.Antonio, che dista circa 600 metri, dove chiede aiuto al suocero e al cognato.

I tre tornano in via Iglesias. Non appena varcano l’ingresso notano un intenso odore di gas. Sia Salvatore che Francesco Steri, il 19 gennaio 1960, riferiranno questo dettaglio ai Carabinieri. Il piccolo Antonio piange disperato nella sua culla. Francesco Steri chiede al figlio di chiamare il vicino di casa, Francesco Usula, dopodichè irrompe con una spallata nella camera da letto. Nella stanza vi era un forte ed irresistibile odore di Gas” riferì Francesco Steri “Un forte ed irresistibile odore di gas inondava la camera” dichiarò il vicino di casa, Francesco Usula. La stanza è sommariamente illuminata da un abat jour. Barbarina giace a terra bocconi, “indossa una maglia di lana, (...) la parte inferiore del corpo, è coperta da un soprabito di color verde”. Si trova ai piedi del letto priva di sensi, ha la testa volta verso la porta d’ingresso. Il padre le solleva il polso destro, dalla mano le cade la chiave della porta. Per lei non c’è più niente da fare. Accostata al letto una bombola marca “LIQUIGAS” da cui diparte un tubo che giunge fino al guanciale destro. Salvatore Vinci, verbale del 19 gennaio 1960: “Mio suocero assicurava il regolatore di pressione della bombola che trovavasi completamente aperto.” Salvatore Steri, verbale del 19 gennaio 1960: “Detta bombola irrogava ancora gas e mio padre assicurò la chiusura” Francesco Steri: “la bombola irrogava gas” Mentre Salvatore Steri si precipita alla caserma dei carabinieri per denunciare l’accaduto, Francesco Steri rinviene sul comodino accanto al letto un foglio manoscritto: “Avevo un grande amore ma nell'ansia tutto m’è svanito ed ecco che non resisto più. Tutto mi è insopportabile nel vivere sotto degli occhi oscuri. Ansiosamente penso e ripenso di essere amata ed anche invidiata eppure nello spasimo prego per il bambino. E Buona fortuna.” Il testo ha la calligrafia di Barbarina ed è scritto su di un foglio, proveniente da un quaderno che risulterà di proprietà di Salvatore Vinci. Da lì a poco giungono in via Iglesias il brigadiere comandante Delio Pisano, il vice brigadiere Gavino Sale ed il carabiniere Vittorio Gallorini. Viene quindi convocato il medico del paese dr Antioco Angelo Vacca. Questi giunto presso l’abitazione dei coniugi Vinci, intorno alle ore 01:20, esaminata la salma e valutato il rigor mortis, fece risalire la morte alle ore 23:00 della notte appena trascorsa. Poco dopo l’ufficiale sanitario, dr Giorgio Zuddas, ordinò la rimozione del cadavere ed il suo trasferimento presso l’obitorio. Il professor Raffaele Camba, aiuto e docente di medicina legale e delle Assicurazioni dell’Università di Cagliari, nella sua relazione di perizia medico legale, disposta dal Sostituto procuratore della Repubblica di Cagliari dr Ubaldo Coi, il 15 gennaio 1960, riporta : “La causa di morte della Steri Barbarina risiede in una sincope respiratoria. A procurarla è stata l’inalazione di gas liquido,” il comune GPL “(formato da una miscela di butano e propano). La Steri non aveva ingerito sostanze alcoliche. La Steri non era incinta.” Si tratta di suicidio." Il GPL ha una bassissima tossicità per l’organismo ma quando la concentrazione nell’atmosfera supera il 30%, inizialmente, interviene un effetto narcotico da privazione di ossigeno, dopodichè gli organi inevitabilmente collassano. Al rapporto giudiziario fu allegata anche una lettera datata 24 dicembre 1959 nella quale suor Maria Gabriella del brefotrofio di Cagliari proponeva, dietro la prestazione di servizi collaborativi, un’ospitalità retribuita pari a 120.000 lire annue per la Steri ed il figlio. La lettera si concludeva con “l’attendiamo il 15 gennaio con ansia”. Il 31 marzo 1960, il Giudice Istruttore di Cagliari, su conforme richiesta del P.M., archiviò la morte di Barbarina Steri come suicidio per insussistenza di ipotesi di reato. Non occorre essere Sherlock Holmes per accorgersi di alcune evidenti discrasie, di alcuni aspetti discordanti che fanno sospettare non si sia trattato esattamente di un suicidio. 

La Steri prima di suicidarsi si recò due volte dal vicino di casa per riscaldare il latte per il figlio poichè, la bombola di cui disponeva era esaurita. Come fece allora il gas della stessa bombola a provocarle la morte? 

La lettera dell’orfanotrofio di Cagliari era l’opportunità che avrebbe consentito alla Steri di chiudere definitivamente con la vita di vessazioni e miseria a cui l’obbligava il marito. Che motivo aveva allora la Steri di uccidersi se una nuova prospettiva le si sarebbe dispiegata di lì a breve? 

Ma soprattutto, l’alibi di Salvatore Vinci, sorretto dal solo cognato, è davvero così solido da escludere un suo coinvolgimento nella morte della moglie? 

Salvatore Vinci, dopo aver partecipato come teste al processo di Antonio Pili, rinviato a giudizio per atti osceni e porto abusivo di armi, si trasferì in Toscana, a Lastra a Signa, presso l'abitazione del fratello Giovanni. Molti anni dopo, la giustizia tornerà a chiedergli di rendere conto di quanto avvenuto nella notte tra il 14 ed il 15 gennaio 1960.

mercoledì 15 dicembre 2021

Mostro di Firenze. Quel silenzio che non tace: bugie e verità

Prima messa in onda: Rai2, Crime DOC, 06 dicembre 2021

Produzione: Rai documentari, Verve Media Company,

Soggetto e sceneggiatura: Luciano Palmerino e Pino Rinaldi

Fotografia: Alessandro Galluzzi 

Fonico di presa diretta: Daniele Ingrati

Montaggio: Leonardo Cariati, Massimiliano Onorati

Presentazione: "I delitti del mostro di Firenze, una serie di sette duplici omicidi avvenuti fra il 1974 e il 1985 nella provincia toscana, hanno terrorizzato il Paese e ridisegnato una pagina della storia contemporanea italiana."

Interventi: Amadore Agostini, Alfredo Brizioli, Stefano Brogioni, Davide Cannella, Francesco Cappelletti, Daniele D'Ercole, Alessandro Falciani, Francesco Falcinelli, Nino Filastò, Natale Fusaro, Marco Gregoretti, Francesco Introna, Adolfo Izzo, Enrico Manieri, Nino Marazzita, Giovanni Marello, Graziano Marini, Jacopo Pepi, Neri Pinucci, Antonio Taddei, Pino Rinaldi, Antonio Segnini, Luca Santucci, Franca Selvatici, Piero Tony, Nunziato Torrisi, Alessandro Traversi.

venerdì 3 dicembre 2021

La "misteriosa" morte di Pietro Pacciani

Pietro Pacciani, il contadino di Mercatale, il 1° novembre 1994 venne condannato dalla Corte di Assise di Firenze, alla pena dell’ergastolo per aver commesso sette degli otto duplici omicidi attribuiti al cosiddetto mostro di Firenze.
Per insufficienza probatoria Pacciani fu assolto da tutti i reati relativi all’episodio delittuoso avvenuto nella notte tra il 21 ed il 22 agosto del 1968, quando furono uccisi Barbara Locci ed Antonio Lo Bianco.
Il 13 febbraio 1996 la corte di Assise di Appello di Firenze emise una sentenza diametralmente opposta alla precedente: ordinò l’immediata scarcerazione di Pacciani e lo assolse da ogni addebito.
Il 12 novembre 1996 la Corte di Cassazione annullò la sentenza assolutoria contro Pietro Pacciani e ne dispose un nuovo giudizio. Giudizio che però non ebbe mai luogo poiché, nel primo pomeriggio  del 22 febbraio 1998, Pietro Pacciani fu rinvenuto cadavere presso la propria abitazione in via Sonnino a Mercatale.
 

"Ricordo che fui avvisato, insieme al Pubblico Ministero mi recai a casa del Pacciani... ricordo bene quel che trovai nella casa e soprattutto com'era disposto il cadavere... la casa con tutte le imposte aperte, spalancate, la porta... C'erano delle anomalie, chiare anomalie..." Dr. Michele Giuttari (History Channel - I delitti del mostro di Firenze)

 
Vediamo allora queste presunte anomalie, vediamo se ciò che accadde nel febbraio del 1998 possa condurci a ritenere sospetta la morte di Pietro Pacciani. 

Ivana, una vicina di casa di Pacciani, venerdì 20 febbraio 1998, lo vide intorno alle 18:30, mentre, come di consueto, chiudeva la porta di casa e le imposte.
Il giorno successivo, sabato 21, verso le 9:30 della mattina, notò che le imposte erano ancora chiuse ma a suo dire la circostanza non era affatto inusuale.
La sera intorno alle 18:30 la signora Ivana vide che la porta di casa del Pacciani era aperta e non chiusa come solitamente ma a suo dire: “A volte Pacciani si comportava in modo strano” per cui non vi prestò troppa attenzione.
Arriviamo a domenica 22 febbraio, quando intorno alle 07:00/07:30, dalla finestra della cucina, la signora Ivana notò che la porta di casa di Pacciani era ancora aperta, esattamente come l’aveva vista la sera precedente.
Nel corso della mattinata iniziò però a preoccuparsi non vedendo Pacciani uscire in giardino e neppure lo aveva udito tossire.
Intorno alle 12:00 si consultò con un vicino, questi chiamò Pacciani a telefono alcune volte ma non ricevendo risposta, alle ore 14:00 avvisò i Carabinieri di San Casciano che nel verbale di quel giorno riportano: “Rolando R. avendo conoscenza del precario stato di salute del Pacciani, temendo una disgrazia, ci notiziava di non averlo visto sin dal giorno precedente”.
“Avendo conoscenza del precario stato di salute”, non “Temendo qualcuno avesse attentato alla sua vita!” Ma andiamo avanti.

Giunsero a Mercatale, il Maresciallo Arturo Minoliti e l’agente Andrea Cateni. Suonarono il campanello posto vicino al cancello che immette nel giardino antistante la porta d’ingresso dell’abitazione del Pacciani ma nessuno rispose. Il cancello era chiuso a chiave. IL CANCELLO ERA CHIUSO A CHIAVE, si può escludere pertanto che qualcuno avesse avuto accesso all’abitazione di Pacciani… a meno che, come un gatto, non fosse passato dai tetti...

I due militari si portarono quindi nell’abitazione del vicino che aveva chiesto il loro intervento e scavalcarono la rete che confinava con il giardino di Pacciani; qui notarono una tinozza di plastica ricolma di immondizia e diverse scatole di cartone disseminate qua e là.
Superata la porta d’ingresso dell’abitazione di Pacciani che risultò spalancata, i carabinieri si immisero nel vano cucina: “In tale ambiente regnava gran disordine e sporcizia. Sul tavolo rotondo posto al centro del piccolo vano vi erano resti di cibo e carte varie.”
Nella camera da letto “si constatava uguale disordine, il letto risultava sfatto e le coperte rivoltate su una parte.”
Di questo disordine, di questa situazione dimessa riferiscono anche due testi sentiti dalla PG parecchio tempo dopo.
Celso Barbari, il 4 aprile 2001 riferì: “Ricordo che negli ultimi tempi lo vidi molto trasandato, nel senso che non si curava più e si era lasciato andare”.
Anna Maria G., il medico di famiglia dichiarò: “Quello che mi colpì particolarmente fu l’ambiente che si presentava ancora più sporco del solito.” Verbale del 31 ottobre 2001.

Ma torniamo al verbale dei Carabinieri:
“L’imposta della camera da letto risultava chiusa e l’ambiente non era illuminato da luce artificiale”
L’uso parsimonioso della corrente elettrica viene segnalato anche dal suo medico di famiglia: LEGGI “Ricordo che tutto mi sembrava molto buio”;
Ma che Pacciani fosse parsimonioso, se non avaro al limite della grettezza è, del resto, cosa ben nota.

“Nel piccolo vano adibito a tinello posto a sinistra dell’ingresso dell’abitazione si notava, subito dopo la porta, a sinistra, un tavolino. Dinanzi al tavolino, all’altezza della porta d’ingresso del vano bagno, bocconi, si rinveniva una persona di sesso maschile che presentava i pantaloni abbassati fino a sotto i glutei e la maglia parzialmente sollevata."

La posizione del cadavere di Pietro Pacciani risulta anomala? Non direi, combacia perfettamente con l’ipotesi si sia sentito male e sia caduto a terra, non a caso riporta lievi escoriazioni, LIEVI, al volto, al braccio e al ginocchio sinistro.
Segni di effrazione? Nessuno. Disordine da colluttazione? Neppure.
Come neppure risultano ferite da difesa o segni di trascinamento.

La relazione di consulenza tecnica sulle cause di morte di Pietro Pacciani del medico legale, prof. Giovanni Marello riporta:
L’ispezione esterna rivela che il cadavere indossa: “un maglioncino azzurro, una camicia scozzese, una camiciola di lana, pantaloni grigi, due boxer legati tra loro mediante una stringa, un calzino di colore azzurro ed uno di colore verde marcio, nonché un paio di scarpe di cuoio slacciate.”
Stranamente, incomprensibilmente, nessun riferimento ad “uno straccio fermato alla maglia con tre spille di sicurezza, imbevuto di varechina” di cui si legge in una nota del 3 dicembre 2001 del dirigente della squadra mobile di Firenze.
Lo straccio, citato dal solo capo della Squadra mobile, ricorda lontanamente l’asciugamano che fu rinvenuto il 06 giugno 2002 sulla salma riesumata del dr Francesco Narducci: “Asciugamano di tela robusta, posto al di sotto dei pantaloni, sistemato ad ansa, con apertura posteriore a modo di – ventriera -. Il telo è stato rinvenuto molto aderente all’addome ed ha lasciato quasi per compenetrazione l’impronta del proprio ordito sulla cute.”
Apro parentesi. Francesco Narducci è il gastroenterologo perugino scomparso l’8 ottobre 1985 nel lago Trasimeno, accusato dalla Procura di Firenze e di Perugia di aver avuto un ruolo negli omicidi commessi dal cd “Mostro di Firenze”.
La Procura della Repubblica di Perugia, nel tentativo di comprendere la funzione dell’asciugamano, dispose una consulenza tecnica volta a chiarirne il significato: “l’apposizione del telo sui fianchi del cadavere aveva un possibile carattere “massonico arcaicizzante” e un possibile significato rituale “punitivo”.”  
La circostanza è certamente curiosa e suggestiva ma credo, francamente, non si possano confondere due boxer legati assieme con una stringa, con un asciugamano;
È altresì facilmente spiegabile l’odore di varichina, di cui parla il superpoliziotto, con una semplice ricerca in rete: “Nel caso di cistiti, infezioni renali, uretriti, l’odore è causato da alcuni batteri come Proteus, Pseudomonas, Providencia, Morganella che trasformano l’urea (una componente dell’urina), in ammoniaca. In questi casi l’odore caratteristico è quello di ammoniaca o candeggina.”

Ed infatti nella relazione del prof Marello si legge: “vescica a pareti integre con scarsa urina purulenta. (…) e nella conclusione “cistite e ipertrofia prostatica.

Ma il dr Giuttari ha parlato di varichina, non di candeggina!
“L'ipoclorito di sodio è il sale di sodio dell'acido ipocloroso. In soluzione acquosa in concentrazione variabile dall'1% al 25% circa, è noto nell'uso comune come sbiancante e disinfettante, con i seguenti nomi:    candeggina, varichina, amuchina, nettorina”
Credo possa dichiararsi chiarita la circostanza dei boxer dall’odore sgradevole.

Cos’altro ci dice la relazione del prof Marello?
“Sollevati gli abiti è possibile evidenziare a livello delle regioni corporee, antideclivi, la presenza di ipostasi di colore rosso vinoso.”

In pratica, il sangue, a seguito del decesso anzichè depositarsi in basso, come avviene solitamente per via della forza di gravità, si era raccolto in alto. Circostanza certamente singolare ed insolita ma che non ci induce a pensare che Pacciani sia stato ucciso, semmai che il corpo sia stato rivoltato, rovesciato dalla posizione originaria in cui fu rinvenuto.
Del resto che le scene del crimine siano trattate spesso in modo tutt’altro che ineccepibile è quasi una consuetudine per chi ha seguito, anche solo distrattamente, la vicenda del cosiddetto mostro di Firenze.

Quando è morto Pacciani?
“L’osservazione dei fenomeni cadaverici permetteva di stabilire indicativamente l’ora della morte al 21 febbraio 1998, intorno alle 22:30 circa.”

Di cosa è morto Pacciani? L’esame autoptico è abbastanza chiaro: “La morte è dovuta ad insufficienza cardiaca con edema polmonare (accumulo di liquidi) in recente infarto del miocardio in soggetto con cardiomegalia (cioè aumento di volume del cuore) per ipertrofia ventricolare sinistra e sfiancamento globale del cuore, affetto da arteriosclerosi polidistrettuale (deposito di grasso) a particolare incidenza a livello coronarico e cerebrale ove è presente una atrofia corticale con dilatazione ventricolare ed edema. Il Pacciani presentava esiti di precedenti infarti ed erano presenti segni di anasarca (che è comunque un accumulo di liquidi come l’edema) e di notevole stasi con epatomegalia (cioè aumento del volume del fegato) oltre a gastrite emorragica diffusa, cistite ed ipertrofia prostatica.”
Che Pietro Pacciani non fosse propriamente in salute lo confermano il suo medico curante: “Constatai che respirava male, il Pacciani fu categorico nel rifiutare il ricovero”;
Il dr Francesco Bruno che nel verbale del 06 settembre 2001 riferisce:  “Soffriva di una cardiopatia molto grave: aveva avuto un infarto negli anni ‘70. La cardiopatia era complicata dall' infarto e successivi disturbi cardio - ischemici. In occasione del ricovero a Ponte a Niccheri aveva avuto un edema polmonare iniziale che è un segnale molto grave di rischio di vita. Soffriva anche di ipertensione arteriosa e di depressione. Era un grande bevitore di vino ed un grande fumatore, tutte cose chiaramente controindicate a quelle patologie.”
Ivana, la sua vicina di casa “Negli ultimi giorni ho potuto notare che il Pacciani stava male di salute. Camminava male, gli mancava il fiato, tossiva quasi continuamente.”
Ma anche Suor Elisabetta, che in più riprese, da mesi, lo invitò a fare accertamenti sanitari. Di questa apprensione si legge nei verbali relativi alle intercettazioni telefoniche.
21/12/1997 – A telefono con Suor Elisabetta: “Si lamenta che si è sentito male, era alla Coop ed è caduto per terra. Soffre d’insonnia.”  
25/12/1997 – 11:13 - Chiama il 118 – “Sente un forte dolore al petto. Interviene la guardia medica.”
Lo stesso Pacciani uno uno dei suoi tanti memoriali, scrisse: “Mi curo con tante medicine, il Persantin 75, 4 al dì, Calvasin durante gli attacchi, Nitrodur, Cemerit, inoltre tengo il diabete, un polpo alla gola, non mi posso operare per l’infarto avuto, che non posso fare l’anestesia, inoltre ho l’attrosi alla spina, pressione molto alta, mi curo col Moduretic e Suguan, tengo 156 cartelle cliniche che ritirai dal centro clinico di Sollicciano”.

(Persantin, Calvasin, Nitrodur, Cemerit, Moduretic, Suguan, tutti farmaci fortemente controindicati con le patologie di Pacciani, che il contadino di Mercatale assumeva contestualmente ad abbondante vino; e che l'alcool ed i medicinali siano un binomio tutt'altro che salutare è cosa nota).


Esagerazioni senza alcun fondamento? Non proprio, considerato che dal 13 febbraio 1996, giorno in cui Pietro Pacciani fu assolto dalla Corte di Assise di Appello di Firenze, al momento del decesso, 22 febbario 1998, fu ricoverato due volte in ospedale in seguito ad attacchi di cuore: Il 06 agosto 1996 ed il 25 ottobre 1997.

La morte di Pacciani è stata forse trascurata o non sufficientemente approfondita? Non direi, tant’è che la Procura della Repubblica di Firenze, il 29 marzo 2001, aprì un fascicolo contro ignoti volto a chiarire ogni aspetto della sua dipartita. Tra gli accertamenti disposti vi furono, tra l'altro, quelli tossicologici e farmacologici che evidenziarono, nei liquidi organici di Pacciani, la presenza di un medicinale, l’Eolus, che è controindicato per un soggetto cardiopatico, obeso, affetto da diabete.
Questa è certamente un’anomalia e c’è chi comprensibilmente si sorprese della presenza di questo farmaco a casa Pacciani, c’è perfino chi su questa circostanza lamenti episodi di amnesia e non ricordi d’essere stato presente durante la redazione del verbale del 31 ottobre del 2001 in cui il medico di Pacciani riferi: “Mi viene mostrata la fotocopia di una ricetta con la prescrizione del farmaco “Eolus” con due confezioni. La ricetta è a firma mia. La riconosco e quindi sicuramente sono stata io a prescrivere questo medicinale in spray, che all’epoca prescrivevo spesso ai miei pazienti con problemi di respirazione. Presumo che al Pacciani lo prescrissi per un problema bronchiale.”
Mistero (si fa per dire) risolto: Pacciani assumeva un medicinale controindicato con le sue patologie poichè regolarmente prescritto dal suo medico curante.
Errore umano? Leggerezza? Non sta a me dirlo, pensare però che qualcuno possa aver voluto uccidere Pacciani con uno spray per l’asma è un po’ come credere di riuscire a svuotare una piscina con un cucchiaino da the.

C’è infine l’ennesimo episodio suggestivo che può essere utile a chi voglia scrivere e pubblicare libri o abbia piacere far parlare di sé ma che è del tutto irrilevante se si ha a cuore la verità e la giustizia.

Celso Barbari, di professione pittore, negli anni ‘90 si era appassionato alla vicenda giudiziaria di Pacciani; convinto sostenitore della sua innocenza una mattina aveva pensato bene di presentarsi davanti all’aula bunker di Firenze con una croce su cui era ritratto il contadino di Mercatale. Ne erano seguiti brevi attimi di popolarità che gli avevano consentito di incontrare “il Vampa” presso la sua abitazione a Mercatale.
Il pittore, il 04 aprile 2001, presso gli uffici della squadra mobile di Pian del Voglio riferì: "Sentii Pietro proprio il giorno prima del rinvenimento del suo cadavere. Lo sentii per telefono la sera e lui fu molto frettoloso nel liquidarmi dicendomi che da lui c’era un erborista. Tant’è che ebbi modo di udire Pietro che rivolgendosi a questa persona gli diceva: “È quel grullo del pittore…”. Chiudendo la comunicazione. Il giorno ebbi la notizia della sua morte."
Un erborista... L’immagine evoca pozioni letali, figure lugubri e sospette, I Borgia, Panoramix…
Niente di tutto ciò.
Pacciani risulta telefonicamente intercettato dal 30 agosto 1997 al 26 febbraio 1998. La telefonata del pittore venne registrata e trascritta e dal fascicolo emerge inequivocabilmente che non avvenne venerdì 21 febbraio, il giorno precedente il rinvenimento del cadavere di Pacciani, bensì la settimana precedente, venerdì 14... per San Valentino...
Non “di sera” come riferisce il pittore ma di pomeriggio, alle 15:33.
La sintesi della telefonata riporta:  “
"Barbari Celso telefona al Pacciani e gli chiede come sta. Pacciani dice di essere a ‘fare le medicine”. Barbari gli chiede spiegazioni in merito ed il Pacciani afferma di - “fare con le erbe, ... c'ho le erbe”. In seguito il Barbari chiede informazioni sul tempo meteo. Pacciani dice che è molto freddo e che la notte scorsa ha dormito solamente due ore. Pacciani, facendo intendere che ha fretta, continua il discorso  dicendo: “gli fo la medicina a quest’omo qui, aspetta sennò va via, poi gli ha furia”. Barbari capisce che Pacciani ha fretta ed i due si salutano. Durante la registrazione della telefonata non si sentono in sottofondo altre voci, diverse da quelle dei due interlocutori.”
Si può pertanto escludere anche l’ipotesi che l’erborista avesse chissà quali loschi intenti poichè, a ben leggere, pare evidente che fosse Pacciani a preparare intrugli medicamentosi per il suo ospite.

Recentemente ho letto anche che probabilmente Pacciani “Non voleva pagare per tutti” e che fu ucciso per evitare rivelasse la verità. 

Durante i processi a Pacciani la Procura, i quotidiani, le riviste di attualità, sono state inondate di memoriali scritti di pugno dal contadino di Mercatale.
Appelli accorati con i quali il contadino urlava la propria innocenza, si scagliava contro chi lo accusava, talvolta indicava soggetti a suo dire sospetti che meritavano l’attenzione degli inquirenti.
Credo che se avesse avuto qualcosa da dire, da far sapere, non gli siano affatto mancate le occasioni pubbliche per esprimersi, per comunicare ciò di cui fosse a conoscenza.
Anche Pietro Fioravanti, l’avvocato storico di Pacciani, riferì aver ricevuto in più di un’occasione, indicazioni dal contadino di Mercatale:
Verbale del 16 febbario 2004 - “Pacciani mi ha parlato più volte della necessità di fare indagini sul medico di Perugia, sul Marchese Corsini, sul farmacista di San Casciano.”
verbale del  05 dicembre 2002 – “In che epoca Pacciani le parlò del Narducci? Dopo il gennaio del 1993. In pratica dopo il secondo arresto”
Gennaio 1993 fa rivelazioni di un certo tenore, diciamo così…
febbraio 1998 viene trovato morto presso la propria abitazione.
Chi eventualmente potè sentirsi minacciato dalle accuse di Pacciani non fu esattamente un fulmine di guerra, considerato che fece trascorrere 5 anni prima di mettere in atto un piano per eliminarlo che potremmo definire a dir poco omeopatico.

Capisco che un soggetto come Pacciani, che muore così banalmente, possa destare qualche perplessità, forse anche una certa delusione ma questa non è una storia di Rex Stout, Georges Simenon, Arthur Conan Doyle.
Cercare nella dietrologia risposte che non si è stati capaci di trovare in anni ed anni di indagini mi ricorda tanto chi non sapendo rispondere ad una domanda se ne esca con una delle supercazzole del Conte Mascetti.
Niente di male, beninteso, ma non sorprendiamoci poi se a 62 anni dal primo omicidio si continui a parlare di questa vicenda come di un mistero insondabile.

01 dicembre 2021

lunedì 29 novembre 2021

Il mostro nero - Gli anni dei delitti a Firenze

Autore: Stefano Brogioni

Prima edizione: 2021, 220pp, brossurato, Intermedia Edizioni

Presentazione: Il “Mostro nero" non è il solito resoconto dei sedici omicidi firmati da un'introvabile calibro 22 che terrorizzarono Firenze. Ma è l'analisi di quella striscia omicidiaria, che si fece più cruenta tra il 1981 e il 1985, collocata nel contesto storico dell'Italia di quegli anni, tra la coda della strategia della tensione e le manovre oscure che hanno segnato altri grandi misteri italiani e che non hanno risparmiato neanche chi cercava di fermare il serial killer. Indagini sbagliate, piste percorse troppo tardi, collegamenti mai fatti, dettagli ignorati, servizi deviati: tutto a svantaggio di una verità non ancora emersa. Da un misterioso arsenale di armi, fino all'inchiesta per depistaggio per la cartuccia che avrebbe dovuto incastrare Pietro Pacciani: il “Mostro nero” è un libro-inchiesta, arricchito anche da molti documenti inediti, che accosta vicende del nostro passato all’apparenza distanti, ma che invece presentano somiglianze che soltanto oggi, allargando l’orizzonte delle conoscenze e con gli ultimi elementi emersi, diventano percettibili. "

giovedì 28 ottobre 2021

Gabriella Ghiribelli: i festini, i medici e le sedute spiritiche

Gabriella Ghiribelli, il cosiddetto teste Gamma, le cui dichiarazioni furono fondamentali per svelare il coinvolgimento di Giancarlo Lotti (Beta) e Fernando Pucci (Alfa) negli omicidi commessi dal cosiddetto “mostro di Firenze” ma anche ad orientare l’indagine sui presunti mandanti.

Breve riepilogo per meglio introdurre l’argomento:
Il 15 ottobre 1995, un nuovo capo della squadra mobile si è insediato in Questura a Firenze; dopo appena un mese e mezzo, ha letto 28 anni di atti d’indagine ed il 4 dicembre si reca dal Procuratore, dr Piero Luigi Vigna, per consegnare un rapporto contenente testimonianze utili, a suo dire, a dimostrare la presenza di più persone nella commissione degli omicidi attribuiti al cosiddetto mostro di Firenze.

Il rapporto giunge con un tempismo straordinario, considerato che da lì a poco la Corte di Assise di Appello di Firenze assolverà Pietro Pacciani da ogni addebito ed il trovare nuovi testimoni è l'unico modo per corroborare le tesi accusatorie della Procura.

L’indagine che ne seguì, il 24 marzo 1998, condusse ad una sentenza che condannò alla pena dell’ergastolo Mario Vanni e a 30 anni di reclusione Giancarlo Lotti.
Non furono acquisite prove dirette dei fatti, si trattò di un processo indiziario basato perlopiù sulla chiamata in correità di Giancarlo Lotti e sui riscontri alle sue dichiarazioni.
La sentenza  in premessa riporta: “Le dichiarazioni accusatorie di un imputato, (...) non sono di per sè sufficienti a portare ad alcuna affermazione di responsabilità se non sono accompagnate da ’’riscontri esterni” ben precisi, che confermino l'attendibilità del soggetto.”
Che, in parole povere, significa che se accusi qualcuno di un reato occorre verificare tu dica la verità.
Sui riscontri, sulla coerenza e sulla verosimiglianza di quanto riferito da Lotti stiamo lavorando, oggi ci occupiamo di Gabriella Ghiribelli, uno dei testi le cui dichiarazioni furono ritenute attendibili e coincidenti con quelle di Giancarlo Lotti.

Gabriella Ghiribelli entra nell’inchiesta bis sui complici di Pietro Pacciani il 15 dicembre 1995. È Giancarlo Lotti, presso gli uffici della Squadra mobile, ad indicarla come “una sua conoscente che esercita la prostituzione”.
Dal dicembre 1995 al luglio 2003, Gabriella Ghiribelli verrà sentita, dalla Squadra mobile e dal PM, una decina di volte, integrando, modificando, talvolta stravolgendo, le proprie iniziali dichiarazioni.
Nel suo primo verbale del 21 dicembre 1995, riferisce essersi prostituita tra il 1982 ed il 1986 ma da un’informativa dei Carabinieri di Firenze dell’8 febbraio 1996 si apprende sia dedita al meretricio fin dai primi anni ‘70; dalla stessa nota si apprende: “È stata sorpresa piu' volte in diverse zone della Toscana mentre era in attesa di occasionali clienti, per cui e' stata munita di foglio di via da parte dell'autorita' di P.S."

In data 25 maggio 1983, unitamente a Galli Norberto, è stata denunciata dall'Arma di Prato per "ricettazione continuata, contraffazione ed alterazione di titoli di credito;”
Riferisce aver smesso di “fare la vita” nel 1986 ma nel 1995, quando viene sentita a verbale, dichiara: “Posso dire che ho avuto ed ho tutt’ora rapporti intimi con Lotti Giancarlo, l’ultimo dei quali si è verificato una settimana fa.”

Dubito, francamente, i due fossero divenuti amanti, credo si possa pertanto affermare senza alcun dubbio che nel 1995 ancora si prostituisse.
Nel medesimo verbale rivela conoscere Mario Vanni, sia perché, come lei, abita in Borgo Sarchiani a San Casciano, sia perché l’ex postino è noto per recarsi a prostitute a Firenze; La Ghiribelli nell’occasione ci tiene a specificare però non si tratti di un suo cliente poichè, a suo dire, “eccessivamente volgare”.  

Che, detto da una prostituta, fa pensare a chissà quali sconcezze. In realtà, Vanni, pare prediligesse negli incontri intimi l’uso di “vibratori e falli di gomma” (verbale di Gabriella Ghiribelli del 27/12/1995). Tutto qua.

È anche il caso di aggiungere che Giancarlo Lotti, nel verbale del 15 dicembre 1995, non riferisce di un diniego da parte della Ghiribelli nei confronti del Vanni semmai di questioni meramente burocratiche:

“Con il Vanni una volta sono stato a Firenze da una prostituta di nome Gabriella ma il Vanni non potè avere rapporto in quanto aveva dimenticato a casa il documento.”
Passa quindi ad indicare una prostituta frequentata da Lotti: Filippa Nicoletti: “Questa Filippa, fino dal 1987 circa, conviveva con Indovino Salvatore, in una casa nella zona degli Scopeti”, la nota stamberga in via di Faltignano.

Dagli atti d’indagine risulta che Filippa Nicoletti sia emigrata da Faltignano, verso Arezzo, già dal 30 marzo 1984, ma quand’anche non si tenesse conto di questa circostanza occorre considerare che Salvatore Indovino è deceduto il 20 settembre 1986 e nel 1987, il tugurio di via di Faltignano, era già tornato in disponibilità dei legittimi proprietari.
Esili inesattezze, tutto sommato superflue che però indicano una certa inclinazione della teste. 

Andiamo avanti:

“Indovino a casa sua era solito riunirsi con persone per delle sedute spiritiche. Tra i partecipanti c’era la Filippa, Sebastiano (fratello di Indovino), un certo Domenico ed un medium di nome Manuelito. (...) Notavo residui di candele bruciate e stelle a cinque punte disegnate per terra, nonchè preservativi usati e cose che dimostravano attività orgiastiche”.
Vediamo allora cosa dicono in merito i quattro citati dalla Ghiribelli:

Filippa Nicoletti, verbale del 6 febbraio 1996: “Non mi risulta che Salvatore facesse il mago, almeno sino al 1984. lo non gli ho mai visto fare magie, nè ne ho sentito parlare da lui o da altri.”
Sebastiano Indovino, verbale del 30 dicembre 1995: “Quando sono stato a casa di mio fratello, non ho avuto mai modo di notare nell'abitazione tracce o cose che potessero far pensare che, in quel posto, fossero state tenute sedute spiritiche.”
Manuelito, verbale del 20 febbraio 1996,  “Non sono in grado di dire se all’epoca, credo nel 1984,  Salvatore facesse attività di magia in quanto non me ne ha parlato, nè io ho avuto modo di vedere qualcosa di tale attività.”
Di Domenico Agnello si sono perse le tracce nell’agosto del 1994 pertanto la PG non potè chiedergli cosa sapesse a riguardo.
Tre su quattro negano aver partecipato a sedute spiritiche. Che dire? Saranno tutti reticenti tranne la Ghiribelli!


“Mi pare, ma non ne sono sicura che talvolta abbia partecipato alle sedute anche una donna meridionale che era vedova di un uomo trovato impiccato di nome Malatesta Renato.” 

Si tratta verosimilmente di Maria Antonia Sperduto che però si trasferì in via di Faltignano, presso l’abitazione del signor Vincenzo Trancucci, nel novembre del 1980 per rimanervi fino all’aprile del 1983 (verbale del 06 novembre 1991).
E qui qualcosa non torna sul piano temporale poichè la Ghiribelli in altro verbale, quello dell’8 febbraio 1996, riporta “Abbiamo abitato a San Casciano in Borgo Sarchiani dalla seconda metà del 1984 a tutto il 1986. Quando abitavo a San Casciano, ho sempre frequentato la casa di Indovino Salvatore, in via di Faltignano”.

Conferma, seppur posticipando, l’arrivo a San Casciano, il suo convivente dell’epoca, Norberto Galli: “Ci trasferimmo a San Casciano, via Borgo Sarchiani nr.80, i primi mesi dell'85.”
In pratica quando la Ghiribelli giunse a San Casciano (luglio 1984), la Sperduto si era già trasferita a Poggibonsi, in provincia di Siena. Non si capisce pertanto come possa averla vista partecipare alle sedute spiritiche.

A conferma vi è anche una nota del 28 marzo 1996, a firma del dirigente della squadra mobile: “Sperduto Maria Antonia ha riferito di non aver mai avuto modo di vedere di persona la Ghiribelli Gabriella quando stava nella casa di via di Faltignano.”
Riguardo il marito della Sperduto, la Ghiribelli aggiunge:
“Ho conosciuto personalmente Renato Malatesta e lui mi confidò di essere stato minacciato e picchiato più volte da qualcuno, dichiarando inoltre che non poteva darmi altri particolari per evitare che anche io venissi coinvolta.”

Renato Malatesta fu rinvenuto cadavere, presso la propria abitazione in via Chiantigiana 10, alla Sambuca, il 24 dicembre 1980, quando Gabriella Ghiribelli ancora abitava a Firenze.
Nessuno ha mai segnalato la presenza di Renato Malatesta in Via di Faltignano, nè risulta che questi abbia frequentato prostitute, per quanto la Ghiribelli, in un verbale dell’8 febbraio 1996, riferì essere suo cliente.
Il verbale della Ghiribelli, di quel 21 dicembre 1995, si conclude con una dichiarazione che verrà presto smentita e poi riconfermata: “Per quanto riguarda Pietro Pacciani io l’ho visto a casa di Indovino Salvatore sicuramente quando arrivava il camper del medium che parlava siciliano”.
Nel verbale successivo, quello del 27 dicembre 1996, rettifica “Non ho mai visto il Pacciani Pietro nè a casa dell’Indovino né in altre occasioni. Ho visto il Pacciani solamente in televisione o sui giornali in occasione della nota vicenda del mostro di Firenze”.
Durante una conversazione telefonica intercettata, con Filippa Nicoletti, del 21 dicembre 1995, la Ghiribelli conferma la precedente circostanza: “No, il Pacciani non lo conoscevo!”

Trascorre una settimana, ed il 27 dicembre 1995, Gabriella Ghiribelli viene nuovamente sentita negli uffici della squadra Mobile. Nell’occasione aggiunse nuovi partecipanti alle sedute spiritiche che si sarebbero svolte in via di Faltignano: Alle riunioni partecipava anche un tale Luciano di Prato che si presentava con una donna fissa di nome Grazia”.

Luciano Paradiso sentito a riguardo il 3 febbraio 1996 ebbe a riferire: “All'epoca io avevo una relazione sentimentale con una ragazza di Prato ed iniziai a frequentare l'abitazione di Salvatore con questa ragazza allo scopo di poter avere dei momenti di intimità in quella casa.” La ragazza di Luciano Paradiso, nell’udienza del 10 luglio 1997, del processo a Vanni + altri, conferma la circostanza.
Pubblico Ministero: Senta ancora una cosa: sa se l’Indovino faceva il mago... un'attività di questo tipo?
Maria Grazia Patierno:  No. A noi almeno, non ha detto niente. Perché noi si andava soltanto per i' semplice motivo... 

Pubblico Ministero: Abbiamo capito.

La deposizione integrale è ascoltabile clikando qui.

Direi, senza alcun dubbio che Luciano e la sua ragazza, erano impegnati in tutt’altro che sedute spiritiche quando si recavano in via di Faltignano. Ma magari pecco di ingenuità...
Ad ogni modo, Gabriella Ghiribelli indica sei persone (Luciano Paradiso, Maria Grazia Patierno, Domenico Agnello, Manuelito, Filippa Nicoletti, Sebastiano Indovino) che avrebbero condiviso con Salvatore Indovino l’interesse per lo spiritismo. Sei persone. Tenete a mente questo dato perchè ci torneremo sopra.
Passiamo quindi al brano del verbale ritenuto fondamentale dall’accusa per riscontrare le dichiarazioni di Giancarlo Lotti: “Circa tre mesi fa, ho avuto modo di notare la macchina del Lotti e vedendo che essa aveva la portiera di colore rosa, mi venne spontaneo dire al Lotti, in tono scherzoso: "vuoi vedere che sei tu il Mostro?" Alla domanda del Lotti del perchè, risposi che, la notte del delitto degli Scopeti, avevo visto una macchina del medesimo colore della sua con la portiera sbiadita di altro colore, per l'appunto come quella sua. Il Lotti rimase male per questa mia affermazione e mi disse: "cosa c'entra la mia macchina con quella che hai visto te?".

A quel che riferisce la Ghiribelli, nell’agosto/settembre 1996, Giancarlo Lotti disponeva ancora dell’auto con la portiera di un colore diverso rispetto alla carrozzeria, con cui avrebbe partecipato al duplice omicidio avvenuto a Scopeti nel settembre del 1985.
In realtà, come emerge inequivocabilmente, da un prospetto riepilogativo del 29 agosto 1996, elaborato della Questura di Firenze, il vecchio FIAT 131 rosso con portiera bianca era nella disponibilità del Lotti dal 23/11/1988 al 18/07/1995 pertanto non poteva averne fatto uso nel settembre 1985, durante l'omicidio di Scopeti.

Torniamo al verbale della Ghiribelli.

“Il Lotti Giancarlo ho iniziato a frequentarlo dall’anno 1986. (...) Posso affermare con certezza che all’epoca, pur avendolo conosciuto tramite Filippa, non frequentavo il Lotti, che iniziai a frequentare nell’86, allorchè mi lasciai con il Galli.”
Verbale di Norberto Galli del 27 dicembre 1995: “Nell'82 conobbi una donna che si prostituiva tale Gabriella Ghiribelli, della quale mi innamorai e con la quale trascorsi un lungo periodo di convivenza protrattosi sino al primo febbraio 1988”. 1988, non 1986.
La data è certa poichè relativa ad un fermo operato dalla P.G. nei confronti del Galli, per favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, ricettazione e lesioni, a seguito di una denuncia sporta dalla Ghiribelli Gabriella stessa.
Ma che Ghiribelli e Galli si siano lasciati nel 1988 anzichè nel 1986 è tutto sommato superfluo, ciò che stride terribilmente è la data riferita dalla Ghiribelli circa la frequentazione di Giancarlo Lotti.
Sia Fernando Pucci che Giancarlo Lotti dichiararono infatti che il pomeriggio e la sera dell’8 settembre 1985 lo  trascorsero con Gabriella Ghiribelli:

Udienza del 5 dicembre 1997, domanda dell’avvocato Filastò: Quel giorno, (08 settembre 1985), lei e Pucci andaste a Firenze della Gabriella Ghiribelli?
Giancarlo Lotti:
Fernando Pucci, verbale del 23 gennaio 1996, “Quella sera (08 settembre 1985) avevamo cenato a casa di Gabriella Ghiribelli e quindi eravamo partiti da Firenze piuttosto tardi.”
Pucci introduce anche un altro elemento che contrasta con le dichiarazioni della Ghiribelli, riferisce infatti d’aver cenato col Lotti a casa Ghiribelli ma costei, l’abitazione a Firenze, la prende in periodo decisamente successivo all’85. Verbale di Gabriella Ghiribelli dell’ 08 febbraio 1996: “Dopo aver lasciato il Galli, ho affittato una casa in piazza San Lorenzo al n.3 e in quel periodo, quasi tutti i sabati e domenica il Lotti ed il Fernando venivano a cena in quella casa. Ciò è avvenuto, grosso modo, tra il 1987 ed il 1991.”
C’è di che riflettere.

Tornando al verbale della Ghiribelli: “Ebbi modo di vedere che la tenda dei due turisti era di tipo canadese e di colore chiaro, come grigio sporco.”
Inserisco una foto della canadese di Nadine Mauriot e Jean Michel kraveichvili. Ogni commento sulla tonalità cromatica è del tutto superfluo.

Il verbale si conclude con: “A casa arrivai verso le 24, dopo essermi fermata al bar centrale di San Casciano a bere una bibita. Ricordo che al bar c'era soltanto il proprietario, Luciano, che si accingeva a chiudere il locale.”
Ulivelli Luciano, sentito il 17 gennaio 1996, riferì: “Per quanto riguarda la Gabriella e Norberto io non li conosco. Posso dire che talvolta una donna di nome Gabriella telefona al bar e cerca di Giancarlo e chiede di parlare con lui. Apprendo da voi che Norberto era, una volta, il marito di Gabriella e che entrambi abitavano a San Casciano alcuni anni fa, ma se li ho visti mi riesce difficile abbinare il nome alla figura”
O il barista è reticente o la Ghiribelli mente, o si confonde, anche su dettagli del tutto superflui.
A seguito di quanto dichiarato alla Squadra Mobile di Firenze, l’8 febbraio 1996 Gabriella Ghiribelli venne convocata presso gli uffici della Procura della Repubblica di Firenze dinanzi il PM dr Francesco Fleury, il Procuratore aggiunto dr Paolo Canessa ed il Sostituto Procuratore dr Alessandro Crini.
Nell’occasione ripetè quanto precedentemente riferito pur contraddicendosi su talune circostanze e riportando eventi e situazioni superflue o al limite del paradossale.

Poco prima di chiudere il verbale, Gabriella Ghiribelli riferì di un episodio a dir poco curioso: “La domenica successiva all’omicidio di Scopeti, Lotti è venuto a trovarmi come sempre, senza però il Fernando. Io gli chiesi ragione di ciò ed egli, con fare molto alterato, mi disse che c’era stata una litigata tra loro e che egli aveva rotto l’amicizia”.
Persino le sentenze contro i cosiddetti “compagni di merende” riportano dettagliatamente questa circostanza come a porre in evidenza che a seguito di quanto vissuto la sera del duplice omicidio di Scopeti, Pucci non volle più avere niente a che fare con Lotti.
“Significativo è anche il fatto che da allora il Pucci ha interrotto ogni rapporto col Lotti, essenzialmente per le seguenti due ragioni:
a) per aver capito in quella notte agli Scopeti che il Lotti era complice a tutti gli effetti di coloro che avevano eseguito materialmente gli omicidi, avendo constatato direttamente il ruolo che aveva assolto in quell'occasione;
b) per aver avuto un forte risentimento nei confronti dello stesso Lotti, per essere stato da lui ingannato e trascinato maliziosamente in una situazione che avrebbe potuto anche coinvolgerlo penalmente, ove non fosse stato creduto: "
Sentenza contro Mario Vanni +4, Corte di Assise di primo grado di Firenze.
In realtà gli atti riportano tutt’altra versione dei fatti.

Il verbale del 2 gennaio 1996 sottoscritto da Fernando Pucci riporta: “Ho conosciuto Giancarlo Lotti che ho anche frequentato per circa 6/7 anni fino a circa 10 anni fa, allorché egli non venne ad un appuntamento che mi aveva dato a San Casciano, per cui non lo cercai più e mi allontanai da lui”.
Nell’udienza del 4 ottobre 1997, nel processo a Mario Vanni + altri, la sorella di Fernando Pucci, Marisa, spiegò invece che Lotti aveva abbandonato un lavoro che il fratello gli aveva trovato, questi, sentitosi offeso, aveva smesso di cercarlo. Valdemaro Pucci, l’altro fratello di Fernando nell’udienza del 06 ottobre 1997, chiarì che il distacco tra i due era avvenuto nel novembre 1991, a causa di un assegno scoperto che Lotti gli aveva consegnato a saldo di generi alimentari acquistati presso il suo esercizio. La circostanza risulterà riscontrata dall’assegno acquisito dal P.M.

Nel febbraio 1996, Pacciani venne assolto dalla Corte di Assise di Appello, i nomi dei testi Alfa, Beta, Gamma, Delta, rispettivamente Pucci, Lotti, Ghiribelli, Galli furono svelati e tutti gli organi di informazione ci si gettarono a capofitto.
L’attività di indagine dell’inchiesta bis sui delitti del mostro trovò nuovo impulso dalle dichiarazioni di nuovi e vecchi testimoni. Tra coloro che furono risentiti comparve anche Francesco Rubbino, ex marito di Milva Malatesta. Una sua intervista comparve su La Nazione il 23 febbraio 1996, a suo dire “Milva gli disse che nella morte di suo padre c’entravano sua madre Antonietta Sperduto, Pietro Pacciani e Mario Vanni.”

Gabriella Ghiribelli seguiva certamente quanto emergeva dai quotidiani, si parlava spesso di lei, della sua vita complicata, delle sue dichiarazioni; per par condicio rilascia interviste a Rai e a Mediaset, a quotidiani e a riviste, fin quando probabilmente si fa prendere la mano; talune dichiarazioni alla stampa vengono viste con sospetto dagli inquirenti che la convocano in Questura alle 22:30 del 22 marzo 1996.
Quanto riferisce ha i tratti di un’allucinazione, un delirio lucido, dove occorre abbandonarsi completamente alla sospensione dell’incredulità per seguirla, mentre deraglia, incurante di ogni incoerenza.
“Il 23 dicembre 1980 c’è stata una cena a casa della Nicoletti, io abitavo in Borgo Sarchiani (già sappiamo abbia vissuto a San Casciano “dalla seconda metà del 1984 a tutto il 1987”), eravamo io e il Galli (che però nel 1980 abitava ancora con la moglie ed avrebbe conosciuto la Ghiribelli solo 2 anni dopo); c’erano la Filippa, c’era Sebastiano, c’era la Sperduto, c’era il Vanni e Pacciani. (Fino ad allora ha dichiarato di non averlo mai visto a Faltignano…). Dopo cena Pacciani telefonò da un telefono di quelli avana a disco ma non so con chi parlava. Dopo un po’ arrivò una macchina blu con la scritta bianca e mi sembrò dei carabinieri che suonò il clackson. Si alzarono tutti, dissero “si va fuori”, “si va a dare una lezione a qualcuno” e se ne andarono. Io con il Galli rimasi a casa con la Filippa che era sbronza. Saranno state le 23:00. Dopo un’ora, un’ora e mezza li vidi tornare. Non mi dissero dov’erano stati. Facevano dei sorrisini ed avevano il ghigno.”

Il verbalizzante esita, appare diffidente, per tre volte esorta la Ghiribelli a riferire la verità, costei non cede: quella cena avvenne il giorno precedente il rinvenimento del cadavere di Renato Malatesta.

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Le indagini sui Mandanti

Nel marzo 2003, abbandonata la teoria del serial killer unico, tramontata la tesi secondo la quale gli esecutori materiali dei delitti fossero portatori di particolari perversioni, alla Procura della Repubblica di Firenze non rimase che dare la caccia a coloro che avevano assoldato manovalanza per entrare in possesso dei feticci.
Gabriella Ghiribelli aveva già dato prova di essere un teste serio, affidabile, utile per ricostruire certe dinamiche, ed il 28 febbraio 2003 venne nuovamente sentita a verbale presso gli uffici della squadra mobile di Firenze.
-Avevamo pensato di fare un sunto delle sue dichiarazioni ma riportare quanto fu messo a verbale crediamo sia decisamente più efficace ed opportuno.-
“Nel 1981 vi era un medico svizzero che cercava di fare esperimenti di mummificazione in una villa vicino a Faltignano, che sembra che l’avesse comprata sotto falso nome. Questa villa so trovarsi nei pressi del luogo dove furono uccisi nel 1983 i due ragazzi tedeschi."
Il giorno successivo, primo marzo 2003, personale della squadra mobile condusse Gabriella Ghiribelli in via Volterrana, dinanzi l’ingresso di Villa La Sfacciata, questa esclamò: “Sì... sì… sì… La villa è questa, è qui che ho visto quello stronzo… insieme ad una bambina… Lo svizzero era in compagnia di una bambina.”

Verbale del 05 giugno 2003: “Ho collegato lo svizzero con la villa sulla Volterrana in quanto fu Lotti che mi disse che il medico svizzero abitava presso quella villa, io però non l’ho mai visto nè nei pressi nè all’interno di detta villa."
Poche idee ma confuse.
Di villa La Sfacciata mi parlò anche Giancarlo Lotti in più occasioni e sempre negli anni ‘80 quando ci frequentavamo ...
Ricordate vero il verbale del 27 dicembre 1995 in cui riferisce aver iniziato a frequentare Giancarlo Lotti nel 1986?
“Giancarlo mi fece vedere anche dove furono uccisi i due tedeschi e mi disse che il Pacciani l’aveva costretto perchè lui Lotti aveva visto la storia degli Scopeti… Allora gli disse che doveva sparare a questi qui, così tu sei dei nostri”
Ritorno al futuro. Traduco: Siccome nel 1983 sei stato testimone di un evento che avrà luogo nel 1985 adesso, se vuoi far parte del gruppo dei mostri, devi sparare anche tu.
Ma andiamo avanti che il bello deve venire.

“Sempre il Lotti mi disse che questo medico svizzero, a seguito di un viaggio in Egitto, era entrato in possesso di un vecchio papiro dove erano spiegati i procedimenti per la mummificazione dei corpi. Detto papiro mancava però di una parte che era quella relativa alla mummificazione delle parti molli e cioè, tra le altre, il pube ed il seno.
Mi disse che era per quello che venivano mutilate le ragazze nei delitti del cosiddetto mostro di Firenze. Mi spiegò anche che la figlia di questo medico nel 1981 era stata uccisa, aveva 12 anni, e la morte non era stata denunciata, tanto che il padre aveva detto che era tornata in Svizzera per giustificarne l'assenza.

Il procedimento di mummificazione gli necessitava proprio per mummificare il cadavere della figlia che custodiva nei sotterranei.”
Non è un brano tratto dall’ultimo libro del fratello storto di Dan Brown è il testo di un verbale raccolto presso gli uffici della Questura, che un dirigente della Polizia di Stato il 16 giugno 2003 ed il 17 novembre 2003, in una nota alla Procura della Repubblica, ritenne contenere “notizie di particolare interesse investigativo.”

Il verbale della Ghiribelli prosegue rivelando che il medico svizzero, proprietario di Villa La Sfacciata, frequentava assiduamente San Casciano, dove si incontrava con un orafo, con un medico delle malattie tropicali, col “medico di Perugia che poi scomparve nel Lago”, evidentemente il Dr Narducci. Ma chi sono il medico svizzero, l’orefice ed il medico delle malattie tropicali?
È la stessa Ghiribelli a svelarlo.
Il primo marzo 2003, nel corso di un’ispezione luoghi, Gabriella Ghiribelli, dinanzi l’orologeria Filippi a San Casciano, riconobbe, nell’uomo dietro al banco, la persona precedentemente definita “l’orefice”. Il dirigente della Squadra mobile, nella nota del 16 giugno 2003, riguardo l’orefice, segnalò alle Procure di Firenze e Perugia: “la madre è originaria di Montefalco (PG), a pochi chilometri da Foligno ove aveva lo studio medico il Narducci Francesco”.

Coincidenze, se di coincidenze si tratta, che taluni potrebbero addirittura ritenere sospette!
Ma andiamo avanti. Il medico delle malattie tropicali, nel verbale del 05 marzo 2003, fu riconosciuto dalla Ghiribelli in Achille Sertoli, ex professore associato al Dipartimento di dermatologia dell’Università di Firenze.
Ed il “medico svizzero”?
La Ghiribelli, il 5 giugno 2003, non ebbe dubbi e fece mettere a verbale: “Riconosco l'uomo la cui foto è contrassegnata con il numero 4 come il medico svizzero di cui mi aveva parlato il Lotti. Sono certa altresì che si tratta della stessa persona che si accompagnava spesso con il medico di Perugia.”

La foto n.4 ritraeva un certo Nathanel V. che però non ha mai abitato a Villa La Sfacciata, non ha mai svolto la professione di medico, non è originario né ha  mai avuto parenti in Svizzera ma soprattutto, la figlia, tutt’ora vivente, non risulta abbia mai subito processi volti a mummificarla.
Nonostante questo inequivocabile riconoscimento, due settimane dopo, il primo dirigente della Polizia di Stato di Firenze, nella nota alla Procura della Repubblica di Firenze del 16 giugno (pag.6), inspiegabilmente riporta: “la teste (riferendosi alla Ghiribelli)  ha riferito di un medico svizzero, non meglio indicato e per l’identificazione del quale sono in corso accertamenti.”
Alcuni mesi dopo, nella nota del 17 novembre 2003, a pag.7 ribadisce:
“La teste ha indicato anche un medico svizzero del quale però non aveva fornito elementi sufficienti per la sua identificazione.”

A pag.83 della medesima nota viene addirittura azzardata l’interpretazione che segue: “E che il Narducci (il gastroenterologo scomparso nel lago Trasimeno ndr) avesse avuto all’epoca un’abitazione o comunque dei punti di riferimento ben precisi su questo territorio è un dato ormai acquisito dalle attuali indagini. Come pure lo sono la conoscenza e la frequentazione del farmacista Francesco Calamandrei e di un medico svizzero che abitava a La Sfacciata, probabilmente il tedesco Reinecke che conviveva con una donna svizzera (…)."
Non si può che apprezzare la buona volontà nel decifrare le dichiarazioni della teste è però oltremodo curioso siano stati mostrati molti album fotografici alla Ghiribelli, durante le sue audizioni, ma mai le fu esibita una foto del Reinecke per un riconoscimento risolutivo.

Peraltro nel verbale del 28 febbraio 2003, la Ghiribelli riferisce: “Il medico svizzero aveva una macchina di lusso di colore nero lunga con le codine dietro ed alla fine di queste c’erano le luci”
Dall'annotazione del Gides del 17/11/2003, apprendiamo che Rolf Reinecke fosse proprietario fin dal 24 marzo 1982 di una Innocenti Mini 90 che certamente non è l’auto indicata della Ghiribelli.
Torniamo al verbale del 28 febbraio 2003. - FESTINI minorenni
“Il medico di San Casciano di malattie tropicali, il medico di Perugia e l’orafo frequentavano la villa del medico svizzero dove facevano anche festini con minorenni.”
“Questi bambini venivano portati a La Sfacciata da una certa Marisa di Massa, che all’epoca era minorenne, mentre la sorella si prostituiva alla pensione Tamerici in via Fiume.”
“Fu Giancarlo Lotti a portarla dallo svizzero. Lotti mi riferì di aver avuto rapporti sessuali sia con Marisa che con sua sorella” (verb.05/06/2003)
Ma Lotti non era omosessuale?!?

Almeno così viene definito nella perizia del dr Fornari e del dr Lagazzi: “orientato in senso omosessuale” e come la stessa Ghiribelli riporta in un’intervista rilasciata nel 2001 a Roberta Petrelluzzi per “Un giorno in pretura”.

“La Marisa di Massa e sua sorella (coloro che procuravano i bambini per i festini) venivano in pullman il venerdì e venivano a mangiare a casa mia a San Casciano. I bambini sparivano.”
“La Marisa aveva sempre con sè pacchi di soldi da centomila, mi diceva che glieli aveva dati lo svizzero.”
Lo spunto è certamente interessante per quanto la Ghiribelli avesse nominato le due sorelle di Massa già in un verbale del 27 dicembre 1995 ma si fosse guardata bene dal riferire alcunchè riguardo il loro presunto ruolo di procacciatrici di bambini:

Riporta il verbale: “...due sorelle di Massa Carrara venivano a Firenze per prostituirsi fermandosi ogni settimana dal venerdì alla domenica. Queste sorelle, una era bionda e una bruna...” - STOP.

Di una certa Marisa di Massa riferì anche l’avvocato storico di Pacciani, Pietro Fioravanti; il 05 dicembre 2002 fece mettere a verbale: “Poco prima che incominciasse il processo Pacciani ricevetti in studio le telefonate di una donna, qualificatasi come Marisa da Massa, la quale, mi iniziò a parlare di magia e di festini che si facevano in una villa nel territorio di San Casciano. Mi spiegò che era lei a procurare le ragazze vergini che dalla Garfagnana poi si recavano in questa villa.”
È decisamente insolito che due testi riferiscano del ruolo di una stessa persona ed infatti il 05 marzo 2003, il personale della squadra mobile chiese alla Ghiribelli se non avesse usufruito dell’avvocato Fioravanti come legale.

“L’ho conosciuto tramite una mia amica ora defunta di cui non ricordo il nome ma solo il soprannome (così a chicchessia è precluso ogni genere di accertamento). L’ho incontrato più volte sul bus e anche in tribunale. Un giorno cominciammo a parlare delle feste che avvenivano da Indovino. Fioravanti mi confermò di esserne a conoscenza e disse che anche lui voleva andarci.”
Ma torniamo alla Marisa di Massa e a sua sorella. L’11 luglio 2003, presso gli uffici del GIDES, Gabriella Ghiribelli riconobbe finalmente “le due sorelle di Massa” in: Veronica C. e Alessandra M..
Un significativo passo in avanti per le indagini.

Tutte le risorse disponibili furono impiegate per rintracciare le due presunte delinquenti in modo da accertare il loro ruolo nella vicenda?
Manco per niente. Il 30 agosto 2003, quindi 49 giorni dopo, pertanto non proprio celermente, e a conferma di quanto fosse ritenuta attendibile (o inattendibile) la Ghiribelli, il responsabile del Gides (gruppo investigativo delitti seriali) richiese alla Procura della Repubblica di Firenze l’emissione di un provvedimento di perquisizione locale e personale per Candido Veronica.
Perquisizione che ebbe luogo 2 settimane dopo. Il verbale redatto il 12 settembre 2003 riporta “La perquisizione dava esito negativo in quanto nulla di quanto ricercato veniva rinvenuto.”
Candido Veronica (e sua sorella) con questo atto, svaniscono nel nulla e nessuno ne parlerà mai più. Si può pertanto ritenere che anche su questa circostanza non emersero riscontri concreti a quanto riferito dalla Ghiribelli.

Nel corso del verbale del 28 febbraio 2003 fu mostrato a Gabriella Ghiribelli un album con alcune foto; dinanzi le foto di Francesco Calamandrei, Giovanni Faggi, il mago Manuelito riferì: “mi dicono qualcosa ma non riesco a focalizzare bene i ricordi. Nella foto n. 5 sono sicura di riconoscere un uomo che frequentava soprattutto il Vanni ed Indovino.  Era uno di quelli che partecipavano alle feste a casa di Indovino e l'ho visto personalmente all'interno della villa dello Svizzero mentre passavo da lì."
La foto n.5 ritraeva il conte Roberto Corsini;

Riconobbe nelle foto il dr Narducci, Giancarlo Lotti, Mario Vanni ed altri senza alcun ruolo in questa vicenda.
Le fu chiesto se non avesse notato l’effige del dr Narducci in televisione, la risposta della Ghiribelli fu fin troppo risoluta:

“Lo escludo. Da oltre 7 mesi non vedo la televisione perchè è rotta.Il medico di Perugia lo vidi personalmente più volte a San Casciano in compagnia dell’orafo e dell’altro medico. Li vidi anche al bar grande”

Vale la pena ricordare a questo punto alcune meritevoli considerazioni del giudice dr Paolo Micheli che nella sentenza del 20 aprile 2004 scrive: “A parte ogni rilievo sulla verosimiglianza dei vari elementi di fatto rappresentati dalla donna, (...) va tenuto presente che il verbale è del febbraio 2003, quando la stampa si era abbondantemente dedicata al Narducci anche a causa delle risultanze della riesumazione del corpo.”
Sì, è noto, la sentenza del dr Micheli è stata annullata dalla Cassazione ma il dr  Micheli non è “un bracciante lucano, un pastore abruzzese, o una modesta casalinga di Treviso” pertanto un suo parere in merito credo sia comunque prezioso.

Il primo marzo 2003 la Ghiribelli aggiunge, relativamente al Narducci: “Fu Giancarlo a dirmi che quello era un medico di Perugia che collaborava con lo svizzero per la mummificazione. Ricordo che Giancarlo in un’occasione voleva presentarmelo ma io non volli perchè non mi piaceva il discorso della mummificazione.”
Non volle averci niente a che fare per la questione della mummificazione che, comprensibilmente la turbava, peccato però che poi l’11 luglio 2003 dichiarò: “Ho fatto sesso col dottore di Perugia 4 o 5 volte. Per ogni prestazione mi dava 300.000 lire. Andavamo nell’albergo di San Casciano che si trova nella piazza dove fanno il mercato. Lo vidi più volte a San Casciano al bar centrale insieme all’orafo. Qualche volta anche insieme a Lotti e all’altro medico, quello delle malattie tropicali. Ricordo che era molto curato nell’aspetto, vestiva bene in maniera sportiva. Ricordo anche bene che aveva al polso un orologio molto fine tipo rolex ed al collo una catena a maglie grosse con un medaglione che raffigurava il volto di Cristo.”

Il verbale del  28 febbraio 2003 si conclude con i dettagli, riferiti dalla teste, relativi ad improbabili aborti clandestini, a murales a villa La sfacciata somiglianti i disegni di Pacciani, al capo degli Hare Krhisna certamente coinvolto nella  vicenda del Mostro.


Il 5 marzo 2003 Gabriella Ghiribelli venne nuovamente sentita presso gli uffici della Squadra mobile. In questa occasione riferì di altri festini. Non più a La Sfacciata ma questa volta presso l’abitazione di Indovino, a Faltignano.

Ne aveva già parlato precedentemente, quando era stata sentita durante le indagini sui cosiddetti “compagni di merende”, indicando sei partecipanti a questi festini. Nel 2003 il gruppo diventa decisamente più folto; oltre alla Filippa Nicoletti, Salvatore e Sebastiano Indovino, Domenico Agnello, Manuelito, Luciano Paradiso e Maria Grazia Patierno aggiunse: l’orafo, un carabiniere di San Casciano, il medico delle malattie tropicali, Vilma Malatesta, il titolare di un negozio di alimentari, il capo degli Hare Krishna ma anche un indefinito numero di “uomini pieni di soldi vestiti bene.” (verb 05 marzo 2003)

Se davvero avevano luogo congiungimenti di tipo orgiastico, come riferisce la teste, si può presumere accadessero in modo del tutto accidentale, considerato l’esiguo spazio a disposizione di ognuno presso la bettola di Indovino “...era piuttosto piccola. Si componeva di un vano cucina, che era all'ingresso, una camera da letto ed un ripostiglio.” (Verbale di Filippa Nicoletti del 6 febbraio 1996)
Prosegue la Ghiribelli: “Le feste avvenivano sempre a casa di Indovino, (ma non avevano luogo anche a La Sfacciata?) tranne una volta che andarono in un cimitero assieme al capo degli Hare Krishna. Il cimitero era nei dintorni di San Casciano ed il periodo erano i primi anni ‘80.” (Quando la Ghiribelli stava a Firenze e non frequentava San Casciano). Aggiunge: “I festini avvenivano il venerdì notte ed io ero presente…”

Peccato che nel verbale della stessa Ghiribelli del 27 dicembre 1995 ella riferisca tutt’altro: “A Firenze per prostituirmi venivo ogni sera dalle 20:00 alle 23:00/24:00 sempre in auto con il Galli, mentre la domenica venivo verso le 14:00/14:30 e ritornavo a casa verso le 23:00/24:00.” Circostanza riscontrata da Norberto Galli nel verbale del 27/12/1995: “Eravamo soliti venire a Firenze il primo pomeriggio e fermarci fino alle 23:00/23:30.”

Torniamo al verbale della Ghiribelli:

“Ai festini partecipava anche Sebastiano Indovino che si accompagnava con dei bambini minorenni di circa 8/11 anni.” “Era Sebastiano Indovino che li portava con il suo furgone bianco. So che questi provenivano dalla zona di Prato.”

Al dr Giuttari non deve aver convinto questa versione della teste, tant’è che in una nota alla Procura della Repubblica del 30 agosto 2003 riporta: “La Marisa di Massa, a dire della Ghiribelli, era la stessa che avrebbe accompagnato dei minorenni ai festini che si svolgevano in quegli anni a Faltignano presso l'abitazione di Indovino Salvatore e presso la villa “La Sfacciata”.
Sebastiano Indovino addetto al reclutamento di bambini probabilmente doveva essergli sembrato inverosimile; beninteso, non che il resto del verbale brilli per credibilità ed attendibilità!

Il 30 giugno 2003, Lorenzo Nesi, storico “amico” di Mario Vanni (“amico” si fa per dire) si presentò al carcere di Pisa per incontrare l’ex postino di San Casciano. Il colloquio venne intercettato e registrato. La trascrizione riporta:
“Vanni: “È stato Ulisse che ha ammazzato tutta questa gente! Nero”.
Nesi: “Chi gl’è il nero”?
Vanni: “È un americano”.
Nesi: “Un americano?
Vanni: Un americano sì! Un negro! Un certo Ulisse!”

E, incredibile ma vero, puntuale come un orologio, direi svizzero, pochi giorni dopo, l’11 luglio 2003, la Ghiribelli rilasciò le sorprendenti dichiarazioni che seguono:
“Ricordo che in quegli anni (tra l’80 ed i ‘90) il mio amico Giancarlo Lotti mi riferiva della sua conoscenza con un uomo di colore di nazionalità italo americana. Quest’uomo viveva nella villa La Sfacciata.
“Giancarlo (Lotti) lo chiamava Uli, altre volte Ulisse. Ulisse l’ho visto non solo al bar Centrale, ma anche al bar dell’orologio, e altre volte invece l’ho visto in macchina in compagnia “dell’orafo” e anche del “medico delle malattie tropicali”.

Aggiunse d’aver notato Ulisse anche assieme al medico svizzero, al dottore giovane di Perugia, al farmacista di San Casciano.
Inutile dire che fino ad allora mai avesse parlato di Ulisse.
In sede di individuazione fotografica riconobbe “al mille per mille”, nella foto di Mario Robert Parker, la persona che aveva indicato col nome di Ulisse.
“Ulisse era alto 1,80/85, robusto di corporatura, capelli scuri corti, indossava occhiali con lenti chiari e la montatura dorata, aveva un orecchino a cerchio sul lobo sinistro e a volte aveva un cappello alla borsalino sempre abbinato al colore della camicia. Aveva un modo di camminare come una persona effemminata. Aveva al polso un orologio  tipo Rolex tutto d’oro. Al bar era sempre lui che pagava da bere agli altri.”

Delle numerosissime persone di San Casciano interrogate durante le indagini, nessuno, nessuno, incredibilmente, ricorda una persona con simili caratteristiche, che a quel che racconta la Ghiribelli avrebbe dovuto apparire a dir poco vistosa, soprattutto in un paese come San Casciano che conta poche migliaia di abitanti
"Uli viaggiava a bordo di un’auto molto bella, ricordo che era un modello sportivo mi pare di colore scuro, ma non ne sono sicura, mentre gli interni mi sembra erano grigi, ricordo che all’interno vi era un alberino per profumare, dal lunotto posteriore si vedeva un pupazzo di un cane che avevo preso per un cane vero."
Nota dei carabinieri numero 166 del 25 novembre 1983: “Mario Robert Parker dispone di un’autovettura Citroen Visa di colore rosso, e di una vettura Fiat 126 personal quattro, di colore bianco.”

“Ricordo che Uli è sparito della circolazione nel periodo in cui fu pubblicato sui quotidiani il fatto che il Pacciani era stato indagato per i delitti del mostro.”
La Ghiribelli si trasferì a Firenze nel 1986 non si comprende pertanto come potesse aver visto sparire Ulisse nel 1991 da San Casciano ma se anche fosse giova ricordare che Mario Robert Parker si trasferì per lavoro a Milano “in epoca immediatamente successiva al duplice omicidio del 1983“ come ricorda il PM, dr Paolo Canessa nella requisitoria del 28 novembre 2007: “Beh, siamo al 1983. (…) Questi signori, negro e tedesco, la notte e l'indomani vengono pizzicati. Il tedesco viene tartassato; viene poi processato e condannato (per possesso non autorizzato di armi ndr). Ma sapete cosa succede dopo queste indagini? Questi signori, dopo pochissimo tempo, entrambi se la danno a gambe, abbandonano, a gambe levate, la Sfacciata.”

“Li devi prendere di brutto… a cattiva devi andare”
La Ghiribelli rilascia questa intervista nel 2001, verrà trasmessa su Rai 3 il 12 febbraio 2004 nel corso di una puntata del programma “Un giorno in pretura”.
Si tratta di un appello fermo, risoluto, accorato che pare però perlopiù una suggestione, una ammissione, che seppur spontanea, conduce a ben poco.
Anche nelle sue dichiarazioni a verbale, la Ghiribelli, non fornisce alcuna ulteriore informazione relativamente al farmacista di San casciano, limitandosi a riferire che questi facesse parte del gruppo che nel fine settimana era solito ritrovarsi al bar centrale di San Casciano, gruppo di cui facevano parte il medico di Perugia, l’orafo, il medico delle malattie tropicali ed Ulisse.

Luciano Ulivelli, titolare del bar centrale a San Casciano, sentito il 17 gennaio 1996, invitato ad indicare chi frequentasse assiduamente il proprio esercizio indica, tra gli altri, anche il farmacista di San Casciano la cui attività era attigua al bar in oggetto ma non cita nè il medico di Perugia, nè l’orafo, nè il medico delle malattie tropicali e tantomeno Mario Robert Parker.

L’ultimo verbale di cui disponiamo è del 22 luglio 2003, ad una prima parte dove ripete dettagli già riferiti altrove, segue l’ennesimo inventario di vaneggiamenti, che leggerò però senza alcun commento: “Vorrei raccontare di un episodio accaduto la sera in cui avvenne l’omicidio della coppia di francesi, avvenuto a Scopeti. Verso le ore 22:30 io trtansitavo in auto in compagnia del Galli Norberto in direzione Firenze, giunti nei pressi dell’abitazione di Indovino Salvatore, notai un uomo che si stava spogliando e che aveva tutte le vesti, un camice di colore bianco, tutto sporco di sangue. Io immediatamente facevo fermare l’auto al Galli e mi avvicinavo all’uomo che mi sembrava tutto stralunato. In questo contesto notavo che aveva tracce di sangue anche sulle mani ed aveva uno sguardo allucinato. Si stava lavando in questa specie di trogolo che si trovava più precisamente nel giardino della casa di Salvatore Indovino. Io chiedevo all’uomo che fosse successo, pensando ad un incidente. L’uomo non mi rispondeva e anzi si limitava a togliersi la tunica di colore bianco che indossava, rimanendo tutto nudo, incamminandosi poi in direzione dell’entrata della Villa degli Hare Krisna. Sono a conoscenza che si trattava di uno dei “capi” degli Hare Krisna, in quanto lo stesso indossava un bracciale di colore bianco, in avorio che per quanto è a mia conoscenza può essere indossato solo dai “capi” degli Hare Krisna. All’episodio ha assistito anche il Galli Norberto, il quale per portarmi via in fretta mi prese anche a schiaffi, dal momento che a vedere quella scena si impaurì molto.”

Gabriella Ghiribelli mente puntualmente, si contraddice spesso, riporta storie inverosimili al limite del paradossale. Non si comprende come le sue dichiarazioni possano avere un qualsivoglia “interesse investigativo”, e francamente si fa pure una certa fatica a ritenerle attendibili e credibili.
È davvero plausibile abbia mentito su talune circostanze ma non su altre?
Una volta rimosso ciò che risulta platealmente spurio, non autentico, cosa rimane di concreto, di significativo?
-Delle sedute spiritiche di cui accenna, quand’anche fossero avvenute, non è mai stato provato un collegamento con gli omicidi attribuiti al mostro di Firenze;

-Mente sulla morte di Renato Malatesta;

-Mente sull’insensato coinvolgimento degli Hare Krishna;

-Mente sulle sue frequentazioni e su suoi spostamenti.
-Nè il medico svizzero (chiunque egli fosse), nè il medico delle malattie tropicali, nè l’orafo sono stati mai accusati di qualsivoglia reato collegato alle vicende del cosiddetto mostro di Firenze.
-A Marisa di Massa e a sua sorella non sono stati contestati neppure i reati di sfruttamento, favoreggiamento ed induzione alla prostituzione.

-L’ex farmacista di San Casciano, che secondo l’Accusa “avrebbe svolto il ruolo di trait d’union tra il gruppo dei cd mandanti ed il gruppo degli esecutori materiali,” il 21 maggio 2008, è stato assolto perché “il fatto non sussiste”. La sentenza non è stata neppure appellata della Procura di Firenze.
Cosa rimane?

Le dichiarazioni riguardo Ulisse della cui verosimiglianza, precisione, coerenza logica e ragionevolezza abbiamo già detto e ciò che riguarda la presunta presenza del dr Narducci a San Casciano, presenza che quand’anche fosse accertata non implica necessariamente un suo coinvolgimento della vicenda del cosiddetto mostro di Firenze.

Vorrei davvero avere la convinzione di chi si accontenta di simili traballanti ammissioni per sostenere la propria versione dei fatti.

giovedì 23 settembre 2021

Il mostro di Firenze - Mezzo secolo di cronaca nera


Autore:
Dario Fiorentino e Francesca Pinto

Prima edizione: 2021, 160pp, brossurato, OGGI

Presentazione: "Otto coppie assassinate mentre sono appartate nella campagna intorno a Firenze. I delitti sono di natura sadico-sessuale; premeditati lucidamete, eseguiti con freddezza e ferocia. I corpi di alcune vittime femminili vengono mutilati con precisione: l'assassino asporta il pube e talvolta anche il seno sinistro. C'è un serial killer in città, organizzato, astuto, imprendibile. È il mostro di Firenze. Un mistero che perdura ancora oggi dopo cinquant'anni di indagini e processi che non sono riusciti a svelarne il nome e il volto."

mercoledì 26 maggio 2021

La scomparsa del dr Narducci e le indagini dell'ispettore Napoleoni


Il dr Luigi Napoleoni ha prestato servizio presso la Squadra Mobile di Perugia dal 1971 al 1987, successivamente, per tre anni, è stato un agente della DIGOS.
ll 25 gennaio 2002 fu convocato presso la Questura di Perugia nel corso delle indagini sulla morte di Francesco Narducci, il gastroenterologo perugino, ritenuto dalla Procura della repubblica di Perugia come coinvolto nei duplici omicidi del cosiddetto “mostro di firenze”.

Dal verbale del 25 gennaio 2002 sottoscritto dal dr Napoleoni:  “Nella notte tra l’8 ed il 9 ottobre 1985 venni informato telefonicamente dal Questore Trio di recarmi subito nei pressi del lago Trasimeno in quanto era scomparso il dr Narducci Francesco. Rimasi sorpreso da questa chiamata perché il Questore, a mio avviso, avrebbe dovuto avvisare prima il dirigente dr Speroni."
Fornisce una spiegazione circa questa anomalia in un verbale successivo, quello del 12 dicembre 2003: “In quel periodo vi era un avvicendamento di dirigenti e quindi era già capitato in precedenza che fossi interpellato io direttamente per fatti che riguardavano la squadra mobile”
Riprendiamo dal verbale del 25 gennaio:
"Mi recai sul posto, mi pare a San Feliciano, vidi la moto del Narducci parcheggiata bene vicino ad un albero, era di colore rosso.  Iniziammo le ricerche a bordo di un’imbarcazione della Polizia provinciale o dei Vigili, non ricordo bene, allo scopo di rinvenire la barca con la quale il Narducci, la sera prima era partito dal molo.
Le ricerche si protrassero per tre giorni senza esito.
In quei giorni furono avanzate varie ipotesi sulla scomparsa del Narducci, qualcuno diceva che poteva essere stato sequestrato (tant’è che furono svolti sopralluoghi anche presso l’isola Polvese), altri, come il Questore ed i familiari parlavano di una disgrazia, altri ancora propendevano per l’ipotesi di suicidio poichè i rapporti tra i due coniugi non erano tra i migliori. Ricordo anche che qualche giorno prima, il Narducci, fu fermato dai carabinieri perchè guidava in stato di ebbrezza e fu trovata in auto una bottiglia di whisky. Così mi è stato detto.
Durante i tre giorni in cui rimasi sempre al lago chiesi al Questore di poter interrogare la moglie ed i familiari, e comunque effettuare degli accertamenti approfonditi ma il Questore mi ripeteva che non erano necessari perché tanto si trattava di una disgrazia.”
Il 13 ottobre 1985, fu rinvenuto un cadavere non molto distante dal molo di Sant’Arcangelo di Magione ed il dr Napoleoni vi si recò assieme all’agente Tardioli nel verbale del 25 gennaio 2002, con l’appuntato Cambula nel verbale del 12 dicembre 2003.
Giunto in loco si accorse che il cadavere era stato recuperato ed adagiato sul molo: una dottoressa era intenta ad effettuare una visita esterna.
"Non mi avvicinai al cadavere che era attorniato da Carabinieri in divisa. Vi erano anche alcuni familiari dello scomparso, il Questore Trio, il dr Speroni, il capitano dei Carabinieri De Carlo e molti curiosi. (...) Il corpo era gonfio e di colore marrone scuro, un po’ saponato.” (...) “Consultando un appunto che avevo a casa e che produco in copia, mi ricordo che venni a sapere che la notte precedente la scomparsa, il dr Narducci, aveva dormito a casa del fratello Pierluca.
Ricordo anche che dopo il ritrovamento del cadavere, non ricordo con precisione quando, andai a Firenze nell’abitazione che poteva essere stata utilizzata dal dr Francesco Narducci, per ricercare parti di corpo femminili sotto alcool o sotto formalina; non ricordo l’ubicazione di questo appartamento, ricordo solo che si trattava di una costruzione non recente a più piani, non ricordo se relativa ad un condominio. Non ricordo neppure la zona dove si trovava l’abitazione; a me sembra, ma non ne sono sicuro, che siamo entrati dentro Firenze. Di quella casa ho solo un ricordo di un corridoio; non ricordo chi mi ci abbia mandato nè con chi fossi ma probabilmente si trattava di un collaboratore della squadra mobile. La ricerca dette esito negativo.”


Il dr Napoleoni è così avverso, così refrattario alle indagini in corso, come dicono alcuni, che si rese disponibile a rintracciare il luogo ove si recò nel 1985 per rinvenire i feticci del cosiddetto mostro di Firenze, ed il 13 marzo 2002, con l’ex-collega della squadra mobile, Giuseppe Sardara, giunse presso gli uffici della Squadra mobile di Firenze.
In tale occasione riferì: “Ricordo che arrivammo a Firenze, proseguimmo sul Lungarno, tenendo il fiume sul lato destro dell’autovettura; giunti ad un ponte giravamo sulla destra e, subito dopo averlo attraversato, parcheggiammo la macchina di servizio e proseguimmo a piedi per circa 100 metri, per una via che procedeva dritta al ponte stesso. La via era stretta ed i palazzi alti, tanto da farla sembrare buia: aveva pochissimi negozi e molti portoni di abitazioni. All’inizio della strada vi era una via che correva parallela al fiume, sia sul lato destro che sul sinistro.”
Il capo della squadra mobile di Firenze, con personale del medesimo ufficio, tramite auto di servizio, condusse il dr Napoleoni ed il sig Sardara su tutti i ponti che attraversano l’Arno: Ponte alla Vittoria, Ponte Vespucci, Ponte Santa Trinita, Ponte Vecchio. Giunti in Via dei serragli che è la strada alla quale si giunge attraversando il Ponte alla Carraia, sia Napoleoni che Sardara dichiararono... “forti rassomiglianze con la strada ove si erano recati all’epoca”.
Il dr Napoleoni precisò di non ricordare il civico in cui era entrato ma di aver presente si trattasse di un portone di piccole dimensioni sul lato destro della strada per chi ha alle spalle il fiume Arno, (forse il numero civico 16/18/20)
Nel verbale di quel giorno la squadra mobile aggiunse: “Diamo atto che non esistono altri posti nel centro storico che presentano le caratteristiche del ponte e della via descritte dai testimoni”.

Vai dei Serragli, si trova nel quartiere di San Frediano ed è una strada che ricorre abbastanza spesso nella storia del “Mostro di Firenze”. Qui si recò il dr Napoleoni, qui è ubicata la residenza del marchese Francesco Rosselli del Turco, presso la cui fattoria, a San Casciano, lavorò Pietro Pacciani.
In via della Chiesa, che è una traversa di via dei Serragli, fu uccisa la prostituta Luisa Meoni, considerata da taluni una delle morti collaterali alla vicenda del mdf.
Da via de serragli se si prende via santa monaca si giunge in piazza del Carmine presso cui è ubicata la residenza dei Martelli, proprietari nel 1983 di Villa La Sfacciata, che si trova nelle immediate vicinanze del duplice omicidio avvenuto a Giogoli.
In via dei Serragli visse per due anni Mario Robert Parker, deceduto per AIDS l’11 agosto 1996, ed indicato da Vanni, col nome di Ulisse, come l’esecutore materiale dei delitti addebitati al cosiddetto “mostro di Firenze”.
Ed infine su di un muro di un palazzo, all’altezza di via dei Serragli n.157, nell’ottobre del 2001, apparve una scritta a cui la Procura prestò una certa attenzione: “Pacciani è innocente, arrestate…” Nient'altro perché il nome era stato cancellato.

Ma torniamo all’attività del dr Napoleoni e più specificatamente a cosa lo spinse, nel settembre/ottobre del 1985, a recarsi a Firenze, in via dei serragli, con l’intento di rinvenire i feticci, strappati dal cosiddetto “mostro di Firenze” alle proprie vittime.
Ci viene in aiuto un esaustivo rapporto dell’ex capo della squadra mobile di Perugia del 30 settembre 1985.
Questi informava il dirigente, dr Speroni, di quanto segue: “Il giorno 26 corrente, lo scrivente riceveva la seguente confidenza: “Nel gennaio 1984, (in realtà dalle successive indagini emerse trattarsi di giugno ndr) all’interno della discoteca Jackie O’ sita in Firenze, sotto il piazzale Michelangelo, la guardarobiera (tale Tamara) presentava ad una giovane appena diciottenne un distinto signore così descritto: altezza 1,85-1,90, corporatura robusta, età 40 anni circa, capelli brizzolati tirati indietro, naso lungo dritto, di nome Paolo P.
Il Paolo P. riusciva a convincere la ragazza a portarsi nell’appartamento di Firenze e dietro minaccia di morte la violentava. Nella circostanza  il medesimo diceva alla ragazza che lui aveva ucciso una studentessa, rinvenuta poi in un campo alla periferia di Firenze, vicino ad una pianta di ulivo.”

Si tratta verosimilmente dell’omicidio di Gabriella Caltabellotta, avvenuto a Firenze il 29 febbraio del 1984, di cui abbiamo realizzato un approfondimento lo scorso dicembre. 

“Da successive informazioni assunte al Commissariato di Prato è risultato che esiste veramente un Paolo P. nato il XX, residente a Xxx aventi le stesse caratteristiche descritte della ragazza.”
Il citato Paolo P. ha numerosi precedenti ed in particolare atti e ratto a fine di libidine.”
Il dr Napoleoni, svolse indagini e per certo si recò a Firenze come si desume da una successiva relazione dell’8 ottobre 1985: “Lo scrivente unitamente alla ragazza riusciva a localizzare l’appartamento di Firenze che è ubicato al secondo piano in via dei serragli n.6. Sia sull’elenco esterno dei condomini che sulla porta d’ingresso dell’appartamento vi è apposta l’etichetta “Paolo P.”.
Nel fascicolo di Paolo P., conservato presso la Questura di Perugia, furono rinvenuti alcuni appunti dell’epoca del dr Napoleoni che danno notizia esattamente di quanto riportato nel rapporto del 30 settembre 1985, pertanto non riguardano nè la vicenda Narducci nè tantomeno il mostro di Firenze, semmai l’omicidio di Gabriella Caltabellotta e le relative indiagini svolte.

Il 14 ottobre 1985, il dr Speroni, dirigente della squadra mobile di Perugia, trasmise le relazioni del dr Napoleoni alla Questura e alla Procura della Repubblica di Firenze, tant’è che il Sostituto Procuratore, dr Pietro Dubolino, che allora si stava occupando dell’omicidio di Gabriella Caltabellotta, il 28 novembre 1985, sentì a verbale la ragazza che aveva subito violenza dal Paolo P..
Questa riferì: “Confermo le dichiarazioni contenute nella relazione dell’Ispettore Napoleoni. Paolo P. mi disse espressamente che se lo avessi denunciato mi avrebbe ucciso. Non mi confidai con nessuno. Dopo più di un anno finii per parlarne con il mio fidanzato Franco P., residente a Città di Castello. Su consiglio di Franco P. ci recammo assieme dall’ispettore Napoleoni al quale io in presenza del Franco P. riferii quello che mi era capitato.”
In una successiva verbalizzazione del 2 aprile 2003 la ragazza, presso gli uffici della Squadra mobile di Firenze aggiunse: “Franco P. quando gli raccontai l’episodio di violenza gli dissi che il Paolo P. mi aveva detto che era lui il “mostro di Firenze.” “Sentendo ciò Franco P. mi portò da un suo amico che era Ispettore di Polizia presso la Questura a Perugia.” Il dr Napoleoni, per l’appunto.

Dalle indagini svolte a Firenze e a Perugia non sono emersi collegamenti di qualsivoglia genere tra il signor Paolo P. ed il dr Francesco Narducci.
Non solo, agli atti esiste una nota del 20 giugno 2002, in cui l’Ispettore capo della Polizia di Stato, informa il dirigente la squadra mobile di Firenze di quanto segue:  “In data odierna, unitamente a personale dipendente, il sottoscritto provvedeva a mostrare a tutti i commercianti di via dei Serragli la foto di Narducci Francesco, allo scopo di apprendere se lo stesso fosse stato mai visto nella zona. Si rappresenta che dopo numerosi passaggi presso gli esercenti di tale via, nessuno era in grado di fornire notizie utili e nessuno riconosceva la foto mostratagli.”

Ma torniamo alle dichiarazioni del dr Luigi Napoleoni.
Il 26 giugno 2002, l’ex capo della squadra mobile fu nuovamente ascoltato presso il Comando Provinciale dei Carabinieri di Perugia dal PM. In questa occasione fornì ulteriori indicazioni circa l’attività della squadra mobile relativamente alle indagini sul cosiddetto mostro di Firenze: “Nel settembre del 1985 si presentò in Questura un signore (che d’ora in avanti chiameremo Carlo Futile) che si riteneva un sensitivo e ci disse un sacco di cose e a fronte di queste ci recammo a Firenze per la ricerca di un appartamento che il sensitivo aveva individuato quale immobile in uso al presunto mostro, nella  Firenze vecchia, caratterizzato da una strada stretta con i palazzi antichi. Andammo quindi a Firenze ed individuammo la strada, ricordo che entrammo in un appartamento con un corridoio lungo, la speranza era quella di rinvenire reperti corporali femminili del tipo di quelli asportati alle vittime del cosiddetto mostro.”
Ma chi è il signor Carlo Futile? E com’è che le sue dichiarazioni furono ritenute degne di sì tanta attenzione?

È il 9 settembre 1985, squilla il telefono del centralino del 113 di Perugia. Il signor Carlo Futile chiede di parlare con il Questore o il Prefetto. Riuscirà a parlare con il sovrintendente di turno, signor Bruno Malafarina.
Il signor Futile ha appreso dal telegiornale del duplice omicidio avvenuto a Scopeti. Le doti sensoriali di cui dice di disporre gli hanno rivelato l’identità del mostro: si tratta di un prete o di un religioso. Una settimana addietro ha avuto una visione in cui il mostro uccideva una coppia in un appartamento.

Il giorno successivo, 10 settembre 1985,  il signor Futile si presenta negli uffici della squadra mobile della Questura di Perugia e rilascia le dichiarazioni che seguono proprio dinanzi al dr Napoleoni.
“Quindici/venti giorni fa ero a letto con mia moglie e verso le ore 02:00 sentìì la presenza di una persona che stava per commettere un delitto. Ho veduto chiaramente la sua figura magra, alta, era irritato in modo bestiale. Ha il naso grande cioè pronunciato ma secco, occhi piccoli marrone chiaro, capelli scuri non lunghi, labbra piccole, età 43/47 anni, altezza 1,80/1,85. Desidero lasciarvi uno schizzo che raffigura l’omicida. Ritengo abiti nella città vecchia di Firenze, il suo nome inizia con la lettera M, forse Mario. Veste sempre di nero. I feticci li nasconde in un luogo sacro, impensabile a cercarlo."

Inevitabilmente, nonostante le pregevoli indicazioni del signor Futile, la squadra mobile di Perugia non giunse ad alcunchè di significativo.
Ma torniamo all’attività del dr Napoleoni.

Questi, il 26 giugno 2002 nel corso dell’esame dinanzi il PM dr Mignini, esibì una nota, che dopo l’assunzione a informazioni del 25 febbraio scorso, aveva inviato al dirigente della squadra mobile.
Nella stessa erano riportante “le ore di lavoro straordinario svolte negli anni 1984, 1985, 1986” con l’indicazione della natura e dell’entità dell’impiego. Aggiunse:
“È possibile, dato gli anni trascorsi, che ho fatto confusione nella connessione tra la morte del medico e le trasferte a Firenze per altri tipi di indagine”.

A dimostrazione di quanto il dr Napoleoni fosse tutt’altro che reticente e restio a fornire la propria collaborazione, due giorni dopo, in data 28 giugno, produsse fotocopia delle pagine del registro, per uso interno, in cui erano state riportate le ore di lavoro straordinario effettuate negli anni ‘84-’85-’86.
Da queste emerse che nei giorni 10 e 11 settembre 1985, il dr Napoleoni aveva svolto “indagini relative al mostro di Firenze”.
Presumibilmente sul duplice delitto avvenuto a Scopeti, attribuito al cosiddetto mostro di Firenze, di cui furono rinvenuti i cadaveri il 9 settembre? Non proprio poichè le ore di straordinario segnate sul registro dal dr Napoleoni sono perfettamente sovrapponibili all’arco di tempo in cui il signor Futile fornì il proprio contributo alla giustizia presso la Questura di Perugia.  

Nelle fotocopie del registro straordinari, fornite dal dr Napoleoni, risultarono segnate anche altre ore di straordinario tra cui:
“08 ottobre 1985 Indagini di PG in Foligno per duplice omicidio Firenze.”
Il dr Napoleoni riferì trattarsi di accertamenti svolti a Foligno, su disposizione dell’allora dirigente dell’ufficio dr Speroni, presso una sensitiva che a dire dell’ex capo della squadra mobile “poteva essere in grado di fornire elementi utili alle indagini. A quanto ricordo le visite presso la suddetta sensitiva furono 3 o 4, l’ultima delle quali proprio quella del 08/10/85; La suddetta ricostruzione è molto importante perché esclude qualsiasi riferimento al caso NARDUCCI”

Nel verbale redatto in data 9 marzo 2003 conferma le consulenze fornite da sensitive ed aggiunge: “In una di queste occasioni il Mazzi Leonardo andò in trance ed iniziò a scrivere appunti in modo velocissimo. Ricordo anche che quella medium ci disse anche che non era solo una persona ad ammazzare le coppiette, bensì erano due o tre persone. Infatti dopo qualche anno si venne a sapere che i personaggi coinvolti erano almeno tre.”
E del resto se lo dice una medium...

Di questa consulenza informale fornita dalla sensitiva vi è traccia in altri appunti rinvenuti presso la Questura, che a dire del dr Giuttari in una nota alle Procure di Firenze e Perugia, potrebbero essere “gli appunti asseritamente scritti velocemente dal Mazzi quando presso la Medium, interpellata proprio per i delitti del mostro di firenze, sarebbe caduto in trance.”
Di questa attività a dir poco atipica era al corrente anche il dr Alberto Speroni, allora dirigente della Squadra Mobile di Perugia, come si apprende dal verbale del 27 novembre 2003: “Devo dire che in ufficio circolavano notizie che riferivano elementi raccolti nell’ambiente dei cosiddetti indovini e qualcuno di questi in trance diceva di vedere uno scenario nel quale si vedeva in Firenze una piazza con al centro una fontana con zampilli e nell’ambito di questa piazza anche un ufficio postale.”
Ed in effetti negli appunti rinvenuti, tra i vari dettagli suggestivi ed intriganti, compare proprio il riferimento ad un ufficio postale.

In data 14 febbraio 2003 su richiesta del PM venne sequestrato il registro su cui erano state annotate le ore di straordinario e il 13 novembre 2003 venne autorizzata attività di intercettazione su tutte le utenze dell’Ispettore Napoleoni; attività che si protrasse per oltre sei mesi senza che emergesse alcunché di significativo.

I verbali del dr Napoleoni riportano, senza alcun dubbio, diversi “non ricordo”, e episodi amnesici che taluni hanno valutato come la manifesta volontà a nascondere circostanze e dettagli relativi all’attività d’indagine svolta,  occorre però tener presente che il dr Napoleoni nel 2002, quando fu sentito per la prima volta dalla Procura della Repubblica di Perugia,  aveva 72 anni e gli veniva chiesto di riferire in merito ad episodi avvenuti 17 anni prima.
Si possono certamente ipotizzare mille scenari diversi ma preferiamo attenerci ai dati di fatto che forniscono un quadro abbastanza preciso, lineare e coerente di quanto accaduto nel settembre/ottobre 1985.
A voi adesso stabilire se gli accertamenti svolti dal dr Napoleoni a Firenze si riferissero al dr Narducci o ben più verosimilmente alla vicenda di Paolo P. e a quanto dichiarato dal sig Carlo Futile.