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mercoledì 6 maggio 2009

Stefano Mele - Seconda parte

Segue dalla prima parte.
Nel luglio del 1982 gli inquirenti si recarono a Ronco all’Adige, Mele continuò ad accusare Francesco Vinci del duplice omicidio di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco e disse di non essere neppure stato sul luogo dell’omicidio. “Inizialmente feci il nome di Salvatore Vinci per non chiamare in causa Francesco. Poi pressato dagli interrogatori, parlai di Francesco Vinci per cui questo fu arrestato e mentre ero alle Murate mi minacciò dicendomi che se avessi ritrattato tutto avrebbe ucciso me e la mia famiglia. Fu così che feci il nome di Carmelo Cutrona. (...) Dopo aver passato in caserma tutta la giornata tornai a casa con il bambino che quella sera, prima di addormentarsi, mi disse che ad uccidere sua madre e a portarlo in braccio era stato Francesco Vinci che lo aveva minacciato di morte se avesse parlato.” Il 17 agosto 1982, fu condotto presso la caserma dei carabinieri di Borgo Ognissanti a Firenze dove ebbe luogo un confronto con Francesco Vinci, questi rivolgendosi ai magistrati Della Monica e Vigna disse: “Quest’uomo non può essere creduto, qualunque cosa dica. I vostri colleghi lo hanno già condannato per calunnia. Hanno stabilito loro che è un bugiardo. Potreste credergli solo se aggiungesse elementi nuovi rispetto al processo del 1970.” Stefano Mele, ricostruì il delitto del 1968 disse che ad uccidere la “sua signora” era stato Francesco Vinci che aveva sparato dal finistro posteriore sinistro e poi introducendo il braccio dentro l’abitacolo aveva sparato altri due colpi. Proseguì Mele: “Vinci mi minacciò. Mi disse che se avessi parlato avrebbe compiuto terribili rappresaglie contro la mia famiglia, in particolare contro il mio Natalino. Tu sei già condannato, mi disse, perché sei il marito. E’ inutile che tiri in mezzo anche me.” Il 16 gennaio 1984, secondo "Dolci Colline di sangue", il 17 secondo "La leggenda del Vampa, il giudice istruttore Mario Rotella, si recò a Ronco all'Adige per interrogare Stefano Mele. Durante una perquisizione fu trovato, nel portafoglio di Stefano Mele, un biglietto con frasi in stampatello e in corsivo che recava scritto : "RIFERIMENTO DI NATALE riguaRDOLO ZIO PIETO. Che avesti FATO il nome doppo SCONTATA LA PENA. COME RisulTA DA ESAME Ballistico dei colpi sparati." Su di un lato del foglietto c'era lo schizzo di una maglia e dei numeri, sull'altro il numero di telefono del parroco che gestisce la casa dove era ospitato Stefano Mele. In calce al biglietto il nome di una tipografia di Mantova. Una sorta di promemoria per Stefano Mele, volto a indurlo a riportare sempre la medesima versione dei fatti. Il 24 gennaio 1984, Stefano Mele fu portato nella caserma dei carabinieri di Borgo Ognissanti a Firenze. Gli fu mostrato il biglietto ritrovato : “Prendo visione del biglietto, l’ha scritto mio fratello circa un anno fa e me lo ha dato a Ronco all’Adige. (…) "No, Francesco Vinci non era con me la notte del 21 agosto 1968. L'ho accusato per vendicarmi di essere stato l'amante di mia moglie. Quella notte con me erano tutti e due, mio fratello Giovanni e Piero. Andammo sul luogo dell’omicidio con la macchina di Giovanni, io poi sono andato in galera, quindi sono andato a Verona e non so cosa abbiano fatto loro dell’arma. (...)La decisione di uccidere era stata presa una settimana prima, a Ferragosto. Avevo incontrato mio fratello, che lavorava a Mantova e tornava solo nel fine settimana, a casa di nostra sorella Antonietta. «non ce la faccio più a sopportare i suoi tradimenti» gli ho detto. E lui ha deciso che l’avremmo uccisa mentre era con un amante. (...)Li ho trovati all’ora prefissata vicino a casa di mio fratello e siamo andati con la sua macchina.(…)La verità è che ho sparato io. Non voglio aggravare la posizione di mio fratello, almeno lo posso agevolare in qualche modo.(…)E’ vero che il bambino vide Mucciarini sul posto del delitto. Se ha detto così vuol dire che è vero. Mio fratello invece non lo ha visto. Dopo il delitto gli altri due se ne tornarono con la macchina, io invece accompagnai il bambino, per dirgli appunto di ricordarsi di dire che io ero malato a casa e di non fare il nome di Mucciarini.(…)A me la paraffina risultò positiva dunque ho sparato io. La signoria vostra mi fa osservare che ai fini della responsabilità è indifferente chi abbia sparato. E’ vero però a distanza di tanti anni non potreste trovare tracce sulle mani degli altri due. Tuttavia è stato Mucciarini.(…) La verità è che è stato mio fratello a sparare. Poi mi fu messa in mano la pistola. Qualche colpo l’ho sparato anch’io ma non ricordo quanti colpi ho sparato, se prima o dopo. Sono passati 15 anni, gli restituii subito l’arma.(...)Però è vero che a Salvatore Vinci della pistola di Francesco glielo avevo detto io. Anche Salvatore era un poco di buono. In Sardegna la moglie gli morì con il gas, ma anche lì fu salvato il bambino. Non, non voglio dire niente contro Salvatore. Non c’è nessuna allusione. Salvatore Vinci aveva la macchina a quattro ruote.
Nel maggio del 1985, il giudice Rotella, rese esecutivo un mandato di cattura contro Mele relativo alla condanna per calunnia nei confronti di Francesco Vinci e lo fece incarcerare a Sollicciano, vicino Scandicci. Il 12 giugno 1985 Stefano Mele cambiò nuovamente le carte in tavola e fornì ai carabinieri una nuova versione. Si legge nel verbale: “A mettersi d’accordo per uccidere sua moglie con l’amante, fosse Antonio Lo Bianco o un altro, sono Salvatore Vinci, Giovanni Mele e Piero Mucciarini. Egli sostiene di aver dato 400.000 lire (a Vinci) per comprare la pistola, di non sapere se ce l’avesse da prima o se l’abbia comprata; che suo fratello (Giovanni) non è a conoscenza che lui ha dato quattrini a Salvatore per comprare la pistola e che l’idea dell’arma, come anche quella di uccidere è venuta a Salvatore. Dice che loro tre si sono messi d’accordo e che per far venire suo fratello è andato a Casellina dove abitava con Piero. Aggiunge che la scelta è caduta sul 21 per ragioni di ferie e di precostituzione dell’alibi. E’ quello il giorno che torna utile, anche perché sua moglie esce tutti i giorni a fare l’amore ed è dunque importante che il giorno vada bene a loro.”(…)”I compiti distribuiti da Salvatore prevedono per lui, Mele, di prendere la pistola all’ultimo momento, perché gli restino in mano i residui della polvere da sparo, rilevabili con il guanto di paraffina, e così loro se ne sarebbero lavati le mani. La decisione su chi dovesse sparare per primo è stata rinviata sul posto.”(…)” La sera del 21 agosto visti uscire la moglie, il figlio e Lo Bianco è uscito anche lui trovando due autovetture ad attendere: quella del cognato Marcello Chiaramonti, e l’altra, di Salvatore, non sa dire su quale sia salito. Al delitto hanno partecipato Salvatore Vinci, Giovanni Mele, Piero Mucciarini e Marcello Chiaramonti.”(…)”Intuito che i due Locci/Lo Bianco e Natalino) sono al cinema, uno del gruppo entra per accertarsene. Poi, dopo aver atteso all’uscita, li seguono fino al luogo del delitto. Parcheggiano le auto poco distante, all’altezza di un cimitero, scendono in cinque e ognuno esegue il compito assegnatogli. Uno rimane al ponte, avanti vanno Salvatore, poi Giovanni poi lui, Stefano. Mele precisa che a sparare per primo è Salvatore, poi Giovanni, quindi lui, ma in aria per non colpire il bambino. Mentre lui mette a posto le gambe di Lo Bianco, si avvicina anche Piero. Natalino si sveglia, riconosce lo zio Piero e il padre. Stefano Mele prende quindi il figlio e lo accompagna dai De Felice. Salvatore ha partecipato al delitto perché era più marito lui di me.” Riguardo la pistola: “ Ricorda che è stata presa da Salvatore da una borsa, ma non è più in grado di indicare a chi sia rimasta, se lui l’abbia messa in terra o l’abbia resa a qualcuno.” Il 19 giugno 1985 venne effettuato un nuovo sopralluogo a Signa, venne ricreata la scena del delitto del 21 agosto, una auto fu posta dove fu trovata parcheggiata la Giulietta di Antonio Lo Bianco. Erano presenti il giudice Mario Rotella, il sostituto procuratore Adolfo Izzo ed il colonnello Nunziato Torrisi. Stefano Mele mimò la scena del duplice omicidio. Poi percorse la strada per giungere presso la casa dei De Felice, e incerto non riconobbe l’abitazione dove disse d’aver lasciato Natalino. Il 18 settembre 1985 fornì una nuova versione relativamene al percorso affrontato dal figlio: “Natalino lo ha accompagnato Salvatore un po’ con la macchina un po’ a piedi”. Fu scarcerato e gli furoni concessi gli arresti domiciliari, Tornò quindi a Ronco all’Adige dove morì il 16 febbraio 1995 a seguito di una crisi circolatoria e respiratoria dopo un intervento chirurgico ad un'ernia.
Rif.1 - Il mostro di Firenze - Il thriller infinito pag.19
Rif.2 - La leggenda del Vampa pag.102
Rif.3 - Storia delle merende infami pag.83
Vedi anche:
-Natalino e Stefano Mele - Intervista su Panorama Mese - Gennaio 1986
-Stefano Mele - Intervista su La Città - 13 novembre 1982

 

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