giovedì 8 ottobre 2020

Quell'oscuro desiderio. Un profilo del mostro di Firenze

Autore: Cristiano Demicheli 

Prima edizione: 2020, 168pp, brossurato, Rogas

Presentazione: "Sette delitti dal 1974 al 1985, quattordici ragazzi trucidati: è questo il bilancio dell’assassino  seriale  noto  come  mostro  di  Firenze,  protagonista  del  caso criminale  più  complesso  e  controverso  della  storia  italiana.  Questo  libro  si propone  di  esaminare  la  vicenda  separando  i  dati  fattuali  dalle  illazioni,  la cronaca  dal  mito,  risalendo  alle  fonti  per  tracciare  un  profilo  dell’assassino inedito eppure plausibile."

Il libro è disponibile clickando qui.

sabato 5 settembre 2020

7 settembre 1985 - 7 settembre 2020 - Nadine Mauriot e Jean-Michel Kraveichvili


A 35 anni dall'ultimo omicidio commesso dal cosiddetto "mostro di Firenze", grazie ad una raccolta fondi, è stata installata, a Scopeti, una stele per mantenere il ricordo di Nadine e Jean-Michel ma anche di chi, ancora oggi, chiede giustizia.

Grazie a Lorenzo Franciotti, Cristina Padedda, Ciro Picchi, Valeria Maldina, Emanuele Santandrea, Giulia Totaro, Luca Tramonti, Renata Grassi, Giuseppe Di  Bernardo, Lisa Racano, Giosué Barbagli, Marco Aguzzi, Andrea Dosi, Stefano Mariani, Gian Paolo Zanetti, Giacomo Lazzerini, Roland Vola, Gerard Bonot, Vieri Giorgetti, Elisabeth Petit, Philippe Bracco, Francesca Lotti, Giulio Nesi, Francesco Innocenti, Paolo Manetti, Salvatore Maugeri, Vieri Adriani, Edoardo Orlandi, Francesca Calamandrei ma grazie anche a tutti coloro che ci sono stati vicini e ci hanno aiutato a diffondere l'iniziativa.
Francesco Cappelletti.

venerdì 4 settembre 2020

Il rosso oltre il verde. Una storia sul mostro di Firenze

Autore: Alessio Caccia

Prima edizione: 2020, 268pp, brossurato, Porto Seguro

Presentazione: La provincia fiorentina, tra il 1968 e il 1985, diventa l’inquietante scenario degli assassini di otto giovani coppie. Un’ombra scura e senza nome compie questi efferati omicidi seguendo le stesse torbide modalità, senza mai tradirsi né lasciare indizi: cosa lo spinge a lasciare una paurosa scia di sangue dentro il verde della campagna toscana, falciando le giovani vite di questi amanti?
Il mistero del Mostro di Firenze continua a essere fonte d’ispirazione, congetture e paure ataviche, spingendo a ripercorrere le sue “mostruose” gesta alla ricerca di una soluzione che sembra sfuggire eternamente. 

Il libro è disponibile clikando qui


martedì 1 settembre 2020

I canali Youtube di Insufficienza di prove


 Insufficienza di prove dispone di due canali Youtube:
-Il canale PRESS dove trovate le udienze dei processi ma anche tutto ciò che è stato proposto da emittenti televisive e radiofoniche;

-Insufficienza di prove 2.0 - Approfondimenti, profiling, interviste, eventi. A seguire l'elenco di tutte le rubriche.

FOCUS ON:
-Focus on vol. X - L'arma e le munizioni del cosiddetto Mostro di Firenze
-Focus on vol. 0 - I feticci del mostro di Firenze - Avvistamenti ed allucinazioni
-Focus on vol. 1 - Giulia Meozzi 
-Focus on vol. 2 - Emanuele Santandrea: la profilazione geografica
-Focus on vol. 3 - Elisabetta Ciabani. Come un suicidio
-Focus on vol. 4 - Luca Santucci e la scoperta dell'omicidio a Scopeti
-Focus on vol. 5 - Giampiero Vigilanti. Il legionario ed il mostro di Firenze
-Focus on vol. 6 - Siena News ed il mostro di Firenze
-Focus on vol. 7 - San Casciano era una grande famiglia
-Focus on vol. 8 - Franca Selvatici, giornalista de 'La Repubblica'
-Focus on vol. 9 - Mario Del Gamba, giornalista de 'La Nazione'
-Focus on vol.10 - Avv. Alessio Fioravanti: 'Non c'è un caso simile nella storia dei processi'
-Focus on vol.11 - Cambio di prospettiva
-Focus on vol.12 -

 TRAME:
"Il mostro di Firenze" raccontato da scrittori, giornalisti, curiosi
-Barbara Baraldi
-Donato Carrisi
-...

EVENT: 
I convegni, i seminari e le presentazioni
-Gianluca Monastra, Alessandro Cecioni e Franca Selvatici
-Gianluca Monastra presenta "Il mostro di Firenze. Ultimo atto"
-Due chiacchiere con Salvatore Maugeri
-Leggende e falsi miti vol.1
-Alessandro Cecioni e Gianluca Monastra al Pisa Book Festival
-Cecioni, Monastra, Adriani, Vaselli e Ceccherini - Prima parte
-Cecioni, Monastra, Adriani, Vaselli e Ceccherini - Seconda parte
-Il mostro di Firenze - I libri, i film, i fumetti ed i social
-La vicenda del Mostro di Firenze che tra il 1968 ed il 1985 terrorizzò l'Italia - Prima parte
-La vicenda del Mostro di Firenze che tra il 1968 ed il 1985 terrorizzò l'Italia - Seconda parte
-NESSUNO. Il mostro di Firenze, spettacolo teatrale di Eugenio Nocciolini
-L'uomo dietro il mostro di Enea Oltremari - Prima parte
-L'uomo dietro il mostro di Enea Oltremari - Seconda parte
-Incontro con il giornalista Alessandro Cecioni
-Carmen Gueye: Il mostro di Firenze. John Doe in Toscana, la storia osservata da un passante
-Francesco Narducci e le indagini sul mostro di Firenze - Dr Giuliano Mignini e dr Alvaro Fiorucci
-Davide Cannella e le indagini sul mostro di Firenze + dr Eraldo Stefani, avvocato di Francesco Vinci
-Criminologia di un'investigazione - Dott.ri Alessandro Ceci e Marco Vallerignani
-Dr Edoardo Orlandi: riflessioni in tema di modus operandi
-Stefano Brogioni - Ultime indagini, aggiornamenti e nuove prospettive
-La notte non finisce mai - D. Cannella, G. Monastra, F. Petrini - Prima parte
-La notte non finisce mai - A. Cecioni: a Villacidro da Salvatore Vinci
-Il rosso oltre il verde - Una storia sul mostro di Firenze di Alessio Caccia


DETTAGLI 
-Vol.1 - SILVIA. Salvatore Indovino ed i filtri magici
-Vol.2 - PAOLO. Mio zio Mario Vanni
-Vol.3 - Francesco Calamandrei e l'ombra nera di Francesco Narducci
-Vol.4 - La villa dei misteri
-Vol.5 - Il patrimonio di Pietro Pacciani
-Extra - Le mondane uccise a Firenze dal 1982 al 1984

 
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martedì 23 giugno 2020

'In me la notte non finisce mai'

Dopo ogni duplice omicidio del cosiddetto mostro di Firenze, centinaia di lettere anonime inondavano le redazioni dei quotidiani, le Caserme dei Carabinieri, gli uffici della Questura ed anche quelli della Procura.
Chi accusava il vicino di casa, chi il ginecologo, chi forniva indicazioni agli inquirenti, chi li insultava per l’ennesimo smacco.
Il 20 settembre 1985, tra le altre, giunge alla redazione de “La Nazione” una missiva insolita, dal testo particolarmente suggestivo e sinistro.
"Sono molto vicino a voi. Non mi prenderete se io non vorrò
Il numero finale è ancora lontano. Sedici sono pochi.
Non odio nessuno, ma ho bisogno di farlo se voglio vivere.
Sangue e lacrime scorreranno fra poco.
Non si può andare avanti così.
Avete sbagliato tutto.
Peggio per voi.
Non commetterò più errori, la polizia si.
In me la notte non finisce mai.
Ho pianto per loro.
Vi aspetto."
L’avvocato Nino Filastò, storico legale di Mario Vanni, ha sempre ritenuto questa missiva autentica e che l’autore fosse il maniaco delle coppie. Già nell’aprile del 1994 si adoperò a lungo, con la grafologa dr.ssa Valeria Zucconi, per verificare alcune analogie tra le varie lettere anonime giunte agli inquirenti.

Lo psichiatra dr Paolo Tranchina, esaminata la lettera, la ritenne perfettamente compatibile con la sindrome psicopatologica di cui dimostrava i sintomi il “mostro di Firenze”.
Recentemente, durante la realizzazione di un approfondimento sulle cosiddette “morti collaterali”, abbiamo avuto accesso ad una ricevuta rinvenuta presso l'appartamento di Luisa Meoni, trovata soffocata, presso la propria abitazione, il 13 ottobre 1984.
La ricevuta è stata compilata il 21 ottobre 1982 ed è stata emessa dalla P.I.C., Pronto Intervento Casa, il cui titolare era Salvatore Vinci.
Salvatore Vinci è stato uno degli amanti della prima vittima femminile del mostro di Firenze e a lungo indiziato d’essere l’autore dei duplici omicidi delle coppiette.
Confrontando la lettera anonima con il testo riportato nella ricevuta della P.I.C. si notano fin da subito alcune affinità tra i caratteri manoscritti.
Abbiamo chiesto un parere in merito alla dr.ssa Sara Cordella, grafologa forense senior, perito e consulente del Tribunale di Venezia, specializzata in grafologia criminologa e in grafologia dell’età evoluta.
La consulenza è stata trasmessa nei giorni scorsi presso gli uffici della Procura della Repubblica di Firenze.
Quandanche Salvatore Vinci fosse veramente l'autore della missiva anonima, non lo si può ritenere automaticamente il mostro di Firenze, potrebbe semplicemente aver voluto dilettarsi con coloro che a quei tempi lo tenevano sotto stretta osservazione; burlarsi di quanti hanno cercato di incastrarlo senza esservi riusciti. Indubbiamente la sfrontatezza e l'audacia è a dir poco singolare ma del resto Salvatore Vinci era tutt'altro che una persona banale ed ordinaria.

Le mondane uccise a Firenze dal 1982 al 1984



Negli anni in cui nella periferia fiorentina il cosiddetto Mostro di Firenze uccide giovani vittime in cerca di intimità, un altro terribile assassino dal 1982 al 1984, uccide quattro prostitute nel capoluogo Toscano: si tratta di Giuliana Monciatti, Clelia Cuscito, Giuseppina Bassi, Luisa Meoni.

Giuliana Monciatti, 41 anni, ex-ballerina di origine emiliana, vive con la madre ed una vecchia zia in via dell’Anconella.
Giovedì 11 febbraio 1982 a bordo della propria Renault Rossa, intorno alle 21:00, si reca in via del moro 27. Qui dispone di un pied à terre che condivide con Roberta.
Si prostituisce saltuariamente, perlopiù con clienti abituali.
La mattina del 12 febbraio, Roberta passa dal seminterrato per controllare che tutto sia in ordine. La porta non è chiusa a chiave come al solito. Entra nello scantinato e nota il corpo senza vita a terra di Giuliana. Ha addosso un maglione ed i pantaloni semi abbassati, gli occhi aperti; è stata raggiunta da innumerevoli coltellate al petto.
Interviene il capo della Squadra mobile dr Giuseppe Grassi ed il Sostituto Procuratore dr Ubaldo Nannucci. Da medicina legale giungono il dr Maurri e la dr.ssa Tartaro.
La perizia medico legale riporta 17 coltellate, una ha reciso l’aorta, altre hanno compromesso il fegato ed un polmone. Emorragia interna la causa del decesso.
Le indagini escludono fin da subito si sia trattato di un omicidio per rapina, benché sia sparito un borsello a tracolla con l’incasso della serata.
Le donne che furono ascoltate dalla Buoncostume perlopiù negarono di conoscere la Monciatti, altre la descrissero come una persona riservata tutt’altro che volgare ed appariscente.
Probabilmente conosceva il suo assassino Giuliana, sfortunatamente quella sera ha concesso fiducia a chi non la meritava.
L’autore del delitto è tutt’ora ignoto.

Clelia Cuscito, 37 anni, originaria di Gioia del Colle, in provincia di Bari. Ex-infermiera, vive in via Gianpaolo Orsini in un piccolo appartamento arredato con gusto moderno per l’epoca: una cucina gialla e blu, un salottino con i mobili verdi e due lunghissimi specchi alle pareti, con lampade alogene e un televisore a colori con annesso videoregistratore. Videoregistratore e due televisori anche nella camera da letto ma anche un letto tondo ed altri specchi. Tv anche in cucina e nell’ingresso un impianto stereo.
Da alcuni anni si prostituisce. Riceve a casa, dalla mattina a tarda notte. Ha clienti provenienti anche da fuori città, “un gran viavai” dicono i vicini di casa.
Mercoledì 14 dicembre 1983, Clelia viene svegliata dalla signora delle pulizie; Carla, terminato il suo lavoro, intorno alle 10:00. se ne va.
Verso le 11:00 Bruno Cuscito, fratello di Clelia, suona il campanello di via Giampaolo Orsini, deve consegnare un pacco. Nessuno risponde. Prova a telefonare a Clelia ma il numero risulta occupato. Intorno alle 14:30, allarmato, decide di passare dal retro del palazzo, scavalca la balaustra del balcone al primo piano e sfonda la porta a vetri del salottino.
Clelia giace a terra bocconi in camera da letto. Indossa scaldamuscoli di lana ed una canottiera, ha il cavo del telefono attorno al collo. È immersa in un lago di sangue.
È stata raggiunta da non meno di 15 coltellate; cinque ferite sono state inferte al collo, una ha reciso la carotide. Ha ferite da difesa agli arti superiori e sulla schiena. La perizia medico legale presume sia stata attinta da un coltello a scatto o a serramanico, un’arma robusta dalla lama tagliente e acuminata.
Gli agenti della terza sezione della squadra mobile intervenuti presso l’abitazione sequestrano una mazzetta di banconote da 100.000 lire ed escludono fin da subito il movente per rapina. La casa è sottosopra, i cassetti e molti oggetti sono buttati a terra.
Ventiquattrore dopo presso l’appartamento giungono il dr Maurri direttore dell’istituto di medicina legale di Careggi, il dr Castiglione, Dirigente del gabinetto regionale di polizia scientifica, il Maggiore di Polizia Vincenzo Canterini e il Maresciallo Andropoli.
In bagno viene rinvenuta l’orma di un piede che ha calpestato del sangue. Su di un cassetto della camera viene fotografato il palmo di una mano insanguinato.
Vengono sentite numerose prostitute ma anche tutti coloro che risultano citati in un’agendina di proprietà della vittima. Tra gli esercizi commerciali di via Giampaolo Orsini in pochi riconoscono Clelia nelle foto che gli vengono mostrate, l’unico che fornisce uno spunto investigativo interessante è Ettore R.. Ha una sartoria di fronte al portone d’ingresso del palazzo dove viveva Clelia Cuscito. Il 14 febbraio, intorno alle 10:00, mentre stava andando a fare colazione, ha notato un signore di mezz’età suonare il campanello di Clelia. Non vi ha prestato molta attenzione, non riferisce ulteriori elementi utili alle indagini.
Seguendo le indicazioni di quanti abitano nella zona vengono realizzati dalla Polizia scientifica due identikit che ritraggono due persone decisamente diverse tra loro: l’uno quasi calvo, di corporatura robusta con un vistoso giubbotto a quadri bianchi e neri; l’altro ben pettinato con un elegante soprabito grigio.
Gli identikit vengono pubblicati dai quotidiani locali giovedì 22 dicembre. Molte le segnalazioni, gli avvistamenti, le situazioni insolite messe a verbale dalla Squadra mobile; purtroppo gli elementi raccolti non hanno ad oggi fatto luce su ciò che accadde a Clelia quella mattina del 14 febbraio.
Nel corso delle indagini sul cosiddeto “mostro di Firenze”, mentre la Procura sta ancora raccogliendo elementi per il processo contro i compagni di merende, Lorenzo Nesi, amico di Mario Vanni il 26 febbraio 1997, presso gli uffici della squadra mobile della Questura di Firenze fece mettere a verbale: “Vanni mi diceva di trovarsi bene con una prostituta che abitava in fondo ai viali, al ponte di ferro, poiché questa era gentile ed educata. Questa donna, da notizie apprese dalla stampa circa 7/8/10 anni fa è stata ammazzata.”
Confermò quanto dichiarato il 28 gennaio 1999: “Quando lessi la notizia dell’uccisione della prostituta, ne parlai con Mario che mi confermò che era quella la prostituta dove lui andava e dove intendeva portarmi. Nel riferirmi ciò non notai alcun turbamento in Vanni che si limitò ad aggiungere che era un periodo che ammazzavano le prostitute.”
Gli furono mostrati gli identikit realizzati nel 1983 al che Nesi esclamò: “Questo è il Lotti negli anni ‘80! Non come è adesso. È proprio lui. Ha lo steso viso, la stessa espressione, gli stessi capelli pettinati e folti ai lati così come li portava Lotti quando aveva la Fiat 124”.

Giuseppina Bassi, Pinuccia per gli amici, ha 55 anni, è originaria di Rovigo, si è trasferita a Firenze nei primissimi anni ’60. Ex-modella, ha una figlia che si è fatta una famiglia a Milano e che certo neppure sospetta che la madre si prostituisca per mantenersi.
Pinuccia ha un appartamento in via Fiesolana ma da circa dieci anni ha preso in affitto un bilocale in Via Benedetta, a circa 300 metri da dove è stata uccisa Giuliana Monciatti l’11 febbraio 1982.
L’arredamento è essenziale: un letto da una piazza e mezzo, un tavolino con abatjour, due poltrone e un divano di broccato, un tavolinetto con una pila di riviste porno, vasi di fiori finti qua e là.
Alcuni piccoli quadri dozzinali ed una gigantografia di Marylin Monroe.
Qui riceve i suoi clienti dal primo pomeriggio fino alla notte.
Nella mattina di venerdì 27 luglio 1984, Pinuccia ha un appuntamento con un amico, Umberto Cirri, sono rimasti d’accordo di vedersi per andare assieme all’ospedale dove la moglie del Cirri è ricoverata.
Pinuccia non si presenta all’appuntamento ed il Cirri dopo averla chiamata telefonicamente più volte, intorno alle 13:00, decide di recarsi in via Benedetta. La porta del bilocale è socchiusa, in camera da letto, il cadavere nudo, supino di Pinuccia. Ha gli occhi sbarrati, è stata strangolata. Sotto il letto giace avvilito Puffy, uno yorkshire di 4 anni che pare vegliare il corpo della sua padrona.
I medici legali dr Mauro Maurri e Mario Graev datano la morte intorno alle 2:00 di venerdì 27. La vittima non ha opposto resistenza. Non ha segni di colluttazione, solo ecchimosi sul collo procurate da mani robuste.
I coinquilini la definiscono come una persona gentile e rispettosa, riservata e discreta. Non hanno udito né rumori né grida.
“Escluderei un legame con le altre mondane uccise negli ultimi due anni” dichiarò ai cronisti il Sostituto Procuratore Ubaldo Nannucci. Le modalità con cui è stata uccisa Pinuccia in effetti non hanno niente a che vedere con la sorte subita dalla Monciatti e dalla Cuscito.
Interrogati amici, clienti e mondane della zona, la Squadra Mobile arresta Salvatore F., che viene accusato di sfruttamento della prostituzione e indiziato dell’omicidio.
Il 20 ottobre 1984 il giudice istruttore dr Stefano Campo rinvia a giudizio Salvatore F. per sfruttamento della prostituzione ma stralcia il procedimento riguardante l’omicidio volontario.
Salvatore F il 28 novembre 1984 è stato condannato a un anno e cinque mesi di reclusione e 400.000 lire di multa “per aver sfruttato Giuseppina Bassi facendosi consegnare somme di denaro fino al 26 luglio 1984”. Il nome di chi ha ucciso Pinuccia è a tutt’oggi ignoto.

Luisa Meoni ha 46 anni, da tre si è separata dal marito. Ha una figlia di nome Barbara che vive con il padre poiché così ha stabilito il Tribunale.
Barbara, 11 anni, sta con la madre il giovedì, il sabato e la domenica di ogni settimana.
Luisa abita in Via della Chiesa, nel quartiere fiorentino di San Frediano, in una piccola abitazione al primo piano costituita da due vani più servizi. Si prostituisce a casa ma adesca i clienti nella zona della Stazione.
Il 13 ottobre 1984, Adriana S., intorno alle 11:00, viene accompagnata dal marito Lando L. presso l’abitazione della Meoni. Dal mese di aprile del 1983 si occupa delle pulizie e di sbrigare alcune commissioni per la Meoni. Giunta in via della Chiesa, pur disponendo delle chiavi dell’appartamento, Adriana suona il campanello ma nessuno risponde. Decide quindi di recarsi nel bar vicino per una colazione con il marito. Fa ritorno in via della Chiesa, chiede a Lando di seguirla. Sale una breve rampa di scale, apre la porta di casa e trova l’appartamento a soqquadro.
Qualcuno ha rovistato nei cassetti e negli armadi, sul letto è stato riversato il contenuto di alcune borse ed adagiata l’anta di un comodino.
 In camera da letto, giace a terra supina, Luisa Meoni. Indossa un golf di lana azzurro le cui estremità delle maniche sono annodate con doppio nodo. Ha addosso collant, slip ed una gonna di velluto nero. Ha al polso un orologio Kessen fermo sulle ore 6:00.
È stata soffocata da una garza avvolgente del cotone idrofilo applicata alle aperture aeree.
Sul tavolo di cucina vengono rinvenuti tre piatti da dessert, tre bicchieri, un bottiglione semivuoto di vino bianco ed un portacenere con vari mozziconi di sigarette.
Nel lavandino del cucinotto, perlopiù in ordine, vi sono tre bicchieri per liquore, tre piatti fondi e due piani sporchi di cibo consumato.
La perizia medico legale affidata al dr Mario Graev riporta la pressoché totale assenza di lesioni ed un decesso dovuto ad asfissia meccanica per chiusura delle aperture aeree (naso e bocca).
Presume che lo stato di ebbrezza alcolica era tale da non consentire alla vittima alcuna resistenza.
Delle indagini si occupa il Sostituto Procuratore dr.ssa Emma Boncompagni coadiuvata dal nucleo operativo carabinieri di Firenze.
Sulla la scena del crimine non vengono rinvenute impronte utili ad eventuali esami comparativi.
Vengono repertati alcuni monili di scarso valore;
-3 cartucce calibro 6,35;
-440.000 lire in contanti
-6 fotografie effigianti un certo Fabio per il quale la Meoni pare avesse una leggera infatuazione;
Questi viene sentito fin da subito ma viene ritenuto del tutto estraneo all’episodio delittuoso.
Dalle indagini emerge che l’omicidio non è stato consumato né a scopo di rapina, né a fine maniacale. Si pensa ad una vendetta ad opera di chi la Meoni, tempo addietro, aveva segnalato alla Polizia come suo protettore ma la pista pare non trovare sufficienti riscontri.
Delle indagini si occupano anche il Maresciallo Congiu ed il Tenente Colonnello Nunziato Torrisi a lungo impegnati nella ricerca dell’assassino che la stampa ha definito “il mostro di Firenze”, a cui certo non è sfuggita, tra gli oggetti repertati in casa della Meoni, una ricevuta della PIC, Pronto Intervento Casa, il cui titolare è Salvatore Vinci.
Salvatore Vinci è stato amante della prima vittima femminile del mostro di Firenze ed a lungo indiziato d’essere l’autore dei duplici omicidi delle coppiette.
Il primo settembre 1987, il Sostituto procuratore Emma Boncompagni, trasmette il fascicolo processuale relativo a Luisa Meoni al Giudice Istruttore dr Mario Rotella per valutare l’opportunità di unirlo al procedimento relativo al mostro di Firenze che vede indagati molti dei soggetti legati alla cosiddetta “pista sarda”. Il 13 dicembre 1989 il Giudice Istruttore dr Mario Rotella con una sentenza ordinanza di oltre 160 pagine dichiara non doversi procedere contro Salvatore Vinci e gli altri imputati e riguardo a Luisa Meoni afferma:
“Singolare è anche l'accostamento della circostanza del ritrovamento di una ricevuta della ditta del Vinci, datata 1982, in casa di Meoni Luisa, uccisa da ignoti il 13 ottobre 1984, con il fatto che, sentito dai carabinieri intorno al suo alibi circa l'omicidio dei tedeschi in via di Giogoli (9 settembre 83), Vinci abbia asserito di avere proprio la sera di quel duplice omicidio, effettuato (alle ore 16) un intervento in via della Chiesa, edificio occupato dalla Meoni. Il teste Casini ha dichiarato al P.M., il 19 aprile 1985, circostanze tali da far stimare una relazione con la prostituta uccisa. Nel rapporto si formula un'ipotesi di lavoro, che non si è avuto modo di vagliare con attività istruttoria, apparendo l'omicidio della Meoni caso di per sé complesso, sottoposto ad altra attenzione, e non direttamente connesso con quelli in oggetto.”
Ed anche il caso di Luisa Meoni è finito negli archivi della Procura della Repubblica tra gli episodi omicidiari senza colpevole. Ci vorrebbe proprio un detective come Henry Bosch che si occupa di vecchi casi irrisolti.

“Sembra una maledizione”, come ebbe a scrivere Franca Selvatici de “La Repubblica” diversi anni addietro: molti dei delitti avvenuti a Firenze sono ripetizioni di altri delitti. Lo sono gli omicidi del mostro di Firenze, lo sono i delitti delle prostitute come lo sono i due omicidi rimasti irrisolti di Gabriella Caltabellotta e Miriam Ana Escobar, ma di questi ne parliamo la prossima volta.

giovedì 28 maggio 2020

Dardano Sacchetti e gli affreschi della Taverna del Diavolo di Giuseppe Di Bernardo

Quattro chiacchiere con il maestro del brivido a proposito della vicenda del Mostro di Firenze
Da qualche tempo, tra i mostrologi, circola la voce che l'autore degli affreschi della Taverna del Diavolo sia stato niente meno che il famosissimo Dardano Sacchetti, sceneggiatore di film indimenticabili come "Reazione a catena", "Dèmoni", "Quella villa accanto al cimitero", Paura nella città dei morti viventi", "L'aldilà", "Sette note in nero" e tantissimi altri. La leggenda lo vuole nei primi anni settanta attivo sul territorio fiorentino per la realizzazione di un film insieme a Dario Argento. Alloggiato in una delle stanze sopra il ristorante, ne avrebbe illustrato magistralmente le pareti, rappresentando un esercito di demoni che, guidati da Satana seduto su un trono regale, li guidava alla conquista del mondo. Nel 1981, non lontano da quel ristorante, un demonio in carne ed ossa era fuggito dall'inferno per mietere le sue giovani vittime nella campagna fiorentina. Per gli appassionati della vicenda del Mostro di Firenze, l'idea che un maestro del brivido come Dardano, avesse anche dipinto l'orda dei demoni che sgorga dall'inferno alla conquista del mondo, proprio in uno dei luoghi più misteriosi legati alla vicenda, sembrava la perfetta quadratura di un diabolico cerchio. Bisognava indagare. Preso il coraggio a quattro mani e con sfacciataggine unita a un profondo timore reverenziale, sono andato a chiedere lumi direttamente all'interessato. Dardano, gentilissimo come solo i grandi sanno essere, mi ha risposto così:
"Caro Giuseppe, credo sia una leggenda metropolitana. So fare tante cose tranne disegnare. Non sono il pittore, mi dispiace".Nello scambio di messaggi, però, il maestro mi ha raccontato di essere un appassionato della vicenda del Mostro di Firenze e ho quindi colto l'occasione per fargli alcune domande da condividere con voi. 
Carissimo Dardano, benvenuto su Insufficienza di prove. Insomma, non sei tu l'autore degli affreschi della Taverna del diavolo a firma "Sacchetti".
Primo non so cosa sia la “Taverna del diavolo” né dove sia. Secondo non so disegnare una riga dritta neanche con la squadra, per me l’ affresco è quando metti il vino bianco a rinfrescare d’estate, ma devo dire che la cosa mi lusinga. Pensare che qualcuno mi veda come un “pittore” di mostri dà un senso ai miei poveri sforzi di scribacchino che ha cercato di mettere un po’ di strizza in anime fragili.

Mi hai raccontato di esserti appassionato, all'epoca, alla vicenda del Mostro e di avere ancora uno scatolone pieno dei ritagli di giornale che ne trattavano. Ti andrebbe di raccontarci come ti sei avvicinato a questa storia spaventosa? Sono un grande “collezionista” di cronaca. Fin da giovane, mi appassionavo ai “casi” più o meno celebri. A 18 anni andavo in tribunale ad assistere ai processi (ricordo parecchie udienze del caso Bebawi), ricordo che leggevo di tutti quei delitti di “mondane” (come venivano pudicamente chiamate allora le prostitute) ed era più che evidente che in alcuni casi poteva esserci la mano di un feroce serial killer, ma la polizia non ha mai indagato da questo punto di vista, pensandoli come delitti occasionali che non valeva la pena di indagare. Il primo caso in assoluto ad appassionarmi (ed ero adolescente) fu quello di Antonietta Longo, la decapitata del lago. Il corpo fu ritrovato, la testa mai. Lei era una cameriera e tutti dissero che il taglio della testa era stato fatto con perfezione chirurgica. Del resto in quegli anni ad anatomia patologica c’erano due fratelli (terza generazione di semplici lavoratori) ma che in effetti facevano le autopsie. Ereditarono dal padre (che si occupò delle bambine uccise nel famoso caso Girolimoni, anche quello non risolto). Di più, ho cominciato a leggere gialli che avevo dieci anni. Età in cui al paesello natio mi fecero fare la prova del coraggio al cimitero a mezzanotte, stesso paesello e stesso cimitero dove accompagnai mia nonna a riconoscere ed aprire la bara del nonno morto da più di 50 anni, lei lo aveva fatto già tre volte di notte e clandestinamente. Insomma il giallo e il macabro sono state le mie balie sin dai primi anni. Gialle sono le prime storie che ho scritto ed è ovvio che quando arrivò il “mostro di Firenze” non vedevo l’ora di azzannarlo e spolparlo.

Hai frequentato Firenze in quegli anni? Se sì, che ricordo porti con te di questa città che, come Mario Spezi diceva, è sia la città del bello che la città del Mostro?  Cosa pensi della vicenda dell'assassino delle coppiette?Non ho frequentato Firenze, se non per un paio di pomeriggi portando i figli piccoli a vedere le meraviglie della città.  Tutto secondo me risale al primo omicidio, avvenuto una decina di anni prima quando la donna scopava con l’amante avendo in macchina il figlio piccolissimo di pochi anni. La chiave in parte sta lì, l’altra la devi cercare nella massoneria e nel depistaggio fatto ad arte dalla polizia o, meglio, da uno o due alti dirigenti più un magistrato almeno.

La storia del Mostro di Firenze sembra essere stata scritta da uno sceneggiatore: un assassino imprendibile che commette delitti identici, quasi come se incarnasse il maniaco protagonista del cinema horror dell'epoca.
Cazzate. Nessuno sceneggiatore sarebbe in grado di scrivere una storia del genere, gli sceneggiatori (tutti) rielaborano pezzi sanguinanti di delitti reali. Qualcuno con genialità, altri con troppa superficialità e frettolosità. Alcuni, come me, che amo i cocktail, spesso fa dei fritti misti. Amo prendere parti di delitti diversi e mescolarli, fare una sorta di puzzle… come in realtà sembra la vicenda del mostro di Firenze, ma ho sempre sentito puzza di bruciato, come se qualcuno, abilmente, per nascondere la verità (magari molto più banale ma utile a coprire colpevole o colpevoli importanti) abbia “ricostruito” la storia in modo da creare un mainstream… i compagnucci di merenda, tesi che non mi ha mai convinto… i due  potevano essere dei necessari manovali o più semplicemente dei “guardoni” che hanno sniffato cose… ma non avevano le capacità per confondere le acque, nascondere le prove e continuare a colpire. Solo chi credeva di avere, o aveva, l’impunità poteva agire in quel modo.

Per il tuo lavoro hai mai tratto ispirazione dalla vicenda, ma soprattutto, hai mai avuto l'impressione che l'autore dei delitti prendesse ispirazione dal cinema? In fondo, l'aggressione da parte di un maniaco ai danni di una coppia impegnata in un rapporto sessuale era un elemento ricorrente in quelle pellicole. No, mi sarei volentieri occupato della vicenda ma non è accaduto. Ho fatto più di quattro anni di "Telefono giallo" (oltre 25 casi), ho conosciuto giornalisti di cronaca nera, poliziotti, ufficiali dei carabinieri, magistrati… il mostro di Firenze era una sorta di tabù. Il mostro non aveva bisogno del cinema per attuare i suoi delitti, era il cinema che ne aveva bisogno.
Daria Nicolodi, in una intervista, dice che a lei e a Dario Argento era passato per la testa di fare un film dedicato all'assassino di Firenze. Ti è mai stata ventilata una opportunità del genere? Ti sarebbe piaciuto? Cosa pensava il mondo del cinema di questa triste vicenda? Se ne parlava tra addetti ai lavori?
Che Daria e Dario potessero avere interesse per il mostro di Firenze mi sembra una cosa scontata ma, così d’acchito, direi che la cosa interessava più Daria che Dario… Dario ha bisogno di elaborare i suoi input ed ha una metabolizzazione molto lenta, Daria al contrario subisce il fascino di certe situazioni (come tutte le donne, del resto la “favola” della bella e del mostro sta lì a dimostrarlo).

Quali delle numerose "piste" ti convince di più? Pacciani unico colpevole? Compagni di merende? Pista sarda? Setta esoterica? Un grande chirurgo sfuggito alle maglie dell'indagine? Oppure, visto che gli sceneggiatori sono abilissimi a unire i puntini in modo originale, hai una visione dei fatti tutta tua? Ti va di raccontarcela? D’istinto escluderei la pista sarda (solo uno sfioramento) e anche i compagnucci di merende (che però hanno più che sfiorato la storia). Mi intriga molto la storia dell’affogato nel lago ritrovato giorni dopo, anche la setta esoterica… ma la vedo più come una combriccola di buontemponi, dei VERI compagni di merenda (gente per bene, importante) in mezzo ai quali c’era il maniaco che a un certo momento ha cominciato a sbreccare… il problema è: che fine hanno fatto i trofei?

Domanda di rito: stai lavorando a qualcosa in particolare?
Lavoro sempre, lavorare per me è come respirare, mi tiene vivo. Scrivo soggetti, storie, abbozzi di romanzi, poesie, cazzate e bagattelle… cose così.
Salutiamo il maestro Dardano Sacchetti ringraziandolo per la disponibilità e torniamo a indagare per scoprire chi sia stato l'autore degli affreschi della Taverna del Diavolo. Cosa c'è di più affascinante di un mistero nel mistero?
Giuseppe Di Bernardo

Giuseppe Di Bernardo scrive e disegna fumetti dal 1994. Con Carlo Lucarelli e Mauro Smocovich, ha creato il personaggio a fumetti "Cornelio - Delitti d'autore", insegna a The Sign - comics & arts Academy di Firenze e dal 2002 disegna le avventure di Diabolik. È autore, per le Edizioni Inkiostro, di una  graphic novel ispirata ai delitti del Mostro di Firenze.

venerdì 8 maggio 2020

I soldi di Pietro Pacciani



“Sul livello intellettivo Pacciani era fortissimo, lo dimostrano anche la sua condotta processuale e questi messaggi più o meno criptici che lui in momenti topici delle indagini a suo carico e del processo lanciava, gli altri erano gli esecutori materiali, lui era ad un livello leggermente superiore, tant’è che a lui trovammo tutti quei beni immobiliari e finanziari che nel ’97 da una ricostruzione fatta da un avvocato di parte civile avevano il valore come potere di acquisto, se non ricordo male, di 900.000.000 di lire." Michele Giuttari ex dirigente della squadra mobile.


Gli accertamenti sul patrimonio di Pietro Pacciani hanno inizio il 20 maggio 1996, quando il dirigente della Squadra Mobile scrive alla Procura della Repubblica di Firenze poichè: “...si ha motivo di ritenere che le diponibilità finanziarie di Pacciani possano ragionevolmente provenire dall’attività delittuosa in ordine alla quale è indagato”.
Nel suo ultimo libro, il dr Giuttari, indica l’intuizione che lo spinse a verificare la provenienza di quanto in disponibilità del contadino di Mercatale: “Mi torna in mente la dichiarazione di Lotti secondo cui un “dottore” pagava Pacciani per ottenere i feticci delle povere vittime. E infatti cominciano ad affiorare elementi per stabilire che i delitti sono stati compiuti su commissione.”
Vediamo allora come si è evoluto e da cosa era costituito il patrimonio del contadino di Mercatale.
Durante la sua detenzione per omicidio ai danni di Severino Bonini, avvenuta dal 16 aprile 1951 al 04 luglio 1964, Pacciani richiese, al Ministero di Grazia e giustizia, il rimborso delle spese di viaggio per i propri familiari ogniqualvolta questi andarono a trovarlo in carcere.
Lo stesso richiese all’Ente comunale di Vicchio e al patronato, sussidi ed aiuti finanziari per la sua famiglia “in quanto poveri”.
Lo stesso sindaco del Comune di Vicchio il 14 novembre 1963 certificò che Pietro Pacciani “è nullatenente e povero ai sensi di legge”.
Da un estratto della pratica di liberazione di Pietro Pacciani, redatta dalla Casa circondariale di Padova il 4 luglio 1964, si evince, che al momento della scarcerazione, Pacciani disponeva di Lire 350,000, circa 4 mesi di stipendio di un operaio dell’epoca.
Della sua attività in carcere si legge in uno dei suoi tanti memoriali, da cui si percepisce senza alcun dubbio un’esuberante operosità.
“Appena finito il processo e appello chiesi di essere trasferito al penale a lavorare o in colonia e così feci. Girai diverse case penale, sempre lavorando e riportando sempre la buona condotta e inoltre dopo il lavoro della impresa della amministrazione, la sera dopo cena, lavoravo due ore in proprio, facevo dei cofanetti per soprammobili in celluloide decorati e imbottiti in velluto seta, col carillon e ballerina. I primi furono messi in mostra fuori dal carcere alla porta, poi una ditta di mobili mi appaltò il lavoro e si fissò il prezzo fisso. Non facevo a tempo a farli che venivano richiesti. Ne feci molti e altra roba di bigiotteria e tutto quello che guadagnavo lo mettevo da parte, mangiavo solo la sboba che mi passava il carcere.. In questi 13 anni feci molti mestieri, rivestivo le damigiane, S.Gimignano, ad ancona, a scuola di falegnameria riportando i massimi voti, 10 e lode. Pianosa il panettiere, poi a Torino il tessitore, poi all’Asinara richiesto come panettiere, poi fui richiesto a Padova come meccanico a fare le bicilette, impiegato alla sardatrice e ci persi metà della vista poi venni in libertà per il condono e l’amnistia.”
Sempre dai suoi memoriali apprendiamo che, uscito di carcere, trovò lavoro presso la calzoleria del signor Marmugi, a Vicchio per poi venire assunto dal Comune come stradino. Di questo impiego accenna anche Giampiero Vigilanti, odierno indagato, in un’intervista rilasciata al “Gazzettino del chianti” il 30 luglio 2017: “All’epoca il Comune faceva fare dei lavori ai residenti per guadagnare qualcosa, rimettevano le strade, spaccavano le pietre. Pacciani dopo aver fatto il suo turno, volle fare anche quello che spettava al mio babbo mandandolo via, tanto che il babbo si arrabbiò molto.”
Dal 1965 al 1968 Pacciani lavorò, presso il podere “Casino Particchi”, sito in località Badia a Bovino, nel Mugello; gli fu concesso l’uso di un’abitazione a titolo gratuito e divise il raccolto e gli importi derivanti la vendita del bestiame con il proprietario del fondo.
La moglie del titolare, Gabriella P., sentita il 14 agosto 1996, riferì: “il reddito del podere era appena sufficiente a mantenere una famiglia”.
Verso la fine degli anni ’60, inizio ’70, Pacciani lavorò per circa tre anni, sempre come mezzadro, presso un podere in località Casini di Rufina, da cui, a dire di una delle figlie del titolare, Leda L., Pacciani poté ricavare “l’indispensabile per il fabbisogno di una famiglia”.
Dal 28 aprile 1972 al primo febbraio 1973 Pacciani acquista buoni fruttiferi presso l’ufficio postale di Contea, frazione di Rufina, per un importo complessivo di 5.100.000 lire. Probabilmente parte di questi denari appartenevano alla madre che morì nel 1971, si spiegherebbe la facoltà a riscuoterli attribuita anche alla sorella Rina Pacciani Caminati. L’importo per i tempi è tutt’altro che irrisorio considerato che una Fiat 500, nel 1972, costava 660.000 lire.
Dal 2 aprile 1973 al 31 dicembre 1981, Pacciani lavorò presso l’azienda agricola “Rosselli Del Turco”. Fu inquadrato come operaio agricolo specializzato a 40 ore settimanali e gli fu concesso un alloggio in comodato gratuito.
Niente risulta circa quanto riscosso da Pacciani dal momento in cui fu assunto (aprile 1973) fino al 1976, ma dal 1977 al 1981 percepisce 26.217.912 lire:
1978 (relativo al 1977) – Lire 5.913.270
1979 (relativo al 1978) – Lire 4.293.383
1980 (relativo al 1979) – Lire 5.583.115
1981 (relativo al 1980) – Lire 5.007.741
1982 (relativo al 1981) – Lire 5.420.403
Giampaolo Rosselli Del Turco, in un verbale del 25 giugno 1996, riferisce: “Il rapporto di lavoro con il Pacciani si risolse su esplicita richiesta di questi, che, il 7 novembre 1981, fece pervenire ai miei genitori una lettera con cui manifestava la volontà di concludere tale collaborazione adducendo di essere affetto da artrosi. Il rapporto così cessò il 31 dicembre 1981 ed il Pacciani ebbe la buonuscita che gli competeva.” Buonuscita pari a lire 9.465.000.
Il 30 settembre 1979 acquista un’abitazione in piazza del popolo a Mercatale per 26.000.000 di lire, costituita da un vano ad uso garage al piano terra e tre vani al primo piano compresa cucina oltre accessori.
Il prezzo pattuito fu saldato: "2.000.000 in contanti al compromesso che ebbe luogo il 24 gennaio 1979, 8.000.000 con assegno e 16.000.000 in contanti il 30 settembre 1979, quando firmò il contratto di acquisto.
L’abitazione fu intestata alle figlie Rosanna e Graziella.
Le vittime degli omicidi dell’agosto del 1968 e del settembre ‘74 non hanno subito escissioni pertanto occorre escludere che la casa sia stata acquistata con i proventi derivanti dalla vendita di feticci.
Nel 1981, ed esattamente il 15 giugno, Pietro Pacciani acquista altri buoni fruttiferi, questa volta presso l’ufficio postale di Montefiridolfi per un importo di 2.800.000 lire. Una settimana prima è avvenuto l’omicidio di Carmela De Nuccio e Giovanni Foggi a Mosciano di Scandicci. Alla vittima femminile è stato escisso il pube. La medesima sorte la subisce Susanna Cambi nell’omicidio del 22 ottobre 1981.
Nella notte del 19 giugno 1982 vengono uccisi a Baccaiano Antonella Migliorini e Paolo Mainardi. Non vengono effettuate escissioni ma Pacciani, dal marzo 1982 al novembre 1982, acquista comunque buoni fruttiferi, questa volta presso l’ufficio postale di Mercatale per un importo complessivo di lire 10.550.000.
A dicembre 1982, Pietro Pacciani dette indietro una Fiat 600 comprata usata alla fine negli anni ’60 ed acquistò in contanti per Lire 6.000.000 una Ford Fiesta. Disponeva anche di un motorino Cimatti 48 che gli fu dato da un fabbro di Montefiridolfi per avergli dissodato l’orto.
Nello stesso mese inizia a lavorare e fino alla prima metà del 1984, come operaio avventizio agricolo presso la famiglia Gazziero. Paola C., moglie del Gazziero, riferì che le prestazioni lavorative erano state saltuarie e con una retribuzione di 5/6000 lire l’ora. Niente è dato sapere su quanto percepito complessivamente da Pacciani che indica il tenore del suo lavoro in uno dei suoi memoriali: “Arrivavo lì alle 7 di ogni mattina e tornavo a casa alle 6 di sera. Ero l’unico operaio, lavoravo 10 ore al giorno con lo straordinario, gli lavoravo la vigna, gli facevo il vino, l’olio, l’orto, il giardino, tenendogli l’azienda in perfetto ordine. Mi volevano bene e mi facevano pure dei regali oltre la paga.”
Il 9 settembre 1983, il cosiddetto mostro di Firenze uccide a Giogoli: Uwe Jens Rusch e Horst Meyer. Non vengono effettuate escissioni ma Pacciani, da febbraio a settembre 1983, acquista comunque buoni fruttiferi per un importo di Lire 6.200.000.
Il 22 marzo 1984, Pietro Pacciani acquistò: “porzione di vecchissimo fabbricato di abitazione che le parti dichiarano in pessime condizioni di conservazione e manutenzione, costituita da un piccolo quartiere al piano terreno, privo di impianto di riscaldamento e scadente nelle finiture, composto di tre vani utili (compresa la cucina) e WC e con annessi due piccoli locali ad uso sgombro e ripostiglio, in separato corpo, con latrina, non comunicanti tra loro e disimpegnati da un corridoio-passaggio coperto nonché piccolo resede di terreno coperto.”
Si tratta di proprietà ubicata a Mercatale Val di Pesa, in Via Sonnino, per la quale versa tramite assegni postali Lire 35.000.000: “5.000.000 al compromesso, 7.000.000 il 26 marzo 1984, 23.000.000 al rogito notarile che fu stipulato il 30 giugno 1984.”
L’architetto Andrea P., che realizzò le planimetrie e presentò per Pacciani la domanda in Comune per effettuare opere di modifica e di risanamento, riferì non aver mai percepito il proprio compenso.
Per l’esecuzione dei lavori, Pacciani si avvalse della collaborazione di un suo amico, tale Giuliano P., per cui non risulta alcuna retribuzione versata.
Dopo i lavori di ristrutturazione l’abitato fu diviso in due appartamenti uno dei quali fu venduto il primo marzo 1986, al sig. Luciano M. Non è dato sapere l’importo versato dall’acquirente.
L’altro fu dato in affitto negli anni '85/'86 alla signora Elena B per un canone mensile di Lire 300.000 e poi ad un gruppo di ragazzi che lo usarono come sala prove per poco più di un anno (da novembre 1986 a dicembre 1987) corrispondendo 2.400.000 lire complessivi di canone di locazione.
Il 29 luglio 1984 il mostro di Firenze colpisce a Vicchio di Mugello uccidendo Pia Gilda Rontini e Claudio Stefanacci, nel settembre 1985 a Scopeti perdono la vita Nadine Mauriot e Jean Michel Kraveichvili. In entrambi i casi alle vittime femminili vengono escissi pube e seno sinistro.
Pietro Pacciani nel 1984 acquista buoni postali per un importo di Lire 8.000.000. Nel 1985 per lire 5.800.000.
Dal 24 ottobre 1985 al 6 aprile 1987 Pacciani lavorò infine, come bracciante agricolo avventizio, in tre periodi di tempo, presso la Fattoria di Luiano, a Mercatale Val di Pesa, per una retribuzione complessiva di Lire 1.600.000. Contemporaneamente lavorò presso le tenute del sig.Francesco Forlano, del sig. Dante Mocarelli a Mercatale e a Villa Verde a San Casciano.
Nel 1986 acquista buoni per lire 24.000.000 e nel 1987 per lire 27.050.000.
Dal 30 luglio 1987 al 06 dicembre 1991, Pacciani si trova in carcere per le violenze alla moglie e alle figlie.
Durante la detenzione percepisce oltre alla pensione:
-593.000 lire nel 1988
-386.000 lire nel 1989
Come riporta l’archivio dell’anagrafe tributaria. Niente consta per gli anni 1990 e 1991.
Mentre si trova presso la casa circondariale di Sollicciano, apre un libretto presso un ufficio postale di Scandicci:
Dal 10 febbraio 1989 al dicembre 1991 vi versa 18.465.000 lire. Il 12 gennaio 1993 preleva 16.000.000 di lire che versa sul conto 1190 aperto a Mercatale lasciando su quel libretto una parte dei contanti che nel 1997, con gli interessi maturati raggiungono l’importo di Lire 3.622.990;
Le figlie contribuiscono all’economia familiare? In minima parte.
Graziella Pacciani risulta aver lavorato come domestica dal 1987 al 1988 per lire 800.000 mensili, vitto ed alloggio compresi.
Rosanna Pacciani risulta aver lavorato come domestica dall’ottobre 1985 al marzo 1991 percependo una retribuzione mensile che varia dalle iniziali 500.000 lire a 750.000 lire degli ultimi periodi, vitto e alloggio compresi.
Passiamo alle pensioni di Pietro Pacciani e della moglie Angiolina Manni. Quest’ultima riscuote una pensione minima di lire 122.000 fin dal gennaio 1974 che ogni anno viene rivalutata fino all’importo di lire 659.000 che le viene liquidato per tredici mensilità nel 1997.
Pacciani usufruisce invece di un trattamento minimo INPS dal febbraio 1979.
Nel solo 1996, i coniugi Pacciani, hanno percepito 17.134.000 lire di pensioni.
16.287.000 nel 1995
15.745.000 nel 1994. E così via.
“Fermiamoci un istante su quel fiume di denaro, un fiume di denaro in relazione alle loro possibilità economiche, tutto è relativo. Parlo a ragion veduta di un fiume di denaro, perché è un fiume di denaro di allora, di 15 anni fa grosso modo, accumulato nella prima metà degli anni '80.
Io che sono un civilista prestato al penale sono andato a fare i conti con le tabelle ISTAT alla mano. Sapete per quanto si moltiplica quel denaro per avere il controvalore a oggi? Per 4,2. Fatevi i vostri conti. Vedrete che quella casa comprata nel '79 da Pacciani e pagata 26 milioni oggi vuol dire che sarebbe pagata 110 milioni. Un contadino che è stato più in prigione che sui campi, che quando ha lavorato aveva un lavoro della terra che a malapena gli consentiva di sfamare sé e quelle disgraziate delle donne che aveva con sé. Come ha fatto a mettere da parte questi soldi? Voi ci riuscireste? Non credo, perché qualche spesa l'avrà avuta anche lui, poche, però intanto andava per trattorie, si comprava la macchina, si comprava il motorino, si comprava due case, metteva da parte 160 milioni in quell'epoca. Moltiplicate per 4, vedete oggi che cosa sono..”
Avvocato Patrizio Pellegrini.

Come si giunge ai 150/160.000.000 che diventano 900.000.000 grazie al coefficiente Pellegrini?

Faccio un breve riepilogo.
Nell’estate del 1997 Pacciani dispone:
di Lire 4.050.000 in buoni fruttiferi acquistati nell’ufficio postale di Cerbaia;
di lire 27.000.000 in buoni fruttiferi acquistati nell’ufficio postale di San Casciano;
di lire 11.300.000 in buoni fruttiferi acquistati nell’ufficio postale di Montefiridolfi;
di lire 5.100.000 in buoni fruttiferi acquistati nell’ufficio postale di Contea (fraz Rufina)
di lire 3.622.990 sul libretto di risparmio dell’ufficio postale di Scandicci.
di lire 13.500.000 in buoni fruttiferi acquistati nell’ufficio postale di Mercatale

Ma ha anche due libretti postali:
Sul libretto postale n.1190 sono confluiti i 16.000.000di lire prelevati dall’ufficio postale di Scandicci che con gli interessi hanno raggiunto un totale di Lire 18.966.350

Sul libretto 1189, in data 11 agosto 1992, sono stati versati gli importi derivanti da 4 buoni fruttiferi acquistati per 4.550.000 lire che hanno reso 10.617.915 lire

Nello stesso libretto sono confluiti importi di buoni acquistati per 23.500.000 lire che hanno reso lire 50.757.665, questi dal 1992 al 1996 hanno a loro volta maturato interessi che hanno portato il totale a Lire 75.301.040.

Totale dei totali: 158.870.380 lire
Se a questi importi aggiungiamo quanto versato per le due case, ovvero 26.000.000 e 35.000.000 di lire raggiungiamo lire 219.000.000 che moltiplicati per 4,2 (il coefficiente Pellegrini) ci conducono diretti ai 920.000.000 citati dall’avvocato di parte civile e ribaditi dal dr Giuttari.
Oggi con la rete e grazie ad Antonio Segnini, che prima di me ha fatto questi conti, possiamo avvalerci di strumenti che ci consentono una rivalutazione dei capitali decisamente più attendibile.
La casa in piazza del popolo acquistata nel settembre 1979 per 26 milioni, assume un valore di 105 milioni nel febbraio 1998;
La casa di via Sonnino, acquistata a giugno 1984 per 35 milioni, assume un valore di 69 milioni nel febbraio 1998; Qui però c’è da considerare che essendo stata frazionata ed in parte venduta il valore dovrebbe essere necessariamente rivisto.
Il patrimonio mobiliare di 158 milioni nel luglio 1996, (quando vengono sequestrati), assume un valore di 163 milioni nel febbraio 1998;
Totale 105+69+163 = 337 milioni di lire
Poco più di un terzo di quanto riportato poco fa.

“Pacciani ha poi investito la somma di lire 157.890.038 in buoni postali disseminandoli tra i vari uffici del circondario (Mercatale, Montefiridolfi, San Casciano, Cerbaia, Scandicci) chiaramente per tenere nascosta tanta provenienza di denaro non sicuramente di fonte lecita.”
Recita la sentenza del 24 marzo 1998 contro Mario Vanni, Giancarlo Lotti ed altri poi ritenuti estranei.
Pacciani in realtà non ha investito 157.000.000 di lire semmai meno della metà, e comunque acquistava buoni fruttiferi presso gli uffici postali del luogo ove abitava: nel 1972 a Contea poiché viveva nel Mugello, nell’81 a Montefiridolfi perché abitava a S.Anna di Montefiridolfi, nell’82 a Mercatale poiché lì aveva stabilito residenza con la sua famiglia, nell’89 a Scandicci poiché la casa circondariale di Sollicciano si trova per l’appunto proprio in tale Comune.
Se poi avesse voluto celare eventuali importi di cui era entrato in possesso in modo illegittimo, certamente non li avrebbe sbandierati ai quattro venti quando il 23 ottobre 1987 ribadiva all’amministrazione postale, dopo averlo comunicato a tutti gli uffici postali con cui aveva rapporti, la sua volontà ad impedire che le figlie, durante la sua detenzione, prelevassero i soldi senza che vi fosse la sua autorizzazione formale.

In conclusione, il patrimonio di Pacciani ci induce davvero a ritenerlo proveniente dalla vendita di feticci strappati alle vittime del cosiddetto mostro di Firenze? O è magari la diretta conseguenza di trent’anni di lavoro e di un’avidità patologica al limite dello squallore? Ricordate vero Graziella Pacciani che raccontò quando il padre le dette da mangiare cibo per cani?
Leggendo della vita del contadino di Mercatale sarei più propenso a credere che quanto sequestratogli fosse l’esito estremo della sua arte di arrangiarsi e dell’attitudine tipica dei contadini a non gettare niente e a riciclare anche il superfluo.
Come al solito, rimango disponibile a modificare o integrare quanto esposto qualora avessi involontariamente dimenticato qualcosa, per tutto il resto usate i commenti qui sotto.
Grazie per l’attenzione, buon proseguimento.

venerdì 24 aprile 2020

La villa dei misteri



Nei primi anni 2000, nel corso delle indagini sui mandanti che avrebbero commissionato gli omicidi del cosiddetto mostro di Firenze a Pietro Pacciani, Mario Vanni, Giancarlo Lotti, la Procura di Firenze giunse a ritenere connessa con i delitti del mostro di Firenze, una villa ubicata tra San Casciano e Mercatale Val di Pesa, più volte citata dalla stampa come “la villa dei misteri” che certamente non ha il fascino di un “castello degli orrori” ma che evoca comunque suggestioni a non finire.

Ma andiamo con ordine.
È il 14 maggio 1997, l’indomani avrà inizio il processo ai cosiddetti compagni di merende. Corrado Luciani, con la moglie Lorella e la figlia Simona, (si tratta di nomi di fantasia perché i protagonisti di questa storia hanno in più occasioni ricevuto le attenzioni dei media e certo non vorrei dar vita all’ennesima gogna.)

Dicevamo, la famiglia Luciani gestisce una tenuta tra San Casciano e Mercatale, al cui interno, tra uliveti e vigne, sorge l’hotel Ristorante “Villa Verde”. La mattina del 14 maggio, il signor Luciani chiama la Squadra Mobile per conferire col suo dirigente. A suo dire, i primi di aprile, uno dei suoi clienti ha lasciato l’hotel senza saldare il conto, abbandonando, nelle camere che occupava, alcuni oggetti che ritiene d’interesse per chi stia indagando sul cosiddetto “mostro di Firenze”.
Il capo della squadra mobile, quello stesso giorno, con un collega si reca a “Villa I Verde” dove sequestra: “Una pistola a tamburo, un paio di manette, uno stiletto, un pugnale, un coltello serramanico, 2 machete, un collare di pelle con borchie, un dildo vibrante, inserti riviste pornografiche, alcune armi da punta e da taglio, un paio di manette, una pistola, disegni a sfondo erotico e sadomaso, nonché una cartellina contenente un articolo de La Nazione del 21 febbraio 1996, relativo al cosiddetto “mostro di Firenze””.
Il signor Luciani, riferì: “Gli oggetti che vi ho consegnato sono stati da me trovati il 25 aprile in due camere del mio albergo, occupate da tale Pierre Le Favre, abitante a Cannes. Circa tre anni fa si è presentato presso la mia villa il sig Le favre chiedendomi di una grande suite per aprire un atelier essendo sua intenzione stabilirsi in questa zona. Diedi al Le favre la disponibilità di una stanza e successivamente anche di una seconda camera nelle quali il Le Favre di volta in volta, tramite un furgone di sua proprietà portava vari oggetti tra cui indumenti, mobili, quadri. Con il Le Favre non vi era alcun rapporto di locazione scritto ma solamente un accordo verbale in base al quale per pagare il corrispettivo della permanenza ci avrebbe dato una sua proprietà in Francia o a Forlì. Prima di andare via il le Favre lasciò a mia figlia una procura a vendere il suo furgone e le case a Cannes e a Forlì.”
Alcuni giorni dopo la fuga, presso villa Luciani, si erano presentati il console onorario svizzero, signor Kraft, ed un legale rappresentante del sig Le Favre che avevano reclamato quanto di proprietà del proprio assistito. Il signor Luciani consegnò della biancheria ed altro materiale, comunicando che il furgone era stato venduto e che avrebbe trattenuto taluni oggetti per consegnarli alla Polizia.
Il pittore risultò incensurato ma la sua irreperibilità e la natura di quanto sequestrato indussero la Procura a disporre l’intercettazione della linea telefonica dell’Hotel Luciani con l’auspicio che il pittore si facesse nuovamente vivo.
Il 22 maggio il signor Luciani contattò nuovamente la squadra mobile dopo aver rinvenuto altro materiale del pittore. Furono quindi sequestrati:
-La testa di un manichino trafitta da vari oggetti acuminati;
-Una scatola contenente ritagli di riviste ritraenti foto sadomaso ma anche di donne
con genitali e mammelle mutilate;
-Numerose diapositive e negativi fotografici;
Il 24 maggio furono assunte informazioni dal cuoco del ristorante Luciani, questi riferì di aver notato il Le Favre, alcuni giorni prima che si allontanasse definitivamente dalla villa, assieme a due suoi amici di origine emiliana. Questi lo avevano aiutato a portare via alcuni pacchi e carte, utilizzando una autovettura station wagon.
I due amici furono identificati in Marc C. e Pier Luigi P. entrambi residenti nel piccolo comune della provincia di Forlì dove le Favre disponeva di una casa colonica. Nello stesso giorno anche il signor Luciani rilasciò le dichiarazioni che seguono: “Abito qui con la mia famiglia dal gennaio del 1971. Nel 1985 – 86 abbiamo costituito con i miei familiari, una casa di riposo per anziani, di un certo livello, che abbiamo gestito fino al novembre 1989. Poi, nel dicembre del 1991 abbiamo iniziato l' attività alberghiera nella citata Villa. Ricordo che Pacciani venne a lavorare da noi molti anni fa. Ricordo solo che un giorno si presentò da noi e poiché avevamo al momento bisogno di un contadino, lo mettemmo al lavoro. Subito dopo - non ricordo se dopo poche ore o il giorno seguente - l'ho allontanato in malo modo in quanto rispose a mia moglie senza rispetto."
Ed in effetti esiste un verbale del 14 dicembre 1995 in cui la figlia del signor Luciani, Simona, riferiva: “Pietro Pacciani ha lavorato presso di noi in qualità di giardiniere ma solo per due giorni. Lo stesso, senza alcun apparente motivo, si allontanò dalla nostra tenuta dopo essersi molto arrabbiato.”
In un’agenda telefonica, per così dire, rinvenuta durante una perquisizione domiciliare eseguita nell'abitazione di Piazza Mercatale di Pietro Pacciani, il giorno 11 giugno 1990, vi sono varie annotazioni di nomi ed indirizzi, tra cui il seguente scritto: "Villa Verde tel. 8.2.0… sig. Luciani". In altra perquisizione, eseguita nella medesima abitazione il giorno 03.12.1991, fu trovato altro appunto, sempre manoscritto dal Pacciani come il precedente, riportante: "Villa Verde adibita come casa di riposo per anziani. Intestata ai Sig. Luciani Bruno abitante in via lì stesso tel. 82XXX e gestita dai sig. Luciani Bruno".
Il 25 maggio fu disposta perquisizione e sequestro presso le abitazioni di Marc C. e Pier Luigi.P., gli amici del le Favre residenti in provincia di Forlì. La convivente di Marc C. riferì essere rimasta colpita dallo stile del pittore "al limite tra l'ironia e la pornografia" . Pier Luigi P. dichiarò aver sentito telefonicamente il Le Favre alcuni giorni dopo che se n’era venuto via da San Casciano. Questi gli disse: “Quelli là non li voglio più sentire, son dei farabutti, mi han preso tutto, mi han messo tutti contro, per fortuna c'è stato un amico che mi ha avvertito in tempo che stavano tramando contro di me." Nell'occasione il Le Favre gli comunicò che era stato costretto a fuggire dalla villa di S.Casciano, “perché non aveva più libertà, tanto che era stato chiuso a chiave in camera".

Il 25 maggio, fu infine, data esecuzione al decreto di perquisizione nella casa colonica di proprietà del Le Favre, al termine della quale l'intero stabile veniva posto sotto sequestro e vi rimase fino al 25 luglio 2001. Nella nota di PG redatta dal funzionario della squadra mobile si legge: “Si rappresenta che sulle pareti interne delle camere della villa vi erano disegnati più murales raffiguranti animali e donne con evidenziati gli organi genitali, i cui temi ricordano notevolmente i noti disegni effettuati da PACCIANI.”

A seguito di queste prime indagini e presumendo di trovare ancora presso Villa Verde qualche oggetto appartenuto a Le Favre, il 26 maggio fu perquisita la villa dei signori Luciani.
Ed infatti tra i vari oggetti rinvenuti:
-Un bloc notes con copertina rossa riportante la scritta "Skizzen"( delle dimensioni di 34x48 , recante, sul retro, il tagliandino del prezzo di DM 19.60 e la dicitura, verosimilmente del negozio, "Bausch Deulmann - 7570 Baden Baden".
Un blocco della stessa marca e tipo è stato rinvenuto e sequestrato nell' abitazione di Pietro Pacciani in occasione della perquisizione eseguita il 2 giugno 1992. Anche i familiari del Rusch, ucciso a Giogoli nel 1983, avevano consegnato alla Polizia un’analogo blocco da disegno utilizzato dal giovane ucciso. Quello rinvenuto a casa di Pacciani era cm 17 x cm 24 cm, quello a casa Rusch di cm24 x cm33.
Ma torniamo al materiale sequestrato:
-Ritaglio di giornale in lingua francese riportante annunci di Medium;
-Rullini fotografici;
-Disegni e schizzi di nudi femminili;
-Ritagli di riviste pornografiche;
-Quaderno a quadretti al cui interno è riportato un disegno formato da 5 rettangoli posizionati in modo da formare una croce.

Il verbale si chiude con “nel corso della perquisizione Luciani Simona e la madre Lorella davano in escandescenza gettando a terra, rompendoli, alcuni piatti della cucina”.

La mattina del 27 maggio fu sentito Marcello C., un ex-compagno di Simona Luciani. Questi riferì aver frequentato la villa da marzo a dicembre 1995.
“Mi accorsi che sia Simona che i sui genitori erano persone molto strane cercarono, infatti, di vendermi delle case per un prezzo sicuramente superiore a quello effettivo. Capii, però, che stavo per essere raggirato e cercai di ottenere indietro quanto avevo anticipato circa 320.000.000 di lire (160.000 euro) fu allora che iniziai ad avere seri problemi. Venni, infatti, continuamente minacciato da Simona e dai suoi familiari e in due occasioni, quando ero alla villa, per non farmi andare via, Simona ed i genitori mi chiusero a chiave in una stanza per alcune ore. Sapevo che frequentavano su Milano personaggi appartenenti al mondo dell'occulto. Sapevo anche che, nella villa, quando io non c'ero, si riunivano per tenere riunioni di magia sei-sette persone. Nel mio ufficio di Prato in un'occasione le mie segretarie trovarono un involucro contenente due carte di cuore e le foto mia e di mio figlio tutte bucate con spilli e con tutte le croci di morte. Nella villa ho notato la presenza di riviste pornografiche e posso dire che Simona era sostanzialmente una donna pornografica, molto amante di quel genere di foto.”
Le dichiarazioni di Marcello C. furono confermate dal figlio e da una sua dipendente ma anche da un suo caro amico che fece mettere a verbale: “Ricordo che più volte Marcello mi chiamava dalla villa dicendomi di andarlo a prendere perché lo avevano chiuso in camera. In pratica lo avevano proprio sequestrato.”

Passa l’estate ed il 22 ottobre 1997 viene redatto, presso gli uffici della squadra mobile di Firenze, un verbale volto al conferimento di un incarico ai professori Ugo Fornari e Marco Lagazzi, già noti per le perizie su Giancarlo Lotti e Fernando Pucci. Fu chiesto ai consulenti di esaminare le foto di quando sequestrato il 22 maggio a Villa Verde e di confrontarle con le autopsie e gli album fotografici contenenti le immagini dei corpi delle vittime degli omicidi addebitati al c.d. "mostro di Firenze", per poi dire se vi siano relazioni di qualsiasi tipo e natura tra il modus operandi dell'autore/i di detti omicidi e gli eventuali profili psicopatologici emergenti dalle foto degli oggetti sequestrati. Non è dato sapere se il medico specialista in psichiatria ed il medico specialista in psicologia abbiano portato a termine la consulenza poiché agli atti non risulta alcun elaborato, il dr Ugo Fornari, ospite della puntata del 19 maggio 1998, del Maurizio Costanzo Show, dichiarò ad ogni modo trattarsi di “Materiale importantissimo”, senza specificare per chi o per cosa.

Nell’agosto 1998 ha inizio un braccio di ferro tra il dirigente della squadra mobile ed i vertici della Polizia di stato fatto di trasferimenti, e ricorsi, nomine e rinunce che si conclude ad agosto 2000 quando il capo della squadra mobile viene reintegrato e può riprendere ad occuparsi delle deleghe trasmesse dalla Procura volte a svelare i nomi dei mandanti che hanno ordinato gli 8 duplici omicidi ma anche ad approfondire la posizione del pittore che ha vissuto a “Villa Verde”.

Il 23 ottobre 2000, e per circa un mese, furono ascoltati circa 30 ex-dipendenti che avevano lavorato con varie mansioni presso Villa Verde, che perlopiù negarono di aver visto Pierre Le Favre soggiornare presso la struttura gestita dal sig. Luciani. Quel che emerse dalle dichiarazioni di camerieri, giardinieri, inservienti svelò condizioni di lavoro a dir poco drammatiche che ho cercato di sintetizzare in una sorta di zibaldone.

“I Luciani mettevano annunci su "La Pulce" al fine di reclutare del personale. Ricordo di aver visto le due donne, trattare malissimo molti dipendenti, sia extracomunitari che italiani, i quali, naturalmente, restavano a lavorare per periodi brevissimi.”

“Sfruttavano qualsiasi occasione per poter imbrogliare le persone, sia dipendenti che ditte che avevano svolto lavori per Villa Verde. Infatti talvolta non li pagavano.”

“Il turno notturno prevedeva due persone ma io ho sempre lavorato da sola per mancanza di un altro dipendente”

“Gli anziani che alloggiavano a Villa Verde erano tenuti in condizioni veramente indecenti. Ricordo che alloggiavano circa trenta persone. Le rette che venivano pagate dai familiari degli ospiti erano di circa lire 3.000.000 (1500,00 euro)”

“Quando i familiari venivano a trovare i propri cari, doveva essere tutto perfettamente pulito; veniva dalla famiglia Luciani predisposto il tragitto che i visitatori dovevano fare, questo per mostrare il meno possibile della Villa e quindi delle precarie condizioni igienico sanitarie”

“Definirei Villa Verde un carcere o proprio un canile, non capisco come facevano i familiari delle persone ivi alloggiate, a lasciarle in quelle condizioni.”

"Eravamo noi dipendenti a dover preparare i pasti con le poche cose che i Luciani ci mettevano a disposizione. Il cibo che avanzava alla famiglia Luciani ci veniva dato a noi dipendenti, con disposizione di arrangiarlo per gli ospiti. Ricordo che spesso il cibo e le bevande come il latte erano scaduti ."

“I titolari ci ordinavano di lavare la biancheria nella lavatrice, senza sapone e senza usare l'acqua calda. La biancheria usciva sporca come prima.”

“Non veniva fornito neanche il materiale per poter assistere gli anziani: per lavarli usavo il sapone per il bucato, riscaldando addirittura l'acqua in una ciotola perché non c'era acqua calda; non vi erano pannoloni e non veniva fornito nessun tipo di disinfettante."

“Erano gli stessi anziani che si lamentavano per come venivano trattati. È successo che i familiari degli anziani ospiti nella villa, venivano a riprendere i propri cari perché non erano ben assistiti.”

“Non so per quale motivo, il sig. Luciani prese Silvana e la chiuse in uno sgabuzzino tenendovela dalla mattina alle ore 09.00 fino alla sera alle 21.00 momento in cui i Carabinieri che erano stati chiamati riuscirono a liberarla.”

“I Luciani Stavano sempre chiusi all'interno del loro seminterrato, la loro abitazione, sembrava quasi che avessero qualcosa da nascondere, non si facevano vedere mai in giro e non si occupavano minimamente della casa di riposo.”

“Era consuetudine assumere cittadini stranieri, perlopiù extracomunitari, non in regola con i permessi di soggiorno che venivano sfruttati venendo sottoposti a lavori di ogni genere, con mancanza assoluta del rispetto degli orari e peraltro senza corrispondere il dovuto compenso, anzi in molti casi offrendo poche lire, vitto e alloggio.”

La quasi totalità degli ex dipendenti negarono aver notato oggetti o situazioni che potessero far pensare a pratiche di magia, astrologia o esoterismo, quel che riferisce Elena, relativamente alla nipotina dei Luciani, ha però ben poco di ordinario.

“L'ho vista più volte giocare in giardino e ripetere sempre una stessa parola che a volte cambiava. Un giorno che ebbi modo di parlare con la madre della piccola, figlia dei Luciani, le chiesi cosa dicesse la bambina in quelle occasioni. Lei mi rispose che la bimba era "moto strana, ma stupenda", come del resto lo erano anche lei e sua madre. La bambina guardava spesso negli occhi le persone e sembrava come allucinata; viveva in un mondo tutto suo, non sembrava una bambina perché non si comportava da bambina. Ricordo che disegnava sempre delle tombe proprio sul terreno: la bambina scavava con le mani, poi diceva che ci metteva qualcuno o qualcosa dentro, poi la ricopriva facendo un piccolo monticello di terra e mettendoci sopra un sassolino ed uno stecco di legno. Noi le chiedevamo cosa facesse e lei diceva di fare delle tombe. La bambina aveva un atteggiamento di odio o di rabbia verso le persone, non saprei meglio definirlo, considerando anche che quando i suoi familiari litigavano fra loro o con altre persone, la bambina si scagliava nella lite ed urlava parole come "puttana", "troia".

Taluni dipendenti riferirono aver percepito quanto dovuto per il lavoro prestato altri erano stati costretti ad avvalersi di avvocati e vertenze sindacali.

Risultarono inoltre presentate un cospicuo numero di denunce contro i componenti della famiglia Luciani per reati quali ingiurie, minacce ed estorsione.

Il 9 ed 10 aprile 2001 personale della squadra mobile della Questura di Firenze si recò in Francia per incontrare assieme ad Ufficiali di Polizia Giudiziaria di Nizza, Pierre Le Favre, allo scopo di acquisire informazioni utili alle indagini, relative alla sua pregressa frequentazione della zona di San Casciano Val di Pesa.

Il 12 aprile 2001 , Le Favre si recò spontaneamente presso gli uffici della Questura di Firenze gli fu mostrato un album contenente foto di quanto sequestrato nei giorni 14/22/25 maggio 1997 presso Villa Verde. Falbriard riconobbe come propri gli oggetti effigiati; dichiarò d’aver presentato denuncia di furto per tali oggetti il 20 maggio 1997 presso il Commissariato di Polizia di Cannes. A suo dire Simona Luciani ed i suoi parenti si erano appropriati di oggetti di sua proprietà per il valore di circa
tre miliardi di lire (un milione seicento mila euro).
Chiarì: “Quando venni in Italia alla loro villa, fui accolto come un principe, come uno della famiglia. Ricordo che in quei giorni Simona e la madre erano con me gentilissimi, mi diedero la camera migliore della villa, mangiavamo insieme e con Simona allacciai una relazione sentimentale. Simona mi disse che mi voleva sposare e che voleva che entrassi in società con lei nella gestione della villa. Mi portò anche da un notaio e lì firmai una procura a vendere a favore di Simona per la mia casa a Forlì. Io ero innamorato per cui pensavo che lei faceva Il mio bene. Quando la mia roba giunse a “Villa Verde” Simona, nell'aprire i pacchi, si accorse della pistola e dei coltelli e me li prese, iniziando poi a ricattarmi. Diventarono cattivissime e in particolare Simona mi minacciava dicendomi che se non facevo tutto quello che lei diceva mi avrebbe fatto arrestare perché aveva materiale di "criminale", almeno così diceva. Ho cercato in qualche modo di oppormi ma non avevo più forza per difendermi soprattutto perché mi costringevano a bere del liquido incolore e senza sapore, contenuto in una bottiglietta di vetro marrone scuro. Poi ricordo che per tre o quattro volte mi hanno rinchiuso in una stanza che era sotto il piano del ristorante. Avevo sempre sonno ed ero sempre debole, non ho mai dormito così profondamente come allora. Ero drogato La madre era molto cattiva, faceva magie, cose strane, mi faceva proprio paura. Era una strega dedita alla paura. Sono sicuro che è una potenza come strega quella vecchia. Un giorno, su consiglio di alcuni medici tedeschi che conobbi alla Villa mi feci coraggio e scappai. Mi passarono a prendere e con la loro macchina, una Audi di grossa cilindrata S.W. andammo alla mia casa in provincia di Forlì.”

Pierre Le Favre ed alcuni agenti della squadra mobile si recarono quindi “a Villa Verde” ove il Le Favre mostrò i locali in cui era stato sequestrato e drogato.

Il 2 agosto 2001 presso gli uffici del Commissariato della Polizia di Stato di Sanremo, personale della squadra mobile di Firenze incontrò nuovamente Le Favre che rinnovò le sue accuse contro Simona Luciani ed i suoi genitori aggiungendo: “Nel mio sub conscio sento che quelle donne e, soprattutto Simona, abbiano potuto spingere ad uccidere le coppie di Firenze. Anzi adesso sono sicuro Simona era proprio matta contro gli uomini mentre odiava le donne odio che derivava dalla sua gelosia. È una donna proprio "sporca" nella testa.”
Si rese quindi disponibile a realizzare uno schizzo del piano terra di “Villa Verde” per poi indicare luoghi a suo dire segreti dove presumibilmente avvenivano messe nere. Aggiunse: “Mi incuriosì il fatto che almeno due volte la settimana Simona si recava a Roma e non posso escludere che la setta sia vicino a Roma.”

Trascorrono due settimane e le indagini si spostano proprio a Roma dove il 21 agosto viene perquisito e poi sentito il dr Aurelio Mattei, un funzionario del S.I.S.D.E. che nel maggio 1993 ha pubblicato un romanzo dal titolo “Coniglio il martedì”.

L’autore ispirandosi alla vicenda del mostro di Firenze narra di omicidi commessi da più persone e ipotizza il coinvolgimento di un gruppo di fanatici che per i loro riti esigono sacrifici umani. Non solo, nel romanzo l’assassino impara l’uso della propria Beretta calibro 22 in un poligono che si trova nella periferia sud della città (proprio come la Villa dei signori Luciani) il cui nome è: Valle verde.
L’autore del libro sentito a verbale dichiarò: “Vorrei sottolineare che il libro si è ispirato alla vicenda del mostro, ma non ha mai voluto assumere livelli di lavoro scientifico o inchiesta giornalistica. Per poter scrivere questo libro, mi sono avvalso di altri libri precedenti alla vicenda, tra cui cito il libro del giornalista fiorentino Spezi, di altri romanzi tipo il silenzio degli innocenti, di articoli di stampa sulla vicenda in argomento e di alcuni lavori di criminologi.”
"Il prof. Bruno Francesco, collega presso il S.I.S.D.E., non mi ha mai richiesto consulenze scientifiche legate alla vicenda Pacciani né mi ha mai confidato particolari o indiscrezioni sul suo lavoro al caso del mostro di Firenze.”
Nell’occasione fu sequestrato vario materiale cartaceo, tra cui un elaborato relativo all'analisi della vicenda del Mostro di Firenze eseguita nel 1985 dal dr Francesco Bruno. Questi fu perquisito e sentito il 4 settembre. Riguardo l’elaborato commissionatogli dall’allora capo del Sisde, Vincenzo Parisi, riferì: “Feci, uno studio esclusivamente sulle carte che mi furono consegnate dallo stesso Direttore. Si trattava dei verbali di sopralluogo redatti all' epoca dei fatti dagli organi investigativi intervenuti sul posto, corredati dalla relative fotografie, e della perizia che il Prof. De Fazio aveva redatto su incarico del P.M. fiorentino titolare dell' inchiesta.”
Lo studio ipotizzava un significato religioso dei delitti offrendo uno spunto investigativo volto ad approfondire il ruolo di una casa di cura per anziani non autosufficienti ubicata nella zona sud-est di Firenze.

Sì, le suggestioni si sprecano ma credo fosse complicato per chiunque credere a delle semplici coincidenze ed infatti la Procura della Repubblica di Firenze il 22 settembre 2001 dispose la perquisizione di Villa Verde poiché: “si ha motivo di ritenere che nei sotterranei della suddetta Villa, ed in particolare nei locali posti nel seminterrato tuttora in disponibilità delle indagate, nonché negli annessi e nei capanni ubicati intorno alla Villa e nel terreno circostante possano rinvenirsi cose o tracce pertinenti i reati oggetto di indagine”
Il 24 settembre ebbe inizio la perquisizione dell’abitazione romana di Simona Luciani. Il giorno successivo la squadra mobile si trasferì a Villa Verde per poi tornarvi il giorno 27 in compagnia del pittore Pierre Le Favre. Questi individuò numerosi oggetti sottrattigli a suo tempo e riconobbe i locali del seminterrato, ove era stato sequestrato e drogato.
L’operazione di PG fu coadiuvata dall’ing. Saracini e da alcuni suoi collaboratori, che eseguirono indagini termografiche volte ad evidenziare ambienti occultati all’interno della villa. A questa metodologia d’indagine seguirono quella endoscopica e quella tramite radar che evidenziarono, : “Anomalie, riconducibili a probabili vuoti e, nel contempo, l'assenza di strutture architettoniche portanti tali da giustificarne la presenza.”
Durante la perquisizione, a seguito di una segnalazione, a cinquecento metri dalla villa, fu scoperta una stanza tre metri per tre chiusa da una porta rossa e al suo interno furono trovati: pipistrelli di plastica, uno scheletro in cartoncino, una testa di un gatto in ceramica, il disegno di un occhio sul soffitto; la squadra mobile in un rapporto inviato alla procura dichiarò trattarsi di un tentativo di depistaggio.
Il 15 ottobre 2001 il tribunale del riesame respinse, ritenendoli infondati, i ricorsi relativi alle perquisizioni subite da Lorella e Simona Luciani, le proprietarie di villa Verde. Nelle motivazioni si parla di “pista esoterica” di “verifiche opportune” di “indagini solide e razionali” volte alla ricerca di eventuali stanze segrete ritenute “possibili luoghi di svolgimento di riti magici”.
Il 13 marzo 2002 il Sostituto procuratore della Repubblica dr Paolo Canessa comunicò la conclusione delle indagini preliminari nel procedimento relativo ai titolari di Villa Verde. Il PM formulò l’accusa di detenzione abusiva di armi, estorsione, sequestro e violenza privata per le proprietarie dell’ex casa di riposo;
Pierre Le Favre fu indagato per aver introdotto illegalmente armi nel territorio italiano e per la detenzione abusiva della pistola a tamburo calibro 380. Il primo febbraio 2008, quindi sei anni dopo, la Procura della Repubblica di Firenze, chiese al GIP, l’archiviazione del procedimento poiché: “le accurate perquisizioni effettuate presso Villa Verde, nonché l’attività di intercettazione telefonica, non hanno consentito di raggiungere, in primo luogo, alcuna certezza in merito alla provenienza ed alla legittimità della detenzione della pistola, peraltro apparentemente non più efficiente, né tanto meno in merito alla pertinenza dell'altro materiale sequestrato con i delitti addebitati al cd. "Mostro di Firenze". (...) I fatti addebitati alle indagate si fondano esclusivamente su ipotesi della Polizia Giudiziaria che non hanno trovato né al momento della stesura della nota del 28 maggio 1997 né successivamente, elementi concreti di riscontro, per cui non appare possibile sostenere l'accusa in giudizio in ordine al reato ipotizzato"

Tra i testi ascoltati durante le indagini volte a scoprire l'identità del cosiddetto mostro di Firenze ricorre, come una presenza molesta, una giornalista/scrittrice, che per pudore non cito per nome; la signora che tanto signora non era, ha fornito il proprio contributo alla giustizia anche relativamente a Villa Verde indicandola come luogo da verificare fin dal 1995. Il 17 dicembre 2002 dichiarò: "A riguardo dei documenti trovati a Villa Verde confermo che per me, su quelle carte d'identità, esistono le generalità dell'uomo che fu trovato cadavere nel lago Trasimeno nel mese di ottobre 1985 e che fu scambiato per quello del professor Narducci." In realtà le due carte di identità ed il passaporto rinvenuti durante la perquisizione del 24/25 settembre 2001 risultarono appartenere a pazienti anziani deceduti durante la permanenza a Villa Verde.

Concludo con alcune domande riportate nel libro Compagni di sangue: “Chi è veramente il pittore? Un ispiratore? Un ideologo di quelle torture sessuali, che rappresentava nei suoi quadri ma che venivano realizzate da altri? O semplicemente un ammiratore affascinato dai delitti e di quei luoghi? Fa parte di quel secondo livello, sfiorato dall’inchiesta bis? La villa, che lo ha ospitato, è stata luogo di riunioni particolari tra persone interessate a questi omicidi, una specie di club riservatissimo
composto da pervertiti con tendenze sadiche, dediti a riti satanici? (pag.202)
Aggiungo: forse una comparsa senza alcun ruolo nella vicenda del mostro di Firenze ma strumentale a sostenere la tesi mai provata della pista esoterica?

sabato 11 aprile 2020

Francesco Calamandrei e l'ombra nera di Francesco Narducci



Il 21 maggio 2008 il Gip, dr Silvio De Luca, assolve il dr Francesco Calamandrei, perché “il fatto non sussiste”.
L’ex-farmacista di San Casciano, secondo l’accusa, “avrebbe svolto il ruolo di trait d’union tra il gruppo dei cd “mandanti gaudenti”, termine adoperato testualmente proprio dai P.M., ed il gruppo degli esecutori materiali, formato da Pietro Pacciani, Mario Vanni, Giancarlo Lotti.
Del primo gruppo avrebbero fatto parte alcuni, per così dire, “maggiorenti” che gravitavano nell’ambito di San Casciano e che potevano identificarsi in
-un medico delle malattie veneree;
-un medico oncologo;
-un professore universitario.“

Ma anche un carabiniere della stazione di San Casciano, il cui ruolo era rifornire gli assassini delle munizioni utili a commettere gli omicidi, e il dr Francesco Narducci il quale, “secondo l’assunto accusatorio, avrebbe fatto parte a pieno titolo dei cd “mandanti gaudenti” e sarebbe stato legato in particolare proprio a Calamandrei, con il quale aveva stabilito stretti rapporti.”
Francesco Narducci è il gastroenterologo perugino scomparso l’8 ottobre 1985 nel lago Trasimeno e riemerso il 13 ottobre, accusato dalla Procura di Firenze e di Perugia di aver avuto un ruolo negli omicidi commessi dal cd “Mostro di Firenze”.

Le indagini della Procura di Firenze, volte alla ricerca di un immobile o comunque un domicilio in uso a Firenze o nel territorio di San Casciano da parte del gastroenterologo perugino, hanno dato esito negativo. È altresì da escludere che gli automezzi a disposizione del dr Francesco Narducci siano mai stati “inseriti nell’archivio elettronico della Questura di Firenze come controllati durante i servizi preventivi anti-mostro”.

Sono gli atti i verbali di un nutrito gruppo di persone che non hanno riconosciuto Narducci nelle foto loro mostrate, e neppure lo hanno mai sentito nominare, ma vi sono almeno una decina di persone che riferirono aver visto Francesco Calamandrei frequentare Francesco Narducci proprio a San Casciano.
Vediamo allora chi sono queste persone nel tentativo di verificare il tenore delle loro dichiarazioni.

Tamara M., moglie dal 1978 al 1986 di Giovanni C., architetto e amico di Francesco Calamandrei. Rilascia dichiarazioni l’11 settembre 2003, presso gli uffici del Gides, ed il 17 marzo 2005 presso il Comando Stazione Carabinieri di San Casciano, per poi ribadire quanto già riferito il 30 marzo 2005 presso gli uffici della Procura della Repubblica di Firenze: “Confermo interamente ciò che ho detto in merito al giovane incontrato nella farmacia del Calamandrei vestito in maglietta Lacoste e con gli stivali da equitazione. Questo giovane oltre che in farmacia, l’ho incontrato un altro paio di volte in piazza Pierozzi a San Casciano, era ugualmente vestito da equitazione con stivali e maglietta Lacoste. Era sicuramente tra il 1979 e il 1980. Circa l’inflessione dialettale del giovane incontrato in farmacia confermo che ho potuto apprezzare meglio il dialetto dopo aver conosciuto la signora Cristina B., moglie di Roberto R. di Perugia, che sono amici miei del mare.”
Francesca Spagnoli, moglie di Francesco Narducci nel verbale del 28 settembre 2002 riferisce: “Da quando lo frequentavo io, Francesco, non si è mai vestito da cavallerizzo” ma niente vieta di immaginare che il medico perugino, una volta a San Casciano, avesse abbigliamento ed abitudini diverse di quando si trovava con la moglie.
Riguardo l’album fotografico che le fu mostrato il 17 settembre 2003 negli uffici del Gides, la moglie dell’architetto Giovanni C. riconobbe il dr Narducci nella foto n.15 per poi dichiarare: “Nella foto numero 2 riconosco Francesco Calamandrei, nella foto numero 4 voi mi dite trattarsi sempre di Francesco Calamandrei, io vedo una forte somiglianza con il rappresentante dell’epoca di Cristian Dior, settore profumeria.”
Se ha delle attenuanti per la mancata identificazione del Dr Narducci nelle foto 13 e 14 è a dir poco curioso non abbia individuato il dr Francesco Calamandrei nelle foto n.2 e n.4, considerato che a suo dire “lo conosce da sempre” essendo “cresciuta accanto alla farmacia” (verbale del 17 settembre 2003).

Giovanni C.. Negli uffici del Gides, l’8 ottobre 2003, con un ricordo che definisce “molto lontano”, perciò senza alcuna certezza, dinanzi un album di foto dichiara: “La persona raffigurata nella foto nr. 10 (che ritrae Francesco Narducci) ha un volto a me conosciuto. Lo associo ad una persona vista, se non sbaglio a Viareggio insieme al Calamandrei in occasione della visita di una barca che Francesco voleva acquistare; (...) ...credo fosse il 1983/1984”.
Le foto n.10.11.12 appartengono tutte al dr Francesco Narducci ma il teste lo riconosce solo nella n.10.
Il 13 giugno 2006 presso gli uffici della Procura della Repubblica di Firenze gli furono mostrate 3 foto di Francesco Narducci: “Io nelle foto che mi vengono mostrate non riconosco la persona che avevo visto a Viareggio.”
Il teste riferisce di avere frequentato il Calamandrei assai più spesso della moglie, sino a diventare assidui compagni di tennis, ma incomprensibilmente non vide mai Francesco Narducci presso la farmacia dell’amico.
Pietro Ciulli, cognato di Francesco Calamandrei. Il 23 luglio 2003, presso gli uffici del Gides fece verbalizzare: “L'Ufficio da atto che viene mostrato al sig. Ciulli l’album fotografico contraddistinto con la scritta 06/2003. Visionando la foto nr. 3 dichiara: “Questo l'ho già visto insieme al Calamandrei ma io non ci ho mai parlato. Può darsi l’abbia visto o al matrimonio di mia sorella con Francesco o in farmacia dal Calamandrei. Era una persona molto distinta, sembrava quasi un conte”
Anche in questo caso il dr Narducci viene riconosciuto solo in una foto su tre, non solo, Calamandrei ha contratto matrimonio nel 1969 quando Francesco Narducci era uno studente di vent’anni. Faccio fatica ad immaginarlo a San Casciano al matrimonio di Calamandrei.
La signora Tamara M., lo ricorda con indosso una  Lacoste e stivali da cavallerizzo sporchi di fango, come poteva dare l’impressione d’essere un conte? Sovviene spontaneo chiedersi se l’uno o l’altro o entrambi non si confondano con qualcun’altro.

Roberto V. conoscente di vecchia data del dr Francesco Calamandrei e Mariella Ciulli. L’11 agosto 2004, presso gli uffici del Gides dichiarò: “L'ufficio da atto che viene mostrata una foto che ritrae Narducci Francesco, e il signor Vanni dichiara: Posso affermare con certezza che riconosco sicuramente la persona raffigurata, ma in questo momento non riesco a focalizzare le circostanze in cui l'ho visto o conosciuto. Posso però dirvi che se la faccia non mi è nuova significa che sicuramente è persona vista più volte e non escludo che lo possa aver visto a San Casciano o in qualche altro posto che frequentavo. Preciso che intendo dire che questa persona io l’ho sicuramente ‘Inquadrata” in quanto ha attirato la mia attenzione.”
Purtroppo non sa dire il nome, quando lo ha visto, dove lo ha visto, con chi lo ha visto. Art 192 cpp: “L'esistenza di un fatto non può essere dedotta da indizi a meno che questi non siano gravi precisi e concordanti.”

Francesco G., dal gennaio 1978 all’ottobre 1983 aveva lavorato “in qualità di ragazzo di bottega” presso la farmacia del dr Calamandrei assieme ad altri due dipendenti: Paola B. e Gianfranco C..
Il primo ottobre 2003, negli uffici del Gides gli fu mostrata una foto (album 27/2003) di Francesco Narducci: “mi ricorda qualcuno, forse un medico che ho visto in farmacia, la faccia mi dice qualcosa ma non saprei essere più preciso.”
Se è vero, come riportano talune voci di paese, che Narducci disponesse di un ambulatorio messogli a disposizione dal Calamandrei, Francesco G avrebbe certamente avuto più occasioni per vederlo e fornire un riconoscimento certo.
Paola B., altra dipendente della farmacia, sentita il primo ottobre 2003 ed il 12 maggio 2004, in entrambe le occasioni, dinanzi la foto di Francesco Narducci, non riconobbe la persona effigiata.
Non è stato possibile confrontare le dichiarazioni di Francesco G. con i ricordi dell’altro ex-dipendente, Gianfranco C., poiché deceduto.

Fernando Pucci è l’amico di Giancarlo Lotti che riferì aver partecipato, seppur passivamente, al duplice omicidio avvenuto a Scopeti nel settembre 1985. Fu sentito il 3 giugno 2003 presso gli uffici del Gides:
"Domanda: Ci può dire quando frequentava il bar di San Casciano?
Risposta: lo frequentavo quasi sempre di sabato pomeriggio. (...) Si tratta di tanti anni fa.
Domanda: Sa dirci chi frequentava quel bar?
Risposta: Lo frequentava Giancarlo Lotti, Vanni Mario ed altre persone che ho visto ma che non conoscevo. Erano persone che vedevo parlare con Giancarlo e che lo prendevano in giro con frasi tipo “sei buco”.
Domanda: Se dovesse vedere delle foto potrebbe riconoscere questi frequentatori?
Risposta: Io con queste persone non ci parlavo e non le conoscevo.
L'ufficio mostra l’album fotografico n. 4/2003 contenente nr. 52 foto.
Il Pucci inizia a sfogliarlo e dichiara:
-la persona della foto n.1 l’ho vista al bar. Era alto e magro, un tipo “finocchino”. L’ho visto che parlava con Giancarlo, ma Giancarlo non mi ha mai spiegato nulla;
-la persona della foto 3 è la stessa della precedente, ma io ho un ricordo più preciso di questa persona guardando la foto n.1;
(...) Perchè ha chiamato la persona della foto 1 e 3 “finocchino”?
L’ho chiamato così perché come parlava e per come gesticolava era un finocchio, effemminato e si vedeva anche dalla faccia.”

Su 52 foto solo di 11 dichiara aver riconosciuto la persona effigiata, solo di una fornisce il nome.
Con la foto n.33 si limita ad un succinto “L’ho visto di sicuro”, niente riferisce invece della 34; entrambe ritraggono il dr Francesco Calamandrei.
Non riconosce in foto: Giancarlo Lotti, Mario Vanni, Pietro Pacciani, Giovanni Faggi.
L’attendibilità di Fernando Pucci è messa a dura prova da un verbale dell’8 febbraio 1983, della Commissione Sanitaria per gli accertamenti della invalidità civile, Unità operativa di medicina legale U.S.L. X/h, Chianti fiorentino, da cui è risultato disabile al 100% per grave oligofrenia. Ha ripetuto la prima elementare tre volte ed è stato ospite, per un periodo non quantificabile, presso un Istituto per handicappati mentali.
Non solo, le sue dichiarazioni non vengono confermate da Giancarlo Lotti che mai ha parlato di Francesco Narducci e smentite dai titolari dei due bar di San Casciano: Luciano U. e Mario M.
Luciano U. titolare del Bar centrale: “Conosco il Lotti che è un mio cliente da diversi anni. Egli è un tipo chiuso con pochissimi amici tra cui ricordo un certo Rosado Corsi e Giorgio Casini. (...) Non conosco Fernando Pucci. Non è tra i miei clienti. Non mi dice nulla il particolare secondo cui circa dieci anni fa avrebbe litigato con Giancarlo”.
Mario M. titolare del Bar sport, dopo aver citato gli abituali frequentatori del bar dichiara: “Ovviamente conosco il Vanni ed il LOTTI ma non c'e` con loro particolare rapporto di amicizia. (...) sono clienti di vecchia data. Qualche volta il Vanni e il Lotti si trovano insieme mentre in altre occasioni ognuno ha la sua compagnia: il Vanni viene con un suo amico Bernardoni Sandro che ha una gamba artificiale e con Fusi Dino, soprannominato Coppi. Due amici del LOTTI sono Casini Giorgio e il Corsi Rosado e un tale Galliano che fa il muratore. Voi mi chiedete se conosco un altro amico del Lotti che si chiama Pucci Fernando, che mi dite essere abbastanza magro e abitante a Montefiridolfi nonché possessore di un ciclomotore Ape Piaggio. Io avrei bisogno di vedere una foto di questa persona perché non associo il suo nome ad alcuna fisionomia.”Elisabetta M., sentita il 20 aprile 2005, dai Pubblici Ministeri dr Alessandro Crini della Procura della Repubblica di Firenze e dr Giuliano Mignini della Procura della Repubblica di Perugia, in trasferta presso gli uffici del Comando Compagnia Carabinieri in Palestrina (Roma), riferì aver conosciuto il dr Francesco Narducci presso la farmacia del dr Calamandrei di San Casciano. La testimonianza è articolata e densa di eventi, ne leggero solo alcuni brani significativi:
"Domanda: Prima di essere sentita dalla sezione di PG qualcuno le ha preannunciato la possibilità di essere interrogata dagli inquirenti di Perugia?
Risposta: Premetto che io sono amica da lunga data di Silvia Salomone, figlia del Direttore della Stazione Ferroviaria di Firenze che ho conosciuto al Conservatorio Santa Cecilia di Roma e che ho continuato a frequentare anche negli anni successivi alla fine del Conservatorio. Circa quattro anni fa, fui trasferita alla cattedra di educazione musicale dell'istituto comprensivo “Marco Polo” c/o la scuola media “Franco Ferrara" di Roma. Recentemente, parlando con Silvia, le ho detto dove insegnavo e nel rimarcare questa combinazione e anche il fatto che il Ferrara fosse stato nostro docente di direzione di orchestra, Silvia ha mostrato un vivo interesse per questa figura e mi fu fatto capire che avrebbe gradito sapere qualcosa di più di questo personaggio, poi mi ha invitato a parlare dell'argomento con Gabriella Pasquali Carlizzi, amica della stessa, che io non conoscevo. Ho avuto un colloquio con quest'ultima, presente la mia amica Silvia è mi sono state fatte domande su Franco Ferrara. Mi pare fosse gennaio di quest'anno.
Ad un certo punto la sig.ra Carlizzi mi riferì una frase che avevo sentito in casa, come un commento che mia nonna faceva con mia madre riferito a mio padre e che alludeva ai loro difficili rapporti."

È sufficiente la premessa per provare un certo smarrimento, non solo per la loquacità a dir poco ridondante ma anche perché introduce due nomi che suscitano una certa perplessità. Sorvolando sulla signora già condannata per calunnia con sentenza passata in giudicato, le cui dichiarazioni non hanno mai trovato alcunché di plausibile o minimamente riscontrabile, rimane il musicista Franco Ferrara.
Di questa persona parla anche un’altra teste, Simonetta F., anch’ella amica della calunniatrice; orbene in un verbale del 27 aprile 2006, costei riferisce d’essere la nipote di Maria Porcu, che a suo dire era stata amica e amante di Francesco e Salvatore Vinci. La zia le disse che a compiere il primo duplice omicidio del mostro di Firenze, nel 1968 era stato un guardone, tale Ferrara, detto “l’artista”, che pare fosse stato “cliente” di Barbara Locci ma anche il vero padre di Mario Spezi. Lo Spezi, sempre secondo il racconto della Porcu, avrebbe ereditato la pistola e come in un passaggio di consegne, proseguito la missione del padre. Il giornalista avrebbe goduto quindi della protezione del questore sardo Gianfranco Corrias, ma anche del capo della polizia Antonio Manganelli.
Possiamo fermarci qui, l’allieva pare aver superato di gran lunga la maestra.
Pare evidente che sia Elisabetta M. che Simonetta F. più che riferire di ricordi vissuti rielaborino input ricevuti dalla medesima fonte con risultati a dir poco discutibili.
Ma proseguiamo col verbale.
"Domanda: Ci descriva in che modo suo padre decise di recarsi alla farmacia di San Casciano Val di Pesa.
Risposta: "L'episodio che ho descritto alla P.G. di Perugia è accaduto pochi mesi prima della morte di mio padre. Durante il viaggio verso Milano, decidemmo di fermarci a San Casciano Val di Pesa. Mio padre soffriva di disturbi gastrici che derivavano sia dalla sua immobilità e quindi dalle difficoltà digestive sia dai farmaci che doveva assumere per curare le sue contrazioni muscolari e aveva bisogno di un farmaco gastroprotettore. Nel centro di San Casciano Val di Pesa c'era un'unica farmacia che ho saputo poi essere quella del dr. Calamandrei e vi ci siamo recati per acquistare il farmaco “Essen”, che mio padre assumeva per i suoi disturbi gastrici. Quando siamo entrati, erano presenti in farmacia il titolare, un uomo sui 40/45 anni, abbastanza alto e robusto e un altro signore, più magro e meno alto del farmacista che ho saputo essere un giornalista."
Un giornalista, notare bene. Ricordate Ferrara e lo Spezi, vero?
"L’uomo che vedo poteva essere il farmacista anche se quello era più giovane quando lo vidi. Si dà atto che le foto 37.38 rappresentano Francesco Calamandrei.
Da come il farmacista si è rivolto a mio padre, ho avuto la sensazione che si conoscessero. Nel presentarmi il farmacista, mio padre mi disse che era il dr. Calamandrei. Anche il giornalista presente conosceva di fama mio padre, il quale ha cominciato a rappresentare i suoi problemi di salute. A questo punto, il giornalista, rivolto al Calamandrei, gli ha suggerito di fargli fare una visita dal dr. Narducci di Perugia e il Calamandrei ha convenuto con il giornalista.
Anche mio padre sembrava conoscere di fama il Narducci. Pensavo che dovessimo recarci a Perugia per la visita e invece il farmacista, parlando al telefono con il dr. Narducci, che chiamò in quel momento, si sentì dire che tanto quest'ultimo si sarebbe dovuto recare proprio a San Casciano Val di Pesa entro un paio di giorni e a quel punto il farmacista gli ha detto che poteva visitare mio padre nell’ambulatorio annesso alla farmacia. L'appuntamento fu così fissato. Aggiungo anche che circa due anni prima, mi ero allontanata da casa dopo una lite con i miei genitori, accettando di presentarmi nella zona di Tor Cervara in Roma da un medico, che aveva inserito un annuncio di lavoro sul quotidiano “Il Messaggero”. Questo medico mi ha tenuta segregata con violenza e minaccia nella sua abitazione per circa quattro mesi e, durante questo periodo, mi ha portata anche in Toscana ma non ricordo dove precisamente. All’epoca, quest'uomo aveva circa 48 anni, era claudicante ed ancora oggi sono terrorizzata da quei ricordi. Rammento anche che questi aveva amicizie molto importanti.
Tornando all’episodio di San Casciano, posso dire che, al momento di lasciare la farmacia, sentii il giornalista rivolgersi al farmacista, chiedendogli: ”È dei nostri?”, alludendo a mio padre. La cosa mi colpì tanto che in auto chiesi a mio padre il significato di quell’espressione, ma mio padre non mi rispose, come faceva quando non voleva che ci interessassimo di certe cose. Non so se quella domanda potesse alludere alla massoneria.
Dopo un paio di giorni tornammo alla farmacia del dr. Calamandrei e lì incontrammo un dottore che mi venne presentato come il dr. Francesco Narducci. Posso dire che quell’uomo, che avrà avuto circa 30 anni, mi colpì per il suo bell’aspetto. Aveva capelli ed occhi chiari, era alto circa 1.80 cm ed era longilineo. Era vestito un po’ all’inglese, cioè sportivo elegante.
Lo riconosco perfettamente nelle foto che mi vengono mostrate nr. 0001 - 0002 - 0003 ma in particolare nella foto 0002 L'ufficio da atto che viene mostrato alla sig.ra l’album fotografico nr. 2/2003 del G.I.De.S. e le foto sopra indicate corrispondono alla persona di Francesco Narducci.
Il Narducci era una persona distinta e parlava bene. Quando arrivammo, vidi che parlava con il farmacista e mi sembra proprio che si dessero del tu. Dopo un breve colloquio, salimmo al piano superiore della farmacia con il dr. Narducci, mentre il Calamandrei rimase in negozio. La visita durò circa un’ora e anche il Narducci sconsigliò l’intervento, suggerendo a mio padre una gastroscopia, prima di prendere qualsiasi decisione. Il Narducci non fece pagare la visita a mio padre e rimasero d'accordo di risentirsi. Poco tempo dopo, però, mio padre morì. Aggiungo anche che mio padre frequentava personaggi importanti, come Saragat, Gronchi e Piccioni e conoscevamo bene anche Gianni Ferrio e la cantante Mina.”
Uno sproloquio eterogeneo in cui si citano due Presidenti della Repubblica e famosi artisti nel campo della musica, senza che questi abbiano alcuna attinenza con quel che è oggetto di indagine, che fa sorgere più di un dubbio sulla genuinità delle dichiarazioni.
È invece del tutto falsa e priva di fondamento la circostanza riferita dalla teste che vede un ambiente adatto a visite ambulatoriali al piano superiore della farmacia del dr Calamandrei. Come si evince anche dal disegno realizzato dall’architetto Giovanni C. gli ambulatori erano ubicati al piano terra e vi si accedeva da una porta collocata a sinistra dello sporto della farmacia.
Il primo, il secondo ed il terzo piano sono da sempre occupati da appartamenti privati.
La sentenza del Gup dr Paolo Micheli del 20 aprile 2010 liquida la teste come segue: “...nel caso si fosse reso necessario l’esame della teste in un eventuale giudizio sarebbe stato indispensabile verificare l’idoneità della Elisabetta M. ad offrire una narrazione scevra da possibili contaminazioni di fantasia.”

Marzia P.
Rilascia dichiarazioni il 4 ed il 7 febbraio 2003 presso gli uffici della squadra mobile di Firenze per poi confermare quanto dichiarato il 13 febbraio 2003 presso gli uffici della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Firenze.
“I fatti che ho descritto relativi alla mia frequentazione di uomini e di feste con la (Angiolina/Lina) G. risalgono ad un’estate in cui c’erano i mondiali di calcio (per cui il 1982). Si tratta di un’arco di tempo di un anno e mezzo circa nel quale io ho accettato di prostituirmi. Circa la frequentazione della casa in campagna di cui ho parlato, per partecipare a feste con uomini, ricordo bene che sono andata in quel posto tre volte. Quella casa in campagna era ubicata in località S. Casciano. Io ci sono stata una volta con la signora G. e due volte con la signora Loredana M.. Quando andai con la G. venne con noi anche la signora Anna C.. Le feste si svolgevano sempre in giorni della settimana, mai di sabato o di domenica. Per quel che ricordo c'erano 4 o 5 uomini per volta. Le donne eravamo io e la G.iovagnoli e la Anna o io e la Loredana. In genere gli uomini che la frequentavano erano grosso modo gli stessi. Si trattava di gente quantomeno maleducata sicuramente di scarsa cultura che durante i rapporti e al di fuori dei rapporti schiamazzavano e ridevano. Era gente che sicuramente beveva abbondantemente. Una cosa che mi colpì molto in quel contesto è che in due occasioni c’era un uomo completamente diverso. Molto più giovane degli altri, di bello aspetto, distinto, aveva modi molto fini. Con me si qualificò come medico. (Nel verbale del 04 febbraio 2003 "-Che lavoro faceva questo giovane? -Poteva essere un industriale".)  Anche tutti gli altri lo chiamavano dottore. Una delle due volte venne con una ragazza, l’altra volta venne da solo. Si vedeva che conosceva gli altri. Disse che veniva da Prato e che lavorava a Prato. Più o meno aveva la mia età che all’epoca, nei primi anni ottanta, avevo trentanni. Lui al massimo poteva avere qualche anno di più ma pochi di più. Per quel che ricordo era alto circa 1,80 o poco meno. Aveva un fisico slanciato. I capelli mi sembravano abbastanza chiari. Nelle due occasioni che ho detto indossava camicia e pantaloni. Mi sembrò un tipo atletico, vedendo il fisico pensai che facesse sport. Mi sembra che parlò di sci d’acqua. Parlava di barche e mi sembra proprio che disse di avere una barca ma non disse di che tipo. Mi disse che aveva fatto un viaggio in Thailandia. Gli altri potevano avere età tra i 45/50 anni. Ebbi un rapporto sessuale con lui una delle due volte l’altra volta c’era una ragazza. Si appartarono in una delle camere. Non fu violento, ma nell’amplesso fu brutale ed aggressivo.
Non aveva inflessione dialettale fiorentina. Aveva una collana al collo. Era estate ed aveva la camicia sganciata. Era una collana d’oro, almeno apparentemente. La catena era a maglie larghe, grossetta. La medaglia poteva essere grande come le 100 lire dell’epoca. Lei mi chiede espressamente se ho avuto la sensazione di caratteristiche di omosessualità in quella persona. Io non l’ho percepita."
Una memoria fotografica a dir poco sorprendente che ha registrato dettagli del tutto superflui di una persona vista poche volte in situazione non certo sorprendenti.
Mostratole un album fotografico dichiara “non mi è faccia nuova” dinanzi le foto ritraenti: Pietro Pacciani, Mario Vanni, Giancarlo Lotti, Giovanni Faggi, Salvatore Vinci, Francesco Vinci, Francesco Calamandrei, Giulio Cesare Zucconi, Francesco Narducci, Gian Eugenio Jacchia.” Non sa indicare se li ha visti a San Casciano o se in Via Bellini presso l’abitazione della G. Riconosce l’ex farmacista di San Casciano nella foto n.6 ma non nella n.10. Riconosce Francesco Narducci nella foto n.8 e nella foto 11: “potrebbe essere quello lì che ho visto a San Casciano, potrebbe, però non ne sono sicura”.
Dalla strada asfaltata alla casa ci volevano ancora alcuni minuti di viaggio in macchina. Era un percorso abbastanza breve l’ho già detto in macchina ci voleva qualche minuto forse 5 o un po’ di più.
Il 26 febbraio 2003 viene eseguita una ricognizione e ispezione dei luoghi per accertare l’ubicazione del luogo ove avvenissero i festini indicati dalla teste. Negò riconoscere l’abitato di via di Faltignano, trovò “molto simile alla casa dove aveva effettuato i festini a luci rosse“ una costruzione tra San Casciano e Mercatale vicina alla villa dei Corsini.
Incomprensibilmente non fu chiesto né a Loredana M. né alla Lina G. di fornire un parere a riscontro dell’abitazione indicata dalla signora Marzia P.
Nel verbale del 3 settembre 2003, raccolto presso gli uffici del Gides dichiara: “La persona raffigurata nella foto contraddistinta dal n.10 (Tamara M.) mi sembra di riconoscerla come la donna che in un’occasione aveva accompagnato il medico di Prato”.
E qui sorge qualche dubbio perchè o la moglie dell’architetto Giovanni C. ha visto il Narducci anche senza la Lacoste e gli stivali da cavallerizzo, o la memoria visiva della Marzia P. risulta almeno in parte compromessa.
L’8 febbraio 2003 vengono sentite negli uffici della Squadra mobile di Firenze entrambe le signore citate dalla Marzia P. che negano di aver partecipato ai festini organizzati nei dintorni di San Casciano. La Loredana M. nega addirittura di conoscere Francesco Calamandrei nelle foto che le vengono mostrate.
Lo stesso giorno Marzia P. venne messa a confronto con Loredana M.. Si riportano le parti salienti del relativo verbale:
"L’ufficio domanda se siano state insieme a San Casciano
Miniati: Lo nego. Non sono mai stata. Sono sicura di questo.
Pellecchia: Siamo andate, Loredana a San Casciano o a Poggio a Caiano.
Miniati: Non lo ricordo.
L’ufficio chiede alla Miniati se sia stata in macchina insieme alla Pellecchia
Miniati: Io non lo ricordo. Io a festini non ci sono mai stata."

Del medesimo tenore le dichiarazioni di Lina Giovagnoli:
"Dr Giuttari - Lei ricorda che la signora Pellecchia è stata in macchina con lei e siete andate in giro?
Giovagnoli - Non me lo ricordo… ...ricordo solo che una volta ci siamo viste al Monna Lisa.
dr Giuttari - La signora Pellecchia ricorda di essere stata a San Casciano e a Poggio a Caiano… ricorda che avete preso dei soldi?
Giovagnoli - Si i soldi. Mai andata senza prendere i soldi.
Io non ho memoria di queste cose. Io credo a quello che dice lei ma la mia testa me lo ha mandato via. Si vede che era proprio brutto.Io credo a quello che dice lei perchè è una brava ragazza e non può dire una cazzata. Confermo le dichiarazioni ma le feste non me le ricordo."

Gabriella Ghiribelli, il 28 febbraio 2003, presso gli uffici della Squadra mobile di Firenze fece verbalizzare:
“Nel 1981 vi era un medico che cercava di fare esperimenti di mummificazione in una villa vicino a Faltignano. Questa villa so trovarsi nei pressi del luogo dove furono uccisi nel 1983 i due ragazzi tedeschi (si tratta di Villa La Sfacciata ndr). (..) Di questo posto mi parlò anche Giancarlo Lotti in più occasioni e sempre negli anni 80 quando ci frequentavamo (..). Sempre il Lotti mi raccontò che questa villa aveva un laboratorio posto nel sottosuolo, dove il medico svizzero faceva gli esperimenti di mummificazione. Questo medico svizzero, a seguito di un viaggio in Egitto, era entrato in possesso di un vecchio papiro dove erano spiegati i procedimenti per la mummificazione dei corpi. Detto papiro mancava però di una parte che era quella relativa alla mummificazione delle parti molli e cioè tra le altre il pube ed il seno. Mi disse che era per quello che venivano mutilate le ragazze nei delitti del c.d. mostro di Firenze. Mi spiegò anche che la figlia di questo medico nel 1981 era stata uccisa e la morte non era stata denunciata. Il procedimento di mummificazione gli necessitava proprio per mummificare il cadavere della figlia che custodiva nei sotterranei.
Questo medico svizzero all’epoca aveva circa 40-45 anni e frequentava assiduamente un orafo di San Casciano che aveva un laboratorio vicino all’’Orologio” ed un medico che curava le malattie tropicali con ambulatorio nei pressi dell'orafo. A proposito di quest’orafo, posso dire che più volte lo vidi insieme al medico di Perugia che poi scomparse nel Lago. Riguardo a quest'ultimo lo descrivo come un giovane dal fisico atletico, alto, ben curato.
Il medico svizzero era alto e robusto, con capelli sul castano scuro. Il medico di Perugia lo vidi anche in compagnia del medico che curava le malattie tropicali di cui ho parlato. Era più giovane degli altri e poteva avere una trentina di anni.
Questo medico di malattie tropicali all'epoca era sui 40 anni, alto circa mt 1.70, con capelli scuri.
So che il medico di San Casciano di malattie tropicali, il medico di Perugia e l’orafo frequentavano la villa del medico svizzero, dove facevano anche festini con minorenni."

La teste riconobbe nelle foto di Francesco Narducci “Il medico di Perugia che scomparve nel lago” e le indagini di P.G. consentirono di identificare l’orafo e il medico delle malattie tropicali nel sig Fabio F. e sig.Achille S..
Sull’identità del medico svizzero ci rende edotti la nota Gides del 17 novembre 2003 “E che il Narducci avesse avuto all’epoca un’abitazione o comunque dei punti di riferimento ben precisi su questo territorio è un dato ormai acquisito dalle attuali indagini. Come pure lo sono la conoscenza e la frequentazione del farmacista Francesco Calamandrei, di un medico svizzero che abitava a La Sfacciata, probabilmente il tedesco Reinecke che conviveva con una donna svizzera (…)."
Vale la pena ricordare a questo punto alcune meritevoli considerazioni del giudice dr Paolo Micheli che nella sentenza del 20 aprile 2004 scrive: “A parte ogni rilievo sulla verosimiglianza dei vari elementi di fatto rappresentati dalla donna, in primis la presunta riconducibilità dei duplici delitti a esperimenti di mummificazione, con tanto di cadavere di una ragazza conservato in attesa di ridarle vita, sulla genuinità della ricognizione fotografica del Narducci è lecito nutrire parecchie riserve.
Nel corpo del verbale, infatti, la Ghiribelli non parla genericamente di un medico umbro, ma esordisce subito con l’indicazione che si tratta del medico scomparso nel lago: ergo, vera o meno che fosse la circostanza di averlo veduto in passato, ella già ne aveva associato l’immagine a quella di un soggetto di cui le cronache avevano parlato.
A questo punto, dire che certamente non ne aveva visto la foto perché da sette mesi aveva la televisione rotta è una giustificazione che non sta in piedi: va tenuto presente che il verbale è del febbraio 2003, quando la stampa si era abbondantemente dedicata al Narducci anche a causa delle risultanze della riesumazione del corpo.”


Nella mattina del primo marzo 2003, personale della Squadra mobile unitamente a Gabriella Ghiribelli si recò in Via Volterrana, giunti al numero civico 82 questa esclamò: "Sì, sì, sì, la villa è questa, è qui che ho visto quello stronzo insieme ad una bambina. Lo svizzero era in compagnia di una bambina, anche il dottore di Perugia era all'interno del cancello della villa."
Solo tre mesi dopo, il 5 giugno 2003, rettificò: "Ho collegato lo svizzero con la villa sulla Volterrana, in quanto fu il Lotti che mi disse che il medico svizzero abitava presso quella villa, io però non l'ho mai visto né nei pressi, né all'interno di detta villa."
Sempre il primo maggio 2003, dopo l’individuazione dei luoghi, Gabriella Ghiribelli fu condotta presso gli uffici della Squadra Mobile dove aggiunse alcuni particolari alle precedenti dichiarazioni: “Lo svizzero andò via dal paese quando Pacciani fu indagato per la vicenda del mostro di Firenze". In realtà Rolf Reinecke si trasferì in Germania fin dal 1984 come da accertamenti della P.G. e come dichiarato anche da Attilio Pratesi, ex dipendente di Martino Martelli, proprietario all’epoca della Villa “La Sfacciata: “Andò via dalla Sfacciata credo dopo del 1984 e, comunque, dopo che era morto Martino Martelli” (verbale del 01 agosto 2003) e non nel ’91, quando Pacciani fu indagato per i delitti del mostro di Firenze.
“Circa il dottore svizzero di cui ho parlato, lo vidi a San Casciano al Bar Centrale, insieme all’orafo e al medico delle malattie tropicali. Lo vidi viaggiare con un’auto, di lusso, nera con le codine, che ho spiegato ieri. (...) ’Ricordo bene che in un’occasione lo svizzero si fermò con l’auto davanti al bar e fece salire l’orafo, come pure vidi bene la macchina; presero la direzione della villa. Ricordo che era di pomeriggio; all’epoca abitavo in Borgo Sarchiani”.
Si tratta di una circostanza non accettabile sul piano logico poiché Gabriella Ghiribelli ha vissuto a San Casciano, in Borgo Sarchiani dalla seconda metà del 1984 a tutto il 1986, (come riferisce lei stessa in un verbale dell’8 febbraio 1996: “Abbiamo abitato per un periodo a San Casciano, in Borgo Sarchiani. Il periodo è quello che va dalla metà del 1984 a tutto il 1986” e come conferma, seppur posticipando l’arrivo a San Casciano, il suo convivente Norberto Galli, nel verbale dell’08 febbraio 1996: “il periodo in cui ci trasferimmo a San Casciano via Borgo Sarchiani nr.80, dovrebbe essere i primi mesi dell'85. Dico questo per due ragioni: la prima perché mi ricordo che provenivamo da una sistemazione presso la fattoria di montagnana, subito sopra Cerbaia e che ivi avevamo avuto dei problemi per la famosa gelata dell'85. La seconda ragione che mi fa collegare a quel periodo il trasferimento a San Casciano è legata al fatto che ci sono stato circa un anno, prima di essere arrestato di nuovo per un mesetto, nel maggio dell'86.) quando Rolf Reinecke aveva già fatto ritorno in Germania. Chi era allora lo svizzero visto al bar centrale dalla teste?
Certamente non Rolf Reinecke che peraltro non disponeva di “un’auto, di lusso, nera con le codine” poiché dall'annotazione del Gides del 17/11/2003, apprendiamo che Rolf Reinecke fosse proprietario dal 24 marzo 1982 di una Innocenti Mini 90 targata FI94...
Ed infatti Gabriella Ghiribelli, nel verbale del 5 giugno 2003, redatto presso i locali del Gides, chiarisce: “Riconosco l'uomo la cui foto è contrassegnata con il numero 4 (N.V.) come il medico svizzero di cui mi aveva parlato il Lotti ricordo che il medesimo aveva un accento straniero ed indossava occhiali con lenti scure. Ed è la stessa persona che in un'occasione ho visto andare via a bordo della sua Mercedes scura in compagnia dell'orafo di San Casciano. Sono certa altresì che si tratta della stessa persona che si accompagnava spesso con il medico di Perugia.
Il medico svizzero pertanto non era, come fino ad allora si era presunto, Rolf Reinecke ma un certo Nathanel Vitta che però non ha mai abitato a Villa La Sfacciata, non ha mai svolto la professione di medico, non è originario né ha o mai avuto parenti in Svizzera ma soprattutto, la figlia, tutt’ora viva, non risulta abbia mai subito processi volti a mummificarla.

"Domanda: Da quante persone era composto il gruppo che solitamente era solito radunarsi nel fine settimana al bar centrale di S. Casciano?
Risposta: Se non ricordo male, il gruppo era composto da parecchie persone, circa venti, (…) le persone che erano più in confidenza tra loro erano: il medico di Perugia, l’orafo di S. Casciano, il medico delle malattie tropicali, il farmacista S. Casciano, e dalla persona da me riconosciuta oggi nella foto n° 5, (Carlo S.) e quella da me riconosciuta nei precedenti verbali che veniva chiamato dagli amici Gianchi. Tutti arrivavano al paese di S. Casciano con macchinoni di grossa cilindrata. Faccio presente che quando il bar centrale era chiuso dette persone si radunavano al bar dell’orologio."

Dalle iniziali quattro persone di cui ha parlato nei primi verbali (28 febbraio 2003,01 marzo 2003, 05 marzo 2003), il medico svizzero, l’orafo, il medico di Perugia ed il medico delle malattie tropicali si giunge ad un gruppo di addirittura venti persone.
A questo gruppo fa parte anche Francesco Calamandrei fino ad allora mai nominato.

Nel verbale dell’11 luglio 2003, negli uffici del Gides, Gabriella Ghiribelli dichiara: “Ricordo che in quegli anni (tra l’80 ed i ‘90) il mio amico Giancarlo Lotti mi riferiva della sua conoscenza con un uomo di colore di nazionalità italo americana. Quest’uomo viveva nella villa La Sfacciata.
Io personalmente non l’ho mai visto dentro La Sfacciata però l’ho conosciuto di vista perché frequentava il bar centrale nella piazza di San Casciano.
Giancarlo (Lotti) lo chiamava Uli, altre volte Ulisse.
Ulisse l’ho visto non solo al bar Centrale, ma anche al bar dell’orologio, e altre volte invece l’ho visto in macchina in compagnia “dell’orafo” e anche del “medico delle malattie tropicali”.
Ora che ci penso, ricordo che almeno in un’occasione ho visto il Dottore Svizzero, che io ho già Indicato e riconosciuto in una foto che mi avete mostrato in una precedente verbalizzazioni, e L’Ulisse assieme, erano al bar “Centrale”, dove io compravo le sigarette. Altre persone che ricordo frequentavano Ulisse erano: il dottore giovane di Perugia, il farmacista di San Casciano, il Medico delle malattie tropicali e quello che ho riconosciuto durante le passate verbalizzazioni che vi ho detto che il solo vederlo mi ha fatto stare male.
Il dottore di Perugia l’ho conosciuto tramite Giancarlo che gli parlò bene di me. Ricordo che erano i primi anni ’80, io ero giovane e lui aveva grosso modo la mia età.
In un verbale del 27 dicembre 1995 Gabriella Ghiribelli aveva però dichiarato "Il Lotti Giancarlo ho iniziato a frequentarlo dall'anno 1986 e mai prima della circostanza riferita (l'auto a Scopeti)”.

“Non ho più saputo nulla di Ulisse dopo che indagarono il Pacciani.”
In sede di individuazione fotografica riconobbe “al mille per mille”, nella foto di Mario Robert Parker, la persona che aveva indicato col nome di Ulisse.
La Ghiribelli si è trasferita a Firenze nel 1986 non si comprende pertanto come potesse aver visto sparire Ulisse nel 1991 da San Casciano ma se anche fosse giova ricordare che Mario Robert Parker si trasferì per lavoro a Milano “in epoca immediatamente successiva al duplice omicidio del 1983“ come ricorda il PM, dr Paolo Canessa nella requisitoria del 28 novembre 2007: “Beh, siamo al 1983. (…) Questi signori, negro e tedesco, la notte e l'indomani vengono pizzicati. Il tedesco viene tartassato; viene poi processato e condannato (per possesso non autorizzato di armi ndr). Ma sapete cosa succede dopo queste indagini? Questi signori, dopo pochissimo tempo, entrambi se la danno a gambe, abbandonano, a gambe levate, la Sfacciata.”

Lorenzo Nesi, il 4 aprile 2003, negli uffici della squadra Mobile di Firenze, dinanzi un album fotografico dichiarò: “La persona raffigurata nella foto nr.2 (Narducci ndr) l’ho vista sicuramente a San Casciano. Ne sono proprio certo e credo che abitasse in una villa o comunque una casa colonica grossa, che si trovava sulla strada che da San Casciano va verso Cerbaia, e precisamente vicino alla chiesa di San Martino. Non era sicuramente una persona del posto e mi sembra di ricordare di averla vista insieme al farmacista di San Casciano che si chiama Francesco Calamandrei. Su quest’ultimo punto non sono proprio certo, ma ribadisco con la massima certezza che questa persona raffigurata nella foto 2 l’ho vista a San Casciano. Questo è proprio fuori discussione e non per un giorno, ma l’ho visto più volte.
Questa persona sono sicuro di averla vista con un tipo un po’ strano, di nazionalità straniera, ma non so dirvi di dove. Dico strano perché era proprio un omone che vestiva in maniera un po’ stravagante”.
Nesi riconosce Narducci in tre foto su quattro ma non lo colloca a La Sfacciata come la Ghiribelli ma presso la villa “Il Palagio” che si trova proprio “sulla strada che da San Casciano va verso Cerbaia”, è altresì insolito non riconosca Francesco Calamandrei nelle foto n.34 e 35 per quanto ne parli come di persona nota.
Ma andiamo avanti con il verbale:
"Domanda: come le risulta che l’omone e il Narducci abitavano sulla strada per Cerbaia, dopo la chiesa di San Martino?
Risposta: ho detto questo perché mi è capitato di vederli a piedi proprio in quella zona, per cui ho ritenuto che vivessero in quel posto. Li ho visti più volte sempre vicino San Martino ed ho dedotto che dovessero abitare proprio lì.
Domanda: dove ha visto a San Casciano l’omone ed il Narducci?
Risposta: ricordo di averli visti in piazza ed anche al bar, quello stesso bar frequentato anche da me e da Vanni.
Ricordate le dichiarazioni dei titolari dei due principali bar di San Casciano circa i nomi degli avventori?
Domanda: ci può descrivere la persona della foto 2 che come l’ufficio le ha dato atto si chiamava Narducci Francesco?
Risposta: Era una persona dal fisico atletico, più giovane dell’omone, all’epoca poteva avere 28/30 anni. Il fisico era ben curato e credo che facesse anche dello sport, tipo tennis. Dico questo perché ho ricordo di averlo visto con una borsa con le racchette da tennis, ma non so dire dove nella zona andasse a giocare, forse in un campo privato. Domanda: ci può dire con chi vide questa persona della foto n. 2 a San Casciano oltre che chiaramente con l’omone?
Risposta: pensandoci bene, la vidi sicuramente con Francesco Calamandrei, con il cognato pittore del Calamandrei e con la sorella del Calamandrei. In pratica si frequentavano anche andando al mare o a cena. Al mare andavano nel grossetano, ma non so dire il posto preciso. Ai ristoranti credo che andassero al ponte rotto, all’’antica posta” e nei luoghi più vari. Li sentii parlare al bar che andavano a cena.”
Il 22 maggio 2003 riconosce nella foto di N.V. “l’omone” di cui aveva precedentemente parlato.
Aldilà della inevitabile perplessità circa lo sguardo a dir poco indiscreto ed invadente del teste, che tutto registra ed annota mnemonicamente, Silvano Matteuzzi, titolare della trattoria alimentari Ponterotto, il 26 agosto 2003, ed il 25 gennaio 2005, dinanzi la foto del dr Francesco Narducci dichiara: “Dopo aver visionato le foto da 1 a 4 posso solo dire che non mi ricordano nessuno che ho conosciuto di persona”. Le stesse 4 foto furono mostrate alla moglie del Matteuzzi, Fantappiè Leda: “Non ho mai visto le persone ivi effigiate.”

Jacqueline M., il 19 aprile 2004, presso il distaccamento fiorentino del Gruppo investigativo delitti seriali, riferì che a seguito della trasmissione della puntata di Blu Notte dedicata al “mostro di Firenze” aveva sentito l’esigenza di raccontare quanto accadutole a fine agosto nel 1985.
“Alla fine di agosto 1985 mi trovavo a Firenze. In un boschetto di cipressi che si trova dietro l’Abbazzia di San Miniato decisi di piazzare la mia tenda. Verso le 6 di mattina, mentre mi trovavo a dormire da sola al di fuori della tenda, in quanto faceva molto caldo, mi sono accorta di due uomini che si erano avvicinati a me e stavano tentando di sfilarmi i pantaloni che avevo messo sotto la testa per fare da cuscino. Gli stessi appena si accorsero che ero sveglia si allontanarono velocemente. La notte successiva al fatto che ho sopra descritto, intorno alle ore 01.00 io mi trovavo ancora una volta a dormire con il sacco a pelo fuori dalla tenda ed a questo punto, svegliandomi all'improvviso, mi accorsi della presenza di qualcuno che mi aveva aperto la lampo del sacco a pelo. Io ricordo di essermi impaurita moltissimo, tanto da iniziare a gridare a squarciagola, vedendo nel contempo un ombra che si allontanava rasente il muro di cinta dell’abbazia. Strisciando a terra arrivai fino alla strada, di lì a poco è transitata una macchina, forse di colore chiaro con due uomini a bordo. Fermata l’auto i due uomini mi dissero di stare attenta perché c’erano dei criminali che uccidevano le coppiette. I due uomini mi accompagnarono ad un bar e si offrirono di ospitarmi a casa di quello più tarchiato, dove a suo dire vi si trovava anche la moglie di questo. Io accettai ed in macchina ci siamo recati alla casa in questione. Viaggiammo circa mezz’ora. La mattina successiva mi sono svegliata e uscendo dalla camera, mi sono ritrovata in una stanza grande, adibita a cucina. L’arredamento era molto rustico, classico di una casa di campagna. Successivamente è arrivato uno dei due uomini che avevo visto la sera prima, quello alto e tarchiato, (…) poi sopraggiunse un’altra persona di 30/35 anni molto distinto e ben vestito. Ricordo di aver incontrato anche una donna italiana. Nella mattinata stessa sono stata riaccompagnata a Firenze.”
Il 24 novembre 2004 la signora Malvetu, fece mettere a verbale “L’altra sera mentre stavo guardando “Chi l’ha visto” ho riconosciuto in una foto mostrata il giovane che mi fu presentato quella mattina dai miei soccorritori. Anche lo scorso aprile, sempre in occasione di un servizio televisivo sulla storia del mostro di Firenze non riferii di aver riconosciuto l’uomo della foto alla televisione perché ero stanca e volevo andare via.”
Mostratole un album riconobbe nella foto di Francesco Calamandrei una delle due persone che nell’agosto 1985 le prestarono soccorso e nella foto di Francesco Narducci la persona distinta e ben vestita che vide l’indomani la brutta disavventura.
Se in queste prime dichiarazioni sono apprezzabili talune circostanze a dir poco suggestive che suscitano qualche perplessità, nelle successive è necessario abbandonarsi alla sospensione dell’incrudilità.
21 aprile 2005 (fax inviato al Gides)
“Scusatemi di non aver capito che quello che mi avete detto era per proteggermi per via delle intercettazioni telefoniche di qualche criminale che possa ascoltare il mio telefono. Io so che mi avete controllata a 360° e questo mi sta bene ma non ho fatto il calcolo che altre orecchie malvagie potessero spiarmi. Di nuovo chiedo scusa. Alessandro (Borghi Vice Sovrintendente ndr) voglio bene a voi tutti della squadra e scusatemi della familiarità ma vi voglio veramente bene a tutti. Ho trovato un’altra ipotesi che conferma quello di cui vi ho già parlato Alessandro Borghi. Mi sono lasciata travolgere adesso da sentimenti, sto a piangere adesso, starò zitta come una carpa fino a che verrò chiamata da voi in ufficio.
Sono convinta al 100/100 di essere stata manipolata dai mostri di Firenze senza saperlo (…) So di non essere affatto matta ma sicura di avere detto la verità. Con rispetto di voi tutti e della giustizia Jacqueline Malvetu.”


9 luglio 2005, presso gli uffici della Procura di Perugia
“Mi presento spontaneamente perché mi sono ricordata. Nel mese di giugno ho cercato la casa. Sono andata a Firenze, Perugia, Assisi e Pistoia. Ho paura e non dormo. Voglio contribuire ad aiutare l’indagine. Satanismo e nazismo. Conflitto tra ebrei e francescani. Rete gigantesca. Pucci e il nome dell’agenda.
Siamo passate davanti alla Stazione, poi siamo passate davanti a una vecchia casa ad angolo dopo un cavalcavia. Ho dei ricordi di questa casa, come se ci fossi stata. Siamo passate poi davanti all’Ospedale di Via della Pallotta, attraversando un’area verde. Lì ho provato una sensazione spaventosa. E’ come se un ricordo affiorasse da un altro mondo. Sembrava che uscisse dai miei sogni. Mi hanno colpito moltissimo i ferri che sporgevano dall’edificio. Si dà atto che la Signora piange.
Ho riconosciuto questo Ospedale. Io associo questi ricordi a Narducci. Non sono mai venuta a Perugia se non quando cercavo le persone conosciute in Toscana. Forse vi sarò venuta anche nel periodo in cui sono stata in quella casa in Toscana. Ho visto anche delle automobili vecchie o un’auto vecchia nel parco dell’Ospedale e mi sono ricordata di una persona che mi parlò di queste macchine e di esservi stata con un’auto. Da lì sono riuscita e l’ho riferito alla mia amica, ma, prima di uscire, ho visto un’auto di colore blu che s’era fermata dietro alla mia amica. Ho guardato lo stemma con il grifo rosso e mi sono ricordata di averlo visto all’epoca e di averlo riferito alla Polizia, all’epoca. Ho provato a chiamare la Polizia a Firenze, ma nessuno ha risposto. Al n. 74 di Via Roma ho capito che c’erano altri Narducci. Ero impressionata.
Ho riconosciuto anche l’ex Carcere. Sono passata in Procura ma era chiusa. Mi sono fatta vedere dalle telecamere della Procura. Sono andata poi nella zona di Via San Bonaventura dove mi sembra che vi sia una clinica ma non mi ha detto nulla. Sono passata sotto la casa di cura “Liotti” e ho visto un ambulatorio col nome Narducci. Dall’ambulatorio del ginecologo Narducci, ho visto una casa mi ricordava qualcosa. Ho preso i numeri di targhe di auto con persone di colore. Ho riconosciuto anche altri posti a Pistoia, ma ora sono stanca e preferirei parlarne un’altra volta.”

Il dr De Luca nella sentenza contro Francesco Calamandrei del 21 maggio 2008 fornisce un’indicazione netta circa la natura delle dichiarazioni della Malvetu:
“…esse rientrano nell’ambito di quelle dichiarazioni farneticanti e fantasiose, spesso presenti nell’ambito del presente procedimento penale”.

Roberto G. – Il primo ottobre 2005, presso gli uffici della Procura di Perugia, dichiarò “Mi sono arruolato nell’arma Carabinieri nel 1975.Tra i vari servizi che ho svolto vi è stato anche quello di protezione e vigilanza della Principessa Beatrice d’Olanda e della sua famiglia che aveva una villa a San Casciano Val di Pesa.
Ricordo che, una volta, anche l’allora regina d’Olanda, Giuliana, venne a San Casciano. Io prestai servizio di protezione e vigilanza per la principessa circa tre volte e l’ultima fu nell’agosto 1977. Durante l’attività in questione, dormivamo nella caserma di S. Casciano che si trovava nella piazza principale dove si trovava e, credo, si trova tuttora anche la farmacia. Io però non conoscevo il farmacista sino a quel giorno, quando lo incontrai e spiegherò in che modo. Notai quella mattina, proprio tra la farmacia e la caserma, un’Alfetta bianca, nuova fiammante, targata Perugia. Mi pare proprio che fosse un’Alfetta. Non so perché, ma quell’autoveicolo mi incuriosì e mi preoccupò, forse per un sesto senso che avevo. Quella macchina attirò la mia attenzione. Ero armato di tutto punto e in divisa e mi avvicinai circospetto a quell’autovettura che aveva sul parabrezza, sul lato destro, quello del passeggero, lo stemma dei medici. A quattro-cinque metri dalla macchina, dietro di me, c’era Mario Vanni, il postino, che riconosco nella foto che lei mi mostra.
C’era qualcosa che non andava in quella piazza e che mi preoccupò. Vanni, che aveva la borsa da postino e che avevo visto, dalla caserma, consegnare la posta ad una donna, si era messo a pochi metri dalla macchina targata PG ed era un po’ di tempo che stava nei pressi della stessa. La cosa era strana, perché, essendo portalettere, avrebbe dovuto spostarsi o, comunque, trattenersi lì per un breve periodo. Sarà rimasto, invece, vicino a quella macchina per un quarto d’ora o venti minuti, da solo e non escludo che vi sia rimasto anche dopo che io mi allontanai dal posto. Era come se dovesse custodire quella macchina. Io chiesi a Vanni in maniera secca: “Ha visto dove è andato chi ha parcheggiato questa macchina?”. Lui mi ha risposto frettolosamente e come in imbarazzo: “È in farmacia.” Mi sono recato allora nella farmacia, dove vi erano un paio di clienti, un uomo e una donna, a quanto ricordo. Al banco mi pare che vi fosse una commessa, ma non lo ricordo con precisione.
Chiesi con voce perentoria di chi fosse la macchina parcheggiata nella piazza e, dal retrobottega della farmacia, che si trovava dietro al bancone e di fronte all’ingresso, si precipitarono fuori, quasi cadendo per terra dalla fretta, il farmacista Calamandrei e il medico Francesco Narducci, che riconobbi perfettamente.”
Mostratogli un album fotografico riconobbe Francesco Narducci, Mario Vanni, Pietro Pacciani e Francesco Calamandrei, ma anche Gabriella Ghiribelli.
Ma proseguiamo con il verbale di quel giorno: “Come ho detto, il Narducci e il Calamandrei sono usciti trafelati dal retrobottega, quando hanno sentito che c’era un militare dell’Arma che, in tono perentorio, chiedeva di chi fosse quella macchina targata PG. Ricordo che il Narducci si piazzò di fronte a me, dietro il bancone, mentre il Calamandrei si mise alla destra del Narducci, con i gomiti appoggiati al bancone e ricordo ancora l’espressione di preoccupazione e quasi di sgomento che aveva il Calamandrei, osservando il Narducci che rispondeva alle mie domande. Io chiesi al Narducci di chi fosse quella macchina targata PG e il Narducci mi rispose che era la sua. Gli chiesi poi chi fosse e da dove venisse e lui mi rispose di chiamarsi Narducci e che veniva da Foligno. Io, preoccupato delle reazioni al mio brusco intervento in farmacia, cercai di moderare il mio tono avendo visto che il conducente della macchina era dietro il bancone e che si trattava di un medico, e feci presente di essere anch’io originario della provincia di Perugia e di venire da Castiglione del Lago. Cercai, così, di rasserenare il clima. Gli chiesi anche perché si trovasse a S. Casciano e mi disse che era rappresentante di una ditta farmaceutica di Prato. Continuando la conversazione, io osservai che da Foligno a Firenze ce ne era di strada. A questa osservazione, il Narducci replicò, sempre affabilmente, dicendo che lui, comunque, aveva una casa all’uscita di Firenze Certosa. Io, allora, non sapendo più che dire, commentai: “Ha visto che bel monastero che c’è in quella zona ?”. Il Narducci, per tutta risposta e sorridendo, mi disse: “Eh! La casa ce l’ho proprio lì vicino!”. Fu a quel punto che notai il Calamandrei osservare il Narducci preoccupato, dal basso, perché era chino sul bancone, verso l’alto, cioè verso la posizione del Narducci che parlava stando diritto, dietro il bancone. Mi è rimasta impressa l’espressione preoccupata e sgomenta del Calamandrei, che seguiva il discorso del Narducci. Ricordo anche che, con la bocca, il Calamandrei accennò ad una specie di smorfia, come quando si rimane sorpresi e contrariati dalla eccessiva loquacità di un amico. A quel punto, il mio collega, che nel frattempo aveva preso la macchina che avremmo dovuto utilizzare per andare alla villa della principessa, ha cominciato a suonare insistentemente dalla piazza, per richiamare la mia attenzione. Io, allora, dopo aver esclamato: “E allora… piacere! Arrivederci”, ho salutato il Narducci e il Calamandrei e sono andato nella macchina dei Carabinieri. Credo che il Vanni fosse ancora lì in attesa. Credo anche che avesse avuto come l’ordine di custodire la macchina targata PG."

In seguito, Giovannoni torna a presentarsi spontaneamente al Pubblico Ministero in altre occasioni. Il 9 maggio 2006 dichiara: “Aggiungo che vedendo la foto del Calamandrei che lei mi ha mostrato quando lei mi ha interrogato, mi sono ricordato che forse ho rivisto questa persona nell’extra bar “Tognalini” di Castiglione del Lago nell’anno 1999 mese di maggio, qualche tempo dopo una vincita al super enalotto.”
Il 7 giugno successivo invece, il teste riferisce che un certo Facchini, sempre a Castiglione del Lago, gli aveva presentato tempo prima un giornalista capitato da quelle parti, giornalista che il Giovannoni ha riconosciuto in Mario Spezi quando questi è apparso sui quotidiani a seguito dell’arresto subito.
Seppur con più di 25 anni di ritardo, Giovannoni fornisce il proprio contributo alla giustizia fornendo alcuni elementi interessanti, molte inesattezze e talune incongruenze. La prima riguarda l’autovettura di Francesco Narducci, questi infatti, da quel che ha riferito la moglie (“Quando lo conobbi Francesco aveva una BMW bianca”, Francesca Spagnoli, 05 marzo 2002) ma anche Giuseppe Trovati (titolare della darsena ove era ricoverata l’imbarcazione di Francesco Narducci) e numerosi altri testi, non ha mai posseduto una Alfa Romeo, tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta disponeva di una BMW. Un’inesattezza non di poco conto riguarda invece l’ubicazione della tenuta della principessa Beatrice d’Olanda che si trova tutt’ora a Tavarnelle e non a San Casciano come dichiarato dal Giovannoni. Parimenti pare davvero insolito il ruolo costruito dal teste al presidio di Mario Vanni, presenza che è smentita dall’annotazione del 24 luglio del 1991 degli addetti della Squadra Mobile della Questura di Firenze secondo la quale Mario Vanni “dal 1975 al 1987 fu assegnato a prestare servizio in qualità di portalettere presso l’ufficio postale di Montefiridolfi, con giurisdizione Mercatale, Petrigliolo, Valicondoli e Montefiridolfi” non si vede pertanto come possa aver consegnato  “la posta ad una donna” a San Casciano non essendo area di sua competenza.
Il dr Narducci, da tutti definito schivo e introverso, risulta loquace ed affabile dalle parole del teste, ma non solo, come se non avesse alcunché da nascondere rivela il luogo della propria residenza in loco ma mente circa la sua provenienza: è noto infatti che il dr Narducci fosse originario di Perugia e non di Foligno.
Quel che segue è un brano della sentenza Micheli che è quanto mai esplicativo ed efficace circa le dichiarazioni del teste Giovannoni: “Se si considera che il GIOVANNONI, per sua stessa ammissione quanto all’episodio che lo aveva portato a riconoscere la fotografia dello Spezi, trae dai giornali alcuni degli spunti che offre, sovviene il dubbio che anche nel suo racconto vi siano possibili elementi di fantasia.
La deposizione è arricchita da indicazioni del tutto eterogenee e poco spiegabili, come il richiamo a una denuncia archiviata a carico di medici ed al fatto che nell’Arma egli si sarebbe creato delle inimicizie a causa della conoscenza con un ufficiale che aveva avuto problemi con la giustizia.”


Questi gli elementi ritenuti “significativi”, che qualcuno ha definito “punti fermi”, a quel che è emerso fino ad oggi, non tutti i cd mandanti sono stati raggiunti da provvedimenti giudiziari, taluni non sono neppure mai stati citati dalla stampa che da sempre si occupa di questa vicenda, quel che è certo e “significativo” è che il dr Francesco Calamandrei il 21 maggio 2008 è stato assolto “perché il fatto non sussiste”.