mercoledì 9 dicembre 2020

Miriam, Elisabetta, Gabriella: morti collaterali?


Firenze. Via di Novoli.
Una delle principali arterie fiorentine che collega la periferia al centro cittadino. Dagli anni anni ‘80 molte attività commerciali sono scomparse, la tramvia fino all’anno scorso neppure esisteva.
Questa strada lega due vittime del cosiddetto mostro di firenze, Stefania Pettini e Susanna Cambi, ma anche tre cosiddette vittime collaterali: Gabriella Caltabellotta, Elisabetta Ciabani, Miriam Ana Escobar.
Delitti efferati, avvenuti tra gli anni ‘70 e gli ‘80, tutt’ora irrisolti e perlopiù dimenticati.

Escobar Chacon Ana Miriam
Firenze. Via della pietra. Dalla zona di Careggi risale i colli per poi congiungersi a via Bolognese. Una strada stretta che costeggia gli ingressi a ville signorili e campi coltivati.
22 marzo 1972. Sono le 8:30, quando Giovanni Crocetti, poco oltre l’ingresso di villa Chiaravalle, sta procedendo a marcia indietro con il proprio autocarro; non ha margine di manovra e questo è l’unico modo per scaricare agilmente la terra che ha nel cassone, nel campo di proprietà dei signori Tayar.
L’autotrasportatore, giunto in posizione fa per ribaltare il cassone ma nota qualcosa di strano accanto ai mucchi di terra scaricati la sera precedente.
Tra l’erba, vicinissimo al muro di cinta, giace il corpo esanime di una donna. Indossa un giubbotto da uomo di camoscio con imbottitura in pelo bianco, una gonna corta di pelle ed una camicetta gialla. Alla mano destra ha un anello di bigiotteria, indossa le calze ma non le scarpe, ha le piante dei piedi pulite.
Non ha la borsa, nè alcun documento addosso.
Giungono in loco il vicequestore Elio Gerunda, capo della criminalpol, il dottor Scola, dirigente della squadra mobile, i commissari Busacca e Impallomeni, il capitano Lieto, sottufficiali della squadra mobile e del nucleo investigativo dei carabinieri.
La scientifica svolge i rilievi di rito, la salma viene rimossa e trasportata presso l’Istituto di medicina legale di Careggi dove il prof Cagliesi, a seguito di perizia autoptica, dichiarerà che la morte è avvenuta tra le 23 e la mezzanotte del 21 marzo “per asfissia acuta per ostruzione dall’esterno delle vie aeree mediante meccanismo di strangolamento con un laccio di materiale soffice” probabilmente un foulard o un paio di calze.
L’identità della giovane rimane ignota per un paio di giorni fin quando Angelo Corvaya, ispettore della casa editrice Einaudi, giovedì 23 marzo, segnala alla Questura la scomparsa, da martedì sera, della propria collaboratrice domestica.
Il Sostituto Procuratore della repubblica Ubaldo Nannucci, con alcuni agenti di Polizia si reca a casa del dr Corvaya, in viale redi 65. Questi riconosce nelle foto che gli vengono mostrate, Miriam Ana Escobar Chacon, assunta da dicembre come baby sitter.
Dopo che la moglie se n’è tornata negli Stati Uniti con la figlia si è reso necessario trovare qualcuno che accudisse il figlio dodicenne durante le trasferte di lavoro.
Miriam, diciannovenne, è originaria di El Salvador, dove è nata il 27 aprile 1953. Dopo aver soggiornato in Spagna e a Londra, da tre mesi si è trasferita a Firenze ma non ha segnalato all’ufficio stranieri della Questura di Firenze la sua presenza in città.
“Uscì di casa martedì verso le 21:30” riferì il giovane Carlo al magistrato. “Non feci caso se Miriam fosse in casa” dichiarò il dr Corvaja. Fu perquisita l’intera abitazione e la Renault di proprietà del dr Corvaja senza che emergesse alcunché di significativo per le indagini.
Il giubbotto rinvenuto addosso a Miriam risultò di proprietà del dr Corvaja; tutti gli alibi di amici e conoscenti di Miriam passarono il vaglio delle indagini.
Scartata l’ipotesi di omicidio per rapina ed il delitto compiuto da un maniaco, rimase solo il movente passionale.
Ed infatti il 26 marzo 1972, La Nazione, senza mezze misure, titolò: “La ragazza strangolata aveva molti corteggiatori”.
Apparentemente schiva e riservata, Miriam, aveva in realtà varie amicizie maschili: impostava in maniera ambigua le relazioni, senza però concedersi mai completamente, provocando così stati di estrema tensione.
“Uno degli investigatori si è fatto portavoce per tutti: l’assassino di Miriam non deve sperare che il tempo affievolisca la volontà di chi gli da la caccia”.
Ad oggi il caso è tutt’ora irrisolto.

La casa dove viveva Miriam in viale Redi, che è la diretta prosecuzione di via di Novoli, dista poco più di 500 metri dall’abitazione di Elisabetta Ciabani.
Chi si è avvicinato alla vicenda del cosiddetto mostro di Firenze si sarà probabilmente imbattuto nella tragica storia di Elisabetta Ciabani, ventiduenne fiorentina trovata morta nella lavanderia del residence Baia Saracena a Sampieri, in Sicilia, presso cui stava trascorrendo, con la famiglia, le vacanze nell’agosto del 1982.
In almeno un paio di libri ma anche su diversi quotidiani dell’epoca si sostiene la tesi secondo cui, la giovane, fosse amica di Susanna Cambi ed uccisa in quanto a conoscenza della vera identità del mostro di firenze.
Abbiamo trattato del suo caso in altro approfondimento, possiamo solo aggiungere che gli amici più stretti di Susanna Cambi mai hanno sentito parlare di Elisabetta.
Certamente le due ragazze risiedevano molto vicine tra loro, ad appena 400 metri di distanza, pressochè coetanee: Susanna era del ‘57, Elisabetta del ‘60 ma questo non le fa automaticamente confidenti, né tantomeno vittime del medesimo assassino.

Torniamo a Via di Novoli, in realtà a Via Ponte di Mezzo.
Al n.30 abita Gabriella Caltabellotta. Ha 18 anni; è figlia unica, i genitori, Dino e Maura, per vent’anni hanno gestito una latteria sotto casa. Oggi sono pensionati.
Gabriella è minuta, esile, tranquilla e riservata, dimostra meno dei suoi anni ed è molto legata alla famiglia.
Il 29 febbraio 1984, come ogni giorno dal lunedì al venerdì, alle 13:30 esce di casa; da ottobre 1983 frequenta le lezioni che si tengono presso l’Istituto di estetica Reali, al civico 42 di via di Novoli.
A circa 500 metri dalla fermata dove Gabriella attende l’autobus per fare ritorno a casa, lavorava Stefania Pettini, fatturista presso la ditta “Magif” in Via Stradivari a Firenze; Stefania fu uccisa, con il fidanzato Pasquale Gentilcore, dal cosiddetto mostro di Firenze, in località Rabatta, Borgo San Lorenzo, nella notte del 14 settembre 1974.
Torniamo a Gabriella Caltabellotta. Poco prima delle 18,00 esce da scuola, assieme a Maria, un’amica, sale sull’autobus n.22 ma anziché raggiungere la stazione di Santa Maria Novella per poi arrivare a casa con altro automezzo pubblico, Gabriella scende dall’autobus dopo poche fermati e prosegue a piedi.
Anche la settimana precedente ha modificato il suo percorso, riferirà Maria, l’amica, ai carabinieri.
Di Gabriella si perdono le tracce fino al giorno successivo.
Alle 19:30 i genitori, non vedendola far ritorno a casa, iniziano a preoccuparsi e con un vicino vanno a cercarla. Alle 23:30 ne denunciano la scomparsa ai Carabinieri.

Primo marzo, ore 09:30. La signora Giovanna Banchi abita a Villa Le Balze, in via Bolognese, la strada che da Firenze conduce nel Mugello.
Squilla il telefono, la signora risponde: “Casa Banchi? C’è una ragazza morta nel vostro campo”. Poco dopo la signora riferirà ai Carabinieri: “Era la voce di un uomo, senza particolari inflessioni. Ha riattaccato subito”.
Intervengono agenti di Polizia e Carabinieri.
In un terrapieno di via della concezione, la strada che corre lungo un fianco della collina di Careggi, collegando via di Massoni con la vecchia Bolognese, viene rinvenuto bocconi, tra alcuni ulivi, il corpo esanime di Gabriella Caltabellotta; ha gli occhi socchiusi, è stata raggiunta da numerose coltellate.
Indossa un maglione di lana bianco, una maglietta di cotone, una canottiera ed il reggiseno ma anche un paio di jeans di colore nero con cintura, slip, collant e calzini di spugna bianchi.
Ha al polso sinistro un orologio marca Omega, un orecchino al lobo dell’orecchio sinistro, un anello di metallo giallo al dito anulare della mano destra.
Mancano all’appello le scarpe, il giaccone in ecopelle e la borsetta con cui la ragazza era uscita di casa il giorno precedente. Sembra la fotocopia della scena del crimine di Miriam Anna Escobar.
Intervengono in loco il capo della squadra mobile dr Giuseppe Grasso, il commissario Sandro Federico ed il capo della polizia scientifica: dr Nunzio Castiglione.
Alcune tracce ematiche sul muretto che delimita il terrapieno ed i calzini puliti fanno presumere che la vittima sia stata uccisa altrove e poi gettata nel campo dove è stata rinvenuta.
La perizia medico-legale fu affidata al dr Riccardo Cagliesi Cingolani e al dr Franco Marini che stimarono l’ora del decesso tra le ore 18:00 e le ore 20:00 di mercoledì 29 febbraio.
Il corpo presenta ecchimosi e lacerazioni alle labbra, è stata presumibilmente colpita e percossa al volto.
Ha lesioni da difesa agli arti superiori e presenta ferite da arma bianca al collo e alla schiena.
Sul collo un solco lievemente escoriato fa pensare ad un tentativo di strangolamento. Non ha tracce di violenza sessuale.
Causa della morte: Insufficienza respiratoria per pneumotorace bilaterale ed anemia acuta metaemorragica
Il fidanzato, Maurizio R., in servizio di leva presso il 5° gruppo superga di artiglieria alla Caserma Cavarzerani di Udine, fece ritorno a Firenze nel primo pomeriggio del 2 marzo. Interrogato dai Carabinieri del Nucleo operativo della Compagnia Carabinieri di Firenze riferì circa il rapporto che lo legava alla Caltabellotta ma fornì anche ampie informazioni circa gli amici e le amiche più vicine alla ragazza, sulle persone che la stessa frequentava, nonché sui soggetti che potevano aver avuto motivi di astio o rancore verso la stessa.
Le indagini furono coordinate dal Sostituto procuratore dr Pietro Dubolino a cui ho chiesto di raccontarci cosa ricordi di quel tragico caso.

Intervista al Dr. Dubolino.

Gabriella Caltabellotta finisce tra le carte del cosiddetto “mostro di Firenze” fin dal 1985, quando l’Ispettore di Polizia della Questura di Perugia, dr Luigi Napoleoni, a seguito di una notizia confidenziale, si era recato a Firenze per svolgere indagini su un certo Paolo P., indicato come coinvolto nella catena omicidiaria addebitata al mostro di Firenze.

Paolo P., quarantenne con numerosi precedenti per atti di libidine, nel giugno 1984 aveva avvicinato una diciottenne presso la discoteca fiorentina Jackie O', (la stessa discoteca era frequentata anche da Gabriella Caltabellotta e da Elio Campanaro) era riuscito a convincere la giovane a seguirlo presso la sua abitazione posta in Via dei Serragli, dopodichè l’aveva violentata minacciandola di farle fare la fine della ragazza trovata morta accanto ad un ulivo in un campo alla periferia di Firenze. Ragazza che a suo dire aveva ucciso lui stesso.
Le indagini dell’Ispettore Napoleoni sul conto di Paolo P., nell’ottobre 2003, verranno ritenute sospette dal dirigente del distaccamento fiorentino del GIDES. Gruppo investigativo delitti seriali.
Scrive infatti il dirigente in una richiesta d’intercettazione telefonica del 30 ottobre 2003, rivolta alle Procure di Firenze e Perugia, “Napoleoni ancor prima della scomparsa del Narducci aveva collegato i delitti del mostro di Firenze alla persona di Francesco Narducci, svolgendo una attività d’indagine molto specifica ove si consideri che l’ispettore addirittura si recò a Firenze per individuare l’appartamento di Narducci e poter rinvenire le parti anatomiche asportate alle povere vittime che sarebbero state tenute sotto formalina o alcool, come dallo stesso affermato.”
Il dr Napoleoni in merito alla sua trasferta fiorentina nel verbale del 12 dicembre 2003 chiarì: “In una relazione da me redatta in data 08 ottobre 1985, riferivo di aver individuato a Firenze, in via dei Serragli l’appartamento di Paolo P., presunto responsabile della violenza ai danni della ragazza. È probabile che l’appartamento di via dei Serragli ritenevamo potesse essere collegato alla vicenda del Mostro di Firenze, cosa mai accertata. Era solo una supposizione.”

Tempo addietro, non so neppure se l’ho letto o ne ho sentito parlare, ma, qualcuno riteneva improbabile che due serial killer fossero attivi contemporaneamente sul medesimo territorio, inducendo a ritenere le morti collaterali come le ennesime vittime del cosiddetto mostro di Firenze.
A ben vedere gli omicidi del cosiddetto mostro di Firenze hanno caratteristiche ben diverse dai delitti delle prostitute ed ancora meno affinità con la scomparsa di Miriam, Gabriella ed Elisabetta.
Il primo omicidio documentato avvenne 430.000 anni fa ma i motivi per cui si uccide sono rimasti più o meno gli stessi ancora oggi: amore, soldi, psicopatologie varie ed assortite ma anche fama e noia. Che dire, non necessariamente occorre incrociare un assassino seriale per fare una fine atroce.

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