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venerdì 11 dicembre 2009

Stefano Mele - Intervista su La Città - 13 novembre 1982

Il 13 novembre 1982, il quotidiano La Città, pubblicò l'intervista a Stefano Mele che segue.
Stefano Mele: Sono stato abbandonato da tutti, non ho più nessuno; dieci giorni fa è morta mia sorella, e proprio in questa settimana anche il mio compagno di lavoro, l’unico con il quale parlavo.
Mio figlio, Natale, ora, so che ha una vita sbandata, vorrei poterlo tanto aiutare. L’ultima volta che sono venuto a Firenze la polizia ha impiegato ventiquattro ore a trovarlo, non sapevano dove fosse, e la cosa mi ha molto addolorato.
Quando é venuto a Firenze? Per quale motivo?
I primi giorni di settembre. Mi venne a prendere la polizia e mi portarono in questura a Firenze per un confronto con Francesco Vinci, ma questa volta il confronto l’ho vinto io. Lui fumava e beveva, tre pacchetti di sigarette e cinque bottiglie di birra, ma non è riuscito a difendersi dalle mie accuse. Mi ripeteva in continuazione: tu non sai dire le bugie. Ma le mie non sono bugie, è la verità.
Qual è allora la verità? Cosa successe quella notte? Chi è stato a sparare?
Il Vinci mi venne a prendere a casa con la sua lambretta, imboccammo la strada che da Lastra a Signa porta al cimitero. Sono quasi dieci chilometri. Arrivati al cimietro fermò la lambretta e dal portaoggetti tirò fuori la pistola. Non sapevo che cosa avesse intenzione di fare. Se lo avessi saputo, sono sardo anch'io, lo avrei ammazzato. Ci avvicinammo a piedi alla macchina dove c'erano mia molgie, mio figlio e il Lo Bianco. Francesco Vinci puntò la pistola contro il vetro della macchina e sparò, uccise prima mia moglie, quindi il Lo Bianco. Loro non si accorsero di nulla, stavano facendo l'amore. Furono colti di sorpresa. La pistola, la calibro 22, aveva anche il silenziatore, non fece rumore, io ero lì, vidi tutto ma non potei fare niente. Il Vinci mi minacciò: "O stai zitto o ammazzo te e il tuo bambino!". Quando hai una pistola puntata, come fai a reagire? Dopo aver ammazzato mia moglie e il suo amante, Vinci sollevò di peso Natalino, lo caricò sulla lambretta e lo lasciò davanti alla casa di due infermieri (la casa di Francesco De Felice e Maria Sorrentino n.d.r.) poi scappò. Io tornai a casa, feci un pezzo di strada a piedi, e poi proseguii con altri mezzi.
Ancora oggi lei accusa Francesco Vinci, come fece nel corso del processo. Ma perché allora il giorno dopo il delitto confessò di essere stato lei ad ammazzare sua moglie e il Lo Bianco?
Sempre per paura della vendetta del Vinci.
Perché tante versioni contrastanti?
Botte, botte... mi picchiarono, mi interrogarono per venti ore... botte, botte. Le carceri sono piene di innocenti. La legge la pensa a modo suo.
Lei sapeva che Vinci aveva una pistola?
Si, sapevo anche che la teneva nella lambretta. Nel '67 il Vinci passò qualche mese in carcere, e i carabinieri affidarono a me la sua lambretta, per un mese. Quando uscì, il Vinci mi disse che dentro c’era la pistola. La notte del delitto, dopo avere sparato, la ripose nella lambretta.
Ha detto che lei si allontanò a piedi dal cimitero, e poi proseguì con altri mezzi. Quali?
Non posso dirlo, non faccio nomi. So solo che ci sono persone che sanno molte cose, ma che non hanno parlato. Nel processo fu detto che i sardi sono abituati a correre e a camminare nei boschi: ma io in quel periodo zoppicavo. Il Vinci a marzo mi aveva rotto la gamba sinistra, mi ricovera rono per quindici giorni in ospedale. Mi spezzò la gamba perché voleva stare da solo con mia moglie.
A questo punto facciamo un passo indietro: quali erano i rapporti fra lei, sua moglie, il Vinci e il Lo Bianco? Cosa succedeva in casa sua?
Il Vinci era l’amante di mia moglie. Fu propro lei a presentarmelo, per strada: ti faccio conoscere un altro sardo, mi disse. In Sardegna non avevo mai conosciuto il Vinci. Io sono nato a Fordongianus, in provincia di Oristano. Mi sono trasferito a Casellina nel ‘50 e poi a Lastra a Signa. Ho conosciuto Barbara Locci a Scandicci, in un bar dove si giovaca al totocalcio. Ci sposammo nel '59. Era una donna bellina, ma attirava uomini strani. Il Vinci diventò il suo amante, entrò nella nostra vita, cominciò a comandare anche in casa mia, a picchiare mio figlio. Con il Vinci ho anche lavorato insieme perchò io ho sempre fatto il manovale, mai il pastore. Il Vinci ha rovinato la mia famiglia, e non solo la mia. Per motivi di lavoro poi conobbi il Lo Bianco, e lo presentai a mia moglie, diventarono amanti, e il Vinci ne fu molto geloso. Nel '68 con noi viveva anche Salvatore Vinci, il fratello di Francesco. Salvatore qualche anno prima aveva ammazzato sua moglie con il gas. Quella sera il Vinci uccise per gelosia, ma gli altri delitti no, sono stati commessi per vendetta..
Non so niente degli altri delitti. So soltanto che ha sparato sempre la stessa pistola. L'ho letto sui giornali. E questa pistola potrà tornare a colpire ancora, se i magistrati non stringono i denti e costringono il Vinci a dire dove l'ha nascosta, oppure a chi l’ha data. Tutta la verità la dirò quando verrà trovata la pistola, ho altre due parole da dire e le dirò, ma solo quando salterà fuori l’arma. Con me strinsero i denti, lui invece si salvò perché è più furbo, perché è stato in galera e in galera si imparano tante cose. Anch'io ora saprei come di fendermi.
Rif.1 - La Città 13 novembre 1982 pag.8

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