domenica 19 luglio 2009

Pietro Frillici sulla lettera al magistrato

Sull'impostazione della busta giunta al Sostituto Procuratore della Repubblica, dott.ssa Silvia della Monica, l'indomani l'assassinio della giovane coppia francese a Scopeti, "ha riferito in aula il verbalizzante maresciallo Frillici. Questi ha confermato che la busta portava il timbro di provenienza datato 9 settembre 1985 dell'ufficio postale di S.Piero a Sieve. Ha precisato il teste che detto ufficio aveva giurisdizione su un territorio molto vasto che comprendeva undici cassette postali, dislocate anche in luoghi di campagna lontani dal centro abitato; che la posta veniva raccolta giornalmente dai portalettere dalle ore 10 alle ore 12 di ogni giorno feriale e portata all'ufficio postale, dove veniva accatastata alla rinfusa su un tavolo e timbrata singolarmente dall'impiegato addetto dalle ore 12 in poi. Nel caso specifico, secondo quanto riferito dal teste Frillici, era stato il direttore che timbrava la posta ad accorgersi della presenza della busta, che aveva visto in cima al mucchio, per la particolare maniera con cui era stato redatto l'indirizzo. Le indagini intese ad accertare da quale cassetta potesse provenire la busta in questione indicavano come tale una cassetta che si trovava fuori dal centro di S.Piero a Sieve, sulla sinistra per chi va verso Firenze, sulla destra per chi proviene invece dal capoluogo. La portalettere addetta, certa signora Camiciottoli, aveva confermato di aver ritirato la posta tra le ore 10 e le ore 12 di lunedì 9 settembre, di non aver notato la busta e che generalmente la posta di quella cassetta era sempre notevole essendo vicina ad un agglomerato di case. Aveva altresì ricordato che era stata l'ultima a versare la posta sul mucchio e che la lettera era sulla parte superiore dello stesso. Il precedente prelievo era stato fatto il sabato 7 settembre sempre tra le ore 10 e le ore 12 e la posta era stata regolarmente timbrata. La deduzione logica era dunque nel senso che l'omicida per impostare avesse avuto a disposizione, dopo commesso il delitto, forse parte della notte di domenica e la mattina dei lunedì almeno fino alle ore 10. Secondo il verbalizzante l'ipotesi che essi avevano fatto era che l'omicida avesse percorso l'autostrada dei sole fino a Barberino di Mugello, impostando poi a quella cassetta, che era l'ultima utile, sita a Km 11, 800 dall'uscita autostradale: l'intero percorso dal luogo dei delitto entrando al casello autostradale di Firenze Certosa era poi di circa 50 Km.
Sulla base di tutto ciò la possibilità che la notte stessa dell'omicidio o nelle prime ore della mattina seguente l'omicida (o il suo complice) possa aver impostato la macabra missiva nella cassetta postale di S.Piero a Sieve appare concreta e ragionevole. E' evidente che chi ha ucciso aveva studiato e pianificato tutti i particolari dell'azione criminosa: compiuto il crimine e le cruente mutilazioni, il piano non poteva che prevedere l'allontanamento dal luogo dei delitto attraverso il bosco con il favore delle tenebre fino al punto in cui era stata lasciata l'auto. Con quella ci si doveva recare poi ad una struttura di appoggio, presumibilmente la casa (e il Pacciani ne aveva più di una in Mercatale), dove si poteva provvedere a cambiarsi e a lavarsi ed alla preparazione dei cruento reperto da inviare al PM. Operazione quest'ultima assai semplice, consistente, come hanno chiarito i periti, nel tagliare con una lama affilata un piccolo quadratine di carne (cm. 2,8 x 2 circa, per 2/3 mm di spessore) nella parte più interna dell'organo escisso, senza necessità quindi di asportare anche l'epidermide; nell'inserire poi il frammento nella bustina di plastica, necessaria per non far trasudare all'esterno liquidi organici e suscitare cosi sospetti che avrebbero potuto far bloccare il plico prima dei suo arrivo al destinatario; nel richiudere infine tutto nella busta già pronta, recandosi in auto in Mugello a S.Piero a Sieve, sfruttando probabilmente la vicinanza di tale località al casello autostradale. A tal punto era sufficiente impostare la missiva nell'anonima cassetta all'imbocco del paese e poi far ritorno al punto base, stavolta con molta maggiore tranquillità e sicurezza, perchè in un sol colpo ci si era sbarazzati della prova dei delitto e si era creato un probabile depistaggio delle indagini.
Tutto ciò può averlo fatto con la massima tranquillità lo stesso Pacciani, il quale era dei resto ben a conoscenza di quali fossero le distanze e i tempi di percorrenza per il viaggio di andata e ritorno per e da S. Piero a Sieve, visto che aveva più volte diligentemente annotato, in epoche diverse, la distanza, di poco maggiore, per e da Vicchio di Mugello, non essendo poi in grado di spiegare se non, come si è visto, in modo assolutamente inverosimile tale circostanza.
Non può poi accogliersi la rinnovata ipotesi della difesa del Pacciani la quale assume che il fatto che la lettera in questione si trovasse in cima al mucchio starebbe a significare che essa era stata una delle prime ad essere impostata in quella cassetta, e, poiché il precedente ritiro della corrispondenza era avvenuto sabato 7 settembre tra le ore 10 e le ore 12, ben poteva il duplice omicidio essere avvenuto nella notte tra il sabato e la domenica, restando così a disposizione l'intera giornata di domenica e parte della mattina dei lunedì per portare il macabro plico fino alla cassetta delle lettere in Mugello e quivi impostata".

Rif.1 - Sentenza della Corte di Assise dell'1 novembre 1994 contro Pietro Pacciani (testo in corsivo)

sabato 18 luglio 2009

Bardo Bardazzi

"Gestore di un bar situato in una località a mezza strada tra Vicchio e Borgo S.Lorenzo, tale Bardazzi Baldo, il quale, il giorno successivo all'omicidio, aveva creduto di riconoscere nelle foto delle vittime (Pia Rontini e Claudio Stefanacci n.d.r.) pubblicate dai giornali due giovani che il pomeriggio dei giorno prima erano stati nel suo esercizio verso le ore 16,45. I dati relativi al fatto sono stati riferiti in dibattimento dapprima dal teste colonnello Emanuele Sficchi, all'epoca comandante la Compagnia dei C.C. di Pontassieve, il quale era intervenuto sul luogo dei delitto ed aveva compiuto le prime indagini. Secondo il teste la Pia Rontini quel pomeriggio era uscita di casa verso le ore 16, incaricata dal padre di portargli una birra. Era tornata dopo cinque minuti recando la birra e se ne era poi andata via col fidanzato, rientrando verso le ore 16,50 circa. Il Bardazzi avrebbe affermato che nel suo bar verso le ore 16,45 erano entrati due ragazzi, che egli aveva creduto di riconoscere nelle vittime, ed un individuo del quale descriveva le caratteristiche somatiche, che aveva attratto la sua attenzione per il modo insistente, continuo e quasi truce con cui guardava i due giovani ed anche perchè, non appena questi erano usciti, aveva bevuto d'un fiato la birra che fino ad allora aveva sorseggiato ed era uscito a sua volta: non era stata notata alcuna autovettura in possesso dell'individuo, forse perchè non parcheggiata nei pressi.
La difesa dell'imputato sostiene che costui sarebbe stato l'assassino che già in quel momento stava seguendo i due ragazzi: un uomo descritto come alto, distinto, che aveva al dito della mano un grosso anello, vistoso, forse con uno stemma, di forma forse quadrata, fronte ampia e stempiata, capelli molto corti, biondi con intonazione rossiccia. Un uomo che, secondo le affermazioni del Bardazzi, scrutava i ragazzi con intensità, amarezza, rabbia e che, quando questi se ne erano andati, aveva la mano destra davanti alla bocca, come se avesse voluto coprire il movimento che faceva con quella.
Successivamente è stato sentito il teste Bardazzi Baldo, indotto dalla difesa dell'imputato il quale, nel riconfermare nelle grandi linee la deposizione richiamata, ha precisato che il bar dove era avvenuto l'episodio descritto si trovava in località Torre di Borgo S.Lorenzo, a circa due o tre chilometri di distanza da Vicchio, e, a contestazione del P.M., ha confermato che l'ora doveva essere verso le 16,45, come risultava dalla sua deposizione avanti ai C.C. ai quali egli si era spontaneamente presentato il lunedì mattina, appena appresa dai giornali la commissione dei delitto. Il teste aggiungeva anche che i due ragazzi avevano una Panda posteggiata davanti al negozio, con la quale si erano allontanati, e che a lui, quando aveva visto le foto apparse sui giornali, era sembrato che la coppia di ragazzi fosse proprio quella, o comunque avesse una forte somiglianza con quella da lui vista all'interno dei bar."

Fu ascoltato nell'udienza del 13 luglio 1994 nel processo a Pietro Pacciani, dove non riconobbe l'imputato come l'uomo distinto che aveva seguito i ragazzi.
Fu ascoltato nell'udienza del 24 ottobre 1997 nel processo ai presunti complici del "mostro di Firenze" dove confermò le precedenti dichiarazioni.
Rif.1 - Sentenza della Corte di Assise dell'1 novembre 1994 contro Pietro Pacciani (testo in corsivo)
Rif.2 - Storia delle merende infami - pag. 298

venerdì 17 luglio 2009

La lettera anonima al magistrato

All'assassinio della giovane coppia francese a Scopeti, seguì l'invio al Sostituto Procuratore della Repubblica, dott.ssa Silvia della Monica, di una lettera anonima pervenuta il 10 settembre 1985 alla Procura della Repubblica di Firenze.
"Nella busta, il cui indirizzo era stato composto mediante accoppiamento di lettere dell'alfabeto ritagliate da riviste, e dove la parola "Repubblica" era scritta con una "b" sola, vi era un foglio di carta ripiegato in due ed incollato lungo i margini: all'interno di questo vi era un sacchetto di polietilene contenente un frammento di tessuto mammario umano".
L'agente del Centro di Polizia Scientifica di Roma, Giorgio Trinca, tecnico incaricato dal Procuratore della Repubblica di Firenze di eseguire analisi chimico merceologiche, in dibattimento "ha ribadito che sia la busta da lettera, sia i collanti (destrina e UHU) usati per incollare busta, francobollo e caratteri dell'indirizzo, erano materiali comuni di uso assolutamente corrente, commercializzati dovunque, come tali pertanto privi di possibili caratteristiche individualizzanti. Le lettere erano state ritagliate, poi, non da quotidiani ma da riviste periodiche meno quotate, come dimostravano il minor grado di lucentezza e il minor spessore della carta rispetto a quelle più quotate, dunque presumibilmente un periodico o dei periodici di bassa qualità ma di larga diffusione che, comunque, non era stato possibile individuare. La perizia medico-legale esperita su incarico del PM dai periti dott. Franco Marini, prof. Riccardo Cagliesi Cingolani, prof. Francesco Bartoloni di Saint Omer, affermava che il frammento di tessuto contenuto nella busta apparteneva a tessuto ghiandolare e tessuto adiposo che l'indagine ematologica indicava come facente parte di tessuto mammario umano, di un soggetto avente il gruppo sanguigno dei tipo A del tutto analogo, per caratteristiche morfologiche e strutturali, a quello prelevato dai periti dal cadavere della Mauriot, per cui i periti stessi concludevano concordemente nel ritenere ammissibile l'appartenenza del reperto al corpo della ragazza uccisa. Su tale preliminare punto concorda anche la Corte, rilevando poi che, essendo stato consegnato il frammento di seno in questione nel tardo pomeriggio del giorno di martedì 10 settembre 1985 all'istituto di Medicina Legale, i periti hanno affermato che lo stato di conservazione del reperto indicava una datazione della morte biologica del tessuto che poteva andare da pochissime ore ad uno-due giorni prima del suo recapito in Istituto, o anche oltre nell'ipotesi di una sua conservazione a bassa temperatura. Tutto ciò conferma, anche per questo aspetto, la attendibile coincidenza con la morte dei giovani francesi, collocabile come si è visto nella tarda serata di domenica 8 settembre 1985, e l'appartenenza del lembo di tessuto al seno sinistro della Nadine Mauriot escisso dall'autore del crimine".
Rif.1 - Sentenza della Corte di Assise dell'1 novembre 1994 contro Pietro Pacciani (testo in corsivo)

giovedì 16 luglio 2009

Marcello Fantoni

Pietro Pacciani, il 19 settembre 1985, sentito dai carabinieri in merito al suo alibi per la sera del duplice omicidio avvenuto a Scopeti "aveva detto di essersi recato la domenica dopo le ore 16 alla festa dell'Unità a Cerbaia, dove era rimasto fino alle 19, affermando poi che la Ford Fiesta non partita e che il meccanico Fantoni Marcello, che era presente, gli aveva detto che la batteria era scarica ed era perciò ripartito a spinta. Era tornato a casa in tempo per cenare ed era poi uscito verso le ore 21 per andare alla Casa dei Popolo, dove era rimasto fino alle ore 22, tonando poi definitivamente a casa. Senonché l'alibi del Pacciani è integralmente smentito e contraddetto dalla deposizione del Fantoni Marcello sentito come teste del PM in dibattimento. Costui ha riferito di aver riparato in una sola occasione non la Ford Fiesta ma la Fiat 500 del Pacciani. Riferiva che, abitando a Mercatale in piazza dei Popolo vicino al Pacciani, una sera tornando a casa dal lavoro aveva saputo dalla moglie che costui aveva lasciato detto di essere rimasto fermo con la 500 davanti all'officina meccanica nel paese, chiedendogli di andare a ripararla. Dopo cena egli era allora andato sul posto assieme all'imputato ed aveva individuato il guasto nei fili dell'accensione invertiti, forse dallo stesso Pacciani che aveva tentato di far ripartire l'auto: aveva provveduto a rimetterli al posto giusto e l'auto era ripartita regolarmente. A domanda il Fantoni escludeva recisamente di essersi mai trovato a cena alla festa dell'Unità a Cerbaia assieme al Pacciani, di aver mai fatto riparazioni di qualunque tipo, tanto meno di quello descritto da costui e nell'occasione da lui indicata, alla Ford Fiesta dell'imputato. Aggiungeva anche che in una data di un'epoca che non ricordava il Pacciani gli era venuto incontro mentre lui stava tornando a casa dal lavoro e gli aveva raccontato che la domenica prima, trovandosi ad una festa a Cerbaia, era rimasto fermo per noie all'accensione; aggiungeva di aver dovuto quindi riportare la macchina a chi gliela aveva venduta e che gli era stato sostituito l'alternatore. Il Fantoni confermava poi di essere stato sentito dai Carabinieri di S.Casciano e che il Pacciani si era "incavolato" con lui perché non aveva detto quello che lui avrebbe voluto (cioè di aver riparato lui il guasto alla Ford alla festa di Cerbaia), ma che egli aveva detto la verità non essendosi mai trovato alla festa dell'Unità a Cerbaia nell'occasione ricordata dal prevenuto."
Fu ascoltato nell'udienza del 30 maggio 1994 nel processo a Pietro Pacciani.
Rif.1 - Sentenza della Corte di Assise dell'1 novembre 1994 contro Pietro Pacciani (testo in corsivo)

mercoledì 15 luglio 2009

Edoardo Iacovacci

"Agente della DIGOS di Firenze, verso le 10,30 (sabato 7 settembre 1985 n.d.r.) stava percorrendo la strada degli Scopeti, provenendo dalla città e diretto verso S.Casciano, quando, avendo necessità di soddisfare un bisogno corporale, si era immesso nella piazzola dove si trovavano l'auto Golf bianca e la tenda dei giovani francesi. Dopo aver fatto inversione di marcia nei pressi della tenda, intorno alla quale non vi era nessuno, era tornato sui suoi passi fermandosi più in basso, ma sempre sulla stradina sterrata che immetteva al piazzaletto più interno. Soddisfatti poi i suoi bisogni si era trattenuto in macchina a leggere il giornale ed in quel mentre aveva visto un ciclomotore tipo Gilera di colore celeste procedere lentamente sulla strada asfaltata, provenendo da S.Casciano e diretto verso Tavarnuzze. A bordo vi era un uomo dai capelli grigi, lisci, età sui 50 anni, di corporatura robusta, indossante una camicia celeste a quadretti chiari. Costui, fermatosi all'altezza dello sbocco della stradina sterrata con la strada asfaltata, aveva appoggiato il ciclomotore ad un pino e si era inoltrato nella macchia sottostante al punto in cui si trovava l'auto dello Iacovacci. Questi lo aveva sentito muoversi dentro la macchia per circa cinque minuti, dopodiché era uscito e, ripreso il motorino, se ne era andato in direzione di Tavarnuzze. I fatti così riferiti sinteticamente risultano da una relazione di servizio stesa dallo Iacovacci in data 10 settembre 1985, diretta ai dirigenti dell'epoca della DIGOS e della Squadra Mobile, incredibilmente rimasta priva di alcun seguito ed addirittura introvabile, tanto che l'unica copia che è stato possibile acquisire era quella che lo stesso Iacovacci aveva tenuto per sé.
Sentito dal PM ai sensi dell'art. 362 CPP il 10 febbraio 1994, lo Iacovacci precisava di non essersi mai occupato delle indagini sul c.d. "mostro" ed anche quando erano comparse sui giornali le prime foto del Pacciani in relazione alla serie di duplici delitti non aveva mai fatto mente locale per cercare di ricordare se la persona effigiata sui giornali potesse essere la stessa che aveva visto nella situazione descritta nel settembre 1985. Tale associazione egli non l'aveva mai fatta, in primo luogo perchè sui giornali si era parlato delle più svariate persone accusate di essere il mostro e poi scagionate, in secondo luogo perchè la persona che lui aveva visto quel giorno e che aveva descritto nella sua relazione, come corporatura era più snella e appariva più alta rispetto alle foto del Pacciani pubblicate sui giornali. Del fatto di cui era stato testimone aveva ricordato solo nell'ottobre-novembre 1993 durante un corso di aggiornamento in Questura tenuto dall'ispettore Lamperi: inutilmente però la relazione da lui stesa era stata ricercata sia presso l'archivio della SAM, sia in quello della DIGOS, ricerca resa difficile anche dal fatto che egli non sapeva sotto quale voce fosse stata archiviata: egli stesso poi, dopo aver inutilmente cercata la copia della relazione in suo possesso, l'aveva trovata casualmente in casa sua a Firenze dentro una cartelletta. A richiesta del PM lo Iacovacci ripeteva di aver visto bene l'uomo, perchè aveva appoggiato il motorino ad un pino a 15/20 metri di distanza. Egli aveva avuto la sensazione che costui fosse un guardone perchè lo aveva udito camminare all'interno della macchia come se cercasse qualcuno e lo aveva sentito dirigersi all'altezza del piazzale dove si trovavano la Golf e la tenda, i cui occupanti egli riteneva fossero all'interno a dormire: lo sconosciuto si era trattenuto lì un po' e poi era tornato indietro riprendendo il motorino e andandosene. Lo Iacovacci ripeteva poi che la persona effigiata nelle foto che l'ispettore Lamperi gli aveva mostrato (erano le già ricordate immagini del Pacciani scattate in occasione della festa dell'uva del 1983 a Mercatale) assomigliava come fisionomia all'uomo che egli aveva visto quella mattina.
In dibattimento lo Iacovacci ripeteva la sua versione dei fatti, precisando che, quando l'uomo si era inoltrato nella boscaglia, gli aveva dato l'impressione non di chi avesse necessità di soddisfare un bisogno fisico, ma piuttosto di uno che fosse alla ricerca di una probabile compagna di esso teste che si fosse appartata un attimo all'interno dei cespugli: insomma un guardone. Chiestogli di precisare le caratteristiche somatiche dell'individuo dichiarava che la fisionomia era quella di un uomo alto circa m.1.70, capelli brizzolati, pettinati all'indietro, gambe un po' arcuate, stomaco prominente, camicia chiara a quadrettoni, pantaloni blu.
Lo Iacovacci nella relazione di servizio aveva specificato che trattavasi di un ciclomotore di colore celeste che gli pareva essere un "Gilera". Interrogato sul punto dal PM aveva riferito che l'ispettore Lamperi gli aveva fatto vedere una foto del motorino sequestrato al Pacciani: in proposito egli precisava che il motorino in possesso dell'uomo era abbastanza malandato e lui aveva scritto nella relazione che gli sembrava un "Gilera" perchè simile ad uno, anch'esso in sequestro, posteggiato nel cortile della Questura che gli sembrava fosse un "Gilera". Comunque il motorino da lui visto era di un colore azzurro celestino sbiadito, il serbatoio era sicuramente a goccia, posto non orizzontalmente, parallelo alla strada, ma in posizione obliqua tra il manubrio ed i pedali. Quando l'ispettore Lamperi gli aveva mostrato le foto del motorino del Pacciani, gli era sembrato di riconoscere con sicurezza la forma del motorino dell'uomo, anche se i colori non erano quelli: le foto infatti raffiguravano un motorino giallo e celeste, mentre quello da lui visto non era sicuramente giallo ed il celeste gli era sembrato più sbiadito."
Fu ascoltato nell'udienza del 6 giugno 1994 nel processo a Pietro Pacciani.
Rif.1 - Sentenza della Corte di Assise dell'1 novembre 1994 contro Pietro Pacciani (testo in corsivo)

martedì 14 luglio 2009

Palmiero Metafonti

"Parente per parte di moglie della Bugli, racconta che ancora nella primavera del 1986, forse per S.Giuseppe, l'imputato (Pietro Pacciani n.d.r.) era andato a trovarli nella loro abitazione nella zona dell'Impruneta: era su una Ford Fiesta accompagnato dalle figlie. Dopo aver parlato del più e del meno, aveva chiesto loro dove abitasse attualmente la Miranda (Bugli n.d.r.), e sua moglie, Martelli Ida, aveva risposto di non saperlo ma che doveva abitare nella zona di Montelupo Fiorentino. I testi, che si sono contraddetti in dibattimento, poiché la donna ha detto che il Pacciani non le aveva chiesto nulla del genere (ma è patentemente smentita proprio dalla Bugli), mentre il Metafonti, dietro contestazione, ha confermato la circostanza, dicono poi una cosa importante: che essi, avendo conosciuto il Pacciani a Vicchio di Mugello quando erano ragazzini, e non avendo più avuto rapporto alcuno con lui da decine di anni, neppure quando erano andati a stare nella zona dell'Impruneta ad alcuni chilometri di distanza dalla sua abitazione, se lo erano visti capitare davanti all'improvviso, senza che ci fosse un qualunque motivo e senza preavviso alcuno, neppure telefonico, nonostante il numero del telefono dei Metafonti sia stato rinvenuto tra gli appunti sequestrati al Pacciani, permettendo così agli inquirenti di risalire ai testi. Appare allora palese che il vero motivo della inaspettata visita del Pacciani altro non potesse essere se non quello di sapere qualcosa dell'attuale domicilio della Bugli, della quale egli aveva, evidentemente, perso le tracce".
Furono ascoltati nell'udienza del 6 giugno 1994 nel processo a Pietro Pacciani.
Rif.1 - Sentenza della Corte di Assise dell'1 novembre 1994 contro Pietro Pacciani (testo in corsivo).

lunedì 13 luglio 2009

Giuseppe Pizzo e Enrico Colagiacomo

"Svolgevano un servizio di osservazione dei movimenti del Pacciani nell'orto di via Sonnino, restando celati all'interno della casa di un vicino le cui finestre si affacciavano sulla corte interna: le osservazioni si riferiscono in particolare alle giornate del 23 e 27 gennaio 1992. Nella prima occasione i testi riferivano di aver visto il Pacciani verso le ore 17 circa intrattenersi nell'orto per circa un'ora, senza aver in mano alcun attrezzo da lavoro: egli guardava insistentemente per tutto l'orto, come se cercasse qualcosa, si chinava verso terra ma senza far nulla di particolare, rimanendo sempre nei pressi di una catasta di tegole che si trovava subito sulla destra entrando nella corte interna dove era situato l'orto. I testi riferivano pure che il vicino di casa del Pacciani, quello nel cui appartamento si erano installati per compiere il servizio di osservazione, aveva riferito loro di aver visto nei giorni precedenti l'attuale imputato sondare il terreno per diversi giorni con un'asta di ferro, tipo tondino, che in effetti essi avevano constatato essere ancora conficcata in terra nei pressi della catasta di tegole.
Il giorno 27 gennaio i verbalizzanti avevano visto nuovamente il Pacciani presente nell'orto verso le ore 14, intento questa volta ad un'attività di tipo diverso: egli infatti si trovava chino per terra, nelle immediate vicinanze della catasta di tegole, aveva accanto un piccone ed in mano un attrezzo da muratore, forse una cazzuola, e con quello stava scavando una buca. Il prevenuto aveva continuato a scavare per circa un'ora. La buca, a giudizio dei testi, poteva avere un diametro di 30/40 centimetri e profonda quel tanto sufficiente a che il braccio del Pacciani vi affondasse fino al gomito o a metà avambraccio. Ad un certo punto era sopraggiunta la figlia Rosanna che si era intrattenuta a parlare mezz'ora con il padre, il quale aveva interrotto il lavoro della buca lasciando le cose così come stavano. A fronte delle indicazioni di tali precise attività fornite dai testi, il Pacciani è intervenuto spontaneamente, al termine dell'esame dei teste Colagiacomo, per spiegare che all'uscita dal carcere egli aveva trovato nell'orto una pianta di acacia (una 'cascia', come egli la chiama in puro vernacolo toscano), che era nata da un seme portato dal vento ed era considerevolmente cresciuta durante la sua detenzione. Egli allora aveva tagliato il tronco al pari dei terreno, poi aveva fatto una buca, quella che i verbalizzanti lo avevano visto scavare, per togliere la ceppaia e, in particolare, tutte le radici, onde evitare che da quelle potessero rinascere nuove piante: con un palanchino di ferro egli svelleva le radici, poi le tirava su tagliandole. La giustificazione del Pacciani non apparirebbe di per sé inverosimile, sia perchè, in concreto, dai documenti cinematografici esistenti, sembra in effetti vi fosse nell'orto una pianta di acacia, anche se non nella zona dove il Pacciani fu visto scavare, sia perchè, in astratto, è vera la circostanza riferita dal prevenuto circa la necessità di svellere la ceppaia e le radici della pianta per evitare il rinascere di nuovi germogli. Sta di fatto però che di questa specifica attività, che comportava l'uso di più di un attrezzo (vanga per scavare, palanchino per svellere, forbice per tagliare), e che non sarebbe certo sfuggita all'attenzione dei verbalizzanti, non ve n'è la minima traccia nelle loro deposizioni ed anzi il teste Colagiacomo, a specifica domanda dei difensore del Pacciani, ha escluso di aver visto alcunché del genere, in particolare la ceppaia di un albero diverta. Sull'argomento il Pacciani è poi ritornato in sede di dichiarazioni spontanee finali nelle quali egli mostra di credere tanto poco a quanto in precedenza affermato da moltiplicare per tre il numero delle buche scavate: non più soltanto la buca fatta per svellere la ceppaia e le radici dell'acacia, ma anche un'altra buca vicino alla porta della cantina, dove esisteva una piantina di melograno che lui aveva preso col pane di terra, scavando la terra tutta attorno, per poi trapiantarla in altra zona dell'orto. Infine, ancora, una terza buca che, secondo il Pacciani, poteva essere proprio quella di cui avevano parlato i verbalizzanti, originata dalla necessità di riparare un tubo di scarico delle acque nere che era stato rotto, a dire dell'imputato, durante i precedenti sondaggi che gli inquirenti avevano fatto nell'orto. Narra l'imputato di aver fatto una bella buca grande nell'orto, vicino alla catasta di tegole, di aver sostituito il pezzo di tubo rotto e di avervi fatto sopra una gettata di cemento in modo che nel lavorare non lo si potesse più rompere, lasciando poi la buca aperta cinque o sei giorni per fare asciugare il cemento. Sta di fatto però che di tutte queste attività non esiste traccia agli atti, come sarebbe invece dovuto avvenire trattandosi di attività significative tanto più che i movimenti esterni del Pacciani, dopo la sua scarcerazione, erano tenuti sotto osservazione da parte della P.G., pur se non in modo continuativo, Rileva allora la Corte che quanto riferiscono i testi circa lo strano aggirarsi del Pacciani nell'orto, l'ancor più strano sondaggio che era stato visto compiere col tondino di ferro, lo scavo di una buca di dimensioni e profondità non certo minime, non trova nelle circostanze riferite dal prevenuto alcuna convincente giustificazione: anzi in relazione allo scavo della buca è lo stesso imputato, come si è visto, a contraddirsi, parlando prima dell'acacia e poi del tubo rotto delle acque nere".

Furono ascoltati nell'udienza del 15 giugno 1994 nel processo a Pietro Pacciani.
Rif.1 - Sentenza della Corte di Assise dell'1 novembre 1994 contro Pietro Pacciani (testo in corsivo)