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mercoledì 28 ottobre 2015

Processo contro Mario Vanni +3 - Udienza del 5 marzo 1998 - Quinta parte

Segue dalla quarta parte.

Avvocato Filastò: Ora, con questo stralcio, rispetto al quale io mi sono doluto all'inizio del mio impegno professionale in difesa di Mario Vanni, voi vedete se avevo un po' ragione. Non se ne dovrebbe parlar più, ora, di loro. Nemmeno di quella splendida ragazza botticelliana che era la Carmela Di Nuccio. 1982. Francesco Vinci. Come entra nel "metabolismo lento", nella simulazione di questa indagine, Francesco Vinci? Beh, a proposito di Francesco Vinci in questa indagine avrò delle cose da dire al momento opportuno. Ora vi dico che se c'è un soggetto di questa lentissima ed estenuante indagine, distrutto, è Francesco Vinci. Distrutto due volte. Distrutto, catabolizzato, in senso metaforico, come indagato dall'indagine stessa e dai delitti | successivi; quando viene scarcerato e prosciolto. Distrutto, catabolizzato in senso reale, non metaforico, cioè ucciso, da chi? E Perché? Voi, qui, assistete subito ad un fenomeno importante, un sintomo significativo grave di questa indagine, sugli "amici di merende". Confessione, no? Testimonianza oculare. Benissimo, i nodi si sdipanano tutti. Trovato il bandolo della matassa, tutto torna a posto. Allora, voi - voi, non io; anche io, eh, anche io, ma per altri versanti, tutt'altri versanti - dico che l'omicidio di Francesco Vinci ha a che fare con i delitti del "mostro". Lo dico, sì, anch'io. Certo che lo dico. Ma io lo dico dal punto di vista di chi ha letto le carte del processo del 1968; e ha trovato che Francesco Vinci, un giorno - al dibattimento, interrogato, Presidente Coniglio - Francesco Vinci va, riferisce quello che aveva già riferito in istruttoria: di aver fatto un certo incontro alle Cascine del Riccio di Signa, in cui c'era una certa persona che minacciava Barbara Locci. E Francesco Vinci, quindi, qualcosa sapeva, forse, di una certa persona. E Francesco Vinci muore, in quel modo. Bene, non sarà come dico io. Non sarà questa la ragione dell'uccisione di Francesco Vinci. E allora qual è? Qual è? Da chi e Perché? Il signor Lotti, il quale ce lo presenta e ce lo fa apparire a San Casciano, così - con la barba, senza la barba, non lo riconosce - ci spiega che rapporto c'è, che relazione c'è? L'accusa. Il Pubblico Ministero nella sua replica lo farà, forse. Per ora, no. Qual è la relazione? In che modo viene metabolizzato, nel senso di anabolizzato, il Francesco Vinci, in questa indagine? A che scopo? Con riferimento a quale linea di indagine, a quale linea di pensiero, a quale ricerca? Perché più che trovate le cose vanno cercate e bisogna sapere cosa cercare. Ucciso dagli "amici di merende" perché non parlasse? Di che? Vedremo - mi toccherà farlo a me - quando ne parlerò più approfonditamente, vedremo quella che, insomma, a furia di arrovellarmi, sono arrivato a definire un'ipotesi del Pubblico Ministero - dell'accusa, diciamo meglio dell'inchiesta, dell'indagine: il Pubblico Ministero, il dottor Giuttari. Sono le pagine, sono le pseudoindicazioni, sono gli accenni di indicazioni, sono i conati sono più ambigui meno affidabili, di questo processo, tutto quello che riguarda e che ruota intorno a Francesco Vinci. 1984, gennaio 19 84. Due giorni prima che scatti il mandato di cattura a danno del secondo Mele, Giovanni Mele, e di Mucciarini, il misterioso omicidio di una coppia venuta da Lucca - due giorni prima, due giorni prima - con un'altra calibro 22, non guella un'altra. L'azione è perfettamente identica. Mele e Mucciarini, la pista è quella del clan dei sardi, sono simmetrici alla coppia Pacciani-Vanni. Presentano delle analogie impressionanti. È l'antecoppia. Sono anche loro frequentatori di prostitute. C'è persino la lettera - per dire la simmetria; questo è un processo che presenta degli aspetti di analogia impressionanti, sembra che qualcuno si sia divertito a scrivere un romanzacelo - c'è persino la lettera che uno scrive a quell'altro per dirgli: guarda, regolati. Stava diventando il cardine dell'accusa, questo biglietto. Poi arriva il delitto dell'84: fine anche della coppia Mele e Mucciarini. Chiuso con il clan dei sardi; sembrerebbe, almeno. Ma poi compare nell'interregno Salvatore Vinci, ancora partecipe del clan. Viene messo in carcere e processato per il suicidio della moglie. Si riesuma questo suicidio, si dice che è un omicidio, vien processato là in Sardegna per questo omicidio; viene assolto. Viene indagato come "mostro", anche lui e viene prosciolto dall'accusa per l'omicidio della moglie e prosciolto anche come "mostro". E poi, scompare questo signore; non si è saputo più nulla di lui. Si arriva al 1989, quando, dice, il computer partorisce Pacciani. Dice. E io so che non è vero. E se sarà necessario, tirato per i capelli perché implica delle cose un po' sgradevoli, lo dimostrerò. Che Pacciani è stato sospettato come "mostro", al momento di entrare in galera come violentatore delle figlie. Il sospetto c'era di già su di lui. Mi assumo la responsabilità di quello che dico, perché c'era la trasmissione televisiva che documenta questo fatto, alla quale io partecipai. Dove ci fu una fase finale, ci fu uno che telefonò e disse: 'senta, signor Augias, a me mi risulta che il "mostro" è già dentro.' Beh, sai com'è, investigatori presenti dice: 'ma un momento, dentro il "mostro"? No. C'è uno che è dentro per altri motivi'. E chi era? Si era alla fine dell'87, non poteva essere altro che Pacciani. Morte di Pacciani: dissoluzione, distruzione dell'accusa nei confronti di Pacciani da parte di una Corte di Assise d'Appello, con una sentenza che è un capolavoro; ed infine, poi, la distruzione di Pacciani è completa perché è morto. Morto. Morte naturale, per caritàI Presidente, mi fa fare una pausa?
PRESIDENTE: Bene.
Avvocato Filastò: Grazie.
PRESIDENTE: Bene, un quarto d'ora.
Avvocato Filastò: Grazie. 

« DOPO LA SOSPENSIONE »

PRESIDENTE: Prego, avvocato Filastò.
Avvocato Filastò: Grazie, Presidente. Mentre preparavo questa discussione, Signori, ho avuto diverse perplessità. Una ve l'ho già accennata prima, ci ritornerò, e un'altra riguardava l'ordine degli argomenti che avrei affrontato; ordine che è importante da un punto di vista logico, costruttivo. Il processo è complicatissimo. Si trattava per me di scegliere, tra l'altro, fra tanti aspetti che riguardano questa causa. E via via che studiavo - ho riletto tutte le carte, tutto il dibattimento - il pensiero tornava sempre a lui, a Mario Vanni. Tentavo di definirlo con una parola e non mi riusciva. Poi voi sapete che cosa è accaduto: si è sentito male, dopo che aveva ottenuto gli arresti domiciliari; è caduto; l'hanno portato...
Mario Vanni: Due o tre volte in casa, sì.
Avvocato Filastò: ...l'hanno portato all'ospedale...
Mario Vanni: E rimasi senza parlare.
Avvocato Filastò: ...e rimase senza parlare. E io lo andai a trovare all'ospedale di Ponte a Niccheri.
Mario Vanni: Sì. ..
Avvocato Filastò: Eh, ora... Lui balbettava, appunto, non riusciva ad articolare. Ricordo che stava cercando, vero Mario?
Mario Vanni: Sì.
Avvocato Filastò: ...stava cercando di tagliuzzare un pezzo di pollo.. . 
Mario Vanni: Si, sì.
Avvocato Filastò: ...e non gli riusciva, infatti lo tagliai io. Ecco, allora mi venne in mente il termine: "paziente”. Paziente secondo il significato comune della parola, cioè a dire di persona dotata di pazienza. E ci vuol pazienza, Mario. Signor Mario, ci vuol pazienza. Ma in un modo o in un altro ce la faremo.
Mario Vanni: Grazie.
Avvocato Filastò: Starei per dire: "no pasarán", solo che lei è dalla parte di "arriba España", vero?
Mario Vanni: Uhm.
Avvocato Filastò: Eh? Che strana circostanza essermi trovato a difendere col cuore, proprio, facendolo volentieri, onorato di farlo, questo signore che si proclama cristiano e... fascista!
Mario Vanni: Fascista.
Avvocato Filastò: Paziente, quindi; anche, però, nel senso medico del termine come ammalato, bisognoso di cure. E così allora mi sono sentito io, esaltandomi: contemporaneamente medico più che avvocato. Medico chiamato al capezzale, davvero avvocato, "advocatus", chiamato. Chiamato al soccorso da una persona colpita da un male. E questo male è un processo assurdo, estenuante, tormentoso. Quel processo che, come ho detto prima, ha provocato questo evento straordinario di un Giudice, di un Presidente che dice: un momento, scrivo un libro paragonandolo alla ’’Storia della Colonna Infame” di Manzoni. E quindi, ho deciso, affrontando il vivo del processo, di cominciare da lui, perché il primo dovere di un medico è di occuparsi del suo paziente. Dicevo, prima, che questo caso giudiziario presenta delle singolari analogie, e ho detto anche che una è autentica: Lotti assomiglia a Stefano Mele; del processo successivo al delitto del 1968, confesso anche Mele. Confesso non solo, ma anche chiamante in correità, anche lui. Chiama in correità Francesco Vinci, chiama Salvatore Vinci, un certo Carmelo Cutrona, e poi, di nuovo, Francesco Vinci, e poi, di nuovo, l'altro Mele, Mucciarini. Anche lui, Stefano Mele, un deficit intellettivo grave, a livello di grave oligofrenia. Perizia, in quel processo, sulla sua capacità di intendere e di volere, perizia che si conclude affermativamente: capacità di intendere e di volere grandemente scemata; vizio parziale di mente. Ma qui la simmetria, l'analogia, si arresta, e qui la bilancia pende a danno di Lotti. Niente perizia. Perizia ammirata, no? Avente ad oggetto la sua capacità di intendere e di volere o meno: non l'ha chiesta neppure il suo difensore. Dice il collega, un collega della parte civile, che non si devono criticare i giovani colleghi. Un giovane collega è il difensore di Giancarlo Lotti, il quale si è risentito, a un certo punto, per alcuni miei interventi nei suoi riguardi, riservandosi - mi è parso, non so bene se ho capito bene - lamentele in qualche sede, non lo so. Aspetto, come si dice, impavido. Nel caso avrò da dire qualcosa sul perché e sul percome di certe interruzioni da parte mia e prese di posizione, fra cui questa. Metta in conto anche questa il giovane collega. Perché? Qual è il motivo difensivo per cui non solo il difensore di Lotti non ha chiesto la perizia psichiatrica ai fini di valutare la capacità di intendere e di volere del suo difeso? Il quale sarebbe il succube, no? Sarebbe il dominato, no? Sarebbe il passivo, no? Sarebbe l'omosessuale plagiato, no? E come mai questo difensore si accontenta di una consulenza proveniente dall'ufficio del Pubblico Ministero che non solo non riguarda il quesito specifico sulla capacità di intendere e di volere, ma sul punto, sulla passività dice esattamente l'opposto? Lo vedremo. Ne dovremo parlare. 

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