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venerdì 2 marzo 2012

Extras 1 - 29 luglio 1984 - La Boschetta di Vicchio - Sesta parte

Segue dalla quinta parte.

TESTIMONIANZE DEI CONIUGI MARTELLI – CAINI E DI MARIA GRAZIA FRIGO
 Come accennato nel precedente paragrafo, si registrano due diverse testimonianze che riferiscono di aver avvistato le due auto in fuga che, stando a quanto dice Lotti, decisero di fuggire attraverso una strada sterrata a monte della Boschetta a causa del passaggio a livello (lungo la Via S.P. ‘Sagginalese’ in direzione Dicomano, a circa 600 mt dalla piazzola). Tali testimonianze, rispettivamente dei coniugi Martelli - Caini e della signora Maria Grazia Frigo, vengono rispolverate a circa 10 anni di distanza dai fatti: tuttavia la testimonianza dei coniugi Martelli - Caini fu resa nell’immediato (almeno a detta loro) ma non verbalizzata (poi il 21 luglio 1994, mentre aveva luogo il processo contro Pietro Pacciani, Andrea Caini si era nuovamente recato in Questura, dove aveva rilasciato la propria testimonianza), mentre quella della signora Maria Grazia Frigo fu verbalizzata per la prima volta il 4 Dicembre 1992 dalla Squadra Anti Mostro (SAM). Prima di trattarle credo sia tuttavia doverosa una breve premessa, con la quale intendo elencare alcuni dati più o meno oggettivi che fanno da contorno a questa vicenda. Nel 1984 l’unica linea ferroviaria che collegava Borgo San Lorenzo a Firenze passava da Pontassieve, transitando quindi a circa 50 metri dalla Boschetta in direzione Dicomano. Oggi sono invece due le tratte ferroviarie che raccordano Borgo San Lorenzo con Firenze: oltre a quella anzidetta ve n’è un’altra che transita a nord-ovest di Firenze. Tale linea, ripristinata nel 2000, era stata minata dai tedeschi in ritirata nel 1944 ed è rimasta in disarmo per più di 50 anni. In conclusione la tratta ferroviaria che passa nei pressi della Boschetta (linea Borgo San Lorenzo – Vicchio – Dicomano – Pontassieve – Firenze) è stata l’unica a collegare il Mugello con Firenze dal dopoguerra sino al nuovo millennio. Si tratta di una linea di bassa percorrenza (oggi 20 convogli al giorno nei giorni festivi), con un unico binario e treni che si scambiano solo alle stazioni: non è elettrificata e viene utilizzata dalle 5:00 alle 21:30 circa, ad eccezione dei giorni festivi estivi, quando vi transitano anche treni passeggeri da e per la riviera romagnola. Durante i festivi estivi infatti c’era e c’è un treno speciale che parte dal mare e porta sino a Firenze, che adesso ferma a Vicchio poco prima delle 22:00 e che – a memoria mia ed anche a memoria di altri con cui ho parlato – ha sempre più o meno seguito quell’orario o appena più tardi, anche negli anni ’80, transitando da Vicchio intorno alle 22:30. Tale circostanza renderebbe vana la motivazione di aggirare i passaggi a livello chiusi alle ore 23:00, come raccontato da Lotti, visto che avrebbero dovuto esser chiusi mezz’ora prima. Si registra tuttavia una testimonianza dell’Ing. Rondellini delle Ferrovie dello Stato che conferma che le sbarre potessero essere abbassate a quell’ora, assecondando le parole di Lotti e contraddicendo la mia memoria. D’altro canto, per esperienza diretta, posso dire che quella linea viene spesso utilizzata anche dopo il passaggio dell’ultimo treno passeggeri, per lo più da convogli con macchinari per la manutenzione della linea o da vagoni che fanno praticantato di guida. Non è perciò da escludere che i passaggi a livello potessero essere chiusi, anche se l’ultimo treno passeggeri era transitato un’ora prima. E’ anche vero che nel caso di convogli con macchinari o che facessero praticantato non era possibile prevedere l’ora di chiusura (altrettanto se l’ultimo treno passeggeri fosse stato in ritardo) e pertanto Pacciani non avrebbe potuto sapere se in quel momento avrebbe trovato il passaggio a livello chiuso. Un’altra precisazione è relativa alla strada bianca che Lotti racconta di aver seguito, che quando ho effettuato il sopralluogo (Luglio 2011) non era più completamente percorribile perché dopo 1,5 km dalla S.P. ‘Sagginalese’ diventava impraticabile: questo non esclude la praticabilità nel 1984, ma serve per precisare che, nella ricognizione del percorso, non sono riuscito a ricalcarlo esattamente, pur avendo transitato sulle due porzioni fin dove era possibile e percorso il tratto di raccordo a piedi. Il motivo per cui Lotti racconta di aver percorso la strada bianca (passaggio a livello chiuso) rimane di per sé flebile, almeno a mio giudizio, per una serie di motivi. •Il primo è che non vedo nessun problema ad attendere in auto che si alzino le sbarre, anziché percorrere una sconnessa strada bianca che comporta un aggravio di tempo di almeno 10 minuti, senza considerare la maggior possibilità di dare nell’occhio su una strada secondaria rispetto a transitare lungo la S.P. ‘Sagginalese’. •Il secondo è la ragione per cui non abbiano deciso, anziché andarsene passando da Dicomano, di tornare a casa percorrendo l’autostrada, visto che il tempo era lo stesso. Ma forse, sempre rifacendosi alle parole di Lotti, dovevano nascondere l’arma nel rudere di Podere Schignano, che si trova lungo la S.P. ‘Sagginalese’ in direzione di Dicomano. •Il terzo è la ragione per cui, una volta saliti a San Martino a Scopeto, non siano ridiscesi verso la S.P. ‘Sagginalese’ prendendo la prima strada utile, cioè quella che s’immette nella provinciale nei pressi di Bovino (dove aveva lavorato Pacciani come contadino) e che passa vicino a Podere Schignano, per l’appunto, dove Lotti sostiene fosse stata nascosta la pistola subito dopo il delitto. Invece, se la mia ricostruzione del luogo di avvistamento dei coniugi Caini è giusta, si sono fatti ancora qualche chilometro di sterrato prima di rientrare sulla provinciale. Questo a dire il vero non esclude che da San Martino a Scopeto siano discesi a Podere Schignano per poi risalire di nuovo a San Martino, proseguendo quindi verso Dicomano dove sono stati avvistati dai coniugi Martelli – Caini, ma questa ipotesi, per quanto non impossibile, permane a mio parere improbabile, tanto da non prenderla in considerazione nelle mie argomentazioni, in cui ho ipotizzato che abbiano raggiunto Podere Schignano dopo esser ridiscesi sulla S.P. ‘Sagginalese’. Fatte queste debite premesse, riporto di seguito qualche considerazione sulle testimonianze di Frigo, Caini e Lotti relative ai momenti immediatamente successivi all’aggressione. Come dicevo ho avuto occasione di percorrere la strada che – secondo la ricostruzione processuale – avrebbero seguito le auto di Pacciani e Lotti stando alle testimonianze dei coniugi Frigo- Bertaccini e dei coniugi Martelli-Caini, nonché dalle parole di Lotti stesso al dibattimento. Purtroppo, come già anticipato, il percorso non è più completamente transitabile nella parte a monte della Boschetta, per cui ho dovuto “frazionarlo” in base all’accessibilità. Va anche precisato che, stando alle dichiarazioni di Lotti, al termine del tragitto che ha permesso di ‘scavalcare’ il passaggio a livello, le auto hanno preso di nuovo la direzione di Vicchio per recarsi a Podere Schignano, dove hanno nascosto la pistola. O meglio, Lotti dapprima dice “Si quella casa, si, lassù, s'andò a piedi, io credevo che gli avessero messo una pistola dentro però non so se l'hanno messa o no, io non ho visto bene, io ero fuori e loro erano dentro, sicché se l'hanno messo o no...”, e alla domanda “Ma lei vide il muro?” risponde “Si vidi che andarono lì, però non ho visto, distante, lì, io ero vicino, fuori, se l'abbian messo dentro la pistola, questo non lo so”, e di fronte all’ulteriore interrogativo “Che facevano a questo muro?”riferisce “facevano una specie di buca, però se ci abbiam messo la pistola non...”. Durante il sopralluogo del processo, invece, si dirigerà subito verso la fessura dove sarebbe stata nascosta l’arma, dichiarando che la notte dell'omicidio erano entrati dalla prima porta che si trova nella casa e che Pacciani aveva riposto la pistola nella nicchia, avvolta in un giornale, ricoprendola poi con terra, pietre, ed erba secca. La situazione è (ed era) quella rappresentata dalla prossima fotografia, con indicazione del luogo dell’aggressione e del passaggio a livello lungo la strada provinciale ‘Sagginalese’ in direzione Dicomano. E’ quello il passaggio a livello che, essendo chiuso, ha obbligato i cosiddetti Compagni di Merende a imboccare la strada sterrata lungo la quale sono stati visti dai coniugi Frigo-Bertaccini e dai coniugi Martelli-Caini. Durante il dibattimento si sostiene che intorno alle 23:00, lasciando la Boschetta, Pacciani, che era originario del luogo, sapeva che avrebbero trovato il passaggio a livello con le sbarre abbassate, decidendo quindi di aggirarlo percorrendo il “cavalcavia naturale” a monte della strada provinciale S.P. ‘Sagginalese’. Il “cavalcavia naturale” più rapido, per come si presenta adesso, dovrebbe essere questo: la parte azzurra tratteggiata è quella non più percorribile in auto, ma probabilmente nel 1984 era transitabile: La signora Frigo, nel verbale reso alla S.A.M. (Squadra Anti Mostro) il 4 Gennaio 1992, sostiene che la notte del 29 Luglio intorno alle 23:55 (quindi gli orari non collimerebbero con quelli della chiusura del passaggio a livello dichiarati da Lotti, che sosteneva fossero le 23:00), mentre era a bordo della propria auto in compagnia del marito che stava guidando, aveva incrociato un’auto di colore scuro che avanzava con i soli fanalini di posizione accesi. Il tutto era avvenuto a circa 1 km dall’innesto con la strada provinciale ‘Sagginalese’ nei pressi della Boschetta, come indicato in una delle foto seguenti. La signora sostiene anche di aver sentito degli spari fra le 22:30 e le 23:00 (a differenza degli altri testimoni che li hanno uditi alle 21:45) e che alla guida dell’auto ci fosse una sola persona riconosce con certezza in Pietro Pacciani (otto anni dopo, visto che nel 1984 ancora non era implicato) e che descrive così “aveva un'età intorno ai 50 anni con capelli brizzolati, tagliati a spazzola e indossava una camicia a quadri con maniche rimboccate aperta sul collo. Il suo sguardo era deciso e determinato”. Quanto invece all’auto la descrive così: “in merito all'autovettura posso affermare che questa era di media cilindrata, certamente non di marca italiana. Circa il colore non voglio esprimermi con assoluta certezza anche se ritengo che propendesse per lo scuro. Non era dotata di poggiatesta”. Nel successivo confronto del 26 Marzo 1996 con Michele Giuttari, capo della Squadra Mobile, conferma che l’auto “procedeva a velocità sostenuta e con i soli fanalini di posizione accesi”, e che fece una manovra repentina per evitare di scontrarsi con la loro, manovra che gli permise di vedere in faccia il guidatore, che anche in questo caso riconosce con certezza in Pietro Pacciani, e che descrive così “Era di corporatura robusta, viso pieno, volto deciso nell’aspetto, non sudato, ricordo molto bene la camicia che indossava. Era scozzese a sfumature e il colore poteva essere con una prevalenza di azzurro. Aveva i capelli ben pettinati, tagliati a spazzola, come fatti in giornata”. Descrive di nuovo anche l’auto, cambiando completamente opinione sul colore “La macchina era di colore bianco ed ebbi modo di vederla bene quando ci tagliò la strada e venne illuminata dai fari della nostra auto. Era di media cilindrata, una utilitaria abbastanza decente”. Tale auto era seguita a distanza di 200-300 metri da un’altra di colore rosso e dalla coda tronca, che procedeva con andatura regolare ed era guidata da una sola persona più grassottella. Quanto agli spari, la signora Frigo parla in un caso delle ore 22:30 – 23:00, in un altro di un generico ‘crepuscolo’, che come già visto in quei giorni ricorre intorno alle 21:15-21:30. In altra occasione la signora Frigo sostiene di aver visto nei giorni precedenti al 29 Luglio un’auto con alla guida una persona che anni dopo riconosce in Pacciani, aggirarsi dalle parti della Boschetta. Colpisce inoltre il particolare dell’auto che avanza a forte velocità con le sole luci di posizione accese (confermato anche dai coniugi Martelli – Caini, come vedremo, seppur relativamente alla seconda auto) perché è una scelta – quella delle luci – che non trova giustificazione se non che fossero bruciati i fari anabbaglianti e gli abbaglianti, circostanza piuttosto rara a verificarsi. Perché le sole luci di posizione accese non solo non evitano il riconoscimento di chi è alla guida, ma non permettono nemmeno di condurre l’auto dove si vuole, perché non si vede un bel nulla (ho provato). I coniugi Andrea Caini – Tiziana Martelli intorno alle 23:30-23:45 (poco prima della testimonianza della signora Frigo, mentre in teoria avrebbe dovuto essere un pochino dopo perché le auto avevano da percorrere il tratto di strada fra i due avvistamenti) sono invece fermi a una fonte, intenti nell’abbeverarsi. Raccontano di aver partecipato a una festa in onore dei genitori della signora Martelli in Loc. Santa Margherita (dovrebbe trattarsi del piccolo agglomerato di case subito sopra la fonte, ma non ho trovato riscontri certi) e sulla strada di ritorno verso Fiesole (dove abitavano) si fermano alla fonte lungo la strada che collega la S.P. ‘Sagginalese’ con San Martino a Scopeto perché l’acqua è particolarmente buona. Ho indicato l’ipotetico luogo della fonte nella prossima immagine: oggi (luglio 2011) la strada che sale verso Santa Margherita (sempre che l’agglomerato si chiami effettivamente così) non è praticabile con una comune auto. qui vedono sopraggiungere due auto a velocità sostenuta, la seconda delle quali rossa e con le sole luci di posizione accese. Non è più quindi la prima auto ad avere i soli fanalini accesi (come aveva sostenuto la signora Frigo) ma la seconda, e non c’è nemmeno da pensare che abbiano invertito la posizione, perché entrambe le testimonianze concordano sul fatto che la seconda fosse di colore rosso. I coniugi Caini raccontano inoltre che le auto avanzano alla velocità di circa 60 km/h, la seconda era a ridosso della prima che sollevava un gran polverone e che i due conducenti erano ‘non giovani’ e dalla sagoma robusta. Il luogo in cui i coniugi Caini incrociano le auto potrebbe essere quello segnato nelle foto sottostanti: riporto anche il raffronto fra la foto del dibattimento e quella che potrebbe essere la stessa posizione al giorno d’oggi, secondo la mia personalissima e discutibile opinione. Oggi io non ho rilevato alcuna fonte, mentre nel 1984 i coniugi Caini sostenevano di essersi fermati per abbeverarsi. Sia la signora Maria Grazia Frigo che i coniugi Martelli – Caiani concordano sul fatto che alla guida delle auto vi fossero due persone sole, dettaglio che contrasta con le testimonianze di Lotti che racconta di una prima auto condotta da Pacciani accompagnato da Vanni e di una seconda auto guidata da Lotti medesimo. Riassumo in questa immagine il percorso ipotetico percorso dalle auto con i luoghi di avvistamento di Frigo e Caini. Il senso di marcia dei veicoli è ANTIORARIO. Chiarisco che il tempo necessario per compiere tutto il percorso indicato in azzurro a velocità normale è di circa 15 minuti, per cui nessuna delle testimonianze collimerebbe. Mi chiedo anche per quale ragione percorressero la strada sterrata a velocità elevata e a fari spenti: non c’era maggior rischio di dare nell’occhio, oltre alla difficoltà a condurre il veicolo? Rispetto al 1984 non saprei nemmeno dire se la carreggiata sia stata ridotta o meno: perché oggi incrociarsi fra auto è piuttosto complesso e si avanza a passo d’uomo misurando i centimetri. Un altro dettaglio che mi fa riflettere è la testimonianza che sostiene che alla guida dei veicoli ci fosse una sola persona. E Vanni dov’era? Forse si era abbassato per non farsi vedere? Concludo con questa foto, che evidenzia il fabbricato denominato “Podere Schignano” – oggi struttura ricettiva – dove Lotti sostiene fosse stata nascosta la pistola subito dopo il delitto. DAL 1984 IN POI Il duplice omicidio del 1984 è quello che, con l’andare del tempo, lascerà maggiore traccia nell’immaginario collettivo, forse anche in conseguenza alla determinata e quasi ossessiva ricerca della verità sostenuta da Renzo Rontini, padre di Pia, che vi ha dedicato il resto dei suoi giorni, compromettendo salute, famiglia e finanze. Il 31 Luglio 1984 si tengono i funerali dei ragazzi in P.zza Giotto a Vicchio, dov’è stato appositamente allestito un palco. L’amministrazione Comunale ha deciso il lutto cittadino e i negozi hanno le serrande abbassate. La piazza è gremita. E’ la piazza su cui si affaccia il bar ‘Stellini’ e il negozio di elettrodomestici della famiglia Stefanacci, la piazza in cui Claudio era solito posteggiare la propria auto e dove Pia incontrava gli amici. E anche la piazza in cui, dieci anni prima, Stefania Pettini trascorreva i propri momenti di svago. Alla cerimonia partecipa anche Baldo Bardazzi, la cui presenza è stata richiesta dalle forze dell’ordine nella speranza che fra i partecipanti riconoscesse il signore distinto che si è seduto alla sua tavola calda, ma non lo vedrà. E vi partecipa anche tal Francesco, che si definisce bounty-killer e che chiama il quotidiano La Nazione sostenendo un colloquio di questo tipo, riportato sull’edizione del 6 Agosto 1984: "- Pronto? Sono quello che fa impressione al mostro. Pubblicate che gli do appuntamento. Scrivete: se sei un uomo fatti vedere nella notte tra lunedì e martedì alle una e mezza sul luogo del delitto. - Ma il mostro non si presenterà se saprà che ci sarà la polizia ad attenderlo... - Il mostro, che a me sta un po’ rompendo, non si deve preoccupare, la polizia non verrà, la avverto io. - Ma non teme di essere ucciso? Il maniaco assassino ha già fatto quattordici vittime. - Non ci stanno problemi, io ho un piano ma non vi dico di cosa si tratta sennò lo scrivete. Ottenute rassicurazioni in merito rivelò: - I l piano è questo: gli tendo un agguato." E ancora, sembra che durante la funzione una donna abbia chiaramente sentito Pacciani che, seduto in un bar, diceva: "Hanno avuto quello che si meritavano", riferendosi alle tristi vicende dei due ragazzi. Ma non si sa dove finisca la suggestione e inizi la realtà. Per un certo periodo i media tengono alta l’attenzione, riportando novità e dettagli relativi all’inchiesta. Si parla di avvistamenti, di testimoni, di indizi, del lavoro della Scientifica (sembra addirittura che fosse stata rinvenuta un’impronta del maniaco all’interno dell’auto “Sull'automobile in cui sono stati uccisi Claudio Stefanacci e Pia Rontini, la tredicesima e la quattordicesima vittima del "mostro", sarebbe stata trovata una traccia, una impronta di una scarpa resa nitida perché lasciata nel sangue. Intorno a questa impronta stanno lavorando gli esperti della Scientifica che minuziosamente setacciano la vettura azzurra millimetro per millimetro alla ricerca anche di un’eventuale impronta digitale mai lasciata prima”), ma purtroppo non si riesce a identificare l’aggressore. Chi più di tutti non si dà pace è Renzo Rontini, il padre di Pia: lascia il lavoro e si butta a capofitto nella ricerca della verità. Incontra giudici e avvocati, rilascia interviste, frequenta le maggiori trasmissioni televisive. Tiene accesi i fari sulla vicenda, assolda cartomanti e investigatori privati, trasforma la Boschetta in una sorta di mausoleo in nome di Pia e Claudio. Si rivolge anche alle massime autorità del momento, come lui stesso racconta: “Avevo scritto a Pertini [allora Presidente delle Repubblica, ndr] e al Papa [Giovanni Paolo II, ndr]. Pertini mi disse che si sarebbe dato da fare. Il Papa invece non ha risposto. Il parroco mi ha detto che forse non ha parlato perché questi ragazzi erano a fare atti impuri”. Fra i parenti dei ragazzi colpiti è quello che più di tutti cerca di portare alla ribalta le truci vicende. Gli altri, per lo più, si chiudono in un intimo silenzio, forse cercando di dimenticare quelle atroci vicende: tant’è che delle sette aggressioni solo tre recano sul posto una lapide a memoria e fra queste, quella di Stefania e Pasquale è ormai fagocitata dalla vegetazione. Mentre quella di Vicchio, fintanto che Renzo se ne prende cura, diventa sempre più articolata, con due croci in legno dov’era posteggiata l’auto, sovrastate da un arco in metallo, ed una in ferro nel punto in cui sua figlia è stata rinvenuta. Nel 1995 la zona è oggetto di atti vandalici, e in una notte vengono frantumate a calci tutte le croci, sradicate le rose, spaccati i vasi e abbattuti i tralicci. Dapprima la suggestione attribuisce l’operato al maniaco, ma in seguito è lo stesso Rontini ad attribuire le responsabilità a non meglio definiti "ragazzi di paese", per ragioni che esulano da sua figlia. Il padre di Pia partecipa a tutte le fasi processuali degli anni ‘90, non salta nemmeno un’udienza e si mette in mostra con la consueta determinazione e tenacia. Assieme alla moglie Winnie si costituisce parte civile al processo dei cosiddetti Compagni di Merende, affidandosi all’Avvocato Patrizio Pellegrini, con il quale sostengono la causa della colpevolezza degli imputati, facendo tra l’altro riferimento a episodi di cui – almeno pubblicamente – non si era mai parlato sino a quel momento. Renzo Rontini e sua moglie Winnie, a dieci anni di distanza, dicono di ricordare di aver ripetutamente visto Mario Vanni aggirarsi nei giorni precedenti al 29 Luglio nei pressi del bar in cui lavorava Pia. Rontini lo ricorda nei pressi della stazione che ‘camminava tra i tigli avanti e indietro’ intorno alle 21:30, orario che lo insospettisce perché non è previsto alcun treno in partenza sino al mattino successivo. Tali avvistamenti, di cui i coniugi Rontini sono assolutamente certi perché avvengono addirittura in momenti distinti, vengono ricollegati solo quando Vanni appare come teste, dieci anni dopo il duplice omicidio, lasciando pertanto uno spiraglio di dubbio sul riconoscimento della persona vista. Renzo e Winnie tuttavia, anche attraverso l’Avv. Pellegrini, continuano a sostenere fermamente gli avvistamenti dell’ex postino Vanni a Vicchio (ribadiscono le loro posizioni anche dopo averlo incontrato in carcere a Pisa), avallando di fatto la teoria dei Compagni di Merende coordinati da Pietro Pacciani. Renzo Rontini lo considera l’esecutore materiale (dirà “so che l’assassino di mia figlia é Pietro Pacciani“), basando tuttavia le sue convinzioni su dati che non possono propriamente definirsi prove schiaccianti: “Sì, non ho più dubbi, da tempo. Ma non ho mai voluto dirlo apertamente. Ora basta. Furono alcuni elementi a mettermi sulla sua pista. Pacciani ha sempre negato di conoscere il luogo del delitto ma, in realtà, a meno di 200 metri in linea d’aria si trova un podere dove l'ex contadino lavorò per anni. A Vicchio, Pacciani ha una sorella e da diverse persone fu visto in zona con il Vanni. E io stesso vidi l'ex postino di San Casciano passeggiare davanti al bar dove lavorava mia figlia, almeno tre volte, a tarda sera, prima dell’omicidio. Non solo, a Vicchio Pacciani ha lavorato come tagliatore di pelli” e “La mia sicurezza viene dal fatto che a dirmi chi è il mostro é stato proprio lui, Pacciani. Me lo ha detto in aula, con i suoi sguardi, le occhiate, i gesti. Un giorno più di altri si tradì. Fu quando proiettarono le foto del corpo di Pia devastato dal maniaco, Pacciani disse: ‘Mi fa pena per quel povero omuccio’. Io non replicai. Ci guardammo e allora capii. Capii che il vero mostro era lui". Per contro, sembra che durante l’incidente probatorio si fosse dimostrato piuttosto scettico sulle testimonianze di Giancarlo Lotti, testimone chiave nell’accusa ai Compagni di Merende, pur sostenendo il contrario nelle dichiarazioni rilasciate alla stampa. Nel frattempo la situazione economica va progressivamente peggiorando, si susseguono insolvenze e pignoramenti, e la casa viene acquisita per far fronte ai debiti contratti. Il 9 Dicembre 1998, mentre si sta recando a riscuotere l’assegno della sottoscrizione fatta dai dipendenti della Questura di Firenze in suo favore grazie alla quale vive, Renzo Rontini si accascia nei pressi della questura di Firenze, in Via San Gallo, e raggiunge sua figlia. La moglie Winnie, che spesso era comparsa accanto al marito nelle sue numerose apparizioni pubbliche, sparisce dalla scena e si ritira in privato, continuando tuttavia a vivere a Vicchio di Mugello, dove risiede tuttora.

[testo del Luglio 2011 – ultimo aggiornamento del 12 Gennaio 2012] Un ringraziamento particolare a tutti i forumisti di mostrodifirenze.forumup.it, ai quali ho ‘rubato’ idee, spunti e riflessioni, e in particolare ad Accent per la sua paziente e reiterata revisione linguistica, a Reporter per gli spunti che mi hanno permesso di rivedere alcuni punti nodali, e a MK108 per la sua preziosissima consulenza balistica. Rover.

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