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martedì 20 ottobre 2015

Processo contro Mario Vanni +3 - Udienza del 5 marzo 1998 - Seconda parte

Segue dalla prima parte.

Avvocato Filastò: E infine consapevole e contemporaneamente perfettamente responsabile del suo potere. È questo che più che altro mi affascina del vostro lavoro in questo momento: questa vostra potestà, quasi divina. Nessuno, nessuna cosa al di sopra di voi: né l'opinione pubblica, cosiddetta; né la stampa, più o meno forcaiola su questo fatto, su questi fatti; né gli apparati burocratici; né l'ansia di chi vuole trovare il colpevole, anche legittima, dei parenti delle vittime. Tanto al di sopra da essere terribilmente solo, ciascuno di voi; solo. Con se stesso con la sua coscienza, anche quando giudica in collettivo: solo. Certo, certo. Ed è a questo mio affezionato Giudice che parlo, rispettandolo profondamente. E vi dico che in questo processo siamo in pochi ad amarlo, questo Giudice, e in pochissimi a rispettarlo, ahimè. Rispettarlo nel senso di, prima di tutto, evitare con mezzi - non voglio usare aggettivi - con mezzi discutibili, di captare la suggestione sua, di tirarlo da una parte con le suggestioni, con i sottopensieri, con i misteri, con le indagini che si devono fare - dottor Giuttari, vero? - e che sono in corso e che non si sa ancora a che punto sono arrivate. Con il dire: beh, aspettate e vedrete, per ora noi si indaga sui maghi, sui misteri, sui filtri, sul dottore. Eh, ma non disturbate il manovratore per ora: segreto istruttorio, chi vivrà vedrà. Questo è un processo a uno; uno? Accidenti, uno. Poi ci sarà l'altro, eh, poi vedremo, eh. Abbiate fiducia, aspettate vedrete. E questa cos'è? Questa cos'è se non un'inammissibile suggestione. E guardate non è che io vi sto inventando le cose, perché c'è nella prerequisitoria del dottor Giuttari, c'è proprio un punto preciso, dice: 'ma questa storia?' 'Questa storia, abbiate pazienza, noi stiamo indagando, dobbiamo vedere, segreto istruttorio. Salvo poi leggere sui giornali notizie filtrate, non si sa bene come, informazioni, leggere le cose più assurde, le cose più assurde, cose più ripugnanti dal punto di vista intellettuale. L'ipotesi del disseppellimento della bara del mago Indovino, Salvatore Indovino - che poi chi l'ha detto che era un mago? Ma insomma, lasciamo perdere - per vedere se per caso la pistola era andata a finire nella bara. Non lo so da chi venissero le informazioni. Forse se lo sono inventati di sana pianta i giornalisti, può darsi benissimo, non lo so. Ma voi capite, questo clima suggestivo, che si è dovuti arrivare qui, in questo processo, no, dove si discute le cose serie che sappiamo. Si è dovuti arrivare qui, si è dovuto sentire - mi dispiace, non c ' è stamattina perché non mi piace parlare delle persone quando non ci sono - l'avvocato Colao, nella sua requisitoria finale, parlarvi dei feticci messi da Pacciani a seccare sulla porta della sua casa. Ma voi sapete che questa storia dei feticci messi a seccare ha formato oggetto di una indagine, eh, sono state interrogate delle persone. Come i pomodori, come i fichi nel Sud, vero? Si fa. Come le sorbe. Perché anche le sorbe si mettono a maturare al sole. Le sorbe. Mi toccherà parlare anche di sorbe in questo processo. Di questo Giudice che dicevo, scevro, ho l'impressione che il Pubblico Ministero ne avrebbe fatto volentieri a meno, se la legge glielo avesse consentito. Che significa questo, Avvocato Filastò: che in un giudizio abbreviato il Giudice non c'è? Sì che c'è, certo che c'è; e può essere anche che quel Giudice sia quel Giudice ideale che dicevo. Certo è che quel Giudice è dimezzato, almeno, eh. Le prove non si svolgono davanti a lui, non si dipanano sotto i suoi occhi, non vengono raccolte direttamente dalle sue orecchie. Sono prove che appartengono allo scritto, addirittura in una forma, prevista dal nostro Codice, che è persino, come dire, meno garantista - però è un termine sbagliato, che io non amo per tante ragioni – del vecchio processo, quello che si svolgeva appunto su delle prove già raccolte da Magistrati e sulle quali i Giudici del dibattimento avevano lo scopo soltanto di effettuare un controllo. Almeno loro un controllo lo facevano: i testimoni li risentivano. Nel giudizio abbreviato tutto questo non avviene. E così, se la legge glielo avesse consentito, così i ha detto il Pubblico Ministero, avrebbe voluto - questo Pubblico Ministero - risolvere il caso sotto il profilo della posizione dell'imputato Giancarlo Lotti, vale a dire 3/4 del processo, come vedremo. Ne resta 1/4, vero, fra l'altro. Una volta risolto quel problema, c'è quell'altro quarto del processo che riguarda la chiamata di correo di cui mi toccherà di occuparmi, ve l'anticipo subito. Sono stato fino a ieri l'altro, sono stato ad angustiarmi: 'gliene parlo di questa cosa qui, o no? Gliela faccio questa ipotesi alternativa, o no?' Scusate il termine volgare. 'Parlo ai Giudici di questo?' Poi alla fine ho deciso di sì, per dovere il professionale, contro la mia profonda convinzione, in qualche modo forzando quella che io ritengo essere una componente fondamentale della mia vita, vale a dire l'onestà intellettuale. Cosa che mi ha sempre fatto un sacco di nemici, creato un sacco di problemi e di grane, fra parentesi. Anche perché io qui sono chiamato da Mario, figlio di Mario...
Mario Vanni: Eh, sì.
Avvocato Filastò: ... a difenderlo. Ma prima ce n'era un altro.
Mario Vanni: Eh?
Avvocato Filastò: Prima ce n'era un altro di avvocati, no?
Mario Vanni: Sì.
Avvocato Filastò: Il quale aveva la sua idea, che io rispetto, che io devo rispettare. Ma, insomma, non anticipiamo. Basti dire che non è stato facile per me affrontare questo processo e questa discussione. Molto complicato, davvero. Come è molto complicato questo processo, rispetto al quale, con tutti i problemi dei quali vi ha parlato ieri l'avvocato Mazzeo che riguardano proprio Lotti, Pucci, si poteva fare a meno del dibattimento. Giudizio abbreviato: c'era l'incidente probatorio, quell'incidente probatorio, vero. E io non ripeto nulla di quel che ho detto, ma ve lo ricordate, è tutto verbalizzato. E ho detto determinate cose su quell'incidente probatorio. Non ne tolgo nemmeno una virgola. Qualcuno si è risentito, ho sentito il capo degli uffici dei Gip ha fatto addirittura una presa di posizione sul giornale: 'l'avvocato Filastò si permette...'. L'avvocato Filastò, quando parla qui dentro, vero, nei limiti ovviamente della correttezza, della veridicità, della critica sacrosanta, dice quello che vuole. E non lo smonta nessuno. Nemmeno le più o meno larvate, chiamiamole, minacce del Pubblico Ministero. Quando dice: 'eh, questa cosa stava... qui ci sono solo delle insinuazioni, qualcuno se ne prenderà la responsabilità...', ma si capisce. Eh, perbacco! Fate, procedete, dite. Cascate male, da questo punto di vista; purtroppo è una cosa di famiglia, che devo fare? Meno male che c'è la legge. Meno male che c'è la legge che dice: no, guarda, si tratta di un processo di questa... no, bisogna farlo il dibattimento. E non funziona mica sempre, Presidente. Sa che, tempo fa, dovevo discutere in Corte di Appello un processo di omicidio risolto col rito abbreviato, a Pisa. Per dire, vero? Va bene. Vi ha già accennato il mio collega a questo richiamo costante, insistito, del Pubblico Ministero alla tranquillità dei Giudici. Tranquillità, tranquillo. I sinonimi sono: calma, quiete, pace, sicurezza, certezza, fiducia, cautela. Così leggo nel dizionario dei sinonimi di Gabbrielli. D'accordo, d'accordo, d'accordo. Anche io desidero che i Giudici arrivino alla loro decisione con calma e con quiete intellettuale. Ma che, soprattutto, questa calma, questa quiete intellettuale, questi Giudici la provino dopo la decisione. Quella quiete che si ha quando si è consapevoli di avere lavorato, sofferto, dubitato, approfondito. E, solo dopo, si raggiunge questa consapevolezza di aver preso l'unica decisione possibile. Non prima. No, come ha l'aria di ritenere il Pubblico Ministero, parlando di prove tranquille, di fatti I in contrapposizione con i dubbi, con le critiche. Non è che a questa tranquillità i Giudici possono arrivare senza sforzo - come vi ha detto - in un processo di questo genere. Tranquillamente, fino a dichiarare quasi inutile il dibattimento, o inutile del tutto il dibattimento, per quanto riguarda la posizione di Lotti. Se voi lo seguiste su questa strada, il Pubblico Ministero, voi non raggiungereste la tranquillità nel senso di quiete intellettuale, bensì raggiungereste qualche cosa che non è sinonimo di tranquillità. E' cosa diversa. Non è sinonimo di quiete, è una cosa diversa. E' l'acquietamento, è l'acquiescenza; che a sua volta la parola acquiescenza ha altri sinonimi. E i sinonimi sono: conformazione, rassegnazione. A che cosa? A quel che vi ha detto così bene il collega, citando Robespierre: alla forma, al nome delle cose. “Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus", dice Umberto Eco. La forma, il nome; confessione, testimonianza oculare. Certo, è più facile arrivare all'adattamento, alla disposizione, alla acquiescenza, che alla autentica tranquillità. In questo processo si arriva alla tranquillità col lavoro duro. E ve lo consiglio, di farlo, caldamente ve lo consiglio; lo consiglio a quel Giudice leale, almeno, che dicevo prima. Perché l'acquietamento o l'acquiescenza, attenzione Giudici, perché dura poco, dura. Poi non fa dormire la notte, si trasforma in tormento. Quando ciascuno di voi tornerà al suo lavoro, vedrà le persone che vede tutti i giorni, parlerà in casa, in famiglia non di quello che avete deciso, perché è vietato dalla legge, ma dentro continuerà a restargli questa spina. Quindi, fatelo; e, guardate, non è facile. Ve lo dico sinceramente. Io sono diventato matto. Io è settimane che non fo altro. Non vi accontentate dei ricordi, del dibattimento, delle impressioni. No. D'altra parte io so che il Presidente ha questo scrupolo. Mi conforta, questo, sono sereno da i questo punto di vista. Per fortuna, ora, questo sistema della trascrizione, così bene fatto da quel signor Tinnirello là, che è bravissimo, ha organizzato questa cosa come non avviene mai in nessun altro Tribunale d'Italia, eh. Voi avete questa fortuna, di avere una struttura di questo genere, che è la migliore. Io giro poco, ho visto. La migliore. Voi avete queste trascrizioni e potete... è duro, è lungo, ma l'avete già fatto sicuramente, avete già cominciato a farlo, ma rifatelo. Non c'è quasi limite. Naturalmente son ben importanti, perché voi vi rimetterete a rileggere tutta quella mattinata di udienza che alibiamo perso tutti qua, insieme, per sapere se Butini Graziano è finocchio oppure no. Di quello ne potete fare a meno, ne potete fare, vero? Non è finocchio: basta, fine del discorso. Però che c'è bisogno di andare a sentire, a rivedere tutto quello che, dice, ma lo toccavano, non toccavano, sotto i glutei, non i glutei? Insomma, accidenti. Una mattinata umiliante, umiliante. E non la sola, eh. Ce ne sono state altre. 
Segue...

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