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mercoledì 24 giugno 2009

Salvatore Vinci - Intervista su La città - 31 ottobre 1985

Il giornalista Alessandro Cecioni raccolse l'intervista che segue per il quotidiano "La città".

Salvatore Vinci: La notte che morì mia moglie me la ricordo ancora bene - racconta Salvatore Vinci - tornai a casa con mio cognato, Salvatore Steri. Entrai in cucina, la luce era accesa e vidi subito la culla di mio figlio. Era una cosa strana, non mettevamo la culla in un’altra stanza. Mia moglie non c’era. Andai in camera da letto ma la porta era chiusa. Chiusa a chiave dal di dentro. In tutta la casa era silenzio. Mi spaventai e corsi dai carabinieri.
Qualcuno dice che sua moglie potrebbe essere stata uccisa.
Io sono tranquillo. Credo che la verità sia un’altra. Lei si uccise, si uccise perché non reggeva al disonore di aver tradito. Quando noi entrammo in casa cosa credete che abbiamo pensato davanti a quella porta chiusa dall’interno? Chi c’era in camera con lei? Perchè quando avevamo bussato erano rimasti zitti? Queste erano le domande che ci siamo fatti. E avevamo anche paura. Mia moglie qualche giorno prima aveva detto che mentre era alla fonte a lavare i panni, qualcuno l’aveva aggredita. Noi non sapevamo che era una bugia, che l’aggressione serviva per coprire i suoi spasimanti. Entrammo in casa e avevamo paura. Solo dopo quando tutto il paese ha parlato, abbiamo capito.
Barbara Locci, invece, è stata proprio assassinata. Lei come l’aveva conosciuta?
Alla fiera di Lastra a Signa. Mio fratello Giovanni me la presentò insieme al marito. Erano sardi come noi. Io e mio fratello eravamo scapoli. Io avevo bisogno di qualcuno che mi lavasse le camicie, di una casa, così andai da loro.
E il marito di Barbara non disse niente?
Fu lui che mi chiese se volevo andare a abitare a casa sua dopo qualche tempo che li frequentavo. "Vieni qui, mi disse, abbiamo una camera libera", "e i soldi?" chiesi io. "Dai pure quanto credi". In casa Mele entrai così.
Poi ci fu la relazione con Barbara Locci.
Stando nella stessa casa me la portai a letto.
E il marito non si accorse mai di niente?
No, non era geloso. Andavo al cinema e lei chiedeva al marito se poteva venire con me. Lui diceva di si, che non gli importava. E così magari tornando a casa, dopo il cinema passavamo dal circolo dove c’era Stefano Mele. Noi andiamo a casa, vieni anche te? No resto ancora a giocare. Andate, andate. E noi sapevamo di avere tempo per fare l’amore.
In casa? Non siete mai andati in macchina, nei campi?
No, mai, che ragione c’era? Avevamo tutto il tempo di farlo in casa.
Barbara Locci, venne fuori durante l’inchiesta, di amanti ne aveva parecchi. La descrivono come una donna non bella, trasandata. Cosa aveva che piaceva agli uomini?
Non era una statua. Quando faceva all’amore partecipava. Lo sapeva fare.
Era questo che conquistava. Ma quando lessi sui giornali di quanti amanti aveva rimasi stupito. Mi chiesi come aveva potuto conoscerli, come aveva potuto iniziare le relazioni. Lei così poco affascinante, con virtù del tutto nascoste. Per me, in casa, era stato tutto facile, ma gli altri?
Lei non sapeva di nessuno?
Mi sembra che mio fratello mi abbia detto qualcosa. Di lui, non di altri. lo poi ero stato l’amante di Barbara Locci molto prima del delitto. Poi avevo perso di vista la famiglia. Fu mio fratello Francesco a dirmi che Mele era senza lavoro, che lo prendessi. Dissi che andava bene, ma che non sapevo come avrebbe fatto a venire da Lastra a Signa (dove abitavano i Mele) fino a San Giorgio a Colonica dove avevo dei lavori. “Lo porto io in motorino” rispose mio fratello. Poi non se ne fece di niente perché Stefano trovò da fare presso dei contadini.
Veniamo alla notte del delitto. Lei dov’era il 21 agosto del 1968?
Me Io ricordo bene dov’ero: a fare una partita a biliardo. Me lo ricordo perché fu una serata diversa. Ero con gli amici, si fece una partita, in un circolo dei preti e io avevo vinto. Allora gli altri dissero che volevano fare subito la rivincita e la bella. Giocammo finché non vennero a spengere le luci. Il mio alibi era quello, e bastò anche per quello che accadde poi.
Cosa accadde?
Mi vennero a prendere sul lavoro. Io della morte di Barbara non sapevo ancora niente. Mi portarono in caserma, a Signa, e mi chiesero che cosa avevo fatto il giorno prima e quello prima ancora. Poi si aprì una porta e fui portato nell’altra stanza. Non sapevo che cosa mi aspettava, nessuno mi aveva detto niente, ogni stanza, ogni viso erano un mondo nuovo. Mi trovai davanti Stefano Mele. Scoppiò a piangere: "Perdonami Salvatore, perdonami, non volevo farti del male. Non sapevo cosa facevo". Solo allora seppi che Barbara era morta e che Stefano Mele aveva accusato me.
Accusò lei, poi suo fratello, poi altre persone. Rileggendo le carte di quel processo sembra che sul luogo del delitto ci fossero moltissime persone.
Io no, io non c’ero.
Però avrebbe potuto essere un bel consulente per Stefano Mele. Se lei avesse davvero ucciso sua moglie Barbarina e lo avesse detto a Mele lui avrebbe potuto contare sulla sua assistenza per uccidere la moglie. E’ solo un’ipotesi, ma qualcuno la avanza.
lo non ho ucciso mia moglie e Stefano Mele era troppo buono, troppo gentile, troppo poco geloso. Non sono stato il consulente di nessuno e non c’è stato nessun complotto.
Natalino Mele, il figlio di Stefano, nel 1968 racconta ai carabinieri che fra le canne, vicino alla macchina dove fu uccisa sua madre c’era anche lei, “zio salvatore”. Perché?
Non so perché il ragazzo dica una cosa del genere, o perchè gliela abbiano fatta dire. Io non c’ero, ero a giocare a biliardo.
Questo è il passato. Poi c’è il presente. Se lei conoscesse il mostro lo denuncerebbe?
Certo, ma non per il mezzo miliardo. Vorrei che capiste tutti cosa vuol dire aver la vita rovinata da un falso passato. Allora come oggi.
E se il mostro fosse suo fratello Francesco?
Denuncerei anche lui.
Eppure dicono che voi sardi siete un clan, che siete pronti a tutto prima di parlare.
Non in un caso come questo. Lei ha mai avuto un perquisizione in casa? È mai stato interrogato per ore? lo si. E le dirò, che l’ultima volta che sono venuti in casa, con le apparecchiature ultra moderne, quelle che cercano i metalli anche nei muri, sono stato contento. Quando andavano via con il sospetto che avessi la pistola nascosta nel pavimento avrei avuto voglia di dar loro un piccone per fare aprire tutto, perchè vedessero davvero cosa c’era.
E l’ultima volta quando è stato?
Pochi giorni fa. Ancora domande, perquisizioni. Come mi chiesero dov’ero la notte del delitto di San Casciano. Ho dato orari e persone dalle quali mi sono recato per lavoro. Spero basti.
Rif.1 - La città - 31 ottobre 1985 pag.3

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