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venerdì 29 maggio 2015

Processo contro Mario Vanni +3 - Udienza del 23 febbraio 1998 - Seconda parte

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giovedì 28 maggio 2015

Processo contro Mario Vanni +3 - Udienza del 20 febbraio 1998 - Prima parte

Presidente: Allora, Elisabetta, prendiamo atto della posizione delle parti. Ah, Zanobini? 
(voce fuori microfono)
Presidente: Ah, va bene. Allora, Vanni presente, con i suoi difensori Mazzeo e Filastò. Bagattini e Fenies per Faggi, sempre contumace. Zanobini per Corsi, assente. Diamo atto che si presenta Lotti Giancarlo, che vedo ora che siede accanto al difensore Bertini. E poi l'avvocato Curandai per gli altri e l'avvocato Pellegrini per le parti civili. Allora, Pubblico Ministero.
P.M.: Sì, Presidente, grazie.
Presidente: Possiamo riprendere.
P.M.: Senz'altro. Signori Presidente, signori Giudici. Stavamo esaminando ieri i tempi, i modi della ammissione di responsabilità da parte di Lotti Giancarlo e avevo evidenziato loro che questa ammissione di responsabilità avviene in due tempi: una prima che è ancora caratterizzata da una parte di reticenza e una seconda nella quale invece si tratta di una confessione sicuramente spontanea, E mi preme, a questo punto, sottolineare ancora - come ho fatto bene ieri - che la parte in cui Lotti si decide, in buona sostanza, a confessare le sue responsabilità, in un primo momento solo per i fatti dell'84 e dell'85, avviene perché c'è una forte contestazione di elementi obiettivi. È solo per quel motivo che matura questa convinzione e quindi quella era la costrizione. E quindi dobbiamo riconoscere tutti che, stando così le cose, si arriva a questa svolta, in questo processo, in questa indagine, unicamente per il lavoro puntuale, specifico, attento della Polizia di Stato. Dobbiamo tutti riconoscere alla Squadra Mobile di Firenze, al suo dirigente, dottor Giuttari e al dirigente della Squadra Omicidi, il dottor Vinci, e a tutti i ragazzi di quella squadra, che gli elementi che hanno poi portato a quella ammissione sono elementi che sono stati evidenziati da un'indagine puntuale di Polizia. Solo, esclusivamente per questo, c'è stato questo assaggio, questo mutamento di impostazione del Lotti. Che da teste diventa indagato. E, solo successivamente - facevo presente ieri - si arriva a quella che è invece la fase delle ammissioni spontanee. Cioè quella fase in cui Lotti oramai ha capito che l'unica soluzione è dire tutta la verità, perché una mezza verità non serve né alla Giustizia, né a lui come oramai indagato, imputato. E a questo punto della indagine, lo abbiamo ricostruito in quest'aula, allora Lotti effettivamente si siede al tavolo e racconta tutto ciò che ulteriormente sa o ha vissuto personalmente. E ci parla quindi, diffusamente, con dovizia di particolari, anche di quegli altri due omicidi di cui è imputato: quello dell'83 e quello del 1982. Giogoli e Baccaiano. Qui effettivamente, in questa parte della sua ammissione, Lotti va. da solo. Nessuno ha da contestargli niente, non abbiamo ancora elementi specifici, come gli altri omicidi. Questo lo abbiamo visto bene in quest'aula e quindi è giusto oggi riconoscerlo. Perché per quei due omicidi, '83 e '82, c'era solo la ricostruzione oggettiva. Come sono andati i fatti ce l'ha spiegato Lotti e abbiamo potuto poi verificare in questo dibattimento che dice la verità anche su quello. Ma attenzione, è importante anche in questo momento riconoscere che, nella confessione, nel dirci: guardate, io ero presente in quei due episodi, vi spiego perché e ce l'ha spiegato. Niente so dei precedenti, dei due omicidi dell'81 e di quelli ancora pregressi che, come sappiamo, sono commessi con la stessa arma. Lui, dei due omicidi dell'81, sa solo degli elementi per uno di questi, di quello di Calenzano e ce lo racconta. Eh, anche qui dobbiamo crederlo. Ma non dobbiamo crederlo perché oramai è persona sulla quale noi abbiamo un debito di credibilità. No, perché ci spiega come obiettivamente sono andate le cose. Ci spiega che la maturazione di questa complicità con i due oramai amici, Vanni e Pacciani, che risale nel tempo, come minimo, a metà degli anni '70, a volte ci ha detto '78, ma comunque sicuramente prima. Ci potrebbe far credere che lui è coinvolto nei fatti dell'81. Però ci spiega come mai, solo dall''82 in poi a Baccaiano, è stato coinvolto. Gliene avevano parlato e solo nell'82, a seguito di quell'episodio in cui fu costretto a subire quelle attenzioni particolari di Pacciani, ebbe poi il coinvolgimento totale. Lui diceva: non ci credo, sempre cercato di .farci capire di come, anche in questo fatto, era marginalmente invischiato. ma poi andai, vidi e mi resi, conto. Allora qui vediamo come, in una fase di questo genere,, è chiaro che, se avesse saputo qualcosa di ; specifico del resto, lo avrebbe detto. Lui sa solo quello che ci ha raccontato di quell'omicidio di Calenzano dell'81, che vedremo fra un attimo. Ma il fatto che del resto non sa nulla, ci fa capire come è, anche in questo, credibile. Perchè se uno, come vi è stato fatto credere, con illazioni pure e semplici, avesse inventato,, poteva inventare l'81, l'80, se c'era, o tutto quello che doveva essere inventato di questo sodalizio. No, qui le illazioni non hanno più assolutamente spazio. Qui, chi continuasse a fare illazioni in quest'aula davanti a voi, come è stato fatto nel corso del dibattimento, dicendovi: guardate, qui c'è un suggeritore. È qualcuno che deve portare elementi oggettivi per fare questi discorsi, perché noi abbiamo dimostrato in quest'aula che le cose stanno in modo ben diverso. Per le illazioni ci sono solo responsabilità di chi le fa. Non si può assolutamente inventare o gettare il dubbio su chi ha fatto queste indagini, sulla Polizia di Stato, se non ci sono elementi. I fatti oggettivi sono quelli che vi ho descritto. Ma non ve li ho descritti io perché mi è venuto in mente di descriverli così. Perché oggettivamente sono andati in questo modo. Allora noi abbiamo questo debito di credibilità totale, nei confronti del Lotti anche per questo comportamento molto chiaro e lineare e perché, quando si è seduto finalmente e veramente con l'intenzione di collaborare, ha descritto fatti, quelli dell'83 e del 1982, che obiettivamente ha descritto di sua spontanea volontà. Ha spiegato come e perché era presente e ha dato la possibilità di verificare che ciò che ha detto è la verità. E quello che è più importante, per questo debito di credibilità che abbiamo, è che ha spiegato, narrato, per quella che è la dinamica materiale di questi ulteriori delitti, l'83 e l'82, ha spiegato circostanze che noi non conoscevamo, assolutamente. E abbiamo potuto, ex post, verificare che diceva il vero. E quindi, siccome ha spiegato delle circostanze che nessuno sapeva, capite, chi glielo faceva fare di inventare. Ecco un altro elemento che deve essere molto ben presente davanti a voi. E dall'altra parte, ha... non si è dilungato su circostanze invece che noi conoscevamo, sulle quali poteva benissimo darci ulteriori elementi. Ad esempio, molto onestamente - anche questo è un fatto che dimostra quanto questo imputato sia stato leale con la Giustizia, fra virgolette -dice: io, di quella lettera di cui mi parlate, spedita nell'85 a quel magistrato donna, la dottoressa Della Monica, di cui voi dite, mi dite voi inquirenti, voi investigatori, che avete un sacco di particolari, che era un pezzo di un lembo del seno della ragazza. Io non so niente, l'hanno fatto evidentemente loro. Capite che, se era uno che aveva una verità preparata, non aveva altro di meglio che dare conforto inventando su questo fatto. No, è stato leale. È venuto, dice: 'io di quello lì non so assolutamente niente. È inutile che mi chiediate'. E, coinvolto com'era, evidentemente si tratta di una circostanza che è stata gestita da altri. Perché, come sapete, lui, al contrario, ha raccontato fatti che noi non conoscevamo, a proposito di queste lettere. Le vedremo fra un attimo. Quindi, capite, una persona... io ci ritorno su questo discorso, perché mi ha veramente dato fastidio che si sia insistito sul fatto di una verità che qualcuno gli ha suggerito. Ma se uno gli suggerisce, gli suggerisce quello che già si sa. È elementare. No, quello che già si sa, se Lotti non sa niente, giustamente ha détto: io non so niente, cosa volete da me, chiedetelo... Proprio è cascato dalle nuvole. Ci ha spiegato allora, sedendosi a quel tavolo di cui parlavo, perché si è unito a loro. All'inizio, per quanto riguarda l'82, dice: sì, li conoscevo. Li conoscevo da tempo. Andavo a casa di Pacciani. Un giorno dipingeva la casa, è successo questo benedetto episodio. Non sappiamo gli esatti contorni, però la cosa sicura di questo episodio è che il Lotti si è sentito costretto, soggiogato, si è sentito nelle mani della persona che gli aveva fatto quelle avances, o aveva tenuto quel comportamento. È chiaro che quindi ha dimostrato e ha spiegato il perché si è trovato in quella situazione. È sufficiente per dire, sulla base di quello, vieni con noi a vedere, o a fare un omicidio, a fare da palo. Assolutamente no, per carità. C'è una componente di partecipazione attiva, di coscienza e volontà di andarci inequivocabile, di cui il Lotti deve rispondere. È dal suo punto di vista che ce lo racconta: guardate, io mi sono sentito obbligato. Poi, privilegia quindi, in questo contesto, l'aspetto della costrizione: mi sono sentito costretto. Ma non ha dubbi a dire: no, ci sono andato. E qualche frase, qualche frase se la lascia scappare in questa fase della contestazione in cui gli si dice: ma cosa ci sei andato... ma perché ci sei andato? Ma come è possibile? Eh, dice: un po' mi piaceva anche vedere. Non ci credevo. Io qualche coppia in qua e in là l'ho guardata. Ecco che, con le difficoltà sempre, o con la attenzione che ha a difendersi - perché, anche qui è un altro elemento, è persona sicuramente attenta a proteggere se stesso -: "Mi hanno costretto. Io non avevo capito bene cosa si andava a fare. Mi parlavano di cosa facevano". Ecco le frasi che vengono fuori molto chiaramente. "Io non ci credevo. Ci sono andato per vedere. Sono stato più indietro con la mia macchina. Ho visto. Poi sono stato coinvolto" definitivamente, tanto che per quel delitto successivo, dell'83, Pacciani ha voluto in qualche modo legarmi indissolubilmente a loro, costringendomi, nei modi che ci ha descritto, a sparare perché così io c'ero dentro fino al collo come loro. È ovvio che nell'economia, nella dinamica di un delitto di quel tipo, non è tanto la massa di fuoco che può avere armato, prodotto la mano di Lotti. È il coinvolgimento. Tant'è che poi sappiamo, in quel racconto, è stato il Pacciani a prendere la pistola e a finire l'opera. Perché Lotti ci dirà: io non so se li ho presi. Con tutte quelle descrizioni che vedremo fra un attimo. E allora vedete che si siede davanti a questo tavolo, racconta, spiega; spiega cose che noi non sappiamo. Ma insomma, anche il solo pensare che un imputato, oramai imputato, con tanto di difensore, e che viene sottoposto a interrogatori, non solo i ammette i fatti, ma dice di sua spontanea volontà: ho sparato anch'io. Signori, ma insomma, cosa altro vogliamo da un imputato che è comunque persona che ha capito a quali conseguenze può andare incontro. No, è persona che addirittura nessuno poteva pensare, ma nemmeno ipotizzare che avesse lui stesso sparato. E quindi capite il debito di credibilità che a questo punto abbiamo nei confronti di questa persona, imputato, che risponde davanti a voi, che pagherà sicuramente le conseguenze. Ma il debito di credibilità che abbiamo è quanto è impossibile ancora oggi pensare a ipotesi che sono solo illazioni. Non ci voglio più tornare, ma è una cosa che ce l'ho dentro fino dal primo momento di questo processo, quando sento dire, ho sentito dire: c'è un suggeritore. Gli elementi oggettivi li avete voi. Ci direte, al momento opportuno, qual è la verità ricostruita in questo dibattimento. Questo è l'iter, questo è il procedere di questo imputato. Abbiamo quindi già degli elementi, e ne avremo tanti altri, io voglio andare sicuramente per ordine, per crederlo, sulla base di questi semplici elementi che nascono dalla sua condotta, al di là degli elementi obiettivi, e dei riscontri che vedremo più avanti. 

mercoledì 27 maggio 2015

Processo contro Mario Vanni +3 - Udienza del 19 febbraio 1998 - Dodicesima parte

Segue dall'undicesima parte

P.M.: Dice di averlo conosciuto nell'estate '85 e di quell'estate ricorda: "Voglio aggiungere che ho avuto la sensazione che Giancarlo avesse qualcosa da nascondere. L'ho avuta quando eravamo soli; che però non aveva il coraggio di dirmi. Mi sembrava, in sostanza, che Giancarlo aveva qualcosa che gli rodeva dentro della quale, però, aveva paura lui. Gli ero vicina, gli dicevo che lo potevo capire, ma lui non sapeva se poteva fidarsi e raccontarmelo." Ora capite, noi non sappiamo l'oggetto di questo silenzio. E non possiamo altro che fare delle ipotesi. Però, nell'ambito delle ipotesi, gli elementi oggettivi sono: che la ragazza lo ha raccontato a noi tranquillamente di sua spontanea volontà. E che la ragazza ha percepito questo dato. Ora, pensare che il Lotti avesse un mistero che era quello, non so, che forse doveva pagare come a volte diceva per cambiare discorso, la rata della macchina o l'assicurazione, mi sembra non avrebbe portato una donna come Bartalesi Alessandra a oggettivizzare a noi e a voi questo racconto. Allora io vi dico: è quello che è, però nella storia di Lotti c'è questo passaggio, questa maturazione e questo rodersi dentro, questo voler dire e non dire qualcosa che non sa se ancora portarsi a lungo dentro. Qualcosa di cui si deve liberare, non trova la persona giusta a cui raccontarlo. Eh, io non vorrei sopravvalutare questo dato. Ci mancherebbe! Però non vorrei che passasse come un dato inesistente, inconsistente. È un fatto. Noi valutiamolo per quello che è, ma teniamo presente nel momento in cui si dice: Lotti sta zitto, Lotti parla. Ora lo sta per dire, ora lo dirà. Cosa ci dirà? E' una ragazza, per inciso, che ci racconta dei dati sempre obiettivi. Quindi Lotti lo ha conosciuto bene. Dice, ci racconta anche lei che ha difficoltà nei rapporti sessuali. Dice una cosa anche che, detta dalla Bartalesi, è un elemento che noi teniamo oggi presente per valutare Lotti. Dice: "Mi portò nella piazzola di Scopeti, conosceva perfettamente il luogo, comprese le radici degli alberi. E mi spostava, aveva paura che cadessi." Perché abbiamo visto, è portatrice di un handicap. Quindi, dice: 'mi ha portato lì, il luogo lo conosceva bene. Le radici degli alberi', ci dice la Bartalesi. Che è l'ultima persona che ci potrebbe fare questo racconto in un processo simile. L'ultima persona che ci può dare riscontro al Lotti circa la conoscenza di quelle esatte radici, dove poi era la tenda, o le radici lì nei pressi. Non è sicuramente quel metro, non sono i 10 metri, non sono i 20 metri, è il luogo Scopeti, dove lui va chissà perché con questa ragazza. La meraviglia della Bartalesi è nelle sue parole. Ma è un fatto anche questo. Allora, quando noi arriviamo a quella confessione famosa. Famosa perché oggi ha assunto le caratteristiche che ha assunto essenzialmente a carico della responsabilità di Lotti, abbiamo quasi la sensazione di poter credere che, in quegli anni, in quel momento, avesse qualcosa non dico sulla punta della lingua, ma era un tormento che non avrebbe tenuto ancora a lungo. Gli mancava solo la persona di cui fidarsi, gli mancava il momento. Aveva capito sicuramente che processi a Pacciani, Vanni che veniva interrogato, prima o poi si sarebbe arrivati a lui. Era un tormento che sicuramente non poteva tenere a lungo in una situazione che noi conosciamo di minacce reciproche, o comunque di telefonate come quella di Pacciani a Vanni che lo stesso Vanni ci ha raccontato. E quindi capite che, un Lotti, si trova in una situazione personale tale che sì, vuole nascondere, ma se poi arriverà un giorno qualcuno che glielo fa dire, o comunque qualcuno che si trova a contestargli qualcosa, probabilmente Lotti non si tirerà indietro. No, nel momento in cui si arriva alla confessione, il Lotti è lì, bello, tranquillo, duro. Non... Ci mette un po' a confessare. Finché non si arriva alla contestazione di tutti gli elementi che vi ho elencato: Pucci, Galli, Ghiribelli, telefonata, Nicoletti, si guarda bene, poi, nel confessare quella partecipazione a quell'appuntamento nella notte dell'8 settembre '85, le difficoltà non sono poche. Perché quello che c'è da dire è veramente grande, è veramente difficile. Altro che suggeritori! Io ritorno su quell'argomento. Perché è stato portato in quest'aula. Io lo voglio affrontare fino in fondo. In una situazione di questo genere si può correttamente, lealmente pensare a qualcuno che abbia suggerito a Lotti di dire qualcosa? Se avessi voglia, alzerei ancora la voce. Perché qualche volta è stata alzata. Ma i dati di fatto sono questi, non ho bisogno di alzare la voce. Come si può pensare che qualcuno abbia suggerito? Questo signor Lotti confessa e dice esclusivamente perché gli è stato contestato una serie di elementi oggettivi dalle quali non sa come venire fuori. Tutto qui, tutto qui. È una liberazione, non è una confessione. Ma come si può onestamente presentare a voi una ipotesi diversa? Ecco la confessione com'è parziale, frammentaria, reticente. Ma identificata in due parole sole: "Ero incastrato." Sono anni che lui sa che è incastrato, sono anni il Lotti che non sa come fare a venirne fuori; che prima o poi qualcuno gli renderà conto di quello che ha fatto. Teme che sia Vanni a parlare, teme che sia Pacciani; chiunque possa parlare, qualcuno che ha visto. Figuriamoci se pensava o sapeva, forse lo sapeva, chi lo sa? Ma ha parlato, perché incastrato, altro che pentito! In questa fase il signor Lotti, non solo è credibile, ma è persona che ha solo confessato. Vi ricordate quando all'inizio stamani vi facevo la differenza, ci sono due possibilità di confessione: la confessione spontanea, uno che si siede a tavolino e uno che invece confessa perché è costretto da emergenze e da indagini. È questa la... questo intendevo dire, a questo mi riferivo. Lotti non ha suonato il campanello di nessun investigatore, dicendo: 'beh, mi levo un peso perché la Bartalesi mi ci ha portato, o perché mi sono confessato, o perché a 50 anni io non resisto più a questo peso'. No. Si mette a sedere con difficoltà. Figuriamoci se ci si voleva mettere su quelle sedie della Questura di Firenze! Non mi ricordo se era in Questura, o se era in Procura. E comunque, su quelle sedie, perché qualcuno gli contesta: 'ma guarda, ma tu eri lì' - nessuno sa cosa avevano fatto - 'ma tu eri lì'. E lui, pian pianino, racconta. E quindi, quando Lotti dirà: "Ho dovuto ammettere ciò che oramai sapevano, ho dovuto ammettere che c'ero, mi hanno incastrato", signori, dice come sempre la verità il signor Lotti. Eh, questo è il senso di quelle due telefonate di cui avete la trascrizione, la telefonata con la Nicoletti e la telefonata con don Poli. "Ho dovuto ammettere che c'ero." Eccola la verità. "Quello è procuratore. Oramai l'ho detto. Se l'ho detto, è la verità." Ma insomma, è il linguaggio di Lotti. Cosa doveva dire all'amica Nicoletti? Quindi, anche la telefonata che vorrebbe essere presentata a voi come elemento di scandalo, di indagini... - mah, io non voglio usare termini che non voglio usare - è presentata: i fatti sono questi. Altro che pensare ad altro. Il Lotti, anche in quelle telefonate, dice la verità. Come si può onestamente, davanti a voi, distorcere il contenuto o la portata di quella telefonata, di quelle telefonate, trascritte o non trascritte. Facciamo, fate tutti il tutto quello che volete, ma è questo il contesto. "L'ho detto mi hanno incastrato": è vero, lo hanno incastrato. Un Lotti che usa il linguaggio che sappiamo, come ha fatto ad individuare così bene questo vocabolo, è così, perché è la verità, perché sa, sa quasi di, di film poliziesco. Mi hanno incastrato, è la sua logica.' Mi hanno incastrato, l'ho dovuto dire, che dovevo fare?' Però, c'è un però, no? È una riprova che questo signor Lotti si comporta come colui che ha incastrato e ammette ciò che gli viene contestato. Ecco, il punto fondamentale. Ammette ciò che gli viene contestato, non è un confesso, o un pentito che si mette a sedere. E' uno che ammette ciò che gli viene...tant'è che, in tutta questa prima fase, cosa fa? Ammette, esclusivamente, la sua partecipazione ai fatti dell'84, dell'85, e poi dell'84. Perché solo sui quei fatti, sia pure frammentariamente, abbiamo elementi da contestargli, qualcuno lo può incastrare. Abbiamo la possibilità di dirgli: 'guarda, nell'84, nell'85 è andato così. Nell'84 sappiamo che egli si ricontesta, 'ci sei andato in quella piazzola con la Nicoletti, ci sei andato con Pucci una settimana prima, hai riferito queste cose a Pucci, hai detto che poi ne avevate parlato con Vanni'. A questo punto, sempre su contestazione, Lotti, gradatamente, con le difficoltà che sono descritte in quei verbali, parla. Ma si ferma, si guarda bene di andare oltre ciò che gli viene contestato. Ecco, un altro elemento di forte oggettiva credibilità sostanziale delle sue dichiarazioni. Per carità, avrebbe ancora da dire di suo delle cose, le dirà, ma non le dice subito di suo. La sua confessione nasce da contestazione. Ma in queste ammissioni, per i soli 85 prima, 84 poi, sempre perché qualcuno gli dice 'guarda tu c'eri, ne abbiamo le prove'. Cosa fa? Minimizza fin che può la sua partecipazione. Anche questo è un atteggiamento che se uno continua ad usare la parola "inventasse", perché è stata portata in questo processo, io non la voglio assolutamente non usare. Se uno inventasse che bisogno avrebbe di stare a minimizzare la sua partecipazione.' C'ero, tanto devo dire così'. Abbiamo visto, bisogna vedere la confessione se qualcuno è stato indotto, se...vabbè potrebbe essere così. E allora, se così fosse, mi capite che non avrebbe senso che un Lotti si mettesse lì a fare distinguo: 'sì c'ero però, sì c'ero però'. E' un tutto un sì c'ero però. E, fin dai primi momenti nell'ammettere, fa quelle descrizioni, che poi gli sono contestate come contraddizioni. Perché' all'inizio dice "siamo andati nella piazzola nell'85, non li avevamo riconosciuti ci hanno minacciato, poi ci hanno voluto spara...ci stavano per sparare". Tutto una situazione in cui, fin che può, sta sempre più sulla strada - è un concetto ovviamente che uso per spiegarmi - cioè cerca in quei racconti di fare una partecipazione più simile possibile a quella che lui sa essere stata quella di Pucci. Cioè, 'io ero lontano, ho visto, ho intravisto, ma chi era, chi aveva'. Nel primo momento, noi avevamo paura, siamo stati minacciati, abbiamo visto poco, abbiamo intravisto... Reticenza costante, esitazioni, non certo una scelta volontaria. La scelta volontaria avviene subito dopo, cronologicamente nel tempo, un po' di tempo dopo. Ma all'inizio, il signor Lotti è una vittima. Si vuole dipingere come vittima, e questo è, come vi cercavo di dimostrare, un elemento forte per crederlo ancora di più. Perché non si siede e fa il racconto. Finché può, finché può, cerca di nascondere tutto ciò che può nascondere. Voi, degli omicidi dopo dell'83, dell'82...non sapete nulla. Io mi guardo bene, mi parlate dell'84, mi dite che ci sono stato, e non ve lo posso negare. Io, ovviamente, enfatizzo questo dato che voi avete, sapete che c'ero, e quindi ve la dico tutta. Ma, si guarda bene, fa...anche in una situazione in cui gli si fa capire che, è bene che la dica tutta la verità. Il suo difensore, in quel momento, gli fa capire che la deve dire, ci pensa, minimizza. Poi, finalmente, pian piano si decide e racconta 11 resto. Fa la confessione piena degli episodi, I così come sono avvenuti per quelli di cui aveva già parlato 84 e 85, e poi di quelli successivi: a 83 e 82, che Lotti ha raccontato dicendo che era presente nei modi che sappiamo. Cioè, solo ed esclusivamente in un secondo momento, ha modificato ulteriormente il suo comportamento. Perché ha capito - e in questo dobbiamo dargli atto che ha fatto una maturazione, una svolta sicuramente il difensore, se è stato il difensore, o lui stesso avranno avuto molto chiara la situazione - in quel momento, solo in quel momento, dopo tutte le contestazioni, ha raccontato fatti che assolutamente non conoscevamo. Presidente, io penso che oggi io mi potrei fermare qua, data l'ora. Vedo che sono venti alle due, e sicuramente io ne ho in abbondanza per tutta la mattinata di domani.
Presidente: Bene.
P.M.: Nel caso, ecco, vedremo... come orari come possiamo fare. Io, penso domani di riuscire a terminare. Però, vorrei far capire che ho necessità di andare molto lentamente e puntuale e loro...
Presidente: Si, lei si prenda tutto il tempo che vuole...
P.M.: ...loro, grazie Presidente.
Presidente: Eventualmente, abbiamo anche sabato mattina.
P.M.: Grazie. Volevo ipotizzare questa...
Presidente: Non c'è problema.
P.M.: ...questa situazione.  
Presidente: Okay. Allora, l'udienza è tolta a domani alle 9.30.
P.M.: Grazie.
Presidente: Nuova traduzione del Vanni. 
Avvocato: Signor Presidente, mi scusi. Eventualmente, se sabato mattina abbiamo degli impegni al Consiglio dell'Ordine.
Presidente: Non lo so se è sicuro, vediamo.
P.M.: Vediamo. Lo vediamo domani, nel caso rimanderei a sabato mattina...
Presidente: Io, io per far concludere il Pubblico Ministero, sono disposto anche a conclude...a fare il pomeriggio domani.
P.M.: Io preferirei eventualmente un'ora sabato mattina, comunque...
Presidente: Eh...tutto qui. 9,30, sì.
P.M.: Domattina 9.30.
Presidente: 9,30.
P.M.: Grazie.

martedì 26 maggio 2015

Processo contro Mario Vanni +3 - Udienza del 19 febbraio 1998 - Undicesima parte

Segue dalla decima parte.

P.M.: È un tipo però che, fra tutte queste caratteristiche, ne ha un'altra: è curioso. Lo ha spiegato bene lui. Perché, nel momento in cui gli si dice: 'ma tu hai chiesto...'. Sempre, lui, tutte le volte ha dimostrato di avere chiesto qualcosa che non gli tornava, lo ha sempre detto, dice: 'io glielo chiedevo'. Dice: 'ma tu glielo hai chiesto a Vanni chi era questo? Glielo hai chiesto a quell'altro chi era quella persona? Gliel'hai chiesto cosa hai fatto?' 'Sì, io glielo chiedevo, glielo chiedevo, glielo richiedevo. Ma se di più non mi dicevano, che ci posso fare?' Io, a questo lo credo che fosse con gli amici e con quei conoscenti, curioso. Ma credo anche nel limite che ha trovato questa sua curiosità. Cioè, più in là non è andato. Io sono sicuro che, quando ci ha fatto quei racconti sui suoi colloqui con Vanni su certi fatti - che poi vedremo nei dettagli - il Lotti abbia chiesto; rientra nella personalità di uno come il Lotti. Però si arrende. Quando non glielo dicono, non glielo dicono. Da tutto questo emerge una caratteristica. E mi riferisco a quella caratteristica relativa ai suoi rapporti con le donne. È una caratteristica che, secondo me, va presa bene in considerazione nel momento in cui dovremo valutare questo aspetto della sua condotta. È una personalità, quella descritta, che indubbiamente si riflette nella sua sfera sessuale. Questo lo abbiamo capito da noi, ce lo hanno detto chiaramente i consulenti tecnici in quest'aula e per scritto, però è chiarissimo. E noi non possiamo, nel valutare, non tenerne conto. E ci ha raccontato, oltre i rapporti con le prostitute, le difficoltà dei rapporti con le donne, frequentava cinema a luci rosse, aveva o ha avuto, nei limiti che sappiamo, rapporti omosessuali. Lui ci tiene subito a spiegare che li ha subiti, che sono transitori, che sono stati occasionali, che li ha dovuti subire, appunto. Però è una caratteristica della sua personalità e del suo vivere questo tipo di rapporti che emerge poi chiaramente nell'elaborato scientifico dei consulenti. Anche questo non contestato da nessuno, ma spiegato bene in aula. "In estrema sintesi, è una personalità particolare” - ci dicono - "Ma la realtà clinica del periziando può essere identificata in quella di un uomo apparentemente immune da patologie" -era quello che ci interessava - "somatiche e psichiatriche di rilievo." Cioè, è una persona con le caratteristiche che ho finora descritto. "Ma orientato in senso omosessuale.” Cioè, i consulenti, dalla semplice anamnesi e da pochi altri elementi, hanno rilevato e ricavato questa sua omosessualità, eterosessualità, non lo so. Comunque un atteggiamento di questo tipo. Tant'è che, per dei consulenti che lo hanno visto una o due volte, è emerso chiaramente. E in più, è specifico il dato: "Lotti Giancarlo è connotato da forti istanze di carattere perverso, sicuramente tali da essere parte della sua personalità, delle sue scelte e della sua stessa interazione con l'esterno." Una personalità perversa. I consulenti tecnici, nei limiti delle loro conoscenze, lo hanno messo bene in evidenza. Direi che gli elementi obiettivi che noi abbiamo acquisito nel corso di questo dibattimento, ci permettono di dire che di questa perversione vi è ampia traccia in numerosi altri comportamenti. E i riscontri non sono quelli che vi ho finora elencato. E è più che comprensibile che siano venuti fuori nell'esame da parte dei consulenti. Questo è il Lotti. Chi frequenta una persona come Lotti? Lo dicevo all'inizio. Si tratta, a questo punto, di vedere qual è il suo mondo di frequentazioni. Finora abbiamo visto la sua personalità, la sua indole, il suo io; vediamo chi frequentava. Perché, vedendo chi frequentava, si può capire se abbiamo elementi oggettivi per capire chi frequentava al di là del suo racconto. Chi può frequentare - chiediamoci - una persona come questa? E noi lo abbiamo sentito univocamente da tutti i testi sentiti nel dibattimento a cui è stata fatta questa domanda. L'amico e gli amici sicuri erano, riferito da tutti: innanzitutto Fernando Pucci. Ma Pucci ce lo ha ammesso fino dal primo momento, ce lo ha detto. Ma è ovvio, un uomo di una pasta identica, sostanzialmente. Sembra, si dice, comunemente i tipi simili si cercano, poi si trovano, no? Dio li fa e poi li accoppia. Quei detti popolari che, in questo caso, mi sembra non stonino assolutamente. Ma chi frequenta poi - e su questo lo stesso i testi sono stati tutti indistintamente sicuri e tranquilli. I rapporti costanti sono, di un tipo così: con Vanni, con Pacciani, fissi. Con Pucci, fissi nei termini che sappiamo. Fissi nei termini che sappiamo, eh. Nessuno vuole dire niente di più. Tutti sapete quando, come e perché. Non voglio andare nei particolari di quando e come, dove si frequentavano, se andavano alla cantinetta a bere o non a bere. Le persone di riferimento che vengono fuori sono queste. Si è sentito parlare di un maresciallo, non maresciallo, Simonetti, morto; di un altro postino Dori Vanio morto. Che, mi sembra di capire da quel poco che sappiamo, non hanno nessun elemento per contrastare queste personalità. Sono tutte dello stesso tipo di personalità. Tant'è che il discorso "Compagni di merende" che io, mi è venuto veramente, come a tutti, a noia, è sicuramente un concetto che bene esprime questa situazione. E sono termini usati dall'imputato Vanni. E quindi, questo io sto cercando di sottoporre a loro come gli elementi obiettivi di una vicinanza fra questi personaggi - Lotti, Vanni e Pacciani, per quel che serve, e Pucci - sono elementi che prescindono dalla commissione dei delitti, eh. Su questi ancora non ci siamo; siamo in un vissuto di paese in cui queste sono le persone che vanno insieme a prostitute, vanno al bar, si incontrano, si frequentano, vanno a fare gite, vanno a mangiare un panino, a bere, non ha importanza. Comunque, il vissuto è questo. Cioè, Lotti - non ci si può meravigliare - queste sono le persone che conosce. E, anche questo, direi che, nell'individuazione di questi Lotti e Pucci che quella sera erano 11, in quella determinata macchina: il 128 rosso, non è poco. Perché non sono persone estranee. Il giro, se giro si può parlare, se di giro si può parlare in una vicenda che ha la portata che ha questa, è il giro giusto, si direbbe. Quelli sono. Cosa facevano, lo vedremo. Ma sono loro: andavano fuori insieme. Non c’è qualcuno che vi è venuto a dire: per carità, io non sapevo nemmeno che si conoscessero. Va bene che il paese è piccolo, ma è un coro unanime di persone: uomini, donne, grandi, bambini, dottori, preti, baristi, orefici, tutti. Il giro, gli amici, erano loro. Tutti, in paese, per carità, cosa facessero nessuno lo sa. Un paese santo come quello di San Casciano, glielo dobbiamo riconoscere, non ne esiste nelle deposizioni raccolte in questo dibattimento. Però, su una cosa, dobbiamo ammettere: i cittadini di San Casciano sono stati concordi. Il gruppo era quello. Se voi indagate su quelli e avete qualcosa da dire su quelli, noi di San Casciano non sappiamo niente, ma sicuramente loro, sono loro, sono quelli, lo sanno. Domandatelo a loro. Noi non ci si entra nulla; ma nessuno ci ha dipinto un quadro di amici diverso da questo. Eh, insomma, non parliamo dei delitti, ma non è poco. È importante anche vedere come si arriva al Lotti, perché ci si imbatte in Lotti. Non ci si imbatte casualmente. Il teste, dottor Perugini, che ha curato le indagini fino a tutta l'inchiesta che ha portato al processo a carico di Pacciani, vi ha spiegato esattamente sul punto che cosa era emerso. E mi sembra che dobbiamo riconoscergli, come sempre, non solo l'obiettività e la professionalità che si merita, ma dobbiamo anche mettere in luce fatti che vi ha subito detto - perché poi risulta dai verbali - che di Lotti, Vanni, Faggi, attenzione, come conoscenti o amici di Pacciani, se ne parla dal 1990. Cioè, di questo sodalizio di amici - siamo sempre fuori dai delitti - era un fatto di cui la Polizia Giudiziaria se n'era accorta nel momento in cui, nel 1990, si era cominciato a pensare a chi. poteva conoscere Pacciani. Non certo pensando a complici; si pensava, giustamente e correttamente, che, interrogando gli amici, si poteva sapere qualcosa su di lui. E così fu fatto. Già nel 1990 furono fatte, attenzione, perché serve poi - vorrei che memorizzaste questo dato -nel 1990, mese di luglio, vengono perquisiti; Vanni, Faggi. E interrogato Lotti. Cioè, non si va alla ricerca di estranei nel 1995; sono persone che si conoscono già dal 1990. Addirittura, due: Faggi e Vanni... Vanni non fu perquisito. Faggi viene perquisito. Nel 1990 vengono sentiti Vanni e Lotti. Fu perquisito Faggi, Allora capite che, nel momento in cui poi si incomincia ad avere davanti questa 128 rossa, coda tronca, che nell'85 è alla piazzola di Scopeti, caspita, è di proprietà di Lotti. E questo Lotti non è un estraneo. Eh, stai a vedere che è proprio un amico di loro. Ma se noi facciamo un attimo questa analisi del passato di queste persone, di questo sodalizio, e guardiamo Lotti — io gliel'ho contestato e vi ho fornito il verbale - c'è un verbale relativo al Lotti del 1990. Ce ne ha parlato il dottor Perugini come fatto storico. Questo verbale sapete come termina? In questo modo: 19 luglio '90, interrogatorio, primo e unico interrogatorio a Lotti in quegli anni. "La Polizia Giudiziaria non lo conosce; l'ufficio contesta al teste di essere poco spontaneo, gli chiede di riflettere e di essere più esplicito e meno reticente. Il Lotti dice che non sa dire altro, e giustifica il suo atteggiamento, dicendo di essere un tipo chiuso e taciturno." Nel 1990 il Lotti si presenta nello stesso identico modo, sappiamo perché. Però, già emerge così la sua personalità. È quindi una situazione in cui giustamente il dottor Perugini vi dice: 'io di più non avevo. Noi ci siamo fermati lì, perché queste persone le abbiamo sentite perché indagavamo solo Pacciani. Quindi loro... chiedevamo riscontri, chiedevamo qualcosa del vissuto di Pacciani. Ma quelli abbiamo identificato'. E tant'è che, il 19 luglio '90, furono sentiti sia Lotti che Vanni. È una persona che ha chiaramente paura, no? Ce lo ha spiegato. Tant'è che ora sì capisce - ce lo ha spiegato lui nei modi che sappiamo - si capisce che una persona così possa essere stata zitta per dieci anni, sostanzialmente dall'85 al '95. Anziché andare dai Carabinieri quella sera dell'85 come proponeva Pucci, abbiamo avuto un silenzio assoluto. Una compattezza tenuta in piedi da cosa non lo so. Sicuramente dalla minaccia che questi ci hanno raccontato. Eh, ma perché, ora che ce lo ha spiegato, come faceva Lotti a raccontare liberamente queste cose? Era interamente coinvolto. È chiaro che nel '90, quando viene sentito, la stessa Polizia che non sa assolutamente nulla, lo vede reticente, gli contesta che è reticente. Nel '90 non sapevamo nulla. È chiaro che quindi, quando ci si avvicina al Lotti e voi sapete in che modo poi il Lotti ha fatto la sua qraduale confessione, abbiamo un personaggio che la prima cosa che fa tiene lo stesso atteggiamento: 'io non so nulla. Cosa volete da me?' Eh, però, a quel punto, gli investigatori sono un pezzo avanti, lo sapete. E quindi Lotti non può continuare a dire che non sa niente. Perché è anche elementare. Cioè, a contestazione, questi personaggi non riescono a resistere. Ma perché davanti al dato oggettivo, dove c'è un elemento oggettivo che gli si contesta, non possono inventare, lo sanno che sono "incastrati", fra virgolette. E vediamo. E perché nel 1995 non si va più ad interrogare Lotti, come del '90, e gli si dice: 'ma tu conosci Pacciani?' No, gli si dice: 'guarda, caro signor Lotti, ci sono questi elementi oggettivi a tuo carico. Cosa hai da dire?' Gli si dice: 'guarda, Galli e Ghiribelli dicono che la sera, la 128 dell'85, la tua 128 era lì. Guarda, che abbiamo intercettato una conversazione telefonica fra te e Ghiribelli, sull'utenza del bar di San Casciano che tu sappiamo usi perché non hai telefono, nella quale tu confermi e dici: sì, eravamo andati lì a fare un bisogno'. Gli si dice: 'guarda, che Pucci ha raccontato che eravate lì, voi, la sera dell'8 settembre. Guarda, che Filippa Nicoletti, che noi abbiamo sentito che tu frequentavi perché è stata una tua' - non so bene cosa - donna, non donna, una prostituta da cui andava, una amica - 'una tua conoscente, fra virgolette, intima, dice che, per quanto riguarda Vicchio, proprio in quella piazzola, voi ci siete stati'. Ecco, a questo punto, in questo momento, solo con queste contestazioni, dati oggettivi fatti, specifici, tanti, numerosi, che il signor Lotti dice: 'sì, quella sera io c'ero'. Eh, però c'è anche un altro passaggio che noi non dobbiamo dimenticare per capire l'iter di questa confessione iniziale non certo spontanea. Voi ricordate - io non la sottovaluterei, ma la metto per quel che è, necessariamente in evidenza alla vostra attenzione - le dichiarazioni di Bartalesi Alessandra, la nipote di Vanni. Non sappiamo bene perché si sono frequentati loro tre nel '95, ma ha una importanza, diciamo, per quello che è. Prendiamolo come dato di fatto, questo. Questa Bartalesi, nel descriverci Lotti in modo identico al consulente Fornari. Bisogna riconoscere a questa ragazza che, con tutte le sue problematiche fisiche, è una ragazza quantomeno sensibile, intelligente e attenta, è una ragazza che aveva in qualche modo analizzato la figura del Lotti identica al professor Fornari. Ovviamente sapendone qualcosa di più. Perché, mi spiego, questa ragazza riconosce e racconta, senza che nessuno ne sappia niente, che con lei Lotti aveva avuto un rapporto di confidenza intima con dei limiti che erano nelle sue capacità sessuali, di rapporti sessuali. Ma è una ragazza, una che ha scritto un libro, una che capisce in qualche modo l'animo, perché lo ha dimostrato qui la sua sensibilità, è nipote di Vanni. Quindi ha delle, sicuramente delle difficoltà a raccontare tutte le cose. Ma queste le ha raccontate. Ha testualmente detto, io vorrei che rileggeste attentamente quella dichiarazione, perché mi sembra che sia una dichiarazione che viene da un terzo non consulente, ma che ha conosciuto Lotti quando noi, di lui, non sapevamo niente. È una dichiarazione che ci fa pensare ad un ulteriore elemento di tranquillità nel pensare a questa confessione. Perché sembra quasi - se voi la rileggete attentamente - che questa ragazza, non solo aveva capito qualcosa, ma aveva capito sicuramente cosa. Ha solamente detto delle sue sensazioni nel suo rapporto con Lotti, che oggi sono una conferma di tutto quello che sappiamo. Ma dobbiamo collocarle nel tempo e vedere che questa ragazza ha avuto questa confidenza con Lotti; le aveva vissute e capite in epoca ben antecedente alla confessione.
Segue...

lunedì 25 maggio 2015

Processo contro Mario Vanni +3 - Udienza del 19 febbraio 1998 - Decima parte

Segue dalla nona parte.

P.M.: E si potrebbe leggere il verbale di quelle sei udienze e vedremmo che la maggior parte dei vocaboli e dei verbi sono "coso" e "cosare", anche nei momenti in cui non deve inventare nulla. Ecco quindi che l'argomento usare "cosare" per inventare, è un argomento che non ha spazio. Ma c'è un altro elemento che nasce da questa sua difficoltà di linguaggio. È esattamente il corollario; uno che non capisce il linguaggio e non si sa esprimere, ha anche difficoltà di capire chi gli parla. Che non capisca spesso le domande è talmente chiaro che siamo stati più volte costretti a rispiegargliele. E c'è voluta - io lo devo riconoscere - tutta la pazienza del Presidente di questa Corte che, con la sua professionalità e esperienza, si è messo di volta in volta a spiegargli qual era il termine esatto della domanda. E quindi è evidente che molto spesso il Lotti ha queste difficoltà, sia di esprimersi che di capire e quindi dobbiamo anche partire da questo dato di fatto. Quindi è una persona che non solo si esprime male e capisce male, ma in tutti i suoi racconti tende a distinguere. È un po' quello che ha fatto Pucci, sono le persone elementari. Cioè distingue nettamente e vuole marcare molto chiaramente la differenza, ed è questa: le cose che lui ha visto personalmente, le descrive nei minimi particolari. Le cose che non ha visto, e sa de relato, le racconta, chiarendo bene che le sa per sentito dire, ma subito dopo dice io non so se sono vere, chiedetelo a chi me l'ha dette. E nel 99% dei casi si riferisce a Vanni. Cioè quando noi pretendiamo da lui una verità sulle cose riferite, la prima cosa che fa - e in questo dobbiamo dire che è elementare, ma anche onesto - dice: io la so così, cosi mi hanno detto, se è vero io non lo so, chiedetelo a loro. Le cose che ha visto: puntuale, irremovibile, circostanziato, sempre presente. Le cose che sa per sentito dire non c'è stato una volta che non abbia voluto mettere in evidenza la circostanza. Attenzione, io non lo so, così mi hanno detto. Per tutti, così abbiamo subito ben presente cosa sto dicendo. Episodio di Calenzano che era avvenuto... Me l'hanno detto. C'era Faggi... Me l'hanno detto. Io non c'ero, non ho visto. Su questo cosa gli ci voleva, nell'economia di uno che racconta, a dichiarare il falso, a inventare. No, la sua credibilità, al di là delle conseguenze che può avere o meno, è una credibilità di questo tipo: quello che ho visto, potete torturarmi - scusatemi la parola - e io ve le racconterò. E tortura è stata, per sei giorni gli abbiamo chiesto le stesse cose. Ma per sei giorni le ha dette nello stesso modo, perché le ha viste. Quelle che non ha visto, non c'è tortura - fra virgolette - che tenga, non lo sa, non lo dice, o comunque dice: a me me le hanno raccontate così. "L'hai visto quello, chi era?" "Mi hanno detto che era..." "Aveva la barba? Si chiama Vinci?" "Me l'hanno detto". Sempre così. "La tenda l'ho vista". "Ha tagliato, non ha tagliato?" "Io questo ho visto e questo vi racconto". Esattamente il contrario. Nel momento in cui ha visto scende nei minimi particolari e è sempre puntuale. Su quello che ha sentito dire fa una netta distinzione. C'è un altro elemento che vorrei ben evidenziare a voi Giudici, nel momento in cui dobbiamo esaminare nei dettagli le dichiarazioni fatte in queste sei lunghe udienze. E qui io l'ho fatto nel corso del dibattimento di metterlo sempre bene in luce ogni volta che ho avuto spazio. Ma oggi lo faccio, perché questo è il momento, con grande chiarezza e decisione. Vi è stato proposto questo tema, dalla difesa Vanni: il signor Lotti e il signor Pucci cadono in contraddizione. Perché nei primi verbali hanno detto una cosa e dopo ne hanno detta un'altra, quindi sono in contraddizione e tant'è che si contraddicono. Io ringrazio il Presidente, come sempre perché è un mio dovere farlo, ma perché è la realtà. E' stato il Presidente che, nel corso del controesame, ha fatto presente che le contraddizioni non erano oggettive, ma era una situazione, sicuramente da valutare, ma in cui si contestava a Lotti - e in certi termini è stato fatto anche con Pucci - dichiarazioni che avevano fatto il primo giorno, diverse da quelle che hanno fatto l'ultimo giorno. Signori, è di tutta evidenza che questi signori sono andati, nella loro apertura, nel loro racconto, per gradi. E quindi non gli si può contestare che il primo giorno avevano detto cose diverse. Gli si può contestare solamente che sono andati per gradi nel racconto, ma non che c'è una contraddizione fra il primo e l'ultimo racconto. Questo non corrisponde alla realtà del fatti. E direi che tutto il controesame di questi signori è un controesame che mira a mettere in evidenza queste contraddizioni, che contraddizioni oggettive non sono; sono esclusivamente un iter che questi signori, in special modo Lotti, hanno tenuto nel loro racconto. Direi che essenzialmente l'ha fatto Lotti. Su Pucci, poi abbiamo visto, a parte che è stata una deposizione molto più breve, è stato di tutt'altro spessore. Lotti è vero, il primo giorno disse cose ben diverse dal primo interrogatorio del P.M., ma perché è stato lui che si è aperto lentamente. Non gli si può oggi contestare come fatti oggettivi quelli che ha detto il primo giorno. Gli si deve contestare: come mai ce lo hai detto per tappe? Questo è un metodo corretto. E su questo siamo qui a valutare. Ma non si può dire quale è delle due la verità. No. Non c'è nessuna contraddizione, c'è un'evoluzione. Sull'evoluzione possiamo fare, ed è giusto, fare tutte le considerazioni, che saranno sicuramente fatte. Ma esattamente in questi termini. È Lotti una persona che sa prendere decisioni? Lo avete visto come uno che è capace di decidere cosa fare da solo? No, mi sembra che la sua personalità debole sia emersa fin dal primo momento in tutte le sue condotte. È una personalità chiaramente sottomettibile, ce lo hanno spiegato i consulenti tecnici, ma lo abbiamo visto da soli. È uno che cede chiaramente alle personalità più forti. È di tutta evidenza. Lo ha detto lui, ma emerge dalle condotte oggettive. È uno che è portato naturalmente a subire; qualsiasi tipo di minaccia, anzi la ingigantisce. Vi ricordate quell'episodio? Avevo paura che, dell'episodio Butini poi se ne parlasse in giro. Nei termini che è, eh. Quel fatto, rapporto o no omosessuale con Butini. Ha lo spazio in guesto processo che deve avere, è confinato in un angolo. Però, vi ricordate come vi ha descritto: 'io sono stato costretto perché avevo paura che poi raccontassero che mi avevano visto con Butini'. Qualunque cosa avessero fatto quella sera in quella macchina, e voi avete tutti gli elementi per valutare in che termini è credibile, lo vedremo meglio. È uno che vi ha raccontato che quel solo fatto, che lo avessero visto con un uomo in macchina, in una strada appartata, qualunque cosa avesse fatto, era per lui un elemento che poteva essere oggetto di minaccia. Vero o non vero. Più che vero è ovvio, nella sostanza di questi racconti. È uno che poi non riesce a elaborare conseguentemente alcuna difesa. Subisce. È una persona diffidente. È stato diffidente con gli investigatori. È stato diffidente con voi. È stato diffidente con il suo difensore. È stato diffidente con la Polizia Giudiziaria. È uno che non si fida di nessuno perché non ha rapporti, non ha relazioni. Come si può pensare che possa avere inventato quello che ha detto, sulla base di qualcuno che gliel'ha suggerito. Ma questo non credeva nemmeno alla sua mamma, figuriamoci se poteva avere un rapporto. Io mi rifiuto di pensarlo, ma siccome è stato detto, allora il pensiero ce lo faccio per dovere, che questo abbia potuto avere un rapporto con qualcuno che gli ha insegnato, o gli ha suggerito cosa dire. Questo è diffidente nei confronti di chiunque, figuriamoci se può instaurare con qualcuno un rapporto di sottomissione sotto questo profilo. È un apatico. Anche questo è un elemento oggettivo. Perché bisogna valutare. Ha assistito a degli omicidi nei modi che ci ha detto, e noi – io lo credo e sono sicuro che siamo in tanti a crederlo - con un atteggiamento di completa apatia. È incapace di qualsiasi slancio su qualsiasi cosa; slanci né positivi, né negativi. Ma alle vostre risposte: indifferente su tutto, sembravano cose che gli scivolano sulle spalle, nonostante i racconti. È incapace di qualsiasi reazione a caldo. Tutt'al più si è arrabbiato qualche volta se gli sono state fatte, nel controesame, qualche domanda ulteriore su cui aveva risposto. È l'unica volta, che ho visto io, da quando, per questi motivi, ho avuto modo di vederlo in questi atti, in cui ha avuto una reazione. Per il resto sempre completamente passivo. Una volta sola ha detto: 'basta, basta, qui mi confondete, io non ne voglio più sapere'. L'unica reazione a caldo che gli ho visto fare. E gliel'avete vista fare anche voi. È una persona che non ha valori, c'è poco da fare, lo ha dimostrato, ma non solo con le azioni, sul modo in cui mi racconta le cose. Non c'è niente, non c'è nessun valore che lo interessa, che lo prende. Il mondo intorno a lui è inesistente. Le uniche cose di cui si occupa, ce lo ha raccontato, sono la soddisfazione dei bisogni elementari. È un soggetto semplice e quindi è chiaro che i bisogni elementari sono i bisogni primari cui tutti sono portati naturalmente a dare soddisfazione. E quali sono le sue necessità, quelle che vi ha raccontato? Un tetto, un tetto qualsiasi. Vi ha raccontato nei dettagli le case che ha avuto; poi, in quella casa, ci pioveva... Quelli sono i suoi interessi. La macchina. Caspita! Come si colorisce quando gli si parla delle macchine! Ne ha avute tre o quattro, tutte usate, tutte vecchie. Però è un argomento che, sempre da soggetto elementare, lavoro, una casa, una macchina. Seppure usata, perché nel mondo moderno, la macchina, soprattutto per soggetti simili, ma purtroppo per tutti noi, è diventata indispensabile. Aggiunge, i suoi bisogni elementari consistono nelle dieci, nelle 50mila lire, a secondo del tempo, per andare con la prostituta. A seconda dei tempi. Anche questo è una cosa che vi ha raccontato. Sta nella comunità gestita da don Poli, mi sembra si chiama, non certo per coltivare sentimenti religiosi. Per carità! Cercare un sentimento, magari religioso, in questo soggetto. Per carità! Sta lì, perché non costa nulla e perché ce lo tengono . Lo ha spiegato : ' chiesi in Comune, andai in Comune...', andava dall'assistente sociale. Questo è il soggetto Lotti. 

venerdì 22 maggio 2015

Processo contro Mario Vanni +3 - Udienza del 19 febbraio 1998 - Nona parte

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I numeri di Insufficienza di prove (al 20 marzo 2014)
-1550 posts;
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-Trascrizioni complete e fedeli delle principali udienze sul caso;
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giovedì 21 maggio 2015

Processo contro Mario Vanni +3 - Udienza del 19 febbraio 1998 - Ottava parte

Segue dalla settima parte.
« DOPO LA SOSPENSIONE » 

Presidente: Qui c'è anche l'avvocato Gremigni. Bene... Ah, scusi, non l'avevo vista. Avvocato, scusi. Avvocato: Niente.
Presidente: Avevo guardato il posto e non di là. Allora, prego, Pubblico Ministero.
P.M.: Grazie, Presidente. Mi sembra che, a grandi passi, forse non troppo veloci, cominciamo a avvicinarci al punto fondamentale, è inutile negarlo, di questo processo: alla figura di Lotti. È la seconda figura che io vorrei affrontare - i particolari poi li vedremo con calma dopo - perché penso che incentrare subito l'attenzione doverosa sulla figura dell'imputato Lotti, dopo aver parlato del teste Pucci. È un secondo punto di partenza, solo punto di partenza. Perché dobbiamo parlare di Lotti? Mah, mi sembra, da tutto quello che abbiamo visto in quest'aula e da quello che ho appena sintetizzato, è ora indispensabile, come metodo di analisi del materiale probatorio del dibattimento, perché è chiaro - è veramente inutile ridirlo - è l'imputato che ha confessato. E quindi diventa la figura centrale di questo processo e perché le sue dichiarazioni hanno una rilevanza e un'importanza sulla vostra decisione non comune, basilare, indispensabile. Ma vorrei subito focalizzare ancora meglio quel concetto che ho espresso all'inizio: attenzione, non dobbiamo limitare la nostra impressione e credere che le prove di questo processo sono solo qui. Assolutamente. Io mi diffonderò, dopo, a lungo. Dobbiamo, ora, analizzare bene la figura di Lotti imputato, oltre che chiamante in correità, tenendo presente che è un imputato che fornisce elementi importanti, ma che ci sono tantissimi altri elementi di prova. Cioè, non dobbiamo fare l'errore di credere che noi abbiamo solo visto e capito questi due unici mezzi di prova. Ecco, direi che noi, nell'accingerci a esaminare ciò che ha detto Lotti e chi è Lotti, dobbiamo comunque tener presente, ogni volta che analizzeremo cosa ha detto e cosa ha fatto, che su quasi tutto ciò che dice Lotti il processo ha fornito altri elementi a monte e successivi, altri elementi di prova che sono così eterogenei, complessi, di varia natura, articolati, che ci permettono di valutare qua... Proprio, concretamente, abbiamo visto che Pucci ha detto qualcosa e ci sono riscontri. Per quello che riguarda Lotti direi che non ha aperto bocca e non ha raccontato circostanza che non sia dettagliatamente provata in altro modo. Vediamo. Quindi, noi dobbiamo a Lotti l'attenzione che dobbiamo, perché - per quarantacinque, quarantasei, non so quante sono le udienze, ho perso il conto - abbiamo spessissimo parlato della sua partecipazione, della sua condotta. E quindi è chiaro che le sue dichiarazioni debbono essere prima capite e poi valutate. Dicevo "capite", e qui ho un motivo per dire "capite", perché i racconti di Lotti, che sono dettagliati come sappiamo, a volte ci hanno dato la sensazione che su alcuni particolari - insisto: particolari - qualcosa non dica. Allora bisogna prima vedere, anche qua, se abbiamo capito, se è possibile capirlo, se è persona che forse non ricorda, non vuole ricordare, o certi fatti non li conosce bene, o si esprime male -anche questo lo vedremo - o non capisce le domande o, peggio ancora, per quello che a noi sembra, o al P.M. sembra, forse alla Corte, a qualcuno sembra che per alcune cose che a noi sembra che non abbia detto, se ha paura, se non dice qualcosa perché ha paura... Io, onestamente, ve lo dico subito, ve lo cercherò di dimostrare, credo che non abbia più paura e tutto quello che poteva dire lo ha detto. E partiamo quindi da quei dati di fatto. Ha sempre ammesso di essere stato presente a quattro duplici omicidi. Questo l'ha detto sempre. Dove troviamo una situazione processuale di questo tipo? L'ha detto nella fase delle indagini preliminari un'infinità di volte, alla Polizia Giudiziaria; lo ha detto al P.M., quindi è cambiato interlocutore. Se qualcuno volesse anche venire dei dubbi: interlocutore cambiato. Poi vedremo, eh, dei dubbi, per carità! Lo ha detto davanti al GIP nella fase dell'incidente probatorio. Stessa identica dovizia di particolari e di racconti. Terzo interlocutore, diverso. Ma lo ha detto soprattutto nel corso - la sua verità, la verità, perché per me non è più la sua verità, ma questo processo ha dimostrato che è la verità - l'ha detta in sei udienze qui, davanti a un sacco di persone, non nel ristretto di una stanza; che ogni tanto c'è questa volontà di porre dei dubbi. No, vediamolo, vediamolo per bene fino in fondo. Il Lotti in sei udienze, davanti a tutti, nel contraddittorio delle parti, non ha ritrattato niente, non se n'è andato; oggi non è venuto, per alcune udienze non è venuto, non verrà, non lo so, non dipende da me. Quando è stato necessario è sempre venuto. È difficile che uno sia sempre contento se ha ammesso delle responsabilità. E se questo sarà il suo esito, è difficile accettare e farsi dare una condanna. Però non è, secondo me, il motivo per cui ha paura di una condanna e non viene. Chissà per quale motivo verrà, non verrà. Ma non è questo il problema. Il momento in cui è stato necessario per l'istruttoria dibattimentale è stato presente. Quindi le illazioni - facciamo dire, mettiamo a verbale che Lotti non c'è - ai fini della vostra decisione, scusate, ma non serve assolutamente a niente. Perché nei momenti importanti, davanti a tutti, nel contraddittorio delle partì, è stato sempre presente. E' un imputato che ha confessato presente qui, davanti ai suoi giudici, e ha detto sempre la stessa cosa. "Ho partecipato a quattro duplici omicidi, quelli dell'82, dell'83, dell'84 e dell'85. Esecutori materiali sono stati Pietro Pacciani, che usava la pistola, Mario Vanni, che tagliava, praticava le escissioni sui corpi delle vittime. Nell'85 a Scopeti portai con me Pucci, gli altri due non lo sapevano, erano all'oscuro, quando lo videro si arrabbiarono molto". E poi tutti i particolari che sappiamo. È rarissimo, lo sappia... lo dicevo all'inizio parlando dei processi in genere, in cui qualcuno confessa. E' rarissimo che, in una serie di omicidi come questi, qualcuno faccia confessioni così chiare, particolareggiate, particolareggiatissime direi, ripetute nel tempo, coerenti nel contraddittorio, senza mai, nella sostanza, alcun tentennamento. Mai. Secondo me nemmeno nei particolari, ma nella sostanza mai. Articolatissime dichiarazioni confessorie. Sono quindi sostanzialmente convincenti queste confessioni. Ma la confessione di Lotti è per me un punto di partenza. Lo dicevo prima, volevo che aveste tutti ben presente che non è un elemento di arrivo: ah, ci abbiamo quella e decidiamo su quella. No, è un punto di partenza, sulla base del quale noi dobbiamo partire, valutare, vedere se lo crediamo e sulla base di quello trarre conclusioni. E per questo noi abbiamo fornito, in questo dibattimento, una massa enorme di dati di fatto, di provenienza eterogenea, che ci forniscono elementi obiettivi, sicuri al riscontro di quello che ha detto e che sarebbero, già da soli, talmente importanti per arrivare alle conclusioni. Vorrei fare un'osservazione, che forse è anche bene fare e tenere bene in mente perché non sfugga quando dobbiamo valutarla: le dichiarazioni confessorie di Lotti sono innanzitutto in perfetta sintonia con gli esiti del procedimento a carico del Pacciani. E' un signore che è venuto e ha sostanzialmente integrato elementi su una verità che in parte già conoscevamo. Era una verità che aveva degli elementi di prova molto sfumati, indiziari, lo sappiamo tutti. Ma guardate che Lotti ha continuato quella ricerca e quella formazione di prova. Cioè, è in perfetta sintonia e coerenza, ha aggiunto tutti i particolari che non sapevamo. Quindi il punto di partenza di credibilità primo, volendo o non volendo, a crederlo o ammetterlo, è che è in perfetta sintonia con gli esiti del precedente processo che, sia pure in I Grado, ha visto il complice, coautore, a suo dire, Pacciani, riconosciuto, con tutte le presunzioni di innocenza, colpevole. Cioè, è una verità, quella di Lotti, completamente in sintonia. Lo sappiamo, i processi sono completamente diversi. Vi era un processo in cui ci sono più imputazioni, per fatti che riguardano omicidi ulteriori. È un processo in cui le imputazioni sono parzialmente identiche, ma per il punto in cui sono gli stessi capi di imputazione, sono elementi forniti perfettamente in sintonia. Guardate che è una constatazione che non può assolutamente essere oggi sottovalutata. È vero, c'è anche quella contestazione ex 416, poi lo vedremo, in questo processo. Ma io vorrei fare allora, partendo da questa considerazione, che siamo in sintonia con quanto già provato, con le difficoltà, con tutti i gradi di giudizio che ci saranno, senza nessun esito, né scontato, né prevedibile, assolutamente. È una verità che in quel dibattimento è andata in un certo modo, in questo dibattimento - che oramai è concluso - si è integrata. Non è in contraddizione e ditemi se non è poco. Ma allora, partiamo proprio dal vedere, come abbiamo fatto con Pucci, qui ancora più diffusamente, chi è Lotti. Perché la prima operazione da fare è cercare di capire chi è, perché abbia partecipato a questi fatti e perché li abbia ammessi. Chi è. Perché ha partecipato a delitti simili? Perché poi dopo tanto li ha ammessi? Abbiamo la possibilità oggi, o avete voi, avete elementi oggettivi per valutare la sua persona? Eh, caspita. Abbiamo avuto gli esiti delle indagini su di lui. Abbiamo avuto le testimonianze che ci hanno permesso di inquadrare la sua personalità, numerose. Abbiamo avuto le indicazioni degli esiti della Polizia Giudiziaria. Abbiamo avuto le indicazioni documentali. Abbiamo avuto quella consulenza tecnica che sappiamo. 
Segue...

mercoledì 20 maggio 2015

Processo contro Mario Vanni +3 - Udienza del 19 febbraio 1998 - Settima parte

Segue dalla sesta parte

P.M.: Dice, ma, ancora domande che gli son state fatte per vedere se c'era veramente; e anche lì risposte precise : "Ma quei due dentro, cosa è successo, cosa hai visto?" Dice: "Io mi sono allontanato, però si sentì lamentarsi." "Si sentì", no? Lui si fa terzo: noi abbiamo sentito. "Si sentì lamentarsi le persone che erano lì dentro nella tenda. C'era la coppia là dentro, dentro la tenda. Porca miseria, sono sicuro, sicuro, vai! Io i morti non li ho visti." Perché la domanda è: "Ma lei li ha visti i morti?" "No, io ho sentito lamentarsi, poi son scappato." Ecco, allora, la testimonianza di- questo Pucci, che è la persona che sappiamo, è una testimonianza che va avanti con descrizioni dei fatti così particolareggiate che ci lasciano sicuri e tranquilli circa la presenza di Pucci, quella sera, sul luogo dell'omicidio. E poi, dicevo, una volta chiarito che lui c'era e cosa ha visto, che con quelli non c'ha niente a che fare, subito dopo, quando il P.M. comincia a chiedergli . degli altri delitti, si chiude - ecco la seconda fase - completamente a riccio, fa la persona... dimostra anche, col suo atteggiamento, veramente di non saperne niente e muta proprio comportamento. Non vuole rispondere, comincia a sbuffare. "No, io degli altri non so nulla, li hanno fatti loro." Si deve arrivare, per questa seconda parte del suo racconto - che è un racconto de relato, non è racconto della sua presenza - bisogna arrivare alle contestazioni. Ecco come, sentendo - il Pucci - che si parla di altre cose che lui non ha visto, il primo atteggiamento - potrebbe inventare anche quelle, signori, è chiaro lo scopo delle mie osservazioni — no, lui dimostra di essere talmente attento, che ciò che non ha visto lui assolutamente non lo vuole dire. Bisogna fargli le contestazioni. E quando gli si fanno le contestazioni circa i fatti che lui era stato nella piazzola di Vicchio nell'84 insieme al Lotti non ha problemi a raccontarlo; ma su contestazione. Ma poi fa anche una conferma sua, precisa, che ha sempre fatto. Dice di aver anche visto quello di Calenzano, il Giovanni di Calenzano. E specifica in dibattimento, come aveva sempre fatto, di averlo visto insieme agli altri a San Casciano, insieme a Vanni e a Pacciani. Descrive - lo descrive chiaramente - di averlo visto nella piazza dell'orologio. Lo aveva riconosciuto nella fotografia e racconta chiaramente quello che ha saputo de relato. Cioè, ecco l'atteggiamento Pucci: guardate, io quello non solo non c'entro nulla, ma quello che so lo so in questo modo. Dice: "Io ho saputo che questa persona era coinvolta nel delitto di Calenzano", nei modi che sappiamo. In questa seconda fase delle contestazioni abbiamo veramente il Pucci che ci dà la dimostrazione che lui su questi fatti non c'entra e sugli altri ha detto la verità. Poi c'è tutta quella fase finale del suo esame, che secondo me è corretto valutare quella persona in termini di uno che è stanco, è sicuramente scocciato, a modo suo, perché lui crede veramente di non entrarci nulla, di aver fatto il suo dovere anche nei confronti vostri e della Giustizia: quel che so, quel che ho visto ve l'ho detto, non mi scocciate di più. E quando si continua, tutti noi, ovviamente ognuno col suo scopo, difensori di parte civile, difensori dell'imputato che cercano di contestargli apparenti contraddizioni - e che non sono contraddizioni perché gli si va a contestare vecchi verbali, le prime dichiarazioni è chiaro che sono diverse al momento in cui lui ha raccontato tutto - è talmente lucido da fare affermazioni di questo tipo, dice: "Io l'ho capito quello che mi dice, me l'ha bell'è domandato dieci volte e mi fa imbrogliare, mi imbroglio. E per forza che m'imbroglio, me l'ha bell'è domandato dieci volte la medesima domanda, cosa vuole da me!" E poi dice: "Ma perché non sei andato dai Carabinieri?", di nuovo contestazione. Dice: "Ma porca miseria, ve l'ho detto diecimila volte!" Anche qui lucidissimo nel controesame. Dice: "Ma lei mi piglia in giro”, gli vien detto. "Lei ha detto in un modo poi ha detto in un altro." "No, guardi, io non piglio in giro nessuno", fa Pucci attentissimo. Che motivo ha uno scocciato a mettersi lì, invece fa proprio i distinguo: "Io non piglio in giro." Poi insiste, siccome è stato provocato, dice 'lei piglia in giro, dice: "No, è lei che mi piglia in giro, la mi piglia per scemo, ma io per scemo non sono." Cioè, è talmente cosciente di tutta la situazione che si permette anche di spiegarsi, di far vedere qual è la sua valutazione. E' una persona che, se noi la esaminiamo sotto questo profilo, è un Pucci che non solo era presente, ma che si è comportato come si doveva comportare in una situazione simile un teste che viene a riferire queste cose. E dà anche in dibattimento, secondo me, ulteriori particolari molto importanti. E oltre a confermare che era andato a Vicchio con Lotti, che aveva visto la coppia, è talmente preciso che spiega, dice: "Ma non ci si andò prima", prima dell'omicidio. Guardate: un personaggio che è così attento nello spiegare, nel voler ricordare che lui c'è andato prima. E poi cosa dice? "Ma chi erano?" La domanda, gli si chiede: "Ma chi erano questi due?" Dice: "E che ne so io, non conoscevo mica i nomi." Cioè, è una persona che è attenta talmente alle domande che risponde sempre a tono. E poi fa quel racconto, dice: "Lotti mi ha detto chi era quella ragazza; non so il nome, era tuia persona che andava con chi voleva lei e c'era qualcuno che gli garbava." Questo è un racconto, si capisce benissimo, fattogli dal Lotti, perché ce lo farà da Lotti. Ma a una domanda specifica, ecco l'ulteriore elemento nuovo che ha, anche questo, un grande riscontro nel dibattimento, ci racconta cosa avevano fatto quel pomeriggio, andando verso la Ghiribelli. Cioè, questo l'ha spiegato bene in dibattimento. Guardate, che a distanza di tempo, il Pucci è persona che ha la possibilità di spiegare nei dettagli e di ricordarsi. Gli è rimasto impresso quel pomeriggio. Dice: "La domenica, di pomeriggio, ci si era fermati con Lotti a guardare la coppia nella tenda, mentre faceva all'amore." Specificando che: "Si vedeva bene perché la tenda era un po' aperta e non erano...lì." Gli si chiede: "Ma non vi hanno notati?" "No, non ci hanno notati perché quelle persone erano impegnate a baciarsi e fare all'amore." Cioè, è un Pucci che, a domanda specifica su questi fatti, di cui non aveva mai parlato, ci dà una versione di cosa avevano fatto quel pomeriggio che trova perfettamente riscontro. Erano stati dalla Ghiribelli: la Ghiribelli ce l'ha confermato. Si erano fermati lì il pomeriggio: abbiamo quella serie di testi che sappiamo che hanno visto la macchina con due che guardavano. E' un Pucci ancora - e ho, direi, terminato l'esame della sua deposizione - che aggiunge un altro elemento, secondo me importantissimo, e l'ha fatto, ripeto, nel dibattimento, Pucci, non è che sia venuto a confermare dei verbali. No, no, ha dato spiegazioni specifiche. E su un altro elemento, oltre che quella domenica pomeriggio cosa avevano fatto, cosa avevano visto, quelli che si baciavano, facevano l'amore, la tenda aperta - di cui non aveva mai parlato, ma ne ha parlato a voi a domande specifiche - è un Pucci i che dice, più avanti: "Quella sera, quando noi si arrivò lì, c'era un'auto con due persone a bordo." Eh, questa è una circostanza importante, molto importante, sotto due profili. Primo, perché è un dato di fatto che Pucci precisa, anche questo, bene in dibattimento; l'aveva detto prima, aveva parlato di questa macchina, ma precisa che c'erano due persone a bordo. Lotti, se non sbaglio, ha, per quel che ha visto lui, parlato di una. La macchina l'hanno vista tutti e due. Eh, c'è un qualcosa da valutare. Sono in contraddizione? Signori, ma pensate come stanno le cose, pensate la scena. Lotti è su a guardare e fa tutto quello che sappiamo. Pucci è colui che se ne va alla strada, subito, e si mette lì a aspettare. Quindi quello che ha visto veramente la macchina e con quante persone c'erano a bordo è sicuramente e solo Pucci. È lì che abbiamo motivo di credere che lui ha visto veramente due persone - saranno state due persone, non lo so - ma il Pucci è sicuramente credibile. Il Lotti, quando vi spiegherà - e ci ha spiegato -che ha visto una macchina più avanti partire, uno che guidava, ecco signori, ma questi dicono entrambi la stessa identica verità. Perché è Pucci che era lì, che era ai piedi della piazzola; è lui che ha visto questa macchina e come stavano le cose. È chiaro che noi dobbiamo pensare che è quello che ha visto meglio, e quindi chi erano queste due. Sappiamo quello che vedremo fra un attimo, però abbiamo motivo di credere entrambi, sia Lotti che Pucci, perché sono persone che ci hanno dimostrato che erano lì. Ma sono persone che ci hanno descritto la scena perché hanno detto come ci erano. Cioè, uno è stato lì a lungo e l'altro ci è arrivato soltanto nel momento in cui dovevano allontanarsi e ha messo in moto la macchina. Signori, io direi che, una volta esaminata la testimonianza di Pucci sotto questo profilo, abbiamo un debito totale di credibilità nei suoi confronti, perché come ho cercato di spiegarvi, sui punti fondamentali che riguardano il prima e il dopo questa fermata alla piazzola - nel quale, è chiaro, c'erano solo loro due, quattro, come sappiamo - su tutto il prima e su tutto il dopo abbiamo riscontri inequivocabili. Ghiribelli, lo stesso Vanni, lo Zanieri e il racconto concorde dei due. Ma io devo essere, comunque, anche onesto, perché da P.M. - e forse il mestiere di P.M. rimane sempre - ho avuto, in un primo momento, qualche sospetto che in fondo il Pucci ne sapesse di più, celasse delle proprie responsabilità. E questa è una sensazione che nel corso del dibattimento, finché non si è precisato tutto, per un po' ho avuto. Forse l'avrete avuta anche voi. Però è un debito che nei confronti di Pucci io, onestamente, mi devo togliere. Cioè, Pucci non è assolutamente persona che ha partecipato a nulla e che deve rispondere di un qualcosa dal punto di vista del Codice penale. Io ammetto, l'ho pensato: chissà quale altra verità nasconde. Signori, ma tutto il dibattimento ci ha dimostrato che Pucci è persona che è stata portata lì, forse non sappiamo perché. Sembra di capire: era un curioso, il Lotti se lo voleva tirare dentro, quello non ci voleva credere. Ma anche quando ci dicono entrambi "il pomeriggio ci fermammo lì", lo stesso Lotti dice: "Io gli dissi che saremmo arrivati la sera, lui non ci voleva credere." Ecco, quindi, il comportamento di Pucci. Ecco un Pucci che, onestamente, come ha raccontato tutto ciò che ha visto è un vero testimone; è una persona alla quale, a mio avviso, non possono essere addebitate responsabilità se non quella di aver taciuto per dieci anni. Ma ci ha spiegato perché. Non vedo come si possa pensare a un Pucci che ha avuto un trattamento processuale diverso da altri. È sicuramente un testimone, è sicuramente persona che ha visto quello che ha visto; ed è talmente cosciente che, nel momento in cui gli si chiede qualcosa di diverso, ci tiene a precisare due cose: "Io con quelli non c'entro nulla, hanno fatto tutto loro." "Io, prima e dopo, quel che hanno fatto non lo so." Quindi, non ci sono elementi di sorta per pensare a un coinvolgimento di Pucci in questi fatti che lo debba far vedere in una ottica diversa da quella del semplice teste. Presidente, se crede, cinque minuti di interruzione. Grazie.
Presidente: Allora, dieci minuti di sospensione.
P.M.: Bene.
Presidente: Grazie. 

martedì 19 maggio 2015

Processo contro Mario Vanni +3 - Udienza del 19 febbraio 1998 - Sesta parte

Segue dalla quinta parte

P.M.: Poi dice, e qui cominciamo, perché l'ha detto a voi, a vedere se questi racconti hanno un qualche riscontro, dice una cosa: 'io fu'... il racconto centrale lo sappiamo talmente bene che vediamo poi le sue parole, ma dice un'altra cosa importante, l'appuntamento alle 23.00. E poi dice: "Noi lo avevamo poi raccontato al bar." Questo è una situazione oggettiva che nel corso di questa indagine è stata sempre molto chiara. Cioè, questi due signori, Lotti e Pucci, dopo quella scena, in qualche modo, qualcosa signori, è evidente, al bar l'hanno detta. Non sono andati dai Carabinieri, ma che loro erano passati da quella piazzola lo hanno riferito al bar. Noi abbiamo avuto il riscontro in quel teste titubante che a contestazione lo ammette, Zanieri, l'orefice di San Casciano dice: "Sì, nel bar, nei giorni successivi si seppe" - poi lo vediamo da chi o non da chi, perché - "si seppe che il Lotti la sera, con la sua macchina, era passato di lì." Quindi, Pucci, guardate, la prima cosa che dice: "Sì, dai Carabinieri non si andò ma ci si fermò a quel bar." Di questo fatto, il bar, con la portata che vedremo, c'è un secco riscontro. Però io vi dicevo, vi sottolineavo e volevo che voi ci fermaste molto attentamente la vostra attenzione, è sul fatto che fatto questo racconto: cosa ho visto, chi c'era, io sono tornato alla macchina. Subito dopo attacca con una attenzione, una sicurezza che sembra quasi impossibile in una persona che apparentemente ha un comportamento che può sembrare particolare, è una persona che subito dopo aver fatto questo racconto ci tiene a far vedere che è persona talmente che ha capito come stanno le cose che nella... dopo aver detto chi c'era e cosa facevano e cosa ha fatto lui, dice: 'oh, signori, ma io non c'entro nulla'. Cioè, buona parte della sua testimonianza, la seconda parte, vera o non vera, secondo me verissima, è stata una testimonianza in cui il Pucci, rendendosene conto o meno, sicuramente rendendosene conto, ha chiaramente tenuto a precisare: 'guardate ma io con loro non c'entro nulla', vedremo fra un attimo le sue parole. Cioè, sono due i momenti. Racconta. 'Io non c'entro nulla'. Ci tiene in particolar modo a dire: 'io ho visto, mi sono trovato lì, ero curioso, mi ci ha portato, ci sono andato per forza' - questo non lo sapremo mai - però, guardate, io più di vedere e vedere nei limiti che vi ho raccontato, non ho partecipato a nulla. E questo è una persona che si comporta così. Guardate con quale attenzione si presenta a voi, con quale capacità di spiegarsi e di far capire quale è il modo in cui lui ha capito questi fatti. Ma è chiaro che lui nel fare questo racconto ha subito dimostrato di voler prendere le distanze da Vanni e Pacciani, e subito dopo dice sempre: 'io ho sempre detto la verità'. Ma andando nei particolari di questo suo racconto, emergono ancora riscontri a quello che dice. Vorrei sottolinearveli, perché per la valutazione non solo di Pucci ma anche degli altri, delle altre condotte è importante. Perché a domanda specifica, quando gli si chiede: "Ma guarda che la Ghiribelli dice t'ha visto la sera, dice che il pomeriggio eri stato lì con lui." Dice: "Sì, è vero, io non sono mai stato a fare merenda" - figuriamoci, ha memorizzato anche questo termine - "con loro, con Vanni e Pacciani. Io non ci son mai stato, ci può credere, io andavo solamente con il Lotti a Firenze e basta." E poi dice - elemento di riscontro - : "Quel pomeriggio siamo andato dalla Ghiribelli Gabriella" - ce l'ha confermato la Ghiribelli Gabriella. Dice anche: "Venne anche Vanni, ma non lo voleva, perché non le garbava come faceva lui. E quel giorno del delitto Vanni era andato dalla Gabriella da solo, ma questa l'aveva mandato via." Guardate che queste dichiarazioni sulla credibilità di Pucci non solo emergono dalla Ghiribelli che lo conferma, ma lo vedremo, lo ha ammesso al GIP lo stesso Vanni. E quindi capite che Pucci comincia a essere persona che vi fa un racconto e su elementi marginali, forse non di quella sera, dice le stesse cose che dicono la Ghiribelli Gabriella, guardate proprio quel pomeriggio lì Vanni, da solo, in autobus, ce lo dirà Vanni. Guardate che Pucci, nel farvi un racconto di quello che ha visto nella piazzola, vi dice anche elementi e fatti che trovano un riscontro addirittura in uno degli imputati, certamente su un fatto diverso. E poi continua, con la sua costante attenzione, tenuta in tutta la seconda fase della sua testimonianza: "Io non c'entro nulla con questi fatti." È un Pucci che si rivolge a voi, a noi, con quel colorito, particolare, linguaggio toscano di campagna, così, un po' impreciso, con quelle interiezioni, con quelle affermazioni; ricordate voi le parole. E quando il Presidente gli ha fatto qualche domanda o qualche contestazione - gliel'abbiamo fatta tutti - lui ha sempre, nel confermare ciò che aveva visto, Vanni e Pacciani, gli si è chiesto: 'ma sei sicuro?' e lui: "La ci può credere". La ci può credere. È talmente spontaneo che è impossibile pensare che questo ha inventato tutto, ha memorizzato tutto e sta facendo un racconto. "Io le bugie non le ho mai dette a nessuno, non ho mai fatto male a nessuno” - continua "intendiamoci." È questo suo modo di raccontare che ci dà addirittura certezza, ci dà ancora più la convinzione che dica la verità. Ma poi fa, ancora, un racconto con particolari che secondo me offrono la possibilità di vedere se ci sono riscontri. Ancora, oltre quei due che ho accennato. Sono importantissimi, eh. Io sto, in questo momento, non parlando del fatto dell'omicidio della tenda, sto parlando un attimo dei racconti relativi a fatti marginali sui quali c'è riscontro. Dice... Abbiamo cercato di capire meglio quei suoi termini, quando gli è stato chiesto, dice: "C'era... la visibilità non era male, perché c'era la luna crescente". Ha usato un termine l'albore, l'arbore - che l'ha usato lui, in quel verbale; gli è stato contestato. È difficile che in un verbale si metta "l'arbore" o "l'albore", che è un termine tipicamente di questi personaggi, in un verbale di Polizia. Quindi, quando siamo andati a contestargli: "Lei ha detto 'l'albore", era proprio un termine suo. Ma lui non si è minimamente smosso. Ha chiaramente detto: "La visibilità non era male, perché c'era la luna crescente." Ma guardate, questo particolare della luna crescente è emerso in questo processo attraverso Pucci, perché tutti sapevamo, erroneamente credevamo, che quella notte era buio; c'era novilunio. No, abbiamo appurato che il discorso di Pucci su la luce di quella notte è un discorso che non va sottovalutato. Non è un'invenzione di Pucci. C'è stato quel teste dell'Osservatorio di Arcetri che ci ha spiegato chiaramente come era la posizione della luna all'orizzonte a una certa ora e quale poteva essere la luce quella notte. Allora, guardate: è venuto un Pucci, che dovrebbe essere persona così poco credibile, che non solo vi ha spiegato che ha visto perché c'era un po' di luna, ma vi ha dato un elemento che noi non conoscevamo. È un elemento certo, un riscontro. Parlando poi di singole domande, io il racconto di Pucci su come sono andati i fatti direi che lo possiamo, in questo momento, dare quasi per conosciuto, perché lo sappiamo bene: i punti fondamentali è chi ha agito, cosa hanno fatto. Ma sono i particolari che ci permettono di dire oggi: 'sì, Pucci dice la verità'. E dice: "Io ricordo di aver visto Vanni tagliare la tenda da dietro, dal basso verso l'alto." Gli viene chiesto: "Ma la tenda com'era, a capanna?" È una domanda giusta, per vedere se dice la verità. E lui dice: "No." "E scusi, scusate, era a capanna o era tonda?" "No, tonda no, porca miseria! Ne sono sicuro, tonda no." Cioè, è un elemento che a lui è rimasto ben impresso. E sul taglio della tenda, anche su questo è difficile pensare che il teste abbia potuto inventare, perché è talmente particolareggiato nella sua spiegazione, che ci lascia veramente tranquilli. Perché lui dice, a domanda specifica del Presidente - il quale come sempre è puntuale, cerca di capire meglio, lascia spazio a tutti - la domanda del Presidente è: "Ma com'è questa storia del taglio?" Dice: "Io ho sentito il taglio della tenda e ho pensato che Vanni fosse entrato da quel lato, ma la tenda era posta obliqua; io non l'ho visto più, ho pensato che fosse entrato. Io ho sentito solo il rumore del taglio, addirittura non ho visto nemmeno il coltello, poi non lo so se è entrato, da dove è entrato, cosa ha fatto." Però ha questo doppio ricordo preciso. Non ci dice: è entrato. No: "Io l'ho visto entrare, l'ho visto là dietro. Ho visto che tagliava dall'alto verso il basso." Capite che poteva, se fosse uno che inventava, inventare quello che voleva. No, ha circostanziato quello che ha visto nei minimi dettagli. "Poi, vista questa scena, io mi sono allontanato di corsa. Sono andato alla macchina, giù in basso." E su questo non abbiamo motivo di non credere, perché è una circostanza che non solo ha detto dal primo momento, ma il Lotti - che poi è l'altro personaggio che dovremo esaminare - lo ha specificato meglio. Quindi abbiamo questo Pucci che, vista la scena, si rende talmente conto di cosa è successo che se ne va alla macchina, si impaurisce, si allontana e aspetta. "Io" - dice - "non ho visto più nulla perché scappai." E poi dice: "Ho visto l'uomo che usciva, il ragazzo nel bosco." Anche qui particolarissimo: "Fu un attimo, in quel momento lì, capito, dalla paura mi impaurii, scappai subito." E poi dice i colpi sentiti da Pacciani. Sentite e rileggete il racconto di questo Pucci. Dice: "Ho sentito un paio di colpi, Madonna! Ebbi paura, andai subito alla macchina, mentre Lotti era tornato su a continuare a guardare." Ma gli viene contestato: "Ma come, sparò i colpi e quindi tu cosa facevi? Non ha avuto paura?" Lui subito, vigile, attento, dà la dimostrazione di aver capito tutto e che le cose andarono proprio in quel modo, nelle sue risposte. Dice: "Non sparò mica verso di noi Pacciani, perché se gli sparava in qua l'ammazzava anche noi, l'è logica." Queste son le sue frasi. Però denotano che è uno che quella realtà l'ha vissuta. Addirittura ha memorizzato le sensazioni, la paura che ha avuto, il perché, il dove. E non cade assolutamente in nessuna, non dico contraddizione, ma è talmente attento alle contestazioni, sempre, anche in questo caso, fattegli dal Presidente. 

lunedì 18 maggio 2015

Processo contro Mario Vanni +3 - Udienza del 19 febbraio 1998 - Quinta parte

Segue dalla quarta parte.

P.M.: E quindi, la nostra necessità di fare questa verifica della capacità a testimoniare del Pucci, è sotto questo profilo. Niente di più. E anche su questo il P.M. ha cercato, secondo me, doverosamente prima che correttamente, di fare anche una verifica scientifica. Cioè... ma quello che stiamo cercando di capire, cioè, questo è una persona che racconta la verità? È una cosa che risulta oggettivamente da qualche parte? C'abbiamo il conforto di qualcuno? Certo. Prima, e poi li abbiamo sentiti in questa aula, i professori Lagazzi e Fornari, che sono stati nominati come consulenti tecnici del P.M., hanno fatto quella valutazione che è necessaria, è richiesta dal Codice, dall'articolo 196 del Codice di procedura penale. Cioè, prima di dire, nella valutazione che voi dovrete fare al momento opportuno, se ciò che ha detto Pucci è vero e verificare se è capace, bisogna vedere se è capace al fine che noi ci proponiamo, quello di rendere testimonianza. E i consulenti tecnici... è un dato di fatto ma è emerso, chiaramente, lo abbiamo sentito. Cioè, sulle cose elementari come quelle che doveva descrivere le ha descritte con una chiarezza - lo vedremo fra un po7 - che non ha lasciato assolutamente perplessi. Le perplessità sono altrove, le vedremo. Ma la capacità di esprimersi, di raccontare, di memorizzare è chiarissima. Tant'è che l'esame dei consulenti tecnici non controbattuti da nessuno in questa aula e per questo solo da tenere ben presenti - ferma ovviamente il potere-dovere della Corte di pensarla come crede, perché è il perito dei periti - il Lagazzi e Fornari hanno concluso semplicemente: "La sua personalità difficile da esaminare non influenza la sua attendibilità." Parole chiare, semplicissime, spiegate nella risposta al quesito ancora meglio: "L'esame del Pucci" - ci hanno raccontato i periti - "ci consente di affermare con chiarezza, senza sostanziali riserve che, anche nel caso in cui eventuali, ulteriori indagini realizzate con la collaborazione del soggetto Pucci, ci consentissero di quantificare il suo obiettivo deficit intellettivo, perché questo deficit c'è, è un deficit che non costituisce, e non costituirebbe mai un disturbo psicopatologico tale da rendere inattendibili le sue dichiarazioni". Questo è il responso della scienza. Noi, anzi, voi, siete i periti dei periti e quindi lo prendete come un dato di fatto. Anch'io lo prendo come un dato di fatto. Per me la scienza ci ha detto qualcosa. L'abbiamo visto noi, in questa aula, a lungo, possiamo dire cosa abbiamo visto noi e cosa è emerso. Siamo d'accordo con questi periti, in questa aula è emerso qualcosa che ci consente di stare tranquilli su questa testimonianza. Beh, abbiamo innanzitutto visto il soggetto. Guarda che discorso complesso dobbiamo fare per valutare prima cosa ha detto. Vediamo la persona. Secondo me è un metodo correttissimo. Quando il difensore degli imputati, o qualche difensore vi ha detto: ma questo teste, prima vediamo chi è; ha fatto un lavoro corretto, ha fatto proprio bene a stimolarvi a verificare se Pucci, al di là di quello che ha detto è persona che... chi è, insonnia? Vediamolo prima, poi si crederà o meno. Non è il direttore di banca. In quel caso, forse, non c'era bisogno di consulente tecnico, non c'era bisogno di 196. Ma chi è questo Pucci? Perché per capire se possa veramente essere stato presente quella sera nell'85 a Scopeti, bisogna vedere chi è. Chiediamocelo. Abbiamo elementi? Certo, io vorrei che li vedessimo insieme prima di dire cosa ha detto. È una persona ce l'ha detta lui stesso e ce l'hanno detta i parenti. Abbiamo sentito i parenti, con dovizia abbiamo fatto tutte le domande ai parenti. Guardate, perché ci sono voluti otto mesi? Perché non ci siamo assolutamente... non vi siete mai rifiutati di approfondire. È una persona che tutti ci hanno detto concordemente, conduce una vita molto semplice. È - questo l'hanno detto sempre tutti, l'ha detto lui stesso - un amico del Lotti. Anche questo. Andavano... "Andavamo insieme dalle prostitute". Tutti ce l'hanno detto, dai parenti a loro stessi. È un omino... un omino, scusatemi il termine, che si muove con un motofurgone, da solo non va oltre San Casciano, torna raramente a casa tardi, avverte, la sorella lo controlla. Ma i parenti ci hanno tutti dato un elemento che a noi è importante acquisire oggi, per valutarlo: è un ragazzo che non è capace di inventare. Proprio non gli riesce materialmente. "Noi fratelli, da quando è morta la mamma, lo abbiamo sempre protetto." Ecco questo ragazzo-omino, facciamo una via di mezzo, come lo vogliamo descrivere, non ha importanza, si è presentato a voi come una persona sicuramente spaesata ma cosciente, uno che forse è stato troppo protetto e che quindi, quando aveva qualche ora libera, qualche pomeriggio libero, faceva quel che gli pareva, andava con il Lotti, i parenti non sapevano, non volevano, non hanno saputo, non ha importanza era l'uomo... che comunque era un uomo doveva andarsene per i fatti suoi. Nessuno, la sorella poteva controllare... quella sorella che qui ci è venuta a dire: "Ma cosa facesse la domenica io non lo so." Il fratello andava a prostitute e lo sapeva. È un uomo. Questo è il Pucci, eh. Io... è bene che tutti lo abbiamo presente. È chiaro che una persona di questo tipo, di queste dimensioni, di queste capacità, che si presenta un giorno alla Polizia Giudiziaria, che si mette lì e gli contesta che era lì quella notte, su quel 128 nei pressi, quando gli si fa le domande non è capace di inventare, o decide di stare zitto o, se racconta, dice la verità, è ovvio. È chiaro che sia pure un soggetto così, siamo stati indotti a crederlo subito, perché era un racconto talmente particolareggiato di quella notte a Scopeti, che era difficile non crederlo, fermo restando il dovere di verifica di quello che diceva. E allora vediamo questo racconto, perché è un racconto che... è un racconto sempre chiaro. L'ha fatto davanti a voi con una chiarezza, questo racconto, io mi ci soffermo a lungo, lo dico subito, e ha detto subito a cosa aveva assistito. E poi, siccome quello a cui aveva assistito è una cosa molto importante, molto grave, molto, sappiamo, sconvolgente, gli si è chiesto subito: "Come mai hai taciuto, come è possibile che tu abbia taciuto per tanti anni?" E lui ha detto subito: "Io avevo paura, mi avevano detto di non parlare, io volevo andare dai Carabinieri, io l'ho detto subito al Lotti, quello che abbiamo visto è una cosa importante, diciamolo." Ecco, un personaggio che vi fa un racconto e vi fa subito capire, attraverso un elemento che da lui stesso, che è una persona che ha capito, altro che incosciente. Tant'è che sta zitto. Lui tace per dieci anni perché ha capito a cosa ha assistito. Se fosse stato uno così, completamente incapace, l'avrebbe raccontato subito, la sera stessa ai Carabinieri, si sarebbe mosso. No, aveva paura, ha assistito a qualche cosa di importante. Ecco un elemento sul quale noi dobbiamo cominciare a valutare perché se vogliamo o dobbiamo credergli, abbiamo un elemento che è: è uno che per dieci anni è stato zitto volutamente perché ha ricevuto una minaccia. Guardate quante cose ha capito. Si è comportato in un certo modo perché ha capito. Cioè è una persona che capisce le cose, perché questo racconto lo poteva fare dieci anni prima. E poi ha capito talmente bene che alla Polizia Giudiziaria dirà dopo - e non ricordo se è stata fatta la domanda, però il verbale è stato prodotto perché sono state fatte le contestazioni e lui stesso ha detto: "Dopo che ho raccontato mi sono liberato di un peso. A me questi dieci anni, questo fatto che non riuscivo a dirlo e non lo dicevo mi hanno pesato. Hanno compromesso la mia amicizia con il Lotti." E lo racconteranno i parenti di come questo ragazzo non lo voleva dire e poi raccontandolo, con tutti i particolari, per cui i parenti stessi che lo conoscono meglio di noi lo hanno creduto, hanno capito che questo ragazzo aveva bisogno di liberarsi di qualche cosa. Questo è il personaggio, come si è comportato. Allora vediamo se questa persona, questo soggetto in dibattimento, ha tenuto un comportamento valutabile in modo diverso. O se il suo atteggiamento in dibattimento è perfettamente compatibile con questa persona, sempre al di fuori e al di là del racconto, che sappiamo tutti è un racconto importante. È un teste... dicevo, attenzione, ci sono i testi che ritrattano, i testi che non vengono; no, che questo racconto ha fatto alla Polizia Giudiziaria due o tre volte, l'ha fatto al P.M.; è venuto in dibattimento, e nei modi che Pucci Fernando è capace di raccontare e con quelle sue caratteristiche personali l'ha rifatto davanti a voi questo racconto. Quindi, ha raccontato queste circostanze e avete voi avuto la possibilità di valutarlo, di capirlo, non c'è in questo processo un verbale o più verbali del teste Pucci Fernando, teste oculare, messi lì alla Corte senza alcuna possibilità di critica perché nel frattempo il Pucci, magari, incapace di testimoniare, abbiamo introdotto questi verbali alla Corte, che sono importanti come elemento di prova, li abbiamo introdotti e avete i verbali. No, voi avete visto in faccia Pucci, tutti gli abbiamo fatto le domande, quindi, la valutazione è una valutazione che oggi possiamo fare perché è un teste che è venuto. Il P.M. non vi ha fornito dei verbali preconfezionati. Assolutamente. C'è stata la possibilità da parte di tutti di esaminarlo. E allora, durante questo esame, abbiamo potuto verificare tutti bene cosa... come sono andate le-cose. E io vorrei sottolineare, al di là dell'oggetto della sua testimonianza, che tutti conosciamo bene, perché cosa ha detto è quasi superfluo ricordarlo a una Corte che ha assistito a questo lungo dibattimento. Ma vorrei sottolineare un aspetto, perché ci consente oggi di valutarlo bene Pucci. Secondo me, se voi leggete, se tutti noi leggiamo con onestà, con obiettività, con il dovere che abbiamo di essere tersi, quella testimonianza, vediamo chiaramente a una prima lettura attenta che si divide in due parti secche, sono due atteggiamenti diversi quelli di Pucci, che probabilmente la dicono lunga, spiegano bene il perché. Eh, perché Pucci chiaramente dice subito, quando gli si contesta che era stata vista quella macchina... la macchina del Lotti: "Sì, è vero, noi ci eravamo. Ero lì col Lotti." E lui subito su questo, l'ha fatto durante le indagini, ma la prima domanda che gli è stata fatta al dibattimento, non ha avuto nessun problema a ammettere che lui lì quella sera, insieme al Lotti c'era. Capito? Insomma è... intanto, se lui c'era, allora dicono la verità la Ghiribelli, dicono la verità il Galli, quegli elementi che sappiamo sono seri, e Pucci dice: "Sì, c'ero." - ora si tratta di vedere che cosa ha fatto - "Quella sera noi eravamo lì..." - e comincia con la storia del bisogno - "Eravamo lì per fare un bisogno. Col Lotti ci siamo fermati." Però dice un elemento importante che emerge molto chiaro nel dibattimento: "Avevamo un appuntamento alle 23.00." Perché su questo, che la macchina di Pacciani e Vanni fosse arrivata prima o arrivata dopo, su questo ci arriviamo, la cosa sicura è che Pucci è tranquillo: 'avevamo un appuntamento’. E poi vi racconta, ci ha raccontato diffusamente tutta quella parte che erano stati... si erano avvicinati, erano stati minacciati da due, e che poi, da due persone. Il racconto che fa Pucci è di questo tipo. Poi erano tornati, siccome minacciati si erano allontanati, poi erano tornati sul posto, e poi volevano andare dai Carabinieri perché avevano assistito a delle cose tremende, il Lotti lo aveva sconsigliato, e dice... il punto fondamentale lo ha ripetuto qui, quello che ci mette un attimo in dovere di vedere se si crede o no. Ma il punto su cui Pucci non ha mai, non dico tentennato, ma avuto nessun tipo di dubbio è chi ha visto. "Abbiamo visto Vanni che aveva un coltello, con cui aveva tagliato la tenda, dal retro io avevo sentito il rumore. E poi c'era Pacciani che aveva la pistola in mano." Poi aveva visto uscire un ragazzo verso il bosco, dopo questa scena lui si era allontanato e Lotti era rimasto lì. 
 
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