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lunedì 19 luglio 2010

Lorenzo Nesi - Intervista su La Nazione -

Il 30 dicembre 2004 il quotidiano La Nazione pubblicò l'intervista che segue a Lorenzo Nesi.
Lorenzo Nesi: Ora basta, quando vengo attaccato nella mia rettitudine ho il dovere di rispondere. Si parla di cose che mi fanno soffrire e che da 15 anni porto avanti nel segno della verità e dell'onestà. Non accetto di essere trattato così, denunciato da quell'avvocato...
Nino Filastò, il difensore diVanni.
Sì, lui. Può raccontare quello che vuole, ma non la verità. Quella la so io . E Mario.
E quale sarebbe, Nesi?
Ora gliela dico. Mi permette una rapida cronistoria?
Prego.
Pietro Pacciani non era un mio amico, lo conobbi perché era stato portato da delle monache, gli davo dei pezzi di maglieria della mia azienda. Diceva di essere un agnellino, ricorda?
Certo, a quei tempi sembrava che lo fossero tutti.
E invece io sapevo che lui aveva una pistola e così quando lessi che era indagato per i delitti, mi sentii in dovere di andare in procura.
Al processo di primo grado a Pacciani, lei disse di averlo visto in auto con un altro uomo la sera del duplice delitto agli Scopeti.
Ero sicuro di quello. Così partirono altre indagini.
Quelle sui compagni di merende...
Nessuno confessava, nè Vanni nè Lotti. Poi ci furono le intercettazioni...
Quali intercettazioni?
In un bar di San casciano: Pacciani, Vanni, Lotti e una donna, credo la Ghiribelli, parlavano dei delitti del mostro. Il processo d'appello fu una buffonata: assoluzione in tre giorni e quelle intercettazioni non vennero accettate. Poi la Cassazione annullò tutto all'ultimo momento, quando sembrava ormai che Pacciani dovesse essere assolto anche lì.
Pacciani, poi, morì.
Già l'agnellino...E Vanni? In tanti avevano detto che non c'entrava niente, ma io avevo parlato con lui già prima del primo processo e mi sembrava chiaro che sapesse molto. Ma tutti a dire 'ma no, ha solo paura...' E invece è vent'anni che sapeva e sa.
 A parlare con Vanni in carcere, chi...
No. Non mi ha mandato nessuno. Mi ha contattato un assistente sociale del carcere di Pisa perché è stato lui, Vanni, a voler parlare con me. E con me ha iniziato ad aprirsi. E se non c'era quella mano oscura...
Quale mano oscura?Io non lo so. Ma stia a sentire bene quel che le dico ora. L'ultima volta che ho incontrato Vanni in carcere mi disse queste testuali parole: 'Lorenzino, andiamo in procura, io dico tutto'.
Vanni? Ma era lucido?

Lucidissimo. Doveva esserci un incontro con gli investigatori: con me presente, lui avrebbe raccontato tutto.
E poi?
Da allora,  agosto 2003, i colloqui con Vanni si sono interrotti. Non sono più riuscito a incontrarlo. Si sarebbe potuti arrivare in fondo, alla verità ma tutto è stato bloccato.
Da chi?
 Non lo so. Una mano oscura ha fermato la procura, gli investigatori, me, Vanni. Tutti. Forse aspettano che Mario muoia, così la verità morirà con lui.
Quindi, Vanni sa.
 Nei primi incontri in carcere era reticente, poi si è sciolto. Io lo conosco, è un amico anche se lo denunciai. Lui sa. E per la prima volta ne ha parlato con Lorenzo Nesi.
Vanni ha anche detto di un nero, di Ulisse. Un altro presunto mostro.
Mai visto. Ma che i mostri fossero più d'uno io l'avevo detto prima dell' assise: mi fu detto che era uno solo.
Nesi, conosce Francesco Narducci?

Quel che so è contenuto nei verbali di polizia. Preferisco non dire altro.
Lei pensa che arriveremo mai a una fine?

Non lo so. Ma tutti gli investigatori lavorano molto bene e con grande sacrificio.
E quella mano oscura che avrebbe fermato Vanni?

Non lo so, gliel'ho detto. Io però mi ribello, per questo ho deciso di parlare con lei. E non è facile, mi creda. E' un rischio anche per me. Posso dire un'ultima cosa?
Dica.
Scriva che Lorenzo Nesi ha deciso di parlare in memoria di Renzo Rontini di cui ero amico e del quale ho visto la disperazione.
Rif.1 - La Nazione - 30 dicembre 2004 p.18

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