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mercoledì 23 febbraio 2011

Giuseppe Alessandri e Nino Filastò - Intervista su La Stampa - 28 gennaio 1996

Alla viglia del processo di appello a Pietro Pacciani il quotidiano La Stampa pubblicò l'intervista che segue a Giuseppe Alessandri, autore del libro "La leggenda del Vampa" e Nino Filastò, avvocato e scrittore fiorentino.
Nel processo di primo grado ha deciso che Pacciani sia colpevole. E' nel giusto?
G.A.: Sì. Perché il processo ha visto la disfatta di Pacciani e della sua linea difensiva.
N.F.: No. La sentenza ha condannato un innocente. Ma l'errore non riguarda la legge: sta nell'avere dimenticato l'esistenza di altri indizi a mio parere più gravi e precisi, che instradavano le indagini in una direzione ben diversa da Pacciani. Perché il giudice di primo grado non li ha considerati? Perché nella sentenza non ha neppure accennato a un bilanciamento fra indizi a carico e quelli a favore, vale a dire epici dati processuali, anche di valore scientifico, che indicano una persona diversa? La risposta indica l'errore di fondo della sentenza. E' un tipo di errore che il filosofo pragmatista americano William James (fratello dello scrittore Henry James) definisce col termine fallacia. Ed è la conseguenza di un difetto di impostazione in cui il ricercatore carica l'oggetto della ricerca di personali e collettive inibizioni o aspettative. A causa di esse lo trasforma idealmente, rendendolo omogeneo a quelle indizioni o aspettative. Qualche cosa del genere accade col mostro di Firenze: molti indizi indicano una persona intelligente, discreta cultura, ceto medio, dotata di mezzi, integrata nell'ambiente cittadino che ha dimostrato dimestichezza con la stampa o addirittura con organi polizieschi o giudiziari. E forse ha una famiglia. Costui, con tutti i crismi della sana normalità è contemporaneamente uno dei criminali più spietati, freddi, efficienti e pericolosi apparsi nel nostro Paese in questo secolo. Un simile quadro, ipotetico ma attendibilissimo, incontra difficoltà, prima di tutto di natura psicologica, ad essere ammesso. La ricerca degli inquirenti ha modificato il suo oggetto, "creando" un personaggio antitetico, cioè un individuo povero e brutto, in rivolta perenne col mondo, rozzo, violento, sporcaccione, emarginato, una specie di fauno boschivo, un individuo passionale già dichiarato omicida con sentenza passata in giudicato: Pacciani, insomma.
Quali i punti fondamentali presentati dall'accusa e quali dalla difesa? E sono credibili? 
G.A.: L'accusa ha puntato tutto sui pesantissimi indizi rappresentati dagli oggetti sequestrati a Pacciani e risultati appartenuti ai due giovani tedeschi assassinati dal maniaco nel 1983 a Giogoli e dalla cartuccia rinvenutagli nell'orto e incamerata nella Beretta 22 del mostro. Le innumerevoli testimonianze tutte a sfavore, il naufragio degli alibi e la risibilità delle giustificazioni hanno fatto il resto.
N.F.: Il raffronto fra le caratteristiche dei delitti e il personaggio del contadino mugellano rende incredibile l'ipotesi Pacciani. Le indagini prima e la sentenza dopo manifestano una inaccettabile banalizzazione degli omicidi commessi dal serial killer di Firenze. Banalizzazione che appare, per fare un esempio, perfino nel titolo del libro del dottor Ruggero Perugini, già responsabile della Squadra antimostro della questura fiorentina: "Un uomo abbastanza normale". Non si tratta di trovare una persona violenta, ma uno psicopatico violento in un certo specialissimo modo. Non un perverso sessuale, bensì un sadico, afflitto da impotenza e da un grave disturbo della personalità da cui gli deriva una generale inibizione ai rapporti sessuali, di qualsiasi natura essi siano. Non una persona che, a causa di un tradimento, nutra del rancore verso una donna, ma un odiatore di tutte le donne del mondo. Pacciani non è uno psicopatico e vive per appagare la sua sensualità: il sesso praticato in misura superiore a certi standard di moralità e normalità è per lui fonte di appagamento, alla stregua della roba che accumula, del cibo, del vino. Nel "Pacciani innocente", ho insistito sul contadino Pacciani, il quale vede sì le donne esclusivamente in questa l'unzione di appagamento, le considera oggetto di possesso ma non le odia. L'uccisione dell'amante occasionale della Bugli è un comune omicidio passionale. La cartuccia nell'orto, come l'auto vista agli Scopeti in corrispondenza dell'omicidio della coppia di francesi, indicano che qualcuno ha contaminato la prova a danno di Pacciani: ne è prova l'episodio dell'asta guidamolla, la lettera anonima che l'accompagna e altri scritti anonimi a torto trascurati nel corso del processo di primo grado. Il blocco da disegno: la Corte d'Assise ha ignorato come dal prezzo si deduca che l'oggetto sequestrato a Pacciani è stato posto in commercio dopo l'omicidio dei due giovani tedeschi. Da tracce obiettive reperiate sull'auto di Pia Routini si ricava l'altezza del mostro: 1,85. Dato ineliminabile che costringe il giudice di primo grado a congetturare la presenza di un complice.
Pacciani ha sempre negato tutto. Perché? 
G.A.: Perche la menzogna e la dissimulazione sono il suo pane. Anche al processo per il delitto del '51 si comportò così: è tipico di chi sa di avere la coscienza sporca e vede tranelli dietro ogni angolo.
N.F.: Pacciani mente su un solo punto: quando nega di essere un guardone. Molti suoi guai cominciano da lì. Pacciani guardone in veste di esterrefatto osservatore ha incrociato il mostro nell'occasione del duplice delitto dei tedeschi. Per questo il mostro lo odia e ha seminato indizi a suo carico: odia i guardoni, come non tollera le coppie che involontariamente si esibiscono amoreggiando in auto. Pacciani nega perché in carcere gli hanno insegnato a negare tutto, e perche teme di aggravare la sua posizione.
Sul verdetto della corte d'Assise hanno inciso la vicenda delle violenze a cui Pacciani aveva sottoposto le figlie e la presenza della tv in aula? 
G.A.: Più che il fatto in sé devono aver influito sulla corte certe modalità: Pacciani stuprava le figlie anche nei boschi e anche di notte, tormentava loro la mammella sinistra, prediligeva i peli dei pube, spiava le coppiette. E ha dato l'impressione di un commediante.
N.F.: Nel processo d'Assise la vicenda delle violenze è stata enfatizzata e che abbia influito negativamente sul verdetto è sicuro, basta leggere la sentenza. Com'è sufficiente rammentare la sequenza della testimonianza delle figlie, per capire quale nefasta influenza, sotto il profilo della suggestione, abbia avuto il processo spettacolo a discapito del processo civile e giusto. Sì, l'intervento della telecamera e stato un episodio di bassa civiltà.
Le rigature sui proiettili della «Beretta calibro 22» sono la «firma» dell'assassino. Che fine ha fatto quell'arma? E se ha ucciso in 16 occasioni, perché Pacciani non la impugnava anche la prima volta? G.A.: Probabilmente se n'è disfatto una mattina di febbraio del 1992, elusa la sorveglianza dogli agenti; ma l'arma potrebbe ancora trovarsi seppellita da qualche parte. Ne "La leggenda del Vampa" tendo a dimostrare che anche la notte del 21 agosto 1968, a Signa, sparò lui.
N.F.: Ignoro se l'arma abbia fatto una qualche fine. Può essere ancora nelle inani del mostro autentico. Ha ucciso in tutte le 18 occasioni, impugnata ogni volta dalla medesima persona: questo mi pareva uno dei pochi dati certi ricavabile dalle indagini. La sentenza di primo grado sconvolge anche tale certezza ed è una contraddizione non da poco.
Dal 1985 il «mostro» non ha più ucciso. Perché? 
G.A.: Poiché Pacciani venne perquisito dai carabinieri il 19 settembre 1985, 11 giorni dopo il delitto: l'aveva scampata bella, s'impaurì e appese la pistola al chiodo.
N.F.: Il mostro dopo il 1985, e mentre Pacciani era in carcere, ha assassinato Francesco Vinci e il suo servo pastore e la figlia dell'amante di Pacciani con il figlioletto. I delitti, a pochi giorni di distanza l'uno dall'altro, sono stati commessi con identiche modalità. Pero non è stata usata la famosa Beretta. Perché? Forse il mostro ha deciso di non "firmare" più. In un anonimo del 1985, a mio parere scritto da lui, si dice "Non commetterò più errori". Firmare un delitto, dal punto di vista dell'assassino, è un orrore.
E allora, perché ha sempre voluto farsi riconoscere? 
G.A.: Soprattutto ha avuto la presunzione di ritenersi ormai invincibile e ha quindi commesso gli orrori tipici di chi sottovaluta la mutevolezza della fortuna.
N.F.: La spiegazione sta nella sua contorta psicologia. Da quale punto di vista? Discorso lungo: ma quale esso sia, il motivo non collima con la personalità di Pacciani.
Rif.1 - La Stampa - 28 gennaio 1996 pag.11

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