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mercoledì 30 giugno 2010

Gianni Spagnoli


Titolare di un'impresa dolciaria a Sambuca Val di Pesa, inventore del "Fruttosello Spagnoli", una merendina che non ebbe troppa fortuna. Padre di Francesca, vedova Narducci. Dichiarò agli inquirenti il 21 febbraio 2002: "In uno dei giorni fra la scomparsa e il ritrovamento del cadavere, mentre ci trovavamo nell'abitazione dei Narducci, qualcuno bussò alla porta e consegnò alla domestica o ad una amica un pacco che conteneva dei fiori di campo tipo margherite spezzati in due e uno scopetto del gabinetto, con il manico di colore giallo, spezzato per metà in due. Il pacco era confezionato disordinatamente quando venne aperto il pacco la madre di Francesco si mise a piangere e qualcuno disse che erano i soliti che portano male, che fanno le fatture. Io rincorsi l'uomo che aveva portato il pacco, che mi venne descritto come un omino, ma questi si era già dileguato." Agli atti vi è anche una telefonata tra Gianni Spagnoli e la figlia Luisa in data 23 gennaio 2004 nella quale lo Spagnoli, conferma la notizia data da Il Corriere della Sera circa il rinvenimento di feticci in un'abitazione in uso al Narducci, nei pressi di Firenze, precisando che non si trattava di un appartamento ma di una "vecchia casa colonica in località Sanpa" e che la proprietaria, non ricevendo più il canone di locazione da Francesco aveva chiamato il prof. Ugo che vi si era precipitato con Pier Luca ed alcuni agenti di Polizia e trovando in un frigorifero le parti asportate alle vittime.
Rif.1 - La strana morte del dr.Narducci p.23
Vedi anche:
Intervista su La Nazione - 6 Febbraio 2004

martedì 29 giugno 2010

Speciale TG1: Il mostro di Firenze

Lunedì 16 settembre 1985, andò in onda su Rai1 uno speciale TG1 dedicato al mostro di Firenze di Alberto La Volpe con l'inchiesta e le interviste curate dal giornalista Giovanni Spinoso. Secondo i dati Rai fu visto da tre milioni e mezzo di telespettatori, pari al 74,59 per cento dell'intero ascolto Rai in quel momento. Parteciparono alla trasmissione l'allora sostituto procuratore Piero Luigi Vigna, i vice questori Maurizio Cimmino, capo della squadra mobile, Sandro Federico, capo della speciale squadra antimostro, il criminologo Francesco De Fazio, il giornalista de La Nazione Pier Francesco Listri, l'antropologa Ida Magli e Winnie e Renzo Rontini, genitori di Pia, una delle vittime.
Nella foto Winnie Rontini.

lunedì 28 giugno 2010

Francesco De Fazio - Intervista su La Città - 12 settembre 1985

Il 12 settembre 1985, il quotidiano La Città, pubblicò l'intervista al professor Francesco De Fazio che segue.
Il suo ritorno a Modena è definitivo?
No, assolutamente, vado e vengo.
La sua presenza sul luogo del delitto, avvenuta per la prima volta in questa circostanza, darà una svolta nuova al suo lavoro? Quanto le è servito vedere il campo di azione del maniaco?
Essere stato sul posto è stato utile. E' da molto tempo che seguo questo caso e lo seguirò ancora. E' chiaro che vedere con i propri occhi è meglio, è utile per tipologizzare il comportamento dell'assassino. Certo sarebbe stato meglio se non vi fosse stato alcun omicidio.
Che andamento avrà il vostro lavoro dopo questo nuovo fatto?
La nostra è un'opera tesa ad assodare le caratteristiche comuni fra i vari omicidi. Dobbiamo studiare il modus operandi per vedere se ci sono state delle evoluzioni.
C'è chi sostiene che l'arma che da più soddisfazione al mostro è il coltello, non la pistola. E' quando usa quello che raggiunge il massimo della soddisfazione?
Il mostro ha un rapporto con l'arma in genere. Usa gli oggetti secondo le necessità. Questo delitto conferma le previsioni e le risultanze dell'indagine che abbiamo fatto tempo addietro.
Lei ritiene che potrebbe uccidere ancora?
E' prevedibile, anche se a cicli dati. Non penso che si faccia rivedere in tempi brevi.
Rif.1 - La Città - 12 settembre 1985 pag.2

sabato 26 giugno 2010

Udienza del 20 maggio 1999 - 23

Quella che segue è una sintesi dell'udienza del 20 maggio 1999 relativa al Processo d'appello per i delitti del "mostro di Firenze" davanti alla prima sezione della Corte d'Assise d'Appello di Firenze.

Segue dalla parte 22.
Avvocato Curandai:Vicchio. Altri punti fermi su Vicchio sui quali Lotti non si è mai contraddetto a distanza di 14 anni, sia pure a distanza di 14 anni. C’è un fatto importante, io parlai a Vanni di Vicchio e Vanni qui possiamo dire anche secondo la nostra ottica confessa, c’è un’ammissione seppure indiretta, ne ha parlato abbondantemente l’avvocato Saldarelli, splendidamente ed è un argomento insuperabile, io non ne parlo oltre. Ecco un altro particolare e qui mi dispiace contraddire fermamente il procuratore generale, ma il Lotti a dibattimento parla di ore sulle 23.00 a precisa domanda di questo difensore, 23,00, Vicchio, per quanto riguarda il delitto di Vicchio e quindi c’è compatibilità con l’incrocio fra queste due macchine Caini e Martelli che erano alla fontanella. Come no? Dice 23,00. D’altra parte secondo il nuovo codice la prova si forma al dibattimento, quindi è chiaro che evidentemente non possiamo dire a priori non erano le 23,00 . Per quanto riguarda poi i colpi, gli spari lì all’interno della piazzola di Vicchio il Lotti a dibattimento ha precisato che questi spari egli non poteva vederli data la distanza, si è avviciato però lui dice io li ho sentiti ecco perché non è preciso sulla direzione di questi spari, per quanto riguarda il lamentio della povera Pia Rontini, qui abbiamo il riscontro oggettivo della perizia medico legale collegiale dei professori i quali hanno detto che evidentemente è possibile l’emissione di gemiti, ora l’avvocato Filastò ha dato delle interpretazioni negative di questo punto dicendo che prima ha parlato di grida, ma insomma, dal Lotti non ci si può aspettare un linguaggio appropriato, insomma, mi sembrerebbe davvero eccessivo. Quindi gemiti/lamentio anche questo trova un riscontro obbiettivo nella perizia medico legale. E poi c’è il passaggio a livello perché si prende questa specie di cavalcavia naturale, sopra, attraverso la campagna? Perché Pacciani, che era nato a Vicchio, che aveva vissuto molto tempo a Vicchio, che conosceva bene quei luoghi perché era stato a lavorare in quei luoghi, sapeva che intorno a quell’ora, di domenica, il casello delle ferrovie è chiuso, è venuto l’ingegner Rondellini delle ferrovie dello stato e ci ha detto che proprio la domenica intorno a quell’ora il casello ferroviario è chiuso. Poi, a proposito di questa fuga attraverso la campagna, il Lotti ha detto che fecero a piedi l’ultimo tratto di strada e infatti l’ultimo tratto di strada lo si può fare solo a piedi, su questo il Lotti non si è mai contraddetto e poi sulle tracce di sangue hanno parlato tutti i miei predecessori e diciamo così che anche questo è un dato impressionante, non è venuto fuori subito per delle lacune, delle omissioni dei primi inquirenti però Lotti parla di queste persone che devono attraversare la strada per andare al ruscello a pulire se stessi dal sangue ed il coltello. Ecco perché si trovano le tracce di sangue anche sulla strada. Perché è la strada che separa la piazzola dal ruscello e qui sono stati sentiti dei testimoni che hanno confermato la presenza di queste macchie di sangue. Impressionante è poi la testimonianza, sotto questo profilo, di Caini e Martelli, insomma queste macchine andavano ad alta velocità in una strada sterrata di notte. Prima c’era una macchina bianca dello stesso tipo, della stessa cilindrata di Pacciani e poi c’era una macchina rossa scodata, insomma anche queste sono coincidenze da strappare? Da mettere da una parte? La sentenza di primo grado e questo dimostra anche il distacco, la serenità del giudice di primo grado, non valorizza la teste frigo che dice non è attendibile e ne spiega i motivi, forse era troppo precisa la teste Frigo ma io direi una cosa però, che questa teste è venuta al dibattimento sotto giuramento, io prima di stracciare completamente la teste Frigo ci penserei un attimo perché costei ha avuto un travaglio interno terribile e la sua testimonianza è venuta fuori perché quando ci furono le prime indagini su Pacciani lei vide la fotografia di Pacciani, dice: -ma questo è quello che io ho incrociato quella sera - assolutamente, e da li viene fuori la testimonianza della teste Frigo che poi ci siano state delle imprecisioni sulla macchina eccetera queste saranno oggetto di valutazione, però certamente anche questa testimonianza ha un suo valore perché, vedete signor presidente e signori della corte, una testimonianza come quella di Frigo non ha alcun rilievo a se stante ma acquista valore quando noi andiamo ad esaminare le testimonianze di Caini e Martelli che proprio quella sera hanno visto una macchina e una macchina rossa a tutta velocità facendo un gran polverone e confermando quello che aveva detto il Lotti che lui fu costretto ad abbassare i fari ed anche loro hanno visto i fari della seconda macchina con i fari abbassati. Ma insomma cosa vogliamo più di così? Vogliamo trovare Lotti, Vanni e Pacciani sui corpi delle vittime con una bella fotografia? Non lo so, sarebbe troppo comodo! Quindi la testimonianza di Frigo acquista rilievo unitamente a quella di Caini e Martelli, bisogna fare un lavoro di integrazione, non si possono separare, non si può dire questa non è valida quest’altra è valida, secondo me occorre dare una valutazione globale e allora anche quelle testimonianze che sembrano irrilevanti acquistano la loro rilevanza. Mi viene in mente una cosa, un particolare, ve la ricordate quella teste americana, Stepman, mi sembra, la quale vide quella macchina che può essere la macchina di Pacciani a fari accesi, poi spenti, poi si ritira? Di per se non ha alcun rilievo all’ora del delitto, la notte del delitto ma se poi noi andiamo ad integrarla con quella di Lorenzo Nesi che ha visto Pacciani la sera del delitto intorno all’ora del delitto allora ecco che la testimonianza di Stepman acquista una sua importanza. Poi se Nesi fosse un teste falso che cosa gli sarebbe costato dire ho riconosciuto Pacciani e Vanni? Invece dice ho riconosciuto solo Pacciani e l’altro non so se era Vanni. Quindi si ferma lì, è prudente come testimonianza, se avesse voluto compiacere la polizia avrebbe detto: -si si il secondo era Vanni, tutti e due li ho visti – invece no, -sull’altro non son d’accordo-. Scopeti. Vedete, io invito formalmente la corte eccellentissima a vedere la videocassetta che ritrae il sopralluogo fatto a Scopeti dal Lotti assieme alla polizia e al dottor Fleury. Noi tutti conosciamo le doti di assoluto distacco del dottor Fleury , in primo grado abbiamo visto quella videocassetta, io sono rimasto impressionato, così come sono rimasto impressionato dal sopralluogo che Lotti ha fatto nei pressi di quel casolare al di sopra della piazzola di Vicchio ma lì non c’è la cassetta. C'è la videocassetta su Scopeti e su Scopeti voi vedrete come il Lotti si dirige, indica tutto, il dottor Fleury gli dice – ma è sicuro lei di questo?- -Certo che son sicuro, la macchina era qui io ero qua li ho visti uscire da qui in quel momento- è una videocassetta assolutamente impressionante e su questo punto sulla posizione della tenda, della macchina sul fatto che questo ragazzo è uscito dalla tenda ed invece di andare verso la sinistra è andato sulla destra, verso il bosco, immediatamente, sulle posizioni delle macchine, sulla posizione della sua macchina è stato preciso, perché la posizione della sua macchina viene poi confermata da Ghiribelli e da Galli all’imbocco della piazzola dove l’hanno vista Ghiribelli e Galli. Su questo non si è mai contraddetto il Lotti. Quando vi dice gli spari avvennero tutti davanti alla tenda questo è confermato dalla presenza dei bossoli tutti davanti alla tenda.
Segue...

venerdì 25 giugno 2010

Jean Michel Kraveichvili

Originario di Montbeliard, dove nacque il 6 marzo 1960, e dove viveva con i fratelli Serge e Irene. Il padre era di origine georgiana. Una passione viscerale per la musica lo rese, fin da giovane, un celebre batterista rock jazz. Residente ad Audincourt in Rue Sous les vignes, 48, nei primi mesi del 1985 conobbe Nadine Gisele Mauriot, con cui decise di trascorrere una breve vacanza in Italia agli inizi di Settembre. Il 5 settembre passarono da Forte dei Marmi, il 6 da Tirrenia e da Pisa, il 7 giunsero a San Casciano dove furono vittime del "mostro di Firenze".
I funerali congiunti ebbero luogo presso un tempio protestante ad Audincourt il 16 settembre 1985.
Nel marzo 2010 il fratello di Michel, Serge, ha chiesto al celebre penalista francese Gilbert Collard, di rilanciare l'inchiesta sul "mostro di Firenze" per verificare l'efficacia della giustizia italiana. Ha dichiarato ai giornalisti: "Non ho odio, soltanto determinazione, voglio solo che emerga la verità e che le nostre famiglie possano ritrovare la pace".

giovedì 24 giugno 2010

Gianni Bassano

Nel 1985 era il responsabile del settore armi e munizioni della sede italiana della Winchester. Il 21 ottobre 1985, il quotidiano La Nazione pubblicò le sue dichiarazioni che seguono.
"All'interpol furono esaminati tutti i bossoli raccolti sui luoghi dei delitti, dal '68 in poi. Nel corso dei controlli comparati, si scoprì che l'H impressa su parte dei bossoli espulsi dalla pistola del mostro era uguale a quella che compariva su proiettili Winchester calibro 22 long rifle che facevano parte della campionatura dell'Interpol. Non ci potevano essere dubbi: dalle gigantografie si vedeva chiaramente che le due H presentavano un segno identico, una piccola sbarratura lasciata dal punzone. I campioni dell'Interpol risalivano a prima del '68. I proiettili del mostro non fanno tutti parte di un unico lotto ma di tre lotti. Tutti però prodotti prima del '68. Lo si è visto dai segni lasciati dai vari punzoni: se il mostro infatti avesse comprato le pallottole, o ne fosse entrato in possesso anche soltanto due anni dopo il '68, le H avrebbero presentato altri segni. E' un errore sostenere che i proiettili sono antecedenti al '68 solo perchè presentano una H sul fondello, munizioni con l'H sono state prodotte fino a pochi anni fa. E' stato solo l'esame all'Interpol a stabilire con certezza che il mostro ha sempre sparato proiettili che possedeva prima del delitto del '68."
Rif.1 - La Nazione - 21 ottobre 1985 p.4

mercoledì 23 giugno 2010

Dichiarazioni di Francesca Spagnoli - Quarta parte

"Le battute fra virgolette sono autentiche, si riferiscono a episodi privati realmente accaduti, così come mi sono stati raccontati da Francesca Spagnoli (vedova Narducci n.d.r.)." Diego Cugia nella postfazione a Un amore all'inferno

Segue dalla terza parte.
"Qui non si tratta di ingordigia degli eredi, ma di cancellazione della mia vita dalle loro. È un ritratto di famiglia dal quale viene sforbiciata una faccia. Pierluca, al termine di una triste resa dei conti, mi contestò: "Tu non sei una Narducci!". Alla commemorazione funebre suo padre mi scansò con una manata e uscì dalla sala imprecando. Un mese dopo, casualmente, incrociai la madre di fronte alla tomba: dette in escandescenze. La sorella, vedendomi posteggiare nel centro di Perugia, quando mi allontanai prese a calci la mia macchina. Così raccontò il fidanzato. In qualunque salotto li invitassero, mi riferivano che loro mettevano sempre le mani avanti: "Non c'è Francesca, vero? Altrimenti non veniamo''. Questo nei matrimoni visitati dalla morte non succede."

"La chiesa era Santa Maria in Colle. Il parroco, don Pietro, tenne un'omelia struggente. Della folla strabocchevole mi ricordo il silenzio spaventoso. Mamma mi sorreggeva, ero sotto shock, annebbiata dai tranquillanti, lottavo per non svenire. All'ingresso avevo declinato l'invito di mio suocero a sederci tutti sulla stessa panca. Provavo un disagio indefinibile, il presentimento della discordia mi avvolgeva come i fumi dell'incenso. Ero la vedova, già non contavo niente. Quattro infermiere circondarono la bara. Sembravano gendarmi. Notai che il mio cuscino di fiori era stato relegato davanti al feretro sul quale troneggiava la composizione floreale della famiglia Narducci. Poi un estraneo depositò un gigantesco fascio di rose rosse prive del classico nastro viola con la firma. Chiesi chi le avesse mandate. Nessuno rispose."

"La salma di Francesco fu inumata temporaneamente in una cappella di amici di famiglia: i Servadio. Sulla targhetta di ottone avvitata sul cofano di zinco della bara c'era scritto "9 ottobre 1985".

"Il 6 giugno 2002, all'Obitorio Comunale di Pavia, mi ritrovai di fronte alla bara sigillata di mio marito. I sensi di colpa mi saltavano addosso come una muta di cani randagi. ''Chi ero io per disturbare il suo sonno?'' Inoltre ero terrorizzata per quello che avremmo potuto trovare. Non tanto la polvere, il teschio, gli ovvii risvolti macabri di una riesumazione... Il mio spavento, infatti, si riferiva al lato oscuro della vita non a quello della morte. Il PM Mignini con la sua pipa da saggio, e l'avvocato Crisi mi avevano preparata a un ventaglio di eventualità una più agghiacciante dell'altra: la bara poteva non essere abitata da nessuno; oppure occupata da un altro. Francesco forse era ancora vivo, poteva avere cambiato nome e connotati, in Sudamerica; oppure era morto laggiù, ma in tempi più recenti, e il suo corpo mi sarebbe apparso quasi quello di un vivo; o infine nella bara come sostenevano i Narducci e il loro avvocato c'era proprio il corpo abnorme ripescato nel lago domenica 13 ottobre 1985."

"Dai capelli sottoposti ad analisi chimica emerse una notizia per me così triste che non riesco neppure a commentarla: Francesco assumeva dosi massicce di meperidina, un oppiaceo che un tempo si usava in ginecologia per alleviare il dolore. Si drogava da medico, ma si drogava. In particolare negli ultimi sei, sette mesi."

Rif.1 - Un amore all'inferno

martedì 22 giugno 2010

Il mostro di Firenze - Massimiliano Annibaldi

Colonna sonora della fiction "Il mostro di Firenze" realizzata da Sky. Il cd contiene cinque brani originali e la sigla della serie, la cover riarrangiata di "Gioco di bimba" de Le Orme. L'autore è Massimiliano Annibaldi, qui alla sua prima prova come compositore per musica da film.
Le tracce sono ascoltabili sul sito IBS.

lunedì 21 giugno 2010

Piero Luigi Vigna - Intervista su La Città - 15 settembre 1985

Il 15 settembre 1985, il quotidiano La Città, pubblicò l'intervista che segue al magistrato Piero Luigi Vigna.
Piero Luigi Vigna: La taglia è stata un'idea mia ma non si tratta di una taglia, solo di una ricompensa per chi potrà dare un aiuto agli investigatori. La mia proposta parte da una constatazione: ci sono ragionevoli motivi per pensare che esista qualcuno che sa e non parla. Se tutto parte dal primo delitto, quello del '68, questa ipotesi è credibile. I motivi che inducono chi sa a non parlare sono di tre ordini, c'è chi ha paura di eventuali ritorsioni. Un problema che non dovrebbe esistere, perchè non ci troviamo di fronte ad un tipo di criminalità organizzata ma la paura, si sa, è irrazionale. C'è poi chi è tenuto a non violare il segreto professionale o il suo ministero. La terza categoria è quella dei familiari, amici, conoscenti, tutti coloro insomma che sono legati da un vincolo affettivo a questa persona.
L'essere costretti a mettere una taglia sul maniaco non può essere interpretato come una confessione di impotenza degli inquirenti?
No,è semmai un modo per frenare il dilagare dell'anonimato. Un filtro che può servire a stanare chi sa e non parla. Sono oltre trecento i nomi di eventuali mostri che ci sono stati forniti da anonimi. Queste persone da noi vengono trattate come parti offese, come gente calunniata. La taglia può anche avere un termine. Non vedo quali siano le controindicazioni. In altri paesi questo è un metodo usato largamente. Perchè non provare?
Rif.1 - La Città - 15 settembre 1985 pag.4

sabato 19 giugno 2010

- 19 giugno 1982 -

19 giugno 1982 - 19 giugno 2010
Antonella Migliorini e Paolo Mainardi
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venerdì 18 giugno 2010

Il proiettile calibro 22 trovato a Ponte a Niccheri

Il 10 settembre 1985 all'ingresso dell'ospedale di Ponte a Niccheri, nel comune di Bagno a Ripoli, fu trovato un proiettile calibro 22, marca Winchester con la H stampata sul fondello, dello stesso tipo usato dal "mostro di Firenze". Il proeittile fu trovato da un dipendente dell'ospedale le cui dichiarazioni furono pubblicate dal quotidiano La Nazione il 3 ottobre 1985.
"Niente nomi, la prego. Ho paura. Non dormo più da quando è successo. Questa storia doveva rimanere segreta e invece..."
Dove ha trovato il proiettile?
Sotto le rampe, davanti al garage.
Quando?
Martedì mattina (10 settembre) a dieci alle sette. Stavo uscendo avevo fatto il turno di notte.
Ha riconosciuto subito che era un proiettile?
No, ho pensato che fosse una borchia, anzi un bullone di rame.
Il punto esatto dove l'ha trovato.
Proprio lì, al marciapiede.
Dove esattamente?
Ad un metro e mezzo dal muro.
All'altezza dello sportello di una macchina parcheggiata?
Si, appunto. Io stavo prendendo il motorino per tornare a casa.
A che ora era entrato in servizio?
Alle otto la sera.
E il proiettile non c'era la sera prima, lunedì?
No, non c'era lo avrei visto.
E' sicuro?
Gliel'ho già detto, non c'era.
Dopo averlo raccolto a chi ha dato il proiettile?
A un signore.
A un carabiniere?
Si, ad un carabiniere.
E' vero che questo carabiniere ha tenuto il proiettile per quattro giorni prima di consegnarlo agli inquirenti?
No, non è vero. Io l'ho tenuto per quattro giorni. L'ho messo nel mio armadietto.
Se facevano un'ispezione l'avrebbero accusata di essere il mostro.
Lo so, lo so, non voglio nemmeno pensarci.
E quando lo consegnò al carabiniere?
Lo riconobbe subito.
Ma lei non aveva letto sui giornali del delitto? Perchè l'ha tenuto nell'armadietto? Non aveva sentito parlare della serie H?
Non mi ero accorto dell'H impressa sul fondello.
Perchè ha paura?
Perchè se questo signore sa che sono stato io, mi fredda.
Dopo questa storia lei è andato in ferie. Per stare alla larga dall'ospedale?
No, erano già in programma. Ma adesso basta.Non voglio avere a che fare con questa storia. Giorni fa ho letto una mia intervista inventata su un giornale. No, niente giornali, basta, io ho moglie e una bambina.
Ma ha paura di che cosa?
Ho paura che sia vicino. Se fosse nell'ospedale?
Rif.1 - la Nazione - 3 ottobre 1985 pag.7

giovedì 17 giugno 2010

Nadine Jeanine Gisele Mauriot

Originaria di Delle in Francia, ove nacque il 16 marzo 1949. Figlia di un artigiano di Besancon, dopo le scuole inizio subito a lavorare, prima come segretaria poi come commessa in un paio di tintorie. Nel 1971 si sposò con Athos Lanciotti ed andò a vivere a Vandooncourt vicino a Montbeliard. Nel 1973 nacque Estella e nel 1974, con l'aiuto dei genitori, Athos e Nadine aprirono un piccolo negozio di scarpe in Rue Clemenceau. Nel 1980 gli nacque la seconda figlia, Anne. Nel 1984 i due si separarono e Nadine aprì un nuovo negozio di scarpe con un'amica. Nel 1985 conobbe Jean Michel Kraveichvili con cui decise di trascorrere una breve vacanza in Italia agli inizi di Settembre. Il 5 settembre passarono da Forte dei Marmi, il 6 da Tirrenia e da Pisa, il 7 giunsero a San Casciano dove furono vittime del "mostro di Firenze".
I funerali congiunti ebbero luogo presso un tempio protestante ad Audincourt il 16 settembre 1985.
Rif.1 - La Nazione - 11 settembre 1985 pag.3

mercoledì 16 giugno 2010

Dichiarazioni di Francesca Spagnoli - Terza parte

"Le battute fra virgolette sono autentiche, si riferiscono a episodi privati realmente accaduti, così come mi sono stati raccontati da Francesca Spagnoli (vedova Narducci n.d.r.)." Diego Cugia nella postfazione a Un amore all'inferno

Segue dalla seconda parte.
"Dal Policlinico di Monteluce è scomparso il suo fascicolo, o meglio, non c'è rimasto quasi nulla. Era un mattone, è diventato un santino. Pagine e pagine strappate via, svanite. Le sue entrate e le sue uscite dall'ospedale, era tutto registrato, non c'è più niente. In questura uguale. Il faldone con gli accertamenti sul decesso. Dovevano esserci le fotografie del cadavere sul pontile di Sant'Arcangelo, i rilievi, i verbali, tutto trafugato. Immagino che il PM abbia dovuto rintracciare il fotografo che fortunatamente aveva conservato il rullino di sedici anni prima.

"Non riuscivo a rimanere incinta. Con suo padre mi sottoposi a ogni genere di controllo. Il mio ginecologo era mio suocero e mio cognato Pierluca. Perché fai quella faccia? E normale avendo degli specialisti in famiglia. Il guaio è che il desiderio di un bambino si trasformò in una Via crucis. Dapprima mi diagnosticarono una prolattinemia: perdevo latte per un problema ormonale. Mi prescrissero due compresse al giorno di una medicina che mi faceva svenire. Poi mio suocero scoprì che avevo l'utero retroverso, anche se questo, di per sé, non era la causa della mia presunta sterilità. Mi sottoposi a tutti gli gli esami ormonali necessari a stabilire quali fossero i miei giorni fertili. Sai che significa? Trascorsa una settimana dal periodo mestruale dovevo andare tutti i pomeriggi nello studio di mio cognato per un'ecografia, finché non maturavano gli ovuli. Solo a quel punto potevamo avere un rapporto sessuale, ma ancora non bastava. Risultò che le mie tube avevano degli spasmi, si aprivano e si chiudevano, l'unica possibilità perché la porta della vita restasse aperta era iniettarmi del Valium. Che poesia! Te l'immagini? Prima di fare l'amore, mio marito nudo in ginocchio sul letto, mi iniettava del Valium in vena."

"Troppo serenamente. A un certo punto decisi basta con le medicine, ecografie, il Valium, via tutto. "Tuo padre vuole a tutti costi un nipote'' dissi ''e anche noi desideriamo un bambino sopra ogni altra cosa, ma non ci possiamo ridurre così, sembriamo dei replicanti." Riprendemmo a fare l'amore scioperando da quella fredda catena di montaggio. Liberamente. Qualche tempo prima di morire, però, Francesco subì una di quelle piccole frustrazioni che possono capitare nella storia di ogni coppia. La visse come un dramma."

"Una cilecca, tutto qui. Invece scoppiò a piangere. Naturalmente lo associai al problema della sterilità. Gli spiegai che l'avrei amato sempre e comunque, anche se non avessimo mai avuto figli. Ma Francesco continuava a piangere a gambe incrociate e schiena diritta, seduto sul letto fissava un punto lontano, senza una giustificazione o un lamento, ecco lui pioveva come adesso, con questo stesso silenzio che scivola sui vetri."

"Ma io non c'ero quella mattina a Sant'Arcangelo, come te lo devo dire? Non sono entrata nella camera ardente allestita alla villa del lago, non mi hanno permesso di rivestirlo, sono stata tenuta fuori da tutto. Ero presente ai funerali e basta."

"Questa è stata la mia grande colpa, ma ero imbottita di tranquillanti, mi ripetevano: "Per carità, è irriconoscibile, gonfio, cinque giorni in fondo al lago, devi ricordartelo bellissimo com'era''. E dal giorno dei funerali i Narducci mi voltarono le spalle. Erano la mia seconda famiglia, ci volevamo bene. Tu immagina se sulla parete del salotto di casa tua avessi da sempre Ig irasoli di Van Gogh, e un ladro assurdo nella notte lo sostituisse con Il grido di Munch. Al mattino rimani inebetito. La parete è sempre quella, la cornice la stessa, il valore ugualmente immenso, ma il soggetto è un altro, per giunta spaventoso. Mi chiesero di restituire perfino i regali di nozze. Con mio marito avevamo acquistato la casa a metà: dovetti ricomprarmi la sua parte. Consegnare la moto, la macchina e tutta la sua stanza. Comprese le lettere e gli oggetti personali."
Segue...
Rif.1 - Un amore all'inferno

martedì 15 giugno 2010

Serial Killer italiani. Cento anni di casi agghiaccianti da Vincenzo Verzeni a Donato Bilancia

Autore: Gordiano Lupi
Prima edizione: Editoriale Olimpia - 2005 - 296 pp - brossurato

Dalla presentazione: Assassini seriali. Da Vincenzo Verzeni alla saponificatrice di Correggio, dal mostro di Firenze a Donato Bilancia e Michele Profeta, passando dai casi Succo, Stevanin e Chiatti. Con piglio giornalistico e quasi in presa diretta, l’autore passa in rassegna la lunga galleria di casi avvenuti a partire dalla fine dell’Ottocento sino ai giorni nostri. In un paese, l’Italia, che resta tra i più colpiti dal fenomeno. Il disordine mentale, il dolore, la passionalità assassina, il bieco interesse, ma anche gli errori della scienza, le manipolazioni mediatiche, le intrusioni politiche, le reazioni dei familiari, la ferocia scatenata della folla. La sfera d’azione dei serial killer si presenta estremamente complessa e non riducibile al solo assassinio efferato e alla vittima indifesa. Rientra in gioco, accanto alla terminologia scientifica corrente, il concetto più emotivo e popolare di mostro. Una psicosi che influenza la cultura del quotidiano, la letteratura, le arti visive come il cinema e la fiction televisiva. Costrette a rincorrere, col fiato corto, una realtà che supera, da sempre, la più sbrigliata delle fantasie.

lunedì 14 giugno 2010

Gianni Spagnoli - Intervista su La nazione - 6 febbraio 2004

Il 6 febbraio 2004, il quotidiano La Nazione, pubblicò l'intervista che segue a Gianni Spagnoli, padre di Francesca, vedova Narducci.
Lei ci crede che sia stato ucciso?
Io... noi siamo meravigliati, sbalorditi. Era intelligente, ci piaceva. Gli inquirenti invece mi hanno detto: no, guardi che questo è stato ucciso, guardi che questo ha fatto delle cose. . . addirittura cercano feticci. Noi cadiamo dalle nuvole. E ogni giorno ce n'è una nuova.
Che cosa le hanno chiesto gli inquirenti?
Se avevo notato feticci in casa di mia figlia. Questa di Perugia, non quella sul lago Trasimeno, che era del padre di Francesco, dove, se poi lui ci andava questo è un altro discorso.
Che cosa le hanno chiesto?
Ha visto mai barattoli, vasi, boccioni che contenevano in soluzioni lembi di.... Io non ho mai visto niente. Per noi è una sorpresa incredibile, non ci rendiamo conto. Né abbiamo i mezzi per renderci conto. Viene dipinto come uno dedito all'esoterismo. Sono cose che ci lasciano allibiti.
Quando è stato interrogato dal magistrato?
L'anno scorso, i primi dell'anno, dopo non l'ho più sentito. Fu prima che il pubblico ministero, il dottor Mignini stabilisse la riesumazione della salma.
Quanti anni sono rimasti sposati?
Due o tre anni.
Che uomo era?
Ho sempre avuto la sensazione che fosse un uomo molto intelligente e capace.
Che carattere aveva?
Un po' chiuso. Parlava col sorriso sulla bocca, un tipo un po' particolare. Ma da questo ad andare a finire in tutte queste cose. . ..
Sua figlia l'ha descritto un po' nervoso negli ultimi tempi.
Chi fa la carriera universitaria, può avere giornate tese, per contrasti, sgambetti, sono cose che possono capitare.
La figlia non le ha mai detto che il matrimonio non era al massimo?
Ci ha sempre detto che era felice e innamorata. Ora, con tutto quell0 che è venuto fuori, non
credo sia innamorata come lo era. Ma per 18 anni questa disgrazia è stata per noi una gran tristezza. Lei adorava quell'uomo.
Mai parlato col suo genero del mostro di Firenze?
Non mi ricordo.
Si ricorda se sua figlia e il marito nell'estate dell'82 siano andati in vacanza in Sicilia a Ragusa?
Non mi risulta, mai saputo, non credo.
A sua figlia fu impedito dai Narducci di vedere il corpo del marito?
Non vedemmo il corpo perché ci fu detto che era irriconoscibile, in bruttissime condizioni.
Chi ve lo disse?
Ce lo dissero e io insistetti con Francesca perché non lo vedesse, per preservarla dal trauma e per la stessa ragione anche noi decidemmo di non vederlo.
Quindi non ci fu impedimento?
Ci dissero che era in condizioni... e che lo chiudevano.
Nulla vi ha indotto a sospettare qualcosa?
No.
I rapporti con la famiglia Narducci perché si sono incrinati?
Per un problema di natura finanziaria riferito a mia figlia.
Mai parlato con lui di esoterismo?
Per carità! Fino a sette, otto mesi fa nemmeno sapevo che cos'era l'esoterismo.
Se venisse dimostrato che lui faceva parte di una setta satanica, che opinione si farebbe?
Che era matto.
Ma lei ci crede che era diventato in quel modo perché non riusciva ad avere figli?
No, nel modo più assoluto, non era il tipo.
Aveva problemi di denaro, magari perché gli piaceva la bella vita?
Nemmeno. Suo padre non gli faceva mai mancare soldi, se lui li chiedeva. Ad esempio quando doveva andare in America, il padre subito si preoccupava. Lui necessità di denaro non doveva averne, almeno che... non so che cavolo abbia combinato. Eppoi penso che se avesse avuto problemi l'avrebbe detto a Francesca e lei ce l'avrebbe riferito e l'avremo aiutato anche noi.
A Firenze lui andava spesso?
Secondo noi no. Solo una volta disse a sua moglie che andava a Firenze.
Quando si assentava da casa?
Lui diceva di andare sempre all'ospedale. Magari ogni tanto andava via per tre o quattro giorni. Ma sempre per lavoro. Poi sa, era una persona che aveva una decina di anni in più di mia figlia, lei aveva vent'anni, era molto giovane e quindi se uno la voleva raggirare poteva raggirarla come voleva. Sa, le persone innamorate sono anche ingenue.
Rif.1 - La Nazione - 6 febbraio 2004 pag.14

sabato 12 giugno 2010

Udienza del 20 maggio 1999 - 22

Quella che segue è una sintesi dell'udienza del 20 maggio 1999 relativa al Processo d'appello per i delitti del "mostro di Firenze" davanti alla prima sezione della Corte d'Assise d'Appello di Firenze.

Segue dalla parte 21.
Avvocato Curandai: Giogoli. Quali sono su Giogoli i punti fermi di Lotti sui quali non si è mai contraddetto? La posizione del furgone, così come è stato trovato dagli inquirenti, la descrizione del furgone e in particolar modo, un particolare che il procuratore generale non ha accennato, e che poi ci da una conseguenza logica anche sulla posizione dei corpi, come li ha visti Lotti, cioè nella parte posteriore, cioè, Lotti dice che gli spari sono avvenuti attraverso i vetri opachi o semi opachi in quel tipo di furgone Volkswagen, i vetri opachi sono soltanto sulla parte laterale dove si apre lo sportello a libro, quindi se hanno sparato attraverso i vetri opachi e i vetri opachi si trovano lì solo sulla parte laterale è chiaro che il Lotti vi dice indirettamente, e questo ha più importanza, vi dice che i corpi erano dietro e non davanti, se poi al dibattimento è venuto fuori che erano dietro, davanti, la difesa si è attaccata a questa imprecisione di Lotti, io mi sono spolmonato in primo grado e non ho più la forza di farlo, perdonatemi, ci sono i miei interventi, il 25 febbraio, deregistrati ed il 18 marzo in cui cerco di dimostrare come certe domande al Lotti in dibattimento, siano state impostate in modo sibillino, siano state impostate in un certo modo, per cui Lotti o non ha capito o ha dato una risposta dimostrando gravissime difficoltà espressive. Ma poi su fatti di quattordici, quindici anni fa che si debba ricordare tutto… Il signor Tartagli non ricordava nemmeno di aver avuto un incidente 13/14 anni fa, il teste, giustamente citato dalla corte e noi vogliamo pretendere dal Lotti un ricordo estremamente coerente, estremamente preciso? Ma l’importante è che sia preciso su alcuni punti e su questi lo è, ve li sto descrivendo. Quindi quando lui dice gli spari avvennero attraverso i due finestrini opachi vi dice che i corpi erano dietro e poi ci siamo ritornati sopra su questo punto e lui s’è imbrogliato. Mi imbroglierei anch’io dopo tanti anni, figuriamoci il Lotti. Tra l’altro risulta che Lotti sia stato anche un buon bevitore e quindi credo che la corteccia cerebrale un po’ si corrode col tempo, la memoria, la capacità mnemonica e c’è un altro dato importante che vi fornisce il Lotti, importantissimo, che è negli interrogatori durante le indagini preliminari, quando il Lotti ormai da una confessione, da il massimo della confessione, quando vi dice -guardate che i primi colpi Pacciani li ha sparati da destra, poi ha girato, è andato sulla sinistra ed è ritornato sulla destra e poi ha aperto lo sportello- quando noi ritroviamo la macchina noi comprendiamo la logicità di questi movimenti che ci aveva già descritto il Lotti perché Pacciani fa questo movimento? Perché va sulla sinistra e trova, non c’è lo sportello sulla sinistra per aprire, trova tutto chiuso, perché lo sportello per accedere all’abitacolo posteriore dove dormivano è soltanto sulla parte di destra, fra l’altro è venuto fuori al dibattimento il maresciallo Storti che c’erano soltanto 80 cm fra l’autovettura e il muretto, quindio era anche difficile aprire lo sportello del posto di guida, quindi non c’è lo sportellone laterale sulla sinistra della macchina, c’è difficoltà ad aprire lo sportello di sinistra ed ecco perché il Pacciani torna di nuovo sulla destra e noi troveremo fotografie scattate dai primissimi inquirenti, troveremo gli sportelli di destra aperti e solo quelli di destra; ma come fa il Lotti o qualsiasi altra persona ad inventarsi tutto questo non avendo partecipato? Cioè questi sono particolari che può fornire solo una persona che ha partecipato, questo movimento di Pacciani di destra, sinistra e di nuovo destra deriva da una caratteristica del furgone Volkswagen che noi tutti abbiamo potuto conoscere poi attraverso le fotografie e attraverso le relazioni e le testimonianze di polizia. Poi su Giogoli e su Baccaiano in sentenza c’è una considerazione che può sembrare opinabile ma che a mio avviso ha un suo rilievo, proprio nell’economia di tutto questo quadro indiziario e probatorio e cioè che sostanzialmente perché falliscono gli omicidi di Baccaiano e di Giogoli? Perché falliscono? Uno dei motivi per cui falliscono è che non c’è mai stato un sopralluogo, infatti Lotti non ci parla di sopralluogo su questi due ma solo su Vicchio e Scopeti e lì c’è il risultato purtroppo con le varie escissioni. Diceva giustamente l’avvocato Saltarelli un caso così magmatico, così complesso può essere risolto anche da dei particolari, particolari che hanno nel loro complesso la loro importanza, certo è che 0+0+0 da zero ma se mettiamo 0,5+0,3 si può arrivare evidentemente anche ad un quadro, un tassello completo.
Segue...

venerdì 11 giugno 2010

Athos Lanciotti

Nacque in Francia da Romeo Lanciotti e Tina Lisciani, marchigiani di Ripatransone in provincia di Ascoli Piceno. Nel 1971 si sposò con Nadine Gisele Mauriot ed andò a vivere a Vandooncourt vicino a Montbeliard. Nel 1973 nacque Estella e nel 1974, con l'aiuto dei genitori, Athos e Nadine aprirono un piccolo negozio di scarpe in Rue Clemenceau. Nel 1980 gli nacque la seconda figlia, Anne. Nel 1984 i due si separarono e Nadine aprì un nuovo negozio di scarpe con un'amica.
Dopo il duplice delitto di Scopeti, in cui Nadine Mauriot cadde vittima, il giornalista della Nazione, Giovanni Serafini, raccolse le dichiarazioni che seguono da Athos Lanciotti.
Mi parli di Nadine. Perchè era andata a Firenze?
Per lavoro e anche per vacanza. C'era la mostra della calzatura a Bologna e le interessava dare un'occhiata ai modelli nuovi. Era anche un'occasione per riposarsi un pò, cinque giorni, una settimana in tutto.
Quand'è partita da Montbeliard?
Martedì scorso. Doveva rientrare lunedì, forse anche domenica sera
Nadine conosceva l'Italia? C'era già stata?
Si, diverse volte, ci siamo andati insieme.
Era già stata altre volte a Firenze?
No, a Firenze mai, che io sappia. Forse in altre città della Toscana, comunque non con la tenda, era la prima volta.
Aveva qualche appuntamento in Italia?
Lo escludo. Non conosceva praticamente nessuno in quel paese.
Rif.1 - La Nazione - 11 settembre 1985 pag.3

giovedì 10 giugno 2010

Filastò, avvocato-detective: "Perchè non credo ai criminologi"

Il 12 settembre 1985 il quotidiano Paese Sera pubblicò l'intervento che segue dell'avvocato Nino Filastò.
Il 13 settembre 1985 il quotidiano La Nazione pubblicò le dichiarazioni che seguono dell'avvocato Nino Filastò.

Avvocato Nino Filastò: Non credo a De Fazio come al superspecialista. Un risultato può venire solo dal lavoro di equipe di tutti gli inquirenti con un contributo di grossa professionalità. Il merito di De Fazio è di aver tentato per primo una comparazione seria di tutti gli elementi, anche i più trascurabili, degli otto duplici delitti, un metodo questo che è stato intrapreso con un indiscutibile ritardo di anni.
Perchè tanta attenzione e passione attorno al caso del maniaco?
Cominciai ad occuparmene perchè difesi un indiziato, un falso medico. Passò una nottata in questura poi tutto fu chiarito. Da allora mi interesso della vicenda.
Chi è il mostro?
Un uomo con una personalità enormemente complessa, non una persona di cultura perchè altrimenti si sarebbe rivolto prima o poi a uno psichiatra ma un personaggio che appartiene a un certo strato sociale. Ha una terribile condizione psichiatrica, campa col terrore di dar fuori e tradirsi. E così, periodicamente si cura col delitto che è la medicina dopo la quale ritrova l'equilibrio. La pulsione psicopatologica del maniaco è certamente eterosessuale, insomma l'omicidio dei due tedeschi, due maschi, è stato certamente un errore per lui: io credo che ora con questo dei due francesi abbia voluto rimettere le cose a posto, abbia voluto lanciare un messaggio al suo pubblico. E' proprio un caso che nel secondo anniversario dell'episodio dei due tedeschi se la sia presa di nuovo con due stranieri?
Avvocato Filastò lei sostiene che anche un altro duplice omicidio è attribuibile al mostro, quello avvenuto a Lucca alla fine di gennaio dell'84, dove persero la vita due fidanzati appartati in auto. Perchè?
Diciamo intanto che questo delitto merita una più attenta riconsiderazione nelle indagini sul mostro. Le analogier con gli altri delitti delle coppie sono numerosi: la determinazione implacabile dell'omicida, le caratteristiche del luogo, la coppia appartata in auto, il modo in cui venne usata l'arma, la borsetta della ragazza rovistata. L'arma era una calibro 22, ma i bossoli non portavano la firma della famosa Beretta. Così fu escluso perentoriamente che il caso potesse essere attribuibile al maniaco di Firenze e il caso affidato alla procura di Lucca.
Perchè il mostro avrebbe usato un'altra pistola?
Allora Francesco Vinci era in galera, accusato di sei omicidi e vi era rimasto anche dopo l'uccisione dei due tedeschi. Qualcuno aveva fatto l'ipotesi che il Vinci avesse incaricato un complice di disseppellire la famosa Beretta e di uccidere una coppietta per scagionarlo. Che doveva fare questo poveraccio di mostro per far capire che invece era sempre lui? Usare appunto un'altra pistola. Ma c'è un'altra coincidenza inquietante. Nei giorni del delitto di Lucca negli ambienti degli investigatori e dei giornali circolava la voce che erano imminenti grossi sviluppi delle indagini e infatti spuntò il bi-mostro Mele e Mucciarini. C'è motivo di credere a una specie di rivendicazione preventiva, all'angoscia di un uomo che si sente spossessato della sua "opera". Se le cose stanno davvero così la rosa si stringe a persone vicine all'ambiente degli investigatori.
Insomma, secondo lei le indagini devono essere ancora allargate?
Certo, al massimo. Un errore sarebbe che l'ultimo omicidio annullasse le tracce degli altri e per questo è importante la perizia del professor De Fazio, perchè pone finalmente il tema della comparazione.
Rif.1 - La Nazione - 13 settembre 1985 pag.1

mercoledì 9 giugno 2010

Dichiarazioni di Francesca Spagnoli - Seconda parte

"Le battute fra virgolette sono autentiche, si riferiscono a episodi privati realmente accaduti, così come mi sono stati raccontati da Francesca Spagnoli (vedova Narducci n.d.r.)." Diego Cugia nella postfazione a Un amore all'inferno.

Segue dalla prima parte.
"Ci rifacevamo a un modello di coppia ideale sedimentato nel tempo, a partire dai nostri genitori e ancora più indietro, ai padri dei padri, e lo riproducevamo all'infinito. Celebravamo un rito a un altarino interiore. Era come se, dietro le nostre palpebre, avessero risposto "Sì'' sull'altare decine di coppie d'antenati dell'uno e dell'altro, complementari nei
modi, nell'educazione ricevuta, in tutti quei comportamenti pubblici e privati che parenti e amici si attendevano da noi: Francesco e io da noi stessi. Era un amore e un rito collettivo. Vivevamo costellati da limiti e speranze altrui - del nostro stesso sangue, certo - ma fino a che punto coincidenti con le nostre reali personalità? Eravamo una coppia copiata, non saprei come meglio definirci, sì, una coppia copiata. Avrei potuto paragonarmi a una bambolina russa, una matrioska. Le grandi erano la bisnonna, la nonna, mia madre, da loro mi sentivo contenuta, infatti vestivo in modo inadeguato alla mia età, da signora cinquantenne con figli già grandi, ero costruita da capo a piedi, senza un colpo d'ala colorato, un segno. I pomeriggi giocavo a canasta, sfornavo una torta o lavoravo a maglia, e prima che mio marito tornasse dall'ospedale, replicando l'insegnamento materno, mi chiudevo in bagno a rifarmi il trucco."

"Lo raggiunsi a Filadelfia per concludere quel soggiorno con una settimana di vacanza. Non vedevo l'ora di fare l'amore e non avrei mai sospettato che le mestruazioni lo avrebbero disgustato. Quando se ne accorse, infatti raggiunse immediatamente l'orgasmo e si ritrasse, nonostante gli avessi chiesto di rimanere ancora un poco dentro di me."

"Andava spesso negli Stati Uniti. Prima di morire, trascorse altri dieci giorni in America per un congresso di gastroenterologia. Gli inquirenti hanno indagato anche su questo viaggio. Il collega che divideva la stanza con lui ricorda che Francesco era molto agitato e non riusciva ad addormentarsi."

"Era mio marito non un omosessuale. Abbiamo dormito nello stesso letto per cinque anni. Almeno questo lo saprò si o no? Cristo santo!"

"Non erano sfuriate spontanee, Francesco cercava un pretesto per uscire senza fornire spiegazioni, ma questo l'ho ricostruito nel tempo. Il motivo scatenante era sempre il solito: gli obblighi familiari. Andare a pranzo a casa dei miei, comleanni, anniversari, visite dai parenti. All'ultimo minuto mi proponeva un'alternativa inaccettabile: "Andiamo al lago?''. Sapeva che avrei immancabilmente protestato: "Non puoi fare il musone''. Gli rinfacciavo il suo atteggiamento da superuomo, proseguire a sfogliare il giornale senza rispondere a mio padre, per esempio, perché Francesco non partecipava mai alle conversazioni, il suo sguardo ci filmava come una telecamera, ma la regia era lontano, daun'altra parte."

"Apriva la porta e usciva senza un commento, una minaccia 0 una bugia. Uno psicodramma clonato cento volte. Io ci cascavo puntualmente. Ritornava parecchie ore dopo, una volta, te l'ho detto, non si fece sentire per due giorni, e mi veniva sempre incontro con quel sorriso aperto, irresistibile, che gli nongli spaccava la faccia come quello del sole negli scarabocchi dei bambini. Mi coccolava, magari si presentava con un regalo o mi raccontava un episodio buffo per farmi smettere il broncio, in tutti i casi sapeva come farsi perdonare."
Segue...
Rif.1 - Un amore all'inferno

martedì 8 giugno 2010

TG2 Pegaso - Fatti & opinioni

Nel gennaio del 1993, nel programma "TG2 Pegaso - Fatti & opinioni", condotto da Michele Cucuzza, fu intervistato il capo della SAM: Ruggero Perugini.
Michele Cucuzza: Ripercorreremo venticinque anni d’indagini sul cosiddetto mostro di Firenze, fino all’arresto del presunto colpevole Pietro Pacciani. Con noi il vicequestore Perugini che negli ultimi sei anni ha dato la caccia al pluriomicida. È la prima volta, non era mai stata creata una struttura del genere?
Perugini: Effettivamente è la prima volta che viene creata una struttura specializzata nell’investigare casi del genere.
Adesso è stata sciolta la SAM?
Assolutamente, la SAM continua ad esistere e ad operare finchè il caso non sarà concluso definitivamente, anche sul piano penale.
Dunque la svolta, l’abbiamo accennato poco fa, è stato il 16 di questo mese, con l’arresto di Pietro Pacciani, un contadino già condannato due volte ed ora indicato dalla magistratura come l’autore, come il presunto autore di questa catena di delitti di coppie. Vediamo quindi chi è Pietro Pacciani in un servizio di Pietro Cappelli...
-Servizio-
Michele Cucuzza: Vogliamo capire bene da dove muovono le accuse degli investigatori, come si è svolta questa inchiesta complicata, lunghissima, che dura da sette-otto anni. Ecco, commissario, lei ha parlato a lungo con Pacciani.
Perugini: Ebbene sì, cosa vuole sapere?
Pacciani non sembra così a prima vista una persona, una personalità così collegabile ad accuse così pesanti, almeno così a prima vista, dopo una superficiale impressione.
Innanzitutto le potrei dire che noi miriamo alla sostanza delle cose, non alla apparenza. Secondo luogo vorrei anche chiederle -chi si avvicina di più al ruolo del padrino di mafia secondo lei, Toto Riina oppure Marlon Brando nelle scene del film?- Quindi torniamo al discorso: l’apparenza inganna; noi ci siamo, sempre basati su quelli che sono dati oggettivi. In fondo, questa indagine aveva bisogno di dati oggettivi, di elementi concreti, proprio perché anche più esposta a rievocare le fantasie, le suggestioni, le emozioni, qualche volta con le radici nelle storie lontane dì ognuno di noi: quello che è lo stereotipo del mostro, che molto spesso non è corrispondente a quello che la verità oggettiva, scientifica dei dati. Noi stessi che abbiamo investigato questa serie di delitti maniacali ci siamo ritrovati a studiare a lungo, a lavorare prima di doverci liberare dello stesso tipo delle suggestioni e degli stereotipi che, sono convinto, affliggono la maggior parte delle persone.
Torneremo fra un momento sugli indizi che avete raccolto, dicevamo delle difficoltà degli investigatori che durano da venticinque anni, quattro persone sono state accusate dei delitti nel corso degli anni e poi regolarmente scagionate dal cosiddetto mostro che continuava ad uccidere. Vediamo dunque questa lunga catena d’omicidi.
-Servizio-
Michele Cucuzza: Dottor Perugini, le indagini non hanno seguito dei criteri molto precisi durante questi anni, avete fatto prima dei controlli sui single, poi su chi girava in macchina da solo e poi anche una perquisizione in ospedale, vero?
Perugini: Si cercavano dei proiettili dello stesso calibro, della stessa marca.
Poi c’è stata la fase in cui si pensava che il mostro fosse un esperto di armi da taglio, e quindi in quel periodo avete indagato sui chirurghi, è vero?Guardi, "il si pensava" non va generalizzato. Questa è un’inchiesta che ha avuto molti, molti piloti che non erano addetti ai lavori:la stampa in primo luogo, naturalmente. Noi ci siamo sempre attenuti ai dati oggettivi, la pluralità di quelle che erano le piste battute nel corso degli anni va a favore dell’intenzione di arrivare al termine, di arrivare a qualche risultato. Se si vuole, a favore della serietà con la quale l’indagine è stata condotta, non è dovuta certamente ad approssimazione.
Come mai c’è stato questo passaggio da chirurghi a una persona che lavora la terra?
Ci sono naturalmente degli elementi che compaiano nel modus operandi del maniaco, chiamiamolo così, per cui certamente vanno presi in considerazione. Il fatto che si servisse del coltello con una qual certa abilità non ha risparmiato non solo chirurghi, gli esperti del settore quali macellai, calzolai, ma avere la certezza di poter risalire da un tipo di taglio, dal tipo di lesioni inferte, ad una professione, devo dire che non abbiamo mai avuto quel tipo di presunzione. Per quanto riguarda il discorso delle suggestioni, è questo che vorrei riprendere visto che lei mi parla del taglio: prima mi accennava ai chirurghi, e non a caso, perché questa è proprio la categoria degli insospettabili, dei quali peraltro essendo della categoria degli insospettabili si sospetta per primi.
A questo punto vorrei... Se vogliamo vittime dello stereotipo del cosiddetto mostro...però ci sono anche gli ex mostri, quattro o cinque, e questo non rischia di poter indebolire anche i risultati delle vostre indagini, anche le più recenti?
Lei non deve far alcuno sforzo per convincermi del fatto che siamo fallibili, questo fa parte della nostra umanità. Io sono stato sempre convinto che non esiste il delitto perfetto, esiste l’indagine imperfetta. Per quanto riguarda può essere imperfetta per una serie di circostanze non sempre attribuibili agli operatori. Per quanto riguarda il discorso dei precedenti tentativi finiti male, senza esito, o con esito nefasto, perché il momento in cui è stata arrestata una persona innocente io non posso che definirlo nefasto, non ha avuto alcuna influenza, almeno a mio avviso, sulla nostra inchiesta, perché la nostra indagine poggia su un altro tipo, che s’incardini sul passato, se non come sequenza oggettiva dei delitti...
Questo per quanto riguarda il lavoro della SAM, però a queste persone rimane il bollo di essere state additate all’opinione pubblica come presunti, anzi senza presunti, come mostri.
Voglio dire che è stato sempre un vanto della SAM quello di aver investigato su uno straordinario numero di persone senza che costoro, non solo fossero additate come sospetti mostri, ma senza che se ne avvedessero loro stessi. D’altronde, e naturalmente l’esperienza è maestra, man mano che ci si addentra, ci si fa le ossa in questo tipo di inchieste e ci si accorge anche di quali sono i punti da perseguire e quelli da evitare, anche nei comportamenti operativi.
-Viene letta la lettera anonima che indicava Pietro Pacciani come il "mostro di Firenze"
Michele Cucuzza: Furono larghe le maglie della Giustizia o voi non deste importanza a quella denuncia anonima?
Perugini: Ma in realtà nel 1985 il Pacciani fu perquisito in una delle sue abitazioni, certamente non gli furono sondati né i muri e né i pavimenti, una perquisizione convenzionale. Per quanto riguarda il discorso della lettera anonima, di lettere anonime non soltanto in coincidenza coi delitti del mostro, ne sono arrivate in quantità impressionanti che noi abbiamo puntualmente registrato e verificato. Le maglie troppo larghe, le maglie troppo larghe, qualche volta è un’espressione assolutamente, assolutamente impropria, soprattutto quando si tratta di approfondire vicissitudini, vicende di persone che rientrano nel novero dei sospetti, che supera le decine di migliaia e quindi, necessariamente no, non è possibile se non si adotti quello che è un metodo di ricerca, io sono convinto che in un inchiesta, un’indagine come questa poggia su tre elementi fondamentali: un metodo, che sia un metodo specifico, preciso, appositivamente studiato per il tipo di fine che deve conseguire, per il tipo di panorama investigativo che si trova davanti; una collaborazione più totale, diretta, di tutti coloro che possono essere in qualche modo d’aiuto; la terza cosa è la fatica. Vorrei aggiungere la fortuna, ma non ci possiamo fare affidamento.
-Servizio di Giovanni Spinoso-
Michele Cucuzza: In quale momento si è convinto che tutti gli indizi cominciavano a corrispondere?
Perugini: Grazie a Dio la libertà di opinione e di espressione è piena e riconosciuta.
Quando ha cominciato a pensare di essere, secondo il suo punto di vista e le sue indagini, arrivato alla verità?Quello che voglio dirle, noi nel corso degli anni abbiamo maturato il convincimento che la tecnica d’indagine, di accertamento doveva essere ribaltata.., ribaltata e controriferendoci soltanto ai dati oggettivi che si rivelavano. Uno dei dati oggettivi che abbiamo sempre cercato, il momento in cui investigavamo su un soggetto, naturalmente non abbiamo investigato soltanto su Pacciani in profondità, era l’elemento discriminante ...qualunque elemento che ci consentisse di escluderlo dal panorama dei sospetti. Questo è stato il primo oggetto di ricerca...
E cioè?
Cioè, se avessimo scoperto che in un determinato momento in cui l’assassino aveva colpito, la persona era ammalata o impossibilitata a commettere il fatto, certamente questo sarebbe stato un elemento escludente. Altro elemento escludente, e gli elementi escludenti sono anche di natura diversa, non materiali ma ugualmente e scientificamente validi e sono di natura psicologica...
Ma molti telespettatori, perlomeno si chiedono, ma come mai uno che era stato già perquisito dovrebbe mantenere oggetti compromettenti come il portasapone, il blocco da disegno tedesco, e poi lui dice che gli sono stati messi da qualcuno?Lui può dire ciò che vuole, naturalmente e questo in sede processuale si vedrà di chiarirlo. Quello che volevo dirle, e lei mi fatto questa domanda - perché una persona che è stata già oggetto delle attenzioni degli investigatori dovrebbe tenersi degli elementi compromettenti in casa? - ecco, io vorrei chiederle per quale motivo una persona apparentemente normale potrebbe desiderare di uccidere giovani coppie. Dobbiamo fare sempre riferimento a quella che è la personalità di colui che compie questi delitti. Certamente, conservare il souvenir, il ricordo del delitto commesso, e che vissuto con una situazione di grande soddisfazione, necessita di un desiderio di protrarre il ricordo, la memoria di quanto è stato compiuto, che gli ha procurato un godimento che coinvolge anche un ulteriore momento gratificante che è anche il rischio, che non è un rischio realmente grave, ma è quel tanto di rischio che dà sapore alla sfida.

lunedì 7 giugno 2010

Francesco De Fazio - Intervista su La Città - 11 settembre 1985

L'11 settembre 1985, dopo il duplice omicidio di Scopeti, il quotidiano La Città pubblicò le dichiarazioni che seguono del professor De Fazio.
-"No, neanche questo è un delitto perfetto. Qualcosa su cui lavorare c'è, qualche traccia. No, non è un delitto perfetto."
-"Cerchiamo di raccogliere elementi per ricostruire la dinamica materiale, i movimenti dell'assassino. Vi sono delle microtracce: un'impronta di scarpa piuttosto grande ad esempio, vicino alla macchia di sangue dove si suppone sia stato finito il ragazzo. E' il piede di un uomo alto almeno un metro e ottanta. Il segno del tacco è di almeno nove centimetri, l'impronta è marcata, come se fosse stata lasciata da qualcuno che sta facendo uno sforzo. Ma potrebbe anche non essere del mostro."
-"Penso che il maniaco sia un accanito lettore di giornali. Quando ha tagliato un seno per la prima volta lo ha fatto dopo che un sessuologo aveva rilasciato un'intervista in cui diceva che avrebbe sempre risparmiato quella parte. Si, il mostro segue la stampa e adegua la sua tecnica. Il suo stereotipo di mostro e la percezione che ha di se stesso sono modulate su come gli altri lo percepiscono."
-"Il maniaco ha migliorato la sua tecnica di sparo. Le differenze con i precedenti omicidi? Il fatto che abbia nascosto i corpi prima di tutto. Non è escluso che per compiere lo scempio sulla donna abbia tirato il cadavere fuori dalla tenda per poi rimettercelo e poi il fatto che stavolta non abbia colpito una coppia appartata in macchina ma in una tenda."
Rif. 1 - La Città - 11 settembre 1985 pag.5

domenica 6 giugno 2010

- 6 giugno 1981 -

6 giugno 1981 - 6 giugno 2010
Carmela De Nuccio e Giovanni Foggi
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sabato 5 giugno 2010

Udienza del 20 maggio 1999 - 21

Quella che segue è una sintesi dell'udienza del 20 maggio 1999 relativa al Processo d'appello per i delitti del "mostro di Firenze" davanti alla prima sezione della Corte d'Assise d'Appello di Firenze.

Segue dalla parte 20.
Avvocato Curandai: Poi lo vedremo un momentino al momento opportuno. Quindi ecco perché anche il Lotti ricorda bene, di domenica, lo ricorda bene perché già glielo aveva contestato un anno prima del dibattimento il Pucci e a un certo momento ecco che inizia questa progressiva rarefazione di tutti gli elementi mendaci di Lotti, cioè una progressiva maturazione della perfezione della confessione. All’inizio quando egli è sentito come testimone non indagato racconta delle balle che non stanno né in cielo né in terra ma quello non è il vero Lotti e non si possono contestare questi interrogatori qui perché sono stati poi superati progressivamente fino all’estate/autunno del ‘96 quando Lotti confesserà imputato e confesserà pienamente. Il vero Lotti del dibattimento è il Lotti degli ultimi interrogatori perché durante i primi interrogatori non confessa, si difende e mente. E questo ha un’importanza fondamentale perché, si dirà “ma quante contraddizioni nel Lotti fra il dibattimento e gli interrogatori resi durante le indagini preliminari” ma certamente che ci sono, perché durante i primi interrogatori Lotti non ha confessato, la confessione di Lotti è progressiva, quindi il raffronto tra dibattimento e interrogatori precedenti di Lotti va fatto fra il dibattimento e gli ultimi interrogatori di Lotti perché il vero Lotti è quello. Poi parleremo anche delle imprecisioni di Lotti durante il dibattimento però non si possono contestare minuziosamente tutte le contraddizioni di Lotti fin dai primi interrogatori. No, perché lì ha una veste del tutto particolare in cui in un certo senso illegittima il suo primordiale istinto difensivo e la confessione di Lotti, si badi bene, prima di raggiungere una certa pienezza su tutti i fatti e sul nocciolo duro di ogni singolo fatto, questa confessione, avrà una progressione, una maturazione nel tempo, raggiungerà il massimo nell’estate/autunno del ’96. E Lotti anche quando confesserà pienamente, anche quando verrà al dibattimento, non sarà mai un imputato collaborante mentirà su alcuni punti, nasconderà alcuni punti, ecco perché la corte di assise non lo ha trattato sotto il profilo penale, come un collaborante e gli ha inflitto 30 anni di conclusione, quindi la Corte di Asssise di primo grado ha detto - tu hai confessato, bene , ti do le attenuanti generiche però non sei un collaborante perché ci hai raccontato anche delle balle, ti sei contraddetto, nascondi molte cose - e allora Lotti va trattato e valutato come un semplice imputato non come un imputato collaborante. Questo è un altro passaggio importantissimo. Queste sono le mie osservazioni che rimetto modestamente, umilmente alla corte per quanto riguarda la genesi di questo processo. Io ho sempre sostenuto fra l’altro che anche in sede dibattimentale là dove ci sono state incoerenze , imprecisioni di Lotti in certi casi anche di un certo peso, tuttavia queste contraddizioni hanno sempre per oggetto il contorno del fatto, i dettagli del fatto ma sul nucleo centrale, tranne qualche occasione per la quale vi è stata rettifica, ed è naturale a distanza di tanti anni, ma sul fatto il Lotti ha posto dei punti fermi, sul quale non si è mai contraddetto e vediamoli brevemente. Io inizio da Baccaiano, cronologicamente, ecco, qui per esempio c’è una circostanza che mi ha particolarmente impressionato. Io la rimetto alla valutazione della corte per quel che significa e alla quale io ho attribuito sempre un certo rilievo, per esempio, io chiedo espressamente al Lotti in sede dibattimentale: “Lei prima di arrivare a Baccaiano ha passato un bar”, “No, - risponde con sicurezza – no, il bar l’è dopo” e infatti per chi proviene da San Pancrazio come lui stesso ha dichiarato, il bar è dopo, cioè è a Baccaiano, si dirà- è un elemento di contorno, d’accordo - però è già un paletto, un punto fermo sulla descrizione dei luoghi, poi è stato chiaro, sempre chiaro, non si è mai contraddetto sulla posizione della vettura, aveva la parte posteriore verso il manto stradale, ha parlato di questa retromarcia, di questa macchina che sconfina nel… ...questo disperato tentativo di salvezza da parte del povero Paolo e quindi poi l’insabbiamento all’interno di questo fossetto, di questa cunetta, che esiste ancora fra l’altro, il manto stradale è molto ristretto, è una strada molto esigua come larghezza e infatti i bossoli sono stati ritrovati proprio lungo questo percorso in retromarcia, cioè tre bossoli dentro la piazzola, due bossoli all’inizio del manto stradale e poi tre bossoli in cima alla macchina e un bossolo dentro la macchina, nove bossoli in tutto. Questo è il percorso evidentemente e l’inseguimento della persona che ha poi finito questo povero figliolo. L’avvocato Filastò qui ha innestato tutta una sua teoria dicendo che lì a guidare è stato il mostro, il mostro è andato via con la macchina, noi abbiamo contestato tante altre cose, fra l’altro abbiamo detto che questo personaggio così lucido sarebbe partito con il freno a mano e poi avrebbe lasciato la marcia ingranata, fra l’altro, ma poi qui c’è e si risolve subito Baccaiano, questo povero figliolo ha perso molto sangue, come dicono i periti medico-legali, Prof Maurri, tutte le macchie di sangue sono proprio sulla parte del sedile anteriore sinistro, cioè non c’è una sola goccia di sangue sulla parte posteriore del sedile, se fosse stato trascinato da dietro, dai barellieri avrebbe sporcato di sangue la parte posteriore del sedile, assolutamente pulita quella parte lì, questa è una prova tranchant sotto certi aspetti e invece tutto il sedile di guida, tutto imbrattato di sangue abbondantissimamente, niente dietro e poi come ha giustamente testimoniato lo stesso signor Ulivelli, quando andò a riprendere la macchina ,c’era proprio tutta la colatura di sangue senza soluzione di continuità lungo lo sportello fino al tappetino, senza soluzione di continuità e senza schiacciamento del sangue eccetera, eccetera, quindi io la tesi dell’avvocato Filastò non la voglio neppure affrontare, in primo grado se n’è parlato tanto, ci siamo scannati su questa tesi, non ne voglio più parlare perché la sentenza è convincente su questo punto e quindi per Baccaiano io direi di andare oltre.
Segue...

venerdì 4 giugno 2010

Prevede le mosse degli investigatori di Nino Filastò

Il 12 settembre 1985 il quotidiano Paese Sera pubblicò l'intervento che segue dell'avvocato Nino Filastò.

C'è chi ravvisa un cambiamento nel modo di operare del maniaco di Firenze in quell'aggressione al giovane francese all'arma bianca, quel farglisi addosso con il coltello per rimediare al fallimento dell'arma da sparo con cui il maniaco non è riuscito a procurare la morte. Non è vero. E' già accaduto altre volte. L'omicida non è un tiratore eccelso, usa una pistola il cui calibro è tutt'altro che micidiale, si fida di più dell'attacco diretto con l'arma bianca, che invece maneggia con più sicurezza, con destrezza di professionista. Ma un'autentica differenza questa volta c'è. Qualcosa che esce dal cerimoniale tipico delle volte precedenti che persino contrasta con quella sicurezza, ostentata nelle altre occasioni, quando il sentimento di onnipotenza che ormai lo domina faceva si che lasciasse le vittime in vista, senza preoccuparsi che una scoperta immediata gli portasse la polizia addosso. Questa volta ha introdotto di nuovo il corpo della ragazza, dopo le mutilazioni, all'interno della tenda, ha camuffato il corpo del giovane francese trasportandolo in un luogo riparato da un cespuglio e coprendolo in parte con immondizie. Si è preoccupato di nascondere i corpi, l'obiettivo era quello di ritardarne la scoperta. Perchè? Può veramente tutto questo ricollegarsi ad un sintomo di debolezza, ad una flessione di quella freddezza che lo rende quasi unico nella casistica criminale? Non direi. Questa nuova tecnica che si aggiunge al perfezionistico procedimento nel quale si scarica la patologia sessuale e il delirio paranoicale che condiziona l'agire dello sconosciuto, conferma un aspetto della sua personalità. Quello della sfida. Il maniaco sta rapportandosi alle indagini. Sapeva di un piano pronto a scattare, di una serie di strumenti approntati dalla polizia per tentare di prenderlo sul fatto o almeno per giungere sulla pista quando le tracce fossero ancora fresche? Se non lo sapeva, certamente si immaginavsa un fatto del genere, per questo ha agito in modo da ritardare la scoperta dei cadaveri. Questo significa che si trova nella rosa, tuttavia vastissima, dei sospetti? Può darsi. Certamente interagisce con gli inquirenti e non è la prima volta. Il cambiamento consiste nello scopo di questa interazione. Stavolta ha agito così, per sicurezza. In altre occasioni per rivendicare il copyright. Esiste questa contraddizione nel maniaco di Firenze, da un lato lascia la firma nei suoi delitti per rivendicare il suo diritto d'autore, dall'altro usa tutta la sua freddezza, la sua lucida determinazione per lanciare il suo guanto di sfida: "prendetemi se siete capaci". Questa doppia tensione può perderlo. Del resto è spesso accaduto, in casi analoghi, che un simile istinto alla vanagloria portasse l'omicida a comunicare con qualcuno, a rendere più ravvicinato il bisogno di confrontarsi con la gente comune dalla quale si sente scluso. E' per questa ragione che un delitto, di cui è rimasto ignoto l'autore e che forse troppo affrettatamente è stato trascurato, in base alla perentoria esclusione che si trattasse dell'opera del maniaco delle coppie, meriterebbe una più attenta riconsiderazione. Il 21 gennaio 1984 sul greto del fiume Serchio, a poca distanza dall'abitato di Lucca, fu uccisa una coppia di fidanzati. Le analogie con gli altri delitti del maniaco delle coppie erano numerose: l'implacabile determinazione dell'omicida, le caratteristiche del luogo, il modo in cui venne usata l'arma da sparo, la borsetta della ragazza rovistata. Ma i bossoli calibro 22 trovati sul posto non portano le firme della famosa Beretta. L'arma era di altro tipo, anche se dello stesso calibro. Il caso rimane affidato alla competenza della Procura di Lucca, venne subito scartata l'ipotesi che si trattasse di un delitto del maniaco. Eppure molte cose inducono, oggi più che mai, a riflettere. Il professor De Fazio dice che il maniaco legge i giornali, segue con attenzione le notizie che lo riguardano. Nei mesi successivi all'omicidio dei due tedeschi (9 settembre 1983) il malcapitato Vinci era rimasto in galera. L'exploit del maniaco non era valso a dissipare la coltre di sospetti che si agitavano su di lui. Alcuni giornali agitavano l'ipotesi che Vinci avesse fatto disseppellire la famosa Beretta da un complice, materiale uccisore dei tedeschi, per essere scagionato. Questo spiegherebbe l'arma diversa. Il perfezionista avrebbe pensato ad un modo siffatto per segnalare agli inquirenti l'errore della ipotesi. Esiste una coincidenza che rende l'episodio ancora più inquietante. Due o tre giorni dopo il duplice omicidio di Lucca dal cilindro degli indagatori spuntò fuori il bi-maniaco Mele e Mucciarini. C'è motivo di credere che la voce di un prossimo decisivo sviluppo delle indagini fosse circolata in alcuni ambienti giornalistici. La coincidenza cronologica tra l'efferato, eccezionale omicidio di Lucca e l'altrettanto bizzarro sviluppo delle indagini è intrigante. Vien fatto di pensare ad una specie di rivendicazione preventiva, all'angoscia di un uomo che si sente spossessato della sua opera e che intende rimettere a posto le cose. Al solito modo. E' un'ipotesi che se regge (che altro si può fare se non ipotesi?) se ne porta subito un'altra. Il maniaco non legge soltanto i giornali, almeno all'epoca poteva accedere ad altre, più dirette informazioni. Non è una traccia da seguire questa?
Rif.1 - Paese Sera - 12 settembre 1985 pag.3

giovedì 3 giugno 2010

Dichiarazioni di Francesca Spagnoli - Prima parte

"Le battute fra virgolette sono autentiche, si riferiscono a episodi privati realmente accaduti, così come mi sono stati raccontati da Francesca Spagnoli (vedova Narducci n.d.r.)." Diego Cugia nella postfazione a Un amore all'inferno.

"Ho sempre sospettato un suicidio, anche se i suoi ritenevano che fosse stato un incidente. Ma Francesco era un ottimo nuotatore e il motoscafo era stato ritrovato in un canneto, con il motore spento, le chiavi inserite nel quadro, il cambio in folle."

"Ho commesso un errore a fuggire da Perugia per evitare tutte le chiacchiere orrende, le bugie velenose, i sospetti nascosti nelle occhiate della gente. Dissero che si era ucciso perché aveva l'Aids. Perché era omosessuale. Perché avevamo debiti. Non era affatto vero. Ci amavamo ed eravamo felici. Questa è la notizia intollerabile per la gente: la felicità degli altri. Ma ormai Francesco era morto. Avevo solo venticinque anni e soffrivo in modo atroce. Oggi ho capito che non si può fuggire da un dolore così. E inutile, anzi è peggio. Perché il dolore ti spia, lavora nell'ombra, si irrobustisce nella polvere, si nasconde in una fotografia sbiadita del viaggio di nozze, in un paio di scarpe da tennis maschili gettate in un armadio, e quando credi di essertene liberata per sempre, nel preciso momento in cui sei più vulnerabile perché stai ricominciando a vivere, il dolore ti ricatta, ritorna, e ti schiaccia con la stessa forza del passato e tutta l'irruenza del presente. Questo ho provato quando è stata riaperta l'indagine: Francesco non era mai morto anche se non sarebbe mai tomato a casa. Per me è identico. Non sto più a Perugia e nemmeno a Milano. Sono sposata alla sua ombra. Vivo e non vivo. Fino al giorno in cui sarà scoperta la verità."

"Era un essere speciale."

"Riguardo ai fiori e al discorso esoterico, accadde un fatto assurdo nei giorni in cui al lago non si trovava il corpo di Francesco. Ero nel salotto dei suoceri con i miei genitori, a Perugia, quando
suonarono alla porta. Un uomo consegnò un cesto di vimini con un fascio di fiori secchi dai calici e le corolle decapitate; un mazzo di gambi senza testa, insomma, e uno scopetto del bagno spezzato in due. E scappò via. Appena mio padre vide questo omaggio orrendo, gli corse dietro. Era un tipo stralunato con l'accento di Foligno. Disse: "Mi hanno ordinato di consegnarlo''. "Chi?'' ''Non lo so, io non so niente.''

"Francesco lo conoscevo da sempre. Quando noi sorelle eravamo bambine papà ci diceva: "Voi dovete frequentare i fratelli Narducci perchè sono persone molto per bene".

Alla domanda "Francesco aveva una Pistola?"
-Sì, ne aveva una, nera, la custodiva in macchina nel vano portaoggetti. Adesso non pretendere che io sappia se si trattasse di una Beretta calibro 22 Long Rifle o come diavolo si chiarnava l'arma dei delitti. "Signora la pistola era col tamburo o senza?" In Procura ho sgranato gli occhi: "Che cos'è il tamburo?''. In tutti i casi, qualora il modello fosse lo stesso, sarebbe una pura coincidenza. Mio marito non c'entra con Firenze. Quante volte te lo devo ripetere? Andare in giro armati, in quegli anni, era una consuetudine per un professionista del nostro ambiente. La sua famiglia, come del resto la mia, stavano sulla bocca di tutti. Ti sei dimenticato la stagione dei sequestri? Chi aveva uno studio rinomato, una fabbrica o una villa con piscina, puoi giurarci
che avesse anche una pistola. Per dimostrarti la mia trasparenza devo aggiungere che tuttavia un risvolto strano c'è. Questa pistola, almeno che io sappia, non è stata mai ritrovata. La Citroèn CX di Francesco la mandò a ritirare suo padre, come la moto, e quasi tutte le sue robe, comprese lettere, fotografie, pubblicazioni. Mi è rimasto poco o niente."

"Questo non lo puoi scrivere perché me l'hanno raccontato in Procura. I suoi vendettero la villa di San Feliciano. I nuovi proprietari incaricarono una ditta di ripulire tutto. Sai come succede nei traslochi, rimangono sempre delle cianfrusaglie, la rete sfondata di un letto, pacchi di giornali, magari una lavastoviglie rotta. Mi raccontarono che venne ritrovata una collezione di libri gialli. Tutte le scene raccapriccianti, con i particolari più mostruosi e orrendi, erano state sottolineate a matita."
Segue...
Rif.1 - Un amore all'inferno

martedì 1 giugno 2010

Maurizio Costanzo show

 
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