lunedì 9 luglio 2018

L'Uomo dietro il mostro 8 di E. Oltremari

Venerdì 9 Settembre 1983 - Loc. Giogoli, Scandicci.
 
“Perdonate l’Off Topic, considerato il calore di questi giorni, ma tornerei a parlare dei delitti del Mostro di Firenze”.
E.Oltremari

Lungo Via di Giogoli, a circa 100 mt. dall’inizio della strada, troviamo sulla sinistra uno spiazzo di forma rettangolare delimitato a destra e di fronte da uliveti ed a sinistra da una siepe che si erge a ridosso di un muricciolo in parte diroccato. Al centro di questi si intravede un passo che immette in un terreno incolto. 
In mezzo allo spiazzo è parcheggiato - con la parte anteriore in direzione del passaggio verso il campo - un pulmino Volkswagen di colore verde chiaro, la cui parte posteriore dista dalla strada circa 8 m. mentre la ruota anteriore sinistra, circa tre metri e mezzo dal muricciolo. Sparsi per terra, in un vasto raggio, si rinvengono resti di riviste pornografiche in lingua italiana.
Le due portiere della cabina di guida ed il primo sportello laterale destro sono completamente aperti (sic).
Sul vetro del secondo sportello laterale destro (a cm. 20 dalla base e sempre a cm 20 dal bordo destro), una soluzione di continuo (foro di proiettile) a forma rotondeggiante con rotture radiali e concentriche con stacchi di vetro sulla parete interna.
Sul vetro fisso, per tre quarti opaco, posto a sinistra del secondo sportello, è presente analoga soluzione a cm 10 dalla base e cm 12 dal bordo sinistro. Sulla fiancata sinistra sono presenti altre soluzioni di continuo: una a bordi introflessi e precisamente sulla carrozzeria a cm. 70 dallo spigolo laterale destro e cm 90 dal bordo inferiore; una sul vetro fisso a cm 12 dalla base e a cm. 10 dal bordo della cornice destra; altra sul secondo vetro fisso a cm 9 dal bordo inferiore e cm 28 dal bordo destro.
Sul terreno sottostante il tubo di scappamento è presente una macchia di sangue coagulata mentre a metri 1,10 in verticale dalla ruota posteriore sinistra e a metri 1,30 dal tronco di una pianta posta a ridosso del muricciolo, troviamo un bossolo cal. 22 Winchester con il fondello percosso.
All'interno della cabina di guida si osservano: l'autoradio inserita sul cruscotto in funzione, sul lato destro alcune scatole di succhi di frutta aperti, sul sedile lato sinistro si trova un cuscino e sul lato destro un secondo bossolo Winchester cal. 22 con il fondello percosso.
Internamente, nella parte posteriore dove si trovano i cadaveri, troviamo: addossati alla parte posteriore della cabina di guida, una bacinella contenente indumenti vari; sul pianale, due paia di scarpe in mezzo alle quali si trova un terzo bossolo. Accatastati tra loro ci sono indumenti e coperte varie. A sinistra, un letto a due piazze su cui giacciono in parte avvolti tra le coperte in più punti macchiati di sangue i cadaveri dei due turisti tedeschi, entrambi di 24 anni.
Il primo è freddo cereo, rigido, emanante cattivo odore. È seminudo e giace supino. La testa flessa in avanti poggia con la regione occipitale all'angolo sinistro del furgone. Gli occhi sono chiusi e la bocca aperta. Gli arti superiori sono abdotti con gli avambracci leggermente piegati. Le mani con le dita flesse poggiano sulla regione epigastrica. Il volto ed il torace sono ricoperti di sangue coagulato mentre sul dorso si osservano macchie ipostatiche. 
È stato colpito da quattro colpi d’arma da fuoco: - uno in regione zigomatica mascellare sinistra, con tramite obliquo dal basso verso l’alto e dall’avanti all’indietro, interessante la base cranica e l’encefalo, con proiettile ritenuto in regione occipitale; - un colpo all’emilabbro sinistro, con proiettile ritenuto nell’arcata dentaria superiore; - un colpo tra il 1° ed il 2° dito della mano sinistra;  -un ultimo di striscio alla coscia sinistro.

Il secondo è anch’esso freddo, cereo, rigido ed emanante cattivo odore. Seminudo, giace prono con la testa rivolta all'angolo anteriore sinistro del furgone e vi poggia con la regione occipitale temporale sinistra. Gli arti superiori indotti con gli avambracci piegati cingono un cuscino in parte macchiato di
sangue. Le mani e le dita sono flesse. È stato colpito tra due colpi d’arma da fuoco: - uno in regione occipitale non oltrepassante il tavolato osseo; uno all’ipocondrio destro dal basso verso l’alto in senso latero mediale e da destra verso sinistra interessante fegato, diaframma, pericardio, cuore e polmone
sinistro, con proiettile ritenuto nello spessore del muscolo pettorale sinistro; - un colpo in regione glutei sinistra, al quadrante superiore mediale, con tramite dal basso verso l’alto e dall’avanti all’indietro, interessante il peritoneo posteriore e lo stomaco con proiettile ritenuto nello spessore della parete anteriore dell’addome.

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Se il duplice delitto dell’Ottobre 1981 può averci suggerito indicazioni circa il quando e quello del Giugno 1982 circa il dove, l’assassinio dei due turisti tedeschi del 1983 potrebbe aiutare a rispondere a quesiti circa il chi
Oramai, al nostro ottavo appuntamento, appare chiaro quali sia il nostro modo di agire: individuare le anomali, verificare in modo critico se queste possono essere definite realmente tali, domandarci il perché, inserirle nel quadro di insieme. 
Lo abbiamo fatto per i due precedenti delitti e così faremo anche per questo che, con la sua assoluta unicità in tema di vittime ci impone, preliminarmente, di sottolineare - seppur brevemente - alcune tematiche vittimologiche.
Trattare di omicidi seriali, come nel caso di specie, comporta inevitabilmente il soffermarsi su coloro che rappresentano la controparte di questo spiacevole rapporto omicidiario: le vittime. 
La vittima, nella sua personificazione, riveste per l’omicida un contenitore umano entro il quale potervi inserire svariati componenti emozionali: odio, amore, invidia, gelosia, disgusto, ammirazione, compassione
Situazioni, quindi, che ciascuno di noi, solitamente, vive nella propria quotidianità, nel naturale rapportarsi nelle relazione interpersonali. Ognuno di noi, difatti, si rapporta alle persone che lo circondano sulla base di un sentimento, anche solo unilaterale, che li lega a (o divide da) loro.
Capita, però, che alcuni soggetti - da leggersi assolutamente Perché uccidono - si mostrino incapaci di distinguere la persona dal sentimento che ne suscita così da identificare questa - in una precisa ottica di spersonalizzazione - non come una figura umano, ma esclusivamente col sentimento contenuto in questa. 
Pertanto, la vittima, perde la propria capacità di essere sentimentalmente attiva divenendo un esclusivo generatore per un moto emotivo altrui. Quando si sostiene, magari troppo superficialmente che gli psicopatici non provano emozioni o non hanno sentimenti, sbagliamo. In realtà, credono che siano gli altri a non provarli. Le vittime diventano, quindi, meri corpi inanimati i quali racchiudono un sentimento che l’omicida prova per loro. Ammassi di carne ed ossa privi di qualsiasi valore umanizzante, ormai mezzo materiale ove proiettare le proprie angosce, i propri demoni, i propri simboli ed anche i propri messaggi. 
Nei delitti del Mostro di Firenze la vittimologia è, appunto, peculiare. 
Non si tratta difatti della sola figura femminile, tanto che potremo censurare qualsiasi affermazione sulla scia de il suo reale obbiettivo tra i due era la donna come un grossolano errore di interpretazione. Così fosse, difatti, l’omicida avrebbe ricercato - come tanti altri assassini e come magari uno in particolare di cui parleremo in un prossimo lavoro come anticipato in UdM7 - le sole donne, magari da sole, di ritorno da casa o da lavoro. 
Non erano il suo interesse. Non lo erano al punto di preferire l’eventualità di doversi confrontare con uno sfidante, un avversario, un altro uomo.
La coppia. Due persone, sempre. E questa sì che diventa una nostra costante: la presenza di due vittime. Ogni volta un duplice omicidio. 
Un uomo ed una donna. Ogni volta? No. Come ben sappiamo, in questo duplice omicidio del Settembre 1983 vengono uccisi due ragazzi tedeschi in vacanza in Italia. Due uomini. 
Poco distanti dal loro pulmino - il cui van era stato adibito con una branda a due piazze a dormitorio - vengono ritrovati brandelli della ristampa di un giornaletto pornografico gay stralciato con una lama (non quindi strappato) e che non presenta segni di deterioramento dato dal tempo né da agenti atmosferici. Segno, quest’ultimo, che dovevano trovarsi lì da poco tempo. 
Questo - unito alle voci di frequentazioni da parte di uno dei ragazzi di locali dell’ambiente omosessuale, l’orecchino portato da uno di questi e comunque la  condizione di essere entrambi in mutande, l’uno accanto all’altro, prima di coricarsi - portò a far circolare la voce di una presunta omosessualità dei due e che quello stralcio di rivista fosse appunto una sorta di rappresaglia verso il mondo omosessuale. 
E qui si forma la prima delle eventualità inerenti a questo delitto: l’omicida ha ucciso una coppia di omosessuali.
Altra ipotesi, vede l’assassino sbagliarsi. Tratto in inganno dal taglio di capelli di uno dei due ragazzi, confonde uno di questi per una ragazza esplodendo i colpi verso quelli che crede essere una coppia di amanti. La domanda che ci poniamo adesso è: se l’omicida ha confuso il ragazzo per una donna, questi cosa stavano facendo? 
In sintesi, se davvero l’omicida si è sbagliato, significa che i due ragazzi erano posti tra loro in tal modo da fargli presumere che questi fossero un uomo ed una donna. Diversamente, fossero stati distanti l’uno dall’altro, magari intenti - come sembra almeno uno di questi - a leggere e senza quindi alcuna componente sessuale, perché l’omicida spara? Non uccideva coppie intente in atteggiamenti amorosi?
Quindi, lo sbaglio - se avviene - porta a due strade: o i due erano in atteggiamenti amorosi omosessuali e l’omicida spara credendo che loro fossero una coppia di fidanzati, come le altre uccise; o non erano in situazioni erotiche e l’omicida spara verso due persone che si intrattenevano dialogando prima di addormentarsi (l’autoradio era accesa) sconfessando un punto che fino a quel
momento poteva presentarsi come solidissimo, cioè la componente sessuale
Queste due ultime considerazioni pongono alla loro base la condizione di errore dell’omicida che confonde appunto uno dei due giovani per una donna. E se così non fosse?
Ripensiamo a questo ultimo delitto. 

L’avvicinarsi al finestrino del van ed il mirare da dietro di questo avrebbe comportato per l’omicida il
soffermarsi su quei corpi e così notare che benché il Rusch avesse capelli biondi (benchè per anni sia circolata la voce che il Rusch portasse la barba così da renderne improbabile l’accostamento al sesso femminile dalle foto della scena del crimine si vede chiaramente l’assenza di qualsivoglia peluria sul volto del giovane tedesco), mossi, lunghi (si fa per dire) fin poco sopra le spalle, mancava di una componente importante che solitamente contraddistingue una donna da un uomo e che per questo assassino sembra essere di notevole importanza considerando quanto compirà i due anni successivi: il seno. 
Dalle foto della scena del crimine - che ho cercato di riprodurvi in disegno nel modo più chiaro possibile - si può infatti notare che il Rusch fosse a petto nudo quando è stato attinto dai colpi di pistola. 
Difficile non notare questo particolare anatomico dal finestrino del pulmino - aiutati anche dalla luce all’interno - e strano che ciò non sia avvenuto per un assassino - come il nostro - che ha sempre mostrato un’attenzione particolare per la situazione che ricercava per colpire, cioè di una coppia intenta ad amoreggiare in macchina. Se pensiamo poi alle attenzioni rivolte in passato (1974) e nei due anni successivi (1984, 1985) al seno femminile risulta curioso che un soggetto del genere non si sia accorto che al Rusch mancasse proprio il seno e comunque avesse una corporatura diversa da quella di una donna. Perché possono essere tirati in ballo capelli lunghi che poi tanto lunghi non erano, fantomatiche barbe, presunte posizioni sessuali ma da quella distanza, un soggetto come lo sparatore, di minimo trent’anni - che magari non espertissimo ma quantomeno un corpo femminile nudo lo avrà visto in vita propria (anche solo delle sue precedenti vittime) - credo sia capace di riconoscere le differenze tra un uomo in mutande ed una donna in slip. 
Diversamente, dovremmo credere ad uno sparatore che - senza osservarne il contenuto - in modalità assalto terroristico - crivelli di colpi il pulmino senza prima soffermarsi su quanto stia accadendo all’interno. Facciamo allora nostro quanto espresso in merito al duplice omicidio del 1982: l’omicida nel suo modus operandi non può esimersi da un appostamento - non necessariamente voyeristico - finalizzato all’apprendimento dell’interno delle vetture. 
Crediamo, quindi, di poter supporre che dietro questo duplice omicidio non vi sia alcun scambio di sesso da parte dell’omicida ma una precisa coscienza di rivolgere i propri colpi verso due uomini.

Da qui, si riaprono le due vie prima citate circa la condizione dei ragazzi al momento degli spari.
Se l’assassino rivolge consapevolmente l’arma verso di loro, è lecito presumere che questi fossero in atteggiamenti similari o comunque affini a quella delle altre vittime, cioè intenti in atteggiamenti amorosi. In tal senso deporrebbe la rivista pornografica stralciata, volendo quindi scartare l’ipotesi della coincidenza di questa a pochi passi da un pulmino contenente i cadaveri di due ragazzi presumibilmente uccisi in intimità. 
Proprio tale condizione, renderebbe questo delitto in perfetta simmetria con gli altri della serie, mantenendo le circostanza fattuali le medesime per tutti ed otto i duplici omicidi: una coppia in intimità appartata in un luogo pubblico.
Insorgono già le prime voci.
E se davvero sapeva che erano uomini e voleva ucciderli perché ha lasciato i corpi intatti senza utilizzare l’arma bianca? 

Negli scorsi approfondimenti abbiamo iniziato a suggerire la scissione tra la componente omicidiaria e quella del rituale post mortem, come se questo fosse appunto accidentale ed accessorio alla prima componente data dalla morte. Nell’ultimo, quello del delitto di Baccaiano, abbiamo addirittura supposto che l’assassino non fosse interessato, in quell’occasione, ad eseguire le escissioni o che comunque, queste, non fossero fondamentali all’interno del suo iter omicidiario.
Così non fosse, l’assassino una volta sbagliato grossolanamente nel Giugno del 1982, aspetta un anno e tre mesi - insoddisfatto a causa del suo fallimento - per andare a colpire due uomini, o meglio, per non accorgersi - dopo averli osservati coperto dalle lamiere di un pulmino e da metà vetro opacizzato - che un ragazzo in mutande in realtà era proprio un uomo e non una ragazza, rimanendo così a bocca asciutta per il secondo anno di fila. Avrebbe, quindi, atteso più di un anno per rivolgere la sua pistola verso due senza prima assicurarsi quantomeno chi ci fosse dentro quel pulmino? 
Già crediamo improbabile un errore, figuriamoci due. 
Mantenendoci sulla scia di quanto detto la scorsa volta, quindi, la mancanza di ritualità post mortem sui corpi dei due ragazzi è da ricondurre ad una precisa scelta dell’assassino che - dopo aver vinto la sfida del tiro a bersaglio su questi che si muovevano all’interno del van dopo i primi colpi - manca di colpevolizzare i due giovani una volta raggiunta la loro morte. Per ciò che loro rappresentavano, per ciò che loro erano, la morte era un obiettivo più che sufficiente per l’assassino che non necessita neanche di infierire coi soliti colpi rilasciati in zone vitali alle vittime maschili in quanto la condizione di questo delitto del 1983 non ne era meritevole. Se davvero questi colpi rappresentano - ad esempio come sostenuto dal pool modenese - un accertarsi dell’avvenuta morte dei soggetti, significa allora che in questo delitto tale verifica sarebbe stata superflua in quanto la condizione soggettiva ed oggettiva di questo omicidio non spingeva la fantasia ed il disegno dell’assassino a tal punto da infierire sui corpi, ma di lasciare il suo messaggio trasparire dalla mera morte di questi e dal probabile stralcio del giornaletto pornografico (con l’uso, forse non proprio casuale, della lama). 
Ciò che le vittime rappresentavano per l’omicida - magari anche solo per una sua visione distorta del loro rapporto - è la condizione generale, comune a tutti i delitti della serie, che comporta la susseguente pena della morte: il trovarsi appartati in un luogo pubblico.
Ma ciò che invece le vittime stavano realmente compiendo al momento della loro morte, questo cambia da delitto a delitto, ricreando condizioni particolari verso le quali l’assassino conforma il proprio agire delittuoso. Non è la fantasia che muta, che si evolve; a farlo è - come vedremo più avanti - la scena che lui si trova di fronte.
In questa, l’omicida ha di fronte a sé due uomini, in mutande, vicini tra loro prima di coricarsi. Lui li crede (o li vede, come già supposto) omosessuali e già tanto basta nel suo immaginario per renderli latori di quel sentimento, di quella idea, di quel messaggio che da tempo è intento ad infrangere. Le vittime e ciò che loro rappresentano non cambiano mai. Rimangono costanti. Il nostro omicida è logico, lineare, razionale. Anche in questo venerdì sera settembrino del 1983.  
Così l’omicida spara. Come l’anno precedente e come quello prima ancora, senza errori, senza correzioni. Tutto si pone al suo posto in perfida armonia tra intenzioni ed esito. 
Ancora una volta.

lunedì 2 luglio 2018

Al di là di ogni ragionevole buon senso - Otto

Con questa puntata congediamo la rubrica "Al di là di ogni ragionevole buon senso", che tornerà a settembre con la cronologia degli eventi. Ringrazio l'autore, Francesco Cappelletti e vi auguro buone vacanze.
Flanz.

15 gennaio 2002
Il giudice Vincenzo Tricomi rilasciò la dichiarazione scritta che segue al giornalista Mario Spezi:
“15.01.02 In ordine all'episodio di cui mi si chiede, premesso il notevole lasso di tempo sbiadito ed incerto ogni ricordo, posso dire di ricordare che presumibilmente nell'inverno 1982, venne il Maresciallo Fiore con un ritaglio di giornale di cui ignoro di come e con quale modalità erano venuti in possesso i carabinieri che riferiva della conferma della condanna in sede definitiva avvenuta a Perugia. Mi chiese se era possibile acquisire il processo e io lo ritenni del tutto possibile.
Vincenzo Tricomi”

25 gennaio
Il PM, dr Giuliano Mignini, ascoltò l’ex capo della squadra mobile di Perugia: Luigi Napoleoni. Questi riferì: “La notte tra l’8 e il 9 ottobre 1985, venni informato dal questore Trio di recarmi subito nei pressi del lago Trasimeno in quanto era scomparso il dr. Narducci Francesco. Rimasi sorpreso da questa chiamata perché il questore avrebbe dovuto, a mio avviso, avvisare prima il dirigente dr. Speroni. Mi recai sul posto, mi pare a San Feliciano ed iniziammo le ricerche a bordo di un imbarcazione della Polizia Provinciale o dei Vigili, non ricordo bene, allo scopo di rinvenire la barca con la quale il Narducci, la sera prima, era partito dal molo. Le ricerche si protrassero per tre giorni senza esito, in quanto la barca non si trovava; ricordo che prima di iniziare le ricerche andammo alla darsena di San Feliciano e parlammo con un certo Trovati Giuseppe che ci raccontò della scomparsa del Narducci e non ricordo se ci parlò del ritrovamento della barca. Nel corso delle ricerche abbiamo fatto dei sopralluoghi all'Isola Polvese in quanto si era ipotizzato anche un sequestro di persona. Durante i tre giorni in cui rimasi sempre al lago, chiesi al questore di poter interrogare la moglie e i familiari, e comunque di effettuare gli accertamenti approfonditi ma il questore mi ripeteva che non erano necessari perché tanto si trattava di una disgrazia. Ciò avvenne prima ancora che fosse rinvenuto il cadavere. Il giorno del ritrovamento, che era di domenica, fui avvertito dalla sala operativa che era stato rinvenuto un cadavere nel lago Trasimeno; immaginando che si trattasse del Narducci, insieme all’agente Antonio Tardioli andai sul posto, ossia a Sant'Arcangelo di Magione, dove il cadavere fu rinvenuto tra le canne, non molto lontano dal molo. Quando arrivai, il cadavere era già stato deposto sul molo e vi era un dottoressa a me sconosciuta intenta ad effettuare la visita esterna; ricordo che il cadavere era gonfio e di colore marrone scuro, un po' saponato. Comunque non mi avvicinai mai al cadavere che era attorniato dai Carabinieri in divisa. (…)
Ricordo anche che, dopo il ritrovamento del cadavere, non ricordo con precisione quando, andai a Firenze nell’abitazione che poteva essere stata utilizzata dal dr. Francesco Narducci per ricercare parti di corpo femminili sotto alcool e sotto formalina; non ricordo l’ubicazione dell’appartamento, ricordo solo che si trattava di una costruzione non recente a più piani, non ricordo se relativa ad un condominio. Non ricordo neppure la zona dove si trovava l'abitazione; a me sembra, ma non ne sono sicuro, che siamo entrati dentro Firenze. Di quella casa ho un solo ricordo, di un corridoio, ma non ricordo chi mi ci mandò né con chi fossi, probabilmente con un collaboratore della squadra mobile. Le ricerche dettero esito negativo".

31 gennaio
Si presentò spontaneamente presso la Procura di Perugia la signora Antonietta Vetriani, Negli anni ’90 aveva conosciuto e frequentato la signora Anna Maria Bevilacqua, moglie del Presidente del Tribunale di Perugia, Dr. Mario Alessandro. Fece verbalizzare: “Nel corso della conoscenza con Anna la stessa mi parlò, circa nove dieci anni fa, della morte di questo medico e mi disse che il Narducci faceva parte di un gruppo di persone che si erano rese responsabili dell'uccisione delle coppie del territorio fiorentino attribuite al cosiddetto ‘mostro di Firenze’ (…) a dire della Sig.ra Anna, era un gruppo composto da professionisti, nel quale il Narducci, insieme ad altri aveva compiuto i delitti del cosiddetto ‘mostro di Firenze’…. Addirittura il Narducci era elemento di spicco dell'organizzazione ed il responsabile materiale dei delitti. Secondo la signora avrebbe goduto di forti coperture istituzionali. La signora, che era di origine trevigiana, esclamò in mia presenza, anche, che era protetto da quel ‘mona’ del dr. Canessa, che si accaniva contro quel povero contadino, che era Pacciani, così lei si esprimeva, perché il magistrato aveva un suo parente o amico, molto importante, medico all'ospedale di Orvieto, che era anche amico di Narducci. (..) Mi fece capire che queste cose le aveva sapute dal marito, dr. Alessandro”.  Nessun riscontro, circa tali dichiarazioni, fu possibile essendo deceduti, nel frattempo, sia la signora Bevilacqua che il dr Alessandro.

08 febbraio
La moglie di Francesco Narducci, Francesca Spagnoli, si recò presso gli uffici della Procura di Perugia per rilasciare le dichiarazioni che seguono: “Ci siamo sposati nell’81, avevo vent'anni e Francesco ne aveva 31. (…) Mio marito rimase ininterrottamente negli Stati Uniti, all’università di Philadelphia nel corso di settembre al dicembre ‘81. Finché è stato vivo non ho mai avuto modo di supporre che mio marito avesse rapporti con Firenze. (…) Leggeva il quotidiano ‘La Nazione’ e forse qualche volta ne avremo anche parlato dei delitti attribuiti al ‘mostro di Firenze’ ma non ricordo nulla di preciso. (…) Quando arrivammo al lago, a San Feliciano io o mia madre chiedemmo se Francesco fosse arrivato da solo al lago; a quella domanda Pierluca (il fratello di Francesco, ndr) reagì in modo assolutamente anomalo esclamando: ‘Non cominciate ad infangare la memoria di Francesco!’ Era circa la mezzanotte fra l’otto ed il nove ottobre 1985. (…) Ricordo che Francesco era un bravissimo nuotatore e praticava lo sci d’acqua ed il windsurf. Non ha mai avuto problemi in acqua”.

13 febbraio
Il Sostituto Procuratore di Firenze, dr Paolo Canessa, convocò Emilia Maria A.J. Questa riferì: “G.J. mi disse che anche lui aveva un amico medico. Anche questi si chiamava Francesco ed era un gastroenterologo di Perugia ed aggiunse che era bravissimo e bellissimo. (...) Ricordo che aggiunse che questo Francesco era stato allievo del Professor Morelli, che mi sembra disse era di Bologna. (...)  Relativamente al Francesco di Perugia che conosceva lui, mi disse anche che insegnava ad Harvard.  (...) G.J. non mi fece mai il cognome di questo Francesco né io mai glielo chiesi perché la cosa non mi interessava. (...) Come ho già detto questo discorso con G.J. su questo amico di Perugia lo colloco tra gli anni 81/82. Aggiungo ancora che all'epoca G.J. era spesso a Perugia, ma non ne conosco esattamente il motivo. Ricordo anche che una volta lo vidi con un’auto targata Perugia, era di colore verdolino chiaro, tipo mono-volume e lo vidi dalla finestra. Gli chiesi come l'avesse avuta e lui mi rispose che era di un amico.”

Segue...

lunedì 25 giugno 2018

L'Uomo dietro il mostro 7 di E. Oltremari

Sabato 19 Giugno 1982 - Loc. Baccaiano, Montespertoli.
Una piccola premessa.
Rinnovo ancora le scuse per il ritardo nella pubblicazione di questo pezzo che, come vedrete, non dibatterà dell’annosa questione riguardo la posizione del corpo della vittima maschile, né tantomeno della dinamica - confusa sì - di questo delitto. Sarà invece utile e fondamentale per comprendere due aspetti che saranno alla base del nostro profilo e che verranno poi interamente ripresi (anche per tal ragione la brevità del pezzo) in sede di discussione di profilazione quando verranno comparati tutti i delitti tra di loro. Come accennato in altre sedi, questo ritardo è stato dovuto all’accavallarsi di molti impegni lavorativi che mi hanno spinto a posticipare il tutto anche, e soprattutto, per potervi ora annunciare, sperando di far cosa gradita, l’uscita di due lavori in collaborazione con l’autore Francesco Cappelletti: il primo, riguardante tutte le dichiarazioni del N.M. tra di loro comparate e fatte periziare da uno psichiatra infantile; il secondo, riguardante invece la disamina di delitti irrisolti avvenuti a Firenze aventi tra le vittime giovani donne. Non si tratta dei soliti nomi noti, ma di altre figure - di pregevole interesse si ritiene - uccise con modalità similari a quelle degli anni ’80 ma risalenti anche a prima del 1968.

Buona lettura,
E.Oltremari

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Dopo circa 800 m dall’imbocco di Via Virginio Nuovo ci si imbatte in una Fiat 147 Seat di colore blue adriatico. Ha il muso rivolto verso uno spiazzo, chiuso a semicerchio, sterrato e delimitato da cespugli sito dall’altro lato della carreggiata, mentre la metà posteriore è incastrata dentro il canaletto di scolo che costeggia l’altro lato della strada. La portiera destra è aperta, mentre quella sinistra è chiusa a chiave. Il finestrino lato guidatore è frantumato con i detriti di questo sparsi all’interno dell’abitacolo. In prossimità del piolino interno c’è una striatura di sangue. 
I due fari anteriori hanno cristalli e lampade frantumate ed i vetri di queste si rinvengono sull’asfalto sottostante. 
I fanalini di posizione sotto i fari sono, uno lesionato (quello destro) mentre l’altro ha la parte bianca rotta. 

Sulla metà destra del parabrezza (37 cm dal bordo destro ed a 27 cm dalla base) si rinviene un foro di proiettile. Il contakilometri è fermo sui 23.749Km, la leva del cambio è in posizione di retromarcia mentre quella del freno di sicurezza sollevata per 3/4. Il sedile anteriore sinistro è leggermente reclinato e sia su di esso che sul divanetto posteriore si ripetono larghe chiazze di sangue. All’interno dell’auto è stato poi rinvenuto un fazzoletto di carta che era stato usato per pulire liquido seminale ed un profilattico usato, annodato e contenente liquido seminale. Sono stati repertati 9 bossoli. Tre sulla piazzola a destra della carreggiata, due sulla strada, tre davanti all’autovettura ed uno all’interno di questa. 
Il ragazzo è stato attinto da un colpo alla tempia sinistra, con tramite trasversale che attraversa la cavità cranica e si arresta, con ritenzione del proiettile, contro il tavolato osseo in regione temporale destra. Un colpo all’orecchio sinistro, con tramite obliquo dall’alto al basso e dall’indietro in avanti in senso latero mediale, con ritenzione del proiettile a livello dell’arcata dentaria superiore sinistra. Un colpo al di sotto dell’emimandibola sinistra con tramite obliquo dal basso verso l’altro in senso latero-mediale, e fuoriuscita del proiettile in regione zigomatico-mascellare sinistra. Un colpo alla spalla sinistra, posteriormente, con breve tramite nei tessuti molli e proittile ritenuto contro la scapola sinistra. Sono state inoltre riscontrate ecchimosi periorbitarie bilaterali, più accentuate a sinistra, ecchimosi alla guancia sinistra, due escoriazioni con alone ecchimotico sulla parete anteriore del torace e dell’addome ed agli arti superiori, segni di agopuntura con alone ecchimotico alla regioni sottoclaveari con numerose escoriazioni superficiali nell’area temporo-auricolare sinistra. 

Sul sedile posteriore destro, completamente vestita e con la sola cintura slacciata, c’è il corpo della ragazza. È stata attinta da due colpi di arma da fuoco, uno in regione frontale sinistra, con fuoriuscita del proiettile sulla regione frontale destra. Ed una in regione medio-frontale, con tramite penetrante in cavità cranica e proiettile ritenuto nel lobo parietale destro. Sono inoltre presenti piccole escoriazioni multiple e piccole ferite da taglio, sparse, riferibili all’azione dei frammenti di cristallo frantumato.

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Solitamente, quando si tratta dei delitti del maniaco delle coppiette, questo duplice omicidio risulta uno di quelli maggiormente discussi, tanto il dibattito che suscita in merito alla posizione del corpo del ragazzo al momento sia degli spari che del suo ritrovamento. Proprio per tale ragione - sia per evitare di ripetermi, sia per il piacere di rimandare ai tanti Autori che se ne sono meritevolmente, anche di recente, occupati - concentreremo la nostra indagine sugli spunti che, questo omicidio, si reputa possa fornire. Difatti, nuotando controcorrente, riguardo a questo duplice omicidio scriveremo pochissimo. Nello specifico: circa i luoghi dove avvengono i delitti e circa il rapporto dell’omicida con l’uccisione e l’asportazione delle parti anatomiche. Iniziamo dal primo di questi: il luogo. Sappiamo bene come questo slargo lungo una via asfaltata di traffico frequente rappresenti una scelta apparentemente inusuale se paragonata alle scene del crimine degli anni precedenti (ed in ogni caso anche in riferimento a quelli a venire). Non la si può certo definire una zona appartata, né nascosta o comunque lontana da sguardi indiscreti. Certo, non la si poteva definire una via di traffico pedonale, ma il rischio o comunque la possibilità di essere visti dalle automobili di passaggio lungo la stretta carreggiata (a doppio senso di marcia) era altamente probabile. Cosa che, oltretutto, è effettivamente avvenuto a distanza di pochi minuti (come ampiamente dimostrato nel recente “Mostro di Firenze, Al di là di ogni ragionevole dubbio" di Cochi, Cappelletti, Bruno). Quindi, è lecito domandarsi, per quale ragione l’omicida abbia deciso di colpire proprio in quel luogo così - quantomeno per il suo agire - pericoloso. Si è spesso sentito dire di un eccesso di sicurezza dell’omicida che in preda a manie di grandezza abbia voluto fare il passo più lungo della gamba Ad avviso di chi scrive, nel caso in cui la scelta del luogo fosse dovuta ad un voler mettere alla prova le proprie capacità, ci troveremmo di fronte a manie di stupidità più che di grandezza. Difficilmente, difatti, potremo ipotizzare un assassino che prima di colpire non analizzi e studi il luogo dove dovrà agire. La mancanza di segnalazioni certe, come di sicuri avvistamenti, la vicinanza delle scene alle vie principali o a nuclei abitativi fanno ipotizzare uno studio del luogo da parte dell’omicida che - probabilmente - si è ritagliato del tempo per pianificare logisticamente il delitto nell’azione di avvicinamento al luogo e soprattutto in quella di fuga. 
Pensiamo, inoltre, che l’omicida quando esce di casa per colpire, abbia con sè, quantomeno: una pistola (carica), un coltello, dei guanti, una torcia ed un contenitore per i feticci. Oggetti, questi, che se rinvenuti in auto, ad esempio, in una ispezione dovuta ad un posto di blocco garantirebbero un pass diretto per l’ergastolo. 
Davvero, quindi, vorremmo ipotizzare un omicida che ogni weekend se ne esce in macchina col suo kit per fare un giretto e se si sente di buon animo decide di colpire. 
No. È contro qualsiasi logica e buon senso. Un omicida così meticoloso, preciso, capace di un autocontrollo tanto da cadenzare annualmente i propri omicidi non condizionerebbe mai i propri delitti al casuale imbattersi in una coppia ed al non poter resistere al proprio istinto. 

Consideriamo poi la data di questo delitto: 19 Giugno. Sarà l’ultima volta, questa, che l’assassino colpirà nel mese di Giugno prima di circoscrive i suoi futuri delitti alla fine di Luglio ed alla prima decade di Settembre. La condizione per la quale l’assassino avesse voluto scegliere una condizione di maggior favore - nel caso in cui fosse passato per caso in Via Virginio Nuova e gli fosse venuto in mente di colpire - poteva essere ottenuta dal rinviare l’azione ad un momento diverso o a luogo più favorevole. Avrebbe, difatti, avuto altri tre mesi per compiere il delitto essendosi già spinto fino alle metà di Settembre. Difficile, altresì, ritenere che il suo agire fosse dettato da un impulso irrefrenabile, spasmodico. Questa condizione sarebbe difficilmente compatibile con l’ordinata cadenza con cui sembrano eseguiti i delitti. I periodi di cooling off sono regolari, quasi prevedibili se circoscritti al solo periodo estivo. Il bisogno di uccidere sembra quindi cedere di fronte alla programmaticità dell’agire. L’ordine viene prima dell’impulso. L’opportunità prima della necessità. 
Nessun delitto, ad esclusione - almeno a giudizio di chi scrive - di quello del 1985 presenta caratteristiche tali da far intuire di essere l’ultimo di una serie o comunque da far suggerire una chiusura da parte dell’autore. L’azione delittuosa si assopisce col chiaro intento di essere destata. L’agire è preordinato al raggiungimento dell’obiettivo e finalizzato all’assicurarsi l’impunità. È un assassino, questo, che uccide quando vuole (e può) farlo. Non vi è cieco furore, né raptus capaci di rendere le sue azioni come incontrollate o incontrollabili. Il delitto del 1982 potrebbe solo apparentemente richiamare condizioni addebitabili come frutto di ricerca del rischio, o di pulsioni incontrollate. Perché, invece, non vedere nella scelta di quella sventurata vettura sita in un così visibile posto, un motivo per avvalorare l’accuratezza e la maniacaleprecisione dell’agire dell’omicida. Mentre nella scorsa puntata, abbiamo trattato di quanto fosse importante e fondamentali per l’assassino quando colpire, adesso siamo costretti a colorare di tanta rilevanza il dove.

Se prendiamo per buono quanto precedentemente detto (vd. UdM 6) circa la necessità di individuare un giorno con le caratteristiche del weekend in mesi estivi (escludendo il mese d’Agosto), allora circoscriveremo ad una quindicina di momenti quelli davvero usufruibili dall’omicida. Da qui, dovremo pensare che del tempo potrebbe essere stato speso per studiare la zona dove colpire (se non il luogo preciso, quantomeno un raggio d’azione di qualche km), programmando il suo agire a quel giorno più congeniale perché, probabilmente, sebbene ci fossero tanti weekend, soltanto alcuni di questi potevano essere davvero utilizzabili (sul perché si veda sempre UdM 6). Scelto quindi il giorno, l’assassino esce di casa e si dirige verso quella zona in cui non solo è intenzionato a colpire ma dove si è preparato a farlo.
Un predatore che prepara la sua zona di caccia.
Sa dove poter lasciare il suo mezzo di trasposto per raggiungere le zone di suo piacimento. Quindi parcheggia e si incammina fino a raggiungere l’auto dei due fidanzati. E lì, spara. 
La necessità di dover colpire lo costringe a correre un rischio - seppur calcolato - che lo porta a rendersi vulnerabile ad eventuali problematiche, come di fatto succede.
E proprio qui si da prova dell’abilità dell’assassino che si costringe ad un’azione rischiosa e repentina nonostante il rischio perché quel 19 Giugno era il giorno utile per colpire e probabilmente, l’unico. L’attesa di una condizione di miglior favore non poteva essere assecondata, ma non per propria incapacità di resistere al desiderio omicida, quanto per la consapevolezza di aver studiato per colpire lì in quanto, un altro momento, probabilmente non gli sarebbe stato possibile. 
Da qui, potremo considerare l’ipotesi per la quale l’assassino non goda di molta libertà e che le sue azioni delittuose siano rese possibili solo da una organizzazione che gli permetta di usare al meglio la sua condizione di favore in un luogo da lui prescelto. 
Diversamente, dovremo considerare l’eventualità che il suo agire sia frutto di impulso ingestibile, capace di sfociare a qualsiasi ora della notte, in un qualsiasi giorno festivo o prefestivo tra giugno e metà settembre. Un impulso capace di nascere alla mera visione a lato strada di una macchina parcheggiata e dalla bramosia di andarci a vedere cosa vi era all’interno e nella speranza di trovarci dentro cosa si stava ricercando.

Perché ricordiamo che questo è il suo obiettivo, il contenuto della vettura. Sarebbe impensabile credere che l’assassino non si soffermasse ad osservare la scena all’interno della vettura per vedere se questa rispondesse o meno al suo oggetto di ricerca. In questo duplice delitto, la presenza di una macchina parcheggiata a lato di una strada trafficata non poteva immediatamente accostarsi alla coppietta in atteggiamenti amorosi. Cosa che invece poteva facilmente desumersi in tutti gli altri delitti (più peculiare la condizione dei duplici omicidi del 1983 e del 1985 di cui tratteremo in seguito) considerato dove si trovavano le vetture. 
Pertanto, a Baccaiano, ove il rapporto sessuale era appena avvenuto o doveva ancora compiersi, l’accertamento circa chi vi fosse dentro la vettura doveva essere necessario. E proprio tale accertamento avrebbe permesso all’omicida, in uno stato - almeno per ora - di quiete, di valutare la pericolosità dell’azione. Doppiamente riscontrabile nel caso si fosse accorto della coppia - difficile - passandovi prima con l’automobile, o al più della sola vettura dell  vittima maschile in quanto percorrendo la carreggiata non si godeva di una certa veduta sull’interno di questa. 
Non può esservi occasionalità nell’organizzazione e l’assassino delle colline fiorentine faceva dell’organizzazione il suo punto di forza. 
Sfumando sul secondo argomento che ci eravamo prefissati di trattare - ovvero il rapporto dell’omicida con l’omicidio stesso - la programmaticità dell’assassino viene finalizzata all’uccisione dei due giovani senza compiere alcun errore rispetto al disegno originario. 
Proprio a causa della possibilità che il giovane fosse sul divanetto posteriore e che quindi non fosse lui stesso - come ipotizzato da molti - alla guida della vettura al momento del suo incagliamento nel canaletto di scolo, si è ipotizzato che l’omicida volesse spostare la vettura con dentro i corpi in loco più isolato e più consono per eseguire le escissioni, considerando quindi la loro mancanza come un errore dell’omicida. 
È intenzione di chi scrive, invece, escludere tale possibilità. In relazione a quanto detto prima circa l’organizzazione, la preparazione, l’attuazione e l’osservazione, il rischio - seppur calcolato - già si presentava come elevato anche nella sola azione di aggregazione con l’arma da fuoco. Considerare che nel piano dell’omicida vi fosse anche l’intenzione di mettersi alla guida di una vettura dai vetri infranti e con due cadaveri al suo interno sembrerebbe un azzardo non solo eccessivo, ma anche incomprensibile. Già una volta trovatosi di fronte alla vettura sapeva che non sarebbe riuscito ad eseguire in loco le escissioni. Nel caso queste fossero state per lui essenziali, avrebbe dovuto posticipare il suo agire ad altro momento ma, forse, per quanto detto prima, non gli era possibile.
Chiediamoci quindi: se davvero il suo reale obiettivo fosse l’ottenimento dei feticci, avrebbe colpito quella sera a Baccaiano
La risposta, ad avviso di chi scrive, non potrebbe essere altro che negativa. Ancora, se il suo obiettivo fossero stati i feticci e - come è accaduto - non fosse riuscito a recuperarli, non si sarebbe corretto? Uccidendo magari nuovamente? Come nell’anno precedente ad esempio ove uccide due volte nello stesso anno magari per rimediare al pericolo che il soggetto in carcere avesse visto qualcosa e potesse parlare (o anche solo per rivendicare la paternità dei delitti). 
No, per farlo aspetterebbe un anno e tre mesi per poi uccidere due uomini e non eseguire, neanche qui, le escissioni. 
Due errori - macroscopici, se si volesse considerare il rituale post mortem come essenziale all’atto omicidiario stesso - su una serie di 8 duplici omicidi. Troppi. 
Diventati ormai fardelli impedienti qualsiasi movimento genuino, gli errori di Baccaiano e Giogoli rischiano di viziare il nostro pensiero a tal punto da indurci a considerare gli eventi del 1982 e del 1983 in senso negativo mentre - a nostro parere - non hanno niente di diverso rispetto agli altri delitti della serie. Non sono errori, non sono sbagli, non sono eccessi: sono delitti riusciti, purtroppo, come tutti gli altri. 
Con gli altri omicidi hanno in comune il chi (una coppia appartata), il dove in un luogo pubblico e la (la morte). Tanto bastano queste condizioni a far confluire questo delitto del 1982 nella scia degli altri. Le escissioni rappresentano un post alla morte da eseguirsi soltanto quando la fantasia ed il volere dell’assassino lo richiedono. Quando, in altre parole, la condizione specifica in cui l’assassino trova i due ragazzi è tale da giustificare il suo agire, non solo in senso mortifero, ma anche punitivo
conseguenza
La colpa principale comune a tutte le vittime dell’assassino di cui si discute è rappresentata dal trovarsi, per due persone, appartati in luogo pubblico ed è, questa, una condizione che si ripete, sempre, per tutti i delitti. Qui colpisce due giovani che presumibilmente avevano appena compiuto un atto sessuale (si intravedono delle mutandine leggermente abbassate ed una gonna alzata all’altezza della vita così da favorire il rapporto). L’assassino quindi non ricerca l’atto sessuale ma la circostanza della coppia appartata. Poca importa, per la prima delle colpe ovviamente, cosa la coppia stia materialmente facendo, perché quello sarà oggetto solo di una sua successiva valutazione, la quale comporterà uno step successivo del suo agire, ovvero le attività post mortem sui corpi. 
A Baccaiano l’omicida la vuole ottenere e - seppur con difficoltà - la ottiene appagando il suo desiderio e rispondendo alla sua volontà. Non vi sono errori nel che inficiano il risultato. Ci sono solo imprevisti che ne rendono più difficoltoso il raggiungimento di questo. Obiettivo che sembrerebbe oltretutto verificato dall’assassino che, come sappiamo, almeno per qualche istante si intrattiene all’interno della vettura. Nella fotografia (vd disegno), di cui vi ho riprodotto il disegno nel senso più veritiero possibile, si intravedono alcune macchie di sangue, sul collo e sulla coscia destra della ragazze che parrebbero suggerire l’impronta di una mano. 
Non è un caso che l’imprevisto arretramento della vettura sulla carreggiata opposta, fino allo sconfinamento di questa nel canaletto di scolo, siano così visti dall’assassino come una sfida aggiuntiva a quella che già il delitto in sé comportava. Le chiavi dell’auto gettate poi via lontano, rappresentano uno scarico di tensione, una esultanza per l’obiettivo raggiunto; come se nel lancio di quelle chiavi, l’omicida volesse irridere il tentativo di reazione del suo avversario, scacciando via la paura provata e la tensione accumulata. In quelle chiavi, si proiettava la salvezza del giovane, messa in atto da quest’ultimo e che solo la malasorte ne ha impedito la soddisfazione. E l’omicida, le getta via. 

In conclusione, l’omicida si presenta come un individuo che fa del luogo dove colpisce la condizione entro la quale deve necessariamente muoversi, in uno spazio di tempo ristretto e difficilmente differibile. Diventa quindi il contenitore ove inserire la dinamica da lui ricercata. Nostro compito sarà quello di tentare spiegazioni circa eventuali significati o particolari utilità che i luoghi possono avere per l’omicida, ma ciò sarà possibile farlo solo quando avremo il quadro generale di tutti ed otto i delitti. Ancora, iniziano a scricchiolare per la prima volta alcuni fondamenti, come la vitale importanza - in quanto reale obiettivo dell’omicida - dei feticci e delle attività di overkilling sulle vittime. Ci lasciamo quindi come un interrogativo, e’ un delitto, questo, che ha comunque soddisfatto il desiderio dell’omicida o no? La risposta, a nostro avviso, è contenuta nei delitti successivi.
Segue...

martedì 19 giugno 2018

venerdì 15 giugno 2018

Chi l'ha visto - 13 giugno 2018

Nella puntata trasmessa il 13 giugno 2018, la trasmissione "Chi l'ha visto" ha dedicato un servizio alla vicenda del "Mostro di Firenze/Zodiac". Interviste a Francesco Bevacqua e Paolo Cochi.

La puntata è visibile clickando qui.


Paolo Cochi ci ha inoltrato il messaggio che segue che volentieri pubblichiamo: 

"A seguito  della trasmissione di ieri sera su 'Chi l'ha visto', preciso quanto segue:

1. Ritengo che "Zodiac" ed "Il mostro" siano due persone diverse;

2. Nel mio intervento alla trasmissione  parlavo quasi esclusivamente del giorno della morte dei francesi riferendomi alla mia ricerca scientifica.  Ed alcuni accenni sulle dichiarazioni di Joe Bevilacqua al pubblico processo a Pacciani. Mie dichiarazioni son state "tagliate" nella loro totalità.

3. La lettera la trovai molto tempo fa nei faldoni del processo dell' avvocato Bevacqua e non mi colpì particolarmente.  Non trovo particolari analogie con quella del mostro. Verificai il destinatario che era il giornalista Paolo Vagheggi e che arrivò alla vecchia redazione di Repubblica di via maggio 35. Non ci vedo particolari elementi di interesse investigativo. Al limite si può pensare che il mostro si ispirasse a zodiac.

Ad ogni buon fine allego la lettera anonima , tratta da me dal fascicolo del difensore di Pacciani  e relativa perizia effettuata nel 1989 da parte della polizia scientifica."

lunedì 11 giugno 2018

Al di là di ogni ragionevole buon senso - Sette


06 novembre
Su delega della Procura della Repubblica di Firenze, presso gli uffici della Squadra mobile di Firenze, fu sentita Emilia Maria A.J. che nei giorni precedenti si era messa in contatto con le autorità per riferire fatti riguardanti la vicenda del cosiddetto “Mostro di Firenze”. Confermate le dichiarazioni sottoscritte nei verbali con data 4 luglio 1990 e 17 novembre 1990, precisò d’aver proseguito la relazione con G.J. anche dopo il suo matrimonio con Ada P. e che questi “dopo l’intervento alla testa subito a seguito di un incidente stradale” subì “un cambiamento della sua personalità, (…) come se fosse diventato schizofrenico”.
Riferì non aver dato molto peso all’amante quando la domenica dell’8 settembre 1985, gli disse “sono un mostro” ma d’aver maturato dei sospetti quando apprese che il duplice omicidio di Scopeti fu scoperto solo lunedì 9 settembre.
“Iniziai a pensare che lui comunque avesse a che vedere con la storia o meglio ancora con qualcuno che era coinvolto direttamente in quei delitti. E fu per questi motivi che, quando seppi che tale Francesco di Foligno, amico di G.J., era indicato a Perugia come “il Mostro di Firenze”, volli approfondire le mie conoscenze sul Francesco di Foligno, che seppi poi chiamarsi Narducci, interessando un’agenzia di investigazioni privata, che credo si chiamasse “La Segretissima”. Mi riferirono poi che si trattava di un medico, di ottima famiglia, una famiglia molto importante di Perugia, originaria di Foligno, che era stato trovato morto annegato nel Lago Trasimeno un mese dopo l’ultimo delitto del Mostro. Seppi anche che il Narducci insegnava all’università di Harvard in America.”

09 novembre
Emilia Maria A.J. fu nuovamente sentita presso gli uffici della Squadra mobile di Firenze. Fece mettere a verbale: “Circa l’amico di G.J. devo aggiungere che quel Francesco era stato sposato con tale Spagnoli Francesca, amica di infanzia del Narducci, almeno da come mi riferì l’investigatore privato che si interessò della vicenda, sia che il Francesco aveva studiato a Bologna dal Prof.Morelli, sia ancora che, quando morì, era stata trovata una lettera indirizzata ai familiari della quale però ufficialmente non si era saputo nulla. Risulta anche che il matrimonio del Francesco era durato pochissimo.”
(…) G.J. mi diceva che andava verso Galluzzo, senza dirmi dove, specie nel fine settimana estivi, o verso San Casciano. Devo aggiungere che negli anni fine ‘70 - inizi ‘80, G.J. andava spesso a Borgo San Lorenzo, dove una volta portò anche me, credo alla Villa Medicea.”

A Perugia fu sentito, dal PM incaricato delle indagini, il signor Nazzareno Moretti, titolare dell’omonima impresa funebre che si occupò del trasporto del cadavere rinvenuto nel Trasimeno. Riferì d’aver notato un corpo “molto gonfio” e che la dottoressa Seppoloni non gli rilasciò alcun documento per il trasporto della salma. Con il proprio mezzo, affiancato da un “funzionario di Polizia”, si diresse verso Perugia ma “giunti all'incrocio sulla Magione Chiusi, esattamente al Bivio di San Feliciano venni fermato da una donna, che credo sia stata la cognata del defunto, (presumibilmente Giovanna Ceccarelli, moglie di Pier Luca Narducci ndr), che rivolgendosi all'ufficiale diceva ‘Ha detto mio suocero di portarlo a casa’. A questo punto l'ufficiale della Polizia di Stato mi diceva di dirigermi verso l'abitazione del dottore”.
Giunti alla villa di San Feliciano il cadavere fu posto in garage dove una diversa agenzia funebre, l’impresa Passeri di Perugia, si occupò delle pratiche del caso.

Nello stesso giorno la Procura di Firenze chiese alla Procura di Perugia il collegamento delle indagini relative ai “mandanti” del “mostro di Firenze con quelle relative alla morte del gastroenterologo perugino.

21 novembre
Nel tentativo di ricostruire le fasi di recupero del cadavere dal lago Trasimeno, la Procura di Perugia fece richiesta al Comando provinciale dei Vigili del fuoco della scheda d’intervento. Purtroppo però in archivio la scheda non fu rinvenuta ed il 21 novembre si rese necessario redigere un’annotazione che riassumesse le attività compiute all’epoca. Questa fu approntata da Francesco Piceller che il 13 ottobre 1985 era tra i Vigili del fuoco intervenuti in loco.

3 dicembre 2001
Il dirigente della squadra mobile, Michele Giuttari, depositò una nota in cui vennero riepilogate le indagini fino ad allora svolte sui probabili “mandanti” dei delitti del “mostro di Firenze”, riferendo in merito agli elementi acquisiti che potevano indurre a ipotizzare un eventuale movente esoterico, nonché certe perplessità circa la morte di Pietro Pacciani. La nota si concludeva con la richiesta di ulteriori approfondimenti investigativi in merito alla morte di Francesco Narducci. Il PM pur in accordo con quanto esposto dal capo della Squadra mobile, gli chiese di attendere qualche giorno per disporre dell’approvazione del dr Ubaldo Nannucci, nel frattempo subentrato nella direzione della Procura.
La delega di indagine giunse alcuni mesi dopo: il 15 giugno. (Michele Giuttari. Il mostro. Bur edizioni)

06 dicembre
Presso la procura di Perugia furono ascoltati due dei Vigili del fuoco che si erano occupati di recuperare il corpo attribuito a Francesco Narducci: Marco Tommasoni e Francesco Piceller. Entrambi ricordarono il volto del medico come “gonfio e violaceo”; Marco Tommasoni aggiunse: “Era vestito con un giubbetto di pelle marrone, una specie di cravatta di cuoio che non ricordo se fosse attorno al colletto della camicia o sul collo nudo, aveva un orologio funzionante, in acciaio chiaro forse cromato. Ricordo che il carabiniere che era presente al momento della visita del cadavere prese il polso sinistro dello stesso portandoselo all’orecchio e disse che era funzionante. Ricordo che il cadavere era alto circa 180 cm ed era di corporatura robusta. Non ricordo che fossero stati cercati i documenti sulla salma. Ricordo che era sfrontato con capelli radi sulla fronte.”

21 dicembre
La signora Mariella Ciulli, moglie di Francesco Calamandrei, farmacista in San Casciano Val di Pesa, allertò le forze dell’ordine, riferendo che il marito e il dottor Vigna stavano coinvolgendo suo figlio Marco nell’organizzazione del nono duplice omicidio del ‘mostro di Firenze’ che avrebbe avuto luogo in località Madonna del Sasso, nel Comune di Pontassieve. Furono fatti accertamenti che non condussero a niente di concreto.
Segue...

giovedì 7 giugno 2018

mercoledì 6 giugno 2018

La vita in diretta - 05 giugno 2018



Nella puntata del 5 giugno 2018, 'La vita in diretta' dedica un lungo approfondimento alla vicenda del "mostro di Firenze" ed alla recente inchiesta di un giornalista che legherebbe il serial killer americano Zodiac al maniaco delle coppiette.
Marco Liorni ne parla con l'avvocato Chiara Penna ed il criminologo Ruben De Luca. 
Servizi di Elena Biggioggero.