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giovedì 13 marzo 2014

Processo contro Mario Vanni +3 - Udienza del 27 novembre 1997 - Prima parte

Presidente: Buongiorno. Elisabetta, prendiamo atto della presenza del Vanni, dei difensori. Dei due difensori del Faggi. L'avvocato Zanobini per il Corsi. Bertini per il Lotti. Lotti non c'è? Poi le parti civili. Allora l'avvocato Colao mi rappresenta le altre mancanti, va bene?
Avvocato Filastò: Presidente, mi scusi, dovrei fare un'istanza prima.
Presidente: Prego.
Avvocato Filastò: Presidente, è un'istanza di revoca della misura cautelare in carcere di Mario Vanni, o di modificazione ’di questa misura in quella di arresti domiciliari, in ipotesi. O comunque, in ulteriore ipotesi, di -sottoposizione di questa misura cautelare ad un termine determinato, che poi indicherò. E' l'ennesima istanza che viene fatta per Vanni, me ne rendo conto. Però vi prego di prestarmi attenzione.
Presidente: Come no.
Avvocato Filastò: E di decidere immediatamente in Camera di Consiglio, al termine di questa mia breve discussione. E' capitato un fatto singolare, rispetto a quel che avviene normalmente ad un avvocato. Direi che è la prima volta che mi capita di andare in carcere - il carcere di Prato, sono andato a trovare l'altro giorno il signor Mario Vanni - e di essere sollecitato, in un certo senso, dal personale del carcere. Aveva già fatto qualche tempo fa il cappellano del carcere di Prato. Questa volta questi agenti che mi accompagnavano. Ma insomma, quando lo mandano a casa questo pover'uomo? Cosa singolare, perché in genere in carcere non c'è un atteggiamento di questo genere nei confronti dei detenuti. E questo mi ha fatto in qualche modo, mi ha obbligato a rivedere tutta la situazione, anche con riferimento alle ultime due ordinanze, quella che avete fatto voi il 18 di luglio e quella successiva del Tribunale della Libertà. E vi chiedo, signori Giudici, un atto di giustizia. Non è retorica. Non è la solita petizione di principio dell'avvocato, il quale cerca di arrivare al cuore dei giudici. Quando parlo di atto di giustizia, lo dico con profonda convinzione e mi sforzerò di indicarvene, all'interno della modestia dei miei mezzi, le ragioni. Ho una terribile sensazione, che è un'impressione; può essere sbagliata. Mi direte voi se è sbagliata. Che intorno alla questione della custodia cautelare in carcere di Vanni, si stia in qualche modo focalizzando quella polemica attualistica che sta alla base e a fondamento di questo processo. Pacciani colpevole, o Pacciani innocente. Io ve l'ho già detto all'inizio. Ho cominciato a impostare il discorso, che in questo piccolo provinciale caso Dreyfuss all'italiana. Il punto è quello, la salvazione di un'indagine, in un certo modo. E vi dico che, insomma, nel mio piccolo, all'interno di un'attività diversa dall'avvocato, che svolgo anch'io, ho contribuito a rinfocolare questa sotterranea polemica. In cui a un certo punto traballa un'accusa, si fa un'ipotesi di complici, i complici vengono individuati. Mi ha suggerito che questo problema è entrato, questo aspetto, questo dualismo, questa... uno dei tanti scontri che si fanno nel nostro paese per una inveterata abitudine, entra a far parte anche nella questione della libertà personale di Mario Vanni. Ha suggerito il fatto che, per esempio, una delle ordinanze del Tribunale della Libertà, che rigetta l'istanza di scarcerazione del Mario Vanni, è presieduta dal Presidente Ognibene. Il quale, come voi sapete, è l'estensore della sentenza di condanna di Pacciani. Non sto a discutere dell'opportunità, Presidente, siffatto che discutono a che, a fronte a decidere una questione di questo genere. Ma non è 11 il punto. Il fatto è che questa polemica, questo aspetto, questo dualismo carica questo processo di una tensione, che non deve esserci. Ma questa tensione è accresciuta dal fatto che quest'uomo è in galera. Voi lo dovete sentire questo aspetto. Che cosa esclude, che cosa contrasta con il fatto che quest'uomo stia a aspettare che qualcuno risolva questo aspetto, questa polemica in un modo o in un altro, ma standosene a casa sua, come avviene in tutti i paese civili. E non sottoposto a questo tormento, a questa tortura di una carcerazione. E questa carcerazione vedano, l'aspetto grave è che costituisce un'ipoteca persino sul vostro giudizio. Perché quando voi giudicherete Vanni Mario, alla fine di questo dibattimento, un conto è avere o meno sulle spalle, sulle vostre spalle, una custodia cautelare in carcere che dura ormai da quasi due anni. E un conto è avere voi, serenamente, preso, a un certo punto del dibattimento, la decisione di restituire una libertà, una libertà limitata, come volete, a questa persona, senza in qualche modo dare adito alla impressione di avere in qualche modo anticipato un giudizio, rispetto al merito. Qui c'è un accanimento su questa questione. Tutte le istanze fatte dal valoroso collega Pepi - non ho capito bene perché ce l'abbia con me, io dico che è valoroso, appassionato - sull'argomento. E tutte le ordinanze che ci sono state, la Cassazione, ma insomma. Una superfetazione . di questo problema che solo un provvedimento giusto - come vi dirò fra poco che è giusto, e perché è giusto - avrebbe la capacità di rasserenare un clima. Ma rasserenarlo anche nei vostri confronti.
Presidente: Scusi, eh. Più piano per cortesia, più piano.
Avvocato Filastò: E in rapporto alle vostre coscienze. E' per questo che sono stato molto perplesso sugli argomenti che vi avrei dovuto proporre, per sostenere l'istanza che vi sto facendo. E soprattutto se aderire a quella impostazione che è stata, il giorno 18 luglio di quest'anno, del collega avvocato Pepi. Il quale vi ha fatto quella istanza sotto un profilo soprattutto di inerito. Egli vi ha detto: guardate che questo dibattimento ha alleggerito la posizione di Vanni. Vi ha detto, questo dibattimento, le prove offerte dal Pubblico Ministero hanno attenuato il carico degli indizi. E, esaminando questa posizione, vi ha parlato di Alessandra Bartalesi. Vi ha detto come la deposizione di Alessandra Bartalesi lasciasse intravedere un motivo di astio, di rancore di Lotti nei confronti di Vanni. Vi ha parlato del teste Santoni. Vi ha sottolineato l'importanza, giustamente, della deposizione negativa della testimone Manuela Bazzi. La quale ha negato assolutamente di aver ricevuto una certa lettera. Insomma, gli arzigogoli - beh, lei parla di arzigogoli - della sentenza del Tribunale della Libertà, in seguito alla vostra ordinanza di rigetto, per cui dice: ma probabilmente, non si sa chi... questa è una lettera che è stata spedita a una sconosciuta. Ma l'hanno vista quei Giudici questa circostanza? L'hanno esaminata fino in fondo? Hanno vista che questa è una fandonia dettata dal Lotti? Equivocandosi il contenuto di una lettera, quella vera, spedita alla Della Monica. E captando male certe indicazioni che gli arrivavano. Che questa circostanza della lettera, spedita a questa fantomatica Manuela, spedita nel bar. Ma voi ce lo vedete il Vanni, il quale è stato nel bar vicino alla stazione di Vicchio. Il quale dopo essere è stato lì a parlare con la Rontini, perché voleva avere dei rapporti sessuali lui, il vecchio Vanni con la ragazzina diciottenne; dopo ci torna per impostare una lettera alla compagna di lavoro della Rontini? Che questa Manuela sia, poi, la destinataria della lettera è chiarissimo. Perché qui Lotti non dice solo Manuela, dice anche compagna di lavoro della Rontini. Quante compagne di lavoro che si chiamano Manuela c'ha la Rontini? Ma scherziamo. Falsità plateale, manifesta, emersa. Ma lo era già falsa la cosa, fin dall'origine. La spedizione della lettera sarebbe avvenuta nella cassetta accanto a quel bar: ma dove siamo, Giudici. Dove siamo! Uno che sarebbe stato visto lì, torna lì a spedire, a distanza di qualche giorno, una lettera, in quel posto, accompagnato dal Lotti. Lettera poi... il contenuto: il barattolo preso dalla cantina. Vi ha parlato l'avvocato Pepi della posizione del Vanni Paolo e della testimone Frigo, indicandovi come la tensione indagatoria - chiamiamola così - abbia, in gualche caso, forzato la mano agli inquirenti. Bene, diciamo così, per intendersi, poi ne parleremo meglio. Vi ha parlato e a questo punto io dovrei aggiungere che dimostrazione, prova concreta di questa tensione particolare, di tipo soggettivo, non è solo i 120 atti istruttori fatti nell'arco di otto giorni, nel periodo di tempo che sta a cavallo con la sentenza di assoluzione di Pacciani. Ma c'è l'arringa, l'arringa accusatoria, la requisitoria del teste Giuttari, davanti a voi. Pagine e pagine di un testimoniale, non interrotto mai da nessuno, fra parentesi. In cui la forza fondamentale dei suoi argomenti sono l'intuito, l'autoincensazione dell'intuito di questo testimone. Laddove quel che ha buttato fuori dalla porta il nostro Codice, eliminando i rapporti di Polizia dalle vostre valutazioni, è entrato dalla finestra attraverso un'arringa del testimone Giuttari. Poi aggiungere che cosa? Il Butini. La sconfessione della sua omosessualità. Ricordate, Giudici, siamo stati una mattinata intera ad affrontare il tema della omosessualità o meno di questo povero signor Butini, per arrivare alla fine a dire: mah, insomma. Guardate che a questo gancio della omosessualità e del rapporto omosessuale Butini-Lotti, si tiene un elemento fondamentale dell'accusa. Perché il Lotti si sia... si sarebbe convinto ad accompagnarsi con queste persone in queste loro spedizioni strane, assurde, di cui non si capisce la motivazione. Accidenti, era un gancio fondamentale. E questo gancio l'avete visto diventare peggio che di gomma, di panna montata, all'interno del dibattimento. Dovrei parlarvi di quel che è avvenuto dopo questa discussione fatta dal collega Pepi. Dovrei parlarvi della caduta del Pucci. Dov'è? Di Pucci. Testimone Pucci. "Quindi...", pagina 8 del verbale, udienza del 06/10/97. Pagina 8: "Quindi anche lei riconobbe solo il Pacciani, è così?" "Sì". "Il Vanni?" "Il Vanni, no". No, il Vanni no. Ma questo dopo che questo testimone - cosiddetto - questo del 'Vanni no' l'ha detto anche prima: "Mentre eravate dalla Gabriella arrivò il Vanni?" "No, il Vanni no". Poi gli si contesta, dice si. Non vide il Vanni tagliare la tenda. "Mi sembra di aver sentito delle grida". Mi sembra. Non ricorda di aver visto fuggire un uomo nudo. Voi capite, questo è un testimone che in una certa circostanza, di un certo tipo, dovrebbe aver visto fuggire da una tenda nudo, come un bruco, come si trovava. E lui non se lo ricorda se era nudo o vestito. "S'andò a vedere dopo gli spari. Ci si fermò per fare il bisogno, il bisognino, per andare a vedere, per riposarci". Avete ricavato qualcosa dal Pucci? Ma non è il caso. Non è il caso. Che la discussione del Pubblico Ministero, le sue osservazioni sulla richiesta dell'avvocato Pepi si fondano sul merito, sulla chiamata di correo che Lotti fa nei confronti di Vanni. Salvo che poi, in questa sede - sto parlando della discussione fatta dal Pubblico Ministero, dottor Canessa, il 18/07/97, per opporsi alla richiesta dell'avvocato Pepi, gli scappa un lapsus freudiano grave, quando parla della chiamata di correo da parte di Pucci. La definisce chiamata di correo per due volte. Un correo che non è reo. Un correo che non è imputato, come ebbi modo di dirvi. E che solo per questo dovrebbe rappresentare ai vostri occhi il massimo della contaminazione della prova. Il Pubblico Ministero in questa sua opposizione cita il Lotti 25 volte: questa è la ragione per cui io vi chiedo questo provvedimento ora, prima che il Lotti venga sentito. "Il Pubblico Ministero crede che il Lotti nessuno lo crede”. Ha detto il Pubblico Ministero. E' la pagina 56 del verbale dell'udienza del 18/07/97. "Nessuno lo crede, tantomeno il Pubblico Ministero crede il Lotti sia così terzo in questa situazione. Lotti c'è dentro fino al collo". Dentro fino al collo. Dentro ai ristoranti che sceglie. Dentro la galera no. "Lotti completamente inserito in questa vicenda al 100%". Ancora il Pubblico Ministero. Pubblico Ministero che vi parla, vi dice, pagina 57: "Sono stati usati due coltelli". Due coltelli... voi ricordate la prova che si sviluppava davanti ai vostri occhi, con le deposizioni del perito Maurri. Dove sono finiti questi due coltelli? La Pia Rontini gemeva. Ne parleremo. "Lotti è una persona che fa i suoi racconti...", dice poi a pagina - ecco la ragione per cui vi chiedo un provvedimento ora - a pagina 58: "Lotti è una persona che fa i suoi racconti in una sua ottica difensiva, nella quale cerca quando può di attenuare le sue responsabilità". Pagina 59: "Lotti si guarda bene di essere un pentito. Non si è mai seduto davanti a un tavolo dicendo 'vi racconto la verità'". Allora io, che ho un problema di libertà per un cittadino - come vi dirò fra poco - sofferente, non intendo che questo problema di libertà venga affidato alle dichiarazioni di un Lotti qualsiasi, sia pure qui dibattimentali. Dichiarazioni che hanno questo iniziale vizio. Lotti sarebbe attendibile - secondo il Pubblico Ministero - perché non parla della lettera alla Della Monica. Eh sì, infatti ha parlato della lettera alla Manuela, sbagliando. Non ne parla perché la lettera alla dottoressa Della Monica esce dal quadro accusatorio, totalmente. E' un elemento di grave disturbo, rispetto ad una tesi precostituita e preconcettuale. Ma non voglio parlar di questo. Non è su questi argomenti. Seppure anche questi ci sono di sottofondo perché, da quando ha parlato l'avvocato Pepi a oggi, è passata acqua sotto i ponti dell'Arno, ma quest'acqua ha ancora di più sminuito quel castello accusatorio che traballa da tutte le parti. Voglio ricordare Calamosca, l'ultimo testimone carcerato, preso dal fiore, dal vestiario del testimoniale del P.M.: prostitute... carcerati cronici, oligofrenici. Insomma, ne abbiamo visti diversi. L'ultimo è venuto a dirvi: ho detto quelle cose perché... fantasia, perché volevo uscire di galera. No, non è il caso. Non è il caso. Perché, vedano, oggi è venuta meno, prima di tutto, ogni necessità di custodia cautelare. E' venuta meno ogni necessità di custodia cautelare, è venuta meno ogni opportunità di custodia cautelare. E dico custodia cautelare, Presidente e signori Giudici. Prima si chiamava carcere azione preventiva: tempi che ricordano la mia, oramai passata, giovinezza. Ma vorrei sottolineare a loro la differenza terminologica di un sistema, quello che oggi noi abbiamo rispetto a quello precedente. La carcerazione preventiva ha la stessa espressione, aveva un suono che ricordava la pena anticipata. Ricordava appunto una situazione di merito in cui i Giudici, calandosi nella situazione del merito, dice: va be', questo qui insomma, un po' di galera gli sta bene fin da ora, perché si sa che poi alla fine verrà condannato e quindi tutto quel che fa, è tutto pioggia che cade sul bagnato. Detto in termini molto poveri: il significato, il senso dell'espressione dell'istituto come era allora, era questo. Oggi voi lo sentite, anche alla televisione insomma. Sentiti i ministri parlare e dire di come ci sia un atteggiamento generale, anche da parte dei Giudici, di uso eccessivo della cosiddetta custodia cautelare. Che si chiama custodia e che si chiama cautelare perché l'accento è posto sulle cautele. Vale a dire: si tiene in prigione una persona perché? Per quelle ragioni che sono previste dal Codice: pericolo di fuga, pericolo di reiterazione dei reati, pericolo di inquinamento della prova. Queste le ragioni. Non è più, nemmeno terminologicamente. Anche se noi lo usiamo ancora quel termine. Il termine custodia... carcerazione preventiva ogni tanto ci scappa anche a noi, specialmente a quelli un po' più vecchi, come me. Purtroppo questo è come se fosse una sorta di feccia che è rimasta nel bicchiere del nostro diritto. Ma è una feccia che va buttata via, va gettata. Perché adesso cautela, nell'uso. Approfondimento sull'opportunità, sulla necessità degli strumenti. Allora vediamolo un po' se ci sono adesso. 

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