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martedì 6 aprile 2010

Ruggero Perugini - Intervista su La Nazione - 15 luglio 1992

Il 15 luglio 1992, il quotidiano La Nazione, pubblicò l'intervista al dott. Ruggero Perugini che segue.
Allora Dottor Perugini, fra pochi giorni lei lascerà Firenze per andare a lavorare negli Stati Uniti, con l’FBI: come mai questo trasferimento improvviso e soprattutto senza di lei che fine farà la SAM? Sarà sciolta come molti temono?Innanzitutto non si tratta di un trasferimento inatteso ma della concretizzazione di un progetto di lavoro per il quale avevo dato in passato la mia disponibilità, peraltro più volte rinviata in considerazione delle esigenze
dell’indagine. Per quanto riguarda la SAM essa è stata creata in funzione di uno scopo: finchè questo non sarà stato raggiunto la Squadra continuerà a fare il suo lavoro.
Allora i timori che sono stati espressi un pò da tutti e in particolare dai familiari delle vittime sono infondati?
Certamente. Sarebbe offensivo nei confronti dei miei colleghi e collaboratori, anche dell’arma dei carabinieri, ritenere che in mia assenza l’indagine non possa andare avanti. Questo per non parlare dei magistrati, ed in particolare del procuratore Vigna, che è il primo investigatore in questa inchiesta: investigatore di gran razza. Tutti debbono essere consapevoli del fatto che magistratura, polizia e carabinieri proseguirarno l’indagine con la stessa identica determinazione mostrata finora. Ogni personalizzazione è fuori luogo.
Intende dire che il suo contributo investigativo non è stato, poi, così determinante come qualcuno pensa?E perché ignorare o minimizzare il contributo di tutti gli altri che si sono avvicendati nella Squadra antimostro? Guardi che quando, nell’86, sono stato incaricato di dirigere la sezione omicidi e, conseguentemente la SAM, quest’ultima aveva già affrontato una mole mostruosa di lavoro. Io sono andatoavanti.
Però sotto la sua direzione si sono visti dei risultati che lasciano sperare...
È prematuro dirlo e poi, in ogni caso, le ricordo che in una partita di calcio chi segna il gol lo fa perché altri dieci si sono dati altrettanto da fare per consentirglielo.
Però è vero che lei ha studiato a fondo il fenomeno dei delitti sessuali e in particolare, dei serial killer introducendo tecniche di indagine del tutto nuove, almeno per l’Italia?
È solo una questione di abito mentale: io sono abituato ad attrezzarmi nel modo che credo più adeguato a conseguire lo scopo che mi prefiggo. È vero che ho studiato e mi sono documentato ma, soprattutto, non mi sono mai vergognato di chiedere consiglio a chi ne poteva saperne più di me, in Italia ed altrove. Vede, la professione mi ha insegnato che c’è sempre qualcosa da imparare da qualcun altro e che dopo la fortuna, la prima dote di un investigatore è l’umiltà.
Parliamo del mostro: ho promesso che non le farò domande sull’inchiesta in corso, però vorremmo tutti capire se voi della SAM vi siete veramente basati su qualche identikit psicologico per individuare il vostro uomo.Si, è vero. Abbiamo preso le mosse dalla perizia dei professor De Fazio integrandola con le nostre specifiche esperienze e con il profilo d’autore fornitoci dall’FBI: questo ci è stato utile per ridurre il numero dei sospettati ad un’entità più agevolmente investigabile. E non mi chieda di quantificarla, per favore.
Ma mi pare di ricordare che le caratteristiche psicosomatiche individuate dal professor De Fazio non si attanaglino a quelle dell’uomo attualmente indagato come probabile autore dei delitti del mostro.Attento, sta mancando alla promessa. Comunque ascolti, nei limiti consentiti, cercherò di aiutarla a chiarire i suoi dubbi invitandola a riflettere su un dato ovvio e cioè che la forma non è sostanza.
E nel caso specifico, cosa significa questo?Niente casi specifici. Si tratta solamente di una considerazione generica, banale. Forse tanto banale da non essere neanche presa in esame in una situazione assolutamente speciale. L’eccezionalità del caso fa sì che la gente pretenda la straordinarietà, anche formale, dell’assassino. Se così fosse, saremmo agevolati non poco nel nostro lavoro. Disgraziatamente, come emerge anche dalle statistiche, questi pericolosissimi personaggi sono di norma ben
dissimulati. Dissimulazione che alcuni di essi curano come un’arte.
Provi a farmi un esempio di dissimulazione totale, ammesso che esista.Ecco, secondo me, un assassino è assolutamente dissimulato quando nessuno riesce a credere che egli sia chi realmente è: neanche di fronte all’evidenza. Nei casi a mia conoscenza, il più delle volte, gli autori di questo genere di efferati delitti trovano assai stimolante il camuffamento. L’indossare, da lupi, la pelle dell’agnello gli procura una particolare eccitazione, gli dà la gratificante sensazione di dominare il gregge credulo nel quale si aggira.
Questo significa che l’indagato...Badi, ho solo esposto una considerazione generica e cioè che una persona, apparentemente inidonea a rivestire i panni che una suggestionata collettività ama attribuire ad un mostro, gode della massima dissimulazione. La gente, anche senza saperne nulla, dice “non è possibile” ed è festa finita. Noi, però, abbiamo imparato a pronunciarci solo dopo aver analizzato tutti gli elementi concreti disponibili: in questo settore investigativo la parola “assurdo” è un lusso che non ci possiamo permettere. E non la usiamo mai.
Deve ammettere però che quelle che lei chiama suggestioni sono molte diffuse e, se tali sono, non sono state smentite dai tanti esperti chiamati a pronunciarsi su questo caso. Anzi.Chiamati da voi.
Si, certamente, chiamati da noi, dai mass media.
E scusi, di che cosa sarebbero esperti costoro?.
Ma lo sa bene, ci siamo sempre rivolti a gente del mestiere: psicologi, avvocati, criminologi... Anche vecchi poliziotti.E di quanti delitti seriali si era occupata questa “gente del mestiere”? E, soprattutto, che conoscenza concreta avevano di questa indagine a parte quello che avevano potuto leggere sui giornali? No, no, ascolti, mi faccia chiarire subito questa cosa. Sono circa venticinque anni che studio criminologia, vent’anni che faccio questa professione e per giunta mi sono specializzato con
la lode in criminologia clinica con una ricerca sui delitti sessuali. Con tutto ciò al mio primo contatto con questa indagine mi sono sentito un bambino nel bosco. Ci sono voluti anni perché, grazie ad un sano pragmatismo maturato nella squadra, riuscissi a liberarmi da quelle suggestioni delle quali tutti, compresi i vostri cosiddetti esperti, amano soffrire. Si diventa esperti di qualcosa immergendocisi dentro sino al collo: meglio se si è confortati da specifiche basi teoriche, ma queste da sole certamente non bastano.
Su questo posso concordare.Molto obbligato. D’altronde, vede, suggestioni e preconcetti sono i migliori complici di questo tipo di assassini perché inducono ad ignorare l’evidenza e a privilegiare stereotipi magari più soddisfacenti sotto il profilo fantastico ma per lo più irreali.
Due parole sui “ragazzi” della Squadra. E vero che hanno qualità parti-
colari ed un patrimonio di conoscenze tale da renderli diversi dagli altri?
Certamente essi, uomini e donne, non si sentono affatto diversi dagli altri. A mio giudizio sono come dovrebbero essere tutti: seri, meticolosi, responsabili, innamorati del loro lavoro. In compenso hanno il peggior carattere che si possa immaginare: forse è per questo che andiamo così d’accordo.
Questo per le qualità personali: e per il loro speciale bagaglio di conoscenze?Di speciale c’è solamente il quotidiano contatto con realtà che sono, per i più, difficilmente immaginabili. Questo aiuta a sviluppare certe percezioni. Forse nessuno di loro saprebbe esprimerlo in modo scientificamente esatto ma ciascuno è certamente in grado di distinguere, ad esempio, fra le aberrazioni sessuali, quelle che sono varianti e quelle che sono perversioni. Perché
“sentono”, anche se abilmente dissimulata, la voglia di distruggere, la bramosia di rivalsa, di vendetta che contraddistinguono gli atti perversi. Poi, magari, il loro perverso lo chiamano malatone...
Ma in una indagine sostanzialmente psicologica come questa, i suoi uomini non sentono la mancanza dell’azione?
Senta, per essere “psicologica” come lei dice, questa indagine comporta orari e fatiche insospettabili per cui non si soffre di stress da inerzia. E per quanto riguarda “l’azione” sotto un profilo più convenzionale, gli uomini della SAM non sono certo fuori esercizio. Così, a caso, le ricordo che ancora recentemente il mio vice, l’ispettore Lamperi, il vice ispettore Mella e l’assi-
stente capo Venturini hanno intercettato un rapinatore armato che aveva sequestrato una ragazza e nonostante questi li avesse feriti tentando di investirli con la macchina, lo hanno inseguito, raggiunto, disarmato e hanno liberato l’ostaggio. Naturalmente Lamperi l’ha passata in ufficio perché c’era da fare, come sempre del resto, nella sezione antimostro.
Rif.1 - La Nazione - 15 luglio 1992 pag.x

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