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venerdì 22 marzo 2013

Michele Giuttari - Processo contro Mario Vanni +3 - Udienza del 23 giugno 1997 - Terza parte

Segue dalla seconda parte.

M.G.:Altro teste, un fotografo americano, James Taylor. Il 9 di settembre, quindi lo stesso giorno in cui vengono scoperti i due francesi uccisi, si presenta ai Carabinieri e riferisce che la notte precedente, quindi la note del delitto, stava tornando a San Casciano assieme alla sua ragazza, - che non è stata interrogata anche lei all'epoca, l'abbiamo sentita successivamente - e nel passare dagli Scopeti, dice: 'proprio dal luogo dove oggi, ripassando, ho visto che sono stati scoperti due turisti uccisi, poteva essere mezzanotte e dieci, mezzanotte e un quarto, vidi lì nei pressi, proprio poco prima della stradella che porta a questa piazzola del delitto, vidi ferma un'autovettura senza nessuno a bordo'. 'Che autovettura era?' 'Era un'autovettura Fiat 131 di colore argento'. Dice: 'di questo sono sicuro, tanto che ne parlai con la mia ragazza. C'era un disaccordo con la mia ragazza solo sulla targa, lei riteneva che fosse a sfondo bianco, io a fondo rosso, comunque l'incontrario'. Ecco, avevano una diversità di vedute sulla targa di questa macchina. Però dice: 'il colore io sono sicuro, era grigio argentato. Si trattava di una FIAT 131'. Questa è la dichiarazione di Taylor del 9 settembre '85. La ragazza, la Gracili, oggi avvocato non è stata, non risultava essere stata interrogata. Poi ancora, tra le testimonianze trovate, la testimonianza di una tedesca, Weber Petra. Questa donna si trovava in vacanza, ospite di amici lì a San Casciano, ed abitava in una casa in linea d'aria a un chilometro dalla piazzola del delitto, in direzione frontale alla piazzola del delitto, quindi prospiciente, in linea d'aria circa un chilometro. La Weber racconta ai Carabinieri, dice: 'io la notte del delitto ero con i miei familiari fuori, nel giardino di questa casa, ad una certa ora, verso le 24.00 ho udito un rumore, come di stappo di bottiglia di spumante. Ho sentito un rumore che mi ha dato l'impressione che potesse essere lo stappo di una bottiglia di spumante. C'era anche mia madre, la quale però mi disse: no, questi sono colpi, sono spari, colpi d'arma da fuoco. Tant'è che ebbe paura e dopo un po' volle entrare dentro nella casa, non preferì rimanere più nel giardino. Entrammo tutti quanti...' E quindi, ecco, la Weber dava questa testimonianza e poteva essere utile per collocare temporalmente l'orario dell'episodio. La madre, che aveva manifestato questa impressione di colpi d'arma da fuoco, non era stata sentita. Dopo qualche giorno, dopo uno o due giorni era tornata in Germania. Altra testimonianza è quella di Rufo Giancarlo. Rufo Giancarlo, un costruttore, proprietario di una casa colonica proprio dirimpetto alla piazzola del delitto, dall'altro lato della strada al numero 120 credo che sia... 124 di via Scopeti, era proprietario di una casa colonica. Quindi è stato sentito' dai Carabinieri. Casa colonica dove lui andava soprattutto la domenica. Dice: 'io sì ero qua la domenica di pomeriggio, fino alle sette, sette e mezza, le otto, ma non ho notato nulla di anormale, nulla di strano. Ho ricevuto degli amici, ospiti' - e fa il nome di questi amici - 'i coniugi Chiarappa-Rufo'. Coniugi Chiarappa-Rufo, che all'epoca non sono stati sentiti. Il Rufo, nell'aprile '95 è morto, quindi poi non è stato possibile risentirlo. Mentre i coniugi Chiarappa e De Faveri erano stati sentiti l'11 ottobre del '95. Quindi non sono stati sentiti da me, sono stati sentiti prima che io mi interessassi della vicenda, però ho trovato già queste verbalizzazioni dell'11 ottobre '95. Che cosa hanno dichiarato questi coniugi? I coniugi Chiarappa-De Faveri la domenica dell'8 di settembre '85, che ricordano bene e dicono poi anche perché la ricordano bene, hanno dei riferimenti precisi, in particolare era morto un maestro di musica e quindi il marito si era dovuto assentare da questa casa per fare un necrologio al giornale La Nazione. Verso le 14.30, le 15.00 di quel pomeriggio si erano recati a trovare l'amico Rufo Giancarlo, in questa casa colonica. Dice la De Faveri... quindi provenivano da Firenze, dice: 'nel girare, nello svoltare a sinistra per prendere lo stradello che porta alla casa colonica di Rufo, mio marito ha incontrato delle difficoltà perché sulla destra' - proprio in uno spiazzettino da cui poi parte la stradina che va al luogo del delitto - 'c'era ferma una macchina. Una macchina di colore rosso con il dietro tronco e c'erano due persone: una persona che stava appoggiata sul cofano della macchina' - macchina che aveva il frontale verso San Casciano ed era appoggiata sul cofano della macchina - 'e l'altra persona' - descrive questa persona come una persona rozza, anche dall'abbigliamento, massiccia, di mezza età - 'dall'altro lato della macchina vi era un'altra persona che mi è sembrato meno grezzo di quell'altro e che guardava insistentemente verso la piazzola dove poi si è verificato il delitto'. Quindi guardava in maniera fissa verso la tenda dei due francesi. Quindi, la De Faveri parla di una macchina rossa, con la cosa tronca, ferma in quel posto all'inizio dello stradello che porta alla tenda dei due francesi, con due persone, di cui una che guardava insistentemente verso la tenda. La De Faveri è un'insegnante, il marito un maestro di musica. 'Mi è rimasta impressa questa macchina, questo particolare anche delle persone' - dice la De Faveri - 'perché passando da lì, non ci siamo.... mio marito non si è potuto allargare con la macchina per fare la manovra bene' - tanto che ha dovuto fare due manovre per entrare nella strada di Rufo che era dall'altro lato - 'e queste persone ci hanno ignorato, cioè non si sono neppure voltate a guardarci, come se noi non fossimo stati là presenti, non stessimo passando. Questo è un particolare che mi ha colpito'. Il marito, che conferma questa circostanza, dice qualcosa in più, dice: 'quel giorno io - a parte che sulla data sono sicuro perché era morto questo maestro di musica quindi sono andato quel giorno a La Nazione a fare questo articolo, poi sono tornato, la macchina era ferma sempre là - ma quel giorno avevo portato a casa di questo mio amico Rufo, un teleobbiettivo molto potente, perché sono un appassionato di fotografia, il Rufo era un appassionato di fotografia e quindi dalla casa di Rufo' che poi vedremo fotograficamente...
P.M.:Se crede dottore possiamo già proiettarlo così rende...
M.G.:Completerei poi… Bene, bene. 'Dalla casa di Rufo, il... provai questo teleobbiettivo molto potente, commentando insieme l'efficacia di questo obiettivo con il mio amico Rufo. E notai che c'era ferma sempre questa macchina' - proprio all'inizio della piazzola del delitto - con una persona che stava... che voltava a me le spalle, che stava appoggiata sul tetto della macchina, che guardava verso la piazzola del delitto. Tant'è che io incuriosito dissi all'amico mio, Giancarlo' - il Rufo - 'guarda quello là dove s'è messo con la macchina ancora sta fermo là e come guarda verso la piazzola. È chiaro che mi sembrò strano ma poi quando seppi del delitto collegai questa presenza'. Descrive anche il Chiarappa - cioè il marito della De Faveri - questa persona come una persona robusta, di mezza età, massiccia, che lui ebbe modo di vedere di spalle e quindi non frontalmente. Altra testimonianza di quelle trovate così dalla... in questa attività di lettura, che anche se non è molto significativa comunque ritengo utile citare, è quella di un operaio, un certo Giuseppe Bortoli, che il 10 settembre dell'85 si presenta spontaneamente ai Carabinieri e dice che, alcuni giorni prima del delitto, aveva notato in quella piazzola due autovetture di colore chiaro, una bianca e una più scura proprio nei pressi della tenda. Dichiarava poi anche che, sempre nei giorni prima del delitto, aveva notato nei pressi di quella piazzola una motocicletta con fermo lì vicino una persona di circa 40 anni, corporatura robusta, alto sul 1,75. Cioè, dà delle notizie sulla presenza di persone però nei giorni precedenti, non presenze significative come quelle degli altri testi. Queste le testimonianze da me evidenziate, già in un prima nota con cui riferii alla Procura l'esito e il risultato di questa attività delegatami e in cui manifestavo chiaramente che prendeva consistenza l'ipotesi fatta dalla Corte d'Assise che, nel delitto quantomeno dell'85 e anche in quello dell'84, potessero esserci stati dei complici del Pacciani. Quindi il metodo che ho seguito, per rispondere alla domanda...
P.M.:Era quella che le avevo fatto dottore. Possiamo per sintesi, per spezzare un attimo questo suo racconto, passare alla fase seconda del suo lavoro, cioè, vedere di spiegare alla Corte, una volta in cui lei si è reso conto, perché questo era stato l'incarico che le era stato affidato, di qual era il quadro generale, diciamo, nuovo che si prospettava a seguito di quelle che erano state le novità emerse in quel dibattimento a carico di Pacciani, allora, una volta in cui lei completa questo lavoro lei viene, mi sembra di ricordare, incaricato anche di fare delle proposte investigative, se non sbaglio.
M.G.:Sì. 
P.M.: Era questa, in fondo, la domanda che io le voglio fare proprio per spiegare, perché lei abbia la possibilità di spiegare alla Corte, il lavoro successivo di approfondimento.
M.G.:Certo. 
P.M.: Perché, se abbiamo capito bene, perché è la realtà, a questo momento lei non si è ancora mosso, ha solo letto e ha valutato del materiale.
M.G.:Sì. 

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