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lunedì 9 novembre 2015

Processo contro Mario Vanni +3 - Udienza del 5 marzo 1998 - Undicesima parte

Segue dalla decima parte.
Avvocato Filastò: Fino a poco tempo fa, perché poi capite, questa storia della prostituta ammazzata col coltello, che interviene qui in quest'ultimissima fase della requisitoria del Pubblico Ministero - sì, certo, il Nesi ha parlato di una prostituta che lui vedeva che è morta ammazzata, sì, si capisce; poi si parlerà anche di questo, di tutto il complesso - arriva nel momento in cui è crollata un’altra suggestione, crollata miseramente, l’ha fatta crollare il figlio. Anche qui nessuno ha mai detto: eh, Vanni, te e Pacciani vi se. . . Vanni lei, per caso, ha mica impiccato il signor Malatesta?
Mario Vanni: No davvero.
Avvocato Filastò: No davvero, eh, Vanni? Ha ammazzato una prostituta col coltello lei, Vanni?
Mario Vanni: No.
Avvocato Filastò: No?
Mario Vanni: Mai.
Avvocato Filastò: Mai.
Mario Vanni: (voce fuori microfono)
Avvocato Filastò: Nessuno dice: guardate che secondo noi il signor Pacciani e il signor Mario Vanni si sono messi insieme e hanno strangolato, impiccandolo a un trave, il signor Malatesta, come diamine si chiamava di nome. No, si lascia immaginare, si fa venire un testimone, dice: 'ma come l'è morto il su' babbo?', 'impiccato', 'ah, sì? Però loro ci litigavano', 'ma sì, mi pare, ho sentito'. 'Il Pacciani gli diceva...?', 'Mah, forse, l'ha anche picchiato...'. Ragazzo di dodici anni, fra l'altro, che all'epoca aveva dodici anni. Poi, a un certo punto questo ragazzo dice - Luciano Malatesta si chiama li ragazzo - dice... come? Luciano Malatesta, dice: "Il babbo era depresso, moltissimo, aveva manifestato varie volte l'intenzione di uccidersi. Una volta l'ho tirato giù io dal trave con la corda che si stava per impiccare. Non ve l'ho mai raccontato prima, lo racconto ora." Allora, capito, tutta questa atmosfera, questa congiura, questa cabala che riguarda Mario Vanni e il Malatesta impiccato, eh, non se ne può più parlare perché il figliolo ha saputo che il padre voleva uccidersi. Addirittura l'ha tirato giù una volta lui. E allora, ah, arriva la prostituta ammazzata con una coltellata. Ma quante sono, signor Pubblico Ministero, le prostitute ammazzate a coltellate a Firenze in questi anni? Di cui non si è saputo un accidente di niente, né chi è stato, né perché, né percome. Tanto che, o ce n'è due di serial-killers in giro, o ce n'era due a quell'epoca, o ce n'è uno solo. La Rescignito, la Miriam Escobar, quell'altra ragazzina ammazzata...
P.M.: (voce fuori microfono)
Avvocato Filastò: No, no, ho sbagliato nome.
P.M.: Comunque io ho sbagliato via Orsini con via Fiume. No, così si leva il dente. Lei ha sbagliato la Rescignito. Io ho citato via Fiume, ma era via Orsini.
Avvocato Filastò: Ma io non sto mica dicendo che lei ha sbagliato a citare la via, sa.
P.M.: Ah.
Avvocato Filastò: Io sto dicendo che lei ha sbagliato enormemente a citare la circostanza, eh. Perché o lei fa un processo a Mario Vanni per l'assassinio di una prostituta, oppure porta un minimo di indizio in questo senso qua. Oppure lei non ne parla di questo fatto a dei Giudici.
P.M.: Ne ha parlato un teste.
Avvocato Filastò: No, ne ha parlato lei.
P.M.: Ne ha parlato un teste.
Avvocato Filastò: Eccolo qui, ne ha parlato lei. Glielo rileggo.
P.M.: Ho riportato le parole del teste Nesi.
Avvocato Filastò: No, ne ha parlato lei. Ha detto lei che è utile, è utilissimo per valutare la persona. L'ha detto lei, non Nesi. "E sicuramente il Nesi ci ha detto qualcosa che oggi, a mio parere, non solo è utile ma è utilissimo, per capire Mario Vanni." L'ha detto lei questo. Che poi abbia sbagliato tra via Fiume e via Orsini che me ne importa a me. E siccome me ne sono accorto tardi di questa cosa, i nomi delle prostitute uccise a Firenze io non me li sono trovati ieri. Ho fatto una ricerca, un po' affannosa, in un archivio di giornale e non me li son trovati. Ma ce n'è tante, e di coltello. Di qua, di là, quella, per esempio, trovata con tutti i soldi, che nessuno gli ha toccato; milioni, in contanti. Quell'altra al Salviatino, che era una piccola prostituta di stazione. Accusato un certo Pasquale Soda. Difeso da me, come parte civile, feci la parte civile io a quell'epoca... in quel processo, ero parte civile. Venne il marito di questa ragazza da me a chiedermi di fare la parte civile nei confronti di questo Pasquale Soda. Lessi gli atti, vidi che non ci stava, feci una memoria difensiva io. E venne prosciolto in istruttoria. Beh, ultimo materiale per voi, utile, questo sì -non questi siluri, queste specie di mine vaganti che vengono fatte galleggiare in questo processo, per carpire la suggestione dei Giudici, per renderli meno sereni, meno obiettivi, meno tranquilli - leggetevi la deregistrazione, non la sintesi, il verbale riassuntivo, ma la deregistrazione dell'interrogatorio di Vanni Mario del 21 ottobre '96, dove l'interrogante, in massima parte, è il dottor Pier Luigi Vigna. Esordisce Mario Vanni, poi però degli interrogatori di Vanni ne parleremo, sulle ammissioni di Vanni c'è un capitolo di questa mia discussione, che riguarderà le ammissioni di Vanni. Le ammissioni, parleremo anche di quelle; vedendo anche, anche lì, incontrando un episodio sgradevolissimo, molto grave secondo me, al punto... e voi però, a questo punto, quando ve ne parlerò vi ricorderete di oggi che vi ho parlato di queste amplificazioni, di queste esagerazioni, di queste suggestioni che vi vengono propinate. E invece quest'interrogatorio è un interrogatorio fatto dal dottor Vigna, con quel modo che lui ha di interrogare, che sì, cerca di anche tirar fuori la verità a una persona in tutti i modi, vero - non è che... è un Magistrato, della levatura che sappiamo - ma con una certa buona dose di umanità anche, tanto che il povero Mario, che fino a quel giorno la musica aveva era stato tutta di un altro tono, a un certo punto sbotta e dice: 'io con lei ci parlo bene, sa'. E Vigna dice: 'mi fa piacere'. Ecco qua: "Che devo rispondere" - comincia - "ho fatto queste merende con il Pacciani e basta. Che io qui, là, io sotto, ma la DIGOS un ha trovato nulla, anzi, l'ha fatto veni' male alla mi' moglie che andava in terra e gl'è toccato andare a chiamare il professore." Dice Vanni. Dice, poi: "Passeggiate con Lotti e Pucci, eh?" "Sì, sono andati loro e hanno detto o qui o là... poi non sono mai stato a Vicchio del Mugello, venne", si rammenta del Rontini e la moglie. "Io gliene elencai, gli dissi la verità, che io non c'ero mai stato a Vicchio, c'ha tre case il mio nipote, nel Mugello, ma io a Vicchio del Mugello non ci sono mai stato, ecco." A questo punto, però, siccome parlando del Mugello il Vanni si è espresso in un certo modo, il dottor Vigna gli chiede: "Allora, lei ha detto che questo Paolo c'ha delle case in Mugello." “Sì, al Mugello." Dice Mario Vanni. E il dottor Vigna chiede: "Che cos'è il Mugello?" E Mario Vanni risponde: "Che c'è al Mugello? Gl'è un paesino." La conoscenza di questa persona di questi luoghi è a questo livello. Lui ritiene che il Mugello non sia una località, una regione, una mezza regione, uno spicchio di regione, come tutti noi sappiamo, ma un paesino. A un certo punto il dottor Canessa gli chiede: "Chi è questo avvocato di San Casciano?" E Vanni Mario risponde: "Gl'è il Corsi Alberto. Lo conosce?" Per dire fino a che punto la presenza, la consapevolezza di Mario Vanni nella vicenda processuale che lo riguarda. Siccome gli chiede del Corsi Alberto, lui crede che il Pubblico Ministero gli faccia una domanda per sapere così, delle informazioni su Corsi Alberto, uno chiede: sua cugina come sta? Lo zio? Ecco. "Lo conosce?", dice il povero Mario Vanni. Su Pacciani. Dice: "Io sono arrivato fino a Pacciani laggiù. Fin da Pacciani arrivai a Mercatale. Sì, mi toccava portagli la posta, in casa non potevo andare, mi mise la cassetta, perché la moglie l'era gelosa. L'era la più brutta del mondo." Dice il Mario Vanni. Poi gli chiedono perché ha smesso di fare il postino. "Smisi perché mi girava il capo, non stavo più in Vespa, non ce la facevo più." Nel 1987, vero, a distanza di due anni dall'omicidio degli Scopeti, lui non ce la fa più a stare in Vespa, gli gira la testa, smette anzitempo. Poi siccome parla che è andato all'Unità, alla Festa dell'Unità, alla festa dei democristiani, Vanni Mario precisa: "Io sono fascista, eh. Senta, io son fascista." "Abbiamo capito." Dice il... "Cristiano e fascista. La guardi, questo glielo dico." "Ci credo." "Credo...", eccetera. E così via. Poi, a un certo punto, poveruomo, sentite, eh. Domande su domande su questa lettera. Voglion tutti sapere che c'era scritto in questa lettera. E lui un po' un se lo ricorda, un po ' un lo sa dire, ne parleremo a parte. Però, a un certo punto, ma pensate, no, voglio dire, questo è indicativo, perché chi ha esperienza come l'ho io, come l'hanno certamente i Giudici togati, del personaggio callido che si nasconde ed ha qualche cosa da nascondere, che ha paura della Giustizia, perché ha evidentemente qualche cosa che gli rimorde dentro e teme, ha paura di degli inquirenti, della persona che lo sta interrogando, perché? Perché lo sa lui perché. Perché lui ha fatto tutte queste cose pessime, quindi è in una posizione evidentemente guardinga. E lo stanno interrogando allo spasimo su questa lettera. Vogliono sapere che c'ha scritto. "Però a noi ci ha sempre..." Dice il dottor Vigna: "Lei ci ha sempre molto colpito questa sua paura, questa lettera che arriva e dove lei non ci ha mai voluto dire che cosa c'era scritto." E il Vanni dice: "O non gliel'ho detto?" "No, Vanni, non ce l'ha mai detto." E allora Vanni boccheggia un po' e dice: "C'era scritto delle cene, di quella cosa, di quell'altra, allora?" E Vigna dice: "O Vanni..." E Vanni: "Lo metta lei" - pagina 42 - "lo metta lei icché c'era scritto." E il dottor Vigna dice: "No, io non posso." Va be', ne dovremo riparlare perché, insomma, è l'oggetto del processo, Vanni Mario. Ve l'affido, v'affido la persona; perché poi ora parleremo delle, diciamo, delle prove a carico, tanto per intendersi, per modo di dire, insomma, niente prove. Ma vi si è già affidato lui, eh, come persona l'ha già fatto lui. Non è un simulatore, non è uno che finge, non è uno che quando si trova di fronte alla Giustizia inventa storie. Attenzione, quel processo, quel vecchio processo, quello che ha fatto cadere miseramente la caduta della moglie dalle scale -scusate questo orribile bisticcio, non lo fo più - vi dice questo, che lui quando gli viene contestato, dice: 'si, sì, effettivamente è vero, l'ho percossa, sì, un ce la voglio a casa, sì'. Quando lo interroga il dottor Vigna: 'che c'è nella lettera?', 'Ma lo metta lei, icché la vole'. Periti, periti, periti. Dopo la caduta, il sentirsi male e tutto il resto, è andato a finire all'ospedale. Ma, Presidente, fosse stato uno che aveva in mente la sua posizione, si fosse voluto difendere allo spasimo, avesse voluto in gualche modo imbrogliarvi da questo punto di vista qui, mah, insomma, voglio dire, a un certo punto arrivavano i periti, lui sta zitto, continua a balbettare come balbettava il giorno prima e è bell'e finito, vero. Per lo meno per ora il processo è finito per lui, eh. Perché un c'era versi. Per come stava quando l'ho visto io il primo giorno, Presidente, il processo un si poteva più fare a Mario Vanni, non c'era versi, vero. Lasciamo da parte che io non condivido le conclusioni dei periti sul punto e non le condividono i consulenti tecnici, ma sa, però, insomma, ora parla, ora alla televisione ha fatto un'intervistina, ha detto anche delle cose: 'Ah... eh... boh... buh... accidenti...' e poi si arrabbiava. Invece, invece, invece ai periti lui: 'ora sto bene, ah, ah, ora ho ripreso, ora parlo'. E' un personaggio così Mario Vanni, è per questo che son contento di difenderlo, è per questo che a lungo andare provo anche un certo affetto per lui. Se vi spogliate dal preconcetto, dall'idea del coltellaccio e dell'uomo che taglia, lo capite anche voi che è così lui, che la verità è questa. Che poi i preconcetti quando finiscono nelle sentenze si sentono, si avvertono; i contorcimenti, le cose, i tentativi di motivare. E qui questa sentenza di condanna a Mario Vanni è una sentenza di condanna, che se dovesse intervenire, questo difensore smette di fare l'avvocato, ma ne parlerà il mondo come esempio di Giustizia deficitaria, disattenta, assurda.
Presidente: Scusi, avvocato, che cosa sono queste espressioni? Vuole essere un'intimidazione alla Corte, per caso?
Avvocato Filastò: No, per carità!
Presidente: Allora, usiamo altri termini...
P.M.: Presidente, lo sono.
Presidente: Questo non lo deve dire.
Avvocato Filastò: No, Presidente, le spiego subito...
Presidente: No perché...
Avvocato Filastò: Ho captato... ha ragione lei e mi scuso.
Presidente: Bene.
Avvocato Filastò: Ha ragione lei e mi scuso. Ma ho captato...
P.M.: No, è tutta la mattina che sono... più di una minaccia. 
Avvocato Filastò: Minaccia?
P.M.: Non lo so!
Avvocato Filastò: Ah, lei parla di minaccia a me?
P.M.: Scusi, dice...
Avvocato Filastò: E io non minaccio mica...
P.M.: (voce fuori microfono)
Avvocato Filastò: Sa cosa posso minacciare io?
Presidente: Pubblico Ministero, Pubblico Ministero.
Avvocato Filastò: Io posso minacciare di scrivere. Questo posso fare io, non di far processi a nessuno. Le mie minacce sono diverse. Al massimo posso essere minacce di uno che sa tenere la penna in mano, va bene, che è pubblicato in tre lingue, va bene? E che se, a un certo punto, una cosa gli sta sullo stomaco, può anche mettersi li e raccontarla in giro. Con tutti i perché e i percome. E queste sono le mie minacce, se lei vuol saper delle minacce. Io non dico: attenzione, la responsabilità, questo sta dicendo, sta facendo delle illazioni, attenzione, perché qualcuno può essere anche chiamato ad esser ritenuto responsabile, perché dice... perché io non ho strumenti, da questo punto di vista. Lei sì, io no. Quindi non è un'intimidazione, Presidente. Ho captato un colloquio muto fra due Giudici popolari, mi è sembrato che fossero in disaccordo con me, in un certo quadro che facevo di questa persona. E ho detto: attenzione a non sbagliare, perché secondo me, secondo il mio parere, una sentenza di condanna - e lo ripeto pari pari, come ho detto prima, perché prima non ho detto altro, è registrato, c'è scritto - una sentenza di condanna di Mario è una sentenza da far parlare il mondo. E lo ridico. Sarebbe per forza, perché per forza, per forza, ci sarebbe da motivare un sacco di situazioni: il Lotti, il Pucci, che parlano in un certo modo, in un certo momento e poi in un altro, quello che hanno detto qui al dibattimento, come intervengono nel processo, come interviene l'ipotesi. Ora poi lo vedremo insieme, dipaneremo tutta questa materia via via. Un sacco di cose. E tutte, e tutte che ci congiungono e che indicano un coacervo di sospetti, di situazioni assurde, di deforinazioni, come quelle che io vi ho indicato poco fa: la moglie buttata dalle scale, la prostituta uccisa a coltellate, la simulazione di un ictus e di un ricovero in ospedale per andare a parlare col complice. Ve le ho indicate queste cose, eh. È certo che, come dice sempre il poeta Bertold Brecht: "Anche la collera per l'ingiustizia fa roca la voce." E la mia voce tanto diventa roca, nonostante tutti gli sforzi che faccio per evitarlo, perché sono troppo impulsivo e di questo, se qualcuno se n'è avuto a male di quello che ho detto, ho detto che mi scuso. Dell'impulsività, ma non del contenuto. Presidente, se non le dispiace, io smetterei.
Presidente: Allora si sospende. Si va a domani mattina alle ore 09.00.
P.M.: Bene. Grazie, Presidente.
Presidente: Prego. Allora, il processo è rinviato a domani mattina alle ore 09.00, con nuova traduzione del Vanni. L'avvocato Mazzeo e Filastò producono sentenza 06/10/64, Tribunale di Firenze, a carico di Vanni Mario.
P.M.: Se serve, Presidente, da parte del P.M. nessuna opposizione. Ne avevo già dato atto io, durante il corso del dibattimento, perché dal certificato penale di Vanni...
Presidente: Vanni è incensurato.
P.M.: Io l'avevo detto durante il corso del dibattimento che la cosa era pacifica. Meglio ancora la sentenza, perché ora qui sappiamo che è per insufficienza di prova, eh, per quel che può servire.
Presidente: L'udienza è tolta.

1 commento:

Samuele burlamacchi ha detto...

Più si leggono certe udienze e più si rimane sconcertati dell'inconsistenza dell'impianto accusatorio a carico di Mario Vanni. Mi domando se i giurati che hanno votato per la sua condanna abbiano mai potuto dormire sonni tranquilli. Difficile crederlo......

 
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