giovedì 26 novembre 2020

La notte non finisce mai. Viaggio intorno al mostro di Firenze

 

Autori: Andrea Ceccherini e Katiuscia Vaselli

Prima edizione: 2020, 180pp, brossurato,Caosfera

Presentazione: "Ci sono storie che non hanno un finale, cronache che non trovano pace. Quella legata al mostro di Firenze è senza dubbio una di quelle vicende, tanto che ancora oggi, dopo oltre cinquant’anni dal primo duplice omicidio, il caso è ancora aperto. Le ferite, di più. Ed è in quelle ferite, in ognuna di quelle anime lacerate dalla vita e dalla morte che questo libro affonda con ogni parola. È dentro ai luoghi, alle persone, ai ricordi e alle violenze che si scopre il Mostro. Guardando il cielo quando la luna è più spenta, quando è più buio, scopriamo che ci sono storie che ancora cercano un finale, che hanno sete di giustizia. Perché ci sono notti che non finiscono mai."

domenica 22 novembre 2020

Tutto quel giallo. Thriller italiano e società dal boom economico al mostro di Firenze

Autore: Francesco Lalli

Prima edizione: 2020, 160pp, brossurato, Robin Edizioni

Presentazione: "In che modo si riproducono nei film giallo-thriller italiani conflitti e pulsioni presenti nelle stratificazioni sociali? Cosa comporta la loro visione nella realtà concreta di un periodo storico decisivo per il nostro Paese che va dalla fine degli anni Sessanta ai primi anni Ottanta? Quali vettori valoriali della platea sociale alla cui fruizione sono destinati vengono evidenziati o mascherati? Se il cinema di genere italiano in questi ultimi anni è stato oggetto di approfondite letture ideologiche - si pensi al western italiano o al cosiddetto "poliziottesco" - il giallo-thriller, al contrario, pur mostrando un indice di elevata rilevanza produttiva e popolare, non ha condotto ad altrettante interpretazioni del suo sotto-testo socio-politico. La scommessa implicita nel presente lavoro è colmare almeno in parte tale lacuna, ricorrendo a un doppio approccio, sociologico e storico, per far affiorare il profondo contenuto simbolico racchiuso in pellicole giudicate, spesso a torto, minori."

Il libro è disponibile clickando qui.

giovedì 8 ottobre 2020

Quell'oscuro desiderio. Un profilo del mostro di Firenze

Autore: Cristiano Demicheli 

Prima edizione: 2020, 168pp, brossurato, Rogas

Presentazione: "Sette delitti dal 1974 al 1985, quattordici ragazzi trucidati: è questo il bilancio dell’assassino  seriale  noto  come  mostro  di  Firenze,  protagonista  del  caso criminale  più  complesso  e  controverso  della  storia  italiana.  Questo  libro  si propone  di  esaminare  la  vicenda  separando  i  dati  fattuali  dalle  illazioni,  la cronaca  dal  mito,  risalendo  alle  fonti  per  tracciare  un  profilo  dell’assassino inedito eppure plausibile."

Il libro è disponibile clickando qui.

sabato 5 settembre 2020

7 settembre 1985 - 7 settembre 2020 - Nadine Mauriot e Jean-Michel Kraveichvili


A 35 anni dall'ultimo omicidio commesso dal cosiddetto "mostro di Firenze", grazie ad una raccolta fondi, è stata installata, a Scopeti, una stele per mantenere il ricordo di Nadine e Jean-Michel ma anche di chi, ancora oggi, chiede giustizia.

Grazie a Lorenzo Franciotti, Cristina Padedda, Ciro Picchi, Valeria Maldina, Emanuele Santandrea, Giulia Totaro, Luca Tramonti, Renata Grassi, Giuseppe Di  Bernardo, Lisa Racano, Giosué Barbagli, Marco Aguzzi, Andrea Dosi, Stefano Mariani, Gian Paolo Zanetti, Giacomo Lazzerini, Roland Vola, Gerard Bonot, Vieri Giorgetti, Elisabeth Petit, Philippe Bracco, Francesca Lotti, Giulio Nesi, Francesco Innocenti, Paolo Manetti, Salvatore Maugeri, Vieri Adriani, Edoardo Orlandi, Francesca Calamandrei ma grazie anche a tutti coloro che ci sono stati vicini e ci hanno aiutato a diffondere l'iniziativa.
Francesco Cappelletti.

venerdì 4 settembre 2020

Il rosso oltre il verde. Una storia sul mostro di Firenze

Autore: Alessio Caccia

Prima edizione: 2020, 268pp, brossurato, Porto Seguro

Presentazione: La provincia fiorentina, tra il 1968 e il 1985, diventa l’inquietante scenario degli assassini di otto giovani coppie. Un’ombra scura e senza nome compie questi efferati omicidi seguendo le stesse torbide modalità, senza mai tradirsi né lasciare indizi: cosa lo spinge a lasciare una paurosa scia di sangue dentro il verde della campagna toscana, falciando le giovani vite di questi amanti?
Il mistero del Mostro di Firenze continua a essere fonte d’ispirazione, congetture e paure ataviche, spingendo a ripercorrere le sue “mostruose” gesta alla ricerca di una soluzione che sembra sfuggire eternamente. 

Il libro è disponibile clikando qui


martedì 1 settembre 2020

I canali Youtube di Insufficienza di prove


 Insufficienza di prove dispone di due canali Youtube:
-Il canale PRESS dove trovate le udienze dei processi ma anche tutto ciò che è stato proposto da emittenti televisive e radiofoniche;

-Insufficienza di prove 2.0 - Approfondimenti, profiling, interviste, eventi. A seguire l'elenco di tutte le rubriche.

FOCUS ON:
-Focus on vol. X - L'arma e le munizioni del cosiddetto Mostro di Firenze
-Focus on vol. 0 - I feticci del mostro di Firenze - Avvistamenti ed allucinazioni
-Focus on vol. 1 - Giulia Meozzi 
-Focus on vol. 2 - Emanuele Santandrea: la profilazione geografica
-Focus on vol. 3 - Elisabetta Ciabani. Come un suicidio
-Focus on vol. 4 - Luca Santucci e la scoperta dell'omicidio a Scopeti
-Focus on vol. 5 - Giampiero Vigilanti. Il legionario ed il mostro di Firenze
-Focus on vol. 6 - Siena News ed il mostro di Firenze
-Focus on vol. 7 - San Casciano era una grande famiglia
-Focus on vol. 8 - Franca Selvatici, giornalista de 'La Repubblica'
-Focus on vol. 9 - Mario Del Gamba, giornalista de 'La Nazione'
-Focus on vol.10 - Avv. Alessio Fioravanti: 'Non c'è un caso simile nella storia dei processi'
-Focus on vol.11 - Cambio di prospettiva
-Focus on vol.12 - Sandro Bennucci, cronista de 'La Nazione'
-Focus on vol.13 -  

 TRAME:
"Il mostro di Firenze" raccontato da scrittori, giornalisti, curiosi
-Barbara Baraldi
-Donato Carrisi
-...

EVENT: 
I convegni, i seminari e le presentazioni
-Gianluca Monastra, Alessandro Cecioni e Franca Selvatici
-Gianluca Monastra presenta "Il mostro di Firenze. Ultimo atto"
-Due chiacchiere con Salvatore Maugeri
-Leggende e falsi miti vol.1
-Alessandro Cecioni e Gianluca Monastra al Pisa Book Festival
-Cecioni, Monastra, Adriani, Vaselli e Ceccherini - Prima parte
-Cecioni, Monastra, Adriani, Vaselli e Ceccherini - Seconda parte
-Il mostro di Firenze - I libri, i film, i fumetti ed i social
-La vicenda del Mostro di Firenze che tra il 1968 ed il 1985 terrorizzò l'Italia - Prima parte
-La vicenda del Mostro di Firenze che tra il 1968 ed il 1985 terrorizzò l'Italia - Seconda parte
-NESSUNO. Il mostro di Firenze, spettacolo teatrale di Eugenio Nocciolini
-L'uomo dietro il mostro di Enea Oltremari - Prima parte
-L'uomo dietro il mostro di Enea Oltremari - Seconda parte
-Incontro con il giornalista Alessandro Cecioni
-Carmen Gueye: Il mostro di Firenze. John Doe in Toscana, la storia osservata da un passante
-Francesco Narducci e le indagini sul mostro di Firenze - Dr Giuliano Mignini e dr Alvaro Fiorucci
-Davide Cannella e le indagini sul mostro di Firenze + dr Eraldo Stefani, avvocato di Francesco Vinci
-Criminologia di un'investigazione - Dott.ri Alessandro Ceci e Marco Vallerignani
-Dr Edoardo Orlandi: riflessioni in tema di modus operandi
-Stefano Brogioni - Ultime indagini, aggiornamenti e nuove prospettive
-La notte non finisce mai - D. Cannella, G. Monastra, F. Petrini - Prima parte
-La notte non finisce mai - A. Cecioni: a Villacidro da Salvatore Vinci
-Il rosso oltre il verde - Una storia sul mostro di Firenze di Alessio Caccia


DETTAGLI 
-Vol.1 - SILVIA. Salvatore Indovino ed i filtri magici
-Vol.2 - PAOLO. Mio zio Mario Vanni
-Vol.3 - Francesco Calamandrei e l'ombra nera di Francesco Narducci
-Vol.4 - La villa dei misteri
-Vol.5 - Il patrimonio di Pietro Pacciani
-Vol.6 - 
-Extra - Le mondane uccise a Firenze dal 1982 al 1984

 
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martedì 23 giugno 2020

'In me la notte non finisce mai'

Dopo ogni duplice omicidio del cosiddetto mostro di Firenze, centinaia di lettere anonime inondavano le redazioni dei quotidiani, le Caserme dei Carabinieri, gli uffici della Questura ed anche quelli della Procura.
Chi accusava il vicino di casa, chi il ginecologo, chi forniva indicazioni agli inquirenti, chi li insultava per l’ennesimo smacco.
Il 20 settembre 1985, tra le altre, giunge alla redazione de “La Nazione” una missiva insolita, dal testo particolarmente suggestivo e sinistro.
"Sono molto vicino a voi. Non mi prenderete se io non vorrò
Il numero finale è ancora lontano. Sedici sono pochi.
Non odio nessuno, ma ho bisogno di farlo se voglio vivere.
Sangue e lacrime scorreranno fra poco.
Non si può andare avanti così.
Avete sbagliato tutto.
Peggio per voi.
Non commetterò più errori, la polizia si.
In me la notte non finisce mai.
Ho pianto per loro.
Vi aspetto."
L’avvocato Nino Filastò, storico legale di Mario Vanni, ha sempre ritenuto questa missiva autentica e che l’autore fosse il maniaco delle coppie. Già nell’aprile del 1994 si adoperò a lungo, con la grafologa dr.ssa Valeria Zucconi, per verificare alcune analogie tra le varie lettere anonime giunte agli inquirenti.

Lo psichiatra dr Paolo Tranchina, esaminata la lettera, la ritenne perfettamente compatibile con la sindrome psicopatologica di cui dimostrava i sintomi il “mostro di Firenze”.
Recentemente, durante la realizzazione di un approfondimento sulle cosiddette “morti collaterali”, abbiamo avuto accesso ad una ricevuta rinvenuta presso l'appartamento di Luisa Meoni, trovata soffocata, presso la propria abitazione, il 13 ottobre 1984.
La ricevuta è stata compilata il 21 ottobre 1982 ed è stata emessa dalla P.I.C., Pronto Intervento Casa, il cui titolare era Salvatore Vinci.
Salvatore Vinci è stato uno degli amanti della prima vittima femminile del mostro di Firenze e a lungo indiziato d’essere l’autore dei duplici omicidi delle coppiette.
Confrontando la lettera anonima con il testo riportato nella ricevuta della P.I.C. si notano fin da subito alcune affinità tra i caratteri manoscritti.
Abbiamo chiesto un parere in merito alla dr.ssa Sara Cordella, grafologa forense senior, perito e consulente del Tribunale di Venezia, specializzata in grafologia criminologa e in grafologia dell’età evoluta.
La consulenza è stata trasmessa nei giorni scorsi presso gli uffici della Procura della Repubblica di Firenze.
Quandanche Salvatore Vinci fosse veramente l'autore della missiva anonima, non lo si può ritenere automaticamente il mostro di Firenze, potrebbe semplicemente aver voluto dilettarsi con coloro che a quei tempi lo tenevano sotto stretta osservazione; burlarsi di quanti hanno cercato di incastrarlo senza esservi riusciti. Indubbiamente la sfrontatezza e l'audacia è a dir poco singolare ma del resto Salvatore Vinci era tutt'altro che una persona banale ed ordinaria.

Le mondane uccise a Firenze dal 1982 al 1984



Negli anni in cui nella periferia fiorentina il cosiddetto Mostro di Firenze uccide giovani vittime in cerca di intimità, un altro terribile assassino dal 1982 al 1984, uccide quattro prostitute nel capoluogo Toscano: si tratta di Giuliana Monciatti, Clelia Cuscito, Giuseppina Bassi, Luisa Meoni.

Giuliana Monciatti, 41 anni, ex-ballerina di origine emiliana, vive con la madre ed una vecchia zia in via dell’Anconella.
Giovedì 11 febbraio 1982 a bordo della propria Renault Rossa, intorno alle 21:00, si reca in via del moro 27. Qui dispone di un pied à terre che condivide con Roberta.
Si prostituisce saltuariamente, perlopiù con clienti abituali.
La mattina del 12 febbraio, Roberta passa dal seminterrato per controllare che tutto sia in ordine. La porta non è chiusa a chiave come al solito. Entra nello scantinato e nota il corpo senza vita a terra di Giuliana. Ha addosso un maglione ed i pantaloni semi abbassati, gli occhi aperti; è stata raggiunta da innumerevoli coltellate al petto.
Interviene il capo della Squadra mobile dr Giuseppe Grassi ed il Sostituto Procuratore dr Ubaldo Nannucci. Da medicina legale giungono il dr Maurri e la dr.ssa Tartaro.
La perizia medico legale riporta 17 coltellate, una ha reciso l’aorta, altre hanno compromesso il fegato ed un polmone. Emorragia interna la causa del decesso.
Le indagini escludono fin da subito si sia trattato di un omicidio per rapina, benché sia sparito un borsello a tracolla con l’incasso della serata.
Le donne che furono ascoltate dalla Buoncostume perlopiù negarono di conoscere la Monciatti, altre la descrissero come una persona riservata tutt’altro che volgare ed appariscente.
Probabilmente conosceva il suo assassino Giuliana, sfortunatamente quella sera ha concesso fiducia a chi non la meritava.
L’autore del delitto è tutt’ora ignoto.

Clelia Cuscito, 37 anni, originaria di Gioia del Colle, in provincia di Bari. Ex-infermiera, vive in via Gianpaolo Orsini in un piccolo appartamento arredato con gusto moderno per l’epoca: una cucina gialla e blu, un salottino con i mobili verdi e due lunghissimi specchi alle pareti, con lampade alogene e un televisore a colori con annesso videoregistratore. Videoregistratore e due televisori anche nella camera da letto ma anche un letto tondo ed altri specchi. Tv anche in cucina e nell’ingresso un impianto stereo.
Da alcuni anni si prostituisce. Riceve a casa, dalla mattina a tarda notte. Ha clienti provenienti anche da fuori città, “un gran viavai” dicono i vicini di casa.
Mercoledì 14 dicembre 1983, Clelia viene svegliata dalla signora delle pulizie; Carla, terminato il suo lavoro, intorno alle 10:00. se ne va.
Verso le 11:00 Bruno Cuscito, fratello di Clelia, suona il campanello di via Giampaolo Orsini, deve consegnare un pacco. Nessuno risponde. Prova a telefonare a Clelia ma il numero risulta occupato. Intorno alle 14:30, allarmato, decide di passare dal retro del palazzo, scavalca la balaustra del balcone al primo piano e sfonda la porta a vetri del salottino.
Clelia giace a terra bocconi in camera da letto. Indossa scaldamuscoli di lana ed una canottiera, ha il cavo del telefono attorno al collo. È immersa in un lago di sangue.
È stata raggiunta da non meno di 15 coltellate; cinque ferite sono state inferte al collo, una ha reciso la carotide. Ha ferite da difesa agli arti superiori e sulla schiena. La perizia medico legale presume sia stata attinta da un coltello a scatto o a serramanico, un’arma robusta dalla lama tagliente e acuminata.
Gli agenti della terza sezione della squadra mobile intervenuti presso l’abitazione sequestrano una mazzetta di banconote da 100.000 lire ed escludono fin da subito il movente per rapina. La casa è sottosopra, i cassetti e molti oggetti sono buttati a terra.
Ventiquattrore dopo presso l’appartamento giungono il dr Maurri direttore dell’istituto di medicina legale di Careggi, il dr Castiglione, Dirigente del gabinetto regionale di polizia scientifica, il Maggiore di Polizia Vincenzo Canterini e il Maresciallo Andropoli.
In bagno viene rinvenuta l’orma di un piede che ha calpestato del sangue. Su di un cassetto della camera viene fotografato il palmo di una mano insanguinato.
Vengono sentite numerose prostitute ma anche tutti coloro che risultano citati in un’agendina di proprietà della vittima. Tra gli esercizi commerciali di via Giampaolo Orsini in pochi riconoscono Clelia nelle foto che gli vengono mostrate, l’unico che fornisce uno spunto investigativo interessante è Ettore R.. Ha una sartoria di fronte al portone d’ingresso del palazzo dove viveva Clelia Cuscito. Il 14 febbraio, intorno alle 10:00, mentre stava andando a fare colazione, ha notato un signore di mezz’età suonare il campanello di Clelia. Non vi ha prestato molta attenzione, non riferisce ulteriori elementi utili alle indagini.
Seguendo le indicazioni di quanti abitano nella zona vengono realizzati dalla Polizia scientifica due identikit che ritraggono due persone decisamente diverse tra loro: l’uno quasi calvo, di corporatura robusta con un vistoso giubbotto a quadri bianchi e neri; l’altro ben pettinato con un elegante soprabito grigio.
Gli identikit vengono pubblicati dai quotidiani locali giovedì 22 dicembre. Molte le segnalazioni, gli avvistamenti, le situazioni insolite messe a verbale dalla Squadra mobile; purtroppo gli elementi raccolti non hanno ad oggi fatto luce su ciò che accadde a Clelia quella mattina del 14 febbraio.
Nel corso delle indagini sul cosiddeto “mostro di Firenze”, mentre la Procura sta ancora raccogliendo elementi per il processo contro i compagni di merende, Lorenzo Nesi, amico di Mario Vanni il 26 febbraio 1997, presso gli uffici della squadra mobile della Questura di Firenze fece mettere a verbale: “Vanni mi diceva di trovarsi bene con una prostituta che abitava in fondo ai viali, al ponte di ferro, poiché questa era gentile ed educata. Questa donna, da notizie apprese dalla stampa circa 7/8/10 anni fa è stata ammazzata.”
Confermò quanto dichiarato il 28 gennaio 1999: “Quando lessi la notizia dell’uccisione della prostituta, ne parlai con Mario che mi confermò che era quella la prostituta dove lui andava e dove intendeva portarmi. Nel riferirmi ciò non notai alcun turbamento in Vanni che si limitò ad aggiungere che era un periodo che ammazzavano le prostitute.”
Gli furono mostrati gli identikit realizzati nel 1983 al che Nesi esclamò: “Questo è il Lotti negli anni ‘80! Non come è adesso. È proprio lui. Ha lo steso viso, la stessa espressione, gli stessi capelli pettinati e folti ai lati così come li portava Lotti quando aveva la Fiat 124”.

Giuseppina Bassi, Pinuccia per gli amici, ha 55 anni, è originaria di Rovigo, si è trasferita a Firenze nei primissimi anni ’60. Ex-modella, ha una figlia che si è fatta una famiglia a Milano e che certo neppure sospetta che la madre si prostituisca per mantenersi.
Pinuccia ha un appartamento in via Fiesolana ma da circa dieci anni ha preso in affitto un bilocale in Via Benedetta, a circa 300 metri da dove è stata uccisa Giuliana Monciatti l’11 febbraio 1982.
L’arredamento è essenziale: un letto da una piazza e mezzo, un tavolino con abatjour, due poltrone e un divano di broccato, un tavolinetto con una pila di riviste porno, vasi di fiori finti qua e là.
Alcuni piccoli quadri dozzinali ed una gigantografia di Marylin Monroe.
Qui riceve i suoi clienti dal primo pomeriggio fino alla notte.
Nella mattina di venerdì 27 luglio 1984, Pinuccia ha un appuntamento con un amico, Umberto Cirri, sono rimasti d’accordo di vedersi per andare assieme all’ospedale dove la moglie del Cirri è ricoverata.
Pinuccia non si presenta all’appuntamento ed il Cirri dopo averla chiamata telefonicamente più volte, intorno alle 13:00, decide di recarsi in via Benedetta. La porta del bilocale è socchiusa, in camera da letto, il cadavere nudo, supino di Pinuccia. Ha gli occhi sbarrati, è stata strangolata. Sotto il letto giace avvilito Puffy, uno yorkshire di 4 anni che pare vegliare il corpo della sua padrona.
I medici legali dr Mauro Maurri e Mario Graev datano la morte intorno alle 2:00 di venerdì 27. La vittima non ha opposto resistenza. Non ha segni di colluttazione, solo ecchimosi sul collo procurate da mani robuste.
I coinquilini la definiscono come una persona gentile e rispettosa, riservata e discreta. Non hanno udito né rumori né grida.
“Escluderei un legame con le altre mondane uccise negli ultimi due anni” dichiarò ai cronisti il Sostituto Procuratore Ubaldo Nannucci. Le modalità con cui è stata uccisa Pinuccia in effetti non hanno niente a che vedere con la sorte subita dalla Monciatti e dalla Cuscito.
Interrogati amici, clienti e mondane della zona, la Squadra Mobile arresta Salvatore F., che viene accusato di sfruttamento della prostituzione e indiziato dell’omicidio.
Il 20 ottobre 1984 il giudice istruttore dr Stefano Campo rinvia a giudizio Salvatore F. per sfruttamento della prostituzione ma stralcia il procedimento riguardante l’omicidio volontario.
Salvatore F il 28 novembre 1984 è stato condannato a un anno e cinque mesi di reclusione e 400.000 lire di multa “per aver sfruttato Giuseppina Bassi facendosi consegnare somme di denaro fino al 26 luglio 1984”. Il nome di chi ha ucciso Pinuccia è a tutt’oggi ignoto.

Luisa Meoni ha 46 anni, da tre si è separata dal marito. Ha una figlia di nome Barbara che vive con il padre poiché così ha stabilito il Tribunale.
Barbara, 11 anni, sta con la madre il giovedì, il sabato e la domenica di ogni settimana.
Luisa abita in Via della Chiesa, nel quartiere fiorentino di San Frediano, in una piccola abitazione al primo piano costituita da due vani più servizi. Si prostituisce a casa ma adesca i clienti nella zona della Stazione.
Il 13 ottobre 1984, Adriana S., intorno alle 11:00, viene accompagnata dal marito Lando L. presso l’abitazione della Meoni. Dal mese di aprile del 1983 si occupa delle pulizie e di sbrigare alcune commissioni per la Meoni. Giunta in via della Chiesa, pur disponendo delle chiavi dell’appartamento, Adriana suona il campanello ma nessuno risponde. Decide quindi di recarsi nel bar vicino per una colazione con il marito. Fa ritorno in via della Chiesa, chiede a Lando di seguirla. Sale una breve rampa di scale, apre la porta di casa e trova l’appartamento a soqquadro.
Qualcuno ha rovistato nei cassetti e negli armadi, sul letto è stato riversato il contenuto di alcune borse ed adagiata l’anta di un comodino.
 In camera da letto, giace a terra supina, Luisa Meoni. Indossa un golf di lana azzurro le cui estremità delle maniche sono annodate con doppio nodo. Ha addosso collant, slip ed una gonna di velluto nero. Ha al polso un orologio Kessen fermo sulle ore 6:00.
È stata soffocata da una garza avvolgente del cotone idrofilo applicata alle aperture aeree.
Sul tavolo di cucina vengono rinvenuti tre piatti da dessert, tre bicchieri, un bottiglione semivuoto di vino bianco ed un portacenere con vari mozziconi di sigarette.
Nel lavandino del cucinotto, perlopiù in ordine, vi sono tre bicchieri per liquore, tre piatti fondi e due piani sporchi di cibo consumato.
La perizia medico legale affidata al dr Mario Graev riporta la pressoché totale assenza di lesioni ed un decesso dovuto ad asfissia meccanica per chiusura delle aperture aeree (naso e bocca).
Presume che lo stato di ebbrezza alcolica era tale da non consentire alla vittima alcuna resistenza.
Delle indagini si occupa il Sostituto Procuratore dr.ssa Emma Boncompagni coadiuvata dal nucleo operativo carabinieri di Firenze.
Sulla la scena del crimine non vengono rinvenute impronte utili ad eventuali esami comparativi.
Vengono repertati alcuni monili di scarso valore;
-3 cartucce calibro 6,35;
-440.000 lire in contanti
-6 fotografie effigianti un certo Fabio per il quale la Meoni pare avesse una leggera infatuazione;
Questi viene sentito fin da subito ma viene ritenuto del tutto estraneo all’episodio delittuoso.
Dalle indagini emerge che l’omicidio non è stato consumato né a scopo di rapina, né a fine maniacale. Si pensa ad una vendetta ad opera di chi la Meoni, tempo addietro, aveva segnalato alla Polizia come suo protettore ma la pista pare non trovare sufficienti riscontri.
Delle indagini si occupano anche il Maresciallo Congiu ed il Tenente Colonnello Nunziato Torrisi a lungo impegnati nella ricerca dell’assassino che la stampa ha definito “il mostro di Firenze”, a cui certo non è sfuggita, tra gli oggetti repertati in casa della Meoni, una ricevuta della PIC, Pronto Intervento Casa, il cui titolare è Salvatore Vinci.
Salvatore Vinci è stato amante della prima vittima femminile del mostro di Firenze ed a lungo indiziato d’essere l’autore dei duplici omicidi delle coppiette.
Il primo settembre 1987, il Sostituto procuratore Emma Boncompagni, trasmette il fascicolo processuale relativo a Luisa Meoni al Giudice Istruttore dr Mario Rotella per valutare l’opportunità di unirlo al procedimento relativo al mostro di Firenze che vede indagati molti dei soggetti legati alla cosiddetta “pista sarda”. Il 13 dicembre 1989 il Giudice Istruttore dr Mario Rotella con una sentenza ordinanza di oltre 160 pagine dichiara non doversi procedere contro Salvatore Vinci e gli altri imputati e riguardo a Luisa Meoni afferma:
“Singolare è anche l'accostamento della circostanza del ritrovamento di una ricevuta della ditta del Vinci, datata 1982, in casa di Meoni Luisa, uccisa da ignoti il 13 ottobre 1984, con il fatto che, sentito dai carabinieri intorno al suo alibi circa l'omicidio dei tedeschi in via di Giogoli (9 settembre 83), Vinci abbia asserito di avere proprio la sera di quel duplice omicidio, effettuato (alle ore 16) un intervento in via della Chiesa, edificio occupato dalla Meoni. Il teste Casini ha dichiarato al P.M., il 19 aprile 1985, circostanze tali da far stimare una relazione con la prostituta uccisa. Nel rapporto si formula un'ipotesi di lavoro, che non si è avuto modo di vagliare con attività istruttoria, apparendo l'omicidio della Meoni caso di per sé complesso, sottoposto ad altra attenzione, e non direttamente connesso con quelli in oggetto.”
Ed anche il caso di Luisa Meoni è finito negli archivi della Procura della Repubblica tra gli episodi omicidiari senza colpevole. Ci vorrebbe proprio un detective come Henry Bosch che si occupa di vecchi casi irrisolti.

“Sembra una maledizione”, come ebbe a scrivere Franca Selvatici de “La Repubblica” diversi anni addietro: molti dei delitti avvenuti a Firenze sono ripetizioni di altri delitti. Lo sono gli omicidi del mostro di Firenze, lo sono i delitti delle prostitute come lo sono i due omicidi rimasti irrisolti di Gabriella Caltabellotta e Miriam Ana Escobar, ma di questi ne parliamo la prossima volta.

giovedì 28 maggio 2020

Dardano Sacchetti e gli affreschi della Taverna del Diavolo di Giuseppe Di Bernardo

Quattro chiacchiere con il maestro del brivido a proposito della vicenda del Mostro di Firenze
Da qualche tempo, tra i mostrologi, circola la voce che l'autore degli affreschi della Taverna del Diavolo sia stato niente meno che il famosissimo Dardano Sacchetti, sceneggiatore di film indimenticabili come "Reazione a catena", "Dèmoni", "Quella villa accanto al cimitero", Paura nella città dei morti viventi", "L'aldilà", "Sette note in nero" e tantissimi altri. La leggenda lo vuole nei primi anni settanta attivo sul territorio fiorentino per la realizzazione di un film insieme a Dario Argento. Alloggiato in una delle stanze sopra il ristorante, ne avrebbe illustrato magistralmente le pareti, rappresentando un esercito di demoni che, guidati da Satana seduto su un trono regale, li guidava alla conquista del mondo. Nel 1981, non lontano da quel ristorante, un demonio in carne ed ossa era fuggito dall'inferno per mietere le sue giovani vittime nella campagna fiorentina. Per gli appassionati della vicenda del Mostro di Firenze, l'idea che un maestro del brivido come Dardano, avesse anche dipinto l'orda dei demoni che sgorga dall'inferno alla conquista del mondo, proprio in uno dei luoghi più misteriosi legati alla vicenda, sembrava la perfetta quadratura di un diabolico cerchio. Bisognava indagare. Preso il coraggio a quattro mani e con sfacciataggine unita a un profondo timore reverenziale, sono andato a chiedere lumi direttamente all'interessato. Dardano, gentilissimo come solo i grandi sanno essere, mi ha risposto così:
"Caro Giuseppe, credo sia una leggenda metropolitana. So fare tante cose tranne disegnare. Non sono il pittore, mi dispiace".Nello scambio di messaggi, però, il maestro mi ha raccontato di essere un appassionato della vicenda del Mostro di Firenze e ho quindi colto l'occasione per fargli alcune domande da condividere con voi. 
Carissimo Dardano, benvenuto su Insufficienza di prove. Insomma, non sei tu l'autore degli affreschi della Taverna del diavolo a firma "Sacchetti".
Primo non so cosa sia la “Taverna del diavolo” né dove sia. Secondo non so disegnare una riga dritta neanche con la squadra, per me l’ affresco è quando metti il vino bianco a rinfrescare d’estate, ma devo dire che la cosa mi lusinga. Pensare che qualcuno mi veda come un “pittore” di mostri dà un senso ai miei poveri sforzi di scribacchino che ha cercato di mettere un po’ di strizza in anime fragili.

Mi hai raccontato di esserti appassionato, all'epoca, alla vicenda del Mostro e di avere ancora uno scatolone pieno dei ritagli di giornale che ne trattavano. Ti andrebbe di raccontarci come ti sei avvicinato a questa storia spaventosa? Sono un grande “collezionista” di cronaca. Fin da giovane, mi appassionavo ai “casi” più o meno celebri. A 18 anni andavo in tribunale ad assistere ai processi (ricordo parecchie udienze del caso Bebawi), ricordo che leggevo di tutti quei delitti di “mondane” (come venivano pudicamente chiamate allora le prostitute) ed era più che evidente che in alcuni casi poteva esserci la mano di un feroce serial killer, ma la polizia non ha mai indagato da questo punto di vista, pensandoli come delitti occasionali che non valeva la pena di indagare. Il primo caso in assoluto ad appassionarmi (ed ero adolescente) fu quello di Antonietta Longo, la decapitata del lago. Il corpo fu ritrovato, la testa mai. Lei era una cameriera e tutti dissero che il taglio della testa era stato fatto con perfezione chirurgica. Del resto in quegli anni ad anatomia patologica c’erano due fratelli (terza generazione di semplici lavoratori) ma che in effetti facevano le autopsie. Ereditarono dal padre (che si occupò delle bambine uccise nel famoso caso Girolimoni, anche quello non risolto). Di più, ho cominciato a leggere gialli che avevo dieci anni. Età in cui al paesello natio mi fecero fare la prova del coraggio al cimitero a mezzanotte, stesso paesello e stesso cimitero dove accompagnai mia nonna a riconoscere ed aprire la bara del nonno morto da più di 50 anni, lei lo aveva fatto già tre volte di notte e clandestinamente. Insomma il giallo e il macabro sono state le mie balie sin dai primi anni. Gialle sono le prime storie che ho scritto ed è ovvio che quando arrivò il “mostro di Firenze” non vedevo l’ora di azzannarlo e spolparlo.

Hai frequentato Firenze in quegli anni? Se sì, che ricordo porti con te di questa città che, come Mario Spezi diceva, è sia la città del bello che la città del Mostro?  Cosa pensi della vicenda dell'assassino delle coppiette?Non ho frequentato Firenze, se non per un paio di pomeriggi portando i figli piccoli a vedere le meraviglie della città.  Tutto secondo me risale al primo omicidio, avvenuto una decina di anni prima quando la donna scopava con l’amante avendo in macchina il figlio piccolissimo di pochi anni. La chiave in parte sta lì, l’altra la devi cercare nella massoneria e nel depistaggio fatto ad arte dalla polizia o, meglio, da uno o due alti dirigenti più un magistrato almeno.

La storia del Mostro di Firenze sembra essere stata scritta da uno sceneggiatore: un assassino imprendibile che commette delitti identici, quasi come se incarnasse il maniaco protagonista del cinema horror dell'epoca.
Cazzate. Nessuno sceneggiatore sarebbe in grado di scrivere una storia del genere, gli sceneggiatori (tutti) rielaborano pezzi sanguinanti di delitti reali. Qualcuno con genialità, altri con troppa superficialità e frettolosità. Alcuni, come me, che amo i cocktail, spesso fa dei fritti misti. Amo prendere parti di delitti diversi e mescolarli, fare una sorta di puzzle… come in realtà sembra la vicenda del mostro di Firenze, ma ho sempre sentito puzza di bruciato, come se qualcuno, abilmente, per nascondere la verità (magari molto più banale ma utile a coprire colpevole o colpevoli importanti) abbia “ricostruito” la storia in modo da creare un mainstream… i compagnucci di merenda, tesi che non mi ha mai convinto… i due  potevano essere dei necessari manovali o più semplicemente dei “guardoni” che hanno sniffato cose… ma non avevano le capacità per confondere le acque, nascondere le prove e continuare a colpire. Solo chi credeva di avere, o aveva, l’impunità poteva agire in quel modo.

Per il tuo lavoro hai mai tratto ispirazione dalla vicenda, ma soprattutto, hai mai avuto l'impressione che l'autore dei delitti prendesse ispirazione dal cinema? In fondo, l'aggressione da parte di un maniaco ai danni di una coppia impegnata in un rapporto sessuale era un elemento ricorrente in quelle pellicole. No, mi sarei volentieri occupato della vicenda ma non è accaduto. Ho fatto più di quattro anni di "Telefono giallo" (oltre 25 casi), ho conosciuto giornalisti di cronaca nera, poliziotti, ufficiali dei carabinieri, magistrati… il mostro di Firenze era una sorta di tabù. Il mostro non aveva bisogno del cinema per attuare i suoi delitti, era il cinema che ne aveva bisogno.
Daria Nicolodi, in una intervista, dice che a lei e a Dario Argento era passato per la testa di fare un film dedicato all'assassino di Firenze. Ti è mai stata ventilata una opportunità del genere? Ti sarebbe piaciuto? Cosa pensava il mondo del cinema di questa triste vicenda? Se ne parlava tra addetti ai lavori?
Che Daria e Dario potessero avere interesse per il mostro di Firenze mi sembra una cosa scontata ma, così d’acchito, direi che la cosa interessava più Daria che Dario… Dario ha bisogno di elaborare i suoi input ed ha una metabolizzazione molto lenta, Daria al contrario subisce il fascino di certe situazioni (come tutte le donne, del resto la “favola” della bella e del mostro sta lì a dimostrarlo).

Quali delle numerose "piste" ti convince di più? Pacciani unico colpevole? Compagni di merende? Pista sarda? Setta esoterica? Un grande chirurgo sfuggito alle maglie dell'indagine? Oppure, visto che gli sceneggiatori sono abilissimi a unire i puntini in modo originale, hai una visione dei fatti tutta tua? Ti va di raccontarcela? D’istinto escluderei la pista sarda (solo uno sfioramento) e anche i compagnucci di merende (che però hanno più che sfiorato la storia). Mi intriga molto la storia dell’affogato nel lago ritrovato giorni dopo, anche la setta esoterica… ma la vedo più come una combriccola di buontemponi, dei VERI compagni di merenda (gente per bene, importante) in mezzo ai quali c’era il maniaco che a un certo momento ha cominciato a sbreccare… il problema è: che fine hanno fatto i trofei?

Domanda di rito: stai lavorando a qualcosa in particolare?
Lavoro sempre, lavorare per me è come respirare, mi tiene vivo. Scrivo soggetti, storie, abbozzi di romanzi, poesie, cazzate e bagattelle… cose così.
Salutiamo il maestro Dardano Sacchetti ringraziandolo per la disponibilità e torniamo a indagare per scoprire chi sia stato l'autore degli affreschi della Taverna del Diavolo. Cosa c'è di più affascinante di un mistero nel mistero?
Giuseppe Di Bernardo

Giuseppe Di Bernardo scrive e disegna fumetti dal 1994. Con Carlo Lucarelli e Mauro Smocovich, ha creato il personaggio a fumetti "Cornelio - Delitti d'autore", insegna a The Sign - comics & arts Academy di Firenze e dal 2002 disegna le avventure di Diabolik. È autore, per le Edizioni Inkiostro, di una  graphic novel ispirata ai delitti del Mostro di Firenze.

venerdì 8 maggio 2020

I soldi di Pietro Pacciani



“Sul livello intellettivo Pacciani era fortissimo, lo dimostrano anche la sua condotta processuale e questi messaggi più o meno criptici che lui in momenti topici delle indagini a suo carico e del processo lanciava, gli altri erano gli esecutori materiali, lui era ad un livello leggermente superiore, tant’è che a lui trovammo tutti quei beni immobiliari e finanziari che nel ’97 da una ricostruzione fatta da un avvocato di parte civile avevano il valore come potere di acquisto, se non ricordo male, di 900.000.000 di lire." Michele Giuttari ex dirigente della squadra mobile.


Gli accertamenti sul patrimonio di Pietro Pacciani hanno inizio il 20 maggio 1996, quando il dirigente della Squadra Mobile scrive alla Procura della Repubblica di Firenze poichè: “...si ha motivo di ritenere che le diponibilità finanziarie di Pacciani possano ragionevolmente provenire dall’attività delittuosa in ordine alla quale è indagato”.
Nel suo ultimo libro, il dr Giuttari, indica l’intuizione che lo spinse a verificare la provenienza di quanto in disponibilità del contadino di Mercatale: “Mi torna in mente la dichiarazione di Lotti secondo cui un “dottore” pagava Pacciani per ottenere i feticci delle povere vittime. E infatti cominciano ad affiorare elementi per stabilire che i delitti sono stati compiuti su commissione.”
Vediamo allora come si è evoluto e da cosa era costituito il patrimonio del contadino di Mercatale.
Durante la sua detenzione per omicidio ai danni di Severino Bonini, avvenuta dal 16 aprile 1951 al 04 luglio 1964, Pacciani richiese, al Ministero di Grazia e giustizia, il rimborso delle spese di viaggio per i propri familiari ogniqualvolta questi andarono a trovarlo in carcere.
Lo stesso richiese all’Ente comunale di Vicchio e al patronato, sussidi ed aiuti finanziari per la sua famiglia “in quanto poveri”.
Lo stesso sindaco del Comune di Vicchio il 14 novembre 1963 certificò che Pietro Pacciani “è nullatenente e povero ai sensi di legge”.
Da un estratto della pratica di liberazione di Pietro Pacciani, redatta dalla Casa circondariale di Padova il 4 luglio 1964, si evince, che al momento della scarcerazione, Pacciani disponeva di Lire 350,000, circa 4 mesi di stipendio di un operaio dell’epoca.
Della sua attività in carcere si legge in uno dei suoi tanti memoriali, da cui si percepisce senza alcun dubbio un’esuberante operosità.
“Appena finito il processo e appello chiesi di essere trasferito al penale a lavorare o in colonia e così feci. Girai diverse case penale, sempre lavorando e riportando sempre la buona condotta e inoltre dopo il lavoro della impresa della amministrazione, la sera dopo cena, lavoravo due ore in proprio, facevo dei cofanetti per soprammobili in celluloide decorati e imbottiti in velluto seta, col carillon e ballerina. I primi furono messi in mostra fuori dal carcere alla porta, poi una ditta di mobili mi appaltò il lavoro e si fissò il prezzo fisso. Non facevo a tempo a farli che venivano richiesti. Ne feci molti e altra roba di bigiotteria e tutto quello che guadagnavo lo mettevo da parte, mangiavo solo la sboba che mi passava il carcere.. In questi 13 anni feci molti mestieri, rivestivo le damigiane, S.Gimignano, ad ancona, a scuola di falegnameria riportando i massimi voti, 10 e lode. Pianosa il panettiere, poi a Torino il tessitore, poi all’Asinara richiesto come panettiere, poi fui richiesto a Padova come meccanico a fare le bicilette, impiegato alla sardatrice e ci persi metà della vista poi venni in libertà per il condono e l’amnistia.”
Sempre dai suoi memoriali apprendiamo che, uscito di carcere, trovò lavoro presso la calzoleria del signor Marmugi, a Vicchio per poi venire assunto dal Comune come stradino. Di questo impiego accenna anche Giampiero Vigilanti, odierno indagato, in un’intervista rilasciata al “Gazzettino del chianti” il 30 luglio 2017: “All’epoca il Comune faceva fare dei lavori ai residenti per guadagnare qualcosa, rimettevano le strade, spaccavano le pietre. Pacciani dopo aver fatto il suo turno, volle fare anche quello che spettava al mio babbo mandandolo via, tanto che il babbo si arrabbiò molto.”
Dal 1965 al 1968 Pacciani lavorò, presso il podere “Casino Particchi”, sito in località Badia a Bovino, nel Mugello; gli fu concesso l’uso di un’abitazione a titolo gratuito e divise il raccolto e gli importi derivanti la vendita del bestiame con il proprietario del fondo.
La moglie del titolare, Gabriella P., sentita il 14 agosto 1996, riferì: “il reddito del podere era appena sufficiente a mantenere una famiglia”.
Verso la fine degli anni ’60, inizio ’70, Pacciani lavorò per circa tre anni, sempre come mezzadro, presso un podere in località Casini di Rufina, da cui, a dire di una delle figlie del titolare, Leda L., Pacciani poté ricavare “l’indispensabile per il fabbisogno di una famiglia”.
Dal 28 aprile 1972 al primo febbraio 1973 Pacciani acquista buoni fruttiferi presso l’ufficio postale di Contea, frazione di Rufina, per un importo complessivo di 5.100.000 lire. Probabilmente parte di questi denari appartenevano alla madre che morì nel 1971, si spiegherebbe la facoltà a riscuoterli attribuita anche alla sorella Rina Pacciani Caminati. L’importo per i tempi è tutt’altro che irrisorio considerato che una Fiat 500, nel 1972, costava 660.000 lire.
Dal 2 aprile 1973 al 31 dicembre 1981, Pacciani lavorò presso l’azienda agricola “Rosselli Del Turco”. Fu inquadrato come operaio agricolo specializzato a 40 ore settimanali e gli fu concesso un alloggio in comodato gratuito.
Niente risulta circa quanto riscosso da Pacciani dal momento in cui fu assunto (aprile 1973) fino al 1976, ma dal 1977 al 1981 percepisce 26.217.912 lire:
1978 (relativo al 1977) – Lire 5.913.270
1979 (relativo al 1978) – Lire 4.293.383
1980 (relativo al 1979) – Lire 5.583.115
1981 (relativo al 1980) – Lire 5.007.741
1982 (relativo al 1981) – Lire 5.420.403
Giampaolo Rosselli Del Turco, in un verbale del 25 giugno 1996, riferisce: “Il rapporto di lavoro con il Pacciani si risolse su esplicita richiesta di questi, che, il 7 novembre 1981, fece pervenire ai miei genitori una lettera con cui manifestava la volontà di concludere tale collaborazione adducendo di essere affetto da artrosi. Il rapporto così cessò il 31 dicembre 1981 ed il Pacciani ebbe la buonuscita che gli competeva.” Buonuscita pari a lire 9.465.000.
Il 30 settembre 1979 acquista un’abitazione in piazza del popolo a Mercatale per 26.000.000 di lire, costituita da un vano ad uso garage al piano terra e tre vani al primo piano compresa cucina oltre accessori.
Il prezzo pattuito fu saldato: "2.000.000 in contanti al compromesso che ebbe luogo il 24 gennaio 1979, 8.000.000 con assegno e 16.000.000 in contanti il 30 settembre 1979, quando firmò il contratto di acquisto.
L’abitazione fu intestata alle figlie Rosanna e Graziella.
Le vittime degli omicidi dell’agosto del 1968 e del settembre ‘74 non hanno subito escissioni pertanto occorre escludere che la casa sia stata acquistata con i proventi derivanti dalla vendita di feticci.
Nel 1981, ed esattamente il 15 giugno, Pietro Pacciani acquista altri buoni fruttiferi, questa volta presso l’ufficio postale di Montefiridolfi per un importo di 2.800.000 lire. Una settimana prima è avvenuto l’omicidio di Carmela De Nuccio e Giovanni Foggi a Mosciano di Scandicci. Alla vittima femminile è stato escisso il pube. La medesima sorte la subisce Susanna Cambi nell’omicidio del 22 ottobre 1981.
Nella notte del 19 giugno 1982 vengono uccisi a Baccaiano Antonella Migliorini e Paolo Mainardi. Non vengono effettuate escissioni ma Pacciani, dal marzo 1982 al novembre 1982, acquista comunque buoni fruttiferi, questa volta presso l’ufficio postale di Mercatale per un importo complessivo di lire 10.550.000.
A dicembre 1982, Pietro Pacciani dette indietro una Fiat 600 comprata usata alla fine negli anni ’60 ed acquistò in contanti per Lire 6.000.000 una Ford Fiesta. Disponeva anche di un motorino Cimatti 48 che gli fu dato da un fabbro di Montefiridolfi per avergli dissodato l’orto.
Nello stesso mese inizia a lavorare e fino alla prima metà del 1984, come operaio avventizio agricolo presso la famiglia Gazziero. Paola C., moglie del Gazziero, riferì che le prestazioni lavorative erano state saltuarie e con una retribuzione di 5/6000 lire l’ora. Niente è dato sapere su quanto percepito complessivamente da Pacciani che indica il tenore del suo lavoro in uno dei suoi memoriali: “Arrivavo lì alle 7 di ogni mattina e tornavo a casa alle 6 di sera. Ero l’unico operaio, lavoravo 10 ore al giorno con lo straordinario, gli lavoravo la vigna, gli facevo il vino, l’olio, l’orto, il giardino, tenendogli l’azienda in perfetto ordine. Mi volevano bene e mi facevano pure dei regali oltre la paga.”
Il 9 settembre 1983, il cosiddetto mostro di Firenze uccide a Giogoli: Uwe Jens Rusch e Horst Meyer. Non vengono effettuate escissioni ma Pacciani, da febbraio a settembre 1983, acquista comunque buoni fruttiferi per un importo di Lire 6.200.000.
Il 22 marzo 1984, Pietro Pacciani acquistò: “porzione di vecchissimo fabbricato di abitazione che le parti dichiarano in pessime condizioni di conservazione e manutenzione, costituita da un piccolo quartiere al piano terreno, privo di impianto di riscaldamento e scadente nelle finiture, composto di tre vani utili (compresa la cucina) e WC e con annessi due piccoli locali ad uso sgombro e ripostiglio, in separato corpo, con latrina, non comunicanti tra loro e disimpegnati da un corridoio-passaggio coperto nonché piccolo resede di terreno coperto.”
Si tratta di proprietà ubicata a Mercatale Val di Pesa, in Via Sonnino, per la quale versa tramite assegni postali Lire 35.000.000: “5.000.000 al compromesso, 7.000.000 il 26 marzo 1984, 23.000.000 al rogito notarile che fu stipulato il 30 giugno 1984.”
L’architetto Andrea P., che realizzò le planimetrie e presentò per Pacciani la domanda in Comune per effettuare opere di modifica e di risanamento, riferì non aver mai percepito il proprio compenso.
Per l’esecuzione dei lavori, Pacciani si avvalse della collaborazione di un suo amico, tale Giuliano P., per cui non risulta alcuna retribuzione versata.
Dopo i lavori di ristrutturazione l’abitato fu diviso in due appartamenti uno dei quali fu venduto il primo marzo 1986, al sig. Luciano M. Non è dato sapere l’importo versato dall’acquirente.
L’altro fu dato in affitto negli anni '85/'86 alla signora Elena B per un canone mensile di Lire 300.000 e poi ad un gruppo di ragazzi che lo usarono come sala prove per poco più di un anno (da novembre 1986 a dicembre 1987) corrispondendo 2.400.000 lire complessivi di canone di locazione.
Il 29 luglio 1984 il mostro di Firenze colpisce a Vicchio di Mugello uccidendo Pia Gilda Rontini e Claudio Stefanacci, nel settembre 1985 a Scopeti perdono la vita Nadine Mauriot e Jean Michel Kraveichvili. In entrambi i casi alle vittime femminili vengono escissi pube e seno sinistro.
Pietro Pacciani nel 1984 acquista buoni postali per un importo di Lire 8.000.000. Nel 1985 per lire 5.800.000.
Dal 24 ottobre 1985 al 6 aprile 1987 Pacciani lavorò infine, come bracciante agricolo avventizio, in tre periodi di tempo, presso la Fattoria di Luiano, a Mercatale Val di Pesa, per una retribuzione complessiva di Lire 1.600.000. Contemporaneamente lavorò presso le tenute del sig.Francesco Forlano, del sig. Dante Mocarelli a Mercatale e a Villa Verde a San Casciano.
Nel 1986 acquista buoni per lire 24.000.000 e nel 1987 per lire 27.050.000.
Dal 30 luglio 1987 al 06 dicembre 1991, Pacciani si trova in carcere per le violenze alla moglie e alle figlie.
Durante la detenzione percepisce oltre alla pensione:
-593.000 lire nel 1988
-386.000 lire nel 1989
Come riporta l’archivio dell’anagrafe tributaria. Niente consta per gli anni 1990 e 1991.
Mentre si trova presso la casa circondariale di Sollicciano, apre un libretto presso un ufficio postale di Scandicci:
Dal 10 febbraio 1989 al dicembre 1991 vi versa 18.465.000 lire. Il 12 gennaio 1993 preleva 16.000.000 di lire che versa sul conto 1190 aperto a Mercatale lasciando su quel libretto una parte dei contanti che nel 1997, con gli interessi maturati raggiungono l’importo di Lire 3.622.990;
Le figlie contribuiscono all’economia familiare? In minima parte.
Graziella Pacciani risulta aver lavorato come domestica dal 1987 al 1988 per lire 800.000 mensili, vitto ed alloggio compresi.
Rosanna Pacciani risulta aver lavorato come domestica dall’ottobre 1985 al marzo 1991 percependo una retribuzione mensile che varia dalle iniziali 500.000 lire a 750.000 lire degli ultimi periodi, vitto e alloggio compresi.
Passiamo alle pensioni di Pietro Pacciani e della moglie Angiolina Manni. Quest’ultima riscuote una pensione minima di lire 122.000 fin dal gennaio 1974 che ogni anno viene rivalutata fino all’importo di lire 659.000 che le viene liquidato per tredici mensilità nel 1997.
Pacciani usufruisce invece di un trattamento minimo INPS dal febbraio 1979.
Nel solo 1996, i coniugi Pacciani, hanno percepito 17.134.000 lire di pensioni.
16.287.000 nel 1995
15.745.000 nel 1994. E così via.
“Fermiamoci un istante su quel fiume di denaro, un fiume di denaro in relazione alle loro possibilità economiche, tutto è relativo. Parlo a ragion veduta di un fiume di denaro, perché è un fiume di denaro di allora, di 15 anni fa grosso modo, accumulato nella prima metà degli anni '80.
Io che sono un civilista prestato al penale sono andato a fare i conti con le tabelle ISTAT alla mano. Sapete per quanto si moltiplica quel denaro per avere il controvalore a oggi? Per 4,2. Fatevi i vostri conti. Vedrete che quella casa comprata nel '79 da Pacciani e pagata 26 milioni oggi vuol dire che sarebbe pagata 110 milioni. Un contadino che è stato più in prigione che sui campi, che quando ha lavorato aveva un lavoro della terra che a malapena gli consentiva di sfamare sé e quelle disgraziate delle donne che aveva con sé. Come ha fatto a mettere da parte questi soldi? Voi ci riuscireste? Non credo, perché qualche spesa l'avrà avuta anche lui, poche, però intanto andava per trattorie, si comprava la macchina, si comprava il motorino, si comprava due case, metteva da parte 160 milioni in quell'epoca. Moltiplicate per 4, vedete oggi che cosa sono..”
Avvocato Patrizio Pellegrini.

Come si giunge ai 150/160.000.000 che diventano 900.000.000 grazie al coefficiente Pellegrini?

Faccio un breve riepilogo.
Nell’estate del 1997 Pacciani dispone:
di Lire 4.050.000 in buoni fruttiferi acquistati nell’ufficio postale di Cerbaia;
di lire 27.000.000 in buoni fruttiferi acquistati nell’ufficio postale di San Casciano;
di lire 11.300.000 in buoni fruttiferi acquistati nell’ufficio postale di Montefiridolfi;
di lire 5.100.000 in buoni fruttiferi acquistati nell’ufficio postale di Contea (fraz Rufina)
di lire 3.622.990 sul libretto di risparmio dell’ufficio postale di Scandicci.
di lire 13.500.000 in buoni fruttiferi acquistati nell’ufficio postale di Mercatale

Ma ha anche due libretti postali:
Sul libretto postale n.1190 sono confluiti i 16.000.000di lire prelevati dall’ufficio postale di Scandicci che con gli interessi hanno raggiunto un totale di Lire 18.966.350

Sul libretto 1189, in data 11 agosto 1992, sono stati versati gli importi derivanti da 4 buoni fruttiferi acquistati per 4.550.000 lire che hanno reso 10.617.915 lire

Nello stesso libretto sono confluiti importi di buoni acquistati per 23.500.000 lire che hanno reso lire 50.757.665, questi dal 1992 al 1996 hanno a loro volta maturato interessi che hanno portato il totale a Lire 75.301.040.

Totale dei totali: 158.870.380 lire
Se a questi importi aggiungiamo quanto versato per le due case, ovvero 26.000.000 e 35.000.000 di lire raggiungiamo lire 219.000.000 che moltiplicati per 4,2 (il coefficiente Pellegrini) ci conducono diretti ai 920.000.000 citati dall’avvocato di parte civile e ribaditi dal dr Giuttari.
Oggi con la rete e grazie ad Antonio Segnini, che prima di me ha fatto questi conti, possiamo avvalerci di strumenti che ci consentono una rivalutazione dei capitali decisamente più attendibile.
La casa in piazza del popolo acquistata nel settembre 1979 per 26 milioni, assume un valore di 105 milioni nel febbraio 1998;
La casa di via Sonnino, acquistata a giugno 1984 per 35 milioni, assume un valore di 69 milioni nel febbraio 1998; Qui però c’è da considerare che essendo stata frazionata ed in parte venduta il valore dovrebbe essere necessariamente rivisto.
Il patrimonio mobiliare di 158 milioni nel luglio 1996, (quando vengono sequestrati), assume un valore di 163 milioni nel febbraio 1998;
Totale 105+69+163 = 337 milioni di lire
Poco più di un terzo di quanto riportato poco fa.

“Pacciani ha poi investito la somma di lire 157.890.038 in buoni postali disseminandoli tra i vari uffici del circondario (Mercatale, Montefiridolfi, San Casciano, Cerbaia, Scandicci) chiaramente per tenere nascosta tanta provenienza di denaro non sicuramente di fonte lecita.”
Recita la sentenza del 24 marzo 1998 contro Mario Vanni, Giancarlo Lotti ed altri poi ritenuti estranei.
Pacciani in realtà non ha investito 157.000.000 di lire semmai meno della metà, e comunque acquistava buoni fruttiferi presso gli uffici postali del luogo ove abitava: nel 1972 a Contea poiché viveva nel Mugello, nell’81 a Montefiridolfi perché abitava a S.Anna di Montefiridolfi, nell’82 a Mercatale poiché lì aveva stabilito residenza con la sua famiglia, nell’89 a Scandicci poiché la casa circondariale di Sollicciano si trova per l’appunto proprio in tale Comune.
Se poi avesse voluto celare eventuali importi di cui era entrato in possesso in modo illegittimo, certamente non li avrebbe sbandierati ai quattro venti quando il 23 ottobre 1987 ribadiva all’amministrazione postale, dopo averlo comunicato a tutti gli uffici postali con cui aveva rapporti, la sua volontà ad impedire che le figlie, durante la sua detenzione, prelevassero i soldi senza che vi fosse la sua autorizzazione formale.

In conclusione, il patrimonio di Pacciani ci induce davvero a ritenerlo proveniente dalla vendita di feticci strappati alle vittime del cosiddetto mostro di Firenze? O è magari la diretta conseguenza di trent’anni di lavoro e di un’avidità patologica al limite dello squallore? Ricordate vero Graziella Pacciani che raccontò quando il padre le dette da mangiare cibo per cani?
Leggendo della vita del contadino di Mercatale sarei più propenso a credere che quanto sequestratogli fosse l’esito estremo della sua arte di arrangiarsi e dell’attitudine tipica dei contadini a non gettare niente e a riciclare anche il superfluo.
Come al solito, rimango disponibile a modificare o integrare quanto esposto qualora avessi involontariamente dimenticato qualcosa, per tutto il resto usate i commenti qui sotto.
Grazie per l’attenzione, buon proseguimento.