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lunedì 7 maggio 2018

L'Uomo dietro il mostro 4 di E. Oltremari

Segue da LUdm3

Sabato 14 Settembre 1974 - Loc. Rabatta, Borgo San Lorenzo.

Qui, sia che l’azione si sia svolta nel primo o nel secondo modo, l’assassino si trova di fronte allo sportello passeggero con due corpi privi di vita all’interno della macchina.
L’omicida sfila la ragazza dalla macchina, la quale cade a terra vicino allo sportello. La afferra per i piedi e la trascina dietro la vettura.
Le mutandine indossate dalla giovane vengono ritrovate strappate e sporche di sangue. Segno che queste fossero indossate dalla giovane quando è stata colpita. I verbali indicano che queste siano state rinvenute in due lembi (uno più grande ed uno più piccolo), distanti circa 8 mt l’uno dall’altro e strappati, non tagliati. È opportuno domandarci se queste si siano lacerate a causa del trascinamento del corpo della giovane sul terreno o che sia stato l’omicida stesso a strapparli con le mani per denudare completamente il corpo della ragazza. Nel caso propendessimo per la prima ipotesi, risulterebbe strana la posizione dei lembi, ovvero distanti l’uno dall’altro e non adiacenti alla traiettoria dello spostamento della giovane; diversamente, nel secondo caso, ci si presenterebbe una condotta da parte dell’omicida non coerente con quanto accadrà poi nei delitti successivi, ove, gli indumenti femminili, come quelli intimi, vengono recisi con l’arma bianca, senza quindi essere toccati dalle mani dell’omicida. Da qui, allora, si potrebbe ipotizzare la condizione per la quale le mutande della ragazza si strappano accidentalmente o nell’azione delittuosa o nel trascinamento del corpo (anche perché se fosse stato l’omicida a strapparle queste si troverebbero, almeno per un lembo, sotto il sedere della ragazza). L’omicida poi, una volta inferti i colpi d’arma bianca sulla ragazza, nel modificare la scena del crimine (condizione che si è più volte ripetuta nei delitti seguenti) raccoglie una stralcio degli slip poi poi gettarlo via qualche passo dopo. Difficilmente si potrebbe ipotizzare, quantomeno a livello criminologico, un omicida giovane (dopotutto è il primo, o il secondo delitto da lui commesso, quantomeno come mostro) che strappa brutalmente quelle mutande che sette anni dopo, più maturo e maggiormente sicuro di sè, avrebbe reciso col coltello senza toccarle con le mani. A livello pratico, invece, forse l’azione di recisione degli indumenti intimi con la lama del pugnale potrebbe essere dovuta all’acquisto di una maggior abilità dell’omicida con questa anche se, torniamo a dire, riteniamo più plausibile l’ipotesi prima richiamata delle mutande stralciatesi accidentalmente e spostate dall’omicida nella sua azione di manomissione della scena del crimine.
È difatti interessante notare - qualora non volessimo accettare la succitata ipotesi che siano stati i giovano ragazzi a spogliarsi lontano dalla macchina e tornarvi poi all’interno - come l’omicida, ripulisca la zona intorno alla vettura, da vestiti, indumenti strappati e fazzoletti. Come se volesse ordinare la scena, focalizzandola sull’autovettura, secondo una propria rappresentazione più chiara, limpida e definita.
Una volta trovatosi di fronte al corpo della ragazza, le divarica le gambe, afferra il coltello e con quello pratica 96 piccole coltellate (alcune profonde anche meno di 1 cm) sul corpo dello schema seguendo uno schema così esemplificato nella figura sottostante.
Dalla figura ritraente la mappa delle ferite d’arma da punta e da taglio si intuisce - dicono alcuni - una particolare attenzione dell’autore per le zone del seno sinistro e quella pubica. Mentre per il secondo, potremo sì individuare una circoscrizione di questo, il primo (A ben vedere però, i colpi sono purtroppo così tanti che ognuno riesce a vederci quel che vuole, 96 coltellate in sul corpo - o meglio, sul tronco - di una ragazzina di 1,60 mt rischiano di risultare fin troppo ravvivate e sovrastanti, indistintamente tutto il corpo) viene attinto da colpi a questo limitrofi, ricalcando quelle che sarebbero divenute poi le zone escisse. Dieci anni dopo, infatti, a pochi km di distanza, l’assassino si sarebbe trovato di fronte un corpo nudo di giovane donna dalle medesime caratteristiche di nudità della vittima femminile del 1974. Diversamente, però, da quanto accaduto nel decennio precedente, l’assassino avrà alle sue spalle 5 (o 6) duplici omicidi, due dei quali lo hanno visto utilizzare il coltello per praticare due escissioni post mortali delle zone pubiche di due vittime femminili. Ed è qui, alla Boschetta, che si manifesterà - per la seconda volta dopo i due duplici omicidi del 1981 - la condizione giustificatrice di evoluzione dell’iter omicidiario come il corpo seminudo (se non per le mutandine) di una ragazza. Le escissioni eseguite sul corpo nudo della Rontini ricalcheranno, difatti, quelle zone su cui dieci anni prima lo stesso assassino si era concentrato con l’arma bianca scoprendo una situazione a lui a quel tempo (’74) ignota, come due ragazzi seminudi intenti ad amoreggiare in macchina ed i lori cadaveri a propria disposizione. Dopo 10 anni alla stessa situazione l’omicida risponderà praticando ciò che negli anni precedenti aveva eseguito sui corpi delle vittime femminili dei duplici delitti del 1981, ovvero offendere, tagliare e portare via, ma le quali si trovavano in una condizione però diversa - maggiormente vestite - rispetto sia alla vittima del 1974 e del 1984. Di questo ultimo tema - ovvero di quello che a parere dello scrivente è erroneamente vista come una “evoluzione” dell’azione escissoria - ne parleremo poi più approfonditamente nel capitolo circa il focus criminologico sul modus operandi di tutti ed otto i duplici omicidi.
Tornando alla dinamica omicidiaria, dopo aver inferto i colpi sull’esanime Stefania, l’assassino strappa poi dal filare di vite poco distante un ramo che inserisce, marginalmente, nella vagina della ragazza.
Tornato allo sportello del passeggero, sposta il ragazzo sul sedile del guidatore e gli infligge due coltellate all’emitorace destro. Considerato che appare se non certo, altamente verosimile, che il corpo del ragazzo sia stato spostato dalla suo originaria posizione, c’è da chiedersi le motivazioni di questa scelta da parte dell’omicida. Analizzate le scene del crimine degli anni successivi, e quella dell’anno precedente, possiamo notare un certo interesse nell’omicida per le attività di modificazione della scena del crimine consistenti nel riposizionamento, dei cadaveri - oltre che di quelli femminili - anche di quello maschile. Si pensi, ad esempio, alle posizioni fetali assunte dalla vittima maschile nell’Ottobre del 1981 e del 1984, o alla compostezza di quello del 1968 o del Giugno 1981. Sembrerebbe quasi che l’assassino si ritagli una porzione di tempo utile alla fuga per il riordino di una scena “caotica” - o almeno così da lui considerata - creatasi con l’azione omicidiaria al fine di ricreare una compostezza da lui apprezzabile o comunque utile ad un suo fine, sia esso personalistico o utilitaristico (Anche questo punto verrà approfondito in un apposito capitolo).
Circa poi l’esatto luogo di ritrovo della borsetta e del reggiseno della ragazza, non comparendo alcun dato certo (se non una sommaria indicazione dei mt di distanza dall’abitacolo), chi scrive non ritiene utile né corretto addentrarsi in pericolose ipotesi circa i perché della direzione presa dall’omicida per sbarazzarsi degli oggetti in questione. A riguardo, già ne è stato ampiamente parlato da altri autori a cui - con piacere - rimandiamo.

Venendo ora alla introduzione della trattazione criminologia del duplice delitto del 1974, che sarà oggetto di apposito capitolo - non possiamo esimerci da una riflessione circa l’assoluto disordine - unico, considerati gli altri delitti - che caratterizza la scena del crimine di Rabatta. Difatti, diversamente da quanto accaduto sei anni prima a Castelletti, l’omicida sembra apparire meno meticoloso e preciso rispetto a quanto già operato in precedenza, mostrando maggiori difficoltà sia nell’abilità sparatoria sia nella gestione della situazione omicidiaria. 
Spesso, si è stati soliti attribuire la cruda violenza ed il furor omicidiario del ’74 ad una probabile conoscenza - anche solo unilaterale - da parte dell’omicida quantomeno della vittima femminile. Tale eventualità non è stata tralasciata neanche da la già precedentemente citata perizia del pool modenese che, in relazione al presente delitto, sottolinea come “molte delle ferite da arma da punta e taglio inferte alla donna sono state vibrate con molta forza, mentre il corpo era appoggiato su piano fisso (terreno o sedile), tanto da penetrare profondamente in organi vitali o da trapassare il tavolato osseo eternale, disarticolando l’appendice xifoide. E’ quindi evidente che le ferite da arma da taglio inferte alla donna, per qualità e quantità, appaiono il frutto di un impulso e/o di una volontà che andavano ben oltre la semplice intenzione di essere certo della morte della vittima”.La vittima femminile del 1974 rimane l’unica ragazza, fra le vittime attribuite al c.d. Mostro di Firenze, uccisa con l’arma bianca (in questo caso la lama di un coltello). È necessario però specificare che, considerati i dati a nostra disposizione, l’utilizzo della lama sia stato reso necessario dall’aver esploso tutti i colpi della Beretta - sprecandone la maggior parte - senza riuscire ad uccidere i due giovani. I colpi inferti alla giovane presentano, difatti, indici di vitalità tali da considerarla ancora viva in un tempo successivo agli spari ed ancora capace di movimento e, soprattutto, di gridare. Si spiegherebbe così forse l’accanimento sul volto della giovane, l’estesa ferita lacero-contusa alla testa e quella vicino alla bocca. Ma perché, domandiamoci, l’omicida esaurisce il caricatore (almeno 10 colpi) verso due bersagli certo non di più difficile mira rispetto alle vittime del delitto del 1968. Sei anni prima, l’omicida (nell’ipotesi che sia stata la stessa persona a sparare nel 1968 e poi nel 1974), quantomeno anagraficamente sei anni più giovane del suo io del 1968, si trovava ad affrontare un uomo ed una donna  di circa trent’anni uccidendoli con precisione e freddezza, il tutto alla presenza di un bambino. Sei anni più tardi, con già un duplice omicidio alle spalle, più maturo e con di fronte due ragazzi appena maggiorenni si dimostra un impreciso sparatore sprecando i suoi colpi verso parti anatomiche non vitali senza riuscire a centrare i suoi obbiettivi,  vicini e racchiusi dentro l’abitacolo di una macchina.
È forse lecito credere che questo disordine sia dovuto alla inesperienza dello sparatore, o alla sua giovane età, ma ciò striderebbe con l’attribuzione del delitto del ’74 alla mano, fredda e precisa, del 1968. Ancora, potremmo forse attribuirla ad una conoscenza diretta - o unilaterale - della coppia, tale da incrementare la componente eccitativa dell’azione delittuosa. Potrebbe invece essere dovuta ad un imprevisto accorso durante il delitto, come ad esempio un tentativo di fuga o un effetto sorpresa non del tutto riuscito (anche se questa eventualità mal si concilierebbe con la direzione e l’inclinazione dei colpi ricevuti dal ragazzo che non fanno presagire alcun movimento da parte della vittima). O, ancora, al fatto che per la prima volta l’omicida si trovava davanti due corpi seminudi mentre sei anni prima i corpi erano maggiormente vestiti.
Non avendo ulteriori basi probatorie o indiziarie su quale posizione prendere - sebbene lo scrivente propenda per la prima delle ipotesi succitate - rimandiamo tale questione al capitolo centrale di questi lavori.
In conclusione, risulta ora necessario soffermarsi sull’attività di overkilling compiuta dall’omicida sul corpo della vittima di sesso femminile.
E’ lecito credere che quella fosse la prima volta che l’omicida si trovava di fronte al corpo nudo, privo di vita, di una donna da lui uccisa (Sei anni prima difatti - nell’ipotesi che lui stesso fosse stato l’autore dell’omicidio di Castelletti - il corpo della Locci si presentava ai suoi occhi, maggiormente vestito rispetto a quello della giovane Stefania).
Esauritosi la violenza che aveva poco prima caratterizzato l’azione omicidiaria, l’assassino vive con apparente quiete - e qui risulta davvero sorprendente questo repentino mutamento emotivo - i momenti che sarebbero invece, comprensibilmente, utili ad una fuga, per chinarsi e “saggiare” con la lama del suo coltello - utilizzata qui con la sua azione “da punta” - il corpo della giovane. Sul tema: “l’azione esploratoria è stata inoltre condotta con un’altra modalità, attraverso l’uso dell’arma da
punta e da taglio, con la quale l’omicida ha quasi circoscritto la zona del ventre attorno all’ombelico e la linea superiore del pube, e ha descritto linee o cerchi sulle cosce (o forse è più appropriato dire che ha inferto colpi indirizzati casualmente, che non loro insieme descrivono due linee ed un cerchio sulle cosce); questi colpi sembrano essere stati inferti senza molta forza, o quasi per saggiare la resistenza della cute all’arma da puntataglio, usata in senso verticale e quindi con l’efficacia lesiva della punta. Come si è detto, la disposizione delle ferite attorno al pube suggerisce l’ipotesi che si sia fatta strada nella mente dell’omicida, o che fosse già presente in fantasia, quanto meno a livello embrionale, l’idea di asportare quella parte del corpo, non ancora perfezionata processualmente o non ancora sorretta da idonea capacità tecnica”.
Ora, benché sia dallo schema dei colpi inferti sia dalle foto del cadavere sia possibile evincere una certa attenzione per quelle zone che negli anni successivi sarebbero state oggetto di esportazione, non si direbbe falsità alcuna se ci riferissimo alle ferite da punta come inferte omogeneamente, ma in senso casuale, sul corpo della giovane in un’area estesa dall’interno coscia fino al petto. Ognuno è libero di poter interpretare l’ordine di ferite a suo modo, vedendoci linee, curve, forme, allusioni esoteriche, numerologiche o altro ancora perché, sfortunatamente - e drammaticamente dato che parliamo non di un gioco sulla settimana enigmistica ma del corpo di una diciottenne - il c.d. gioco di unire i puntini può condurre ad innumerevoli interpretazioni.
Certo è, che difficilmente potremo ricondurre i colpi inferti ad una mera “sperimentazione” o “saggio” della lama sulla carne visto l’elevatissimo numero di ferite inferte, abbondantemente oltre il numero necessario per constatare l’effetto lesivo dell’arma da punta. Allora, forse, sarebbe necessario chiederci cosa si cela dietro quelle ferite. Cosa ha spinto l’omicida a soffermarsi così lungamente sul corpo esanime della ragazza. E’ probabile, quindi, che dietro questo disegno si nasconda una fantasia, un intento, un ordine, difficilmente riconducibile ad un mero e semplicistico “canovaccio” delle sue - orribili - gesta future.
Circa, invece, il ramo di vite inserito all’interno della vagina della ragazza,  possiamo affermare che questo rappresenti un unicum nell’insieme di tutti ed otto i duplici omicidi. Mai, difatti, l’assassino si era spinto ad un’azione di overkilling sui corpi delle vittime che esulasse dalle escissioni o dai fendenti post mortem.
L’introduzione del tralcio è stata più volte associata ad un chiaro segno, o spregiativo, o di assonanza sessuale (inteso quindi come la proiezione di membro maschile). E’ necessario, però, dire a riguardo che sia per le caratteristiche del ramo in sé - un ramoscello esile, molto lungo e diramato - che per le modalità con cui questa è stato inserito - senza troppa forza, né reiterandone l’ingresso nel cavo vaginale, come appunto in una simulazione dell’atto sessuale - ma solo attraverso una sua apposizione, scevra di una sua componente lussuriosa, sarebbe forse più corretto avvicinare tale atto ad un significato simbolico, non necessariamente sessuale, ad ora sotteso e non purtroppo compreso ma di cui avanzeremo alcune interpretazioni più avanti. Difatti, chi scrive, non ritiene il tralcio di vite un simbolo spregiativo del corpo della donna, anzi. Qui tornano d’ausilio le fotografie della scena del crimine, nelle quali si può denotare una quasi  leggerezza ed armonia nella scelta del tralcio di vite, e non di un ramo più grosso o comunque maggiormente lesivo dei genitali femminili. Il ramo non sembra richiamare alcuna componente fallica, né tantomeno virile. L’aspetto del tralcio, lasciato integro anche delle foglie e dei piccoli ramoscelli che dal busto principale si dipanano, non acquistano la forma di una violenza sessuale, né tantomeno offensiva del corpo della giovane (di questo intento offensivo del corpo l’assassino ne aveva già dato prova alcuni istanti prima, per 96 volte). Sembra più un simbolo decorativo, o votivo, quasi a voler ricreare un’immagine nell’omicida che suggella la scena da lui manomessa e ricreata, una volta interrotto l’unione tra i due. Addenda che è possibile che l’omicida abbia anche commesso nei delitti successivi ma rimasta celata, o mal interpretata, nel corso dell’analisi della scena del crimini. Scambiata talvolta per un errore, una casualità o coincidenza o perfino una posizione innaturale del corpo. Invece quindi di continuare - sconfessando perfino quanto da noi riferito supra - a considerare il tralcio di vite un unicum fra i delitti commessi dall’assassino, potremo provare a reinterpretarlo e collocarlo nella coerenza degli altri delitti, fra quelle condizioni, non lesive del corpo (o spregiative) ma di alterazione della scena del crimine e personation. È la trasposizione fisica e materiale di una fantasia dell’omicida, a lui solo comprensibile ma non per questo indecifrabile. Fantasia fin troppo ridondante e selvaggia in questo delitto e col tempo, solo affinata e resa meno palese ma soltanto nascosta e camuffata in un qualcosa che o non è stato visto o male interpretato ma rimasto lì, sempre, davanti ai nostri occhi, ancora una volta, sulla stessa scena del crimine. Come vedremo.
Segue...

lunedì 23 aprile 2018

L'Uomo dietro il mostro 3 di E. Oltremari

Segue da LUdm2

Sabato 14 Settembre 1974 - Loc. Rabatta, Borgo San Lorenzo.

Prima di intraprendere la disamina del caso in questione è necessario premettere come le evidenze circa il duplice delitto del 1974 risultino manchevoli di precisione e chiarezza già in quegli atti  (In questo caso ci riferiamo ai referti autoptici, agli atti di sopralluogo ed alle successive perizie) che avrebbero dovuto, invero, avere fra i propri requisiti primi di queste due qualità.
Il corpo del vittima maschile, viene ritrovato all’interno della Fiat 127 del padre. È seduto sul sedile di guida, con la testa poggiata sul montante del finestrino ormai in frantumi. Indossa le sole mutande, vistosamente intrise di sangue, e calzini bianchi.
Nonostante alcune imprecisioni presenti in autopsia tra l’esame esterno e la sezione cadaverica, il ragazzo sembrerebbe essere stato attinto da sei colpi di pistola, tutti in regione toracica-addominale sinistra, dei quali, uno solo di questi, presenterebbe il foro di uscita al fianco destro (Dettaglio quest’ultimo non ben chiarito in sede autoptica). Sull’emitorace destro, invece, antero-lateralmente in zona media inferiore, due ferite da taglio sovrapposte tra loro e distanziate di qualche centimetro che non penetrano in profondità.
La ragazza viene ritrovata distesa supina con gambe e braccia divaricate con la testa quasi coperta dal tuo di scappamento della macchina del ragazzo. E’ completamente nuda, un brandello delle sue mutandine viene ritrovato poco distante dal suo corpo, a circa 8 metri dalla ruota anteriore destra. E’ stata attinta da 5 colpi d’arma da fuoco. Tre al fianco destro, una al ginocchio destro (in cui si rinviene anche il foro d’uscita), ed una a quello sinistro. Oltre alle ferite d’arma da fuoco se ne rinvengono altre 96 da punta e da taglio.
Precisamente:
-    una vasta ferita lacero contusa a forma di Y interessa la regione auricolare e temporale destra fino al piano osseo;
-     una, egualmente profonda, localizzata alla regione emimandibolare sinistra e si estende fino a quella mentoniera, interessando anche il labbro;
-    tre ferite a carico della regione latero-cervicale destra, di andamento obliquo, dall’alto verso il basso e da sinistra a destra, infiltrate e con margine inferiore ecchimotico;
-    sei, localizzate medialmente alla mammella destra, superficiali e poco infiltrate;
-    dodici, alla mammella sinistra, quasi tutte infiltrate e penetranti;
-    alcune (purtroppo dato impreciso) hanno interessato lo sterno, trapanando il tavolato osseo e disarticolato l’appendice tifoide, mentre altre sono penetrate nella cavità cardiache ed hanno attinto il parenchima polmonare;
-    alcune (purtroppo dato impreciso) ferite addominali, attingono le visceri (stomaco, fegato, intestino) ma sono meno infiltrate di quelle toraciche prima citate;
-    cinque ferite localizzate in regione sovrapubica e seguono l’inserzione dei peli, disegnando una curva a convessità superiore;
-    due, al margine destro del pube;
-    quindici ferite (sette a sinistra ed otto a destra) interessano le cosce, in corrispondenza della regione antero-mediale, al terzo superiore, sono vicine tra loro, poco profonde e poco infiltrate.
Troviamo poi opportuno segnalare la reputazione di ferite c.d. da difesa agli arti superiori ed alle mani con caratteristiche di vitalità.
Quello che rimarrà, infine, nell’immaginario collettivo di questo delitto, è il tralcio di vite lievemente infilato nella vagina della ragazza che si dipana, sul terreno, fra le sue gambe.

Dai verbali, risulta che sul luogo del delitto siano stati rinvenuti solo cinque bossoli Winchester cal. 22 con la H stampata sul fondello ritrovati a sinistra della vettura (NB: ad un primo sopralluogo i ragazzi vennero giudicati come uccisi da uno stiletto o colpi di cacciavite. Soltanto la sera arrivarono indicazioni dall’Istituto di Medicina Legale di Firenze sulla reale natura di alcune ferite, cioè colpi di pistola. Pertanto quando tornarono sul luogo del delitto per repertari i bossoli la macchina del Gentilcore era già stata spostata); i vetri del finestrino lato guidatore infranto al di fuori dello sportello lato guidatore; le scarpe dei ragazzi sul tappetino del sedile lato passeggero; sotto una pianta di vite distante poco più di tre metri dalla fiancata destra dell’auto, 3 paia di pantaloni (due da uomo ed uno da donna), un foglio di carta da confezione recante l’intestazione di una lavanderia, e la camicia della ragazza ripiegati, tutti, e senza macchie di sangue; un paio di mutande femminili blue strappate e macchiate di sangue (un brandello di queste verrà ritrovate a circa 8 metri dalla macchina); una camicia bianca da uomo tra la pianta di vite e la macchina; il giubbotto del ragazzo fuori dallo sportello del guidatore; un tovagliolo o pezzo di carta macchiato di sangue vicino al cadavere della ragazza; la borsetta della ragazza col suo pullover bianco (entrambi NON macchiati di sangue), a circa 300 mt dal luogo del delitto, gettati fra le sterpaglie di un campo, e rinvenuti a seguito di una segnalazione anonima; il reggiseno della ragazza, rinvenuto ad oltre 50 mt dal luogo in cui era stata ritrovata la borsetta.
Sempre dai verbali, si può notare che vennero individuati due fori sul sedile anteriore sinistro ed una lacerazione da taglio della stoffa; sul sedile destro, totalmente reclinato all’indietro, vengono rinvenute abbondanti tracce ematiche; a circa 20 cm dalla ruota posteriore destra ed esattamente in prossimità dell’apertura dello stesso sportello, una traccia di sangue raggrumato, da cui diparte una striscia di sangue che termina all’altezza della mano sinistra della ragazza.

Il delitto in questione risulta per il nostro lavoro di notevole interesse. Questo, sia per le modalità di esecuzione materiale che per le attività di overkilling sui corpi delle vittime tanto da rendersi utile per abbozzare qualche lineamento di profilazione e per meglio comprendere cosa è accaduto gli anni successivi. Tale importanza si scontra, però, con i dati in nostro possesso che risultano incompleti, poco chiari e, talvolta contraddittori. Pertanto sarà necessario procedere - nel corso del nostro lavoro - ad ipotesi supportate da minor dati empirici rispetto al delitto precedente o a quelli successivi.
Il rinvenimento, tardivo e non sappiamo quindi se veritiero, dei bossoli sul lato sinistro della vettura, farebbero propendere per un’azione di sparo intrapresa dallo sportello lato guidatore. Tale dinamica però mal si concilierebbe con i vetri del finestrino sinistro rinvenuti all’esterno della vettura, e non all’interno, indicando quindi una rottura di questo esercitata da una pressione dall’interno verso l’esterno. A meno che, i colpi non siano stati esplosi a portiera lato guidatore aperta - alquanto inverosimile - e richiusa poi dall’omicida al termine dell’azione delittuosa. Procedendo lungo questa ipotesi, vedremo il Gentilcore colpito da tre colpi in rapida successione al fianco sinistro, tanto che questi si presentano l’uno vicino all’altro e con lo stesso tramite, così da scongiurare una qualsiasi rotazione del corpo. Dunque, il ragazzo non si sarebbe mai mosso durante gli spari, e ciò farebbe propendere quindi per un attacco a sorpresa ad opera del killer. Così facendo il corpo del ragazzo sarebbe rimasto sul sedile dove era stato colpito dai proiettili, non dovendo poi giustificare alcun altro spostamento. Dinamica questa che però stride con le vistose tracce ematiche presenti sulla parte posteriore degli slip del ragazzo, che risultano difatti inzuppi di sangue, tanto da far presupporre che questo fosse stato spostato dal sedile, quello lato passeggero, che come si evince dalle foto, risulta maggiormente macchiato. Rimanendo però su questa linea di pensiero, troviamo sul sedile passeggero, reclinato per l’occasione, la giovane che impaurita dai colpi sparati verso il fidanzato, uno dei quali forse può averla colpita ad un ginocchio, tenta la via di fuga verso l’unica direzione possibile, ovvero il suo sportello. Qui l’omicida deve essere stato più veloce - e drammaticamente lucido - tanto da giungervi prima di lei e porsi da ostacolo tra la ragazza e la via di fuga. Le apre difatti lo sportello e riversa su di lei, tutto il caricatore. La povera ragazza, ancora sul proprio sedile, in un inutile e disperato tentativo di difesa inizia a dimenarsi con braccia e gambe tanto da essere colpita al ginocchio e al fianco destro (Diversamente da quanto descritto in autopsia realizzata dopo giorni dopo la morte della ragazza, al primo processo contro Pietro Pacciani, il Medico Legale, Prof. Maurri, affermerà che i colpi al fianco destro ricevuti dalla Pettini, fossero trapassati in precedenza dall’avambraccio destro della giovane.
Altre fonti, sia su blog che su alcune monografie, riferiscono dei colpi al fianco destro come ferite d’arma bianca. Tale ipotesi sarebbe però scongiurata dalle fotografie eseguite sul corpo della ragazza dove si può ben vedere la natura di queste per assicurarle come prodotte da colpo d’arma da fuoco). Nessuno di questi colpi risulta però idoneo a toglierle la vita o renderla priva di sensi. L’omicida, quindi, si trova di fronte per la prima volta alla condizione di aver finito i proiettili ed aver ancora un corpo da eliminare. Giunge qui alla necessità di dover utilizzare per la prima volta l’arma bianca. Risulta qui straordinaria la forza della ragazza che seppure attinta dai colpi di pistola deve aver dimostrato all’omicida una reazione tale da fargli ritenere necessario avventarsi con ferocia su di lei, tanto da colpirla al volto una volta alla regione temporale destra ed altra in regione mandibolare. La seconda risulta chiaramente una ferita da taglio, inferta alla giovane ancora in vita, dati i segni di vitalità. Probabile che la ragazza abbia iniziato a gridare e l’assassino abbia voluto tapparle la bocca con la propria mano sinistra e cercare di zittirla con la lama prima di affossarla sul sedile e colpirla con forza allo sterno tanto da provocarne la morte.
Resta il dubbio circa la profonda ferita lacero contusa presente sulla regione frontale ed auricolare che non sappiamo se causata, ma difficilmente potrebbe così essere, da un’arma da taglio. Sembrerebbe, invece, realizzate dall’urto con un oggetto contundente, forse l’impugnatura del pugnale, o ancora una parte della carrozzeria in cui può essere stata sbattuta la giovane per farle perdere conoscenza. Presumendo che l’assassino abbia agito frontalmente alla giovane o comunque lievemente dislocato alla destra di questa, risulta strano pensare ad un colpo inferto in quella zona  dalla lama del pugnale che lo avrebbe costretto a “scavallare” la sua stessa mano sinistra andando a colpire oltre il suo polso.

Altra dinamica, forse più corretta, ci permette di collocare l’omicida sempre e solo all’altezza del finestrino lato passeggero che sparando con lo sportello aperto riversa tutti i colpi del caricatore sui ragazzi posti, sul sedile reclinato, l’uno sopra l’altra. Deponendo in tal senso, allora, ipotizziamo così ora - seppur peculiare e piena di incertezze - la dinamica. I due ragazzi, inspiegabilmente data la sera settembrina ed il terreno umidiccio (aveva piovuto le sere precedenti), decidono di spogliarsi fuori dall’auto, ripiegando i vestiti sotto la vite posta a comunque 3 mt dalla vettura. Pasquale, si era già tolto il giubbotto e forse lo aveva poggiato sopra il tettuccio della vettura, altrimenti non si spiega perché gettarlo fuori dal finestrino quando poteva poggiarlo sui sedili posteriori. Come del resto, avrebbero potuto fare con i lori vestiti, senza doverli mettere all’esterno rischiando di bagnarli o rovinarli. Dato il rinvenimento di questi senza macchie di sangue, ci risulta difficile pensare che l’azione di ripiegamento di questi sia stata compiuta dall’omicida, il quale considerato i colpi inferti alla vittima femminile è possibile che si fosse quantomeno sporcato di sangue. È pertanto necessario ipotizzare la dinamica cercando di trovare una razionalità nell’azione dei giovani di uscire dall’abitacolo, spogliarsi a 3 mt dalla macchina (lei di camicia e pantaloni, lui solo dei pantaloni per poi lasciare la camicia a poca distanza da questi rientrando verso la vettura), e fare ritorno scalzi, o con le sole scarpe, dentro l’abitacolo. Riteniamo poi che vicino ai vestiti ci fosse già la borsetta della ragazza con il pullover dentro, entrambi trovati non sporchi di sangue, così anche come il reggiseno della ragazza.
Troviamo, così, i due ragazzi dentro la vettura con indosso solo i loro  indumenti intimi. Qui, reclinano il sedile passeggero, magari a portiera aperta per agevolare i movimenti (pensarla chiusa per coprirsi dal freddo stonerebbe con la loro azione precedente di spogliarsi fuori dall’abitacolo). La ragazza è sdraiata supina, mentre il ragazzo, è sopra di lei. Hanno entrambi le mutande indosso quindi la loro azione sessuale non è - anche qui - completa. Mentre i due giovani sono vicini, inizia l’assalto dell’omicida che spalanca la portiera - anche se dati i colpi al fianco sinistro del ragazzo è possibile che questa già lo fosse - e colpisce il ragazzo sparando in rapida successione tra i cinque ed i sei colpi, uno dei quali si infrange contro il finestrino lato guidatore infrangendolo. Il giovane non si accorge dell’attacco ed i colpi sparatogli in rapida successione lo ruotano sul fianco destro facendolo, presumibilmente, ricadere più vicino al sedile del guidatore in posizione fetale. Lo sparatore rivolge, quindi, l’arma contro la ragazza che, terrorizzata, inizia a dimenarsi e tenta la fuga verso l’unica direzione a lei possibile che, purtroppo, è quella dove provengono gli spari. È lì che forse l’assassino la colpisce al volto - magari col calcio della pistola (?) - provocandole la ferita nella zona temporale destra. La giovane viene così spinta sul sedile da cui aveva provato ad alzarsi e da lì, purtroppo, non si muoverà più perché l’assassino le spara tutti i colpi rimasti nel caricatore, ma è - anche qui - impacciato, impulsivo, distratto, frenetico. I colpi non la uccidono - presenta ancora indici di vitalità - allora l’omicida abbandona la pistola ed impugna il coltello che riverbera con forza sul corpo della giovane colpendola allo sterno e provocandone, lì, la morte (Elementi che fanno dedurre che i colpi d’arma bianca che ne hanno provocato la morte siano stati inferti mentre era sul sedile si riscontrano nelle evidenti e copiose macchie ematiche presenti sul sedile della giovane e la mancanza di ipostasi.)

Segue...

lunedì 9 aprile 2018

L'Uomo dietro il mostro 2 di E. Oltremari

Segue da LUdm 1

di E. Oltremari (dr.oltremari@gmail.com)

Passando ora ad una analisi criminologica circa questo primo, almeno cronologicamente, duplice omicidio, è parere di chi scrive considerarlo necessariamente come peculiare rispetto ai successivi sette. La diversità è da riscontrare sia sul piano motivazionale che modale. La comunanza, (per quanto riguarda il collegamento  della pistola, essendo sempre stata la stessa per tutti ed otto i duplici omicidi, parleremo infra) palese questa volta, con gli altri delitti della serie è da riscontrare, invece, nella sola situazione generale che si rinviene in tutti ed otto i duplici omicidi della serie: una coppia appartata.
Le motivazioni che sembrano però identificare questo duplice omicidio esulano da una componente sessuale intesa, secondo il pool di criminologi modenesi diretti da De Fazio, come tale da giustificare l’appellativo di lust murder per l’omicida delle coppie. Il lust murder eleverebbe e vivrebbe l’evento sadico come vero e proprio atto sessuale, rimanendone come egualmente appagato. Tale affermazione, benché criticabile se riferita all’assassino dei colli fiorentini, ci porta correttamente verso una caratteristica propria dell’atto sessuale e dei delitti oggetto della nostra discussione: l’intimità. Come vedremo negli otto duplici omicidi l’omicida cerca di insinuarsi nell’intimità vera mostrata dalla coppia avvicinandosi progressivamente a questi senza però entrarvi mai in contatto diretto (se non quando necessario da imprevisti tentativi di fuga) lasciando sempre la vettura tra sé e la coppia. L’intimità viene così raggiunta dall’omicida solo successivamente alla eliminazione delle altre parti che non possono più interagire con il nostro soggetto attivo, libero, ora, di vivere quel momento in una macabra solitudine.
Diversamente da quanto accadrà successivamente, nell’Agosto del 1968 l’omicida sembra più interessato alla eliminazione fisica delle vittime che ad instaurare un rapporto con loro, tanto da aggredirle violentemente commettendo un’ingerenza fisica nella loro intimità, ovvero aprire lo sportello e riversare 8 colpi in rapida successione. Anzi, fa di più. L’omicida nel momento immediatamente successivo all’attività di sparo ricompone i corpi, nel senso che li adagia ordinatamente sul sedile dove erano seduti sistemandone lievemente le vesti. Atteggiamento questo che si pone in forte contrasto con quanto invece accadrà gli anni successivi.
L’intimità altrui viene difatti infranta ed offesa, denudata, marchiata e pubblicizzata dall’omicida che ricompone la scena del crimine stravolgendo quella iniziale di cui lui non ne era parte. Ad esempio distanzia tra loro i corpi, talvolta li occulta, li denuda, li offende con colpi post mortem o con le escissioni.
Tale disturbata intimità però nel duplice delitto del 1968 viene manifestamente a mancare. Diacronia questa che non è sfuggita neanche al pool di criminologi modenesi a cui fu demandato (Indagine peritale criminalistica e criminologica in tema di ricostruzione della dinamica materiale e psicologica di delitti ad opera di ignoti verificatosi in Firenze nel periodo dal 21 Agosto 1968 al 29 Luglio 1984. Periti: Prof. Francesco De Fazio, Prof. Ivan Galliani, Prof. Salvatore Luberto) nel 1984 di stilare una propria indagine peritale circa i delitti verificatosi a Firenze tra il 1968 ed il 1984 (Una “addenda” successiva venne richiesta ai Professori in seguito al duplice delitto del Settembre 1985).
I professori rilevarono, infatti, che “di per sé considerato, dunque, il caso in esame (duplice omicidio 1968, n.d.a.) non si qualifica come omicidio sessuale. Manca un qualsiasi interesse per le parti sessuali, non sono state usate armi da taglio né ci sono segni di violenza di altro genere sui corpi, in via o in morte; nessuna attenzione sembra essere stata prestata dall’omicida ad oggetti presenti sulla scena del delitto.
[…] Chi ha commesso il delitto, dunque, anche nell’ipotesi che sia l’autore dei successivi delitti, non sembra sia stato mosso da motivazioni sadico-sessuali, bensì da motivazioni comuni; motivazioni cioè che portano a desiderare l’eliminazione fisica delle vittime, secondo una modalità ed una dinamica psicologica del tutto svincolata da elementi sessuali abnormi e, ancor più, da impulsi sadistici."

Circa la possibilità che la componente sadico-sessuale fosse stata appannata o elisa dalla presenza del piccolo Mele, i Professori modenesi riferirono che "anche volendo considerare le eventuali remore che potrebbe aver comportato la presenza del bambino (specie se rilevate improvvisamente dopo il delitto nell’atto di avvicinarsi ai corpi per l’eventuali inizio di macabri rituali), si può affermare che tale ipotesi mal si concilierebbe con quella di un delitto sadico-sessuale, in quanto si dovrebbe supporre un imprevisto e completo passaggio da una condizione di liberazione pulsione ad una, opposta, di autocontrollo inibitorio, suscitato quest’ultimo da un imperativo morale di un nuocere ad una terza persona (sorto immediatamente dopo, o contestualmente, all’uccisione dei due individui ! )".
Nell’ipotesi, dunque, di un mancato accorgimento preventivo da parte dell’omicida circa la presenza del bambino in macchina, la sola presenza di quest’ultimo avrebbe potuto difficilmente sedare il furor omicida dello sparatore. Impeto omicida visto necessariamente con gli occhi di chi, come i Professori, era in grado di ragionare ex post avendo già avuto modo di saggiare nei delitti successivi al ‘68 la ferocia col quale l’assassino era solito agire. Forti dunque ti tale perplessità, De Fazio e colleghi si lanciano in una diversa, quanto suggestiva, ipotesi: "ovvero l’ipotesi che questo primo delitto abbia costituito, per l’autore o per qualcuno che vi ha assistito, uno stimolo qualificato per una ulteriore evoluzione in senso criminoso di motivazioni che sono alla base della dinamica dei delitti. Vale a dire che l’aver compiuto tale delitto (anche per motivi inerenti alle passioni e/o debolezze umane, di per sé stesse non necessariamente abnormi o patologiche) o l’avervi assistito da “complice” non materialmente esecutore, anche da semplice “spettatore”, può aver innescato un processo psicologico di slatentizzazione di impulsi sadico-sessuali, che ha poi condotto alla perpetrazione di altri delitti, con ben diversa matrice motivazionale. Sono noti in letteratura scientifica casi in cui tale processo di slatentizzazione e di successivo passaggio all’atto si sono verificati in soggetti senza alcun precedente comportamentale specifico, per il solo fatto di aver letto sul giornale il resoconto di particolari delitti; si trattava però, in questo casi, di delitti la cui descrizione, per la tipologia delle vittime (ad es. bambini) e per le modalità della dinamica materiale, suggerivano direttamente ed inequivocabilmente le componenti “sadico-sessuali”, e trovavano quindi il loro potere segusino nel fatto di costituire rappresentazioni “dirette” di fantasie ed impulsi latenti."
Passando poi alle ipotesi più probabili, "il caso in questione (omicidio Locci-Lo Bianco) non può avere tale potere di influenzamento che per due vie-stimolo, entrambe qualificate; la prima, come si è detto, costituita dall’aver assistito al delitto; la seconda, di meno intuitiva comprensione, ma di minor efficacia psicologica, consistente nel possesso dello strumento (l’arma da fuoco) unitamente alla conoscenza (diretta, o secondo una ipotesi psicologicamente non inverosimile, anche soltanto mediata) delle circostanze e della situazione in cui fu usata.
[…] molto spesso il delitto sessuale in senso proprio (quello definito lustmurder nella letteratura scientifica e nel diritto dei tedeschi, e che d’ora in poi designiamo con tale termine) prima di divenire azione rimane a lungo un fatto puramente psichico, vale a dire che è a lungo oggetto di fantasie attivate a scopo di eccitazione e gratificazione sessuale, prima di venire effettivamente agito. Tali fantasie possono venire alimentate, rinnovate, stimolate, dal possesso tangibile di oggetti-feticcio, quali possono essere, ad es., oggetti appartenuti alla vittima fantasticata (o ad una precedente vittima, nel caso sia già stato commesso un delitto) oppure oggetti particolarmente pregnanti per la dinamica dell’azione fantasticata, quale può essere per l’appunto l’arma o lo strumento con cui si fantastica di compiere il delitto."

Concludendo il pool modenese riferisce che "in definita, di per sè considerato, il caso Locci/Lo Bianco si discosta nettamente dai successivi fatti delittuosi sia per le dinamiche materiali che psicologiche, mentre appare legato ad essi da circostanze situazionali (coppia di amanti su un auto in un luogo appartato) e, soprattutto, dal mezzo lesivo usato (arma da fuoco), la cui costante presenza nella serie di delitti sembra poter assumere significati psicologici che vanno ben al di là di semplici questioni di funzionalità materiale e di opportunità".

Sebbene, dunque, i professori modenesi si concentrino su ipotesi frutto di apprezzabilissime conoscenze psicologiche e criminologiche, restano con i piedi per terra formulando quello che sembra essere il maggior fondamento alla teoria dell’unicità della mano per tutti ed otto i duplici omicidi a svantaggio di quella stonatura percepita da questi tra il ’68 ed i successivi: l’arma da fuoco. Pertanto sono costretti ad elevare la pistola (unica per tutti ed otto i duplici omicidi) ad oggetto-feticcio che lega tra loro i delitti per aver sparato in tutti questi ma che, solo nel primo (Castelletti, 1968), può essere stata azionata da mano diversa.
Da qui nasce l’immenso ed infinito dibattito che aleggia senza dar segno di cedimento: la mano che ha sparato nel 1968 è la medesima per i delitti precedenti?
E se la pistola è la stessa allora è impensabile che questa sia passata di mano tra il 1968 ed i successivi delitti. Ma se la Beretta era appartenuta al gruppo dei sardi e questi hanno commesso il delitto del 1968, allora saranno colpevoli anche dei successivi. Oppure i sardi col 1968 non hanno niente a che fare e chi ha veramente sparato quella notte di Agosto ha avuto un incredibile colpo di fortuna nel trovare persone appartenenti ad una cricca di individui così particolari e dalle vicende così torbide da aver creato, inconsapevolmente, un incredibile abbaglio/depistaggio investigativo. Oppure chi ha sparato quella notte conosceva le abitudine della Locci, ma non era conosciuto a sua volta da lei o dalla compagine sarda rimanendo poi in sordine per 6 anni prima di tornare a colpire.
Oppure ci può essere altra possibilità che approfondiremo prossimamente.
Segue...

lunedì 26 marzo 2018

L'Uomo dietro il mostro 1 di E. Oltremari

Introduzione
di E. Oltremari (dr.oltremari@gmail.com)

Trattare di una catena di omicidi lunga 17 anni e ad ormai 50 anni dal primo delitto, su cui sono state scritte ben più di ottanta monografie, innumerevoli saggi e tesi di laurea, incalcolabili righe di articoli di giornali, decine di blog e siti internet, e che ha dato voce a centinaia di esperti o sedicenti tali, presenta ben più di un problema.
Primo fra questi, mascherato da punto di forza in quanto bacino di fonti inesauribile, è che questo mare magnum di informazioni, cristallizzi nell’immaginario collettivo convinzioni e concetti inerenti alla vicenda del maniaco delle coppiette fino ad ergerli come rocce adamantine insormontabili. Questa annosa altra faccia della medaglia rischia, quindi, di adombrare con le sue alte e fitte fronde ciò che si nasconde dietro di queste, lasciandolo stagnare senza essere più analizzato o approfondito. Creando poi quel silente senso di colpa e timore percepito ogni qual volta la propria curiosità si spinge a tal punto di farsi strada tra la boscaglia, scostando i rami e suscitando i conseguenti rimproveri di chi quelle fronde le aveva piantate e curate ogni anno.
In una disanima sia storica che criminologica come questa, ove i punti certi potrebbero contarsi sulle dita di una mano, siamo davvero sicuri che ci sia permesso il lusso di identificare un fatto come certo, sicuro, incontrovertibile. Sicuri di voler rischiare che una presunta certezza acquisti la forza coriacea del luogo comune (ben più difficile da scardinare). Abbiamo l’ardire di farci fieri portatori di una verità così faticosamente agognata e non raggiunta neanche da una sentenza definitiva figlia di tre gradi di processo (e parente vicina di altre tre) ma mutilata dell’arto della chiarezza e completezza. Vogliamo davvero rimanere colpevoli schiavi di una accidiosa miopia senza azzardare la fatica di impugnare gli occhiali e provare a guardare oltre, lì dove non è stato ancora osservato.
Cerchiamo faticosamente da anni nuovi orizzonti quando forse abbiamo solo bisogno di occhi diversi - parafrasando Nietzsche, nella speranza non me ne voglia - con cui guardare quel panorama che troppo spesso ci è stato proposto seguendo le stesse linee ed i medesimi confini.

In tutti questi anni il volto dell’omicida, del Mostro, si è pericolosamente avvicinato ad una figura quasi mistica, da idolatrare. L’assassino di coppiette dai mille volti, dai mille nomi, scaltro, irraggiungibile ed inafferrabile, come quelli dei film di Hollywood dove quando li guardi ti scopri quasi a fare il tifo per il cattivo.
È sufficiente aprire un qualsiasi forum o pagina Facebook su internet per trovarsi di fronte ad un quotidiano ringhiarsi contro su questioni inerenti alla striscia omicidiaria. Come diverse fazioni in guerra gli esponenti delle varie teorie sull’identità del Mostro di Firenze si danno battaglia senza esclusione di colpi dando vita ad un grottesco circo nero. “Filastoniani”, “Pista Sarda”, “Giuttariani”, “Pacciani colpevole unico”, “Pista esoterica” e chi più ne ha più ne metta, tutti intenti a ripercorrere quei diciassette anni di delitti brandendo bastoni e picche verso chi non ricorda il colore della macchina delle vittime o il nome della discoteca vicino a Scandicci, o chi dice che i Sardi siano implicati nella vicenda o chi invece no, chi ancora mette in mezzo un uomo in divisa e chi una setta che ordina i delitti per compiere riti orgiastici. Stiamo oggi ancora vivendo ed assistendo a forme aggiornate 2.0 di quelle magliette “I LOVE PACCIANI”.
Tutti intenti a parlare, a dimostrare, a (tentare di) chiarire, creando quel clima confuso che lascia in ombra il vero protagonista della vicenda, che non è il Mostro - quello è fin troppo chiacchierato - ma l’uomo che si nasconde dietro il Mostro.
Perché in fondo il mostro è questo, un uomo. Con due braccia, due gambe, una testa, gli occhi e le orecchie, un passato, un lavoro, la fatica di svegliarsi presto il mattino e una bolletta da pagare. I mostri no, sono quelli delle fiabe, che si nascondono nelle grotte o sotto il letto o fra le pagine di un libro di novelle. Per stanare quei mostri ci vogliono i poteri magici e a volte non bastano neanche quelli perché i mostri sono difficili da eliminare e spesso anche quando sembrano davvero spacciati scappano via e prendono un altro nome. Così chiamando e considerando un Mostro l’assassino delle coppie sulle colline fiorentine lo poniamo su un piano della realtà distante dal nostro, più vicino a quello del mito inafferrabile che della realtà. E come lo troviamo un Mostro senza poteri magici? Semplice, non lo prendiamo.
E se invece cercassimo l’Uomo dietro il mostro? Gli uomini sì, è possibile catturarli è possibile trovarli è possibile afferrarli. Ed il nostro Uomo oltre ad essere un uomo, forse a volte ce lo dimentichiamo, è anche un assassino. E della peggior specie.
Non è il cattivo dei film avvolto dal fascino del male che respinge ed attrae. Si tratta di un vigliacco che spara nella notte a giovanissimi ragazzi in cerca di quella intimità che la casa non gli concedeva, e che l’amore gli impediva di limitare. Spara contro due corpi racchiusi dentro una vettura parcheggiata in un luogo isolato, senza alcuna possibilità di fuga. Strazia corpi di ragazzine non più alte di un metro e sessantacinque dopo averle strappate via al compagno che poco prima aveva neutralizzato sparandogli contro. Cerchiamo chi ha il timore di affrontare dei ragazzi svestiti, al buio, accecati dalla luce di una torcia.
Questo è l’uomo che cerchiamo, un assassino. E come tale merita di essere trattato. 

Capitolo I - I duplici delitti

È necessario, seppur poco originale, iniziare col descrive i duplici omicidi attribuiti al Mostro di Firenze. Nel farlo, cercheremo, non certo senza difficoltà, al mantenerci su quanto emerge dai verbali di sopralluogo al momento del rinvenimento dei cadaveri ed al conseguente avvento sulla scena del crimine delle forze dell’ordine. Difficile risulterebbe invero addentrarsi nei meandri della vicenda processuale, soprattutto per quanto riguarda i duplici delitti del 1968, del 1982 e 1985 che hanno già meritato apposite e dovute monografie. Dopotutto lo scopo prefissatoci è questo: tentare di trovare una via da seguire rivedendo quanto ci è noto. E per farlo necessitiamo dell’occhio genuino del primo impatto.
Prima di procedere ai vari tentativi di spiegazione alle tante domande che sorgono nel descrivere la dinamica degli omicidi approfitteremo di questo capitolo per porci degli spunti di riflessione e magari scomodi quesiti su quanto accaduto in quelle tristi notti senza luna.

Mercoledì 21 Agosto 1968 - Loc. Castelletti, Signa.
 L’incipit di questa storia ha il rumore squillante di un campanello di una palazzina che suona alle 2.00 di notte. Il campanello è dell’abitazione  del Sig. Francesco De Felice (Via Vingone 154, Sant’Angelo a Lecore FI) mentre la mano che lo suona è di Natalino Mele, di anni 6. Affacciatosi alla finestra il Sig. De Felice vede il bambino che lo guarda dal basso verso l’alto e gli rivolge queste parole: “Aprimi la porta perché ho sonno, ed ho il babbo ammalato a letto. Dopo mi accompagni a casa perché c’è la mi’ mamma e lo zio che sono morti in macchina”.
Il Sig. De Felice carica il piccolo Mele in macchina ed insieme al vicino di casa lo portano alla Caserma dei Carabinieri di San Piero a Ponti. Da lì, seguendo le indicazioni del bambino giungono insieme al Carabiniere di turno ad un’Alfa Giulietta con l’indicatore di direzione di destra acceso e parcheggiata lungo un tratturo vicino ad un traliccio dell’alta tensione. All’interno della vettura scorgono i cadaveri di un uomo ed una donna: Barbara Locci e Antonio Lo Bianco.
La Locci è seduta sul sedile guidatore, tiene le braccia lungo il corpo e le gambe leggermente divaricate. Indossa ancora il reggiseno ed una veste a fantasia colorata alzatasi fino all’altezza dell’inguine. È scalza. Le sue scarpette da donna sono sotto il sedile passeggero. Una di queste spunta dal tappetino del sedile posteriore destro. Al collo porta una collana con l’effigie spezzata in due punti e trattenuta nella pelle. È stata attinta da quattro colpi d’arma da fuoco:
-    uno in regione costale dorsale sx;
-    uno in regione lombare dorsale sx;
-    uno in regione epicolica dorsale sx;
-    uno alla spalla sx;

I primi tre colpi presentano la stessa traiettoria dall’alto verso il basso, da sinistra verso destra ed ovviamente postero-anteriore. Il colpo alla spalla sinistra ha una traiettoria da destra verso sinistra. Ciò fa supporre, come dinamica, che la vittima femminile sia stata dapprima colpita con i primi tre colpi mentre era protesta col busto e la testa verso la vittima maschile per poi rutorare sul fianco destro, discostandosi quindi dall’amante e voltandosi verso lo sparatore così da determinare il cambiamento di traiettoria dell’ultimo colpo esploso che la colpisce alla spalla sinistra.

Il Lo Bianco giace sul sedile passeggero totalmente reclinato, per favorire il rapporto. Vi è disteso supino, ha i pantaloni sbottonati con le mani ancora intente a slacciarli. Calza la sola scarpa destra mentre l’altra è sul tappetino del lato guidatore. Alla sua destra, incastrato tra il sedile e lo sportello si trova un borsellino da donna aperto. È stato attinto da tre colpi d’arma da fuoco che hanno trapassato i tessuti molli del braccio sinistro e penetranti nel torace, con interessamento del polmone sinistro, dello stomaco e della milza. È stato poi colpito da un altro colpo d’arma da fuoco all’altezza dell’avambraccio sinistro.
Tutti e quattro i colpi esplosi sono stati sparati in rapida successione. Il decorso dei tramiti pressoché parallelo depone a favore di uno scarso movimento della vittima e della mano dello sparatore. La traiettoria è dall’alto verso il basso, da sinistra verso destra e in senso lievemente antero-posteriore. In pratica l’omicida avrebbe sparato dal lato sinistra della vettura in posizione lievemente più avanzata rispetto al fianco delle due vittime.
L’Alfa Romeo ha tutte e quattro le portiere chiuse, tranne quella posteriore destra semiaperta. Il finestrino lato guidatore è abbassato di circa 3 cm, quello posteriore destro è abbassato per metà e quello lato passeggero totalmente aperto (Sia la perizia De Fazio che il Rapporto dei Carabinieri di Firenze del 29 Agosto 1968 riferiscono del finestrino passeggero chiuso. Circostanza questa che sembra essere smentita dallo stesso fascicolo fotografico all’interno del Rapporto dei Carabinieri al cui Rilev. n. 5 si vede chiaramente il finestrino anteriore destro totalmente abbassato. Non si comprende quindi se questo sia stato aperto solo successivamente dagli inquirenti a fini investigativi o pratici ma non se ne capirebbe il senso se non quello di garantire una maggior visuale all’interno della vettura).
Verranno rinvenuti n. 5 bossoli Cal. 22: tre fuori dall’auto sul lato sinistro di questa e due all’interno della vettura tra gli schienali dei sedili ed il divanetto posteriore. Particolare questo che evidenza come l’omicida abbia esplodo almeno due degli otto colpi sparati inserendo la pistola fin dentro la vettura.

Esposti questi rilievi ci è ora possibile ipotizzare una dinamica della vicenda omicidiaria.
La coppia di amanti esce dal cinema e si dirige con la vettura del Lo Bianco a Castelletti e parcheggia lungo la strada sterrata a circa 150 mt dalla principale. Sul divanetto posteriore dorme il piccolo Natale Mele. I due amanti si cambiano di posto posiziondosi l’uomo sul lato passeggero e la donna sul lato guidatore. L’uomo abbassa il sedile ed inizia a sbottonarsi i pantaloni. Slaccia la cintura ed apre la patta mentre la donna, scalza, è china su di lui coprendogli quindi il fianco sinistro. Si può ipotizzare, dato il ritrovamento delle scarpe della donna al di sotto del sedile passeggero che lo scambio di posizione tra i due sia avvenuto senza uscire dalla vettura. La Locci si toglie le scarpe e le posizione sotto il sedile. Il Lo Bianco scivola sul sedile passeggero facendosi salire l’amante in collo ed iniziando così le prime effusioni. È possibile che il Lo Bianco abbia perso la scarpa sinistra alzando la gamba sinistra nella parte del lato guidatore, e riabbassandola una volta portata sulla parte destra. Il muratore siciliano ha poi iniziato a slacciarsi i pantaloni e la Locci si chinata su di lui.
Ora non ci è possibile sapere con esattezza chi dei due è stato per prima attinto dai colpi di pistola, ma possiamo ipotizzarlo concentrandosi sulla dinamica.
L’assassino affianca l’Alfa Romeo sul lato sinistro, striscia furtivo lungo la fiancata e giunge in prossimità dello sportello del lato guidatore. Lo sportello è presumibilmente chiuso ed il finestrino abbassato per soli 3 cm. È logico, dunque, pensare che l’omicida sia stato costretto ad aprire  lo sportello del guidatore per fare fuoco.
Diversamente per quanto accadrà nei delitti successivi a questo, l’omicida non si serve di un mezzo ostativo tra lui e l’obiettivo, come il vetro di una macchina, le lamiere di un pulmino, o una tenda, ma spara direttamente verso la coppia.
Se la donna era riversa sull'uomo ma mantenendo almeno in parte la seduta sul sedile guidatore col proprio corpo avrebbe dovuto coprire il fianco sinistro dell’amante o quanto meno porvisi d’ostacolo. Difficile quindi che l’omicida sia riuscito a colpire, come ha effettivamente fatto, il braccio sinistro del Lo Bianco trapassandolo e giungendo all’emitorace sinistro se questo fosse stato coperto dalla Locci.
Da qui si aprono due diverse ipotesi:
-    la prima è che ad essere colpito per prima sia stata la stessa Locci quando era riversa sul Lo Bianco. Una volta raggiunta dai tre colpi al dorso è ruotata col fianco riposizionadosi sulla sua seduta natutarale a lato guidatore e nella torsione è stata attinta dal quarto colpo alla spalla proveniente infatti da diversa angolazione. Poi l’omicida ha continuato sul Lo Bianco fermo sul sedile passeggero terrorizzato per quanto stava accadendo. Questa ipotesi presenta però qualche perplessità circa il comportamento dell’uomo. I colpi come già detto presentano lo stesso grado di angolazione e traiettoria tanto da portare alla certezza che né lo sparatore che la vittima si sono mossi durante l’azione omicidiaria. Comprensibile per quanto riguarda il primo che avendo i bersagli tra i 60 ed i 90 cm da sé non aveva motivo né necessità di spostarsi, meno per il secondo che vistosi aprire uno sportello ed esplodere quattro colpi contro l’amante vicinissima a lui non abbia tentata una minima fuga rimanendo così nella posizione in cui già era;
-    la seconda prevede invece che i due non fossero abbracciati tra loro o che la Locci fosse china sù l’amante, ma ognuno sul proprio sedile di guida. Ad essere stato colpito per prima sarebbe stato quindi l'uomo sul fianco, in questa ipotesi, “libero”. La donna poi, impedita dalla figura dell’omicida a bloccarle l’uscita sulla propria portiera ha cercato riparo lontano dalla provenienza dei colpi mostrando così il dorso al allo sparatore che ha così avuto modo di esplodere gli altri colpi nel caricatore. Tre dei quali hanno colpito la Locci al al dorso nelle zone costale, lombare ed epicolica ed un quarto, una volta che si era ritratta a causa dei colpi subiti, alla spalla sinistra con angolazione diversa.

Ipotesi quest’ultima che prevederebbe la possibilità degli ultimi due colpi esplosi all’interno della vettura per avvicinarsi alla Locci voltatasi in un disperato tentativo di fuga. Nel primo caso, invece, i colpi esplosi all’interno della vettura sarebbero stati quelli verso l’inerme Lo Bianco fermo sul sedile passeggero.
Arrivati a questo punto l’omicida ha aperto lo sportello della vettura, esploso otto colpi d’arma da fuoco ed ucciso due persone che magari un piccolo grido di paura o dolore lo hanno pure lanciato. Il tutto in meno di un minuto e alla presenza all’interno dell’auto del piccolo Natalino Mele.
Ecco uno dei tanti interrogativi che ci poniamo: come ha fatto il piccolo Natale a non sentire niente e svegliarsi solo alla fine quando l’assassino stava ricomponendo i corpi delle due vittime (secondo la versione dello Stefano Mele, condannato poi per l’omicidio della moglie e l’amante) o quando i due erano già morti e non ha visto nessuno come ricorda (solo a volte) il piccolo Mele?
Dalle foto della scena del crimine si vede chiaramente quanta vicinanza vi sia tra i sedile anteriori ed il divieto posteriore. La Calibro22 che ha sparato non è certo una pistola rumorosa, ma comunque percepibile anche ad un cinquantina di metri di distanza. Eppure il piccolo Mele non si sveglia fino all’ultimo colpo sparato. Il bambino aveva i piedi praticamente all’altezza del poggiatesta reclinato del Lo Bianco, la vettura non era una utilitaria ma una piccola Giulietta parcheggiata al buio in una notte silenziosa dove vengono sparati otto colpi d’arma da fuoco dei quali almeno due all’interno della stessa. Continuare a credere che lo sventurato bambino non abbia visto niente una volta svegliatosi pare assai improbabile.
È dunque possibile che il bambino abbia visto chi sparava o comunque si sia destato dal sonno ai primi spari, ma è altrettanto possibile che l’assassino non si sia accorto della presenza del bambino all’interno della vettura?
Poniamo che l’omicida non conosca direttamente le due vittime (e quindi il figlio della Locci) e che si trovi sul luogo del delitto casualmente e che quindi gli amanti siano vittime fortuite capitate nel luogo sbagliato al momento sbagliato. In tal caso si aprono anche qui due diverse strade:
-    l’omicida incontra la coppia mentre entra od esce dal cinema dove aveva trascorso la serata, non si accorge del bambino, li segue, aspetta che parcheggino la vettura nella stradina sterrata, li osserva da lontano e pian piano si avvicina alla macchina, presumibilmente da dietro di questa, uscendo così dal campo visivo della coppia seduta sui sedili anteriori. Se l’omicida, pistola alla mano, fosse davvero giunto da tergo della vettura avrebbe intravisto la coppia già giunto al finestrino posteriore sinistro e guardando attraverso questo in direzione del sedile passeggero, già reclinato, (dove avveniva la liaison) avrebbe visto che prima di questo vi era una figura che occupava sdraiato il divanetto posteriore della Giulietta. Nel caso poi che, distratto, non lo avesse visto, avrebbe potuto notarlo dal suo angolo di sparo quando mirava alle vittime una volta aperto lo sportello ed il fuoco contro di queste. La traiettoria dei proiettili depone, infatti, per una posizione anteriore rispetto ai corpi e quindi posta in modo da vedere entrambi gli amanti quasi frontalmente. In tal caso, in mezzo a questi, avrebbe visto il corpo del piccolo, rannicchiato sul sedile posteriore. Nell’ipotesi in cui invece l’omicida fosse giunto a lato della macchina, comparendo quindi dalla vegetazione, varrebbe quanto detto sopra circa l’angolazione e la visuale di tiro una volta aperto lo sportello dell’Alfa Romeo;
-    l’omicida conosce, anche solo indirettamente, la coppia Locci - Lo Bianco. Il suo è un delitto premeditato, organizzato e finalizzato all’eliminazione in quel luogo ed in quel momento della coppia di amanti fedifraghi. In questo caso difficile che non sapesse della presenza del piccolo Mele all’interno dell’auto. È possibile anche che lo abbia posto come elemento determinante del suo piano mortifero senza il quale quel 21 Agosto 1968 non avrebbe colpito. Avremo dunque un omicida che decide comunque di colpire quella notte, nonostante la presenza del bambino, sicuro che niente gli sarebbe capitato in quanto un obiettivo da lui non ricercato, né desiderato: un innocente. Circa quest’ultima possibilità la tratteremo esaurientemente nei successivi approfondimenti.
 Segue...
 
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