mercoledì 30 dicembre 2009

Anna Rita Fino

Moglie di Nazzareno Moretti, titolare dell'agenzia di servizi funebri di Magione che intervenne dopo il rinvenimento del cadavere di Francesco Narducci. Dichiarò agli inquirenti: "Tornato a casa disse che era rimasto sconvolto dal cadavere, che definì molto grosso. Forse partì con un amico, Pietro Cesarini. Disse che fu costretto a portarlo non all'obitorio come voleva lui, ma nella villa dei Narducci, come gli ordinò una persona che comandava e che era salita a bordo, insieme anche a un familiare del defunto. Gli dissi: «ma ti sei rimbecillito? Guarda che rischi cose gravi!», e lui si giustificò dicendo che la persona potente disse di non preoccuparsi, che avrebbero pensato a tutto loro."
Rif.1 - La strana morte del dr. Narducci pag.36

martedì 29 dicembre 2009

L'ultimo «mostro»

Autori: Giorgio, Sgherri, Giulia Baldi, Piero Benassai, Susanna Cressati, Attilio Lolini, Domitilla Marchi
Prima edizione: Editrice l'Unità s.p.a. - 1993 - 96pp - brossurato
Note: Supplemento al n.293 de l'Unità del 15-12-93

Dettagli: Un profilo superficiale, con diverse inesattezze, della vicenda del "mostro di Firenze". Il capitolo "Dizionario del mostro" è surreale e le voci "mostricida" e "vice mostro" lasciano decisamente perplessi. Completano il libercolo le interviste al magistrato Pier Luigi Vigna e al sessuologo docente di psichiatria Giorgio Abraham.

lunedì 28 dicembre 2009

Sergio Schoepflin - Intervista su La Città - 28 gennaio 1984

A seguito del mandato di cattura per concorso in omicidio volontario nei confronti di Giovanni Mele e Piero Mucciarini, emesso dal giudice istruttore Mario Rotella, il 26 gennaio 1984, il legale di Giovanni Mele, Sergio Schoepflin, rilasciò l'intervista che segue al quotidiano La Città.

Avv. Sergio Schoepflin: È una brutta faccenda, ancora tutta da vedere. Siamo solo agli inizi e agli indizi. Il giudice Rotella è un magistrato di grande equilibrio, non prenderebbe mai dei provvedimenti in maniera avventata. Tuttavia, a mio parere, ci sono diversi indizi ma nessuna prova. Ci sono ancora tante verifiche da fare. Bisogna andare con i piedi di piombo.
Ma si parla di un biglietto compromettente.
Ah, io non riesco a capire come siano trapelate certe notizie. Insisto: ci sono molte verifiche da fare. Questo processo è solo agli inizi.
Avvocato, lei parla di indizi. Questi indizi riguardano solo il primo delitto, quello del ‘68 o anche gli altri?
Ci sono delle comunicazioni giudiziarie per gli altri delitti, e questo significa che il magistrato ritiene di avere degli indizi.
La correlazione fra il primo delitto e gli altri è sempre stata la pistola, la calibro 22. E’ di questo che si tratta o c’è dellaltro?No, della pistola non si parla affatto.
Allora si tratta di altri indizi.
Nelle contestazioni contenute nella comunicazione giudiziaria vi sono delle correlazioni. Naturalmente non posso dire quali.
È stato scritto che è Stefano Mele ad accusare il fratello Giovanni e il cognato Piero Mucciarini.
Su questo non posso rispondere. Violerei il segreto istruttorio.
Quante volte è stato interrogato Giovanni Mele?
Finora una sola volta, la notte fra martedì e mercoledì.
Com'era?
Ha mostrato una grande tranquillità. Si è dichiarato completamente estraneo.
Che tipo è?
È il ritratto dell'uomo tranquillo. È flemmatico. Un cercatore di funghi. Il tipico pensionato con i suoi hobbies.
Rif.1 - La Città 28 gennaio 1984 pag.5

giovedì 24 dicembre 2009

Attilio Pratesi

Uomo di fiducia di Martino Martelli, proprietario di Villa La Sfacciata fino agli anni '90. Sentito dopo il duplice omicidio di Giogoli "dichiarò di essere passato dal luogo ove era avvenuto l'omicidio, la mattina di venerdì 9 settembre 1983 verso le ore 11,30 ed aver notato nello spazio dove poi venne rinvenuto il furgone con i giovani uccisi un ciclomotore, tipo Beta di vecchio tipo, col serbatoio a barilotto, colore scuro, appoggiato ad un muretto. Contemporaneamente notò, ad una distanza di 5-6 metri, un po' seminascosto dai cespugli, un individuo dell'apparente età di 45/50 anni, di corporatura un po' robusta, con maglietta a maniche corte a strisce blu e bianche, capelli radi nella parte occipitale, lisci e curati, il quale aveva appoggiato un piede nel piano del campo adiacente, restando semicurvo su una gamba, e guardando attentamente verso il campo, con la schiena rivolta verso la strada. Il Pratesi precisò di non aver visto bene l'uomo, poiché costui gli dava le spalle, e che l'altezza poteva essere tra m. 1,65 e m. 1,70.
Il mattino dopo, ripassando da quel luogo, aveva notato il furgone dei tedeschi fermo nello spiazzo ove aveva visto in sosta il ciclomotore dello sconosciuto. A contestazione il Pratesi confermava quanto detto alla P.G. che gli aveva mostrato le foto del motorino del Pacciani, e cioè che, se quel motorino avesse avuto lo stesso colore rossastro che appariva sotto la sverniciatura dei telaio, lui avrebbe detto che era proprio quello da lui visto nell'occasione citata".
Il primo agosto 2003 chiestogli se avesse mai visto a Villa La Sfacciata un certo Mario Robert Parker, dichiarò agli inquirenti: "...escludo nella maniera più categorica che presso gli appartamenti annessi alla villa vi abbia abitato negli anni '80 un cittadino americano di colore. Lo avrei sicuramente visto in quanto io giravo per tutta la proprietà e mi occupavo di tutta la manutenzione della stessa.” Gli fu quindi mostrata la foto di Mario Robert Parker. "...escludo nella maniera più assoluta che la persona raffigurata nella foto n. 5 abitasse negli appartamenti annessi alla villa La Sfacciata. Io personalmente non l’ho mai visto e il nome non mi dice niente. Può darsi che vi abbia abitato dopo che io sono andato in pensione nel 1992. Anche perché quando lavoravo a La Sfacciata io ero tutto il giorno in giro nella proprietà e quindi lo avrei per forza notato, (...) ribadisco, e di questo ne sono proprio certo, di non avere mai visto negli appartamenti o nella villa la persona di colore di cui ho visto fa fotografia e che mi avete detto chiamarsi Parker Robert. Una persona così l’avrei sicuramente notata e non l’avrei potuta dimenticare, anche perché, come ho spiegato, stavo sempre nella villa e conoscevo bene tutti gli inquilini degli appartamenti. Dovete considerare che più volte ero io ad indicare al postino che doveva recapitare corrispondenza dove abitavano i destinatari della stessa”. Circa la presenza nella villa di una Fiat 126, in dotazione al Parker, il Pratesi riferiva: “Non mi risultano auto Fiat 126 presenti nel complesso ed appartenenti agli inquilini che si sono succeduti nel tempo.” Di Rolf Reinecke dichiarava: "abitava in uno degli appartamenti presso La Sfacciata, era un uomo di circa 45 anni, molto alto e grosso con i capelli biondi sul rossiccio, radi. Non ricordo che attività svolgesse; aveva allacciato una relazione con una signora svizzera che abitava nell’appartamento sito a fianco al suo sempre all’intemo di villa La Sfaeeiata. Non ricordo il nome della signora svizzera ma posso dire che era una signora molto alta, con capelli lunghi ricci biondi, di corporatura molto robusta e non credo che svolgesse nessuna attività lavorativa. Il Rolf aveva una grossa auto, forse un BMW di colore scuro. Sono a conoscenza che lo stesso è la persona che negli anni '80 aveva rinvenuto i cadaveri dei due tedeschi uccisi in via di Giogoli. Anzi preciso meglio, mi disse che notò la targa del furgone dei tedeschi e mi disse che erario proprio della sua città natale. Fu lui ad accorgersi per primo del delitto. Andò via dalla Sfacciata credo dopo del 1984 e, comunque, dopo che era morto ...omissis..., insieme alla cittadina svizzera con la quale aveva una relazione. Aveva l’abitudine di bere molto. Mi ricordo che la signora svizzera mi raccontò che la prima sera che conobbe il Rolf, quest’ultimo si avvicinò a lei mentre era seduta davanti al piazzale del suo appartamento sedendosi accanto a lei; nell’occasione il Rolf si scolò tre birre ubriacandosi e in seguito, mentre si alzavano, la donna vide che lo stesso aveva una pistola che teneva infilata nella cintura dei pantaloni e mi disse che non le piacevano le persone in quel modo. Il Rolf era un po’ strano, specialmente quando beveva diventava prepotente. Era un tipo schivo e sempre da solo. Non ricordo che qualcuno andasse a trovarlo. Quando venne ad abitare la svizzera ricordo clic il Martino Martelli mi disse che aveva dato l’appartamento in affitto per 100 mila lire al mese ad una ragazza svizzera che viveva da sola. Era un appartamento grande di 4 stanze e a me sembrò strano che una donna sola avesse preso un appartamento davvero molto grande, se si considera che le stanze erano molto molto ampie. Per molto tempo veniva a trovare questa svizzera un omino piccolo che la donna mi disse era originario di Napoli e faceva il posteggiatore. In effetti notai che l’uomo indossava in testa un cappellino con la visiera di quelli che di solito usano i parcheggiatori. Della svizzera ricordo adesso anche che aveva un’autovettura A 112 di colore bianco. Quando poi la svizzera conobbe e si mise con il tedesco l’omino napoletano scomparve. Questo ornino napoletano p0teva essere alto 1.60 mt., era proprio piccolo di statura ed aveva il viso tondo, io quando andavo via dalla villa lo lasciavo insieme alla svizzera ma non so dire se a una certa ora andava via o se pernottava nell’appartamento della svizzera... Il tedesco, dall’idea che mi ero fatto, era una persona con tanti soldi. Si vedeva che era una persona che stava bene e non aveva problemi di soldi. Il ...omissis... non mi spiegò mai come aveva fatto a trovare questo inquilino. Il tedesco venne ad abitare dopo circa un anno che già abitava la donna svizzera. Sia la svizzera che il tedesco da quando sono andati via insieme non l’ho più rivisti e neppure li ho mai incontrati. Quando il tedesco e la svizzera si misero insieme, il tedesco lasciò il suo appartamento ed andò ad abitare in quello della svizzera che era più grande. Nell’appartamento del tedesco andò ad abitare una certa Cobetto o Cornetto, almeno da quello che ricordo ed aveva il marito e due o tre figli. Gestiva dei negozi di
scarpe di Varese e di abbigliamento Benetton, anzi di borse, a Pontassieve. il marito aveva un Mercedes 5000 scuro. (...)
All’interno della Villa La Sfacciata venivano organizzate molte feste. Ricordo in particolare quella organizzata dall’Alfa Romeo, a cui parteciparono molte persone e quella organizzata, dopo il 1984, dal Partito Socialista Italiano, a cui parteciparono molti invitati, oltre duecento. Queste feste però venivano organizzate dopo la morte di Martelli Martino, avvenuta nel mese di luglio dell’84, prima non si facevano."
Fu ascoltato nell'udienza del 13 luglio 1994 nel processo a Pietro Pacciani.
Rif.1 - Sentenza della Corte di Assise dell'1 novembre 1994 contro Pietro Pacciani
Rif.2 - Sentenza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze contro Francesco Calamandrei del 21 maggio 2008
Vedi anche:
-Attilio Pratesi - Deposizione del 13 luglio 1994

mercoledì 23 dicembre 2009

Roberto Vanni

Fu ascoltato dagli inquirenti l'11 Agosto 2004: "Voglio riferire una circostanza, che lo scorso anno mentre mi trovavo in Umbria per una partita di pallavolo del San Casciano contro una squadra umbra che ora non ricordo il nome, alcuni dirigenti della squadra avversaria, quando seppero che io ero di San Casciano mi dissero che loro sapevano che il mostro era di Perugia. ed era un dottore che faceva parte di una setta che commetteva questi delitti”. Mostratagli una foto che ritraeva Narducci Francesco, Vanni dichiarava: "Posso affermare con certezza che riconosco sicuramente la persona raffigurata ma in questo momento non riesco a localizzare le circostanze in cui l’ho riconosciuto, posso dirvi, che se la faccia non mi è nuova, significa che sicuramente è persona vista più volte e non escludo in qualche altro posto che frequentavo, preciso che intendo dire che questa persona l’ho sicuramente inquadrato in quanto ha attirato la mia attenzione".
Rif.1 - Sentenza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze contro Francesco Calamandrei del 21 maggio 2008

martedì 22 dicembre 2009

Assassini a Firenze

Autore: Michele Giuttari
Prima edizione: Supplemento a Panorama - Dicembre 2001 - 146pp - brossurato

Dalla quarta di copertina: Dicembre 1980, una prostituta viene uccisa nel suo appartamento. L'assassino ha infierito sul suo corpo. E' solo l'inizio di una terribile scia di sangue... Nella città dei misteri del Mostro, un uomo altrettanto crudele agisce indisturbato colpendo con ferocia donne indifese. Durante le indagini, il capo della mobile, Michele Ferrara, scoprirà un mondo di insospettabili maniaci che lo condurrà lentamente a intuire chi potrebbe essere il colpevole.

lunedì 21 dicembre 2009

Mario Rotella - Intervista su La Città - 28 gennaio 1984

Il 27 gennaio 1984 il giudice istruttore Mario Rotella tenne una conferenza stampa. Il quotidiano La Città riportò come segue il botta e risposta tra il magistrato ed i giornalisti.
(...) Mario Rotella: Sul piano delle possibilità la calibro 22, può sparare ancora. Teoricamente l'arma può essere stata ceduta dopo il primo delitto. E' la pistola il collegamento logico fra i sei duplici omicidi, ma non l'ho trovata. E' stata data a qualcuno? In ogni caso è evidente che qualcuno sa dov'è l'arma.
Si rende conto, dottor Rotella, che c’è un’intera citta appesa a lei che vuoi sapere?
Senta: faccio il magistrato da 14 anni. Casi così clamorosi non ne ho mai avuti, ma molto gravi, si. Ho risolto decine di omicidi. In ogni caso, il minimo che si può pretendere da me è il massimo della cautela.
Scandicci si è allarmata.
Non capisco perchè, dal momento che dei due arrestati ( Giovanni Mele e Piero Mucciarini n.d.r.) uno è sardo e l’altro è di Siena. Solo un cretino, del resto, non capiva che la risposta ai delitti era nel raggio di cinque chilometri quadrati alle spalle di Firenze. L’epicentro dei delitti è a Scandicci.
Dopo l’esperienza di Vinci, la gente perché deve credere a questi due nuovi arrestati?
Premetto che l'istruttoria è scritta e segreta, per formarsi un’opinione bisogna aspettare il dibattimento. Non ho diritto neanche io a formarmi un’opinione. Nel merito delle indagini non posso dire nulla, ma provate a rileggere il delitto di Signa e vedrete che la soluzione è chiara. Chi
doveva proteggere Stefano Mele con le sue bugie? Rispondono i fatti.
Quanto conta ancora la parola di Mele?
Vale in quanto è riscontrabile, altrimenti non avrebbe nessun valore. Vinci non corrisponde alla prova generica del processo, con lui imputato i fatti non quadravano. Ora invece quadrano.
Quadrano solo per il ‘68 o sono state trovate prove anche per gli altri delitti?
Se vi riferite alla pistola, dico di no. Sulle altre cose non posso dire niente.
Pensa di sapere dove è la pistola?
Vi posso dire quello che ho fatto, non quello che penso. Me lo vieta almeno il buon senso.
Ma altre cose materiali che legano il primo omicidio agli altri?
Non ve lo posso dire, quante volte ve lo devo ripetere? La prova materiale può riguardare i contorni del fatto e allora è indizio e come tale oggetto di valutazione. Posso dire che è stato trovato materiale interessante. Ma non prove. Per questo dico e sottolineo che nessuno ha il diritto di qualificarli come mostri.
Si riferisce ai giornali?
Si, è un'etichetta ingiustificata che può portare a danni gravissimi anche per le persone che sono vicine a questi due uomini. Ci sono dei giovani in queste famiglie che non devono essere costretti a pagare un prezzo ingiusto e troppo alto. Non è giusto demonizzare le persone: questa è una questione di civiltà che nell'84 ci possiamo permettere con buona pace di chi intende vendere più copie di un giornale. Vorrei anche vedere scritto sui giornali che sono irritato per la pubblicazione delle foto dei due arrestati. Avevo chiesto di non farlo, così sono stati inquinati riconoscimenti fotografici che dovevo fare e che ritenevo molto importanti.
Rif.1 - La Città 28 gennaio 1984 pag.4

sabato 19 dicembre 2009

Dichiarazioni di Mario Vanni - 28 dicembre 2004 - Sesta parte

Nel corso dell'incidente probatorio, nell'udienza del 28 dicembre 2004, ebbe luogo l'interrogatorio che segue:
Segue dalla quinta parte.
AZ: Lei conosce Don Polidori?
MV: Sì.
AZ: E’ stato in casa anche da lui?
MV: Sì, anche lì. Siamo amici.
AZ: Eravate amici anche di tutti quei paesani che venivano a cena insieme a lei?
MV: Sì, sì, sì, sì. Anche lì, anche lì.
AZ: E com’è che fissavate?
MV: Sì, si fissava in piazza e s’andava, poi si decideva lì per lì
AZ: Ed eravate amici anche con quelli che gli stavano.., che gestivano questi bar?
MV: Sì, amici, siamo amici, perché no?
AZ: Come eravate amici con il Calamandrei?
MV: Sì, bravo.
AZ: Senta,Vanni, lei andava in chiesa?
MV: Eh sì, andavo in chiesa.
AZ: Alla messa?
MV: Sono andato sempre alla messa.
AZ: Lo conosceva il prete?
MV: Sì, Don Polidori.
AZ: Era amico anche di lui o andava soltanto alla messa?
MV: Sì, andavo alla messa io.
AZ: Era amico anche di Don Polidori lei?
MV: Sì, lo conoscevo bene.
AZ: Lo conosceva bene?
MV: Sì, ha voglia.
AZ: E ci parlava anche quando non era in sagrestia, quando non andava in chiesa?
MV: Sì, ci parlavo.
AZ: Anche nella piazza?
MV: Lo stesso, ha' voglia.
AZ: E’ stato a volte anche a casa di Don Polidori?
MV: Eh.
AZ: Eh, c’è stato anche a casa di Don Polidori?
MV: Sì.
AZ: Com’è la casa di Don Polidori?
MV: Grande, più bella della mia.
AZ: Conosce bene anche quella. Senta, che è stato anche a casa del sindaco Ciapetti?
MV: Sì, sono stato.
AZ: E com’è anche quella?
MV: Era amico.
AZ: E quando andava a casa di Don Polidori di che parlavate?
MV: Si parlava delle nostre cose.
AZ: Può darsi che abbiate parlato delle vostre cose?
MV: Sì, eh, mah. Eh, siamo amici, siamo paesani.
AZ: Di che cosa parlava con il sindaco Ciapetti?
MV: Mah, lui è comunista.
AZ: Spesso dice... senta, e quando dice appunto anche “con il Calamandrei si parlava delle nostre cose”, “delle nostre cose”, no?
MV: Sì.
AZ: Ma delle vostre cose ne parlavate soltanto con il Calamandrei o ne parlava anche con gli altri amici?
MV: Anche con il Calamandrei.
AZ: Ma anche con il Ciapetti, per esempio?
MV: Sì, a voglia.
AZ: Ah e anche con tutti quegli altri amici?
MV: Sì.
AZ: Quindi delle vostre cose non ne parlavate soltanto con il Calamandrei?
MV: Sì.
AZ: Si può dire questo? Aspetti, gliela ripeto piano piano.. Delle vostre cose non ne parlavate soltanto lei e il Calamandrei?
MV: Mh, eh, sì.
AZ: Ne ha parlato anche con quegli altri amici?
MV: Sì.
AZ: Eh, non avevo capito bene
Avvocato Filastò: Ha detto sì.
AZ: Quindi, per esempio anche con il dottor Mancini, con il dottor Biagiotti, con il Torricelli? Sempre delle vostre cose parlavate?
MV: Era amico, era amico.
AZ: Quando andava in casa del sindaco, che gli offriva anche lui un bicchiere di vino?
MV: Sì, ha voglia!
AZ: Per caso glielo offriva anche Don Polidori?
MV: Sì.
AZ: E quando andavate.. .e quando andavate a casa del sindaco dov’è che stavate a parlare delle vostre cose? In salotto? Dove?
MV: Sì, in casa, in casa.
AZ: Quante stanze c’ha la casa del sindaco?
MV: Parecchie.
AZ: E quanti salotti c’aveva quella del sindaco?
MV: Un paio...
AZ: Eh, lo credo. La conosce bene anche la casa del sindaco.
MV: Sì.
AZ: E quando andavate a casa di Don Polidori dove stavate a parlare, in salotto?
MV: Sì.
AZ: Quella della canonica?
MV: Anche quella grande.
AZ: Senta, e a casa del Ciapetti ogni quanto ci andava?
MV: Di quando in quando.
AZ: Ogni quanto?
MV: Ogni tanto.
AZ: E a casa di Don Polidori?
MV: Sì, uguale.
AZ: Uguale, ogni tanto. Ogni tanto come a casa del Calamandrei?
MV: Eh, eh, ha voglia.
AZ: Ha voglia vuol dire forse di più che... di più da loro che dal Calamandrei?
MV: Eh, eh.
AZ: E quanto è durata l’amicizia con il Ciapetti, con il sindaco?
MV: Per sempre.
AZ: E quella del Calamandrei, invece?
MV: Uguale.
AZ: Cosa vuol dire poi tanto tempo per il Calamandrei?
MV: Eh, andavo a piglià le medicine.
Segue...

venerdì 18 dicembre 2009

Achille Sertoli

Ex professore associato al Dipartimento di dermatologia dell' università di Firenze. Il 16 giugno 2003 finì nel registro degli indagati poichè accusato di associazione a delinquere e concorso in omicidio. Il 20 dicembre dinanzi ai P.M. dichiarò: "Ho visto l'atto che mi è stato notificato e quali sono i reati ed i fatti in relazione ai quali sono indagato. Ho subito una perquisizione per gli stessi fatti nell'autunno del 2003. Intendo rispondere. Mi sono laureato in medicina nel 1957. Ho poi conseguito la specializzazione in dermatologia ed immunologia nei primi anni sessanta. Nei primi anni dopo la laurea ho frequentato l'ospedale di Santa Maria Nuova a Firenze per poter conseguire la specializzazione. I miei genitori abitavano a Pistoia ed io per poter frequentare l'ospedale ottenni dal Primario e dall'amministrazione una stanza con bagno dentro l'ospedale dove di fatto abitavo. In cambio io garantivo l'attività di medico di guardia nelle ore notturne e le domeniche. Tramite il primario cui si era rivolto il titolare della farmacia di San Casciano, che era di proprietà del padre di Francesco Calamandrei, nei primi anni sessanta, cominciai a frequentare l'ambulatorio di quella farmacia una volta la settimana come dermatologo. Ricordo che instaurai un buon rapporto con il Dr. Calamandrei padre e conobbi così anche suo figlio Francesco che all'epoca era ancora studente ed era di qualche anno più giovane di me."
Nella stessa occasione precisava che in un primo momento aveva frequentato qualche anno della facoltà di farmacia per poi passare ad architettura. Ricordava che uno dei medici che frequentava gli ambulatori della farmacia che egli conobbe all’epoca era ...omissis... che faceva il pediatra e che era parente della moglie del Calamandrei padre. Il ...omissis... era più grande di lui e di Francesco. Dopo un po’ divenne amico di Francesco Calamandrei, tanto che all’incirca all’epoca dell'lluvione a Firenze, nel. 1966, prese in affitto un appartamento dalle parti del Viale Machiavelli vicino al piazzale Galilei, proprio insieme a Francesco Calamandrei.
Avevano una camera per uno e fu ben felice di condividere la casa con il Calamandrei perché, avendo egli pochi soldi, venivano divise le spese. Il Sertoli dichiarava che egli in genere andava a letto presto mentre il Calamandrei, che era ancora studente e aveva molti più soldi di lui, spesso tornava tardi la notte tanto che pensava che frequentasse night e facesse vita notturna. Ricordava che una mattina si accorse che il Calamandrei aveva portato a dormire una ragazza in casa perché la mattina la vide in bagno ma non sapeva dire chi fosse. Dichiarava di essere specialista in dermatologia ed allergologia e di non essersi mai occupato di malattie tropicali. Non ricordava di avere conosciuto alcun amico del Calamandrei. Il Sertoli dichiarava di non aver mai frequentato prostitute insieme al Calamandrei nè sapeva che lui ne frequentasse. Preso atto di alcuni stralci di intercettazione telefoniche, dei quali non conosceva l’esistenza e a contestazione circa il contenuto di una conversazione telefonica intrattenuta con la moglie il 30 luglio 2003, ore 15,42, nella quale costei, parlando dell’interrogatorio subito presso la polizia, lo informava di non aver detto niente a proposito della circostanza relativa al "Mago di San Casciano", al che lui la zittiva, dichiarava che si trattava di una vicenda che riteneva di poter datare verso la fine degli anni '60 e comunque, certamente prima di quando aveva conosciuto sua moglie.
Erano a cena a San Casciano, con Francesco Calamandrei e, probabilmente, suo zio, forse il Dottor ...omissis... e qualche altro medico della zona, al massimo una decina di persone, di cui non ricordava al momento i nominativi e non erano presenti donne. Dopo cena, il Calamandrei propose di fare una scappata a casa del mago Indovino per una visita "a scopo canzonatorio", tanto che all’arrivo a questa casa furono tirati dei sassi alle finestre per svegliare Indovino.
Ricordava che, comunque, l’Indovino li fece entrare in quanto, come potè constatare dai saluti che si scambiavano, presumeva che i due si conoscessero. Il mago aveva una vestaglia variopinta ed un turbante in testa. Era presente un altro uomo che ritenne di poter qualificare come una sorta di aiutante. La visita non durò molto tempo e, comunque, Indovino volle leggergli la mano. Quanto all’identità del mago, ricordava ancora, nonostante il tempo trascorso, che quella sera il Calamandrei aveva espressamente detto di "andare tutti dal Mago Indovino".
Circa le sue frequentazioni con il Calamandrei ricordava di avere fatto con lui un paio di gite una a Venezia, di un paio di giorni, con due ragazze di cui non conosceva il nome ed una al lago Trasimeno, ove si recarono una domenica insieme allo ...omissis... che portò un gommone con un carrello con il quale lo ...omissis... ed il Calamandrei fecero un giro nel lago mentre egli rimase ad aspettarli ad un bar.
Relativamente ad altra contestazione del contenuto di una conversazione telefonica avuta con suo cugino ...omissis... di Torino del 24 gennaio 2004, nel corso della quale il Sertoli diceva espressamente a suo cugino che "Calamandrei potrebbe anche essere un mandante, la mano sul fuoco al contrario non la metterei" precisava che si trattava di un discorso che effettivamente aveva fatto ma era una semplice sua deduzione, non fondata su elementi specifici, pensando unicamente al tipo di vita che, per quel che ne sapeva, faceva il Calamandrei.
Essendogli espressamente contestato che dal tenore delle parole usate appariva una sua convinzione specifica sul punto il Sertoli ripeteva che si era trattato solo di un discorso telefonico fatto sulla base delle considerazioni che aveva appena fatto. Gli veniva mostrato l’album fotografico n. 4/2003 in atti, contenente numero 52 foto a colori. Riconosceva soltanto alle foto 33 e 34 Francesco Calamandrei ed alla foto 42 il noto Pacciani Pietro per averlo visto sul giornale ed in televisione.
Rif.1 - Sentenza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze contro Francesco Calamandrei del 21 maggio 2008

giovedì 17 dicembre 2009

Sabrina Carmignani

Originaria di San Casciano in Val di Pesa, attualmente lavora presso un'azienda agricola. Il 9 settembre 1985, alle ore 19,30, rilasciò spontaneamente le seguenti dichiarazioni al maresciallo Salvatore Oggianu dei carabinieri di San Casciano Val di Pesa.
"Verso le ore 17,30 circa di ieri 8 corrente, unitamente la mio fidanzato Galli Mauro, residente in ...omissis..., ci siamo recati gli Scopeti, nel punto in cui sono stati rinvenuti i cadaveri di due persone in data odierna, preciso che ci siamo fermati. vicinissimo alla tenda, molto piccola, di colore grigio chiaro, Poiché pensavamo di disturbare la gente che eventualmente vi fosse dentro a dormire, sempre a bordo della nostra autovettura siamo venuti nuovamente a ritroso fermandoci a pochi metri di distanza ove abbiamo consumato un panino. Volevamo ancora rimanere, ma temendo di dare disturbo ci siamo allontanati.
Ricordo che davanti alla tenda che si affaccia verso la strada ho notato un po’ di sporco, mi sembrava cosa da mangiare e una macchia di unto senza peraltro notare bene di cosa si trattasse. Ricordo bene che vicino alla tenda vi era una macchina di colore chiaro, mi sembra, anzi sono sicura che era una Golf, i cui fari erano orientati verso la tenda a distanza di circa un metro e mezzo.
Siamo andati via dal posto dopo circa una mezzora dall’arrivo. Mentre che stavano andando via è arrivata un’altra autovettura con una persona a bordo, Era una macchina tipo la regata, ma si trattava di un’auto che non so descrivere, anche perché non ho dato importanza alla cosa.
Molte altre volte, sempre col mio fidanzato e con altri amici, ci siamo recati nel posto di cui sopra. In qualche circostanza ho notato delle macchine con a bordo una sola persona, di sesso maschile. Ciò a tarda notte verso le ore 1,00 - 2,00.. Molto spesso ho notato uomini da soli a piedi, i quali, quando vedono i fari delle macchine si girano di spalle per non farsi riconoscere. Ora che ricordo ho notato molte volte uno di S. Casciano, un tipo strano che fuma la pipa, taciturno, il quale frequenta molto la Casa del Popolo.
Se lo vedessi sarei in grado di riconoscere quell’uomo, ora che ricordo lo chiamano “Seghe-Seghe”, comunque facilmente rintracciabile."
Alle ore 21,00 fu riaperto il verbale relativo alle dichiarazioni di Sabrina Carmignani che aggiunse: "Preciso che quando ho parlato di cosa untuosa, volevo riferirmi ad un pezzo di carta che avevo notato sul posto da cui si notavano tracce untuose come se fosse stata utilizzata poco prima per mangiare o per avvolgere dei generi untuosi. Tale carta un po’ piegata e mi è parso che fosse a righe. Era certamente di colore bianco.
Da come si presentava esteriormente, con un rigonfiamento nella parte inferiore ho avuto la sensazione che all’interno della tenda vi fosse almeno una persona. Ribadisco che ciò è solo una mia sensazione in quanto non ho minimamente pensato di osservare chi vi fosse a all’interno della tenda.
Ribadisco che al mio arrivo ho potuto notare che la parte anteriore della tenda era aperta e che parte di essa, più precisamente il lembo superiore destro era piegato all'esterno."
Rif.1 - Il Mostro pag.75
Rif.2 - Verbale di sommarie informazioni testimoni

mercoledì 16 dicembre 2009

Sante Beccaccioli

Nel 1985 era autista dell'allora presidente del tribunale di Perugia, Raffaele Zampa, deceduto nel 1997. Rilasciò agli inquirenti la seguente testimonianza: "Una mattina, alcuni mesi dopo la morte di Narducci, il presidente mi confidò di ciò che la sera prima, durante una cena, gli aveva riferito una persona: cioè che in quei giorni, i proprietari di un appartamento di Firenze di cui era locatario Narducci, insospettiti dal mancato pagamento dell’affitto, avevano cercato di contattare il medico. Saputo della sua morte, erano riusciti a contattare i parenti che gli avevano procurato un mazzo di chiavi. E, sempre secondo il racconto dell’amico, all’interno del frigorifero sarebbe stato rinvenuto un barattolo o più con organi genitali femminili, corrispondenti alle parti notoriamente asportate. Chiesi al presidente se non fosse il caso di avvertire la polizia, e questi mi rispose: «Ormai è morto, Sante, che vuoi fare?»".
Rif.1 - La strana morte del dr. Narducci pag.59

martedì 15 dicembre 2009

Il mostro di Firenze - La teoria finale

Autore: Mister Kappa
Prima edizione: Memmekappa Edizioni - 1992 - 204pp - brossurato

Dalla presentazione: Dal 1968 al 1985 un efferato serial killer semina il panico nelle campagne intorno a Firenze compiendo otto duplici omicidi. L'opinione pubblica è sconvolta ed il sanguinario assassino viene denominato "il mostro di Firenze".
Dalla dedica dell'Autore: "Dedico la mia scoperta del mostro di Firenze alle sue povere vittime, alle loro inconsolabili famiglie, all'instancabile Renzo Rontini, alla Verità che tutti abbiamo sempre cercato, alla Giustizia che è stata sempre irrisa dalle Sue stesse regole. al P.M. che dovrà rappresentare il Popolo Italiano contro di lui: un assassino che non ha mai lasciato prove materiali, testimonianze, indizi e tracce atte a farlo individuare. Che questo mio libro sia l'inizio della prova suprema che inchioderà il maledetto cancro della meravigliosa Toscana, quella belva malefica chiamata e riconosciuta come IL MOSTRO DI FIRENZE"

lunedì 14 dicembre 2009

Alessandro Traversi e Eraldo Stefani - Intervista su La Città - 27 gennaio 1984

Il 26 gennaio 1984 il giudice Mario Rotella, dispose la scarcerazione di Francesco Vinci ed emise due mandati di cattura per concorso in omicidio volontario nei confronti di Giovanni Mele e Piero Mucciarini. I due avvocati di Francesco Vinci, Alessandro Traversi e Eraldo Stefani, rilasciarono l'intervista che segue alla giornalista Franca Selvatici del quotidiano La Città.
E’ proprio vero che non ci avete creduto fin dall'inizio che Vinci fosse il "mostro"?
Beh, all’inizio i magistrati sembravano molto sicuri, dicevano che c’erano precisi riscontri alle accuse di Mele (Stefano n.d.r.), poi, via via che le carte venivano scoperte, via via che saltavano fuori questi riscontri, ci parevano veramente inconsistenti. Fino ad arrivare al famoso confronto di martedì 17, che ha fatto crollare tutto.
Già, ma questo confronto voi lo avevate chiesto molto tempo fa.
Si, ci siamo arrivati dopo moltissime insistenze. Noi a metà ottobre presentammo istanza di scarcerazione e nella memoria difensiva chiedemmo il confronto ed altri accertamenti.
Ma siete stati voi a indicare agli inquirenti la nuova pista?

Per primo fu il Vinci, in un interrogatorio. Il giudice gli diceva che un movente per l’omicidio di Lastra a Signa lui ce l'aveva. A quel punto Vinci disse chiaro e tondo: "Perchè non andate a cercare anche altre persone vicine al Mele, che lui potrebbe coprire?" Non fece nomi, chiese
solo che indagassero anche in altre direzioni. In seguito noi abbianto insistito su questo
punto col giudice, e dobbiamo dargli atto di aver fatto le indagini che gli chiedevamo.
Nel vecchio processo queste piste diverse non erano mai state prese in considerarione, vero?
No, non erano mai venute fuori. Però noi abbiamo cominciato a lavorare su certe contraddizioni del Mele. C’erano riscontri precisi sul fatto che Mele era stato sicuramente fra gli autori del delitto Ma era anche certo che su alcuni particolari mentiva. Mentiva sulla pistola: diceva di averla gettata in un canale, ma non fu mai ritrovata. Mentive sul mezzo con cui era giunto sul luogo del delitto: la lambretta del Vinci, che invece era smontata. Perchè non era veritiero su questi punti? Le spiegazioni possibili erano solo due: o era pazzo o voleva depistare le indagini. Poi al confronto c’è stato il colpo di scena.
E cioè?
E cioè Mele ha ritrattato. Ha ritrattato le accuse contro il Vinci e ha risfoderato una vecchia accusa, certamente non veritiera Ha accusato di nuovo Carmelo Cutrona, uno degli amanti della moglie, di cui era già stata dimostrata pienamente l’estraneità nel primo processo.
Il confronto è stato drammatico?
E' stato breve. Il Mele ha esitato un attimo, ma poi ha ritrattato subito. Gli è bastata un’occhiata del Vinci. Il giorno dopo, il 18 lo abbiamo denunciato per calunnia.
Ma a voi che impressione ha fatto il Mele?
Noi non lo conoscevamo. Ci avevano detto che era un alienato, un labile di mente. A noi ha fatto un impressione diversa. Gli abbiamo posto alcune domande e lui ci ha risposto con esattezza,
dimostrando di avere ricordi precisi. Questo ci ha rafforzato nel covincimento che stava coprendo qualcuno.
Le indagini sull'altra pista sono cominciate dopo il confronto?
No, un pochino prima. Dopo un interrogatorio del Vinci. In quell’interrogatorio Vinci sostenne che Mele era stato convinto, suggestionato da qualcuno perchè nascondesse qualcosa. Usò questa
espressione: "Mele è stato riempito come un sacco".
E ora che è stato scagionato che ne sarà del Vinci?
Beh ,per ora deve restare in carcere. E’ colpito da mandato di cattura per ricettazione e concorso (col nipote Antonio) in porto e detenzione di armi. Il processo è fissato per il 13 febbraio a Prato. Ed è stato condannato a 3 anni e 3 mesi per furto dal tribunale di Pisa. Per questo processo è
pendente appello. Ha avuto anche una condanna per abigeato (pendente in cassazione), ma per questo non è detenuto. Tra poco noi chiederemo la libertà provvisoria: anche perchè Vinci è in
credito con la giustizia di un anno e mezzo.
Che cosa vi ha detto durante il colloquio?
Ha detto: "Mele non lo odio ma non mi fa nemmeno compassione".
E degli uomini che sono stati arrestati?
Non vuol dire neppure una parola. Non vuol fare nessun commento. Ha detto solo: "Deciderà la giustizia".
Ma come si sente lui?
Beh. ovviamente è soddisfatto. Ma c'è anche l’amarezza che per arrivare a questo ci sia voluto un anno e mezzo. Però ha dato atto al giudice Rotella, e anche al giudice istruttore che l’aveva
preceduto. Tricomi, di essere stati molto leali, con lui, di averlo trattato da uomo a uomo.
Rif.1 - La Città 27 gennaio 1985 pag.5

sabato 12 dicembre 2009

Dichiarazioni di Mario Vanni - 28 dicembre 2004 - Quinta parte

Nel corso dell'incidente probatorio, nell'udienza del 28 dicembre 2004, ebbe luogo l'interrogatorio che segue:
Segue dalla quarta parte.

Avvocato Zanobini: Si sente bene in questo momento?
MV: Sì, bravo
AZ: Che attività faceva prima di andare in pensione?
MV: Il postino.
AZ: Per quanti anni ha fatto il postino?
MV: Sei.
AZ: Solo sei anni?
MV: Sei anni. (Vanni canta) “Faccetta Nera che già l’ora si avvicina". Viva il Duce!
AZ: Senta, Vanni, e il Pacciani e il Lotti ha detto che li ha visti anche insieme al Calamandrei. Va bene?
MV: Sì.
AZ: Dove li ha visti?
MV: In farmacia. Siamo andati insieme.
AZ: Ah. Perché siete andati insieme, Vanni?
MV: Mah.
AZ: E dov’è che facevate per incontrarvi?
MV: Eh, in piazza, in piazza Pierozzi.
AZ: Ma lei andava a prendere le medicine. Andava sempre insieme al Pacciani e al Lotti o andava anche da solo?
MV: No, io andavo da me.
AZ: E vi siete trovati insieme?
MV: Sì. Eh, in via Machiavelli.
AZ: Ah, in via Machiavelli. Vi siete trovati insieme lì e anche poi a prendere le medicine?
MV: Sì.
AZ: Lei, Vanni, e Lotti?
MV: Sì.
AZ: Conosce anche l'altra farmacia Parrini?
MV: Sì, sì.
AZ: Conosce anche il farmacista?
MV: Sì, eravamo amici.
AZ: Vanni, ma per lei cosa vuoi dire essere amico?
MV: Mah, siamo paesani.
AZ: La capisce la domanda?
MV: Siamo paesani.
AZ: Quindi per lei essere paesani e conoscersi vuoi dire essere amici?
MV: Sì, bravo.
AZ: E quindi a San Casciano quanti amici lei aveva?
MV: Parecchi.
AZ: Ma lei conosceva anche il sindaco?
MV: Sì. Ciapetti.
AZ: Era amico anche del sindaco?
MV: Sì, ero amico anche dei comunisti.
AZ: Senta, si è trovato qualche volta al bar col sindaco a bere?
MV: Sì, anche al bar eh.
AZ: Con il sindaco?
MV: A’ voglia, il sindaco Ciapetti, al Bar Italia, O sennò nel piazzone.
AZ: Allora, ascolti, non si può dire che lei con il Calamandrei aveva un’amicizia particolare e diversa da quella che aveva con gli altri paesani?
MV: Sì, era amico.
AZ: Come con gli altri paesani?
MV: Sì.
AZ: Senta, lei dice una cosa, io ho capito, quando la interroga il signor Canessa, come dice lei.
MV: Eh
AZ: A proposito di questo Ulisse e che lei ha detto...
MV: Sì, ne abbiamo parlato. Eh. Ma lo sapeva anche lui.
AZ: Cioè, vuol dire il Nesi?
MV: Sì, sì.
AZ: Quindi, e avete.., il Nesi le ha parlato di questo Ulisse anche a lei?
MV: Sì.
AZ: Prima che lei ne parlasse al Nesi?
MV: Sì, prima che ne parlassi al Nesi.
AZ: E quando?
MV: Eh, parecchio tempo fa.
AZ: Cioè quando veniva a trovarla in carcere?
MV: Sì, bravo.
AZ: E che cosa le diceva il Nesi di questo negro, di questo Ulisse?
MV: Mah, e che diceva? L’aveva sentito dire alla televisione.
AZ: Anche lui? Senta, e poi a proposito di questo Ulisse, lei ad un certo momento dice che questo negro ha ammazzato tutti e sedici lui, vero? E poi hanno trovato la pistola. Se la ricorda?
MV: Eh, l’hanno trovata di certo.
AZ: La pistola?
MV: Alla televisione s’è saputo.
AZ: Dice una lettera e ogni cosa, e poi lei dice che questa roba l’ha presa il Giudice.
MV: Sì, eh. Eh. Le ha prese il Procuratore.
AZ: E chi era questo Procuratore?
MV: Mah, ‘un lo so.
AZ: E lei dove l’ha sentito di questo Procurato e che ha preso questa roba?
MV: Icché gli ho a dire? Non lo so.
AZ: Però si ricorda di averlo detto?
MV: Ma di certo.
AZ: Quello che conta dice lei. Chi è il Procuratore che conta?
MV: Come?
AZ: Lei dice le ha prese il Procuratore, quello che conta. Chi è il Procuratore?
MV: Non lo so.
AZ: Che conta per lei?
MV: Non lo so.
AZ: Però si ricorda di averglielo detto al Nesi.
MV: Sì.
Giudice: Gli ripeta questa domanda per verificare se ha capito bene....
MV: L’ha prese il Procuratore...
AZ: Chi è per lei?
MV: Non lo so.
AZ: Ma si ricorda di averlo detto oppure non se lo ricorda?
MV: Ma certo.

venerdì 11 dicembre 2009

Stefano Mele - Intervista su La Città - 13 novembre 1982

Il 13 novembre 1982, il quotidiano La Città, pubblicò l'intervista a Stefano Mele che segue.
Stefano Mele: Sono stato abbandonato da tutti, non ho più nessuno; dieci giorni fa è morta mia sorella, e proprio in questa settimana anche il mio compagno di lavoro, l’unico con il quale parlavo.
Mio figlio, Natale, ora, so che ha una vita sbandata, vorrei poterlo tanto aiutare. L’ultima volta che sono venuto a Firenze la polizia ha impiegato ventiquattro ore a trovarlo, non sapevano dove fosse, e la cosa mi ha molto addolorato.
Quando é venuto a Firenze? Per quale motivo?
I primi giorni di settembre. Mi venne a prendere la polizia e mi portarono in questura a Firenze per un confronto con Francesco Vinci, ma questa volta il confronto l’ho vinto io. Lui fumava e beveva, tre pacchetti di sigarette e cinque bottiglie di birra, ma non è riuscito a difendersi dalle mie accuse. Mi ripeteva in continuazione: tu non sai dire le bugie. Ma le mie non sono bugie, è la verità.
Qual è allora la verità? Cosa successe quella notte? Chi è stato a sparare?
Il Vinci mi venne a prendere a casa con la sua lambretta, imboccammo la strada che da Lastra a Signa porta al cimitero. Sono quasi dieci chilometri. Arrivati al cimietro fermò la lambretta e dal portaoggetti tirò fuori la pistola. Non sapevo che cosa avesse intenzione di fare. Se lo avessi saputo, sono sardo anch'io, lo avrei ammazzato. Ci avvicinammo a piedi alla macchina dove c'erano mia molgie, mio figlio e il Lo Bianco. Francesco Vinci puntò la pistola contro il vetro della macchina e sparò, uccise prima mia moglie, quindi il Lo Bianco. Loro non si accorsero di nulla, stavano facendo l'amore. Furono colti di sorpresa. La pistola, la calibro 22, aveva anche il silenziatore, non fece rumore, io ero lì, vidi tutto ma non potei fare niente. Il Vinci mi minacciò: "O stai zitto o ammazzo te e il tuo bambino!". Quando hai una pistola puntata, come fai a reagire? Dopo aver ammazzato mia moglie e il suo amante, Vinci sollevò di peso Natalino, lo caricò sulla lambretta e lo lasciò davanti alla casa di due infermieri (la casa di Francesco De Felice e Maria Sorrentino n.d.r.) poi scappò. Io tornai a casa, feci un pezzo di strada a piedi, e poi proseguii con altri mezzi.
Ancora oggi lei accusa Francesco Vinci, come fece nel corso del processo. Ma perché allora il giorno dopo il delitto confessò di essere stato lei ad ammazzare sua moglie e il Lo Bianco?
Sempre per paura della vendetta del Vinci.
Perché tante versioni contrastanti?
Botte, botte... mi picchiarono, mi interrogarono per venti ore... botte, botte. Le carceri sono piene di innocenti. La legge la pensa a modo suo.
Lei sapeva che Vinci aveva una pistola?
Si, sapevo anche che la teneva nella lambretta. Nel '67 il Vinci passò qualche mese in carcere, e i carabinieri affidarono a me la sua lambretta, per un mese. Quando uscì, il Vinci mi disse che dentro c’era la pistola. La notte del delitto, dopo avere sparato, la ripose nella lambretta.
Ha detto che lei si allontanò a piedi dal cimitero, e poi proseguì con altri mezzi. Quali?
Non posso dirlo, non faccio nomi. So solo che ci sono persone che sanno molte cose, ma che non hanno parlato. Nel processo fu detto che i sardi sono abituati a correre e a camminare nei boschi: ma io in quel periodo zoppicavo. Il Vinci a marzo mi aveva rotto la gamba sinistra, mi ricovera rono per quindici giorni in ospedale. Mi spezzò la gamba perché voleva stare da solo con mia moglie.
A questo punto facciamo un passo indietro: quali erano i rapporti fra lei, sua moglie, il Vinci e il Lo Bianco? Cosa succedeva in casa sua?
Il Vinci era l’amante di mia moglie. Fu propro lei a presentarmelo, per strada: ti faccio conoscere un altro sardo, mi disse. In Sardegna non avevo mai conosciuto il Vinci. Io sono nato a Fordongianus, in provincia di Oristano. Mi sono trasferito a Casellina nel ‘50 e poi a Lastra a Signa. Ho conosciuto Barbara Locci a Scandicci, in un bar dove si giovaca al totocalcio. Ci sposammo nel '59. Era una donna bellina, ma attirava uomini strani. Il Vinci diventò il suo amante, entrò nella nostra vita, cominciò a comandare anche in casa mia, a picchiare mio figlio. Con il Vinci ho anche lavorato insieme perchò io ho sempre fatto il manovale, mai il pastore. Il Vinci ha rovinato la mia famiglia, e non solo la mia. Per motivi di lavoro poi conobbi il Lo Bianco, e lo presentai a mia moglie, diventarono amanti, e il Vinci ne fu molto geloso. Nel '68 con noi viveva anche Salvatore Vinci, il fratello di Francesco. Salvatore qualche anno prima aveva ammazzato sua moglie con il gas. Quella sera il Vinci uccise per gelosia, ma gli altri delitti no, sono stati commessi per vendetta..
Non so niente degli altri delitti. So soltanto che ha sparato sempre la stessa pistola. L'ho letto sui giornali. E questa pistola potrà tornare a colpire ancora, se i magistrati non stringono i denti e costringono il Vinci a dire dove l'ha nascosta, oppure a chi l’ha data. Tutta la verità la dirò quando verrà trovata la pistola, ho altre due parole da dire e le dirò, ma solo quando salterà fuori l’arma. Con me strinsero i denti, lui invece si salvò perché è più furbo, perché è stato in galera e in galera si imparano tante cose. Anch'io ora saprei come di fendermi.
Rif.1 - La Città 13 novembre 1982 pag.8

giovedì 10 dicembre 2009

Luigi Dolciami

Pronipote di Vincenzo uno degli agricoltori che seguì il conte Pianciani nella sua opera di restaurazione agricola alla Polvese (oggi parco scientifico-didattico della Regione Umbria). Nella sua deposizione del 2005, in sede di incidente probatorio, riferì di trovarsi a pescare sul tratto di lago davanti all'isola Polvese l'8 ottobre 1985. Intorno alle 15,30 vide arrivare dietro di se "una barchina, uno scafetto, uno scafetto medio insomma con i sedili, dei sedili dietro e la pilotina, insomma tutto questo popò. Quando è stato diciamo a cento metri da me, dietro a me ha deviato verso Sant’ Arcangelo e si è spostato da me di cinquecento metri, metro più metro meno, non è che ho misurato questi particolari. Allora io continuando a mettere le reti per andare verso Panicarola ogni tanto mi dovevo girare verso Sant’ Arcangelo Sant'Arcangelo, perché c'erano le filate dei pali dei tofi e per non andare addosso con le mie reti su questi pali ogni tanto mi giravo verso Sant'Arcangelo. (...) Ad un certo punto mi accorgo che questo che si trovava sulla barca...perché ecco quando si è fermato si è messo seduto sul sedile dietro della barca, si è messo seduto lì e ogni tanto mi rigiravo per vedere... per non andare sopra i tofi, a un certo momento non so stabilire poi quanti minuti dopo, mi accorgo che sulla barca non c'era più nessuno, non c'era più questo individuo... dopo un po' di minuti finisco di mettere le reti e mi è venuta la sensazione di andare a vedere fuori dalla mia rotta, di andare a vedere su questa barca pensando che era uno che si era sentito male e infatti devio per andare giù verso Sant'Arcangelo dov'era questo qui con il battellino e vado lì dalla barca, mi fermo lì dalla barca e dentro la barca non c'era nessuno però. Allora dico tra me: «Questo stà a vedè che s'è sentito male e è caduto sull'acqua». Ho fatto un paio di giri intorno alla barca sua per vedere se lo vedevo nel fondo. Tutto preoccupato ho preso e sono tornato a casa. Tornando a casa mi stavano già aspettando da San Feliciano. Qualcuno mi è venuto a chiedere se avevo visto questo battellino con uno dentro la barca io gli ho detto, dico. «Sì, l’ho visto, l’ho visto sparire dalla barca però purtroppo ho guardato intorno alla barca però non ho visto niente a fondo sull'acqua» insomma e quindi è… quindi ecco… io ecco non so altro, perché questo è tutto quello che so."
Rif.1 - Perugia Notizie - 18 novembre 2008

mercoledì 9 dicembre 2009

Nino Filastò - Intervista su Metropoli - 15 aprile 2009

La redazione di Metropoli nella persona di F.P., dopo la morte di Mario Vanni raccolse l'intervista che segue.
Nino Filastò: Come ho capito che Mario Vanni era innocente? Lo sa che lo chiamavano “Torsolo”? Non si è mai reso conto del processo, fino alle ultime volte che l’ho visto continuava a chiedermi quando l’avrebbero processato. L’omicidio dei francesi fu collocato da Lotti nella giornata di domenica, quando una serie di evidenze, fra cui le larve sui cadaveri, sposta il delitto almeno al sabato. Oppure nell’omicidio di Montespertoli: secondo quattro testimoni il corpo del ragazzo era sul sedile di dietro; l’auto è stata spostata dall’assassino. Ancora a Vicchio, Lotti disse che Pia Rontini urlava mentre la estraevano dalla macchina,mentre è chiaro che doveva
già essere in coma. Potrei continuare a lungo. Lotti diceva quello che gli dicevano di dire.
Secondo lei c’è qualcosa che può ancora far luce sui duplici omicidi?
Sì, che questa persona esca allo scoperto.
Secondo lei è viva?
Potrebbe essere ancora viva. Non è poi molto vecchia, sui 60 e più anni. E’ un uomo, uno solo, autore materiale dei delitti, affetto da una grossa psicosi di tipo sessuale. Essendo una persona di un certo livello, una persona religiosa, ha avuto la volontà di coprire i delitti con un significato
moralistico: le vittime si esponevano, potevano esser viste, per questo le uccideva.
E’ possibile una confessione?
Credo che tutto sommato l’assassino sia frustrato dal fatto che la sua bravura - ma anche il suo scopo - rimangano privi di firma.
Secondo lei c’è speranza di arrivare alla verità?
No, non mi pare ci siano elementi prevedibili che possano chiarire le cose. La valutazione oggettiva è che, grazie alle indagini fatte a Firenze, gli autori di tre delitti identici e il volto
del mostro restano un mistero.
Rif.1 - Metropoli 15 aprile 2009 pag.4

martedì 8 dicembre 2009

Emeroteca

E' disponibile da alcuni giorni su "Insufficienzadiprove" una raccolta di articoli, tratti dai maggiori quotidiani dell'epoca, relativi alla vicenda del "mostro di Firenze". Trovate il link nella colonna a destra, sotto EMEROTECA, clickando sulla pagina di giornale. Gli articoli sono suddivisi per testata, per mese ed anno di pubblicazione. Una volta clickata la raccolta di interesse è sufficiente scegliere un articolo e clickare sulla lente di ingrandimento (in alto a destra) per leggere il testo prescelto. Si tratta talvolta di scansioni infelici, tratte da microfilm realizzati diversi anni fa, la cui lettura non sempre è agevole che ho comunque inserito con la speranza di sostituirli, un giorno, con riproduzioni migliori.

A destra trovate invece le categorie (Picasa le chiama "etichette" e non funzionano benissimo) in cui ho diviso i vari articoli, vien da se che se clickate, ad esempio, su Salvatore Vinci, vi appariranno tutti gli articoli disponibili in cui viene citato Salvatore Vinci.

E' evidentemente un lavoro in fieri, sul "mostro di Firenze" è stato scritto tutto ed il contrario di tutto, certi quotidiani ci hanno campato per anni!

Qualora disponiate di articoli non presenti su Picasa sarò felice di inserirli.

Un ringraziamento speciale a Stefano senza la cui collaborazione questo progetto sarebbe ancora ai nastri di partenza. Grazie a tutti voi che continuate a seguirmi, venerdì scorso, in un solo giorno, hanno visitato "insufficienza di prove" 1224 persone.
Ciao
Flanz.

lunedì 7 dicembre 2009

Identikit di un mostro

Autore: Riccardo Catola
Prima edizione: Casa editrice Anthropos - 1985 - 168pp - brossurato

Dalla quarta di copertina:
Questo libro è una serrata e lucida indagine psicosomatica che, sulla scorta di elementi spesso inediti, e nuovi particolari, tende, eliminando alcuni luoghi comuni, a svelare il protagonista di uno dei più inquietanti enigmi che caratterizzano ormai da diciassette anni la cronaca nera del nostro paese, il "mostro di Firenze".
L'autore, Riccardo Catola, giornalista de "La Nazione" di Firenze che ormai da anni segue l'evolversi drammatico della vicenda, è riuscito a "costruire il libro mettendo a fuoco non già la semplice cronistoria dei delitti, bensì l'elemento "indagine", tutto incentrato sul tentativo di dare un volto all'inafferabile maniaco che terrorizza ormai da tempo non solo le coppiette nei pressi di Firenze, ma anche l'inconscio collettivo di tutta una nazione. Il titolo stesso del libro chiarisce gli intenti dell'autore, che sulla base dei numerosi e inediti particolari mai apparsi sulla stamopa nazionale, (rapporti dettagliati, pareri di criminologi, interventi di polizie straniere con l'F.B.I., etc.) ricava da dati misteriosi e controversi una vera e propria "detective story" e attenendosi a precisi criteri di estrema veridicità fa nuova luce su una sequenza omicida che non accenna a spegnersi e che non ci risparmia contraccolpi e nuove ipotesi.

sabato 5 dicembre 2009

Dichiarazioni di Mario Vanni - 28 dicembre 2004 - Quarta parte

Nel corso dell'incidente probatorio, nell'udienza del 28 dicembre 2004, ebbe luogo l'interrogatorio che segue:
Segue dalla terza parte.

PM: Lei conosceva anche Nesi Lorenzo, mi sembra.
MV: Come?
PM: Nesi lo conosce?
MV: Sì, sì, sì.
PM: Quando l’ha visto l’ultima volta?
MV: Gl’è poco... gl’è poco. Parecchio tempo fa.
PM: Dove l’ha visto?
MV: Eh, l’ho visto quand’ero in carcere.
PM: Lì all’ospedale dove ora ormai è venuto?
MV: No, no. Un l’ho mai visto più.
PM: Al carcere è venuto invece. Ma avete parlato?
MV: Mh, qualche discorso s’è fatto.
PM: E che tipo... ha parlato così, delle vostre cose, sue e del Nesi, perché siete amici?
MV: No, siamo amici.
PM: E’ venuto una volta? Più volte?
MV: Sì.
PM: Allora si ricorda di cosa avete parlato?
MV: Non me lo ricordo.
PM: Ma il Nesi ha voluto parlare anche dei fatti che erano avvenuti a San Casciano, di tutti quei morti?
MV: Sì.
PM: E lei che cosa gli ha detto
MV: Nulla gli ho detto io
PM: Ma quando Nesi le faceva le domande lei capiva o stava male?
MV: Capivo, capivo.
PM: Stava bene?
MV: Sì, allora.., allora sì.
PM: Come stava oggi? Stava meglio o peggio?
MV: Eh, insomma.
PM: Stava bene. Ma siete dopo il carcere rimasti amici?
MV: Si capisce, si capisce.
PM: E che cosa gli chiedeva?
MV: Icché s’è parlato? Delle nostre cose, dell’amicizia.
PM: Ma di questi fatti che sono avvenuti a San Casciano?
MV: Sì, siamo...
Giudice: Noi stiamo stiamo per ricostruire le vicende con sincerità, ha capito?
MV: Bravo, bravo.
PM: ...ma quando Nesi è venuto da lei, Pacciani era già morto o era ancora vivo?
MV: L’era vivo, l’era vivo.
PM: E’ sicuro? E cosa voleva sapere dal Pacciani? Cosa gli chiedeva?
MV:Mah.
PM.: Gli ha chiesto se il Pacciani aveva una pistola, gli ha chiesto il Nesi?
MV: Mah, io ‘un lo so.
PM: Lei non lo sa. Ma il Nesi gliel’ha chiesto?
MV: Mah, me l’ha chiesto, ‘un lo so.
PM: Lei ricorda cosa ha risposto? Cosa ha risposto lei Vanni.
MV: Ma, io non lo so.
PM: Non lo sa. Tanto non importa continuar.Tanto gl’è tempo perso. Eh, tanto c’è una registrazione, eh, del vostro colloquio. Lei dice al Nesi che il Pacciani aveva due pistole, che andava nel bosco.
MV: No, io ‘un lo so. lo gli ho detto quest’affare qui... io ‘un gli ho detto quest’affare qui.
PM: Non l’ha detto?
MV: No, no.
PM: Non lo ricorda?
MV: Non lo ricordo, no.
PM: Ma per caso il Nesi le ha chiesto chi era che faceva gli omicidi ai danni di quelle coppie?
MV: Sì.
PM: Gliel’ha chiesto. Gliel’ha chiesto, gliene ha parlato?
MV: Ho parlato, ma non me lo ricordo. Che vuole, gli è passato parecchio tempo.
PM: E perché gli ha parlato di un negro? A proposito di cosa?
MV: Mah, non mi ricordo.
PM: Gliel’ha detto che questo negro si chiamava Ulisse?
MV: Sì.
PM: Gliel’ha detto lei al Nesi?
MV: Sì.
PM: E chi è questo?
MV: E lo sapeva anche lui.
PM: Lo sapeva anche il Nesi?
MV: Ma si capisce.
PM: Cioè? Mi spieghi, che cosa sapeva il Nesi di questo Ulisse?
MV: Mah.
PM: Chi era questo Ulisse?
MV: Un lo so.
PM: Però se lo sapeva chi era questo negro di cui parlavate...
MV: Mah.
PM: Perché avete parlato di questo negro di cui il Nesi lo sapeva anche lui?
MV: Eh, s’era... s’eramo amici.
PM: Voi eravate amici di questo negro?
MV: No, volevo dire del Nesi.
PM: Ah Vanni. E chi era questo negro? Se era amico... lei lo ha mai visto?
MV: Chi?
PM: L’ha mai visto questo negro?
MV: No.
PM: E dove l’ha visto?
MV: lo ‘un l’ho visto.
PM: No.
MV: Un l’ho visto.
PM: Prima ha detto di sì.
MV: No.
Avvocato Filastò: E poi ha detto di no.
Giudice: Allora, le ha chiesto il Pubblico Ministero se avete parlato di un negro a nome Ulisse.
MV: Sì.
Giudice: Una persona... e le ha chiesto se lei lo ha mai visto questo Ulisse.
MV: Io non l’ho mai visto, non l’ho mai visto.
PM: Ma cosa faceva que sto negro?
MV: Mah, ‘un lo so.
PM: Però lei in questa registrazione che s’era fatta nel carcere ha detto al Nesi che era questo nero che ammazzava le coppie. Ha capito?
MV: Sì, ho capito.
PM: Gliel’ha detto lei al Nesi?
MV: Sì.
PM: Perché gli ha detto così?
MV: Mah.
PM: Ma lei lo sa cosa faceva questo negro e chi era? Questo negro lei sa se è vivo o è morto?
MV: E’ morto.
PM: Allora lo sa.
MV: Mh.
PM: E come sa che questo negro è morto?
MV: Mah, dalla televisione.
PM: Ma alla televisione parlano di tanti negri e di tanti bianchi che muoiono.
MV: Sì.
PM: Perché ha parlato di questo?
MV: Eh, non lo so.
PM: Non lo sa. Non lo sa e non lo sa. Perché avete parlato di questo?
MV: Ma così, mentre si parlava insieme.
PM: A proposito di che cosa? Di quei morti?
MV: Sì, sì. Dice gl’aveva morto un monte di persone.
PM: Chi lo diceva?
MV: Eh, la televisione.
PM: Ah, ecco.
MV: Mica io.
PM: E la televisione diceva anche il nome?
MV: Sì, eh.
PM: E dove è morto? Lei lo sa dove è morto?
MV: Mah.
PM: Come è morto?
MV: Non lo so.
Segue...

venerdì 4 dicembre 2009

Autodifesa semiseria di Mario Spezi

Nel novembre 2004, Mario Spezi, dopo aver subito perquisizioni, intercettazioni ed il sequestro, tra le altre cose, di una "piramide tronca in pietra di colore verde scuro a base esagonale, occultata dietro la porta della sala da pranzo" scrisse il pezzo che segue per il settimanale Panorama.

Autodifesa semiseria del cronista fiorentino indagato per favoreggiamento
"Hai avuto coraggio ad ammettere che lo conoscevi!" mi disse qualcuno nel febbraio scorso dopo che alla tv avevo confermato di essere stato amico di Francesco Calamandrei. Mi dissi: "E perché?". Aveva ragione l'altro. Mi ritrovo anche io indagato. Da 30 anni sono cronista di giudiziaria e di nera, ma non avevo capito la corretta logica delle indagini. Ora la conosco e posso applicarla. Comincio da Calamandrei. Lo conobbi, credo, nel 1967, io studente di legge fuori sede, lui studente di farmacia. Fu la goliardia. Francesco era intelligente, spiritoso al limite del cinismo, un vero fiorentino. Si organizzavano belle cene e una fu a Montespertoli. Eravamo in tanti. Appuntamento sotto la farmacia di San Casciano, cinque o sei auto. Qualcuno dice: "Perché non portiamo anche Torsolo, che ci fa ridere?". Fu portato Torsolo, il «grullo» del villaggio, Mario Vanni, l'inventore (molto più tardi) dell'espressione «compagni di merende». Vanni arrivò con tanto di bandiera italiana, saluto fascista, "eja eja alalaà e torneremo!".
Molti anni dopo Vanni ripeté il suo numero davanti alla Corte d'assise, ma non ricevette lo stesso successo. Fu espulso dall'aula e condannato all'ergastolo.
Intanto la goliardia era finita. Francesco si sposò nel 1969. E, come a volte accade, sparì. Non lo vidi per quasi 20 anni. Lui, credo, stava in farmacia; io divenni giornalista. Mi sono occupato di terrorismo nero e rosso, Anonima sequestri, P2, Ustica, caso Calvi, e dal 1981 anche del mostro. Quello stesso anno feci anche una mostra. Di caricature (io ho pubblicato per 20 anni caricature sulla Nazione). A quella mia prima mostra ebbi l'onore di ricevere anche la visita di Piero Luigi Vigna, che frequentavo quotidianamente per lavoro. Attenti, adesso: Vigna alla mostra di Spezi. E, appena un anno dopo (era il giugno 1982), Spezi torna su un nuovo delitto del mostro. Dove? Ma a Montespertoli, il luogo della cena goliardica di 15 anni prima! Non basta. La notte del delitto del mostro, a Montespertoli, c'è anche il giudice Vigna, che era venuto alla mia mostra. A dire il vero era lì per giocare a scopone con il sindaco e altri amici. Ma Vigna possedeva una Beretta calibro 22. Spezi incontrò Vigna al bar del tribunale e glielo disse, scherzando (giuro che scherzavo!). E Vigna, che oltre a essere magistrato e uomo integerrimo, è anche dotato di grande humour, stette allo scherzo. È un inquirente all'antica, certe nuove tecniche investigative non le conosce. Devo, ora, essere preoccupato per Vigna? Nei primi anni Novanta, per caso, incontrai di nuovo Calamandrei. Era un altro uomo: depresso, stanco, amareggiato. La vita lo aveva colpito duramente. La moglie si era ammalata: schizofrenia. Era arrivato a denunciare lui come mostro di Firenze e altri di altre orribili faccende. Avevano svolto accertamenti, non era risultato niente. Lei fu internata e interdetta. Lui non lo rividi per molti anni, fino al gennaio scorso. Mentre io continuavo a non frequentare Calamandrei, per il mio lavoro feci tante conoscenze e chissà come verranno adesso valutate. Conobbi, per esempio, il magistrato Paolo Canessa, il pm di Pacciani e anche di Calamandrei, e, confesso, accadde che alcune notti di sabato (anche senza luna) passammo del tempo insieme attorno alla mezzanotte. Avevamo i figli nella stessa classe e ci toccava andarli a riprendere alle prime festicciole. Riconfesso: ingannavamo l'attesa chiacchierando, non solo di mostro. Devo stare in pensiero per il dottor Canessa?
Conobbi Michele Giuttari, anche fuori della questura. Mi offriva il caffè da Giacosa e torno a chiedermi: devo stare in pensiero anche per il dottor Giuttari? In fondo lui, che frequentava i miei conoscenti Vigna e Canessa, frequentava anche me, che frequentavo Calamandrei, che conosceva Vanni. Forse ora Giuttari chiederà al giudice Mignini di farsi una perquisizione da solo. Così, tanto per tentare di vederci chiaro.
Rif.1 - Panorama 25 novembre 2004

giovedì 3 dicembre 2009

Che hanno da strillare i maiali?

Autore: Paolo Di Orazio
Prima edizione: Deltamedia Edizioni D'arte - 2009 - 260pp - brossurato

Dalla presentazione:
Paolo Di Orazio torna con una serie di racconti ispirati ai fatti più sconcertanti della storia criminale d’Italia, dal mattatoio della cronaca nera. "Che hanno da strillare i maiali" trasporta in modo crudo la realtà nell’intelaiatura noir di racconti docu-fiction, dove il mostro e la vittima vivono il loro tragico confronto con noi stessi. Nove racconti in cui si nascondono i mostri di Foligno e Firenze, medici, uomini di Chiesa, simboli qualunque che tengono sveglio il mito dell’Orco, confondendo nella maggior parte dei casi le loro tracce tra qualunquismo e perenne dilemma letterario tra sociopatìa e capacità di intendere e volere.
Arricchiscono il volume una serie di illustrazioni firmate PDO. Celebrando 20 anni di carriera, tra noir e horror, questa opera nasce come desiderio di denuncia, da parte dell’autore delle più gravi colpe umane che si possano commettere. Aver traslato fatti realmente avvenuti in scenari di fantasia non sottintende beffare il dolore altrui, ma ri-avvicinare il lettore alla concretezza del problema più complesso della criminologia sessuale. Una lettura decisamente per adulti.

mercoledì 2 dicembre 2009

Nazzareno Moretti

Titolare dell'agenzia di servizi funebri che intervenne dopo il rinvenimento del cadavere di Francesco Narducci. Riferì agli inquirenti: "Mi chiamarono i carabinieri...Io ero convinto di dover portare la salma all'obitorio, ma non fu così..Sul carro funebre salì una persona che non era in divisa e si qualificò come il questore. Faccio questo lavoro da quaranti anni e non era mai acaduto che poliziotti o carabineiri salissero sul carro, così come non mi era mai capitato di trasportare un cadavere senza documentazione. Questa persona mi disse di non preoccuparmi perchè era un amico di famiglia. Portai la bara con il cadavere ripescato nel lago in una specie di garage e lasciai per terra il corpo. Andai via subito perchè sapevo che poi ci avrebbe pensato il mio collega. Me lo ricordo bene pesava oltre un quintale."
Rif.1 - Corriere della Sera 24 gennaio 2004 Pag. 17

martedì 1 dicembre 2009

Douglas Preston - Intevista su La Stampa - 18 aprile 2006

Il giornalista Vincenzo Tessandori raccolse l'intervista che segue per il quotidiano La Stampa. Con Mario Spezi, lei e' coautore DI «Dolci colline DI sangue», in libreria domani per Sonzogno. Nel libro si sostiene che sullo sfondo degli otto duplici omicidi attribuiti al «MOSTRO DI FIRENZE» non sfilino nè «amici di merende» nè sette diabol-sataniche ma un clan sardo. E questa tesi ha finito per trascinare in carcere Spezi, accusato pure di omicidio, e le ha regalato un'imputazione per false dichiarazioni. Douglas Preston che cosa si prova a vivere dal di dentro una storia come questa?
Premetto che ho avuto una brutta sensazione, come se Mario fosse detestato e lo volessero disperatamente mettere in prigione. Per quanto mi riguarda, e' come se fossi caduto in un mio giallo, "La danza della Morte", nel quale racconto una situazione simile. Prima dell'arresto, Mario mi aveva confidato di sentirsi come dentro un film tratto da Kafka, interpretato da Jerry Lewis e Dean Martin. Ora mi domando: possibile che un tale abuso di potere accada in un Paese che ha regalato al mondo Dante, il Rinascimento, Galileo e Verdi? Che e' quasi sinonimo della parola civilta'? Io mi vergogno parecchio per quello che il mio Paese fa a Guantanamo, in dispregio dei diritti umani: ma la persecuzione di un giornalista che compie il suo dovere non e' dissimile, e cio' mi rende molto triste.
Da sempre Spezi sostiene che la pista giusta per i delitti del «MOSTRO» sia quella «sarda», emersa dopo il primo duplice omicidio, estate 1968, quindi scolorita. Che cosa l'ha convinta a seguire la sua teoria?
Il fatto che, secondo me, sia stata chiusa prematuramente. Parliamo di un indizio fondamentale: la pistola. Gli inquirenti sanno bene, o dovrebbero sapere, che in un "delitto di clan", commesso da un gruppo, un'arma non passa casualmente di mano in mano, ma viene conservata con cura. Percio' quella Beretta e' rimasta con i sardi coinvolti nel fattaccio del '68. Nessuno ha mai spiegato come sia finita fuori da quel gruppo. Altro indizio: dallo studio per la polizia italiana fatto dal famoso Behavioral Science Unit dell'Fbi, a Quantico, risulta assolutamente chiaro che il "MOSTRO DI FIRENZE" e' un tipo di serial killer che agisce da solo, per gratificare i suoi perversi impulsi sessuali. La teoria della setta satanica e' basata sulla colpevolezza di Pacciani: ma lui non era il MOSTRO, e noi lo dimostriamo in Dolci Colline di Sangue. Sono delitti troppo orribili per esser stati commessi da un uomo solo, così deve essere invocato il diavolo: quindi, la pista satanica. Insomma, e' una teoria per la quale si cercano indizi senza trovarne.
Quando ha sentito parlare per la prima volta, del «MOSTRO DI FIRENZE»?
Sei anni fa, quando Spezi mi ha raccontato la storia.
Come nasce la vostra amicizia?
Facevo ricerche per un giallo ambientato a FIRENZE e avevo bisogno di informazioni su polizia e carabinieri. Un amico me lo indicò come un esperto di operazioni investigative.
Come avete lavorato «a quattro mani»?
Mario ha scritto la maggior parte del libro, io qualche capitolo. Leggevo ciò che lui scriveva e davo il mio parere. Ora, lo sto riscrivendo e sarà un pò diverso perchè i lettori americani ignorano la storia.
Il magistrato afferma che lei, «insieme a Spezi e Zaccaria», e' andato in una villa presso Firenze dove avrebbero dovuto esserci prove che avrebbero condotto al «vero» colpevole. Che cosa l'ha colpita di più, in quel sopralluogo?
Chiariamo subito che l'accusa che noi avremmo messo prove per incastrare qualcuno, e' falsa. Mario e Zaccaria avevano informazioni che alcuni sardi frequentavano il terreno della villa, negli anni ottanta. Sono stato io a proporre un sopralluogo, per curiosità. Non abbiamo visitato la proprietà, ce ne siamo andati dopo dieci minuti. Mario ha poi deciso di fare una denuncia perchè fosse verificata l'ipotesi dell'esistenza di indizi o prove nei terreni della villa. Ha fatto una cosa giusta, ogni cittadino dovrebbe farla. Per ironia, la denuncia e' diventata una prova contro di noi. Devo aggiungere che non abbiamo fatto niente illegale: la villa era aperta al pubblico, spalancato il cancello, c'erano una rivendita di vino e olio, un parcheggio. Abbiamo parlato con una signora, visto la villa e ce ne siamo andati. Tutto qui. E' una villa grande e bella, ma normale: non mi ha interessato molto e, ora, non credo che sia collegata con la pista sarda, penso piuttosto che le informazioni fossero false.
Quando l'ha interrogata, che cosa pensa che cercasse il magistrato?
Non lo so, ritengo la verità. Ma ho l'impressione che fosse convinto che siamo due criminali, perchè Mario è molto critico sull'inchiesta, ma è inconcepibile, assurdo ritenerlo complice di un delitto e, magari, mandante di altri sedici: lo conosco bene, e' un uomo di grande fede, crede in Dio, nella legge e ama molto il suo Paese. Il mio interrogatorio, poi, è stato molto sgradevole. Non parlo correntemente l'italiano: non avevo nè interprete nè avvocato. Il dottor Mignini era convinto che mentissi. Ho avuto paura per la mia famiglia e i miei bambini, che erano con me per una vacanza in Italia.
I suoi libri riscuotono grande successo negli Stati Uniti e all'estero, Italia compresa: sono frutto di fantasia, allora, che cosa l'ha convinta ad occuparsi della storia del «MOSTRO DI FIRENZE», terreno gia' ampiamente battuto?
Faccio anche il giornalista. Ho scritto quattro libri di saggi e collaboro alle riviste The New Yorker e The National Geographic: la storia del MOSTRO non e' estranea alle mie competenze. Se il terreno e' stato troppo battuto vuol dire che la verità è stata sepolta. E noi vogliamo scoprirla.
C'e' un grande romanzo che rappresenti un caso paragonabile a quello del «MOSTRO DI FIRENZE»?
Due: The Silence of the Lambs, il cui titolo e' stato tradotto in italiano ne Il silenzio degli innocenti, e Hannibal di Thomas Harris.
Quali nuovi indizi, prove, idee ci sono in Dolci Colline?
Bisogna leggerlo. L'argomento e le prove sono molto complicati.
Rif.1 - La Stampa - 18 aprile 2006