lunedì 25 giugno 2018

L'Uomo dietro il mostro 7 di E. Oltremari

Sabato 19 Giugno 1982 - Loc. Baccaiano, Montespertoli.
 
Una piccola premessa.
Rinnovo ancora le scuse per il ritardo nella pubblicazione di questo pezzo che, come vedrete, non dibatterà dell’annosa questione riguardo la posizione del corpo della vittima maschile, né tantomeno della dinamica - confusa sì - di questo delitto. Sarà invece utili e fondamentale per comprendere due aspetti che saranno alla base del nostro profilo e che verranno poi interamente ripresi (anche per tal ragione la brevità del pezzo) in sede di discussione di profilazione quando verranno comparati tutti i delitti tra di loro. Come accennato in altre sedi, questo ritardo è stato dovuto all’accavallarsi di
molti impegni lavorativi che mi hanno spinto a posticipare il tutto anche, e soprattutto, per potervi ora annunciare, sperando di far cosa gradita, l’uscita di due lavori in collaborazione con l’autore Francesco Cappelletti: il primo, riguardante tutte le dichiarazioni del N.M. tra di loro comparate e fatte periziare da uno psichiatra infantile; il secondo, riguardante invece la disanima di delitti irrisolti avvenuti a Firenze aventi tra le vittime giovani donne. Non si tratta dei soliti nomi noti, ma di altre figure - di pregevole interesse si ritiene - uccise con modalità similari a quelle degli anni ’80 ma risalenti anche a prima del 1968.

Buona lettura,
E.Oltremari

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Dopo circa 800 m dall’imbocco di Via Virginio Nuovo ci si imbatte in una Fiat 147 Seat di colore blue adriatico. Ha il muso rivolto verso uno spiazzo, chiuso a semicerchio, sterrato e delimitato da cespugli sito dall’altro lato della carreggiata, mentre la metà posteriore è incastrata dentro il canaletto di scolo che costeggia l’altro lato della strada. La portiera destra è aperta, mentre quella sinistra è chiusa a chiave. Il finestrino lato guidatore è frantumato con i detriti di questo sparsi all’interno dell’abitacolo. In prossimità del piolino interno c’è una striatura di sangue. 
I due fari anteriori hanno cristalli e lampade frantumate ed i vetri di queste si rinvengono sull’asfalto sottostante. 
I fanalini di posizione sotto i fari sono, uno lesionato (quello destro) mentre l’altro ha la parte bianca rotta. 

Sulla metà destra del parabrezza (37 cm dal bordo destro ed a 27 cm dalla base) si rinviene un foro di proiettile. Il contakilometri è fermo sui 23.749Km, la leva del cambio è in posizione di retromarcia mentre quella del freno di sicurezza sollevata per 3/4. Il sedile anteriore sinistro è leggermente reclinato e sia su di esso che sul divanetto posteriore si ripetono larghe chiazze di sangue. All’interno dell’auto è stato poi rinvenuto un fazzoletto di carta che era stato usato per pulire liquido seminale ed un profilattico usato, annodato e contenente liquido seminale. Sono stati repertati 9 bossoli. Tre sulla piazzola a destra della carreggiata, due sulla strada, tre davanti all’autovettura ed uno all’interno di questa. 
Il ragazzo è stato attinto da un colpo alla tempia sinistra, con tramite trasversale che attraversa la cavità cranica e si arresta, con ritenzione del proiettile, contro il tavolato osseo in regione temporale destra. Un colpo all’orecchio sinistro, con tramite obliquo dall’alto al basso e dall’indietro in avanti in senso latero mediale, con ritenzione del proiettile a livello dell’arcata dentaria superiore sinistra. Un colpo al di sotto dell’emimandibola sinistra con tramite obliquo dal basso verso l’altro in senso latero-mediale, e fuoriuscita del proiettile in regione zigomatico-mascellare sinistra. Un colpo alla spalla sinistra, posteriormente, con breve tramite nei tessuti molli e proittile ritenuto contro la scapola sinistra. Sono state inoltre riscontrate ecchimosi periorbitarie bilaterali, più accentuate a sinistra, ecchimosi alla guancia sinistra, due escoriazioni con alone ecchimotico sulla parete anteriore del torace e dell’addome ed agli arti superiori, segni di agopuntura con alone ecchimotico alla regioni sottoclaveari con numerose escoriazioni superficiali nell’area temporo-auricolare sinistra. 

Sul sedile posteriore destro, completamente vestita e con la sola cintura slacciata, c’è il corpo della ragazza. È stata attinta da due colpi di arma da fuoco, uno in regione frontale sinistra, con fuoriuscita del proiettile sulla regione frontale destra. Ed una in regione medio-frontale, con tramite penetrante in cavità cranica e proiettile ritenuto nel lobo parietale destro. Sono inoltre presenti piccole escoriazioni multiple e piccole ferite da taglio, sparse, riferibili all’azione dei frammenti di cristallo frantumato.

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Solitamente, quando si tratta dei delitti del maniaco delle coppiette, questo duplice omicidio risulta uno di quelli maggiormente discussi, tanto il dibattito che suscita in merito alla posizione del corpo del ragazzo al momento sia degli spari che del suo ritrovamento. Proprio per tale ragione - sia per evitare di ripetermi, sia per il piacere di rimandare ai tanti Autori che se ne sono meritevolmente, anche di recente, occupati - concentreremo la nostra indagine sugli spunti che, questo omicidio, si reputa possa fornire. Difatti, nuotando controcorrente, riguardo a questo duplice omicidio scriveremo pochissimo. Nello specifico: circa i luoghi dove avvengono i delitti e circa il rapporto dell’omicida con l’uccisione e l’asportazione delle parti anatomiche. Iniziamo dal primo di questi: il luogo. Sappiamo bene come questo slargo lungo una via asfaltata di traffico frequente rappresenti una scelta apparentemente inusuale se paragonata alle scene del crimine degli anni precedenti (ed in ogni caso anche in riferimento a quelli a venire). Non la si può certo definire una zona appartata, né nascosta o comunque lontana da sguardi indiscreti. Certo, non la si poteva definire una via di traffico pedonale, ma il rischio o comunque la possibilità di essere visti dalle automobili di passaggio lungo la stretta carreggiata (a doppio senso di marcia) era altamente probabile. Cosa che, oltretutto, è effettivamente avvenuto a distanza di pochi minuti (come ampiamente dimostrato nel recente “Mostro di Firenze, Al di là di ogni ragionevole dubbio" di Cochi, Cappelletti, Bruno). Quindi, è lecito domandarsi, per quale ragione l’omicida abbia deciso di colpire proprio in quel luogo così - quantomeno per il suo agire - pericoloso. Si è spesso sentito dire di un eccesso di sicurezza dell’omicida che in preda a manie di grandezza abbia voluto fare il passo più lungo della gamba Ad avviso di chi scrive, nel caso in cui la scelta del luogo fosse dovuta ad un voler mettere alla prova le proprie capacità, ci troveremmo di fronte a manie di stupidità più che di grandezza. Difficilmente, difatti, potremo ipotizzare un assassino che prima di colpire non analizzi e studi il luogo dove dovrà agire. La mancanza di segnalazioni certe, come di sicuri avvistamenti, la vicinanza delle scene alle vie principali o a nuclei abitativi fanno ipotizzare uno studio del luogo da parte dell’omicida che - probabilmente - si è ritagliato del tempo per pianificare logisticamente il delitto nell’azione di avvicinamento al luogo e soprattutto in quella di fuga. 
Pensiamo, inoltre, che l’omicida quando esce di casa per colpire, abbia con sè, quantomeno: una pistola (carica), un coltello, dei guanti, una torcia ed un contenitore per i feticci. Oggetti, questi, che se rinvenuti in auto, ad esempio, in una ispezione dovuta ad un posto di blocco garantirebbero un pass diretto per l’ergastolo. 
Davvero, quindi, vorremmo ipotizzare un omicida che ogni weekend se ne esce in macchina col suo kit per fare un giretto e se si sente di buon animo decide di colpire. 
No. È contro qualsiasi logica e buon senso. Un omicida così meticoloso, preciso, capace di un autocontrollo tanto da cadenzare annualmente i propri
omicidi non condizionerebbe mai i propri delitti al casuale imbattersi in una coppia ed al non poter resistere al proprio istinto. 

Consideriamo poi la data di questo delitto: 19 Giugno. Sarà l’ultima volta,
questa, che l’assassino colpirà nel mese di Giugno prima di circoscrive i suoi futuri delitti alla fine di Luglio ed alla prima decade di Settembre. La condizione per la quale l’assassino avesse voluto scegliere una condizione di maggior favore - nel caso in cui fosse passato per caso in Via Virginio Nuova e gli fosse venuto in mente di colpire - poteva essere ottenuta dal rinviare l’azione ad un momento diverso o a luogo più favorevole. Avrebbe, difatti, avuto altri tre mesi per compiere il delitto essendosi già spinto fino alle metà di Settembre. Difficile, altresì, ritenere che il suo agire fosse dettato da un impulso irrefrenabile, spasmodico. Questa condizione sarebbe difficilmente compatibile con l’ordinata cadenza con cui sembrano eseguiti i delitti. I periodi di cooling off sono regolari, quasi prevedibili se circoscritti al solo periodo estivo. Il bisogno di uccidere sembra quindi cedere di fronte alla programmaticità dell’agire. L’ordine viene prima dell’impulso. L’opportunità prima della necessità. 
Nessun delitto, ad esclusione - almeno a giudizio di chi scrive - di quello del 1985 presenta caratteristiche tali da far intuire di essere l’ultimo di una serie o comunque da far suggerire una chiusura da parte dell’autore. L’azione delittuosa si assopisce col chiaro intento di essere destata. L’agire è preordinato al raggiungimento dell’obiettivo e finalizzato all’assicurarsi l’impunità. È un assassino, questo, che uccide quando vuole (e può) farlo. Non vi è cieco furore, né raptus capaci di rendere le sue azioni come incontrollate o incontrollabili. Il delitto del 1982 potrebbe solo apparentemente richiamare condizioni addebitabili come frutto di ricerca del rischio, o di pulsioni incontrollate. Perché, invece, non vedere nella scelta di quella sventurata vettura sita in un così visibile posto, un motivo per avvalorare l’accuratezza e la maniacaleprecisione dell’agire dell’omicida. Mentre nella scorsa puntata, abbiamo trattato di quanto fosse importante e fondamentali per l’assassino quando colpire, adesso siamo costretti a colorare di tanta rilevanza il dove.

Se prendiamo per buono quanto precedentemente detto (vd. UdM 6) circa la necessità di individuare un giorno con le caratteristiche del weekend in mesi estivi (escludendo il mese d’Agosto), allora circoscriveremo ad una quindicina di momenti quelli davvero usufruibili dall’omicida. Da qui, dovremo pensare che del tempo potrebbe essere stato speso per studiare la zona dove colpire (se non il luogo preciso, quantomeno un raggio d’azione di qualche km), programmando il suo agire a quel giorno più congeniale perché, probabilmente, sebbene ci fossero tanti weekend, soltanto alcuni di questi potevano essere davvero utilizzabili (sul perché si veda sempre UdM 6). Scelto quindi il giorno, l’assassino esce di casa e si dirige verso quella zona in cui non solo è intenzionato a colpire ma dove si è preparato a farlo.
Un predatore che prepara la sua zona di caccia.
Sa dove poter lasciare il suo mezzo di trasposto per raggiungere le zone di suo piacimento. Quindi parcheggia e si incammina fino a raggiungere l’auto dei due fidanzati. E lì, spara. 
La necessità di dover colpire lo costringe a correre un rischio - seppur calcolato - che lo porta a rendersi vulnerabile ad eventuali problematiche, come di fatto succede.
E proprio qui si da prova dell’abilità dell’assassino che si costringe ad un’azione rischiosa e repentina nonostante il rischio perché quel 19 Giugno era il giorno utile per colpire e probabilmente, l’unico. L’attesa di una condizione di miglior favore non poteva essere assecondata, ma non per propria incapacità di resistere al desiderio omicida, quanto per la consapevolezza di aver studiato per colpire lì in quanto, un altro momento, probabilmente non gli sarebbe stato possibile. 
Da qui, potremo considerare l’ipotesi per la quale l’assassino non goda di molta libertà e che le sue azioni delittuose siano rese possibili solo da una organizzazione che gli permetta di usare al meglio la sua condizione di favore in un luogo da lui prescelto. 
Diversamente, dovremo considerare l’eventualità che il suo agire sia frutto di impulso ingestibile, capace di sfociare a qualsiasi ora della notte, in un qualsiasi giorno festivo o prefestivo tra giugno e metà settembre. Un impulso capace di nascere alla mera visione a lato strada di una macchina parcheggiata e dalla bramosia di andarci a vedere cosa vi era all’interno e nella speranza di trovarci dentro cosa si stava ricercando.

Perché ricordiamo che questo è il suo obiettivo, il contenuto della vettura. Sarebbe impensabile credere che l’assassino non si soffermasse ad osservare la scena all’interno della vettura per vedere se questa rispondesse o meno al suo oggetto di ricerca. In questo duplice delitto, la presenza di una macchina parcheggiata a lato di una strada trafficata non poteva immediatamente accostarsi alla coppietta in atteggiamenti amorosi. Cosa che invece poteva facilmente desumersi in tutti gli altri delitti (più peculiare la condizione dei duplici omicidi del 1983 e del 1985 di cui tratteremo in seguito) considerato dove si trovavano le vetture. 
Pertanto, a Baccaiano, ove il rapporto sessuale era appena avvenuto o doveva ancora compiersi, l’accertamento circa chi vi fosse dentro la vettura doveva essere necessario. E proprio tale accertamento avrebbe permesso all’omicida, in uno stato - almeno per ora - di quiete, di valutare la pericolosità dell’azione. Doppiamente riscontrabile nel caso si fosse accorto della coppia - difficile - passandovi prima con l’automobile, o al più della sola vettura dell  vittima maschile in quanto percorrendo la carreggiata non si godeva di una certa veduta sull’interno di questa. 
Non può esservi occasionalità nell’organizzazione e l’assassino delle colline
fiorentine faceva dell’organizzazione il suo punto di forza. 
Sfumando sul secondo argomento che ci eravamo prefissati di trattare - ovvero il rapporto dell’omicida con l’omicidio stesso - la programmaticità dell’assassino viene finalizzata all’uccisione dei due giovani senza compiere alcun errore rispetto al disegno originario. 
Proprio a causa della possibilità che il giovane fosse sul divanetto posteriore e che quindi non fosse lui stesso - come ipotizzato da molti - alla guida della vettura al momento del suo incagliamento nel canaletto di scolo, si è ipotizzato che l’omicida volesse spostare la vettura con dentro i corpi in loco più isolato e più consono per eseguire le escissioni, considerando quindi la loro mancanza come un errore dell’omicida. 
È intenzione di chi scrive, invece, escludere tale possibilità. In relazione a quanto detto prima circa l’organizzazione, la preparazione, l’attuazione e l’osservazione, il rischio - seppur calcolato - già si presentava come elevato anche nella sola azione di aggregazione con l’arma da fuoco. Considerare che nel piano dell’omicida vi fosse anche l’intenzione di mettersi alla guida di una vettura dai vetri infranti e con due cadaveri al suo interno sembrerebbe un azzardo non solo eccessivo, ma anche incomprensibile. Già una volta trovatosi di fronte alla vettura sapeva che non sarebbe riuscito ad eseguire in loco le escissioni. Nel caso queste fossero state per lui essenziali, avrebbe dovuto posticipare il suo agire ad altro momento ma, forse, per quanto detto prima, non gli era possibile.
Chiediamoci quindi: se davvero il suo reale obiettivo fosse l’ottenimento dei feticci, avrebbe colpito quella sera a Baccaiano
La risposta, ad avviso di chi scrive, non potrebbe essere altro che negativa. Ancora, se il suo obiettivo fossero stati i feticci e - come è accaduto - non fosse riuscito a recuperarli, non si sarebbe corretto? Uccidendo magari nuovamente? Come nell’anno precedente ad esempio ove uccide due volte nello stesso anno magari per rimediare al pericolo che il soggetto in carcere avesse visto qualcosa e potesse parlare (o anche solo per rivendicare la paternità dei delitti). 
No, per farlo aspetterebbe un anno e tre mesi per poi uccidere due uomini e non eseguire, neanche qui, le escissioni. 
Due errori - macroscopici, se si volesse considerare il rituale post mortem come essenziale all’atto omicidiario stesso - su una serie di 8 duplici omicidi. Troppi. 
Diventati ormai fardelli impedienti qualsiasi movimento genuino, gli errori di Baccaiano e Giogoli rischiano di viziare il nostro pensiero a tal punto da indurci a considerare gli eventi del 1982 e del 1983 in senso negativo mentre - a nostro parere - non hanno niente di diverso rispetto agli altri delitti della serie. Non sono
errori, non sono sbagli, non sono eccessi: sono delitti riusciti, purtroppo, come tutti gli altri. 
Con gli altri omicidi hanno in comune il chi (una coppia appartata), il dove in un luogo pubblico e la (la morte). Tanto bastano queste condizioni a far confluire questo delitto del 1982 nella scia degli altri. Le escissioni rappresentano un post alla morte da eseguirsi soltanto quando la fantasia ed il volere dell’assassino lo richiedono. Quando, in altre parole, la condizione specifica in cui l’assassino trova i due ragazzi è tale da giustificare il suo agire, non solo in senso mortifero, ma anche punitivo
conseguenza
La colpa principale comune a tutte le vittime dell’assassino di cui si discute è rappresentata dal trovarsi, per due persone, appartati in luogo pubblico ed è, questa, una condizione che si ripete, sempre, per tutti i delitti. Qui colpisce due giovani che presumibilmente avevano appena compiuto un atto sessuale (si intravedono delle mutandine leggermente abbassate ed una gonna alzata all’altezza della vita così da favorire il rapporto. L’assassino quindi non ricerca l’atto sessuale ma la circostanza della coppia appartata. Poca importa, per la prima delle colpe ovviamente, cosa la coppia stia materialmente facendo, perché quello sarà oggetto solo di una sua successiva valutazione, la quale comporterà uno step successivo del suo agire, ovvero le attività post mortem sui corpi. 
A Baccaiano l’omicida la vuole ottenere e - seppur con difficoltà - la ottiene appagando il suo desiderio e rispondendo alla sua volontà. Non vi sono errori nel che inficiano il risultato. Ci sono solo imprevisti che ne rendono più difficoltoso il raggiungimento di questo. Obiettivo che sembrerebbe oltretutto verificato dall’assassino che, come sappiamo, almeno per qualche istante si intrattiene all’interno della vettura. Nella fotografia (vd disegno), di cui vi ho riprodotto il disegno nel senso più veritiero possibile, si intravedono alcune macchie di sangue, sul collo e sulla coscia destra della ragazze che parrebbero suggerire l’impronta di una mano. 
Non è un caso che l’imprevisto arretramento della vettura sulla carreggiata opposta, fino allo sconfinamento di questa nel canaletto di scolo, siano così visti dall’assassino come una sfida aggiuntiva a quella che già il delitto in sé comportava. Le chiavi dell’auto gettate poi via lontano, rappresentano uno scarico di tensione, una esultanza per l’obiettivo raggiunto; come se nel lancio di quelle chiavi, l’omicida volesse irridere il tentativo di reazione del suo avversario, scacciando via la paura provata e la tensione accumulata. In quelle chiavi, si proiettava la salvezza del giovane, messa in atto da quest’ultimo e che solo la malasorte ne ha impedito la soddisfazione. E l’omicida, le getta via. 

In conclusione, l’omicida si presenta come un individuo che fa del luogo dove colpisce la condizione entro la quale deve necessariamente muoversi, in uno spazio di tempo ristretto e difficilmente differibile. Diventa quindi il contenitore ove inserire la dinamica da lui ricercata. Nostro compito sarà quello di tentare spiegazioni circa eventuali significati o particolari utilità che i luoghi possono avere per l’omicida, ma ciò sarà possibile farlo solo quando avremo il quadro generale di tutti ed otto i delitti. Ancora, iniziano a scricchiolare per la prima volta alcuni fondamenti, come la vitale importanza - in quanto reale obiettivo dell’omicida - dei feticci e delle attività di overkilling sulle vittime. Ci lasciamo quindi come un interrogativo, e’ un delitto, questo, che ha comunque soddisfatto il desiderio dell’omicida o no? La risposta, a nostro avviso, è contenuta nei delitti successivi.
Segue...

martedì 19 giugno 2018

venerdì 15 giugno 2018

Chi l'ha visto - 13 giugno 2018

Nella puntata trasmessa il 13 giugno 2018, la trasmissione "Chi l'ha visto" ha dedicato un servizio alla vicenda del "Mostro di Firenze/Zodiac". Interviste a Francesco Bevacqua e Paolo Cochi.

La puntata è visibile clickando qui.


Paolo Cochi ci ha inoltrato il messaggio che segue che volentieri pubblichiamo: 

"A seguito  della trasmissione di ieri sera su 'Chi l'ha visto', preciso quanto segue:

1. Ritengo che "Zodiac" ed "Il mostro" siano due persone diverse;

2. Nel mio intervento alla trasmissione  parlavo quasi esclusivamente del giorno della morte dei francesi riferendomi alla mia ricerca scientifica.  Ed alcuni accenni sulle dichiarazioni di Joe Bevilacqua al pubblico processo a Pacciani. Mie dichiarazioni son state "tagliate" nella loro totalità.

3. La lettera la trovai molto tempo fa nei faldoni del processo dell' avvocato Bevacqua e non mi colpì particolarmente.  Non trovo particolari analogie con quella del mostro. Verificai il destinatario che era il giornalista Paolo Vagheggi e che arrivò alla vecchia redazione di Repubblica di via maggio 35. Non ci vedo particolari elementi di interesse investigativo. Al limite si può pensare che il mostro si ispirasse a zodiac.

Ad ogni buon fine allego la lettera anonima , tratta da me dal fascicolo del difensore di Pacciani  e relativa perizia effettuata nel 1989 da parte della polizia scientifica."

lunedì 11 giugno 2018

Al di là di ogni ragionevole buon senso - Sette


06 novembre
Su delega della Procura della Repubblica di Firenze, presso gli uffici della Squadra mobile di Firenze, fu sentita Emilia Maria A.J. che nei giorni precedenti si era messa in contatto con le autorità per riferire fatti riguardanti la vicenda del cosiddetto “Mostro di Firenze”. Confermate le dichiarazioni sottoscritte nei verbali con data 4 luglio 1990 e 17 novembre 1990, precisò d’aver proseguito la relazione con G.J. anche dopo il suo matrimonio con Ada P. e che questi “dopo l’intervento alla testa subito a seguito di un incidente stradale” subì “un cambiamento della sua personalità, (…) come se fosse diventato schizofrenico”.
Riferì non aver dato molto peso all’amante quando la domenica dell’8 settembre 1985, gli disse “sono un mostro” ma d’aver maturato dei sospetti quando apprese che il duplice omicidio di Scopeti fu scoperto solo lunedì 9 settembre.
“Iniziai a pensare che lui comunque avesse a che vedere con la storia o meglio ancora con qualcuno che era coinvolto direttamente in quei delitti. E fu per questi motivi che, quando seppi che tale Francesco di Foligno, amico di G.J., era indicato a Perugia come “il Mostro di Firenze”, volli approfondire le mie conoscenze sul Francesco di Foligno, che seppi poi chiamarsi Narducci, interessando un’agenzia di investigazioni privata, che credo si chiamasse “La Segretissima”. Mi riferirono poi che si trattava di un medico, di ottima famiglia, una famiglia molto importante di Perugia, originaria di Foligno, che era stato trovato morto annegato nel Lago Trasimeno un mese dopo l’ultimo delitto del Mostro. Seppi anche che il Narducci insegnava all’università di Harvard in America.”

09 novembre
Emilia Maria A.J. fu nuovamente sentita presso gli uffici della Squadra mobile di Firenze. Fece mettere a verbale: “Circa l’amico di G.J. devo aggiungere che quel Francesco era stato sposato con tale Spagnoli Francesca, amica di infanzia del Narducci, almeno da come mi riferì l’investigatore privato che si interessò della vicenda, sia che il Francesco aveva studiato a Bologna dal Prof.Morelli, sia ancora che, quando morì, era stata trovata una lettera indirizzata ai familiari della quale però ufficialmente non si era saputo nulla. Risulta anche che il matrimonio del Francesco era durato pochissimo.”
(…) G.J. mi diceva che andava verso Galluzzo, senza dirmi dove, specie nel fine settimana estivi, o verso San Casciano. Devo aggiungere che negli anni fine ‘70 - inizi ‘80, G.J. andava spesso a Borgo San Lorenzo, dove una volta portò anche me, credo alla Villa Medicea.”

A Perugia fu sentito, dal PM incaricato delle indagini, il signor Nazzareno Moretti, titolare dell’omonima impresa funebre che si occupò del trasporto del cadavere rinvenuto nel Trasimeno. Riferì d’aver notato un corpo “molto gonfio” e che la dottoressa Seppoloni non gli rilasciò alcun documento per il trasporto della salma. Con il proprio mezzo, affiancato da un “funzionario di Polizia”, si diresse verso Perugia ma “giunti all'incrocio sulla Magione Chiusi, esattamente al Bivio di San Feliciano venni fermato da una donna, che credo sia stata la cognata del defunto, (presumibilmente Giovanna Ceccarelli, moglie di Pier Luca Narducci ndr), che rivolgendosi all'ufficiale diceva ‘Ha detto mio suocero di portarlo a casa’. A questo punto l'ufficiale della Polizia di Stato mi diceva di dirigermi verso l'abitazione del dottore”.
Giunti alla villa di San Feliciano il cadavere fu posto in garage dove una diversa agenzia funebre, l’impresa Passeri di Perugia, si occupò delle pratiche del caso.

Nello stesso giorno la Procura di Firenze chiese alla Procura di Perugia il collegamento delle indagini relative ai “mandanti” del “mostro di Firenze con quelle relative alla morte del gastroenterologo perugino.

21 novembre
Nel tentativo di ricostruire le fasi di recupero del cadavere dal lago Trasimeno, la Procura di Perugia fece richiesta al Comando provinciale dei Vigili del fuoco della scheda d’intervento. Purtroppo però in archivio la scheda non fu rinvenuta ed il 21 novembre si rese necessario redigere un’annotazione che riassumesse le attività compiute all’epoca. Questa fu approntata da Francesco Piceller che il 13 ottobre 1985 era tra i Vigili del fuoco intervenuti in loco.

3 dicembre 2001
Il dirigente della squadra mobile, Michele Giuttari, depositò una nota in cui vennero riepilogate le indagini fino ad allora svolte sui probabili “mandanti” dei delitti del “mostro di Firenze”, riferendo in merito agli elementi acquisiti che potevano indurre a ipotizzare un eventuale movente esoterico, nonché certe perplessità circa la morte di Pietro Pacciani. La nota si concludeva con la richiesta di ulteriori approfondimenti investigativi in merito alla morte di Francesco Narducci. Il PM pur in accordo con quanto esposto dal capo della Squadra mobile, gli chiese di attendere qualche giorno per disporre dell’approvazione del dr Ubaldo Nannucci, nel frattempo subentrato nella direzione della Procura.
La delega di indagine giunse alcuni mesi dopo: il 15 giugno. (Michele Giuttari. Il mostro. Bur edizioni)

06 dicembre
Presso la procura di Perugia furono ascoltati due dei Vigili del fuoco che si erano occupati di recuperare il corpo attribuito a Francesco Narducci: Marco Tommasoni e Francesco Piceller. Entrambi ricordarono il volto del medico come “gonfio e violaceo”; Marco Tommasoni aggiunse: “Era vestito con un giubbetto di pelle marrone, una specie di cravatta di cuoio che non ricordo se fosse attorno al colletto della camicia o sul collo nudo, aveva un orologio funzionante, in acciaio chiaro forse cromato. Ricordo che il carabiniere che era presente al momento della visita del cadavere prese il polso sinistro dello stesso portandoselo all’orecchio e disse che era funzionante. Ricordo che il cadavere era alto circa 180 cm ed era di corporatura robusta. Non ricordo che fossero stati cercati i documenti sulla salma. Ricordo che era sfrontato con capelli radi sulla fronte.”

21 dicembre
La signora Mariella Ciulli, moglie di Francesco Calamandrei, farmacista in San Casciano Val di Pesa, allertò le forze dell’ordine, riferendo che il marito e il dottor Vigna stavano coinvolgendo suo figlio Marco nell’organizzazione del nono duplice omicidio del ‘mostro di Firenze’ che avrebbe avuto luogo in località Madonna del Sasso, nel Comune di Pontassive. Furono fatti accertamenti che non condussero a niente di concreto.
Segue...

giovedì 7 giugno 2018

mercoledì 6 giugno 2018

La vita in diretta - 05 giugno 2018



Nella puntata del 5 giugno 2018, 'La vita in diretta' dedica un lungo approfondimento alla vicenda del "mostro di Firenze" ed alla recente inchiesta di un giornalista che legherebbe il serial killer americano Zodiac al maniaco delle coppiette.
Marco Liorni ne parla con l'avvocato Chiara Penna ed il criminologo Ruben De Luca. 
Servizi di Elena Biggioggero.

lunedì 4 giugno 2018

L'Uomo dietro il mostro 6 di E. Oltremari

Sabato 22 Ottobre 1981 - Loc. Travalle, Calenzano.
Una piccola premessa.
Le ultime novità mi farebbero venir voglia di deviare dal percorso prefissato e scrivere una propria considerazione a riguardo, così da accodarmi alle tante parole susseguitesi in questi giorni. Si preferisce, però, anche e soprattutto per onestà intellettuale e per il rispetto verso chi si scrive (e soprattutto di chi si scrive), rimanere sul selciato e rinviare opinioni sul tema - e ce ne sarebbero tante credetemi - a quando ci saranno, magari, riscontri concreti.
Anche perché, magari partirò prevenuto, ma l’ultimo reo confesso sulla vicenda di cui mi ricordo, ecco, insomma, non mi è mai rimasto molto simpatico.
E. Oltremari


A circa 60 mt dalla via principale, immersa nel verde in località Travalle, si trova una VolksWagen 17 CK1 Golf di colore nero col senso di marcia rivolto verso un casolare abbandonato poco distante.
Gli sportelli sono accostati (sic), quello di destra presenta il piolino di sicurezza abbassato, mentre quello di sinistra sollevato. Il vetro del finestrino anteriore destro presenta la propria metà sinistra infranta - con frammenti di vetro all’interno della vettura - mentre l’altra metà del tutto scheggiata. Le chiavi sono inserite nell’apposita bocchetta.
I sedili anteriori sono ribaltati e poggianti su quello posteriore. Sul tappetino lato guidatore si rinviene, in equilibrio, uno stivale da uomo in cuoio di colore marrone.
All’interno del cruscotto si rinvengono: un paio di occhiali RayBan con la montatura gialla; un orologio da uomo in metallo giallo e bianco di marca “Baume e Mercier” ancora funzionante; un pacchetto di sigarette MS aperto, un accendino BIC giallo; tre monete da L. 100 ed una da L. 50; una agenda del MPS; carteggio vario; una carta di circolazione ed una polizza assicurativa intestata al proprietario della vettura, cioè la vittima maschile.
Sul sedile posteriore si rinvengono: una busta di carta con la scritta pubblicitaria “Linea Elle” vuota ed una borsa da donna in fibra color marocchino e bordature in pelle marrone, con cinghia a spalla, contenente: un borsello in pelle color nero privo di contenuto, un profumo di marca BABE, un fazzoletto di cotone usato, una forcina, un pettina da donna, una penna stilografica ed un pacchetto di sigarette marca Multifilter aperto.
Sulla parte interna dello sportello di sinistra, sul relativo vetro e sul lungarone di base dell’autovettura, si rinvengono alcune macchie di sostanza ematica.
Sul piancito anteriore destro si rinviene un bossolo per proiettile cal. 22.
All’esterno della vettura si rinvengono rispettivamente: un bossolo a cm. 20 dalla ruota anteriore destra un bossolo; uno a cm 30 dalla stessa ruota altro bossolo;  uno a cm 60 dalla stessa altro bossolo; altro a cm 55 altro bossolo; a cm. 80 altro bossolo; ed ultimo a cm 90 dalla stessa.
Sul lato sinistro della vettura, a cm 70 dalla ruota anteriore sinistra ci si imbatte in una foglia macchiata di sangue con l’erba intorno calpestata e pressata. A cm. 85 dalla stessa ruota, si ritrova un orologio da polso da donna philips watch ancora funzionante.
A mt. 5 e 30 dall’autovettura, con le punte rivolte verso il casolare, si rinvengono poi due orme lasciate da scarpa con suola di gomma simile a quelle che si adoperando per la caccia o la pesca che, ritenendosi ancora fresche e chiare, verranno rilevate con calco di gesso.

Oltrepassata la vettura, sulla destra del viottolo in leggero declivio si trova il corpo della vittima femminile. Giace in posizione supina, con la testa rivolta in direzione del filare di viti ed i piedi verso il fondo del canaletto.
Ha la testa ruotata a destra e poggia sul terreno con la regione occipitale parietale destra. Gli occhi sono aperti mentre la bocca semiaperta.
L’avambraccio destro poggia dietro la testa con la regione ulnare. La mano ha le dita unite e flesse. Il braccio sinistro è lievemente staccato dal corpo e l’avambraccio, disteso verso il corpo, posa con la regione radiale sul terreno. La mano ha le dite leggermente unite e flesse.
Il tronco aderisce completamente sul terreno.
Gli arti inferiori sono divaricati, la gamba destra è distesa e poggia sul terreno con il tallone, mentre la gamba sinistra è leggermente flessa e con la punta del piede in direzione del filare di vite.
Il cadavere indossa reggiseno e maglietta di colore bianco che si sono sollevati fino a sopra il seno; due maglioni di lana di colore grigio e verde sfilati dal braccio destro e dal collo, slip di colore bianco, gonna di velluto a coste di colore marrone (del tutto strappata da un lato) stivaletti in pelle di color marrone e calzini di lana. Orecchini di metallo in oro giallo.
È stata attinta da cinque colpi d’arma da fuoco, uno dei quali, verosimilmente quello al pollice, colpirà anche il fidanzato sedutole accanto.
Uno all’emitorace destro, con tramite orizzontale interessante il polmone destro, il cuore, il polmone sinistro, con proiettile ritenuto all’altezza dell’intercostale sinistro.
Uno al fianco destro, con tramite obliquo verso l’alto e medialmente, con proiettile ritenuto a livello della parete toracica.
Uno in regione dorsale destra, con tramite obliquo in senso latero-mediale, interessante l’aorta e con proiettile ritenuto a livello mediastinico.
Uno al braccio sinistro, al terzo medio della faccia laterale, con tramite obliquo dall’alto verso il basso in senso latero-mediale con proiettile ritenuto sulla faccia mediale del braccio.
Uno, appunto, al pollice destro, sulla faccia mediale, con foro d’uscita sulla faccia laterale.
Qui, oltre all’azione escissoria, sono presenti ferite da punta e da taglio: una poco profonda e scarsamente infiltrata in regione sottomammaria sinistra, altra in regione scapolare sinistra. Si segnalano piccole escoriazioni allo zigomo destro, all’angolo labiale sinistro, alla faccia laterale dell’emitorace destro ed al fianco sinistro. Alla coscia sinistra ed al ginocchio escoriazioni coperte da terriccio. La regione pubica si osserva completamente asportata mediante dei tagli che dipartendosi dall’inguine terminano nella regione anale. Detta area, irregolarmente quadrangolare, presenta un margine curvo a convessità superiore di circa 13 cm in regione sovrapubica, che con andamento curvilineo continua verso il basso fino alla regione mediale delle cosce fino a raggiungere il perineo e la zona perianale. I margini sono netti e non infiltrati. Sul margine laterale destro, alle ore 10, si rileva una intaccatura superficiale a margini netti e non infiltrati simili a quelli caratterizzanti il caso del Giugno ’81.
Le predette ferite avrebbero determinato la lacerazione dei tessuti cutanei, sottocutanei e pareti muscolari, evidenziando parte dell’intestino.


Sul lato sinistro della vettura, si ritrova invece il cadavere del ragazzo, con la testa rivolta verso di questa ed i piedi in direzione dei filari di vite. La testa, rotata a destra, poggia sul terreno con la regione pario frontale destra. Gli occhi sono chiusi e la bocca semiaperta.
Il braccio destro è indotto e l’avambraccio, disteso, poggia sul terreno con la regione ulnare. Le dita della mano sono unite e flesse. Il braccio sinistro è indotto e l’avambraccio è disteso verso il corpo con le dita della mano che poggiano sul terreno. Il tronco del corpo è rotato verso destra e poggia su quel fianco.
Gli arti inferiori sono divaricati. La gamba destra è flessa verso il corpo e con la punta del piede rivolta verso l’autovettura, mentre la gamba sinistra è distesa con la punta del piede rivolta verso il filare di viti.
Indossa una camicia celeste con righine vistosamente coperta di sangue, il pullover di lana celeste sotto il corpo, mentre i pantaloni di velluto grigio sorretti da cinghia in pelle nero si rinvengono calzati ed impigliati al solo stivaletto sinistro e sfilati da questo come fossero stati ribaltati. Nelle tasche, si trova un portafoglio di pelle color marrone contenente: patente di guida, cf, libretto d’assegni e carteggio vario.
Un colpo d’arma da fuoco ha attinto l’ala sinistra del naso ed è stato ritenuto al di sotto della branca ascendente dell’emimandibola sinistra, con tramite obliquo verso il basso e verso sinistra.
Due colpi d’arma da fuoco all’emitorace destro: uno in regione mammaria con tramite che attraversa il polmone destro, il cuore, il polmone sinistro e fiorisce in corrispondenza del pilastro anteriore dell’ascella sinistra. Uno in regione dorsale, con tramite interessante il lobo destro del fegato, il diaframma ed il polmone sinistro e ritenzione del proiettile sulla linea ascellare anteriore sinistra a livello sottocutaneo.
Altro colpo d’arma da fuoco all’emitorace sinistro in ragione mammaria con tramite obliquo dall’alto verso il basso ed in senso medio-laterale, interessante il polmone sinistro e con foro d’uscita al fianco sinistro.
Oltre ai colpi d’arma da fuoco sono presenti quattro ferite inflitte con l’arma bianca, tutte, per nulla o scarsamente infiltrate: una alla regione latero-posteriore destra del collo, altra in regione dorsale destra a livello scapolare, altra in regione dorsale sinistra più in basso rispetto alla precedente e la quarta sempre in regione scapolare sinistra penetrante nel parenchima polmonare.
Al primo dito della mano destra si rinviene una piccola ferita trapassante con indici di vitalità riferibili verosimilmente ad una scheggia di vetro intesa come proiettile secondario.

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Sarebbe sciocco trattare di questo duplice omicidio senza prendere in considerazione quello avvenuto solo alcuni mesi primi a Scandicci. I due delitti, come verrà poi detto più avanti, presentano notevolissime somiglianze utili per meglio definire il modus operandi dell’omicida e per tentare di dare spiegazioni a quesiti circa la sua personalità ed il suo interesse.


A fare da padrone in questa scena del crimine è il senso di brutalità - mai come adesso esasperato dall’assassino - che lascia, in ogni sua azione, trapelare una ferocia tale a cui dovremo necessariamente trovare una spiegazione.
La zona in cui colpisce è buia, isolata ma non distante da alcuni piccoli nuclei abitativi. Uno dei quali dista poche centinai di metri oltre a sporadiche case coloniche disposte lì nelle vicinanze ma non tutte, almeno all’epoca, abitate. Il viottolo in cui è parcheggiata la vettura, sfocia in quello che ora è il Parco di Travalle. L’automobile potrebbe essere raggiunta, tramite strada battuta, solo da tergo ma passando attraverso i campi e guadando un piccolo rigagnolo d’acqua anche dalla strada, asfaltata, di Via di Macia, quindi frontalmente.
La fiancata destra della vettura è seguita da una vegetazione utile a celare i propri movimenti ma al contempo nel renderli difficoltosi, anche se - e qui vengono in aiuto le foto di sopralluogo se ne vede una ritraente ben quattro uomini lungo la fiancata destra denotando quindi lo spazio per il passaggio e la presenza contemporanea perfino di più persone - non a renderne impossibile il movimento.
Stante quanto sopra scritto risulta difficile credere ad un omicida che si avvicini frontalmente alla vettura in quanto più facilmente visibile alla coppia, più corretto sarebbe credere che si avvicini dal retro dell’auto, costeggiando la fiancata e giungendo in prossimità del finestrino prima di esplodere i colpi. Anche se, a ben vedere, l’integrità parziale del vetro, infranto solo nella sua parte destra potrebbe far desumere per i colpi esplosi da una mano posta in senso notevolmente anteriormente rispetto ai corpi dei ragazzi e pertanto avvicinatasi magari attraversando la vegetazione, quindi lateralmente. Azione questa che avrebbe però provocato necessariamente del rumore di sterpaglie mosse tali forse da attirare l’attenzione verso il finestrino dei due giovani seduti sui propri sedili.
Il grado di svestizione dei due, propende anche qui per un momento precedente all’atto sessuale stesso. Il giovane si è tolto in parte i pantaloni e calato le mutande ma ad un solo gambale. La ragazza si è sfilata il maglione (anzi i due che indossa) ed ora li indossa al solo braccio sinistro. La maglietta chiara risulta ancora indosso come il reggiseno solamente slacciato.
È peculiare la condizione del maglione. In una visione di svestizione, questi potrebbero trovarsi in detta posizione o nell’ipotesi in cui la giovane se li sia sfilatai togliendo prima il braccio destro dal suo interno, poi facendolo fuoriuscire dalla testa; o - ma questa ipotesi risulta ancor più macchinosa della precedente - togliendoseli partendo dalla testa e sfilandoseli fino a coprire con questi però entrambe le braccia, facendo fuoriuscire poi il braccio destro. La condizione per quale, avesse usato altro modo di denudarsi ovvero partendo dai base di questo sfilandoselo da sopra, i maglioni si sarebbero dovuti ritrovare ribaltati, diversamente quindi da come sono stato riscontrati in sede di sopralluogo.
 In altra ipotesi, come avanzata da altro apprezzabilissimo Autore, che la ragazza si stesse rivestendo, si vedrebbe questa infilarli prima ad un braccio ma interrotta dai colpi prima di poterlo infilare nell’altro. Dinamica, questa, che meglio si concilierebbe con la posizione di rinvenimento dei maglioni ma presenterebbe una diacronia con il fatto che questi siano due e che questi siano perfettamente aderenti al braccio “calzato”. Difatti, basti pensare, che per indossare due maglioni (uno più leggero ed uno più pesante) risulterebbe più agevole farlo uno alla volta e non sovrapponendoli. Come azione, sarebbe risultato, quindi, più semplice indossare prima l’uno e poi l’altro.
Difficilmente si potrebbe allora pensare che la ragazza, quando è stata colpita, si stesse rivestendo ma più probabile una sua svestizione per favorire il rapporto e rimanere in maglietta e non con i due maglioni che seppur Ottobre, in macchina coi finestrini e portiere chiuse, potevano portare più caldo del necessario.
I giovani escono di casa della madre del ragazzo e prima di tornare a Firenze deviano per Le Bartoline parcheggiando in un luogo dove già erano stati più volte. Probabile che volessero fare in fretta quindi dopo le prime effusioni iniziano subito a predisporre l’abitacolo per il rapporto reclinando entrambi i sedili, la ragazza - afferrandoli entrambi - si toglie i maglioni mentre il ragazzo, toltosi gli occhiali da vista, si scalza uno stivale (il destro) e si inizia a calare i pantaloni e le mutande facendo però in tempo a sfilarli dal solo gambale destro perché poi è probabile che qualcosa abbia attirato la sua attenzione verso la fidanzata, ruotando quindi il busto verso di lei.
Il finestrino esplode. Una pioggia di vetro.
Il ragazzo viene colpito al naso e poi all’emitorace sinistro protesi verso il finestrino con un tramite dall’alto verso il basso. Il corpo del ragazzo ruota sull’asse sinistro verso il proprio sportello lasciando allo sparatore libero il proprio fianco destro che verrà attinto una volta in zona emitoracica destra ed altra in zona dorsale, quando ormai il corpo aveva quasi dato la schiena allo sparatore. Uno di questi colpi è probabilmente lo stesso che aveva oltrepassato il dito pollice della ragazza che si era protesa con le mani sul volto probabilmente per pararsi, inutilmente, dai proiettili. Come, difatti, è il colpo al braccio sinistro, da considerarsi come c.d. da difesa. La ragazza non ha alcuna via di fuga perché il corpo del proprio fidanzato le para ogni via d’uscita. Lo sparatore se la trova a pochi decine di centimetri di distanza e le esplode altri tre corpi che la colgono al fianco, ormai rannicchiato, destro. Inerme.
La speranza, come sempre, è che l’azione sia avvenuta talmente veloce da non permettere alla ragazza di figurarsi quello che le sarebbe capitato.

Una volta esplosi tutti i colpi l’omicida rinfodera la pistola e, dal punto di sparo, gira attorno al cofano e si posiziona di fronte allo sportello lato guidatore da dove estrarrà i corpi dei ragazzi.
Sul tema, si sostiene che l’assassino non abbia estratto il cadavere della ragazza dallo sportello passeggero in quanto questo è stato ritrovato chiuso (anche se da verbale di sopralluogo viene dichiarato accostato) e con il piolino della sicura abbassato. Difficile, difatti, che questo sia stato premuto dall’omicida stesso una volta estratto il corpo, in quanto risulta poco plausibile e difficilmente spiegabile l’azione di richiudere lo sportello e inserire una mano all’interno del vetro (infranto solo in parte) per abbassare il piolino.
Questo episodio è sempre stato oggetto di dibattito in quanto non si comprende come mai l’omicida non abbia estratto il corpo della giovane dallo sportello più vicino a dove si trovava il corpo, ovvero quello passeggero. L’ipotesi più suffragata, ovvero che non avesse spazio a causa della vegetazione retrostante, a nostro avviso viene sconfessato dalle foto della scena del crimine che ritraggano addirittura più persone sostanti contemporaneamente su quel lato senza difficoltà alcuna.
È più plausibile che l’assassino sia stato attratto da qualcosa accaduto sull’altro sedile e qui, forse, potrebbe aiutarci quella dicitura di sportelli come accostati. In uno di questi, quello lato guidatore, si rinvengono tracce ematiche sul vetro, sulla parte interna dello sportello e sul lungarno dell’auto. Sarebbe quindi possibile lecito ipotizzare che il corpo del ragazzo, ormai di terga all’omicida e proiettato verso il suo sportello fosse terminato tra questo ed il sedile e magari in un ultimo spasmo fosse riuscito ad aprire lo sportello cadendovi fuori (dove si rinvengono la foglia macchiata e l’erba calpestata 70 cm dallo sportello).
L’omicida potrebbe forse aver pensato ad un rantolo di vita del ragazzo dirigendosi verso di lui temendone una fuga. Qui, accortosi dell’avvenuta morte di questo, lo colpisce col pugnale alla schiena ed al collo, esposti verso l’omicida. Questa volta, davvero a causa dell’impedimento del corpo e del canaletto di scolo poco dietro, vi butta il corpo del giovane e sempre da dove si trova - visto che ormai è lì - estrae il corpo della ragazza fino a portarla nel declivio dove verrà poi ritrovata. In tal senso sembrerebbe anche deporre l’orologio da donna ritrovato, appunto, lato guidatore e vicino alle foglie macchiate di sangue.
Una volta trovatosi di fronte al corpo della ragazza - il cui posizionamento, ed a tratti trascinamento, del corpo le avevamo fatto sollevare all’altezza del collo la maglietta ed il reggiseno, scoprendo quindi una più ampia zona di pelle rispetto alla vittima femminile del Giugno ’81 - l’omicida le taglierà con la lama la gonna scoprendo le gambe e la zona pubica.
In questo delitto l’omicida torna ad utilizzare l’arma bianca sul corpo della donna, oltre che per l’escissione, anche per infliggerle due ferite, una a livello scapolare e l’altra sotto il seno sinistro. La prima di queste è presumibile che le sia stata inflitta, come per il fidanzato, quando questa era ancora vicina alla vettura. Difficilmente difatti si potrebbe credere che l’omicida abbia girato la giovane - o addirittura che l’abbia sollevata - per poterla colpire dietro la schiena e poi riposizionarla supina in un’azione inutile quanto incomprensibile. Più logico sarebbe credere che l’assassino abbia colpito la ragazza la prima volta in prossimità della vettura quando magari questa, come il fidanzato, si trovava appena sfilata dalla vettura, e poi, una volta portata sul luogo prestabilito, l’abbia colpita altra volta sotto il seno sinistro e, una volta tagliata la gonna, abbia eseguito l’escissione.
Circa il perché del taglio della gonna - così da poter fugare ancora preconcetti come “l’omicida non vuole toccare il corpo femminile” - possono farsi le stesse considerazioni circa i jeans della vittima femminile del Giugno dell’81 ed a cui si rimanda per praticità.
L’escissione della zona pubica questa volta si concentra, però, per una zona molto più ampia rispetto a quella dell’anno precedente. Seppur presentando le stesse analogie di taglio ed angolazione, l’omicida questa volta, aumentando il diametro superiore, giunge fino alla zona perianale scempiando oscenamente il corpo della sventurata ragazza.
Ora alcune considerazioni in merito a questo duplice delitto.
L’assassino si conferma uno sparatore nella media, preferendo diminuire la distanza fra sé ed i bersagli piuttosto che colpire da più lontano. Come per il delitto precedente mira ad ottenere la morte pressochè istantanea dei giovani, sparando verso zone vitali quantomeno la prima volta - il volto del ragazzo che diversamente dal suo coetaneo di qualche mese prima presenterà il viso allo sparatore e non la nuca - mentre verso la ragazza, che ha una manciata di secondi per comprendere cosa stava accadendo e tentando di pararsi rannicchiandosi verso il fidanzato, è costretto a sparare alla zona più prossima rispetto alla sua fonte di tiro, cioè la parte destra del corpo.
Vero che l’omicida esplode tra gli 8 ed i 9 colpi, comunque ancora non pochi, ma resta il fatto che la pistola con cui spara non ha un grandissimo potere di arresto e che - a conferma di quanto da noi supposto - l’assassino non è uno sparatore professionista né esperto tanto da volere utilizzare tutti i colpi - anche oltre il necessario - al raggiungimento del suo scopo.
Ancora una volta quindi l’azione si mostra preordinata ad una agire meticoloso verso la morte dei soggetti riscontrati in macchina.
L’aspetto fantasioso e personalistico del delitto sboccia quindi col silenzio della pistola e si perfeziona con le attività  post mortem compiute dall’assassino. Si pensi, a riguardo, tali attività inizino a modificarsi di pari passo con la scena che si presenta agli occhi dell’assassino. In questo caso, la brutalità si accompagna ai corpi semi-nudi dei due giovani andando ad amplificare la maniacalità dell’assassino che utilizza maggiormente l’arma bianca sui cadaveri. Si pensi alla zona pubica escissa, più ampia rispetto a quella dell’anno precedente. Vedremo poi che negli anni a seguire l’omicida perfezionerà tale pratica circoscrivendo l’area alla sola zona pilifera. Correggerà quindi quell’errore dell’Ottobre ’81 eludendo le difficoltà che magari il mantenimento o anche solo il trasporto di una zona così ampia poteva aver portato. Potremo quindi ora presumere - ma tale tesi verrà esplicata nei prossimi capitoli e qui ora abbozziamo solo a livello ipotetico - che vi sia una corrispondenza tra nudità dei corpi e attività post mortem su questi. Ipotesi ben evincibile da una semplice occhiata della scena del crimine e per cui ci saranno di estremo aiuto i disegni - inediti - che corredano i presenti approfondimenti e che verranno poi comparati successivamente.

Sempre in ordine al delitto in questione, è necessario soffermarsi - ai fini della nostra indagine - sulla peculiarità principale di questo delitto che rappresenta, nello spettro degli 8 da noi analizzati, un unicum: la data.
 Sarebbe sciocco non considerare l’eccezionalità delle condizioni temporali in cui avviene questo delitto come un mezzo per argomentare circa una profilazione dell’autore del crimine. Sono difatti proprio le deviazioni dai percorsi battuti che dovrebbe aiutarci nella definizione del cammino perché tante volte le prime hanno, diversamente dalle seconde, impronte macroscopiche perché, appunto, lasciate su un sentiero dove risaltano maggiormente.
Il duplice delitto dell’Ottobre 1981 non avviene durante il periodo estivo (Ottobre), né durante il fine settimana (Giovedì) e senza approfittare della mancanza di luna (ultimo quarto in questo caso).
Cosa ci suggerisce questo dato. Una condizione semplice ed a tratti, a nostro avviso, fondamentale: il legame tra i delitti dell’omicida delle coppiette ed il periodo estivo, il fine settimana e la l’assenza di luna, è puramente utilitaristica con buona pace - alleluia - degli amanti del ritualismo spicciolo.
La necessità, dettata magari dalla presenza di E.S. in carcere, va' quindi oltre il disegno primario ed esonda gli argini di ritualità (nel senso qui di ripetizione sistematica) del modus operandi dell’omicida, sviscerandola quindi da ogni qualsivoglia idea di proiezione nel periodo estivo e delle notti senza luna di un significato particolare per l’assassino che, come vediamo, riesce a tradire quando serve.
Sarà quindi da ricercare una spiegazione a questa comunanza di circostanze temporali (periodo, data e luna), che - beninteso - viene sovvertita in questo delitto ed in quello del 1968, dove benché in un periodo estivo, l’omicidio avverrà di Mercoledì.
Ed allora, cosa potrebbe desumersi da tale scelta.
Lo sciopero generale previsto per il Venerdì 23 Ottobre 1981, rendeva quel Giovedì una sorta di pre-festivo per tutta una serie di lavoratori, ma non per tutti. Azzardare quindi la conclusione “l’omicida il giorno dopo non lavorava” sarebbe pretenzioso e soprattutto non corretto. Anche perché, su tale scia, potremo obiettare: perché non ha colpito il giorno dopo allora, che sarebbe stato un venerdì e quindi il sabato non avrebbe lavorato.
La risposta a questa domanda potrebbe essere: l’urgenza. La necessità di colpire al fine di far uscire dal carcere una persona scomoda che potrebbe aver visto qualcosa. O, ancora, il fatto che le condizioni di favore di quel Giovedì sera fossero le medesime degli altri giorni in cui era solito colpire.
Come dicevamo il pre-festivo non tiene a casa il giorno dopo tutti i lavoratori, ma sicuramente permette di dormire fino a tardi ad altre categorie di soggetti che sicuramente quel venerdì 23 non si sarebbero alzati presto come loro solito: gli studenti. Lungi da voler etichettare l’omicida come uno studente, è però facile che questo condizione di scolare potesse essere rivestita da un soggetto convivente con l’omicida, un figlio.
Ipotizzando una tal relazione troveremo un soggetto (l’omicida) che durante i giorni infrasettimanali non può uscire di casa la sera perchè, appunto, ha il proprio figlio in casa, di un’età incompatibile con la possibilità di rimanere appunto da solo la sera e la mattina successiva (massimo 10/11 anni?).
Lo sciopero generale viene in aiuto all’omicida perché ricrea quella situazione propria dei weekend forieri di un suo agire libero da condizionamenti ed impicci derivanti dallo stato familiare, ovvero la possibilità di lasciare il figlio dai nonni/zii così da agire indisturbato, che gli faccia dire: “tenetemelo stasera e domani sta con voi perché io appunto non posso starci perché lavoro”.
Ecco allora un altro punto: è ipotizzabile che l’omicida svolga una mansione senza orari da ufficio che gli permetta quindi di poter addurre motivazioni lavorative anche durante il weekend e che non gli consenta di essere sempre disponibile per stare col bambino quando lui non va o non può andare a scuola.
Ecco allora che si spiegherebbe, come già ipotizzato da altri Autori, l’evenienza per cui l’omicida approfitti di condizioni di favore in cui sia possibile muoversi la sera e la notte senza destare problematicità in casa.
Certo, tale ipotesi comporterebbe però un fatto: la moglie e madre del bambino non c’è o forse, non c’è più.

mercoledì 30 maggio 2018

Il mostro di Firenze - Una stagione all'inferno

Autore: Una stagione all'inferno
Prima edizione: 2018, CD musicale, Black Widow records

Presentazione: "Una Stagione all'Inferno” è un gruppo rock italiano che nasce nel 1997, dalla collaborazione tra Fabio Nicolazzo (proveniente dalla scena Gothic Rock genovese) e Laura Menighetti (di estrazione classica). Alla band si uniscono Diego Banchero (Il Segno del Comando), Carlo Opisso e Francesco Scariti. La band fa uscire un brano dal titolo “La ballata di Carini”, che verrà inserito nella compilation “E tu vivrai nel terrore...”, nel 1998, edita dall'Etichetta genovese Black Widow Records. Il brano è una cover della sigla del famoso sceneggiato degli anni '70 “L'amaro caso della Baronessa di Carini” interpretata dalla band in una versione dark progressive. Successivamente la band si prepara a realizzare un concept album proprio riguardante lo sceneggiato, ma poi, a causa di diverbi all'interno della band, ciò non avviene. Nel 2011 Fabio Nicolazzo e Laura Menighetti decidono di riprendere in mano il progetto, e nasce così l'ambiziosa idea di realizzare un concept sul “Mostro di Firenze” che vedrà la luce molto in là, vista la complessità dell'argomento. Negli anni seguenti viene a crearsi un sodalizio con il batterista e fonico Marco Biggi (ex Rondò Veneziano, ex Radio Gaga), Roberto Tiranti (Labyrinth, Wonderworld, ecc.) Pier Gonella (Ex Labyrinth, Mastercastle, Necrodeath) e Paolo Firpo (sassofonista classico, attivo in alcune ensembles genovesi come l'Extemporaneo Trio). Con la collaborazione di un trio d'archi composto da Kim Schiffo (violoncello), Laura Sillitti (violino) e Daniele Guerci (viola) prende vita un disco dalle tinte fosche e nebbiose, un viaggio attraverso le desolate terre della follia e dell'occulto."

“'Il mostro di Firenze' è un'esperienza sonora oscura, un tetro viaggio tridimensionale che vi porterà dentro al delirante mondo di uno dei più efferati delitti della cronaca italiana. Un'opera tenebrosa e sinfonica.Un dialogo con le parti più occulte e segrete della nostra anima. Un mistero ancora irrisolto... 

Track List:
1. NOVILUNIO
2. LA BALLATA DI FIRENZE
3. NELLA NOTTE
4. LETTERA ANONIMA
5. INTERLUDIO MACABRO
6. L'ENIGMA DEI DANNATI
7. SERIAL KILLER ROCK
8. IL DOTTORE
9. PLENILUNIO

UNA STAGIONE ALL'INFERNO are:
Fabio Nicolazzo: lead vocals, backing vocals, elecric and acoustic guitars;
Laura Menighetti: lead vocals, backing vocals, piano, synth, hammond organ;
Roberto Tiranti: backing vocals, bass;
Pier Gonella :electric guitars;
Marco Biggi: drums;
Paolo Firpo: soprano sax, Akai Ewi 4000S;
Kim Schiffo: cello;
Laura Sillitti: violin;
Daniele Guerci: viola;