giovedì 25 marzo 2021

Pietro Pacciani - Una biografia attraverso i suoi memoriali

 
Pietro Pacciani, il contadino di Mercatale condannato all’ergastolo per sette degli otto duplici omicidi commessi dal cosiddetto mostro di Firenze, assolto in appello e deceduto prima che si tenesse un nuovo giudizio di appello, durante gli anni in cui è stato detenuto in carcere, ha scritto almeno una ventina di memoriali. Appelli accorati, intensi, in cui Pacciani ripercorre la propria vita con dovizia di particolari, difende il proprio agire, si scaglia contro chi lo accusa dei peggiori misfatti.

Del suo lavoro nei campi e dell’impiego presso alcune fattorie del Mugello e di San Casciano sono densi e frequenti i ricordi e si ha come la sensazione volesse far passare il traballante concetto che un onesto lavoratore mai avrebbe potuto macchiarsi di certi crimini.
La scrittura è elementare, talvolta rudimentale ma non per questo debole o inefficace. Ci sono passaggi evocativi, persuasivi, tutt’altro che scontati nella forma e nella sostanza.
Ne ho raccolto i brani più significativi a comporre una sorta di biografia che, a ben vedere, fornisce il profilo di una personalità tutt’altro che convenzionale.

"Sono nato il 7 gennaio 1925 a Vicchio di Mugello, frazione Ampinana, da una povera famiglia di contadini. Eravamo 5 persone poi il mio povero fratello morì piccolo. Si rimase in quattro: mio babbo Pio, mia mamma Rosa, mia sorella Rina.
Si andava a scuola con due mele in cartella e una fettina di pane. A desinare: minestrone con cavolo e fagioli, oppure polenda e un’aringa in quattro.
La carne si mangiava la domenica se avevamo qualche coniglio. I polli si vendevano per comprare le aringhe e il fabbisogno della famiglia.
Ricordo che molti noi contadini andavamo alla santa messa con gli zoccoli ai piedi, che non avevamo soldi per comprarsi un paio di scarpe. La mia famiglia era tra le fortunate perchè eravamo solo in quattro, c’era delle famiglie che avevano 5 o 6 figli, andavano a giro scalzi e con gli abiti rattoppati.
Tanto lavoro, poco mangiare e tanta miseria.
Dopo la 3a elementare, chi voleva proseguire, c’era la scuola a pagamento che noi non si poteva. Tornato da scuola andavo ad aiutare mio padre nel campo a seminare il grano. Mi aveva fatto fare una zappa su misura, che la tengo ancora. Avevo 12 anni. Mi faceva notare per terra le formiche che ci portavano via il grano seminato. Vedi? Ognuna porta il suo peso. Le piccole prendono il chicco piccolo, le grandi quello grosso. Anche tu, con questa zappetta, se ricopri 100 semi, sono 100 spighe, moltiplicato per 20 chicchi per spiga, sono 2000 chicchi e macinato e pulito viene fuori un chilo di pane che ci basta a tutta la famiglia.
Atto 14 - Mi arrivò la cartolina di presentarmi. Avevo fatto già il primo militare ma all’invito non mi presentai dato che tanti miei compagni della mia classe non accettarono come me. Ormai tutti ci consigliamo che la guerra era persa. Il fronte era su Montecassino. Ci si nascondeva come si poteva. Si mangiava di notte nelle siepi dei boschi, che ce lo portavano i famigliari."

È il 1944, Pietro Pacciani ha diciannove anni. Il Mugello è attraversato dalla linea gotica, la costruzione difensiva fortificata, realizzata dall’organizzazione tedesca Todt, volta a rallentare l’avanzata degli anglo-americani dal sud verso il nord.
Gli abitati sono oggetto di atroci rappresaglie e rastrellamenti da parte delle truppe tedesche.

"Poi venne l’ordine: chi voleva poteva andare a lavorare coi tedeschi alla Tood, che facevano le fortificazioni a S.Bavello di Corella, che avevano traforato tutta la montagna.
Venivamo pagati e ci davano mangiare e sigarette e c’erano le baracche per dormire, ma chi era vicino come me, si poteva andare a dormire a casa. Ci davano una tessera di riconoscimento e nessuno ci toccava ma la mattina, alle ore 8:00 bisognava essere puntuali sul lavoro. Il comandante era un generale tedesco anziano che assieme ad altri comandava tutti noi. Eravamo circa 300. Si chiamava Nagle. Era lui che ci firmava i cartellini di lavoro. Poi incominciò la tempesta di bombe che ci decimarono. Le autoambulanze durarono un giorno intero a portare via i morti e si scappò quasi tutti, e si ritornò ognuno a nascondersi nei boschi. Ma ogni giorno c’era le pattuglie tedesche che cercavano dappertutto. Un bel giorno passò di lì la brigata partigiana divisione Lanciotto. Ci proposero di unirsi a loro dopo essersi accertati che eravamo ragazzi persebitati che avevamo rifiutato di presentarsi alla guerra in corso. Noi si accettò in diversi. Ci portarono con loro. Ci diedero un moschetto per difendersi e delle bombe a mano con un lungo manico sottratte ai tedeschi. Ci portarono a Monte Giovi, che dopo diversi giorni ci fu un conflitto a fuoco, che ci furono diversi morti da ambo le parti. C’è ancora il monumento eretto dei caduti partigiani, che ogni anno ci fanno il rito solenne del brutto ricordo della guerra ai caduti. Ci riunimmo all’altra brigata partigiana sulla falterona. Avevamo fatto i fortini di protezione e ci furono diversi attacchi che si respinse tante volte, lasciando sul terreno tanti morti da ambo le parti. Tutti si piangeva dall’orrore di quei poveri giovani che non potevano rivedere le loro famiglie. Eravamo dei ragazzi dai 18 ai 20 anni che si pensava, guardandosi in faccia, che toccava pure a noi un brutto giorno. Venne l’ordine di spendere a liberare Firenze. Ci dovevamo spostare di notte. C’erano i tedeschi di là dall’Arno e i partigiani di qua. Fu allora che io scappai buttando via le bombe e moschetto e corsi di notte a casa mia. Mezzomorto dalla paura, stanco per aver camminato tutta la notte e con tanta fame, a forza di chiamare babbo si affacciarono alla finestra e mi riconobbero. Ma pure loro erano tanto impauriti che ogni giorno venivano a domandargli di me dov’ero. Mio padre rispondeva che non lo sapeva. Fu minacciato tante volte. Tornai a nascondermi e dopo un mese arrivò gli alleati che ci liberarono e feci il militare. Nel 1947 ci mandarono al CAR di Avellino, centro addestramento reclute. Poi trasferito al 22° reggimento fanteria a Novara, poi fui scelto per un corso di mitraglieri e mandato alla scuola a Cesano di Roma. Fui promosso e tornato a reggimento si andò a fare il campo a Varallo Valsesia Montemerano. Lì conobbi una bella ragazza, a ballare e la sera al circolo di Valsesia, di nome Viotti Carla. Mi innamorai. Lei mi giurò che mi avrebbe sposato appena finito il servizio militare e gli garbava tanto la Toscana. Ci divertimmo tante sere a ballare e l’accompagnavo la sera a Monte Mera. Stavano in cima alla montagna e avevano tante bestie e un podere suo. Chiedevo il permesso la sera fino all’’una di notte. Dopo qualche 25 giorni si dovette rientrare a reggimento. Si sebitò a scriverci ogni giorno. Poi venne l’ora di congedo e non vedevo l’ora di andarla a trovare per sposarla ma quando tutto era combinato mi arrivò una brutta notizia. Mi diceva che partiva per un lungo viaggio a trovare dei parenti lontani. Sebitai a scrivergli ma senza risposta, ritornandomi indietro la posta, rispedita dai suoi famigliari. Soffrivo molto ma dopo qualche mese ne conobbi un’altra forse più bella ma di carattere autoritario. Era calabrese di Palmi. Figlia di un funzionario dello Stato. Si chiamava Scanzo Carmela. Tengo ancora la sua foto e lei la mia, che fu una sua amica che ci mise in contatto tramite le foto e tante lettere scritte. Dopo qualche mese mi arrivò una raccomandata di andare giù a Palmi per fare la conoscenza coi suoi famigliari e combinare il matrimonio. Ma mi ammalai con una broncopolmonite. Gli scrissi che sarei andato appena guarito ma lei ne ebbe tanto a male che aveva invitato tutti i parenti, e facendo una festa alla grande. Mi arrivò altra raccomandata con la mia foto dicendomi: “Hai mancato alla parola, tra noi è tutto finito.” Ne avevo io la colpa se mi ammalai?
A me mi occorreva una donna in casa di aiuto a tutti noi.
“Nel 1951, il 13 aprile ero colono con la mia famiglia al completo, babbo, mamma, mia sorella, ed io alle dipendenze del signor Rigacci Giuseppe, fattoria dei Ciabattini, podere Campatricci Paterno. Ero fidanzato con Miranda Bugli, una ragazza che conobbi a ballare. Ci si innamorò e ci volevamo bene e i nostri genitori erano molto contenti. Era distante 7 km e ci andavo due giorni la settimana, il giovedì e la domenica e qualche volta il sabato. Allora il mezzo più veloce era la bicicletta ma preferivo andare a piedi prendendo la raccorcitoia.
Mi dovevo sposare entro 2 mesi, dopo 2 anni di fidanzamento. Era tutto pronto, avevamo già comprato la camera e rinnovato la mobiglia da parte mia e lei aveva comprato due grandi bauli di biancheria.
Andai a trovarla un giorno casuale, due tagliatori di boschi mi dissero l’avevano vista nel bosco con le pecore la quale lei non era mai andata, andavano i suoi fratelli più piccoli. La sorpresi con un altro, il cenciaiolo Severino Bonini, in piene congiunzioni carnali. Lui era un tangano, il doppio di me, io a quel tempo pesavo 60 kg e lui 80. Aveva 39 anni ed io 26 anni. Quando gli vidi rimasi senza parole. Questa si alzò e m’incitò  (piangendo) di picchiare questo, la quale dicendomi: “io non volevo, mi ha preso per forza”. E così feci, andandogli contro per tirargli due cazzotti. Ma questo più forte di me mi prese per il collo e non potevo respirare. Stavo affogando. Per liberarmi avevo in tasca un coltello. Lo colpii… poi persi l’uso della ragione. Dalla gelosia e dalla paura di essere soffocato non capii più niente e successe il fatto. Si venne arrestati entrambi e condannati."

La Corte di Assise di Firenze, il  5 gennaio 1952 ritenne Pietro Pacciani colpevole di omicidio, occultamento di cadavere, atti osceni, furto pluriaggravato e altri reati minori. Lo condannò a 22 anni, 5 mesi e 5 giorni di carcere; Miranda Bugli fu condannata per concorso in omicidio e atti osceni a 16 anni e 8 mesi di carcere.
A parziale modifica della precedente sentenza, il 18 dicembre 1952, la Corte di Assise di Appello di Firenze, condannò Pietro Pacciani a 18 anni, 5 mesi e 5 giorni di reclusione; Miranda Bugli a 10 anni e un mese di reclusione.
Di questo periodo di detenzione Pacciani, in uno dei suoi memoriali scrive: "In carcere lei continua a scrivermi da S.Verdiana, voleva che la sposassi ma fu lei che rovinò tre famiglie. Dalle Murate (il carcere) le mandai una lunga lettera e troncai il fidanzamento e non ne volli più sapere. Appena finito il processo e appello chiesi di essere trasferito al penale o in colonia a lavorare e così feci. Girai diverse case penale, sempre lavorando e riportando sempre la buona condotta. E inoltre, dopo il lavoro della impresa della amministrazione, la sera dopo cena, lavoravo due ore in proprio. Facevo dei cofanetti per soprammobili in celluloide decorati e imbottiti in velluto seta, col carillon e ballerina. I primi furono messi in mostra fuori dal carcere alla porta, poi una ditta di mobili mi appaltò il lavoro e si fissò il prezzo fisso. Non facevo a tempo a farli che venivano richiesti. Ne feci molti e altra roba di bigiotteria. Tutto quello che guadagnavo lo mettevo da parte. Mangiavo solo la sboba che mi passava il carcere. In questi 13 anni feci molti mestieri: rivestivo le damigiane a S.Gimignano, ad Ancona a scuola di falegnameria riportando i massimi voti: 10 e lode. Pianosa il panettiere, poi a Torino il tessitore, poi all’Asinara richiesto come panettiere, poi fui richiesto a Padova come meccanico a fare le biciclette: impiegato alla saldatrice, ci persi metà della vista. Poi venni in libertà per il condono e l’amnistia.” 

Il 12 gennaio 1954, il Tribunale Penale di Firenze condonò tre anni di reclusione a Pietro Pacciani e cinque anni di reclusione a Miranda Bugli. Pacciani uscì di carcere il 4 luglio 1964 e tornò a vivere nel comune di Vicchio.

“Dopo tredici lunghi anni di sofferenze e tanti dolori per me’, e per la mia povera famiglia, la cuale, il mio povero padre, buonanima, morì di crepacuore dal dolore dell'unico figlio. Ci volevamo bene.”
Fui scarcerato, e tornai con la mia cara mammina. Il maresciallo, dei carabinieri di Vicchio ci chiamò coi fratelli del defunto in caserma. Gli chiesi perdono dandoci la mano e loro dichiararono di non avere nessun rancore verso di me poiché la colpa era di tutti e tre cioè mia, del defunto e di mia fidanzata.
Chiesi la riabilitazione, mi fu concessa. Mi misi subito a lavorare presso la ditta di Val di Sieve, calzolificio Marmugi, situata in centro del paese di Vicchio, ma il 15 novembre 1964 fallì e per un mese lavorai al comune come stradino e manovale.
Nel 1965 tornai a contadino col sig Ceseri Costantino a Badia a Bovino di Vicchio di Mugello. Gestivo due poderi denominati "CASINO PARTICCHI”. 18 ettari compreso il bosco. Il terreno era tutto coltivato a vigna, olivi e frutteto. Avevo il bestiame. C’era da lavorare tanto che si lavorava dalle 7 del mattino alle 9 di sera nella stalla, al bestiame, quando si tornava dai campi. Atto 14 - Comprai la moto Lambretta avendo preso la patente da autoscuola Lombardi di Borgo S.Lorenzo. Andavo a scuola la sera dopo il lavoro. Presi patente per tutti i mezzi operatrici e con questa moto usata andai a ballare a San Benedetto in Alpe. Conobbi Manni Angiolina e il 26 giugno 1965 mi sposai.
(Atto 18) - Presi questa donna. Era in una stamberga assieme a suo padre e aveva avuto una brutta nomea con gli uomini ma io non sapevo niente e non ebbi tempo di conoscerla a fondo, dato la distanza e il tempo breve, poichè avevo due poderi da tirare avanti. In un mese di trattative di fidanzamento la sposai e presi pure con me (assieme a lei) suo padre: Pio Manni, che era rimasto solo. Erano scalzi e mezzi nudi, con tanta miseria. Dopo pochi mesi mi accorsi che con suo padre c’era qualcosa di anormale e lo mandai via di casa mia. Andò da suo fratello. Nel 1966, mi nacque la prima figlia Rosanna alla maternità a Firenze; con taglio cesario. Mia moglie rimase in coma 4 giorni con flebo nelle vene e febbre d’infezione. Gli facevo nottata tenendogli il braccio giorno e notte. Se la cavò in estremi, sotto il professor Battaglia, ma rimase seminferma di mente: non sa nè quello che dice nè quello che fa. La figlia fu ricoverata al Mair ospedale e allevata con latte artificiale. Prese la gastinterite. Ne risentì anche lei, nacque col sistema nervoso e si curava col Calcibronat.
Ariston Io avevo lasciato a casa la mia madre anziana a costudire il bestiame. Avevo comprato la mia utilitaria usata (una Fiat 600 targata FI 167681) rimessa dal Sig. Grimaldelli Giuseppe, Autosalone Quadrifoglio che ho tenuto per 22 anni. In altro memoriale Atto1 riferisce averla demolita nel 1984 “non andava più”. Andavo ogni 2 giorni a trovare mia moglie in ospedale e una volta la settimana a fare la spesa per la famiglia al paese che distava 7 km dalla mia abitazione. Dopo il ricovero riportai a casa moglie e figlia e dedicandomi al mio lavoro del podere 12 ore al giorno.
Mia madre morì e mio suocero malato andò ad abitare con suo fratello.
Qui si contraddice perchè altrove riferisce aver allontanato il suocero presumendo una non meglio specificata storia di incesto.

Della madre, Pacciani racconta l’episodio che segue in un memoriale senza data:
“Sì ammalò di asterosclerosi, scappò da casa e cadde nella Sieve che non poteva risalire l’argine per uscire. Io ero a lavorare in fattoria. Quando la sera tornai dal lavoro e mia moglie mi disse che mia madre era sparita di casa e era andata giù alla Sieve, andai di corsa a cercarla, la quale sapevo del suo male. La trovai in acqua fino all’immersione del ventre e bociava aiuto. Io mi cacciai in acqua, me la caricai sulle spalle e mettendola nel letto caldo andai a chiamare il medico. Come il mio povero padre quando la sera, nel campo a lavorare, aveva bevuto più del normale e era ubriaco: lo prendevo a spalla e lo portavo a casa.
Io ai genitori gli ho voluto bene.
Ariston “Dopo due anni di duro lavoro ebbi ad abbandonare e tornai alla Rufina. Tornai alle dipendenze della signora Toccafondi Serafina (talvolta citata come “Severina”) e Lotti Cesare. Marito e moglie. Mi consegnarono un piccolo podere e 4 mucche che le assistiva mia moglie. Il podere lo lavoravo io avanza tempo il sabato e la domenica perché gli altri giorni ero operaio fisso con questo padrone. Veniva alle ore 7 e ci portava con la sua macchina a lavorare su nella sua fattoria di Colognole. Eravamo solo 3 operai e ci riportava giu’ alle ore 6 (talvolta dice alle 7), facendoci lavorare 10/11 ore al giorno. Ci sfruttava e in ultimo non ci pagava neppure.
Di mancia ci portava un fiasco di vino, in 4 operai, a mezzo giorno. Quando si mangiava nel campo si reclamava che ci pagava 8 ore al posto delle 11 che si lavorava e lui ci conteggiava il fiasco di vino che ci dava e la benzina che consumava con la macchina a portarci lassù ma ci guadagnava sempre lui. Eravamo 4 operai, io, Romagnoli Marco di Dicomano che era il suo trattorista e altri due pensionati degli Scopeti Casini. atto14 - Uno di soprannome faceva Culaia. Allo ospedale di Luco, Borgo San Lorenzo - Ariston nel 1967, mi nacque la seconda figlia Graziella, prematura di 6 mesi. Fu ricoverata in ospedale al Mair che mia moglie non aveva latte e era prematura. Una volta portata a casa gli comprai una mucca e l’allattavo con quella. Mi toccava pensarci a me. Una vita come un cane: tra il lavoro e la preoccupazione. (atto 28-6) In pieno inverno io non smettevo di far fuoco per riscaldare le stanze. Avevamo questa casa con le porte come i cancelli, veniva un freddo come essere in un frigorifero. Questa poverina si salvò proprio per un miracolo del buon Dio. Alla fine del 1969 persi il lavoro perchè il mio datore di lavoro dette il poderino alla ditta stradale Spagnoli di Londa, che scavavano con le ruspe tutto il podere per levare la rena per fare gli asfalti delle strade. Era l’impresa stradale più grossa del Mugello. Il mio datore di lavoro, Lotti Cesare, mi disse: “mi danno un mucchio di soldi. Mi rende più il sottosuolo che il soprasuolo. Se non ci puoi stare cercati un altro posto”. Allora io mi rivolsi a un mediatore della Rufina Contea, certo Lullotto. Mi portò a Firenze al Bar Le rose. Lì il venerdì ci sono tutte le riunioni di mediatori. Si mise in contatto tramite telefono e venne a offrirmi un lavoro duraturo e ben pagato in qualità di trattorista e allevatore di bestiame il signor marchese Francesco Rosselli del Turco, che abitava a Firenze e aveva la fattoria a San Casciano.
Nell’aprile del 1973 tornai a Montefiridolfì di S.Casciano col sig. marchese Pierfrancesco Rosselli del Turco. Venne a prendermi con un camion. Caricai tutto e mi consegnò la casa e una stalla piena di bestiame: 22 vitelloni e 4 vaccine da produzione, assegnandomi 4 ore di lavoro alla stalla e 4 ore le dovevo lavorare in fattoria coi trattori alle vigne. Col bestiame da governare lavoravo pure i giorni festivi e pure la notte quando parturiva le vaccine. Fu lì che mi ammalai d’infarto. Caddi a terra con tremito e un forte dolore che mi prese il braccio sinistro, poi il petto e persi conoscenza. Mi portarono d’urgenza al pronto soccorso a Firenze. In camera di rianimazione perché ero morto da poco, per istrada, durante il tragitto. Sotto il professor Pizzetti mi rianimarono a forza di massaggi e con l’elettroscioch ma stiedi nel letto per diversi giorni senza movermi di un centimetro e con l’ossigeno per respirare e tante punture ogni giorno per saturare la vena rotta del cuore. Orinavo sangue. Fu nel 1979/80. Fui dimesso dopo 40 giorni e mandato a casa. Con un anno di convalicenza mi licenziai dall’azienda perché non potevo lavorare. Dichiarato inabile al lavoro, invalido civile e pensionato. Con 10 milioni di buona uscita che percepii dal mio datore di lavoro comprai una casetta smalandata tutta da rimettere a Mercatale in piazza del popolo, (l’atto di compravendita è del 26 novembre 1979) la intestai a mie figlie in parti uguali e tornai lì. atto 28-6. Poi queste mie figlie le misi in collegio a pagamento dalle suore per studiare. Avevano 12 e 11 anni. Le comprai un enciclopedia completa di dizionario con 24 volumi e 24 dischi per imparare le lingue. Titolo Conoscere e Sapere. Dopo due anni non vollero più studiare. Ogni settimana si andava a prenderle al collegio e si portavano a desinare con noi ma le suore ci dicevano: “di studiare non hanno nessuna voglia”. Gli insegnavano i lavori a maglia, il ricamo. Niente da fare. Dopo due anni scapparono dal collegio di notte con due ragazzi e stiedero tutta la notte fuori. Le ritrovò una suora in una casa in costruzione al Talento di S.Casciano. Mi mandò a chiamare la superiora che andassi a riprenderle. Loro non volevano grattacapi. Le ripresi a casa e le mandavo alle scuole medie. Le volevo fare prendere un diploma. Non vollero più studiare. Le comprai una macchina per cucire: una Necchi elettronica. Faceva tutto: ricamo, trina, punti aggiorno, altre velocità. Niente. Gli avevo portato tanta stoffa per cucire e 1 kg di filo di ogni colore. Pagavo una vecchietta, che faceva la sarta, a insegnargli un ora per sera ma niente da fare. Non riuscì neppure a infilare lago alla macchina e a  regolarla. Vollero andare a lavorare a Firenze da due sorelle moglie di un avvocato. Una a badare un bambino andicappato e una un’anziana signora.
Ariston Dopo un po’ di tempo mi riammalai di angina pertores e fui rimandato giù in ospedale per mettermi il cuore artificiale, ma prima di metterlo il professor Pizzetti mi mandò in osservazione in casa di cura a Tavarnelle, sotto il professor Bozza. Dio lo benedica. Fu lui e il buon Dio che mi salvarono la vita. Mi cambiò la terapia e subito trovai il miglioramento. E grazie a Dio e a lui il mio cuore incominciò il battito normale. Quando dopo 40 giorni mi dimesse mi disse: “lei non bisogna che lavori più. Sono mali che si risentono per tutta la vita”. Come infatti ne risento quasi ogni notte e non ho mai smesso la cura. Ora specie che mi trovo qua rinchiuso innocente, come il buon Gesù sulla croce, senza aver fatto del male a nessuno, e lo prego che illumini il cammino della verità, e lui lo sà che io non ho fatto questo male. Lui ci vede tutti E sia fatta giustizia divina e terrena. Sia punito chi ha fatto il male. Non un innocente pure in convalicenza.
Dopo 6 mesi, (altrove dice dal 4 novembre 1982) ricominciai a lavorare alle fattorie di Mercatale, riguardandomi di non fare sforzi e facevo pure gli straordinari. Ero operaio fisso dal sig Aflo Gazziero a Soripa di S.Casciano. Arivavo lì alle 7 di ogni mattina e tornavo a casa alle 6, di sera. Ero unico operaio. Lavoravo 10 ore al giorno con lo straordinario. Gli lavoravo la vigna, gli facevo il vino, l’olio, lorto, il giardino, tenendogli l’azienda, in perfetto ordine. Mai mancato un’ora dal mio lavoro. Mi volevano bene e mi facevano pure dei regali oltre la paga. Avevano pure il bestiame che dovevo costudire: 20 capre, 3 cavalli, 2 suini, colombi, galline, conigli, e 3 cani lupi. Mandavo avanti tutto io essendo solo operaio. Lo possono testimoniare tutti.
Il 28 giugno 1984 mi licenzio da Gaziero per aggiustare la mia casa che avevo comprato (il 22 marzo 1984) in via Sonnino 30. E due stanze al n. 28, medesima casa. Portando il materiale con la mia vecchia 500 dalla Zambuca. Facevo il manovale al muratore Pucci Giuliano di Mercatale.
29) Dal 24 settembre 1985 (a volte ottobre) vado operaio alla fattoria di Luiano col sig Alberto Palombo (atto 14 io e Falciani Dante) e il sabato e la domenica, fino a mezzogiorno, lavoravo lavoro straordinario col sig Dante Mocarello e il sig Forlano Francesco, senza assicurazione, alle ville Pianacci di Mercatale. Sempre lavori agricoli fino al 06 aprile 1987, mio aresto per aver picchiato mia figlia maggiore Rosanna, la quale si era innamorata di un vagabondo (un certo Luca) e gli spillava tutti i soldi che gli avevo messo da parte col mio sudore del duro lavoro. In tre mesi gli tolse 3 milioni e 800, mila lire, (talvolta 4.800.000). Quello che faceva con lei lui lo raccontava ai suoi amici, portando il disonore in famiglia.
Quando me ne accorsi la richiamai a dovere con le buone maniere, dicendogli di lasciarlo perdere e farsi rendere indietro il denaro. Mi impromise di si. Che lui gli disse che se li faceva dare da suo padre e gli restituiva tutto ma non fu così. Non potendolo vedere di giorno, che gli avevo proibito di incontrarlo, si alzava da letto la notte mentre noi si dormiva. Me ne accorsi e, dico la verità, allora buscò quattro cinghiate. Allora (Ariston) scappò di casa e andò dalla signora dove era stata a lavorare, Vilma, moglie, di un avvocato Giachetti Sergio, che abitano nel viale Galileo a Firenze. Fu lei che la portò a fare la denunzia: oltre alla verità gli disse il falso facendomi arrestare.
Il 12 febbraio 1988, Pietro Pacciani è stato condannato dal Tribunale penale di Firenze a 8 anni di carcere "per essersi “innumerevoli volte congiunto carnalmente, anche per via orale, con le figlie Rosanna e Graziella (fin dalla loro tenerissima età) e che ha poi sottoposte le stesse e la moglie Manni Angiolina ad una serie continua di vessazioni fisiche e morali fino a picchiarle sistematicamente quasi tutti i giorni, anche a sangue facendo uso di mani e calci nonché di bastoni, tenaglie, pinze e quant’altro gli capitava a portata di mano”
“Tomai a casa, nel 1991 chiedendoci scusa entrambi. Gli lasciai la casa alle figlie, con tutto l’arredamento e tornai con mia moglie in una piccola casetta in via Sonnino 30, un km più distante, con amore e accordo, dandoci la mano, che se avevano bisogno di noi si era pronti ad aiutarle.
In altro memoriale senza data, Pacciani approfondisce il rapporto con le figlie:
“Mi hanno messo contro le mie figlie facendogli cambiare perfino la serratura della casa, la quale l’ho comprata io e intestata a loro. Se non avevo queste tre stanze a parte mi avevano buttato in mezzo alla strada: io e mia moglie. Ha capito che figlie abbiamo? Mia moglie ne risente di più di me essendo malata di nervi e seminferma di mente e delle volte mi tocca scappare per non la sentire brontolare.
Ma  tutto questo è opera della polizia che a forza di interrogarle le hanno fatto perdere il cervello e non sanno più quello che dicono e quello che fanno, poiché sono nate da madre seminferma di mente e tali sono loro. Quella grande, Rosanna, ha perso completamente il cervello. È magra come un chiodo e nonostante comincio’ a fare lunghe corse e ginnastica da camera e mangiando limoni tanti, e altre porcherie. È andata in esaurimento nervoso, ha perso il cervello. Aveva da parte dei soldi. Gli sta sprecando tutti in roba inutile. La compra e dopo la getta via. In quella casa non le mancava niente. Ci avevano tutto quello che le poteva servire per diverse persone ma ha voluto comprare tutto nuovo rifacendosi dalle posate e altra roba di cucina. Ha comprato una batteria di accessori da cucina per 24 persone, piatti, bicchieri, forchette, tegami, teglie, chicchere, pentola a pressione, ecc.. ecc…e sono in due! Perfino il porta vivande carello a ruote. E dove va? A servire persone a un ristorante? Poi lo ha buttato, dicendo “non mi serve”. Bicicletta da camera, due da passeggio, un lettino da bambino, e non ha preso neppure marito, lo ha regalato a Don Cuba, il prete del carcere di Sollicciano. Ha speso diversi milioni invano, buttandogli al vento e ora è all’ospedale di pissiatria di pontanniccheri.
L’altra è uguale a lei. Non vanno d’accordo. Litigano e viene di rado a casa pure lei. Certo la piccola ha un poco di ragione. Lei lavora e tiene di conto e Rosanna le mangia tutti i soldi e la picchia pure se non le da retta e lei si ribella. Non viene neppure a trovare noi genitori perché lei non vuole Rosanna e la Graziella fa quello che dice lei. Non da neppure una telefonata per sapere come stanno di salute e sue notizie.”

Ed in altro memoriale:
Hanno detto tante farsità ma non l’hanno inventate loro. Gliel’anno fatte dire. Le hanno portate in aula allucinate, drogate. L’avevano preparate a dovere. Era in uno stato di incoscienza, come sonnambule. Tant’è vero che non si ricordavano chi l’aveva portate in aula a testimoniare. Gli toccò dirlo al Pubblico Ministero Canessa, alla domanda del'avvocato Bevacqua. Nella sua casa mia moglie gli trovò un tubetto di pastiglie. Le foci vedere e la dott.ssa mi disse che erano allucenogeni. Chi glieli diede? Loro non lo ricordano ed è stata ricoverata Rosanna in ospedale pissiatrico.

Nel 1991 fui scarcerato fine pena, ma sorvegliato giorno e notte. Fui percuisito prima di uscire dal carcere dalla polizia col dott. Perugini. Mi dissero: “puoi andare” e dette ordine di percuisire la cella. Ero ricoverato in infermeria al Centro clinico, in una cella grande che eravamo in 6 detenuti, poi in ultimo, rimasi solo. C’erano dei ragazzi giovani che compravano alla spesa giornali e riviste pornografiche e, una volta lette, le mettevano in fondo a un armadio che servivano, un foglio al giorno, per mettere in fondo del secchio della spazatura, che non attaccasse al secchio. E tra riviste e giornali c’enerano molte di parecchio tempo indietro. Questi ragazzi si divertivano a scarabocchiare sia giornali che riviste, dipingendo sopra alle donne la loro fattezza proibita e altri segni. Poi ridendo mi dicevano, “Anziano, ora è più bella cosi questa ragazza!”. Io consideravo la sua gioventù’ che è priva di pensieri che ci affligono in questi luoghi, non davo ascolto.
Lasciai la casa in piazza del popolo dove si stava con le figlie e io e mia moglie ci trasferimmo, dopo una settimana, in via sonnino 30, in una piccola casetta di 3 stanze la quale comprai anni prima occupata da un incuilino, Bianchi. Andò via lui e l’affittai, a un infermiera divisa dal marito, Betti Elena. Tutta ammobigliata per 400 mila al mese. Per due mesi mi pagò poi non voleva più pagare né affìtto né spese di consumo,gas luce ecc. ecc... Mi ebbi a rivolgere a l'avvocato Cavallucci, via delle  Botteghe Oscure di (FI). Andò via nel 1985 minacciando offese e lasciò circa 2 milioni da pagare compreso gas, luce, acqua e affitto.
La casa è stata vuota fino al 1991 che ci tornai io e mia moglie. Dopo tornato lì, ogni 6/7 giorni veniva Perugini a trovarmi con qualche scusa. La prima volta lo vidi arrivare con un fascio di giornali dicendomi: “gli hò portato questi giornali, gli aveva lasciati, in cella”. Io gli risposi che non erano miei, che non compravo i giornali la quale non avevo con me gli occhiali, li avevo lasciati a casa e per la paura di romperli non gli richiesi. A leggere non ci vedevo, scrivevo e disegnavo qualcosa per passare il tempo, e si giocava a carte coi compagni di cella a chi doveva fare la pulizia alla cella. Perugini disse: “Gli tenga, gli possono servire” e gli misi in cantina, assieme agli altri, per accendere le stufe, ma era un trucco. Dopo diverse volte che veniva a trovarmi e ogni volta mi importunava di domande, sempre le stesse cose. Si beveva assieme un vin santo e dei biscotti. Si fumava una sigaretta. Gli offrivo quel poco che avevo ma di buon cuore e lui dopo un po’ entrava sempre nei soliti, argomenti. “Pacciani, noi abbiamo seguito tutto il suo cammino di quanti passi che ha fatto e tutti i suoi datori di lavoro hanno detto che è un bravo lavoratore e una persona onesta, mai mancato nel suo dovere, ma lei è nato à Vicchio, e questo viene di là. Lo sappiamo che lei non c’entra ma lei lo conosce. Ce lo dica. Io gli spiegai tutta la verità ma il martirio dell’interrogatorio durò diverse volte. Poi mi diedero il foglio di garanzia e alludendo su di mè questi attroci fatti. Facendomi piangere intere notti dall’amarezza e dal dolore. Sapendo la mia coscienza pulita davanti a Dio e alla giustizia e notizie infamanti divulgate dalla stampa e televisione, la quale mi hanno messo contro tutti infangando questa povera famiglia.
Perugini qualche giorno dopo ritornò portandomi le fotocopie delle poesie che avevo scritto in carcere che mi aveva seguestrate e ricominciò la solita musica. Allora non potetti più a sopportarlo e gli risposi male dicendole: “Lei è una persona indesiderabile, non crede neppure in Dio, è colui che ci hà creati assieme alla mamma. Non venga più a importunarmi. Io sono innocente e non so niente altrimenti ero ben lieto di potervi aiutare. Se non so niente cosa vi devo dire?” Lui mi disse: “Va bene, non ci vengo più, ma noi ci rivedremo. Glielo giuro.” Dopo dei giorni venne su con una lettera anonima dicendo: “Ci è arivata a noi, di indagare su di lei. Lei ci ha le armi nascoste e abbiamo il mandato di percuizizione. O ce le da o si trovano da noi. Io gli spiegai: “Le armi le odio. Mai avute. Solo arnesi da contadino.” Chiamò 30 persone: Vigili del Fuoco, Polizia e Carabinieri con compressore pleumatico. Mi sfondarono i muri della casa, mi spaccarono perfino il tabernacolo del S. Rosario dedicato alla Madonna e tutto l’orto e piante. Per 40 giorni sempre lì e mi portarono via tanta roba di casa, delle giacche, maglie, 9 quadri a olio dipinti da me, un motorino 48, 150 tegole per il tetto, un portasapone bianco senza scritte che portai dal carcere con una saponetta Palmolive, e loro ci misero dentro dei ninnoli di mie figlie e di mia sorella prima che si sposasse, diversa roba da riparare, spille, orecchini, collanine, perfino la fede nunziale di mia moglie e altro. Mi ruppero i vetri della biblioteca, il neo della luce di casa. Tanta roba fu presa senza che io ne sapessi niente e non mi fu fatta vedere. Dopo diversi giorni che della percuisizione col laser, trovarono tanti chiodi e schegge di bombe, che nel 45/46 ci passò il fronte, e una cartuccia da moschetto della Nato che era sotterrata nell’orto, e un bossolo vuoto da mortaio lucidato da mia moglie e pieno di acqua con fiori dentro sul tavolo, come soprammobile. Fu seguestrato con l’imputazione di materiale da guerra. Con due avvocati, Ventura e Fioravanti, mi fecero condannare a 4 mesi. Che colpa ne ho io di questa roba lì dal 1945, come porta inciso sul fondello della cartuccia sotterata nel terreno e trovata a zappare? Poi il dottor Perugini mentre la polizia col laser e scavavano l’orto a 1 metro di profondità, cominciò, a strisciare i piedi in un travetto da vigna di cemento, e a raspare con le mani chiamando il fotografo e altri polizotti. Dicendo: “fotografa qui”. Sentii un poliziotto dall’accento napoletano, chiamato Calistro, “Lì... una cocciniglia, ci ha portato fortuna!”. Io mi avvicinai e vidi questo animaletto con macchioline sopra le ali che correva in questo palo di cemento messo a terra disteso a guida del vialetto dell’orto. Io mi avvicinai e mi allontanarono dicendo: “Si guarda dopo”. Io mi misi a ridere, credendo che dicessero di questo animaletto perché non avevo visto altro e dissi; “Siamo nel duemila e credete a Napoli? Nelle supestizzione e nelle fantasie?” Ma dopo fotografato il palo lo levarono e lo portarono nel piazzaletto e con un punteruolo levarono questa cartuccia e terra, mettendo tutto in un sacchetto di plastica. Quando io vidi questa cartuccia pensai subito a un trucco fattomi e mi misi a piangere. Il dottor Perugini mi disse: “Cosa piange? Non l’ha mica in tasca lei!”. Questo travetto si trova a 1,50 da l’uscio di casa mia, giusto due passi, infilato a punta in giù e coperto da un centimetro di terra. Fecero la perizia e fu stabilito che era lì da due o tre anni. Quando fecero la percuizizione e trovarono questa cartuccia, erano due mesi che si abitava li, dunque che ce l’avrò messa io che ero in carcere? Inoltre, per crearmi un indizio a mio carico? Neppure un pazzo lo avrebbe fatto. Inoltre quando ero ancora in carcere fu fatto altre percuizizioni in questo orto dalla polizia che mi avevano messo diversi microfoni nascosti nei tetti.
La cosiddetta maxi perquisizione ebbe luogo presso l’abitazione di via Sonnino dal 27 aprile all’8 maggio 1992. All’operazione presero parte: personale della S.A.M., dei ROS dei Carabinieri di Firenze, del Centro regionale Criminalpol della Toscana, della Stazione Carabinieri di San Casciano Val di Pesa, del Centro Regionale di Polizia scientifica di Firenze, del Centro Nazionale Criminalpol.
Il 29 aprile fu rinvenuta una cartuccia Winchester calibro 22 Long Rifle, con proiettile in piombo e con la lettera “H” impressa sul fondello.
I segni rinvenuti sulla cartuccia incurvata ma integra, furono ritenuti compatibili con quelli presenti sui bossoli sparati dal cosiddetto mostro di Firenze.
Una recente perizia balistica ha però rivelato che quei segni sarebbero artefatti e prodotti presumibilmente con un martellino.
Poi ancora altra percuizizione (perquisizione del 31 maggio 1992) che arrivarono alle 4 del mattino scendendo giù dai tetti e bussando alla porta di casa la polizia e il maresciallo dei C.C. di S. Casciano. Io e mia moglie s’ebbe tanta paura sapendo d’aver chiuso il cancello d’entrata. Le domandai: “Dove siete passati?”, “Dai tetti come i gatti”, rispose il maresciallo dei carabinieri Minoliti. Si vesta e venga ad aprire il suo garage in piazza del Popolo a casa delle figlie. Gli diedi la chiave e andarono loro stessi. Altri rimasero con me in casa mia. Appena in tempo di prendere il caffè e furono di ritorno, questo maresciallo Minoliti aveva in mano un cembolo di stoffa dicendo: “L’abbiamo trovato, l’abbiamo trovato”, io le dissi: “Che cosa avete trovato? Cos’è questo straccio?”, “Eh ha la sua importanza”. Non dissero altro. Dopo del tempo seppi che un anonimo aveva mandato al maresciallo Minoliti dei carabinieri di S.Casciano un pacchettino col tiramolla avvolta in uno straccio a colori, dicendo: “È un pezzo di pistola. Se volete trovare l’altro pezzo di straccio eguale cercatelo nel garage del Pacciani”. E infatti c’era una federa strappata che era stato tolto i pezzi di stoffa. E nel biglietto sbagliarono dicendo: “L’abbiamo trovata sotterata a Crespello, dove il Pacciani andava a lavorare”. Io andavo a lavorare alla fattoria di Luiano dal cav. Alberto Palombo e non a Crespello. Sono due posti diversi e distanti 3 km l’uno dall’altro. Capii subito che era un altro trucco. Questo anonimo non era pratico del posto che aveva nominato. Inoltre se l’ha mandata ai C.C. l’aveva lui. Se dice che nel garage c’è la stoffa eguale ce l’h messa lui. Sennò come sapeva? È stato in questo garage a staccare il pezzo di questa stoffa per avvolgere il tiramolla. Ecco perché sapeva che c’era l’altro pezzo eguale.

Ad una prima parte autobiografica, Pacciani, nei suoi memoriali, fa seguire una rassegna meticolosa di quanto sequestratogli durante le perquisizioni, indicando per ogni oggetto la provenienza ed i motivi per cui ne è entrato in possesso.
Il blocco da disegno Skizzen Brunnen
“Il blocco fu preso in casa mia alla 4a percuisizione, con scritta in tedesco sopra e un numero. Fu fatta la prima perizia grafica confrontando una cartella di numeri mandati dalla Germania da questa signora tedesca che dice di riconoscere il numero di costo in marchi scritto da lei. Ci fù la perizia dei due calligrafi messi dal GIP Altamura e Signorelli. Esclusero in assoluto che non c’era nessun numero eguale di un fas simile a quelli e fu tutto annullato. Pure i miei periti fecero la relazione, la Massetani e Giorgetti. Ora hanno rifatto, dopo la respinta di annullamento dal G.I.P., la nuova perizia con laser ingrandendo i numeri che sono tutti deformati e quindi non accettabili. Inoltre io dichiarai se non era delle mie figlie di scuola (che si dice in Italia non sono commerciabili) allora dichiarai che lo raccolsi nello scarico assieme ad altra cartaccia che raccoglievo per accendere le stufe, la quale andavo lì quando ritornavo dal lavoro, che ricuperavo, oltre alla cartaccia, del materiale buttato lì dai muratori che facevano le case: mattoni, tubi di stufe, cappe di lamiera smaltata bianche delle cucine economiche, ambrogette di granito che levavano dagli impiantiti per sostituirle col greffe nei pavimenti dei garagi e tanta altra roba la cuale io avevo da raccomodare le mie case e tutto l’impiantito del mio garage l’ho fatto con quelle e me ne avanzò pure. Che sono sul muro di casa, al n°30.
Fino al giorno dell’aresto 1987, questo brocco, io l’avevo lì in casa mia. Nel 1980/1981 ci annotavo le fatture da pagare, come infatti troverete scritto di mio pugno. Dei conti di ricevute da pagare, una alla signora Margherita, con bottega di caccia e pesca in piazza Vittorio Veneto di Mercatale, che è ragioniera, fa domande e fotocopie. Ricordo gli feci fare una domanda e assegnai li sopra la somma che dovevo darle.  L’altra somma da pagare al sig. Lotti Franco, via Poggio ai Borgoni di Mercatale. Del materiale preso per accomodare la mia casa: cemento, calce, rena e altro. Poi troverete annotato altra somma da pagare delli occhiali al’oculista di S.Casciano, via della Misericordia, vicino al sindacato coltivatori diretti, dott Ciappi, e il nome deloculista non ricordo. Visitava e faceva occhiali su misura. Non so se c’è ancora, sono passati 13 anni. Poi avevo in casa altri quaderni pieni di tutto il materiale e manopera che pagavo e riscotevo. C’erano i conti, di spese delle case di accomodatura e le giornate di lavoro che riscotevo e il materiale acquistato. Ci sono diversi quaderni pieni di conti, se non sono stati presi dalla Polizia. Perciò come ripeto, questo blocco dell’ottanta non ha niente a che fare dei tedeschi de l’ottantatrè.
Inoltre a Mercatale siamo in pineta e c’è il maneggio dei cavalli a noleggio, che è sempre pieno di turisti italiani e stranieri e sopra il suddetto brocco non c’è il nome di chi appartiene. Tutto quello che c’è in casa mia è tutto roba pulita, senza ombre. Altrimenti tenevo in casa una tale schifezza del valore di millelire? Per dieci anni?
Poi si dice essendo stato nella biscarica non era né molle né ammuffito, quello che lo buttò lì nel 1980 e io lo posso avere raccolto il giorno stesso. Come fa a ammuffire?


BIGLIETTO COPPIA
Pitocchi Claudio – talvolta Piticchio Claudino
Il biglietto trovato in casa mia con scritto coppia. Si trattava di una coppia che venivano a fare all’amore (senza alcun ritegno) in macchina sotto la mia finestra, di sera, à tarda ora. Io non avevo piacere, avendo mie figlie giovane, di non vedere quello che facevano. Gli presi il numero di targa della macchina quando partivano e gli sgridai di andare via e di non ritornarci mai più altrimenti avrei avvertito chi di dovere; ma non erano i soli. Avevo visto altre macchine diverse e ricordo ad una di queste le tirai una bacinella di acqua sul tetto della macchina. Non passavano settimane che non si fermasse qualche macchina lì di notte. Mi toccava sempre litigare e per quel garage che sta sotto questa finestra dove tengo la macchina. Nonostante che avevo messo alla porta un cartello con scritta “divieto di sosta, garage” arrivavo a tirare fuori la macchina per andare a lavorare e ci trovavo sempre una macchina affiancata che mi impediva l’uscita, e litigavo di levarla che mi facevano far tardi al lavoro, ma c’erano dei prepotenti che non capivano la ragione. E litica oggi, litica domani, avevano sempre ragione loro. Che io ero vecchio e loro erano giovani. C’era pure da buscarne. E incominciarono a odiarmi, la quale io ho voluto bene a tutti e fatto sempre il mio dovere. di rispetto.
 

BIGLIETTO KM VICCHIO
C’è poi altro biglietto con scritto sopra il chilometragio: Mercatale-Vicchio Mugello, km 145 andata e ritorno. Fu scritto una domenica che mi porto là un mio amico, ex Maresciallo dei carabinieri in pensione, con la sua macchina, Francesco Simonetti, a desinare da mia sorella, là sposata, al compleanno di mio nipote. Portai anche mie figlie. Stava lì a Mercatale, di casa. Eravamo amici. Ogni settimana veniva a prendere dell’ortaggio al mio orto e ragionando mi disse: “Se hai bisogno di andare in qualche posto o a trovare tua sorella, o a Firenze dal sindacato per gli interessi che hai da fare, ti porto io. A casa non ho niente da fare. Mi dici che non conosci la strada, ti porto volentieri”, “Accetto volentieri. Le pagherò il viaggio”. In tanti anni che sto a S. Casciano non ci sono mai stato. Non abbiamo tempo e a uscire da Firenze non so pratico. Ne parlammo diversi giorni prima e una domenica mattina ci portò là, io e mie figlie, che mia sorella ci aveva invitato a desinare. Ricordo mi disse: “Quanti km sono andare là? Le dissi: “Io non lo so.” Disse: “Si fà presto a vedere. Segna il numero del conta chilometri del cruscotto”. E così feci e si costatò che andata e ritorno erano 145 km. Le volevo dare 50 mila lire ma non volle niente. Era una brava persona. Sono stato là a trovare mia sorella quattro volte in tutto. E mi ci portarono gli amici di Mercatale. 2 volte lui, una volta Brogini Renato e una volta Gianni Bottai, a portare il vecchio fucile a avancarica a bacchetta al mio cognato.
Della sorella, Rina, che abita a Vicchio scrive anche in altro memoriale relativamente all’episodio che segue: “Era vivo il mio povero padre, era in casa con me lei. Ebbero un incidente stradale e s’apri lo sportello della macchina. Battè la testa nel muro e ha perduto in parte la memoria. Crede a tutto quello che le dicano e non si ricorda del passato”.


FUCILE
Relativamente al fucile: 16 - Faccio presente che il fucile a avancarica, un ferro rugginoso che non si trova neppure le cappussole pei luminelli per caricarlo, l’ho dato via nel 1983/84, non ricordo con esattezza. Prima a Giovanni Bottai poi al mio cognato Camminati. Era regolarmente denunciato e c’è il passaggio scritto in caserma. Come fanno a dire deteneva un fucile?
Cosa vengono a inventare? E leggo qui dei falsi testimoni che gliel’anno detto, la quale di 6 ne conosco solo 3. Uno è Nencioni Ugo, un vecchio rimbambito di 80 anni che fa il muratore. Mi voleva accomodare la casa ma io presi un altro, e lui se ne ebbe a male, per questo mi calugna.
Poi c’è Camminati Donato, che è mio cognato, non credo che abbia inventato che io andavo a caccia, altrimenti se ha fatto una calugna pagherà come gli altri.
E poi c’è un certo Mauro Cacioli, un ragazzo di che stavamo vicini di casa, nella medesima casa suprastante. Coi suoi genitori eravamo molto amici allora. Era un quindicenne. Dice che io andavo a caccia nel mio campo, che lì non c’è li neppure il bosco. Come potevo andare a caccia nel mio campo? Lì non c’è certo selvaggina e se ci fosse stata non è cacciabile, per la, sieve, per, la, ferovia, e per la strada. Avevo solo il vecchio fucile antico a avancarica. Dice pure che io le dicevo di avere una pistola. Se avessi avuto questa mi avrei confidato con un bambino? Ma che cosa inventa questo scimonito? Sono fantasie di bambini che leggono i fumetti di fantascienza. Le scrissi pure una lettera, lui disse che non aveva detto queste cose, le inventò la polizia.


CARTUCCE
Mi fu trovato in casa una valigetta con polvere e pallini da caccia con accessori e inneschi da cartuccie da caccia. È materiale del 1947, prima che andassi militare. Era di un mio amico vicino di casa a Paterno che veniva di sera dopo cena a veglia a casa mia. Faceva le cartucce da se. Aveva il porto d’armi. Andava a caccia e  mi portava con sè à scacciarli gli animali e me ne dava pure a mè.
Le cartuccie di diverso calibro 12,16,24 sono state trovate nei campi a segare l'erba a S Anna di Monte di S. Casciano, quando ero allevatore di vitelloni, Vicino alla riserva di caccia, li erano tanti i cacciatori che costeggiavano la riserva raccogliendo chinati gli animali uccisi, le perdevano dalle cartucciere, le raccoglievo per darle a mio cognato che và a caccia. Ma dato la lontananza, in 20 anni ci sono stato 4 volte a trovarlo e sono rimaste lì.


PORTASAPONE DEIS
Ariston – Deis  Si parla del seguestro di un porta sapone rosa col marchio DEIS. Che lo descrivono coi ninnoli dentro. Io avevo in casa un porta sapone grande da saponetta da bagno, che l’avevo acquistato alla spesa a Sollicciano, con una saponetta palmolive. Dalle loro informazioni resultò la verità. Alla percuisizione presero tutti i ninnoli di casa mia cioè anellini, collanine rotte da accomodare, braccialetti in metallo e pure la fede nunziale di mia moglie. Era tutta roba di famiglia messa in un cofanetto di plastica. Poi fù levata per accomodare questo cofanetto che era rotto una  cerniera, e i ninnoli furono messi in una borsa sulla scrivania, e il cofanetto è ancora sulla scrivania da accomodare, alla casa n° 30.  Perugini prese tutti i ninnoli e gli mise in questo portasapone bianco di mia proprietà. Mi fecero firmare. Dopo dei giorni vengono a dire che ce n’era un altro rosa con scritta Deis la quale in casa mia non l’ho mai visto, e con una bruciatura sul coperchio che i tedeschi pare che non fumasero.


BINOCOLO
E ancora sequestro di un binocolo in casa mia Piazza del Popolo trovato rotto senza lenti e raccomodato da mè. Messo lenti di plastica e fasciato con tela al di fuori e verniciata di bianco. Smontare e vedere dentro anellini di alluminio segati per dare la distanza alle lenti oculari. Si vede come ad occhio nudo 200 metri circa. Si divertivano mie figlie dalla finestra a guardare in Piazza. l’altro binocolo di Via Sonnino 30, è da Teatro. Pure quello di plastica. Lo trovai nel mio orto che cadde da una finestra soprastante dai ragazzi.


IL MOTORINO Cimatti Minarelli
Si dice che l’avrei avuto nel 1966? Lo comprai per mia figlia. Ma cosa scrivono la fregna? Ma se Rosanna non era ancora nata, perché, nascette nel 1966, ma che montava sul motorino appena nata? Se una persona non sa cosa dice è meglio che stia zitto cosi non passa da... Inoltre a Mercatale ci sono tornato nel 1980 e con la solita vernice ho verniciato porta e finestra in via, sonnino 30, dove abito io, che mi avanzò questa vernice. Potete verificare.
Atto 1 Questo motorino 48 mi fu dato dal fabbro di Montefiridolfi per averli vangato un orto. Era tutto rotto nel ferrovecchio. Era del genero di Fanfani (detto Bengasi), Pucci Ardemaro. Era color grigio ferro. Lo feci accomodare cambiandogli tutto e ci spesi quanto averlo comprato nuovo. Lo verniciai da me, celeste giallo, per fare imparare mia figlia Rosanna. Gli insegnai la guida una decina di volte ma non volle imparare. Cadde tre volte, si impauri e non ci montò più. Lo misi in garage e non c’è stato montato più nessuno. Io lo provai appena rimesso facendo il giro della piazza del popolo. Poi chiuso nel garage. Era grigioferro, non rossiccio. Poi celeste. Non era il mio che anno visto queste persone: Racucci, Pratesi, Celli, Degiorgio alla villa la sfacciata di Giogoli di scandicci.


VIBRATORE 

Parlano di una parola inventata da loro: di vibratore. Che io ho dichiarato un massaggiatore, non vibratore. Chi la detto e scritto ha sbagliato i ceci con i fagioli. Gli ho dato l’etichetta come si chiamava. Quello che adoperavo io per i massaggi interni delle emoroidi, sulla etichetta allegata alla mia deposizione, c’è scritto vibromassaggiatore anatomico per interni. Si metteva nell'incavo della testata la pomata medicinale, e la spalmanava. Mi fù imprestato da un'anziano di 80 anni, Rotili Giuseppe. Lui guarì. Prima di adoperarlo lo feci vedere al mio medico curante dott. Caselli, che venne in aula a testimoniare, come pure la pomata, e sono guarito.


MATITE
Si parla delle matite da disegno e roba di scuola di mie figlie acquistate a S. Casciano dove andavano a scuola e il taglia carta che loro chiamano taglierina. La davano in regalo assieme a l'appuntalapis a chi acquistava il materiale e c’era pure lo zainetto per i libri, tutto di marca tedesca, ad eccezione di una matita bianca di tempera tenera. Quella non era di mie figlie. Ricordo la presi al capannone del Dott. Gazziero dove andai per imbiancarle il capannone 4 giorni. Mi portava la signora con la sua macchina e raccolsi molta roba che loro buttavano via. Fra le quali questa matita bianca che le sarte adoperavano per tracciare la stoffa per tagliare e fare i modelli. Ci vuole la tempera tenera che lasci il segno. Lui vendeva molto in Germania e acquistava. Lo testimoniò al processo che portava tre autotreni la settimana. 32 operai.
 

Ci sono infine memoriali in cui Pacciani non si risparmia nei confronti di quei testimoni che, a suo dire, lo hanno calunniato o “calugnato”, come lui riporta in più occasioni.
Vere e proprie invettive contro color che lui definisce “i falsi testimoni”, “persone malvage”, “le carogne”.


 Maria Antonietta Sperduto  

Maria Sperduto Malatesta che dice di essere la mia amante. È una sudicia puzzolente che per accostarsi a lei ci vuole la maschera. Sudicia come una latrina. L’ho incontrata 2 solo volte alle feste di Monte e S.Casciano, poi più rivista. Voleva ballare con me. La mollai al primo giro di pista: puzzava come un cane. Se uno l’avesse attaccata a un piede merita tagliarselo per non l’avere d’intomo. Bisognerebbe avere la fame come il lupo per avvicinarsi. È scema. L'avete sentita voi al processo. Non sa quello che dice e quello che fa. Seconda cosa: io ci ho mia moglie che e migliore di lei. È pulita e io non l’ho mai tradita. Inoltre se avrei voluto le donne erano lì in paese, che io conosco. Non andavo a cercarle lontano. Alla mia età non si fa più il don giovanni. Tutte farsità che gli hanno fatto dire. Come a  tutti i 50 testimoni falsi che hanno portato in questa piazzola di 10 metri quadri. (si riferisce chiaramente alla piazzola di Scopeti).
La Sperduto che dice andavo a caccia e passavo da casa sua col fucile che non hò mai avuto, e neppure il porto di armi. ha testimoniato una guardia caccia, Tozzetti Carlo, che girava tutto il giorno. Ha detto: “Io non ho mai visto il Pacciani per i boschi. Nè di giorno, né di notte. E cosi disse in aula pure il Brigadiere Di Bella dei carabinieri di di S.Casciano: “E non ha neppure il fucile”.
 

Nello Petroni
Abitava a Vicchio, a Badia a Bovino. Aveva preso una casa in affitto, un km vicino a me, dal sig. Boni. Mia moglie andava nel campo a falciare l’erba per il bestiame e questa carogna le dava noia nel campo mettendole le mani addosso. Un giorno io lo vidi (e me ne aveva parlato pure mia moglie) lo chiamai e lo ammonii: che se ci avrebbe riprovato e che non lavesse finita gli sarebbe andata a finire male. Le dissi pure: “Ora vado pure io a dare noia alla tua, per vedere se sei contento!”Sempre lui afferma che nel 1974 ha visto una pistola sul banco del meccanico di Vicchio, che a tempo libero raccomodava pure le armi. Avrebbe detto che questa pistola era del Pacciani. Infame che dice falsità! Ma se io nel 1974 mi trovavo di residenza a S.Casciano, la quale presi lì la residenza dal 1969. Ma cosa stanno inventando? le novelle dello stento?
 

Lorenzo Nesi
Altro scemo di guerra, (altrove pagliaccio da baraccone) Dicono che lo conoscevo perché so il soprannome suo che lo chiamano la ciuca. Me lo disse Fioravanti che in paese lo chiamano cosi. Io non lo sapevo. Del resto l’ho visto poche volte e non ci ho mai preso confidenze.
Dice che di notte andavo a tirare ai fagiani sulle quercie e cadevano come i sassi. Che cos’erano somari? Per prenderli notte con una pistola! Questo e un grullo da sceneggiatura.
50 La testimonianza del Nesi falsa che dice era di ritorno da una gita in campagna con la propria auto con la moglie e due amici col bambino di Firenze, in una casa di campagna di proprietà di conoscenti di Rocco Bilaccio, e vennero via al'imbrunire. “Ci si fermo in un paese nei dintomi a mangiare una pizza, si prese l'autostrada Firenze-Certosa per andare a S.Casciano. Non presi la super strada Firenze-Siena perchè la corsia di marcia era interotta e chiusa fino a l'uscita di S.Casciano. Si imboccò la via Strada degli Scopeti e giunto a Chiesa Nuova mi fermai per dare la precedenza a una Fiesta che veniva da destra.” Con i fari illuminarono alla guida il Pacciani con altra persona. Questo calugnatore infame non seppe dire chi erano la coppia di amici, il paese che si fermarono a mangiare la pizza, il nome della pizzeria, la strada lunga a posto della più corta. Dice era interrotta, che non è vero: testimoniò l’ingegnere del'Anas: “Era attiva da tanti anni”. Non fu sentita neppure sua moglie, che è separato da molti anni, se c’era o no. (Poco prima scriveva di conoscerlo superficialmente)
 Dice: “Hanno paura del Pacciani”. Di me non ha paura nessuno perché non ho dato noia a nessuno  ed ho considerato tutti fratelli. Inoltre quel giorno, l’8 settembre 1985 ero a cena con la mia famiglia a Cerbaia, fino alle ore 21. Nel ritorno a casa si guastò la mia ford Fiesta. Al medesimo tavolo preparato per la cena all'aperto, vicino a mè c’era il meccanico Fantoni Marcello con sua moglie, che sta in Piazza del Popolo a Mercatale, 10 metri dalla mia casa. Chiamai lui, mi disse: “Non insistere con la chiave, scarichi tutta la batteria e non parte. Ho già visto. T’è bruciato l'interuttore di minima. Ora si prova coi cavi attacati alla mia batteria”. E me la mise in moto coi cavi collegati alla sua batteria. Arrivato a casa la misi in garage e la mattina, giorno 9 settembre 1985, telefonai al carrozziere Giani Roberto, dove l’avevo comprata (nel dicembre 1982). Mandò l’operaio col carro attrezzi e la portò in officina per ripararla. Ricordo me la riparò dopo dei giorni e mi prese 100mila lire. La solita mattina, giorno 9 settembre, mi venne i carabinieri di San Casciano a interogarmi e percuisire la casa...
(l’omicidio avvenuto a Scopeti venne scoperto nel pomeriggio del 9 settembre pertanto è improbabile abbia subito una perquisizione il 9 mattina)
mi venne i carabinieri di San Casciano a interogarmi e percuisire la casa, mi domandarono d’overo la sera dopo pranzo, giorno 8, cioè il giorno prima. Le dissi: “Alla festa a Cerbaia con la mia famiglia e si rimase a cena fino alle ore 21”, “E lo puole dimostrare?”, “Certamente” risposi, e citai il guasto e citai il Fantoni. Quando lo interogarono disse: “Ah... io non c’ero”. La mattina, in piazza, le chiesi il perché der rinnego della verità. Mi dissè: “Mi hai mandanto i carabinieri a casa? Io non so niente!”. Io l'offesi e sua moglie ci mancò poco che non mi graffiasse. Lo rinnegai da amico e gli tolsi la parola.
Il carozziere confessò. I carabinieri andarono in carozzeria a vedere e la mia macchina era li'. Il maresciallo dei carabinieri  lo fece il verbale di interogatorio e della percuisizione che mi fecero in casa. Allora c’era  in caserma due carabinieri che conoscevo bene, che ero amico. Uno l'appuntato Toscano di nome, che veniva a caccia a Monte di S.Casciano dove stavo io e uno il Brigadiere Di Bella che stava di casa a Mercatale e veniva di sera al circolo del'Acli del prete di Mercatale. Credo che stiano ancora in servizio alla Caserma di S.Casciano, possono testimoniare pure loro, oltre al maresciallo Delodato. Duncue io ero a Mercatale senza macchina, interrogato e percuisito la casa e questo maledetto era a impostare una lettera a Vicchio: ore 9 del timbro postale del 9 settembre, a 145 km. andata e ritorno, al Giudice Della Monica, come dicevano i giornali.
Le mie figlie hanno testimoniato che eravamo a Cerbaia a questa festa però non riconobbero il Fantoni che la fece partire. Era di notte e erano dentro la macchina a sedere. Quando questa carogna venne in aula a testimoniare il falso sulla bibbia c’era una persona ad aspettarlo fuori. Io ero nel cellulare, non mi videro ma io gli vidi. Appena uscito andò incontro e si diedero  la mano ridendo. È uno che comanda.


Rolando Castrucci
Altro infame. Muratore di Monte che dice che avevo una pistola. Lo conosco perché abita lì ma non ci ho mai preso confidenze. A casa mia c’è stato una sola volta a raccomodare il tetto, mandato dal proprietario della casa, essendo muratore. Una sola volta in 10 anni. Inoltre se avessi avuto una pistola la facevo vedere a lui? A quale scopo? Io non sono un ragazzo che mi mettevo a giocare.
 Mario Vanni
Altro scemo, (Atto1 deficiente) (Vanni Mario) che e considerato così da tutti. È uno di S.Casciano che faceva il postino a Monte e alcune volte si giocava a carte, di domenica sera, la bevuta, alla cantinetta di S. Casciano.
Atto 1 – Questo farlocco di Vanni voleva giocare con noi ma il il mio amico, echis maresciallo Simonetti, non lo poteva vedere e gli aveva messo un brutto soprannome, ma lui non se la pigliava, e rideva di tutto quello che gli dicevano, pure le offese. Non c’era verso di levarselo d’intorno e quando si andava a qualche festa, veniva pure lui.
Ariston: un giorno di domenica sera, era la festa, a S.Donato in Poggio, che la fanno ogni anno, venne da me dicendomi, se lo portavo con la mia macchina pure lui, che aveva guasto la lambretta. Io gli dissi di si e montò su con me. Fu quando i bambini del mio datore di lavoro (Afro Gaziero) mi avevano buttato dentro alla macchina  la pistola giocattolo tirando alle mosche. Gli sgridai con la paura che me la graffassero e gli cadde dentro. Io la misi nel cruscotto nel casetto, sopra a uno straccio che pulivo la macchina. Lui la vide e la voleva prendere in mano. Le dissi: “Non la toccare, è carica!”. Questo scemo lo raccontò ai suoi cugini Valter e Laura, ma loro in macchina mia non ci sono mai montati, lo raccontò lui a loro; e quando detti le chiavi ai carabinieri per portarmi la macchina a casa, che fui arrestato per le figlie, a S.Casciano, era ancora li, che non ero più andato a lavorare per riportarla a questi bambini; avevo le ferie per accomodare la mia casa. I carabinieri mi fecero il verbale e me la seguestrarono. Mi fecero passare il processo per questo aggeggio e fui assolto di renderla al luogo di  provenienza ma non sono mai andato  a ritirarla all’ufficio degli oggetti seguetrati. I bambini  dichiararono che era sua.


Benito Iacomanni
Altro pazzo. Fu portato in aula a fare il buffone. Dice che era nel bosco con una donna col fulgone e vide un uomo con faccia rossa, abito beige, pantaloni colore beige o sabbia, scarpe da lavoro, un berretto da Guardia Forestale con visiera, occhiali con montatura marrone sprovviste di lente e guanti lunghi neri. “Si portò vicino al mio furgone e ventre a terra strisciava come un gatto; io gli tirai dei sassi e lui andò via. Assomigliava al Pacciani”. Di notte descrive tutti i particolari, i colori, ecc...ecc.. È un pagliaccio da circo equestre. L’hanno portato a fare il buffone. Questo lo conosco avendo contrattato una sua casetta smalandata, che chiese il doppio che costava, e non fu fatto l'affare. Lui rimase col rospo in bocca. Ora cerca di sputarlo. Io come ripeto, da quel giorno non l’ho più rivisto e mai girato nei boschi.


Emilio Calosi
Dice che io portavo in macchina riviste pornografiche. Questi ce l’hanno con me, perchè uno di loro era la spia del padrone, che si lavorava insieme. Si litigò e ne buscò ma avevo le mie ragioni e ora inventa le calugne! È vero che raccoglievo dei giornali e riviste, ce ne saranno state delle pornografiche ma io le raccoglievo per accendere il fuoco senza altri scopi. Questo è scemo! Alla mia età faccio queste cose? Se c’è disegnata non l’ho certo disegnata io ma credo siano riviste che sequestrarono nella mia cella quando uscii di prigione nel 1991. Poi come ho sempre citato io non disegnavo, ricopiavo ricalcando i disegni già fatti. Ogni genere di animali, armi da guerra, cararmati, cannoni, missili ecc… ecc… ma con epigrafe: pace tra i popoli della terra, come cristo ci ha insegnato. Io amo la pace. Tante belle poesie sulla divinità del creato.
 

Luca Iandelli
P.73 Altro teste falso. La quale dice che al Campo Santo di San Casciano vide una persona con il braccio fasciato che aveva una pistola in pugno e si era attaccato con ambedue le mani alla macchina. Voleva entrare dentro. Lo avrebbe detto al suo amico Caioli e Salvadori e il giorno seguente il Caioli avrebbe visto il Pacciani in paese con braccio fasciato con ingessatura o rottura. Fu chiamato il mio medico curante, Dott. Lotti Franco, se mi aveva curato il braccio. Disse di no e tra i 4 testimoni ci fu una contraddizione. Del resto mi mandarono all’ospedale per verificare se avevo ossa rotte sia ai bracci che altrove, che io non ho mai avuto e le braccia mai, fasciate e neppure cicatrici sulla pelle. Sono falsi, comprati.
 

Gli studenti di musica rock
Poi si parla di farsi testimoni falsi che si vendicano con mè per averle tolto due stanze in affitto in via Sonnino 28, che qualificandosi studenti gliele diedi in affitto. Erano in diversi, che la quale titolare d'affitto era una ragazza figlia di un macellaio, di nome Angelica, altro nome Pieraccini Tiziano e altri che non ricordo i loro nomi. Non erano studenti come avrei immaginato io. Erano studenti di musica rock. Avevano formato un occhestra, definendosi i nievi dà sinsig, che non so il significato, scrivendo questo nome a grandi parole colorate nel grande specchio appeso al muro di mia proprietà, sporcandomelo tutto e piazzando strumenti infernali con amplificatori e altoparlanti che tremava la casa. Venivano lì di sera, ore 10 circa e pretendevano di suonare fino alle due 2 di notte non lasciando dormire nessuno. Tutto il vicinato veniva a litigare con me. Questa Angelica (senza le ali) ballava al suono del tan tan, in costume con questi 5 ragazzi pazzi d’euforia. Ne combinavano di ogni colore e io alla scadenza del fitto mese anticipato, gli tolsi le stanze. Loro si sono vendicati calugnandomi alle spalle, dicendo che io avevo un facile, che non l'avevo, il vecchio a avancarica l’avevo già regalato a mio nipote; dicendo che io avevo in casa una decina di animali imbalsamati. Che ce ne avevo solo due e sono ancora lì in casa, via sonnino 30. Trovati spelacchiati  nel cassetto spazatura. Che quando dopo qualche anno che sono stati imbarsamati perdono il pelo e gli buttano. Ma non 10 come dicono questi bugiardi e non imbarsamati da mè la quale è opera di chimici per le sostanze che ci mettono. Questo è il suo scopo di calugne e odio, verso di mè, questo è il mondo crudele della cattiva gente che mi persebita. In un paese di 30.000 persone se ce n’è 10 che ne dicono male questi vengono nominati; gli altri che ne dicono bene non vengono nominati. Ogniuno di noi tutti abbiamo amici e nemici in qualsiasi parte del mondo. Anche se gli sei amico e gli hai fatto del bene c’è il malvagio che ti odia senza una ragione, o per odio o per invidia. Nella medaglia esiste il diritto e il rovescio e devono essere osservati entrambi e trovare quello giusto e capirne la ragione, nel giusto modo.
 

Giovanni Faggi
"Si dice che io conoscessi la zona di Calenzano? Ma se ci sono stato solo 4 volte a lavorare dal mio datore di lavoro di Soripa, Aflo Gaziero! Mi portò la signora Paola con la sua macchina e mi riportava su lei, 4 volte a imbiancare il capannone. Mai mosso di lì e non ci sono mai andato prima.
Mi hanno dato tanta roba, sia rotoli di stoffa e vari oggetti: una calcolatrice, un orologio a muro, una macchina per cucire, un quadro di fatascienza che rapresentava una mummia a cavallo di un toro che poi mi fu seguestrato.
Si parla che io avevo l'indirizzo di un artigiano: Faggi Giovanni. Lo conobbi in un bar a Ronta. Eravamo andati col maresciallo Francesco Simonetti, echis maresciallo dei C.C. in pensione, ci portò dai suoi parenti a Imola, da Rafini Lorenzo, che era nativo di Cornacchiaia e ci dettero una cassa di pesche. Noi si gli porto un fiasco di olio di oliva a testa. Eravamo in trè: Vanni Mario, Simonetti e io. Dopo desinare si venne via e al ritorno ci si fermò a bere a Scarperia. Entrati in questa mescita si sedette a un tavolo che c’era questo Faggi assieme a un altro. Si fece conoscenza e si qualificò rappresentate di ceramiche. Poi offrì da bere e volle darci il suo indirizzo per smerciare del materiale. Venne a trovare il maresciallo e me che ero a lavorare in fattoria. Poi dopo un paio di anni le scrissi una lettera che ordinai 4m di ambrogette per la casa che comprai. Me le portò, gliele pagai, e non l’ho più visto.

In alcuni memoriali, Pacciani, non risparmia neppure la stampa, colpevole a suo dire, di diffondere solo notizie volte a screditarlo.
"Bisogna chiarire queste assurde infamità che sono state dette dalla stampa nei miei confronti. Piene di farsità e bugie. La quale mi hanno infangato dai piedi ai capelli e mi sia reso un po’ di dignità, la quale io sono innocente, come il povero christo.
“Si parla del vecchio malato Pacciani, hanno paura? Chi ha paura è segno che hanno fatto del male e hanno la coscienza sporca. Io non ho fatto del male a nessuno dal 1951 e quello che successe mi difesi. Dovetti pagare tanti anni di sofferenza. Da quel giorno in tasca mia non ho più portato neppure un chiodo e di me non hanno paura perché sto in piedi a fatica. Ho 70 anni.”
Del suo stato di salute scrive in una lettera al tribunale di Firenze – sezione misure di prevenzione:
“Tutt’ora mi curo con tante medicine, il persantin 75, 4 al dì; Calvasin durante gli attacchi; Nitrodur, Cemerit. Inoltre tengo il diabete, attrosi, un utite, un polpo alla gola, non mi posso operare per l’infarto avuto che non posso fare l’anestesia. È pericoloso. Inoltre ho l’attrosi alla spina, pressione molto alta, mi curo col Modu Retie e Suguan. Se uno mi soffia adosso casco a terra.
Tengo 156 cartelle cliniche che ho consegnato al mio avvocato Fioravanti, che ritirai dal centro clinico di Sollicciano che ero lì detenuto, e pure di lì fui due volte ricoverato in ospedale al pronto soccorso a firenze.”


I Crisma - "Dicano che il Pacciani andava a fare dei lavoretti alla comunità dei chrisma, in muratura. Ma quale muratura! Io faccio l’operaio agricolo, non il muratore. L’ho preso pure io il muratore ad accomodarmi le mie case. Se ero muratore le accomodavo da me. Io le davo mano e i crisma sapranno il nome di questo muratore che io non sono di sicuro.
Dai Are Crisma sono stato tre domeniche nel 1984 con la famiglia a cena da loro, che distribuivano il cibo gratis detto della pace, poi non ci sono più tornato e acquisatai da loro del ferro per muratura."


Mia Moglie
"Mia moglie la definite donna mite. Bisognerebbe che voi ci viveste assieme per giudicarla. È farsa come Caino. È ribelle e vendicativa, che quando si arrabbia bocia come una dannata e ne dice di cotte e di crude e inventa calugne per farsi compatire dicendo “mi vole picchiare” se gli rispondo male. Se uno poi le mette un solo dito addosso dice che l’ho picchiata, come ultimamente, facendomi chiamare da Polizia e Carabinieri. Appena partorì, la Rosanna non aveva neppure due anni, mi faceva le corna con un guardia caccia del Mugello. Si chiamava Bruni e stava a Dicomano nel Mugello. La solpresi vicino a un fossato sotto l’aia, all’imbrunire di sera. Le aveva tolto le mutandine e strappate buttate per terra. Lui lo feci chiamare dai Carabinieri. Davanti a lei lo ammise, dicendo che gli aveva strappato solo le mutandine ma che non era riuscito a far niente. La perdonai perchè aveva la bambina piccola da allevare. Mi giurò che non l’avrebbe rifatto mai più mentre non è stato così, ha continuato fino ad’ora nonostante che non glio’ fatto mai mancare niente."
 

"Si parla del Pacciani scaltro, erogante, spavaldo? Non dovrei arabbiarmi sentendomi ofendere di tante cattiverie che mi sono state dette? Le offese me le hanno dette a me, di ogni colore la verità l'accetto ma le bugie no."
 

"Si parla il Pacciani girava per i boschi a spiare le coppie. Infami a chillà inventato. Non sono io un pazzo e malato che fa queste cose. Non ho bisogno di imparare. Avevo mia moglie a letto con me per soddisfarmi e hanno testimoniato il Brigadiere dei carabinieri Di Bella dicendo: “noi abbiamo fatto indagine, non ci resulta che il Pacciani girasse per i boschi. Né di giorno né di notte. Aveva un lavoro fisso e la sera tornava a casa stanco.” Lo testimoniò pure un guardia caccia: Tozzetti Carlo di Mercatale, dicendo: “Io facevo questo mestiere da 15 anni e giravo tutto il giorno nei boschi ma il Pacciani non l’ho mai trovato a girare”
 

“Si dice altre assurde mensogne, che io dopo il fatto di Miranda Bonini, (in realtà Bugli) mi sarei congiunto con lei. Ne avrei avuto una bella voglia dopo quello che era successo. Ma questi son pazzi chi lo dice! E dicono che io andavo a cercarla dopo uscito di prigione? La rividi dopo 4 anni che andai a Londa a comprare un paio di bovi col mio mediatore in località Rincine. Io non la riconobbi neppure. Fu lei che mi chiamò. Ci si salutò e non l’ho più rivista. Io la tolsi dalla mia mente subito dopo l'aresto. Fui io a lasciarla."


"Si parla di una mia fotografia pornografica trovata nel mio portafoglio, lì da tanti anni. Era una mia foto di una ragazza che ci facevo all’amore. Si scattò, come ricordo del nostro amore, con una macchina fotografica che si carica a molla ed è fatta a cassetta sul treppiede, che mi era stata regalata da una mia cugina: Bellucci Annita, figlia di Bellucci Dario, capo stazione di Figline Valdarno. Era così, non vedo l’importanza che può avere, era solo un ricordo."


"Non sia dato retta a queste calugne, e spero il buon Dio gli faccia crepare nell’inferno che io giuro sul divino redentore che sono innocente di tutto questo come il povero cristo che lui lo sa e giudicherà questi malvagi. Io non ho fatto più del male a nessuno in questi 40 anni, vissuti di tanto lavoro ma con onesta’.

 
Spunti sul Mostro di Firenze
Per finire alcuni spunti, alcuni suggerimenti su chi, secondo Pacciani possa essere il cosiddetto mostro di Firenze.
"Spiegai al dott Perugini che il mostro è un pazzo. Un girovago che si sposta ora qua ora là senza una meta. Ha tanto tempo a disposizione e senza impegni di lavoro, la quale se avesse un lavoro non avrebbe il tempo di girare. È senza famiglia e senza moglie, altrimenti lo sfogo lo troverebbe con lei, non andrebbe a vedere cosa fanno gli altri. Quando chiesero il mio parere glielo dissi. Per me è un malato di mente che non sa quello che fa, o uno zingaro, girovago, senza famiglia, o una persona evasa da qualche casa di cura di malati di mente, sia pure straniero che si trova in giro per la nostra nazione. Perche tutto questo uno sano non lo fa.
Persone sospette - Nel 1987 fui arrestato per le figlie. Fu dopo pochi mesi che vennero in carcere a interrogarmi se conoscevo delle persone sospette la quale dissi tutta la verita’. Dissi a Mercatale siamo un pugno di mosche, per dire poca gente, e conosciamo tutti. Vennero due persone sospette. Uno era un infermiere di Firenze, come diceva la gente, e uno era di Torino. Erano sempre insieme. Si stabilirono con una donna divisa dal marito di cognome Sgrevi. Abitava sotto Mercatale a Villa del Conte Branca. Aveva 3 figli grandi. Fu nel 1986 la quale il marito fu arestato nel 1985 per aver abusato della figlia minore, poi uscito con gli aresti domiciliari e andò ad abitare in un altro paese, con sua madre, lasciando la moglie e figli. E questa donna prese in casa questi due tizi che incominciò li a Mercatale due furti di macchine. Una a Gavino, un sardo che faceva il manovale e abitava in piazza del popolo. Gli rubarono la 500 fiat. E una 112 fu rubata alla sig Margherita che gestisce la bottega di caccia e pesca in via vittorio veneto amercatale. Uno di questi tipi lo trovai dopo in carcere, nel 1988, al centro clinico infermeria di Sollicciano. Era il torinese. Lo chiamavano di sopranome Macario e faceva lo spazzino in infermeria. Le chiesi perché si trovava in carcere e lui mi disse: “Mi ha fatto arrestare l’infamone del mio compagno, ma se parlassi io gli andrebbe molto peggio di me”. Poi andò via e non l’ho più rivisto.
Altro indizio di uno che stava dietro a mia figlia Rosanna durante la mia detenzione nel 1989, che la portava fuori in macchina e la riportava a casa a tarda ora. Questa mia figlia lasciò la casa di piazza del popolo dove abitava con la madre e la sorella e ando’ ad abitare da sola nella mia casa in via sonnino n.28, la quale mia moglie era sempre a litigare con Rosanna che non voleva vedere questo tizio dietro a lei. Diceva: “Non ti vergogni a andare con un vecchio pelato!” Tutte le sere andava a trovarla. Mi fu detto che faceva l’argentiere e non era una persona normale: portava in macchina la sera banbine di 12 anni e faceva le porcherie. L’ho saputo  dalla polizia nel primo foglio che mi fu dato. Si chiamava Bensi Marcello e lui andava ogni sera nel mio orto dove fu trovato la cartuccia nel travetto."
 

Infine un appello.

"Si prega la Corte Dassise d’Appello di Firenze di Firenze di sentire il Giudice Dott. Alfredo che allora era Sostituto Procuratore di Firenze col Dott. Rotella. Oggi, il Dott. Izzo, è Procuratore di Nola. Allora diresse le indagini sul mostro di Firenze. Parla di un echis legionario di Prato, Fi, certo VIGILANTI. Era il 22 ottobre 1981, l’omicidio di Baldi Stefano e Cambi Susanna, Bartoline di Calenzano. Fu fermato dai Carabinieri. Il Vigilanti era su un Alfa Rossa alle Bartoline. Era in stato di agitazione. In casa gli sono stati trovati 30 proiettili CL.22, Winchester, dai carabinieri di Prato, più 35 trovati a Poggio Caiano. Il Procuratorre Izzo afferma: “sono state scritte 30.000 pagine, la verità è stata sepolta, non è Pacciani il mostro. L’hanno presentato col teorema di Beltoldo, contadino grossolano. La Magistratura si sono sbagliati sia sentito pure il Maggiore Torrisi che hà diretto le indagini sul mostro."

Una personalità complessa, poliedrica. Pietro Pacciani non era affatto solo un “lavoratore della terra agricola” come lui amava definirsi.
A voi decidere se fosse anche il “mostro di Firenze"

giovedì 25 febbraio 2021

Massimo Picozzi racconta Il mostro

"La sanguinosa epopea del Mostro di Firenze accompagna l'Italia dal 1968 per quasi vent'anni. È una storia dai tratti misteriosi e raccapriccianti, che mette a nudo le contraddizioni e gli orrori di un Paese che cambia volto. Nelle campagne toscane un serial killer assale e distrugge la vita di diverse coppiette, scatenando interrogativi e terrore.
Si tratta di un mostro in solitaria? O dietro si nasconde una regia precisa, che schiera in campo diverse pedine? Tra compagni di merende, esoterismi e crudeltà si snoda una vicenda complessa. Il criminologo Massimo Picozzi traccia una profilazione criminale del maniaco; l'attore Massimo Alì, adolescente negli anni dei crimini, viaggia sulle tracce dei delitti, alla riscoperta dei fatti, delle realtà processuali e dei protagonisti della storia..."

1.L'ultimo delitto,
 2.Il delitto del 1974,
 3.Il primo delitto del 1981,
 4.Il secondo delitto del 1981,
 5.Il delitto del 1982,
 6.Il delitto del 1968,
 7.Il delitto del 1983,
 8.Il delitto del 1984,
 9.Caccia ai compagni di merende,
 10.Una storia di tutti.

La serie è disponibile clickando qui

domenica 3 gennaio 2021

Il mostro di Firenze - Identikit di uno spettro inafferabile

Autore: Dario Fiorentino

Prima edizione: 2021, 160pp, brossurato, Corriere della sera

Presentazione: "Con i delitti del Mostro di Firenze, il Paese precipita in un incubo in cui si riscopre «affetto» dalla piaga del fenomeno degli omicidi seriali. Otto coppie assassinate mentre sono  appartate in cerca di intimità; esecuzioni precise, corpi femminili oltraggiati e mutilati, nessuna traccia sui luoghi del delitto, una pistola introvabile, l’assassino sembra un fantasma. Le indagini coprono un arco temporale di più di cinquant’anni, molte piste vengono seguite, si incrociano, si sovrappongono, poi crollano e lasciano spazio ad altre ipotesi che finiscono sempre e comunque in un vicolo cieco. Il caso del Mostro di Firenze sembra destinato a rimanere per sempre un enigma senza soluzione e senza volto, fagocitato dal lato oscuro della Storia"

mercoledì 9 dicembre 2020

Miriam, Elisabetta, Gabriella: morti collaterali?


Firenze. Via di Novoli.
Una delle principali arterie fiorentine che collega la periferia al centro cittadino. Dagli anni anni ‘80 molte attività commerciali sono scomparse, la tramvia fino all’anno scorso neppure esisteva.
Questa strada lega due vittime del cosiddetto mostro di firenze, Stefania Pettini e Susanna Cambi, ma anche tre cosiddette vittime collaterali: Gabriella Caltabellotta, Elisabetta Ciabani, Miriam Ana Escobar.
Delitti efferati, avvenuti tra gli anni ‘70 e gli ‘80, tutt’ora irrisolti e perlopiù dimenticati.

Escobar Chacon Ana Miriam
Firenze. Via della pietra. Dalla zona di Careggi risale i colli per poi congiungersi a via Bolognese. Una strada stretta che costeggia gli ingressi a ville signorili e campi coltivati.
22 marzo 1972. Sono le 8:30, quando Giovanni Crocetti, poco oltre l’ingresso di villa Chiaravalle, sta procedendo a marcia indietro con il proprio autocarro; non ha margine di manovra e questo è l’unico modo per scaricare agilmente la terra che ha nel cassone, nel campo di proprietà dei signori Tayar.
L’autotrasportatore, giunto in posizione fa per ribaltare il cassone ma nota qualcosa di strano accanto ai mucchi di terra scaricati la sera precedente.
Tra l’erba, vicinissimo al muro di cinta, giace il corpo esanime di una donna. Indossa un giubbotto da uomo di camoscio con imbottitura in pelo bianco, una gonna corta di pelle ed una camicetta gialla. Alla mano destra ha un anello di bigiotteria, indossa le calze ma non le scarpe, ha le piante dei piedi pulite.
Non ha la borsa, nè alcun documento addosso.
Giungono in loco il vicequestore Elio Gerunda, capo della criminalpol, il dottor Scola, dirigente della squadra mobile, i commissari Busacca e Impallomeni, il capitano Lieto, sottufficiali della squadra mobile e del nucleo investigativo dei carabinieri.
La scientifica svolge i rilievi di rito, la salma viene rimossa e trasportata presso l’Istituto di medicina legale di Careggi dove il prof Cagliesi, a seguito di perizia autoptica, dichiarerà che la morte è avvenuta tra le 23 e la mezzanotte del 21 marzo “per asfissia acuta per ostruzione dall’esterno delle vie aeree mediante meccanismo di strangolamento con un laccio di materiale soffice” probabilmente un foulard o un paio di calze.
L’identità della giovane rimane ignota per un paio di giorni fin quando Angelo Corvaya, ispettore della casa editrice Einaudi, giovedì 23 marzo, segnala alla Questura la scomparsa, da martedì sera, della propria collaboratrice domestica.
Il Sostituto Procuratore della repubblica Ubaldo Nannucci, con alcuni agenti di Polizia si reca a casa del dr Corvaya, in viale redi 65. Questi riconosce nelle foto che gli vengono mostrate, Miriam Ana Escobar Chacon, assunta da dicembre come baby sitter.
Dopo che la moglie se n’è tornata negli Stati Uniti con la figlia si è reso necessario trovare qualcuno che accudisse il figlio dodicenne durante le trasferte di lavoro.
Miriam, diciannovenne, è originaria di El Salvador, dove è nata il 27 aprile 1953. Dopo aver soggiornato in Spagna e a Londra, da tre mesi si è trasferita a Firenze ma non ha segnalato all’ufficio stranieri della Questura di Firenze la sua presenza in città.
“Uscì di casa martedì verso le 21:30” riferì il giovane Carlo al magistrato. “Non feci caso se Miriam fosse in casa” dichiarò il dr Corvaja. Fu perquisita l’intera abitazione e la Renault di proprietà del dr Corvaja senza che emergesse alcunché di significativo per le indagini.
Il giubbotto rinvenuto addosso a Miriam risultò di proprietà del dr Corvaja; tutti gli alibi di amici e conoscenti di Miriam passarono il vaglio delle indagini.
Scartata l’ipotesi di omicidio per rapina ed il delitto compiuto da un maniaco, rimase solo il movente passionale.
Ed infatti il 26 marzo 1972, La Nazione, senza mezze misure, titolò: “La ragazza strangolata aveva molti corteggiatori”.
Apparentemente schiva e riservata, Miriam, aveva in realtà varie amicizie maschili: impostava in maniera ambigua le relazioni, senza però concedersi mai completamente, provocando così stati di estrema tensione.
“Uno degli investigatori si è fatto portavoce per tutti: l’assassino di Miriam non deve sperare che il tempo affievolisca la volontà di chi gli da la caccia”.
Ad oggi il caso è tutt’ora irrisolto.

La casa dove viveva Miriam in viale Redi, che è la diretta prosecuzione di via di Novoli, dista poco più di 500 metri dall’abitazione di Elisabetta Ciabani.
Chi si è avvicinato alla vicenda del cosiddetto mostro di Firenze si sarà probabilmente imbattuto nella tragica storia di Elisabetta Ciabani, ventiduenne fiorentina trovata morta nella lavanderia del residence Baia Saracena a Sampieri, in Sicilia, presso cui stava trascorrendo, con la famiglia, le vacanze nell’agosto del 1982.
In almeno un paio di libri ma anche su diversi quotidiani dell’epoca si sostiene la tesi secondo cui, la giovane, fosse amica di Susanna Cambi ed uccisa in quanto a conoscenza della vera identità del mostro di firenze.
Abbiamo trattato del suo caso in altro approfondimento, possiamo solo aggiungere che gli amici più stretti di Susanna Cambi mai hanno sentito parlare di Elisabetta.
Certamente le due ragazze risiedevano molto vicine tra loro, ad appena 400 metri di distanza, pressochè coetanee: Susanna era del ‘57, Elisabetta del ‘60 ma questo non le fa automaticamente confidenti, né tantomeno vittime del medesimo assassino.

Torniamo a Via di Novoli, in realtà a Via Ponte di Mezzo.
Al n.30 abita Gabriella Caltabellotta. Ha 18 anni; è figlia unica, i genitori, Dino e Maura, per vent’anni hanno gestito una latteria sotto casa. Oggi sono pensionati.
Gabriella è minuta, esile, tranquilla e riservata, dimostra meno dei suoi anni ed è molto legata alla famiglia.
Il 29 febbraio 1984, come ogni giorno dal lunedì al venerdì, alle 13:30 esce di casa; da ottobre 1983 frequenta le lezioni che si tengono presso l’Istituto di estetica Reali, al civico 42 di via di Novoli.
A circa 500 metri dalla fermata dove Gabriella attende l’autobus per fare ritorno a casa, lavorava Stefania Pettini, fatturista presso la ditta “Magif” in Via Stradivari a Firenze; Stefania fu uccisa, con il fidanzato Pasquale Gentilcore, dal cosiddetto mostro di Firenze, in località Rabatta, Borgo San Lorenzo, nella notte del 14 settembre 1974.
Torniamo a Gabriella Caltabellotta. Poco prima delle 18,00 esce da scuola, assieme a Maria, un’amica, sale sull’autobus n.22 ma anziché raggiungere la stazione di Santa Maria Novella per poi arrivare a casa con altro automezzo pubblico, Gabriella scende dall’autobus dopo poche fermati e prosegue a piedi.
Anche la settimana precedente ha modificato il suo percorso, riferirà Maria, l’amica, ai carabinieri.
Di Gabriella si perdono le tracce fino al giorno successivo.
Alle 19:30 i genitori, non vedendola far ritorno a casa, iniziano a preoccuparsi e con un vicino vanno a cercarla. Alle 23:30 ne denunciano la scomparsa ai Carabinieri.

Primo marzo, ore 09:30. La signora Giovanna Banchi abita a Villa Le Balze, in via Bolognese, la strada che da Firenze conduce nel Mugello.
Squilla il telefono, la signora risponde: “Casa Banchi? C’è una ragazza morta nel vostro campo”. Poco dopo la signora riferirà ai Carabinieri: “Era la voce di un uomo, senza particolari inflessioni. Ha riattaccato subito”.
Intervengono agenti di Polizia e Carabinieri.
In un terrapieno di via della concezione, la strada che corre lungo un fianco della collina di Careggi, collegando via di Massoni con la vecchia Bolognese, viene rinvenuto bocconi, tra alcuni ulivi, il corpo esanime di Gabriella Caltabellotta; ha gli occhi socchiusi, è stata raggiunta da numerose coltellate.
Indossa un maglione di lana bianco, una maglietta di cotone, una canottiera ed il reggiseno ma anche un paio di jeans di colore nero con cintura, slip, collant e calzini di spugna bianchi.
Ha al polso sinistro un orologio marca Omega, un orecchino al lobo dell’orecchio sinistro, un anello di metallo giallo al dito anulare della mano destra.
Mancano all’appello le scarpe, il giaccone in ecopelle e la borsetta con cui la ragazza era uscita di casa il giorno precedente. Sembra la fotocopia della scena del crimine di Miriam Anna Escobar.
Intervengono in loco il capo della squadra mobile dr Giuseppe Grasso, il commissario Sandro Federico ed il capo della polizia scientifica: dr Nunzio Castiglione.
Alcune tracce ematiche sul muretto che delimita il terrapieno ed i calzini puliti fanno presumere che la vittima sia stata uccisa altrove e poi gettata nel campo dove è stata rinvenuta.
La perizia medico-legale fu affidata al dr Riccardo Cagliesi Cingolani e al dr Franco Marini che stimarono l’ora del decesso tra le ore 18:00 e le ore 20:00 di mercoledì 29 febbraio.
Il corpo presenta ecchimosi e lacerazioni alle labbra, è stata presumibilmente colpita e percossa al volto.
Ha lesioni da difesa agli arti superiori e presenta ferite da arma bianca al collo e alla schiena.
Sul collo un solco lievemente escoriato fa pensare ad un tentativo di strangolamento. Non ha tracce di violenza sessuale.
Causa della morte: Insufficienza respiratoria per pneumotorace bilaterale ed anemia acuta metaemorragica
Il fidanzato, Maurizio R., in servizio di leva presso il 5° gruppo superga di artiglieria alla Caserma Cavarzerani di Udine, fece ritorno a Firenze nel primo pomeriggio del 2 marzo. Interrogato dai Carabinieri del Nucleo operativo della Compagnia Carabinieri di Firenze riferì circa il rapporto che lo legava alla Caltabellotta ma fornì anche ampie informazioni circa gli amici e le amiche più vicine alla ragazza, sulle persone che la stessa frequentava, nonché sui soggetti che potevano aver avuto motivi di astio o rancore verso la stessa.
Le indagini furono coordinate dal Sostituto procuratore dr Pietro Dubolino a cui ho chiesto di raccontarci cosa ricordi di quel tragico caso.

Intervista al Dr. Dubolino.

Gabriella Caltabellotta finisce tra le carte del cosiddetto “mostro di Firenze” fin dal 1985, quando l’Ispettore di Polizia della Questura di Perugia, dr Luigi Napoleoni, a seguito di una notizia confidenziale, si era recato a Firenze per svolgere indagini su un certo Paolo P., indicato come coinvolto nella catena omicidiaria addebitata al mostro di Firenze.

Paolo P., quarantenne con numerosi precedenti per atti di libidine, nel giugno 1984 aveva avvicinato una diciottenne presso la discoteca fiorentina Jackie O', (la stessa discoteca era frequentata anche da Gabriella Caltabellotta e da Elio Campanaro) era riuscito a convincere la giovane a seguirlo presso la sua abitazione posta in Via dei Serragli, dopodichè l’aveva violentata minacciandola di farle fare la fine della ragazza trovata morta accanto ad un ulivo in un campo alla periferia di Firenze. Ragazza che a suo dire aveva ucciso lui stesso.
Le indagini dell’Ispettore Napoleoni sul conto di Paolo P., nell’ottobre 2003, verranno ritenute sospette dal dirigente del distaccamento fiorentino del GIDES. Gruppo investigativo delitti seriali.
Scrive infatti il dirigente in una richiesta d’intercettazione telefonica del 30 ottobre 2003, rivolta alle Procure di Firenze e Perugia, “Napoleoni ancor prima della scomparsa del Narducci aveva collegato i delitti del mostro di Firenze alla persona di Francesco Narducci, svolgendo una attività d’indagine molto specifica ove si consideri che l’ispettore addirittura si recò a Firenze per individuare l’appartamento di Narducci e poter rinvenire le parti anatomiche asportate alle povere vittime che sarebbero state tenute sotto formalina o alcool, come dallo stesso affermato.”
Il dr Napoleoni in merito alla sua trasferta fiorentina nel verbale del 12 dicembre 2003 chiarì: “In una relazione da me redatta in data 08 ottobre 1985, riferivo di aver individuato a Firenze, in via dei Serragli l’appartamento di Paolo P., presunto responsabile della violenza ai danni della ragazza. È probabile che l’appartamento di via dei Serragli ritenevamo potesse essere collegato alla vicenda del Mostro di Firenze, cosa mai accertata. Era solo una supposizione.”

Tempo addietro, non so neppure se l’ho letto o ne ho sentito parlare, ma, qualcuno riteneva improbabile che due serial killer fossero attivi contemporaneamente sul medesimo territorio, inducendo a ritenere le morti collaterali come le ennesime vittime del cosiddetto mostro di Firenze.
A ben vedere gli omicidi del cosiddetto mostro di Firenze hanno caratteristiche ben diverse dai delitti delle prostitute ed ancora meno affinità con la scomparsa di Miriam, Gabriella ed Elisabetta.
Il primo omicidio documentato avvenne 430.000 anni fa ma i motivi per cui si uccide sono rimasti più o meno gli stessi ancora oggi: amore, soldi, psicopatologie varie ed assortite ma anche fama e noia. Che dire, non necessariamente occorre incrociare un assassino seriale per fare una fine atroce.

giovedì 26 novembre 2020

La notte non finisce mai. Viaggio intorno al mostro di Firenze

 

Autori: Andrea Ceccherini e Katiuscia Vaselli

Prima edizione: 2020, 180pp, brossurato,Caosfera

Presentazione: "Ci sono storie che non hanno un finale, cronache che non trovano pace. Quella legata al mostro di Firenze è senza dubbio una di quelle vicende, tanto che ancora oggi, dopo oltre cinquant’anni dal primo duplice omicidio, il caso è ancora aperto. Le ferite, di più. Ed è in quelle ferite, in ognuna di quelle anime lacerate dalla vita e dalla morte che questo libro affonda con ogni parola. È dentro ai luoghi, alle persone, ai ricordi e alle violenze che si scopre il Mostro. Guardando il cielo quando la luna è più spenta, quando è più buio, scopriamo che ci sono storie che ancora cercano un finale, che hanno sete di giustizia. Perché ci sono notti che non finiscono mai."

domenica 22 novembre 2020

Tutto quel giallo. Thriller italiano e società dal boom economico al mostro di Firenze

Autore: Francesco Lalli

Prima edizione: 2020, 160pp, brossurato, Robin Edizioni

Presentazione: "In che modo si riproducono nei film giallo-thriller italiani conflitti e pulsioni presenti nelle stratificazioni sociali? Cosa comporta la loro visione nella realtà concreta di un periodo storico decisivo per il nostro Paese che va dalla fine degli anni Sessanta ai primi anni Ottanta? Quali vettori valoriali della platea sociale alla cui fruizione sono destinati vengono evidenziati o mascherati? Se il cinema di genere italiano in questi ultimi anni è stato oggetto di approfondite letture ideologiche - si pensi al western italiano o al cosiddetto "poliziottesco" - il giallo-thriller, al contrario, pur mostrando un indice di elevata rilevanza produttiva e popolare, non ha condotto ad altrettante interpretazioni del suo sotto-testo socio-politico. La scommessa implicita nel presente lavoro è colmare almeno in parte tale lacuna, ricorrendo a un doppio approccio, sociologico e storico, per far affiorare il profondo contenuto simbolico racchiuso in pellicole giudicate, spesso a torto, minori."

Il libro è disponibile clickando qui.