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giovedì 12 novembre 2009

Maria Rosaria Bagnoli

Fu sentita dal Gides (Gruppo investigativo delitti seriali) il 30 luglio 2003, ed il 27 dicembre 2007 dai PM incaricati delle indagini, in questa occasione dichiarò di aver conosciuto il marito, Sertoli Achille, nella primavera del 1975, e di essersi sposata nel 1977. Erano andati a vivere nella casa di Viale Machiavelli n. XX che il Sertoli condivideva con Francesco Calamandrei. "Il marito era dermatalogo con specializzazione in allergologia e si era occupato di questi temi anche nell’ambito delle malattie professionali, non le risultavano, sue specifiche conoscenze nel settore delle malattie tropicali. Riferiva di aver conosciuto il Calamandrei e la moglie Mariella Ciulli in quanto costui era amico del Sertoli, avendo altresì, conosciuto anche ...omissis... Nel 1982 Calamandrei prestò loro per 15 giorni la sua casa al mare a Punta Ala per le vacanze estive. Poi nell’anno 2000 vennero invitati al matrimonio della figlia Francesca e sempre nell’estate del 2000 invitarono il Calamandrei a cena una sera, ma non era sicura che la cena si fosse verificata prima o dopo quel matrimonio. Circa il carattere del marito egli, particolarmente all’inizio del matrimonio, si comportava in modo piuttosto violento, nel senso che se c’era qualcosa che lo disturbava, non esitava ad alzare le mani e a picchiarla. In seguito, quando gli fece presente che non avrebbe più tenuto per se queste manifestazioni di violenza, le aveva cessate cominciando però ad offenderla verbalmente, sempre in occasione dei suoi scatti di ira. Dalla prima denuncia che aveva fatto nel 2001 per maltrattamenti, era stato poi assolto, e, comunque, lei non si era costituita parte civile. In seguito fece un’altra denuncia per le escandescenze in cui dette allorché ricevette l’ordinanza di allontanamento dall’abitazione, denuncia che tuttora risulta pendente, evidenziando che per tale reato era orientata a costituirsi parte civile. Circa eventuali frequentazioni di suo marito a San Casciano rispetto a quando lo aveva conosciuto, la Bagnoli confermava di non avere conoscenze ulteriori rispetto a quelle del Calamandrei e dello ...omissis... Il Sertoli molti anni prima le parlò di una specie di goliardata che fecero in occasione di una serata a San Casciano dove c’erano degli amici tra cui, a quanto aveva capito, proprio Calamandrei e ...omissis...Il marito aveva una Fiat Seicento nuova che gli amici gli nascosero per fargli uno scherzo. Nella circostanza, secondo il racconto di suo marito, il gruppo, composto di soli uomini, era andato per una serata dal Mago di San Casciano. A quanto le riferì il Sertoli, erano andati lì per divertirsi un po’ e per vedere qual'era l’ambiente. Le parlò anche del fatto che aveva una sorta di aiutante e lei inquadrò la circostanza nell’ambito di una relazione omosessuale. La Bagnoli veniva informata dai PM. che, nell’ambito di una attività di indagine tecnica a carico di suo marito, risultava intercettata una conversazione tra ella stessa e il Sertoli, nella quale, dopo l’interrogatorio che la Bagnoli subì all’epoca della perquisizione, gli diceva di non aver parlato del Mago di San Casciano, ottenendo da lui l’invito a stare zitta. Dopo aver ricevuto integrale lettura del passaggio di detta conversazione e fattole presente che, da come esponeva la circostanza, sembrerebbe un discorso più ravvicinato rispetto come da lei riferito in precedenza, la Bagnoli riferiva:
«Per quanto mi riguarda non posso che confermare ciò che ho dichiarato. In realtà è possibile che di questa visita al mago si sia parlato nel corso degli anni anche in epoca più recente ma non sono assolutamente in grado di individuare alcun con testo di riferimento. Lo considero solamente come un aneddoto che mio marito ebbe a riferirmi. Gli ho dato rilievo, come risulta dalla conversazione telefonica, per il fatto che erano stati in casa sequestrati dei libri attinenti a materie tipo l’astrologia e simili».
La Bagnoli dichiarava che il mago, di cui, sul momento non ricordava il nome, si chiamava proprio Indovino, come le veniva detto dai PM, ricordando esattamente quel nome così particolare per averlo fatto suo marito al tempo del suo racconto. Ne riparlarono anche dopo la perquisizione ed egli, a suo dire, le confermò che lui c’era stato una volta soltanto e che si era trattato di una goliardata, tanto per divertirsi. Lui non le aveva parlato della presenza di donne nel corso di quella sera ta e lei si era fatta l’idea, dai discorsi del marito, che era più che altro una questione a livello di seduta spiritica o simili, cui sì erano recati per curiosità.
La Bagnoli dichiarava poi di non avere altri elementi da fornire sui contatti dei marito a San Casciano ed in particolare sui suoi rapporti con Calamandrei anche perché rammentava che all’epoca in cui quest’ultimo ebbe un’operazione al fegato, negli anni '90, chiamava il marito che sostanzialmente si negava in quanto non lo voleva vedere, e lei era rimasta sorpresa di tale comportamento. All’epoca non era emerso ancora nulla circa i sospetti su un coinvolgimento di Calamandrei nelle vicende di San Casciano o, forse, si era nei momento in cui egli le disse che Mariella aveva iniziato ad accusare il marito. Lei gli diceva che sicuramente il suo amico lo chiamava perché aveva piacere di parlargli, ma lui le faceva presente che preferiva non incontrano per non dover stare ad ascoltare tutte le sue lamentele. Da quello che capì il marito considerava in quel momento il Calamandrei un depresso ai quale non dare ascolto.
Quanto alle accuse di Mariella al marito, della quale ella effettivamente le parlò, probabilmente già in quel periodo, ricordava che in un primo tempo le disse che sicuramente era una vendetta della moglie nell’ambito della separazione; successivamente le disse che Mariella era diventata matta o qualcosa del genere. I suoi contatti con la Ciulli erano stati piuttosto sporadici. L’aveva rivista nel 2000 al matrimonio della figlia e nell’occasione le parve provata. Dopo la separazione ebbe modo di vederla soltanto una volta essendo capitata al negozio in Via Pindemonte, dopo il 1990, facendo riferimento all’età dei suoi figli, nel senso che si era recata per comprare del materiale per qualche lavoretto scolastico.
Mariella viveva in Via San Niccolò dopo che si era definitivamente separata dal Calamandrei perché la convivenza si era rivelata ormai impossibile. Era al lavoro in negozio e non le parve affatto disturbata, comunque non entrarono in discorsi più particolareggiati. A quel punto il P.M. mostrava l’album fotografico n. 4 del 2003 in atti e la Bagnoli riconosceva la foto del marito, quelle di Francesco Calamandrei, mentre relativamente alle foto del Narducci, Lotti, Vanni e Pacciani dichiarava di averle viste solo sul giornale. Poi precisava che, dopo la perquisizione, le capitò di leggere un articolo nel quale il giornalista Mario Spezi diceva di essere amico sia di Calamandrei che di Sertoli e di avere le foto in cui queste persone erano ritratte insieme; lei ne chiese conto al marito ed egli lo escluse. Nell’occasione, poiché già si parlava della vicenda di Narducci, e poiché egli aveva avuto una costante frequentazione dell’ambiente perugino avendo fondato, col Prof. Lisi, una associazione di dermatologia tosco umbra, gli chiese se per caso avesse conosciuto Narducci. Egli le rispose di non sapere assolutamente chi fosse. Della vicenda della serata del marito e gli altri dal mago Indovino ne aveva parlato solo con i suoi genitori e con il suo amico Maurizio Cianferoni, Maresciallo dei Carabinieri al Galluzzo."
Rif.1 - Sentenza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze contro Francesco Calamandrei del 21 maggio 2008
Nella foto l'abitazione dove viveva Salvatore Indovino

mercoledì 11 novembre 2009

Viaggio a San Casciano - Interviste su L'Unità - 12 febbraio 2004

Il giornalista Saverio Lodato raccolse le interviste che seguono per il quotidiano L'Unità.

Entro nel primo ristorante che mi capita («da Nello»).
Giancarlo Lotti mangiava qua? Il grande accusatore dei compagni di merenda? Seduto proprio a questo tavolo?.
Sì, certo. Mangiava nel nostro ristorante. Lotti in processo è quello che dice di aver sparato. Solo lui, però, l'ha detto. Ma lui - e forse la gente non lo sa - quando lo hanno messo in albergo, aveva
trovato la manna.
In che senso «l'albergo», in che senso «la manna»?».
Nella cava in cui aveva lavorato per tanti anni non lavorava più. L'avevano anche sfrattato di casa. Non sapeva dove andare. Nell'ultimo periodo, si era rifugiato da un prete (Don Fabrizio Poli n.d.r.)che si era preso cura di lui. Non aveva una lira. E lui, che per anni era venuto qui quasi ogni sera, a cena, non lo si vide più... Quelli che mangiavano con lui, li hanno interrogati per quattro volte... Il Vanni è stato a scuola con me. Rimase in seconda elementare, perché non riusciva a andare avanti. Il suo cervello era così... .
Scusi, ma perché mangiavano sempre tutti col Lotti?
Perché se lei viene qui ogni sera, e mangia sempre da solo, dopo due tre volte, qualcuno la inviterà al suo tavolo. Erano tutti soli e mangiavano insieme... Era un' aggregazione di fatto. Anche oggi è ancora così. Manca Giancarlo... ma c'è Giorgio, il falegname, Rosato, il muratore, Gigi, l'amoroso, la famosa cintura nera di karatè...
Interviene un avventore: Da questo, lei capisce che c'è un sotto-strato sociale che è molto particolare, molto disadattato...
Riprende il titolare: Che risate quella volta che Giancarlo, dopo una lite, disse : Bastardo, mannaggia se l'acchiappo lo rompo... E Gastone gli fa : Tu lo rompi? O che tu rompi? O che tu rompi? Quello è cintura nera di karatè. E Giancarlo: Gliela do io la cintura nera, io me lo mangio, altro che cintura nera. Ma quello non era per niente cintura nera, e la burla andò avanti per anni. E Giancarlo non sospettò mai di nulla. (Si ride).
E il Pacciani?
Pacciani qui non si è mai visto, Pacciani l'era del Mugello... . Attimo di gelo.
E il Vanni, l'ultimo ergastolano vivente, con sentenza passata in giudicato?
Oh, bella. Lavorava alle poste, certo che lo si conosceva...
Com'era il Vanni?
Il suo soprannome era «torsolo», l'avanzo di una mela... Veda lei...
Insomma,alla colpevolezza dei compagni di merenda non avete mai creduto?
Assolutamente no. Secondo me, al Giancarlo gliele fecero dire queste cose. Perché lui, quando cominciarono a trattarlo da pentito, si trovò in Paradiso... Ma lo sa che tanti anni fa, il testimone «alfa», il testimone «beta» - come li chiamarono quando spuntarono in processo dopo il Pacciani - insieme a un loro amico, andarono in gita a Rimini? Alloggiarono in una pensione. E appena arrivati mandarono una cartolina a un amico di San Casciano, per poi poter dimostrare che erano davvero stati a Rimini. L'indomani, la titolare della pensione li chiama: «Ragazzi c'avete posta». I tre si guardano in faccia: «No. Non è possibile. Non lo sa mica nessuno che siamo a Rimini... ». Ma lo sa che avevano scritto il nome del destinatario al posto del mittente, e i loro nomi al posto del destinatario? Sicché la cartolina aveva fatto il giro di Rimini. Ed era tornata in pensione. Questi eran loro...
Entro nel primo bar che mi capita («da Luca»).
Ha mai sentito parlare di messe nere?
Sinceramente no. Mi sembran tutte balle.
Dentro la sala di un barbiere (Fabrizio), un avventore si intromette:
Io non credo che bisogna criminalizzare un paese. Pacciani? Una volta l'hanno condannato.
Ma la seconda volta è stato assolto... Come fo a farmi un'idea?.
Un lattaio. (Mario) :
Il paese si è un po' indignato di fronte a codesta esplosione. Hanno fatto anche il nome del farmacista. Ma hanno certezze questi giudici? Non si porta una faccenda così a San Casciano...
I compagni di merenda furono gli esecutori materiali?
Può darsi... Pacciani aveva già assassinato una persona: questo è certo. Questi due ragazzi, invece, erano due mentecatti. Pacciani li aveva subordinati alla sua volontà? Va a sapere. Le messe nere? A me sembrano cose fantascientifiche. E invece potrebbero esser vere anche quelle. Va a sapere
Un antiquario (Giancarlo):
Hanno preso due disperati incapaci di muoversi, incapaci di entrare nella porta di casa per quanto erano ubriaconi... Queste perversioni non si condividono in gruppo.
Chi era il Vanni?
Di poche parole, sempre ubriaco. Ma di un'ubriacatezza simpatica, non molesta. Non c'era bisogno degli inquirenti per farlo confessare...
Eppure tutti hanno retto il segreto per tanto tempo.
Chissà. Forse non avevano niente da rivelare. O che lei confessa se non ha niente da confessare? Vanni, oltre a fare il postino, era un procaccia.
Che vuol dire procaccia?
Che se magari uno aveva bisogno di un pollo, lui te lo portava. Diciamo un factotum. Lotti non lo conoscevo, lo vedevo passare...Per me l'errore di fondo è stato cercare dei colpevoli a tutti i costi. Mi fa specie pensare che, nonostante si siano scomodati psicologi e psichiatri - che tutti hanno concordato nel dire che il mostro era persona di raffinata cultura, addirittura superiore, e che sapesse fare tutto quello che ha fatto - , si prende delle persone come le ho detto. E invece, nonostante ciò, il mostro non ha mai sbagliato un colpo con la pistola che loro non sapevano neanche tenere in mano...
Sa se oggi ci sono colpevolisti nel paese?
All'inizio, per i compagni di merenda, ce n'erano molti di più. Si discuteva fra noi. Oggi sono diventati davvero molto pochi. Con questa storia stiamo invecchiandotutti... .

Sindaco, l'altro giorno ha letto l'intervista dell' avvocato Nino Filastò, difensore di Vanni, a l'Unità? È convinto che il serial killer sia sempre stato un poliziotto, e per questo non sia stato mai trovato...
Guardi che non riuscirà a farmi parlare né di processi né di sentenze. Su questo non la seguo. Voglio solo chiarire che non è giusto mettere a disagio persone che non hanno colpa di nulla. Michele Giuttari, il poliziotto, ha ribadito questo concetto dell'omertà della nostra popolazione... poi ha successivamente precisato che non si riferiva a tutti i cittadini.Io penso che questa definizione di omertà - comunque -sia impropria. Qui siamo di fronte a una patologia diversa. Un
pazzo, o più pazzi, che esercitano questa forma di violenza, non hanno nulla da spartire con la comunità.Se qualcuno sa qualcosa, e non lo dice, non è omertà, è reticenza. Il protagonismo di Giuttari, me lo lasci dire, è eccessivo... Credo che sbattere la gente in prima pagina, in questa fase delle indagini sui mandanti, sia sbagliato: non stiamo parlando di violazione del codice della strada... Queste persone, comunque vada a finire, rimarranno segnate. L'inchiesta deve essere severa. Per questo, romanzare è sbagliato. Ogni intervento inopportuno non credo che aiuti a trovare la verità e la chiarezza. Lotti dormiva in macchina, io e il prete lo aiutammo a trovare una collocazione. Uomo con grandi debolezze nella capacità di intendere e di volere. Era quello che sulla strada del bar veniva schernito da tutti. Persona che poteva anche essere facilmente plagiata. Vanni, era detto «torsolo». E il cognome ne denota la nullità.
Rif.1 - L'Unità - 08 febbraio 2004 pag.15

martedì 10 novembre 2009

Francesco De Felice

Muratore, nel 1968 risiedeva con la moglie Maria ed i figli a Sant'Angelo a Lecore. Fu sentito in merito al delitto di Barbara Locci ed Antonio Lo Bianco. Quello che segue è il rapporto redatto dai Carabinieri di Firenze il 21 settembre 1968: "Alle ore 2 del giorno 22 agosto 1968 squilla il campanello del muratore De Felice Francesco, posta in Campi Bisenzio, frazione S. Angelo a Lecore, Via Vingone numero 154. Nonostante l'ora tarda il De Felice è sveglio, così pure la di lui moglie, ed ha la luce della sua camera da letto accesa perchè un suo figliolo ha chiesto dell'acqua da bere. Il muratore istintivamente, anche perchè non aspetta nessuno, guarda l'orologio e vede che sono le ore 02,00 precise. Anzichè aprire la porta com'è suo intento, il De Felice s'affaccia alla finestra e nota che davanti all'uscio vi è un ragazzino (Natalino Mele ndr) che appena lo scorge gli dice «Aprimi la porta perchè ho sonno, ed ho il babbo ammalato a letto. Dopo mi accompagni a casa perchè c'è la mi' mamma e lo zio che sono morti in macchina» (...) Il De Felice precisa anche che quando si è affacciato alla finestra non ha visto altre persone all'infuori di Natalino". De Felice pensò ad un incidente stradale e svegliato un vicino, Marcello Manetti, che disponeva di un'auto, percorse la strada indicata dal piccolo Natalino Mele. Dopo alcune centinaia di metri dovettero fermarsi poichè la strada non asfaltata non gli consentiva di proseguire. Tornarono indietro e chiamarono i carabinieri di San Piero a Ponti che, arrivati sul posto, prelevarono il bambino e giunti ad una cinquantina di metri da Via di Castelletti trovarono una Giulietta bianca targata Arezzo al cui interno giacevano i cadaveri di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco.
Francesco De Felice è deceduto il 24 dicembre 1985, investito, davanti casa, da un'Alfetta 1800, di proprietà di Aldemilio Bartalesi di 30 anni. Travolto dall'auto fu trascinato per una quindicina di metri per poi finire nel fossato che costeggia la carreggiata. Morì prima di arrivare al Pronto Soccorso.
Rif.1 - Storia delle merende infami pag.99
Rif.2 - La Nazione Firenze - 28 dicembre 1985 pag.1

lunedì 9 novembre 2009

Loredana Miniati

Il 7 febbraio 2003 la Polizia Giudiziaria le mostrò un album fotografico contenente sedici foto, titolato “Album fotografico 07 febbraio 2003”. Dopo averlo attentamente visionato la stessa dichiarava di riconoscere il professor Zucconi, conosciuto in quanto lavorava presso l’Ospedale di Careggi nello stesso reparto dove lei prestava servizio come infermiera. Non riconobbe Calamandrei, Pacciani, Vanni, Lotti, Narducci. A specifica domanda rispose di non conoscere assolutamente Pellecchia Marzia. Le venne chiesto se ricordasse di aver avuto incontri a luci rosse a San Casciano, nei dintorni o di aver partecipato a festini particolari, la Miniati fece verbalizzare: "In maniera decisa nega di essersi mai recata a San Casciano e dintorni e di aver mai preso parte a festini in compagnia della Giovagnoli e di altre persone". Le furono mostrate altre foto, nella foto numero 13 riconobbe Marzia Pellecchia, disse di averla conosciuta sin dagli anni '82-'83, negando, però, di essersi mai recata con lei a festini. Data la discordanza tra le dichiarazioni della Miniati e la Pellecchia, l'8 febbraio 2003 fu organizzato un confronto di cui viene riportata trascrizione: "La Miniati dichiarava di conoscere la Pellecchia solo di vista, negando nella maniera più assoluta di essere mai stata ai festini in compagnia di quest’ultima. In particolare a domanda se fossero andate insieme a San Casciano, Miniati riferiva: "Lo nego, non sono mai stata, sono sicura di questo."
Pellecchia: Siamo andate insieme, Loredana, a San Casciano o a Poggio a Caiano.
Miniati: Non siamo andate insieme da nessuna parte!
Pellecchia: Posso sbagliare posto, può essere San Casciano.
Miniati: lo non ci sono stata. Se tu mi hai conosciuta, in che anni mi hai conosciuta?
Pellecchia: Negli anni Ottanta. Tu non mi conosci?
Miniati: No, la conosco solo di vista, ma non il nome.
L’Ufficio chiedeva alla Miniati se fosse stata in macchina insieme alla Pellecchia e la Miniati rispondeva: "Non lo ricordo. Ai festini non ci sono mai stata".
Rif.1 - Sentenza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze contro Francesco Calamandrei del 21 maggio 2008
Nella foto l'abitazione dove viveva Salvatore Indovino.

sabato 7 novembre 2009

Udienza del 20 maggio 1999 - 5

Quella che segue è una sintesi dell'udienza del 20 maggio 1999 relativa al Processo d'appello per i delitti del "mostro di Firenze" davanti alla prima sezione della Corte d'Assise d'Appello di Firenze.

Segue dalla parte 4
Procuratore Generale: Non parlo del movente dell'omicidio, l'avvocato Luca Saldarelli diceva non è essenziale che per un omicidio si trovi la causale perchè ci sono omicidi che restano senza questa spiegazione, il movente, sicuramente è utile in presenza di indizi per mettere insieme gli indizi e arrivare a una conclusione, secondo saldarelli in questo caso in mancanza di movente ma addirittura ce n'è più di mkoventi. Più moventi però in contrasto perchè i moventi li devo andare a trovare... crudeltà mentale d'ammazzare la gente... ma se finalizzata all'escissione è finalizzata a pigliare quei cimeli, quei poveri resti umani e quindi ammazzare non è il fine dell'azione ma strumento. Ma di questi feticci che cosa ne faccio dopo? Li sotterro e li vendo? Entra in gioco la storia del patrimonio, lì senza una carta non riesco a dire nulla perchè sono numeri complicati. Sulle banche non vorrei andare a memoria, si tratta di versamenti... di cifre.... 154.000.000... sono importanti le date. Patrimonio di Vanni e Pacciani. Un libretto intestato a Vanni e alla moglie acceso nell'84, dicembre, saldo attivo 70.000.000, vi risparmio le lire, all'ottobre '96. Il 25 novembre c'è un versamento di 7 milioni, il 27 feb del '91 5.000.000, nel '96 c'è un versamento ad aprile di 5.000.000, la tesi è: "i feticci venivano venduti tanto che il patrimonio di questi signori non era adeguato alle loro condizioni". S'è fatto il calcolo, Pacciani è stato in galera un sacco di tempo, era un contadino, s'è comprato due case però qualche teste dice che faceva mille lavori. In un secondo libretto del Vanni, acceso il 17 giugno 1986, intestato solo al Vanni, c'è un versamento il 17 ago 1987, 12.000.000 sono stati versati, poi c'è quella parentesi luminosa del Vanni che s'è dato alla pazza gioia che faceva prelievi, poi andava con la nipote Bartalesi, prima non frequentata, che ci ha detto: "ho visto mio zio solo, depresso ed ho cercato di venirgli incontro e allora mio zio mi ha presentato Garibaldi, che è uno dei nomi di Lotti, così come Torsolo era conosciuto Vanni al paese. E' andato in pensione il 31 maggio '87 e c'è un deposito annuale del 17 febbraio '96 di 15.000.000. Pietro Pacciani c'ha 157.000.000, due abitazioni, una 26.000.000 denunziati per l'acquisto e un'altra acquistata nell'84, 35.000.000. In carcere dall'aprile '51 al luglio '64. Ha allarmato il fatto che questi soldi sono stati trovati nella cucina, questo è sembrato strano, son tutti buoni postali, non contanti. Qui è stata fatta anche un'analisi dei prelievi e dei versamenti e il lato curioso è che questi soldi non sono stati depositati tutti in un ufficio postale ma in uffici postali disseminati per la zona, quasi a nascondere il possesso di questi beni ma sarà una prudenza del Pacciani? A Cerbaia risultano 4 buoni da 5.000.000 e poi altri da 1.000.000 fatti il 5 maggio 87. Anche dal patrimonio non è un indizio forte che possa portare a qualchecosa di concreto. L'attendibilità del Lotti o è per me non superata, non c'è la prova positiva, sotto il profilo dei riscontri individualizzanti non ci sono riscontri sufficienti per Vanni, il discorso per Vanni mi esima dal parlare a lungo del Faggi, cioè se ritengo insufficienti i riscontri per Vanni a maggior ragione lo sono quelli per il Faggi. Per chi ha letto la discussione del primo grado ci sono delle belle pagine del Professor Voena che ha tirato fuori il balletto delle agende, c'era una prima genda sul tavolo della scrivania e poi dove ci figura la certa data 21,22 ottobre, lì al paese dell'Abruzzo e ritorno, una seconda agenda trovata in una successiva perquisizione in uno scantinato, non so se è stata in quella occasione che hanno trovato riviste pornografiche, falli di gomma e tutto questo che è un elemento che accomuna con Vanni e Pacciani. Faggi sentito come testimone cerca di mettere le distanze dal Vanni, come imputato ha detto poco o niente. Da questa doppia segnalazione, questo viaggio in Abruzzo in una agenda viene collocata il 21 e 22 di ottobre, in un'altra dello stesso anno viene sistemata al 4/5 nov e se ne fanno certe argomentazioni, ma anche qua si fa quello sforzo di sistemare i dati nel senso che la persona è intelligente, si scrive ad arte quelle date e si mette l'agenda là sul tavolo perchè se arriva la polizia sequestra quell'agenda. La persona però è scema e si tiene conservata l'altra agenda insieme ai falli in cantina e non si tratta di un doppione di agenda che riguardano solo l'anno dell'omicidio ma si tratta di agende che riguardano più anni. Nei confronti del Faggi vi è la storia dell'identikit, voi sapete che per quello che riguarda l'automobile rossa vista dalla coppia dei fidanzati, l'accusa non è riuscita a provare il possesso di un'automobile corrispondente a quella vista dalla Parisi e quindi in un primo grado il PM aveva chiesto l'assoluzione del Faggi. Da un errore ad arte del difensore di parte civile, avvocato Voena, si sono messi a riguardare queste agende e il PM poi ha chiesto l'affermazione di responsabilità e impugna la sentenza assolutoria su entrambi i reati. Ma se rileggiamo le dichiarazioni della Parisi anche per quello che riguarda l'identikit non è tranquillante... Potrebbe anche aver incontrato quella persona, ci sono somiglianze con l'identikit, però è una testimone che vede sudare la persona ma non c'è la certezza di questi incontri. Diamolo per certo questo incontro, qua ci scontriamo con altre questioni, che sappiamo della partecipazione di Faggi a questo delitto? O diciamo che l'identikit gli somiglia, è stato visto, era in trance e ha ammazzato lui e buttiamo a mare tutte le altre ricostruzioni o vi ricordate il Lotti che dice che si sono andati a lavare le mani a casa del Faggi e quelli non hanno incontrato altre automobili e quindi anche per il Faggi chiedo la conferma della sentenza. Per Vanni chiedo che ai sensi dell'art 530 comma 2 codice di procedura penale sia assolto per non aver commesso il fatto.
Segue...

venerdì 6 novembre 2009

Il confronto tra Lina Giovagnoli e Marzia Pellecchia

L'8 febbraio 2003 il Pubblico Ministero, ritenendo che vi fossero contraddizioni tra le dichiarazioni rese dalla Pellecchia e dalla Giovagnoli, decise di effettuare un confronto tra le due. La Pellecchia insistè sul fatto che i festini avvenivano nella casa diroccata dicendo:
-S’andò a queste feste con i “gozzilloni”.
Giovagnoli: Ma chi c’era? Io non mi ricordo, non mi ritorna niente.
Dottor Giuttari: La signora Pellecchia ha riferito circostanze precise, che è stata in questa casa, che ce l’ha accompagnata lei, che guidava lei.
Giovagnoli: Se lo dice lei sarà vero, ma io non me lo ricordo.
Pellecchia: Ma della Loredana te la ricordi? Una volta venne anche la Loredana.
Giovagnoli: La Loredana la frequentavo poco, la Teresa sì. lo sono andata là al Nord, poi ci è andata lei.
Dottor Giuttari: Allora, lei non se li ricorda perché erano fatti brutti? Questo lavoro l’ha scelto lei, quindi se li ha cancellati erano fatti brutti.
Giovagnoli: Per me era sempre brutto quando non c’è l’amore.
Ognuna rimase sulle proprie posizioni e la Giovagnoli concesse alla Pellecchia solo la frase "se lo dice lei sarà vero" negando, però, la sua frequentazione nella casa di San Casciano insieme alla Pellecchia, tanto che concludeva: "Confermo le dichiarazioni fatte a verbale, ma le feste non me le ricordo".
Rif.1 - Sentenza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze contro Francesco Calamandrei del 21 maggio 2008

giovedì 5 novembre 2009

Michele Giuttari - Intervista su L'Unità - 12 febbraio 2004

Il giornalista Saverio Lodato raccolse l'intervista che segue per il quotidiano L'Unità.
Iniziai a occuparmi del mostro negli ultimi mesi del 1995, quando lasciai la Dia per dirigere la squadra mobile di Firenze, incarico che ho tenuto sino a qualchemese fa. In quel periodo
siamo a una prima sentenza di condanna del Pacciani, il 1 novembre 1994. E in attesa del processo di appello, fissato per il 29 gennaio 1996. Il primo incarico che ricevo dal dottor Vigna, allora procuratore capo di Firenze, è quello di rileggermi l'intera vicenda poliziesca e processuale
del mostro, con la mente di chi non conosceva nulla...
Bene. Perché mi sono scritto tante domande da farle...
Alt. Della vicenda del mostro non possiamo parlare...
Ho sempre avuto più problemi che altro, nel tentativo di fare sempre il mio dovere.
Dottor Giuttari, perché Vigna le commissiona la rilettura di tutto?
Perché in quella sentenza di condanna di Pacciani, il presidente della corte d'assise, Enrico Ognibene, aveva evidenziato alcuni aspetti emersi da quel dibattimento, che deponevano per la partecipazione ai delitti, oltre al Pacciani, di altre persone. Quantomeno negli ultimi due duplici delitti. E il presidente, fra l'altro, cita in sentenza: un testimone che aveva dichiarato nel suo interrogatorio, che la notte del delitto degli Scopeti nel 1985, e nei pressi del luogo del delitto, aveva incrociato una macchina con Pacciani alla guida e con accanto una persona che, data
l'oscurità, non aveva avuto modo di conoscere; il sopralluogo per il delitto del 1984, quando era stata rilevata l'impronta di un ginocchio che non poteva corrispondere all'altezza del Pacciani. Il presidente, con grande spirito di precisione, dice: «Pacciani l'ho condannato per sette duplici omicidi, tranne il primo, quello del ‘68, ma ci sta pure che fosse stato aiutato da qualcuno... Continuate a indagare. La Procura incardina il procedimento. Vigna mi affida l'indagine.
Io rileggo tutto. E mi rendo conto che oltre a quegli elementi, negli atti di polizia giudiziaria che
non erano entrati nel fascicolo del Pm, c'erano altri spunti investigativi che deponevano per la presenza di altre persone. Dopo circa un mese, ai primi di dicembre ‘95 redigo un'annotazione per il dottor Vigna e il dottor Paolo Canessa, pubblico ministero, dove scrivo che ho trovato altri elementi e affermo che per sviluppare quelle ipotesi occorre fare questo e questo... e chiedo la delega per quegli atti per i quali non posso agire di mia iniziativa... Vigna e Canessa mi autorizzano. Partono le indagini e gli interrogatori.
Quali sono i suoi primi passi investigativi?
Innanzitutto andiamo a guardare nell'entourage delle amicizie del Pacciani, e dagli atti già risultavano alcuni nominativi: Lotti Giancarlo, Vanni Mario... Cerchiamo di ricostruire l'ambiente femminile di questo mondo. Fra l'altro mettiamo sotto controllo l'utenza telefonica di un bar del
centro di San Casciano, adoperata dagli amici del Pacciani, fra i quali il Lotti. Registriamo una telefonata di una amica del Lotti, che commenta con lui l'interrogatorio appena subito. Questa donna si lamenta: «perché hai fatto il nome mio? Mi ha chiamato la polizia. Volevano sapere che macchina avevi... E poi che tu eri là, sul luogo, me lo avevi detto tu, ti eri fermato a fare la pipì...» E Lotti: «Sì te l'ho detto io».
Questo cosa prova?
Sin dalle prime battute, abbiamo notizia che il Lotti - quando c'è stato l'omicidio dell’85 - si era
fermato là per un bisogno fisiologico... Continuando a interrogare questa donna,ma anche altre donne che il Lotti frequentava, si viene a sapere che il Lotti per certe sue passeggiate domenicali, che spesso si concludevano con visite a prostitute, faceva coppia con un altro amico. Si viene a sapere che quando Lotti quella notte si era fermato, era in compagnia di Vanni Mario... Sono le prime conferme della bontà di quella pista.
È in questa fase che entra in scena personalmente Vigna, è cosi?
Infatti. Vigna e tre suoi sostituti, iniziano a interrogare Lotti e altri, e questi a poco a poco iniziano a parlare. Si arriva al processo d'appello di Pacciani. Gli elementi acquisiti a quella data consentono alla Procura di chiedere al Gip un'ordinanza di custodia cautelare in carcere per Vanni Mario. Il caso volle che il giorno prima che Pacciani venisse assolto con formula piena, Vanni fosse arrestato. Il 12 dicembre ‘96 la Cassazione, su ricorso del procuratore generale, annulla la assoluzione a Pacciani. E dice nella sentenza: bisogna rifare il processo e l'istruttoria dibattimentale, perché bisogna risentire quei testimoni, e bisogna rivalutare la posizione del Pacciani. Quindi, in quel momento, il Pacciani riveste nuovamente il ruolo di imputato
in attesa di giudizio. E il nuovo giudizio di appello era stato fissato - se non ricordo male - per
il 24 novembre ‘98. Ma il 21 febbraio ‘98 Pacciani muore. Non si arriverà mai al processo. Il 24 marzo, dopo la sua morte, interviene per Vanni e Lotti la sentenza di primo grado di condanna come esecutori per gli ultimi quattro duplici delitti. E nella rubrica si legge che sono colpevoli di quei delitti in concorsocon Pacciani. Questa sentenza viene confermata in appello nel luglio
‘99. Il 26 settembre 2000, la Cassazione la conferma. Quindi -in tre anni - abbiamo la celebrazione dell'intero iter. E il resto è noto...
Insomma, potenza delle sentenze?
Mi lasci dire. Come il presidente Ognibene aveva evidenziato la possibile presenza di complici, i
giudici che condannano Vanni e Lotti, scrivono che erano emersi elementi che facevano ritenere che ci fosse implicato un «mandante» che commissionava i delitti. È anche questo è un punto fermo.
Allora la denigrano quelli che hanno detto che il livello dei «mandanti» se lo è inventato lei per farsi pubblicità?
Ma le sembra un argomento? Lotti - non dimentichiamolo - in processo aveva parlato di un «dottore » che commissionava i delitti e pagava Pacciani. A riscontro di questa affermazione del Lotti, i giudici citano la notevole disponibilità patrimoniale e finanziaria di Pacciani. E aggiungono: noi in Lotti abbiamo creduto, non si vede perché non dovrebbe essere creduto anche su questo. E rivolgono, sempre in sentenza, un'istanza a approfondire anche l'aspetto del mandante. Quindi la nostra è stata un'attività dovuta. Che è emersa da certezze giurisprudenziali. È la fase cui siamo arrivati. Il resto sono malignità.
Insomma. Poche omolte certezze sino a questo momento?
Ormai sappiamo chi sono gli esecutori materiali degli ultimi quattro delitti. Non sappiamo chi
materialmente ha eseguito i duplici omicidi precedenti, quelli del ‘74 e i due del ‘81, per i quali Vanni e Lotti non sono stati condannati, e non sappiamo ancora se l'ipotesi dei mandanti - ed è l'ultimo segmento di questa indagine - sia fondata oppure no. dei nuovi iscritti nel registro indagati Giuttari ovviamente non parla. Come non parla dell'omicidio (?) suicidio (?) del dottor Francesco Narducci, ritrovato nel lago Trasimeno. Conferma che all'orizzonte non ci «sono colpi di scena». Dice che a Perugia «si sta lavorando con grande serietà» e che entro l’anno l'indagine sarà chiusa.
Dottor Giuttari, molte cose però non quadrano. Per esempio, Pacciani venne condannato per tutti i duplici delitti, tranne quello del ’68. I cosiddetti «compagni di merende» - come lei ha appena detto - solo per quattro. Perché questa difformità di trattamento?
Esiste il principio del libero convincimento del giudice. Quello a carico di Pacciani era un procedimento indiziario. Vi era una filosofia investigativa che puntava sul serial killer che aveva agito da solo.
Ma non furono tutte le periziepsichiatriche e psicologiche, italiane o estere, a essere concordi nel delineare la figura di un killer solitario, di cultura medio alta, e dalla mano ferma?
Le perizie sono importantissime, ma più importanti sono i dati di fatto. Le perizie è bene che diano supporto all'indagine. La scienza non offre certezze. E poi: dove erano i precedenti di delitti di questo tipo sui quali avrebbero potuto basarsi queste perizie? Anche l'Fbi, nell’89, scelse la tesi del killer solitario...
Porta acqua al mio scetticismo?
Al contrario. Voglio solo dirle che l’Fbi stilò quella perizia sulla base dei sopralluoghi, delle modalità dei delitti, della tecnica delle esecuzioni, dei tagli sui corpi delle vittime. Ma l'esperienza dei casi dei loro serial killer non era quella dei nostri assassini, come poi sarebbero emersi dai processi. Lei pensa che se oggi la Fbi dovesse rivalutare tutto, con una conoscenza molto
più ampia, concluderebbe comenell'89?
Insomma la convinzione diffusa del killer solitario cambia quando individuate i «compagni di merende». È così?
Ma no. Sono stati i giudici che hanno condannato Pacciani, a ipotizzare che potesse avere avuto
quei complici. Non è che qualcuno una mattina si è alzato e se lo è inventato.
Come spiega che non furono trovate tracce di violenza sessuale in nessuno dei delitti?
Così entriamo nella fanta-investigazione. Alla luce di quello che è emerso, se uno se deve eseguire un incarico criminale, si adegua.
Sul luogo del delitto l'assassino non si è mai tradito. Moltiplicare il numero degli autori non rende ancora più inspiegabile questa sua inafferrabilità?
Le indagini si basano su atti concreti. Non sulle supposizioni che sta facendo lei. Guai se un investigatore si fissasse con le supposizioni. Non andrebbe da nessuna parte. Se lei va a leggersi le prime perizie leggerà che il taglio del pube era stato eseguito in maniera perfetta, chirurgica, con tre tagli netti. E all'epoca la stampa cominciò a parlare di un «chirurgo». Se lei va a leggersi le perizie degli ultimi due delitti - dell' 84 e dell' 85 - si dice che il pube delle vittime venne asportato in maniera grossolana. E allora me lo dica lei cosa è successo. Che chi tagliava in maniera perfetta poi perde la manualità? O alla luce dei risultati investigativi che stavano emergendo, è più verosimile che sia cambiata la mano esecutiva? Quei primi delitti sono ancora a carico di ignoti. E qui mi fermo. Come scrittore posso lasciarmi guidare dalla mia anima di scrittore, ma come poliziotto no. Devo stare con i piedi per terra.
Rif.1 - L'Unità - 12 febbraio 2004 pag.10