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lunedì 2 marzo 2009

Pietro Pacciani – Memoriale del 7 marzo 1993 – Prima parte

Cito qui i punti con realtà e sincerità, che mi vengono attribuiti con realtà diversa da quelli contestati, la quale potete controllare con quelli inviati in precedenza alla magistratura e quanto da me citato, la quale risulterà tutta la mia vita vissuta dall’infanzia all’arresto del 1987.

Ho citato tutti i luoghi e datori di lavoro, in qualità di operaio fisso e lavorando pure il sabato e la domenica senza perdere mai un giorno di lavoro, in qualità di operaio agricolo e allevatore di bestiame come dimostrato dai libretti di lavoro consegnati al mio avvocato e quindi a voi, dal 1965 al 1987 giorno del mio arresto, escluso il ricovero in ospedale per infarto cardiaco, e la convalescenza di circa un anno e il periodo di contadino mezzadro, che non fanno libretti di lavoro, ma solo assegnazione al podere, a mezzadria al sindacato. Altro che girare nei boschi: con tale impegno il tempo libero era zero. Partendo dal periodo di scarcerazione avvenuta nel 1964, dopo avere scontata la pena inflittami dalla Corte di Assise di Firenze per omicidio passionale della mia fidanzata, tornai con la mia povera madre a Vicchio Pontecellatico, e mi occupai subito a lavorare come calzolaio presso la ditta Val di Sieve a Vicchio. Poi fallì e lavorai come stradino al Comune. Nel ’65-’66, andai a mezzadro agricolo a Badia a Bovino di Vicchio col signor Cesari Costantino che mi consegnò due poderi denominati Particchi. Mi concessero la riabilitazione che avevo scontato la sorveglianza, presi moglie nel maggio 1966 e mi nacque la prima figlia Rosanna alla maternità, Firenze, con taglio cesario. Mia moglie rimase molto tempo allo spedale: era in fin di vita, per l’operazione riportata e la febbre di infezione che stiede quattro giorni e quattro notti in coma, ed io gli feci l’assistenza notte e giorno reggendogli il braccio con l’ago della flebo infilato nella vena senza chiudere occhio giorno e notte. E rimase menomata mentale, se la cavò in estremi sotto il professor B. che la sua diagnosi era dichiarata spacciata. La bambina fu ricoverata al “Mair” per la gastrointerite. Dopo un lungo periodo di ricovero le riportai ambedue a casa. La quale passai una vita peggio di un cane che lavoravo i poderi con il mio suocero, e la mia povera madre, e andavo a trovare lei a Firenze ogni due giorni, e riportate a casa, ringraziando il buon Dio di avermele ridate, ricominciai il mio duro lavoro dei campi: due poderi, 18 ettari di terreno, con piante, e bestiame da assistere con mio suocero malato di ernia e variocelere, e la mia povera madre anziana e la bambina piccola da assistere che mi toccava darle una mano a mia madre ad assisterla dandole il latte col poppatoio. Comprai l’utilitaria usata che ho demolito a Montefiridolfi, che adoperavo per andare al paese una volta la settimana per le spese della famiglia. Nel 1967 mi nacque la seconda figlia Graziella allo spedale di Luco di Firenze. Prematura di 7 mesi, mia moglie non aveva latte la allevai a latte artificiale, ma per la sua piccola infanzia prematura non lo digeriva, eppure lei mi prese la gastrointerite, gli avevano cambiato quattro qualità di latte, non ce n’era uno che gli andasse bene, mi fu consigliato di comprare una mucca, e con quella l’allevai, ma crescette ancora l’impegno di lavoro. Tirammo avanti l’azienda per un lungo periodo, poi, poi non ce la facevamo più, ci convenne abbandonare e tornare in altro piccolo podere a contea Casini Rufina. Mia madre morì, mio suocero andò con suo fratello a vivere a Santa Brigida, dopo qualche anno morì anche lui. Lì a Casini di Rufina ero alle dipendenze di Serafina Toccafondi e Cesare Lotti, marito e moglie che mi iscrissero contadino e operaio che gestivo nei giorni sabato e domenica un piccolo podere di 3 ettari circa, con 4 mucche da latte, e gli altri giorni lavoravo con lui in fattoria di Colognole. Tutte le mattine alle ore 7 veniva lui a prenderci con la sua macchina, ci portava lassù, e la sera ci riportava qui alle ore 6, lavoravamo 10 ore il giorno: eravamo tre operai, ma ci pagava solo 8 ore, così era stabilito da lui e se si reclamava ci licenziava. Si lamentava che la fattoria gli fruttava poco e la spesa era molta, le ore 4 che ci faceva fare in più ci dava un fiasco di vino il giorno, il consumo della macchina a portarci lassù, era una sanguisuga che ogni operaio che aveva lavorato con lui si era lamentato.

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