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martedì 17 novembre 2015

Processo contro Mario Vanni +3 - Udienza del 6 marzo 1998 - Quarta parte

Segue dalla terza parte

Avvocato Filastò: Eppure tutto questo "pacciugo", questa melletta infida, questa farragine - per usare il termine più esatto, che significa mescolanza di cose confuse — in cui si mescolano cose serie, anzi, serissime, - come delitti insoluti e tali rimasti, eh, a tutt'oggi rimasti: Francesco Vinci e il suo servo pastore; Milva, detta Silvia, e. il suo bambino Mirko Malatesta - con ipotesi; la mescolanza di cose confuse che riguarda questi I delitti — sono cose serie. Indagate, per piacere, e approfondite — con ipotesi seicentesche oltre il limite di quel ridicolo bergsoniano, di cui vi ha parlato il valoroso collega Mazzeo. E come dicevo ieri, è malinconico osservare che questa farragine, questa mescolanza di cose confuse, questo scenario seicentesco, degno... indegno dell'epoca- in cui si vive, indegno, indegno, ci fa tornare indietro tutto questo, di secoli ci fa tornare indietro. Ecco perché vi ho detto dianzi, avevo detto prima, male, attenzione Signori, attenzione, perché questo è un processo di cui si può parlare, voglio dire. Trova ancora i suoi cultori, affezionati cultori, affezionati a questo, come è affezionato ai trincetti che fanno le impronte sulle ossa di una vittima... Insomma, voglio dire, basterebbe pensarci un momentino, avvocato Colao, abbia pazienza, scusi. È andato avanti in questo processo sempre con questa storia di questo trincetto, ogni tanto ce lo trovavamo, non dico in mano, ma insomma, stavo per dire fra... Insomma, basterebbe pensarci un momentino, insomma. Un trincetto non ha il manico, no, e quindi, quando a un certo punto io uso una cosa di questo genere non lo provo con uno stampo su un osso, dopo avere trapassato... Perché mi sfugge, no, non c'è manico. Il trincetto serve ai calzolai perché hanno il piano e così incidono, ma, capito, non c'è versi. Taci Non c'è versi, eh. Va be', e dicevo che l'avvocato Colao è rimasto fedele... e quindi, l'avvocato Colao vede lui i feticci messi a seccare al sole da Pacciani, l'ho detto ièri, fine del discorso. Va be'. Lasciamo perdere. Ma a un tratto, a un tratto, un colpo di reni di Lotti nelle indagini preliminari e qui al dibattimento, e tutta si sposta. Par di vedere i macchinisti di una scena teatrale che sbaraccano il palcoscenico. Lo scenario di cartone cambia, si smontano i fondali con i crogiuoli, il fuoco finto, le ragnatele della casaccia di Faltignano, si levano le quinte con i cartelloni, le candele, i pentacoli e via. Si sbarazza la scena anche dai maghi, quelli col camper e quelli senza; le fattucchiere; le misteriose signore che acquistano i filtri; le minorenni e si fa sbaluginare una scena da cinema espressionista dell'anteguerra, tipo “II Gabinetto del Dottor Caligari”. Ma no, non ci siamo, perché quello era un bellissimo film e tale resta. Tipo i peggiori horror americani di serie C, quelli proprio che non si posson vedere da quanto sono fatti male, imbrogliati, confusi, da un punto di vista narratologico. E spunta il misterioso, doviziosissimo dottore, acquirente dei feticci, senza fondali lui, senza spezzati, senza neri di contorno, perché non si sa nemmeno né chi sia né dove abiti; non c'è casacce con lui, non c'è prostitute, non c'è minorenni, niente. È cosi: un'immagine. È una figura quasi medianica, un ectoplasma che incombe in questa processo e sulla vostra decisione. Dovrebbe incombere, dovrebbe suggestionarvi,perché è solo lui il nefasto dottore, meglio non mettergli nessuno intorno, né Ghiribelli, niente, niente, dottore. Dottore di Pacciani. Ginecologo. Ginecologo? Sì, forse. Ginecologo. E qui, scusate, ma siamo un po' al sotto dai romanzi di stazione; molto al di sotto, molto. Perché? Anche qui basta rifletterci un momentino: ma per farsene che? Ancora, ancora l'ipotesi esoterica, insomma un qualche valore poteva anche averlo - per modo di dire, ma insomma - siamo a valutare, no, a fare la graduatoria dell'attendibilità dì una situazione, partendo da un criterio di paragone, ecco. Le sorbe. Partendo dalle sorbe. Secondo il dottor Giuttari, un testimone è attendibile perché ha parlato di sorbe, in un certo... poi lo vedremo. Ecco, diciamo, teniamo come punto di riferimento — perché è questo purtroppo, basso, il punto di riferimento - le sorbe, per valutare l'attendibilità, la probabilità, il livello di probabilità di un'ipotesi. Ecco, partendo... qui siamo sotto le sorbe, molto, molto, molto. Perché, che se ne fa? A suon di milioni. Eh? 
(voce fuori microfono) Decine.
Avvocato Filastò: Decine. Purtroppo devo farvi un'altra citazione. C'è una cosa del genere nel romanzo "La pelle" di Malaparte. Dove però questi oggetti, che vengono — dice lui eh, e che secondo me se la inventa di sana pianta la storia, perché Malaparte va preso con le molle dal punto di vista delle invenzioni — questi oggetti che venivano venduti da dei manutengoli napoletani alle truppe di occupazione americane, non erano mica queste cose qui che sappiamo. Quelli erano oggetti confezionati bene, avevano sì un'efficacia, tipo vibratore ecco, l'inverso del vibratore, ma veramente usati, secondo lui, in questo modo. Di plastica ovviamente e seta, dice lui. Con la seta… va be’… Sarà vero, non sarà vero, chi lo sa, comunque. Queste povere cose che da un momento diventano incartapecorite, lasciamo perdere via. Il dottore. Il dottore li acquista. Per farsene che? Perché capite, voglio dire, hanno un significato per uno che ha partecipato al fatto, nel senso che ha compiuto l'opera e allora rivive. Ma quello che le compra dopo... A meno che non si dica che il dottore è quello della 131 metallizzata, argentea; che il dottore è quello non so... A Vicchio non so come ci è andato il dottore, a Vicchio, anche a sentir la Frigo, di dottori non se ne vede, altrove nemmeno. Insomma, ma voglio dire, capite che qui il processo si fa in questo modo? Affondando i piedi fin questo dire e non dire, in questo suggerire, in questo fare intuire, in questo fare immaginare. E tutto, poi, naturalmente coperto da questa indagine in corso. Allora, dottor Giuttari si fa una scommessa? Di quanto vuole lei, guardi, le parlo col cuore in mano, perché io la considero anche lei un lavoratore, un professionista come me. Di cosa si scommette che questo dottore non lo troverà mai lei? 50 milioni le va bene? Guardi, io c'ho appena quelli. 
Dottor Giuttari: (voce fuori microfono) 
Avvocato Filastò: Ecco, bravo. Mi piace questa risposta, ci ritrovo le origini mie, che sono anche le sue. Dicevo, dopo l'eclissi, dopo il tramonto della setta esoterica, dopo lo sbaluginare del — qui chiamiamolo col loro nome — del pianetino artificiale, dello Sputnik costruito in laboratorio, dottore; alla fine, sul fondo del bicchiere sono rimasti “il gruppo campagnolo di merende" Il gruppo campagnolo. Chi sono gli amici o compagni di merende? "Nomina sunt consequentia rerum", si dice. Si è creata un’espressione con un impatto massmediatico tale, con una forza tale da rimbalzare nel linguaggio dei politici. È tutto dire, perché se c'è delle persone disattente su questo pianeta sono i politici. Non sanno mai un accidente di niente, sono sempre al di fuori di tutto, parlano di tutto, bla bla, bla bla, bla bla, bla bla, però delle cose poi se ne occupano poco. E qui, ho sentito un giorno in televisione uno di loro dire: 'questi qua' — parlando degli avversari' — sono "compagni di merende".' Ma esiste una cosa, un fatto reale, oltre l'immaginazione dei giornalisti che ha coniato questa espressione? In che consiste questa cosa massmediatica? Quali sono i suoi connotati, le sue: caratteristiche reali? In che modo e su quali addentellati, su quali elementi se non di prova, almeno indiziari, si trova, in questo processo, Qualche cosa che faccia superare a questa espressione il suo significato letterale, innocuo, confortevole, che evoca pacifici pomeriggi domenicali: la saletta di un bar, il caffè, le bevute fra gli amici, le gite alle feste paesane? Su quali fatti si arriva invece in questo processo ad evocare, con questa espressione, suggestioni di tutt'altra natura, ricavate dall'accostamento con i delitti più sanguinosi, più orribili di quest'epoca, tuttavia così perversa e così dura. Insomma, dove sono questi "amici di merende"? Chi sono? Come si comportano? Chi sono, oltre una sorta di immaginario collettivo creato dai mass media e prima di tutto dagli inquirenti? Dagli inquirenti. In che consiste? Come gruppo, guardino, eh. Se uno dice: 'beh, chi sono?' Eccoli qua. Uno è qui. Amico di merende. 
Mario Vanni: Uhm.
Avvocato Filastò: L'ha inventata lei la cosa. Accidenti, Vanni. Io cosa le ho detto la prima volta che l'ho vista? ...
Mario Vanni: Sì, sì.
Avvocato Filastò: Sì, sì. No, gli ho detto: 'Vanni, non pronunci più la parola "merende", sennò io non la difendo'. 
Mario Vanni: 'Sì.
Avvocato Filastò: Ho detto così, o no? 
Mario Vanni: Sì, sì.
Avvocato Filastò: Uhm. Chi sono? Non dico Vanni, non dico Lotti, non dico Pucci, non dico Toscano, maresciallo Simonetti. Come si chiamava il precedente postino, Dori? 
Mario Vanni: Dori.
Avvocato Filastò: Dori. 
Mario Vanni: Oliviero.
Avvocato Filastò: Oliviero. No, io dico come gruppo, come entità collettiva, quella che riflette, è riflessa nel capo di imputazione, laddove si indica la sussistenza del reato di associazione per delinquere. Come si associa questo gruppo? Dove? Con quali strumenti opera? A che scopo soprattutto. Vedano, il significante "compagni di merende" , come l'espressione "metabolismo lento" è infelice. È infelice l'espressione "amici di merende" come era infelice l'espressione "metabolismo lento", come si è visto ieri. Ed è indicativo di quanto questo processo si nutra di suggestioni massmediatiche: di etichette, di immagini da stampina popolare, ma nemmeno. 

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