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lunedì 15 giugno 2009

Pietro Pacciani - Intervista su La Stampa 10 febbraio 1996

Il 10 febbraio 1996, Pietro Pacciani rilascia l'intervista che segue al giornalista della stampa, Vincenzo Tessandori.
Il procuratore generale ha chiesto la sua assoluzione, ma questa non è automatica. In ogni modo il 30 aprile scadono i termini di carcerazione e, se non interviene prima una sentenza contraria, lei esce. Che differenza fa tornare liberi per un meccanismo giudiziario piuttosto che per una sentenza della corte?
La mia libertà è stata uccisa perchè mi consideravano colpevole e ora che nessuna prova è stata trovata voglio riprendermi quello di cui sono stato derubato, in modo pieno e non perchè scadono i termini. Ma lo avete capito, che tre anni sono tanti per un innocente?
Qual e' la prima cosa che vorrebbe fare, una volta libero?
Andare a ringraziare Dio in una chiesa insieme con i miei avvocati ed essere dimenticato per queste vicende che fanno vergogna.
A chi?
Alla giustizia.
Che cosa le manca di più, dietro le sbarre?
La vita dei campi, il mio orto, la mia famiglia che mi hanno distrutto e, perchè no, anche un buon bicchiere di Gallo Nero.
Lei ha sempre parlato di gente che le vuol male: chi sono questi nemici?
Quelli che non hanno una coscienza da uomini. Non esistono persone che ragionano e che hanno letto la sentenza senza ridere.
Che cosa vuol dire?
Che quelle scritte sono fandonie e porcherie.
E allora?
Allora, la giustizia trionferà e quei cattivi dovranno piangere e vergognarsi per aver ammazzato uno come me.
Ma perche' ce l'hanno con lei?
E' semplice, lo dicono spesso i giornali: prendi il mostro e sbattilo in prima pagina. Uno doveva pur essere il "mostro". E questo uno sono io. Eppoi...
Che cosa?
La disgrazia non è mai sola: nel '51 fu qualcosa più forte di me; nel 1987 fu un errore. Ora, la necessità di risolvere il "caso mostro".
Gli avvocati di parte civile insistono su un punto, soprattutto: sostengono che lei è un bugiardo. Che cosa risponde?
Io, bugiardo? Ma se per accusarmi hanno detto bugie vere! Le mie sono solo inesattezze difensive, mentre le loro sono volute.
Violentatore, mascalzone, guardone, assassino, mostro: l'hanno accusata di essere tutto questo. Che cosa l'ha ferita di più?
Tutto quello che non è vero. E quello che hanno detto è tutta falsità. E poi, quante esagerazioni.
Io le donne le amo, non le ammazzo.
In aula, al processo, manca soltanto lei. Perche' diserta?
Perchè non avrei retto, a sentire tutto quel luridume: Vampa qua, Vampa là, guardone qua, guardone là, eccetera. Ma 'icche' credete, che io sia di ferro? E poi, non sto bene e questa è una cosa seria.
Va bene. Ma se a preoccuparla è l'emozione che potrebbe provocarle il processo, non si turba forse anche davanti alla tv o leggendo i giornali?
Ma non vedo le facce di quelli che mi accusano spudoratamente.
In tutto questo tempo, e con le prove che ha dovuto superare, se lei è innocente, un'idea dell'assassino della Beretta se l'è pur fatta. Ne hanno parlato avvocati, investigatori, magistrati e criminologi. Com'è il mostro, secondo Pacciani?
L'assassino? Bah... Vattelappesca. E chi lo puo' immaginare? E' sicuro uno che ha tanto tempo libero, uno furbo, scaltro... Ma forse più di uno: come si fa a capirlo? Io non voglio calunniare, ma se mi sente, deve pur capire che lo odio.
C'è qualcosa che ha fatto, o detto, che non rifarebbe o direbbe?
Se penso al passato, vorrei esser nato dopo il '51 e non essermi mai incontrato con Bonini. Il resto lo rifarei tutto, ma scapperei di corsa da tutto quello che è "chiuso" come dietro queste sbarre.
Che cosa pensa di chi l'ha mandata in galera?
Che devono fare il loro lavoro. Anche se hanno sbagliato a pigliar me. Io però rancore non ne ho, perdono tutti.
Anche Ruggero Perugini, che oltre ad avere indagato su di lei ha raccontato nel libro le sue convinzioni?
Beh, con lui un po' di rancore... Ma sì, lo perdono.
Rif.1 - La stampa - 10 febbraio 1996 pag.10

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