14 Settembre 1974 - Fontanine di Rabatta - Stefania Pettini e Pasquale Gentilcore
Borgo San Lorenzo, periferia nord di Firenze, 14 settembre 1974. È un sabato sera come tanti, Pasquale Gentilcore, 19 anni (nato ad Arezzo il 24 luglio 1955), e Stefania Pettini, 18 anni (nata a Vicchio il 3 giugno 1956), dopo una settimana di lavoro, decidono di trascorrere insieme la serata. Tra alti e bassi, i ragazzi si frequentano da due anni (“circa due anni e mezzo” secondo la cugina Tiziana Bonini), senza ancora avere ufficializzato la loro relazione.
Pasquale abita con i genitori (Vincenzo e Santità Caruso) e la sorella più piccola (Maria Cristina, 17 anni) in via Ciancola n.17 a Molino del Piano, una frazione del comune di Pontassieve. È stato assunto come barista presso la sede fiorentina di La Fondiaria Assicurazioni (piazza della Libertà n.6 a Firenze), ma da qualche mese è impiegato al centralino telefonico.
Stefania è figlia unica e abita con i genitori (Andrea e Bruna Bonini) a Vicchio, in frazione Pesciola n.30. Ha frequentato l’Istituto L.Tornabuoni a Borgo San Lorenzo e, da luglio , è segretaria d’azienda presso il maglificio Magif, in via Stradivari n.12 sempre a Firenze. Precedentemente ha lavorato presso la ditta New Flex e a Barberino di Mugello all’Autotrasporti Cammelli.
Alle 20:45 Pasquale prende l’auto del padre, una Fiat 127 blu, e accompagna la sorella al Teen Club, la discoteca in via 1° Maggio a Borgo San Lorenzo. Promette a Maria Cristina di tornare a prenderla a mezzanotte e si reca a Pesciola per incontrare la fidanzata.
Francesca B., dalla finestra della propria abitazione, verso le 21:15, vede transitare l’autovettura guidata da Pasquale Gentilcore con a bordo la fidanzata, “senza notare che altri mezzi la seguissero (…) notava che il passaggio a livello era stato, intanto chiuso dal casellante: la macchina aveva oltrepassato il detto passaggio a livello che è a circa 50 metri dall’abitazione dell’Alessandra B., prospicente alla stessa, e distante circa 350 metri dall’abitazione della Stefania”.
Stefania esce di casa verso le 21:45. I due ragazzi si appartano con l’auto non lontano dal paese, nella zona di Rabatta, in un tratturo che diparte dalla strada che conduce a Sagginale.
A mezzanotte, Maria Cristina è già fuori dal Teen Club in attesa del fratello. Lo aspetta per ben due ore, poi, non vedendolo arrivare, decide di rientrare a casa con un amico di Pasquale (Alberto Bagiardi ndr).
Anche Bruna Bonini sta aspettando. Aspetta Stefania. Sono le tre di notte quando, preoccupata, decide di svegliare Gino Chini, un cognato (ha sposato una sorella del marito), per chiedergli di accompagnarla a cercare la figlia. Ai due si unisce anche Carla Bartoletti, una cugina di Stefania. I tre si recano prima al Policlinico, al Teen-club, quindi alla Misericordia di Borgo San Lorenzo. Le ricerche si rivelano vane e i due rientrano nella speranza di trovare Stefania a casa, ma della ragazza non c’è traccia .
Bruna non si dà pace e, insieme allo zio di Stefania, decide di andare a Molino del Piano, a casa dei genitori di Pasquale. Ma neanche Pasquale è rientrato a casa.
La mattina del 15 settembre, Pietro Landi, un contadino la cui abitazione sorge nel campo denominato Le Fontanine di Rabatta, al confine tra i comuni di Borgo San Lorenzo e Vicchio, esce di casa per andare a lavorare in vigna. Sono circa le 7:40 quando scorge una Fiat 127 blu e due cadaveri. In preda al panico, il contadino corre in cerca di aiuto e si imbatte in Gioacchino Maniscalchi, un vicino di casa, a cui racconta subito della macabra scoperta. I due uomini si precipitano presso l’abitazione di Aldo Fusi che dispone di un telefono. In casa c’è anche il figlio di Aldo, Francesco, che decide di prendere l’auto e raggiungere la Caserma dei carabinieri di Borgo San Lorenzo .
È il maresciallo Michele Falcone che, dopo aver raccolto, quella stessa mattina, la denuncia della scomparsa dei figli da parte di Andrea Pettini e Vincenzo Gentilcore, riconosce i due cadaveri rinvenuti a Le Fontaine di Rabatta.
Borgo San Lorenzo, periferia nord di Firenze, 14 settembre 1974. È un sabato sera come tanti, Pasquale Gentilcore, 19 anni (nato ad Arezzo il 24 luglio 1955), e Stefania Pettini, 18 anni (nata a Vicchio il 3 giugno 1956), dopo una settimana di lavoro, decidono di trascorrere insieme la serata. Tra alti e bassi, i ragazzi si frequentano da due anni (“circa due anni e mezzo” secondo la cugina Tiziana Bonini), senza ancora avere ufficializzato la loro relazione.
Pasquale abita con i genitori (Vincenzo e Santità Caruso) e la sorella più piccola (Maria Cristina, 17 anni) in via Ciancola n.17 a Molino del Piano, una frazione del comune di Pontassieve. È stato assunto come barista presso la sede fiorentina di La Fondiaria Assicurazioni (piazza della Libertà n.6 a Firenze), ma da qualche mese è impiegato al centralino telefonico.
Stefania è figlia unica e abita con i genitori (Andrea e Bruna Bonini) a Vicchio, in frazione Pesciola n.30. Ha frequentato l’Istituto L.Tornabuoni a Borgo San Lorenzo e, da luglio , è segretaria d’azienda presso il maglificio Magif, in via Stradivari n.12 sempre a Firenze. Precedentemente ha lavorato presso la ditta New Flex e a Barberino di Mugello all’Autotrasporti Cammelli.
Alle 20:45 Pasquale prende l’auto del padre, una Fiat 127 blu, e accompagna la sorella al Teen Club, la discoteca in via 1° Maggio a Borgo San Lorenzo. Promette a Maria Cristina di tornare a prenderla a mezzanotte e si reca a Pesciola per incontrare la fidanzata.
Francesca B., dalla finestra della propria abitazione, verso le 21:15, vede transitare l’autovettura guidata da Pasquale Gentilcore con a bordo la fidanzata, “senza notare che altri mezzi la seguissero (…) notava che il passaggio a livello era stato, intanto chiuso dal casellante: la macchina aveva oltrepassato il detto passaggio a livello che è a circa 50 metri dall’abitazione dell’Alessandra B., prospicente alla stessa, e distante circa 350 metri dall’abitazione della Stefania”.
Stefania esce di casa verso le 21:45. I due ragazzi si appartano con l’auto non lontano dal paese, nella zona di Rabatta, in un tratturo che diparte dalla strada che conduce a Sagginale.
A mezzanotte, Maria Cristina è già fuori dal Teen Club in attesa del fratello. Lo aspetta per ben due ore, poi, non vedendolo arrivare, decide di rientrare a casa con un amico di Pasquale (Alberto Bagiardi ndr).
Anche Bruna Bonini sta aspettando. Aspetta Stefania. Sono le tre di notte quando, preoccupata, decide di svegliare Gino Chini, un cognato (ha sposato una sorella del marito), per chiedergli di accompagnarla a cercare la figlia. Ai due si unisce anche Carla Bartoletti, una cugina di Stefania. I tre si recano prima al Policlinico, al Teen-club, quindi alla Misericordia di Borgo San Lorenzo. Le ricerche si rivelano vane e i due rientrano nella speranza di trovare Stefania a casa, ma della ragazza non c’è traccia .
Bruna non si dà pace e, insieme allo zio di Stefania, decide di andare a Molino del Piano, a casa dei genitori di Pasquale. Ma neanche Pasquale è rientrato a casa.
La mattina del 15 settembre, Pietro Landi, un contadino la cui abitazione sorge nel campo denominato Le Fontanine di Rabatta, al confine tra i comuni di Borgo San Lorenzo e Vicchio, esce di casa per andare a lavorare in vigna. Sono circa le 7:40 quando scorge una Fiat 127 blu e due cadaveri. In preda al panico, il contadino corre in cerca di aiuto e si imbatte in Gioacchino Maniscalchi, un vicino di casa, a cui racconta subito della macabra scoperta. I due uomini si precipitano presso l’abitazione di Aldo Fusi che dispone di un telefono. In casa c’è anche il figlio di Aldo, Francesco, che decide di prendere l’auto e raggiungere la Caserma dei carabinieri di Borgo San Lorenzo .
È il maresciallo Michele Falcone che, dopo aver raccolto, quella stessa mattina, la denuncia della scomparsa dei figli da parte di Andrea Pettini e Vincenzo Gentilcore, riconosce i due cadaveri rinvenuti a Le Fontaine di Rabatta.
La scena del crimine
Il rapporto giudiziario del 18 settembre 1974 e la perizia tecnico balistica del 18 ottobre 1974 forniscono una fotografia molto chiara della scena del crimine.Una Fiat 127 blu, targata FI 598299, è parcheggiata col cofano rivolto verso via Ponte d'Annibale a ridosso di un traliccio, in una zona isolata, pianeggiante e aperta. La portiera lato guidatore è chiusa con la sicura e il finestrino frantumato. La maggior parte dei frammenti di vetro sono sparsi all’esterno dell’autovettura, prova del fatto che il vetro è stato rotto dall’interno . Frammenti di vetro sono presenti anche sopra e sotto il sedile del guidatore, sopra il sedile reclinato del passeggero e sopra i tappetini.
La portiera lato passeggero è spalancata.
Un mangianastri marca Silvano gira a vuoto sul pianale anteriore, davanti al sedile reclinato e sporco di sangue. È imbrattato di sangue anche il sedile del guidatore che presenta, inoltre, due fori e una lacerazione da taglio. Uno specchietto retrovisore divelto giace a terra.
Vicino alla pedaliera ci sono due paia di scarpe, entrambe rosse, con dei fazzolettini di carta usati al loro interno. Sotto al sedile reclinato, invece, viene rinvenuto un reggiseno, sempre di colore rosso.
Sui sedili posteriori ci sono “due cuscini e (…) la maglietta del ragazzo” color crema.
Tra gli oggetti ritrovati all’interno della Fiat 127 spuntano: la carta d’identità e il portafoglio di Pasquale Gentilcore con 33.800 lire, alcune fotografie del ragazzo insieme a Stefania Pettini, la ricevuta di una raccomandata intestata alla SAI di Pontassieve, un’agenda con annotazioni relative all’uso dell’autovettura.
Nel cassettino di legno situato vicino al cambio, invece, vengono trovati alcuni fazzolettini di carta, tre piccole batterie per pila, una piccola “superpila lucciola”, alcuni tamponcini alla lavanda, sei preservativi Settebello ancora sigillati, una busta da lettera intestata a Gentilcore Maria Cristina, un cacciavite arrugginito, una busta in plastica vuota, una matita, dello spago.
Nella tasca posteriore del coprisedile anteriore sinistro c’è il libretto di circolazione dell’autovettura. Sul tappetino posteriore giace una busta in plastica verde contenente: un calzascarpe, un pettine, due penne, alcune fotografie di Pasquale Gentilcore con la fidanzata Stefania Pettini, un taccuino senza copertina su cui sono annotati dei conteggi, i documenti assicurativi dell’autovettura, una piccola agenda con copertina rossa che riporta nominativi e numeri di telefono. Accanto alla busta in plastica c’è una fedina in metallo bianco presumibilmente da donna.
Il cadavere del ragazzo, che indossa solo slip e calzini, è al posto di guida. La testa è reclinata e poggia sul bordo inferiore del finestrino frantumato. La vittima ha una catenina d’oro al collo e un orologio Sanyo al polso sinistro.
Il corpo completamente nudo della ragazza, invece, è riverso a terra, fuori dalla macchina. È in posizione supina, con la testa sotto il tubo di scappamento. Gli arti superiori e inferiori sono divaricati, e un tralcio di vite spunta dalla vagina. Anche il cadavere della ragazza ha una collanina al collo e un orologio al polso sinistro. All’altezza della mano sinistra parte una scia rossa che termina in una chiazza di sangue raggrumato, a circa 20 cm dalla ruota posteriore lato passeggero.
A 3,50 metri circa dalla ruota, sotto una vite, giacciono un paio di jeans da uomo, un paio di pantaloni verdi da donna, una camicetta verde scuro, un foglio di carta con l’intestazione Lavanova Lavanderia e Tintoria Vicchio Mugello, e un paio di mutandine blu strappate e macchiate di sangue. Un lembo di stoffa delle mutandine viene trovato a circa 8 metri dalla ruota anteriore lato passeggero.
Una camicia da uomo viene ritrovata tra la vite e la Fiat 127.
“Accanto allo sportello di guida” viene “rinvenuto un giubbetto di colore bleu”: è di Pasquale Gentilcore.
Giuseppe Alessandri, nel suo libro La leggenda del Vampa (Loggia dei Lanzi, novembre 1995) riporta: “In mezzo all’erba fu trovato anche un bottone strappato, rivestito di cuoio, di quelli tipici delle giacche da cacciatore”. Lo stesso ritrovamento viene segnalato da Mario Spezi nel suo libro Il mostro di Firenze (Sonzogno, aprile 1983).
Negli atti a mia disposizione non c’è traccia di questo bottone.
Infine, la sera stessa del 15 settembre, intorno alle 18:30, grazie a una segnalazione anonima, in un campo di granturco distante circa 250 /3005 metri dalla Fiat 127, sul lato destro della strada che da Rabatta conduce a Sagginale, “a circa 5 metri dal ciglio stradale”, viene ritrovata la borsa di Stefania Pettini, (la borsa “non presenta alcuna traccia di sangue o tracce comunque rilevabili”). Al suo interno ci sono un pullover bianco, due fazzolettini, un accendino, un pettinino, una scatoletta porta trucco, un porta appunti in plastica con sei fogli, l’abbonamento ferroviario, il foglio rosa custodito dentro un portapatente, la carta d’identità, una cartolina di Vespignano (Vicchio Firenze), trentacinque fotografie della vittima insieme ad alcuni amici, una busta con una lettera per Pasquale Gentilcore, un biglietto ATAF e un’agendina del 1974 con alcune riflessioni della ragazza:
Lunedì 1° aprile 1974: “Con Pasquale non andiamo più d’accordo, ma lo amo”.
Venerdì 28 giugno: “Facciamo le corna ma per ora con Pasquale vado d’accordo anche se ha sempre in mente quello che io gli ho fatto cioè…. Stefano (?) che io non ricordo assolutamente anzi più ci ripenso e tutto mi sembra un brutto sogno e non so come abbia fatto a --- a un …. Che non se lo merita e lunedì abbiamo parlato e gli ho raccontato di mio padre… e anche lui mi ha raccontato di sé e dei suoi parenti”.
Sabato 17 agosto: “Che schifo al mare. Quante cose sono successe”).
All’interno della borsa c’è anche una tessera della FGCI del 1973. L’affermazione riportata in più testi secondo la quale Stefania Pettini era simpatizzante e attivista del PCI è stata categoricamente smentita da Tiziana Bonini, cugina e amica della ragazza, attraverso il suo legale Vieri Adriani.
Nessuna traccia, invece, del portafoglio della vittima, che, secondo la deposizione della madre nel processo contro Pietro Pacciani, doveva trovarsi all’interno della borsa. Il 27 aprile 1994 Bruna Bonini dichiara che all’interno del portafoglio della figlia c’erano poche decine di migliaia di lire, una catenina d’argento, alcuni anellini a fascetta in argento e un orologio in acciaio, quello stesso orologio che viene rinvenuto al polso del cadavere.
Come riportato nel rapporto della Polizia Giudiziaria, non furono rilevate impronte “né le prime (e neppure le successive) ricerche consentirono di rinvenire i mezzi con cui fu commesso il delitto nonostante l’impiego di unità cinofile fatte intervenire sul posto dal Comando Gruppo CC di Firenze”.
Sul luogo intervenne il medico condotto della frazione di Ronta, il Dott. Luigi Mercatali, che si occupò della descrizione e ricognizione dei cadaveri.
I corpi di Pasquale Gentilcore e Stefania Pettini furono poi trasportati su un’ambulanza della Misericordia a Careggi, presso l’istituto di medicina legale di Firenze. L’esame medico-legale dei Dott. Mauro Maurri e Dott. Giovanni Marello rivelò su entrambe le vittime molteplici ferite di arma da fuoco.
Inizialmente gli inquirenti ipotizzarono che la morte dei due ragazzi fosse stata causata da numerosi colpi inferti con un “cacciavite aut punteruolo”.
Le risultanze emerse dagli accertamenti della medicina legale, però, spinsero il Maresciallo Falcone, insieme al personale della Caserma di Borgo San Lorenzo, a ritornare sul luogo del duplice omicidio, dove furono rinvenuti cinque bossoli di cartucce calibro 22, Long Rifle, marca Winchester (con la lettera H impressa sul fondello) “a sinistra dell’autovettura 127, all’altezza della ruota posteriore sinistra su un’area di circa un metro quadro”. L’auto, però, era già stata rimossa e la presunta posizione dei bossoli fu ritenuta alquanto anomala.
Il perito tecnico-balistico Innocenzo Zuntini, “pochi giorni dopo” aver ricevuto l’incarico dal Magistrato (12 ottobre 1974), si recò nuovamente a Rabatta sul luogo del delitto, alla ricerca di altri bossoli, “avvalendosi anche di un rilevatore magnetico”, ma senza risultato.
“La descrizione delle lesioni riportate all’esame esterno è parzialmente discordante rispetto a quanto riportato nel verbale di autopsia”. Pasquale Gentilcore fu raggiunto da almeno cinque proiettili che colpirono il braccio sinistro, l’emitorace sinistro (attinti cuore e polmoni), la regione lombare, la regione inguinale sinistra, la zona ombelicale, da sinistra a destra. L’aggressore infierì sul cadavere con due colpi di arma bianca che penetrarono di 10 cm l’emitorace destro. Le “ferite da arma bianca sul cadavere dell’uomo non risultavano vitali”.
Stefania Pettini, invece, fu raggiunta da tre proiettili non mortali: uno colpì la guida di scorrimento del sedile, frazionandosi in tre parti che ferirono la ragazza al fianco destro; due colpi invece lesero il ginocchio destro. La vittima fu poi pugnalata novantasei volte alla parte anteriore del corpo con un’arma monotagliente. Alcune lesioni alla regione toracica furono inferte con estrema violenza e presentavano segni di vitalità; altre, più superficiali e meno infiltrate, erano distribuite sulla zona toracica, addominale e sugli arti inferiori.
Il corpo della ragazza riportava anche una ferita da taglio, da sinistra verso destra, dalla mandibola al labbro inferiore, una ferita che interessava la regione auricolare e temporale destra, nonché tre ferite alla regione latero-cervicale destra.
Non furono rilevati elementi utili a presumere violenza sessuale, né tracce di sperma “negli orifizi né sul corpo della donna (e neppure nei suoi indumenti)”.
Furono rinvenuti otto proiettili di piombo con ramatura esterna, sei estratti in sede di esame autoptico sui due lesi, di cui 4 interi, parzialmente deformati, 1 aperto e schiacciato ed 1 ridotto ad 1/3 del suo volume. Altri 2 proiettili furono rinvenuti nell’imbottitura dello schienale del sedile di guida7.
I funerali di Stefania e Pasquale si tennero nel pomeriggio del 18 settembre 1974 presso la Pieve di San Lorenzo. A officiarli don Ridolfo Cinelli, il vicario foraneo di Borgo San Lorenzo, assistito dal parroco di Vitignano (la parrocchia della ragazza) don Primo Grandi e dal parroco di San Miniato in Pagnolle (la parrocchia di Pasquale) don Lorenzo Staderini. Le salme furono inumate presso il cimitero comunale di Borgo San Lorenzo in due loculi sovrapposti.
“Qualche mese dopo il delitto” i genitori di Stefania e Pasquale fecero installare sul luogo del duplice omicidio una lapide in pietra con la scritta: “Pasquale e Stefania qui trucidati il 15-9-1974”.
Nel giugno del 2021 un gruppo di studiosi della storia del mostro di Firenze guidati dal documentarista Angelo Marotta predispose il restauro della lapide e l’installazione di una teca in policarbonato a protezione del cippo commemorativo.




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