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sabato 31 ottobre 2009

Udienza del 20 maggio 1999 - 4

Quella che segue è una sintesi dell'udienza del 20 maggio 1999 relativa al Processo d'appello per i delitti del "mostro di Firenze" davanti alla prima sezione della Corte d'Assise d'Appello di Firenze.

Segue dalla parte 3
Procuratore Generale: Riscontri oggettivi. Tornando ai feticci, io non credo nemmeno alla storia dei feticci che siano stati conservati, poi ripresi, dicevo prima per la lettera spedita alla Manuela, secondo me riecheggia in maniera curiosa la lettera alla dottoressa Della Monica, cioè si è parlato sui giornali, persino Pucci ve lo dice, i familiari sono più evasivi: "si guardava la televisione ma mica tanto quando si mangiava", ci dicono che Pucci era di poche parole e confermano che Pucci non ha mai detto loro qualche cosa su quello che lui aveva visto a Scopeti e che gliene parla soltanto quando viene interrogato dalla Polizia Giudiziaria e riesce lì persino ad essere così serio da mantenere il segreto su quello che aveva detto perchè alla Polizia Giudiziaria gli avevano detto di non dire nulla perchè ovviamente dovevano fare le indagini. Qui la consulenza si poteva fare perchè consente di valutare le condizioni psichiche del soggetto, l'attitudine a testimoniare ma una volta riscontrata l'attitudine a testimoniare rimane da vedere l'attendibilità del testimone e per come si è comportato in dibattimento l'attendibilità del testimone non esiste. Motivi del coinvolgimento del Lotti. Io non so se voi avete già le idee chiare sul perchè Lotti è stato agganciato e la spiegazione più logica ce la da Pucci: "A Vanni e Pacciani gli garbava uccidere a Lotti guardare", io non so se il guardare è vedere sparare o vedere tagliare perchè il Lotti in maniera impressionante si tiene sempre lontano dalle escissioni, parla di spari, di Vanni con lo spolverino ma sulle escissioni lui è in un posto lontano e sono cose di cui ha paura e non le vede. Dobbiamo credere a Pucci o dobbiamo credere a Lotti quando dice che a Baccaiano c'era questa storia del Pacciani che lui è bello forte, 1,78, Pacciani 1,64, no ma Pacciani era forte e si potrebbe recuperare la storia della 500 finita fuori strada perchè Pacciani e Vanni erano ubriachi e Pacciani piglia la 500 e la porta sopra la strada, ma erano in due, non mi sembra che sia dimostrazione di una forza particolare. Per Giogoli quel rapporto precedente omosessuale non esiste più col Pacciani ma con quell'altro povero diavolo che non nomino perchè non è come dicono loro finocchio, non ce n'è stata la prova sono stati sentiti quelli del bar, ogni tanto gli davano la pacca, ma ci spiegano perchè aveva un modo particolare di bere il caffè e mi viene a mente Faggi, pensate hanno sentito i figli, tali Giugni, della persona con cui Faggi usciva e questi poveri figli sono stati messi in una situazione, si capisce quello che dicono, ma non lo dicono e la Corte si è regolata in maniera umana ha accettato quelle risposte leggendo poi tra le righe, si capisce di questa relazione che portava via il padre ma insomma.... Ritornando al Lotti, prima Baccaiano, Pacciani a quell'altro c'è quell'altra persona, mi chiedo, o non bastava sempre lo stesso? Il difensore di Lotti motiva questo assoldamento perchè Vanni, ubriaco ha parlato e non può essere il parlare del 1991 perchè qua se ha parlato stiamo nel 1980/81, non dopo. Ubriaco, Vanni ha raccontato qualche cosa a Lotti poi passata la sbornia dice, diavolo che ho combinato?!? Ne parla con Pacciani, Pacciani, l'uomo forte della situazione dice: "non ti preoccupare lo portiamo con noi così non parla più". Ma è una motivazione che ho letto nelle dichiarazioni del difensore ma non mi ricordo, in dibattimento conferma la storia del Butini, c'è una spiegazione? Un motivo?

venerdì 30 ottobre 2009

Elisabetta Marinacci

Il 20 aprile 2005 dinanzi ai PM Dott. Mignini e dott. Crini in Roma dichiarò: "Premetto che io sono amica da lunga data di ...omissis... che ho conosciuto al conservatorio di Santa Cecilia. Circa quattro anni fa fui trasferita alla cattedra musicale dell'Istituto Marco Polo, presso la scuola media Franco Ferrara di Roma. Recentemente, parlando con ...omissis... le ho detto dove insegnavo, e per rimarcare questa affermazione e anche il fatto che il Ferrara fosse stato nostro docente di direzione di orchestra, ...omissis... ha mostrato un vivo interesse per questa figura, mi ha fatto capire che avrebbe gradito sapere qualcosa di più di questo personaggio, poi mi ha invitato a parlare dell’argomento con G.C. amica della stessa che io non conoscevo, poi ho avuto un colloquio con quest'ultima, con la mia amica ...omissis... mi pare fosse Gennaio di quest'anno. Poi mi ha fatto domande sui rapporti di mio padre nell’ambiente fiorentino e io le ho raccontato quanto avrei riferito alla sezione di polizia giudiziaria di Perugia. Nel '73 mio padre si era operato di ernia al disco presso il professor ...omissis... di Firenze e sia per questo episodio, sia per la paraplegia che lo colpì in seguito all’incidente automobilistico che subì nell’anno '96, mio padre ha poi frequentato il centro traumatologico ortopedico di Firenze, tra i quali collaboratori di ...omissis... c'era anche Jacchia. L'episodio che ho descritto è accaduto pochi mesi prima della morte di mio padre, morto esattamente il giorno prima dell’omicidio degli Scopeti, il 7 Settembre 1985. Durante il viaggio verso Milano decidemmo di fermarci a San Casciano perché io dovevo fare una tesi di storia della musica e stavo approfondendo il periodo medioevale. (...) Mio padre soffriva di disturbi gastrici che derivavano dall’immobilità e quindi entrammo nel centro di San Casciano, c’è un’unica farmacia, che so essere quella del dottor Calamandrei e ci siamo recati per acquistare il farmaco Exen che mio padre assumeva per i disturbi. Quando siamo entrati erano presenti in farmacia, il titolare, un uomo di 40-45 anni, abbastanza robusto e uno più magro e molto meno alto del farmacista che ho saputo essere il farmacista. Ricordo che aveva questi capelli scuri, la pelle del volto piuttosto scura e l’espressione torva." Le fu mostrato un album contenente fotografie, la Marinacci riferì: "...l'uomo che vedo raffigurato nella foto l'ho visto altre volte e non escludo che possa essere il giornalista conosciuto nella farmacia del Calamandrei. L’uomo che vedo potrebbe essere il farmacista anche se quello era più giovane. Da come il farmacista si è rivolto a mio padre ho avuto la sensazione che si conoscessero; nel presentarmi il farmacista mio padre mi disse che era il dottor Calamandrei; anche il giornalista presente conosceva di fama mio padre il quale ha cominciato a rappresentare i suoi problemi di salute. A questo punto il giornalista, rivolto al Calamandrei, gli ha suggerito di fare una visita dal Dottor Narducci di Perugia e il Calamandrei ha convenuto con il giornalista; anche mio padre ha detto di conoscere di fama il Narducci. Pensavo che dovessimo recarci a Perugia per la visita, e invece il farmacista parlando a telefono con quest’ultimo che chiamò in quel momento si sentì dire che tanto quest’ultimo si sarebbe dovuto recare a San Casciano Val di Pesa entro un paio di giorni e a quel punto il farmacista gli ha detto che poteva visitare mio padre nell’ambulatorio annesso alla farmacia e l’appuntamento fu così fissato. Aggiungo anche che circa due anni prima mi ero allontanata da casa dopo una lite con ì miei genitori accettando di presentarmi nella zona di Tor Vergara, che aveva inserito un annuncio di lavoro sul quotidiano il Messaggero. E questo medico che aveva inserito un annuncio sul Messaggero. mi ha tenuta segregata con violenze e minacce nella mia abitazione per circa quattro mesi e durante questo periodo mi ha portato anche in Toscana ma non ricordo dove; all’epoca quest’uomo aveva 48 anni, rammento anche che questi aveva amicizie molto importanti. Posso dire che al momento di lasciare la farmacia, sentii il giornalista rivolgersi al farmacista chiedendogli, “è uno dei nostri?”, alludendo a mio padre. La cosa mi colpì tanto che in auto chiesi a mio padre spiegazioni di quell’espressione ma mio padre non mi rispose come faceva quando non voleva che ci interessassimo di queste cose. Non so se questa domanda potesse alludere alla massoneria, di cui comunque ho sentito parlare in casa, dopo un paio di giorni tornammo alla farmacia del dottor Calamnandrei e lì incontrammo un dottore che mi venne presentato come il dottor Francesco Narducci. Posso dire che quest uomo, avrà avuto trent’anni, mi colpì per il bell’aspetto, aveva capelli e occhi chiari, all’incirca uno e settanta, lo riconosco perfettamente, non c’è dubbio, 1,2,3 e 4, ma in particolare nella foto numero 2. Era una persona distinta, vidi che parlava con il farmacista e mi sembrò proprio che si dessero del tu, dopo un breve colloquio salimmo al piano superiore della farmacia e quindi con il dottor Narducci, la visita durò circa un’ora e anche il Narducci consigliò l’intervento suggerendo a mio padre una gastroscopia; aggiungo anche che mio padre frequentava personaggi importanti come ...omissis..."
Il Narducci, che poi lei aveva riconosciuto, era stato introdotto dal musicista ...omissis... nominato nelle dichiarazioni di ...omissis... del 27 aprile 2006, la quale riferiva, per il punto che qui interessa, che lei era la nipote della sarta amica dei Vinci e quest’ultimo gli aveva riferito che in realtà il “mostro di Firenze” non era il Pacciani ma il figlio naturale del musicista ...omissis..., il quale all’epoca del '68 soggiornava in Castelletti a Lastra a Signa, era un depravato ed alcolizzato, cliente della Locci, e sosteneva che quella sera non fu il Mele, che era stato condannato con sentenza passato in giudicato, a commettere gli omicidi, ma il ...omissis... di cui ha parlato anche la ...omissis... il quale sparò con la calibro 22 che aveva lui, e che poi aveva passato al giornalista, suo figlio naturale, il quale poi con la medesima pistola avrebbe commesso tutti i successivi sette duplici omicidi, protetto prima dal Questore ...omissis..., che era come lui sardo, che, a sua volta, proteggeva i sardi che operavano i sequestri in Toscana, e poi che era ugualmente stato coperto dal dottor ...omissis..., all’epoca non ancora capo della polizia.
Rif.1 - Sentenza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze contro Francesco Calamandrei del 21 maggio 2008

giovedì 29 ottobre 2009

Lina Giovagnoli

Fu definita, dall'avvocato Zanobini, la prostituta personale di fiducia del dottor Calamandrei. Il suo numero telefonico in effetti compariva nell'agenda dell'ex-farmacista di San Casciano. Il 7 febbraio 2003, dopo aver subito una perquisizione, gli inquirenti le mostrarono un album fotografico. La Giovagnoli relativamente alla persona riprodotta nella foto n. 1 (Pietro Pacciani) dichiarava "ha una fisionomia che non mi è nuova". Poi si passava alle foto numero 2, 3 e 4 e la Giovagnoli riconobbe Vanni Mario nella foto numero 2, Lotti Giancarlo nella foto numero 3, Faggi Giovanni nella foto numero 4, aggiungendo: "Credo di averle viste pubblicate sui giornali". La foto numero 5 bis era quella relativa a Vinci Salvatore. "Mi sembra quel sardo che era sul giornale". La foto numero 6, Calamandrei Francesco: "Non lo conosco". Poi, Vinci Francesco: "Mi sembra il Vinci del giornale". Zucconi Giulio: "Non lo conosco". Narducci Francesco: "Mi sembra una fisionomia conosciuta, non saprei dove". Verdino Francesco: "Non lo conosco". La foto n. 10, Calamandrei Francesco: "Mi sembra che assomiglia al Calamandrei di San Casciano". Circa la foto numero 12, corrispondente a Jacchia Gian Eugenio, dichiarava: "Ha una fisionomia, in particolare della bocca, che mi ricorda qualcuno che conosco". Le fu chiesto "Si è mai recata a cene o incontri con alcuni amici in compagnia di qualcuna delle sue amiche, Cantini Anna Maria, Miniati Loredana, Marzia Pellecchia"? Rispondeva: "Non mi sono mai recata a nessuna festa ed a nessuna cena in compagnia delle persone che mi avete detto" A specifica domanda: "Ci può spiegare dove ha conosciuto il dottor Calamandrei di San Casciano?" la Giovagnoli rispondeva: "Conosco il Calamandrei da circa quarant’anni, (...) lo ricordo come un tipo simpatico, con molta voglia di vivere, sempre molto plateale, frequentava spesso la mia casa di via Bellini negli anni Settanta. Ricordo che in quegli anni si accompagnava con altri due amici, uno più giovane di lui, molto distinto e simpatico, con i capelli scuri, mentre dell’altro non ricordo assolutamente nulla. Con il Calamandrei ci siamo anche sentiti spesso al telefono senza incontrarci, dove parlavamo sempre di tante cose. Ad un periodo di frequentazione in cui il Calamandrei veniva a trovarmi di tanto in tanto, da solo, nella mia abitazione di via Bellini, XX, per rapporti sessuali, poi le visite sono cessate ed ho ricevuto solo telefonate di tanto in tanto. Due volte l'ho incontrato per strada, la seconda mi sembrava un pò sciupato. Sono stata chiamata in passato dalla Polizia, in un'altra occasione, non ricordo, ma penso negli anni '90. Mi chiesero sempre le stesse cose e cioè se ero stata a feste in villa a San Casciano e altre cose che non ricordo."
Rif.1 - Sentenza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze contro Francesco Calamandrei del 21 maggio 2008

mercoledì 28 ottobre 2009

Mario Spezi - Intervista su l'Unione Sarda - 14 ottobre 2007

Il giornalista Paolo Paolini raccolse l'intervista che segue per il quotidiano L'Unione Sarda.
Oggi è indagato per quali reati?
Non mi risulta di essere iscritto nel registro degli indagati
L'accusa un'agente di commercio cagliaritana.
Prima di lei Gabriella Carlizzi, condannata per diffamazione, calunnia, circonvenzione d'incapace. Anni fa sostenne che il mostro era lo scrittore Alberto Bevilacqua. Subito dopo l'11 settembre mando un fax ai giornali sostenendo che, dietro l'attaccò alle torri gemelle, c'era la setta della Rosa rossa, la stessa del mostro. Sbaglierò, ma dietro la denuncia partita da Cagliari riconosco lo stile della Carlizzi.
Conosce Simonetta Farci?
No e non so per quale motivo racconti quelle calunnie.
Dice di aver appreso le notizie dalla zia, Maria Porcu, prima che morisse. La conosceva?
Spesso in questa vicenda i testimoni sono morti oppure non possono confermare, magari per colpa di un certificato d'infermità mentale.
I suoi rapporti col clan Vinci?
Quando Francesco Vinci fu scarcerato - era sospettato di essere il mostro - andai a casa sua per intervistarlo, come tutti i cronisti. Secondo me era innocente, anche se non escludo che potesse sapere qualcosa. Mi colpì quando tracciò il profilo dell'assassino: una persona che sapeva muoversi bene in campagna, nella notte, e che da piccolo avere molto sofferto.
L'omicidio di Francesco Vinci è legato al mostro?
Penso che sia una vicenda molto sarda, nel senso che lui rubò non so quante pecore e altri attrezzi agricoli a un nuorese, e finì come finì.
L'accusano di avere una rete di protezione fatta di pezzi importanti dello Stato.
Si parla del mio grande rapporto col questore Corrias, ma non l'ho mai conosciuto. L'attuale capo della polizia, Manganelli, si, commissario a Firenze negli anni Ottanta.
Rapporti con i servizi segreti?
No. Trovo molto divertente che Douglas Preston, col quale ho scritto un libro a quattro mani, sia indicato da non meglio precisate persone di Villacidro come agente dei servizi segreti americani. Mi sorprende che un magistrato possa credere a certe ipotesi.
Conosceva il musicista Ferrara, indicato nelle denunce come il suo vero padre?
Scrissi un romanzo, Il violinista verde , nel quale raccontavo la storia di un uomo che in realtà non è figlio di quello che crede il padre. Pura invenzione. Gabriella Carlizzi sostenne che il racconto era un messaggio trasversale a non so chi, insomma la trasposizione romanzata della mia vita. Una tesi che ritrovo puntuale nella racconto della donna cagliaritana.
Perché le indagini offrono spesso protagonisti sardi?
Il primo delitto, quello di Barbara Locci, avvenne nel 1968 in quel mondo e la pistola usata in seguito fu sempre la stessa. Un'arma utilizzata per un duplice omicidio non si dà a nessuno, probabilmente è rimasta all'interno di quell'ambiente.
Delitti col marchio di fabbrica?
Qualora il mostro fosse sardo, la Sardegna non c'entrerebbe nulla. Non è mostro perché sardo, gli assassini si trovano ad ogni latitudine.
Che idea s'è fatto dell'omicida?
La stessa di Francesco Vinci, cioè di una persona che ha sofferto molto prima dell'età della ragione. Sono convinto che sia uno, non c'è traccia di una seconda mano. E poi una psicopatologia del genere non si delega, la vivi in prima persona.
Pacciani?
È morto innocente. "Non esiste neanche mezzo indizio contro di lui", disse il procuratore generale in Appello. Qualcuno tirando l'inchiesta alle lunghe ci ha guadagnato.
Chi?
Non so, ma certe indagini in Italia diventano rendite vitalizie.
Rif.1 - L'Unione Sarda - 14 ottobre 2007

martedì 27 ottobre 2009

Francesco Giuntini

Per alcuni anni aveva lavorato presso la farmacia di Francesco Calamandrei a San Casciano. Il primo ottobre 2003, dinanzi alla Polizia Giudiziaria riferì: "Dal gennaio del 1978 all’ottobre del 1983 ho lavorato in qualità di ragazzo di bottega presso la Farmacia di San Casciano denominata Francesco Calamandrei. Insieme a me vi erano altri due dipendenti che si chiamavano, Bagni Paola e ...omissis... che so essere deceduto da poco. Non ricordo se fu proprio il ...omissis...che all’epoca abitava nella stessa via dei miei genitori, a farmi assumere in quanto si era liberato un posto in Farmacia. Non saprei indicare gli amici di Francesco. Posso dire che Francesco giocava a tennis in quel periodo era sposato e aveva un figlio e una figlia, rispettivamente Marco e Francesca. Possedeva un Citroen Pallas di colore mi sembra grigio, comunque chiaro. Ricordo che il ...omissis... mi raccontò che il Calamandrei avesse dei problemi di alcool, ma devo dire che io non l’ho mai visto ubriaco. Ultimamente, circa due giorni fa, l’ho visto in giro per il paese, l’ho trovato molto trascurato e la cosa mi ha colpito perché lo conoscevo come una persona molto più attiva e come una delle persone più ricche di San Casciano. Ho saputo che ha venduto da poco la Farmacia ma non so chi l’abbia acquistata. Per uscire dalla propria abitazione, Francesco doveva passare o dalla Farmacia o da un corridoio che attraversava gli ambulatori. Quest’ultimo lo usava poco perché essendoci sempre gente in attesa preferiva passare dalla Farmacia. Non so indicare se venissero persone di fuori San Casciano a trovare Francesco a casa, perché io prevalentemente ero sempre sul retro a mettere a posto. Penso che potrebbe essere più precisa la signora Bagni dal momento che lei stava anche al pubblico". Gli furono mostrate alcune fotografie. Giuntini dichiarava: "La persona raffigurata nella foto nr. 1 mi ricorda qualcuno, forse un medico che ho visto in Farmacia, la faccia mi dice qualcosa ma non saprei essere più preciso. La persona raffigurata nella foto nr. 5 è una faccia che io ho conosciuto, potrebbe essere di una persona di San Casciano che ho visto all’interno della Farmacia ma non riesco a ricordare bene in che contesto. Tutte le altre foto appartengono a persone che io non ho mai visto". Le foto nr. 1 e 5 erano di Narducci Francesco e Jacchia Gian Eugenio.
Rif.1 - Sentenza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze contro Francesco Calamandrei del 21 maggio 2008

lunedì 26 ottobre 2009

Il colloquio tra Lorenzo Nesi e Mario Vanni

Il 30 giugno 2003, Lorenzo Nesi si recò presso il carcere Don Bosco di Pisa dove era recluso Mario Vanni. Il colloquio tra i due venne registrato dalla Polizia Giudiziaria, ed ebbe inizio alle 19,21 e si concluse alle 20,50. Di seguito vengono riportati alcuni estratti.

Lorenzo Nesi: Eh, questo Pacciani, eh... questo è un delinquente, eh?
Mario Vanni: Sì, sì, bravo. Lo so, però gl’è stato il Lotti quello che ha sciupato tutto...
LN: Ma perché l’ha sciupato il Lotti?
MV:Eh, lo so, perché gl’ha detto... gli ha detto, Dio Bono, che c’ero anch’io nel bosco con le pistole. Dov’ero? lo non c’ero. Mhh. L’è una barzelletta. Però il Giudice crede a lui mentre a me no. Tre ergastoli, eh, mica un discorso...
LN: Ti vuoi aprire? Ti vuoi aprire l’animo con me, eh?
MV: Eh!
LN: Le vuoi raccontare a me? E nel giro di dieci giorni tu sei fuori di galera. Come gl’è stata tutta questa congrega? Il criminale gl’era lui...
MV: Sì.
LN: Che vuoi, che Garibaldi (Giancarlo Lotti n.d.r.) che... che sia stato o... o te? Come gl’hanno fatto a mettere in questa?
MV: O che lo so!
LN: Mario, porca miseria, tu lo sai, perché tu lo sai, sennò ‘un ti potevano condannare in tre giudizi. Ne sei convinto, Vanni?
MV: Sì.
LN: E tu lo sai, te l’hai sempre avute le merende, le merende te l’hai sempre avute le merende, perché avevi paura del Pacciani, ma il Pacciani a questo punto gl’è nel più profondo dell’inferno.
MV: Ecco, bravo.
LN: Spiegamelo a me,Vanni, dammi retta come a un fratello.
MV: Sì, sì, eh lo so.
LN: Porca miseria, guarda Vanni, abbracciami, spiegameli come a un fratello, spiegami come sta questa cosa. E come sta?
MV: E la sta così. E Lotti parlò a bischero e disse che ero coinvolto con il Pacciani alle pistole. Quello gl’è un... un coso... e il Magistrato disse che gl’è vero. Dette ragione al Lotti.
LN: Ma come gl’avrà fatto il Lotti, Mario, a inventarsi queste cose?
MV: Boh.
LN: Ma né te né il Lotti vu’ siete grulli. Dio ce ne guardi, perché te t’ha... ora tu sarai invecchiato, ma te t’hai sempre avuto una finezza di cervello fuori dell’ordinario, giusto?
MV: Mh...
LN: Il Lotti gl’era un pochino più... ma ‘un era mica un demente
MV: Mh...Unn'era un demente. No, ‘unn'era un demente. Ma perché il Lotti gl’è andato a dire... il mostro, con le pistole... ma quando sono stato con il mostro? Quando ho avuto le pistole? ‘Un so nemmeno come l’è fatta la pistola.
LN: Oh Mario, pensaci bene, vien via, pensaci bene.
MV: Eh, t’hai ragione, Renzo.
LN: Tu sei dinanzi... ‘un tu sei dinanzi alla Polizia, né dinanzi a un Tribunale, tu sei davanti a Renzo Nesi pensaci bene.
MV: Eh, ci credo...
LN: Ma sei convinto di quello che dici? Ma sei proprio convinto?
MV: Sì, sono convinto.
LN: E allora tu eri a conoscenza che il Pacciani faceva questi omicidi?
MV: Sì.
LN: Tu eri a conoscenza?
MV: Sì.
LN: E allora perché ‘un tu sei andato dai Carabinieri a dire il Pacciani cosa ha fatto? Spiegamelo a me... Per agosto tu sei fuori, tu sei a casa tua.
MV: Bravo, Renzo.
LN: Spiegamelo a me, Mario.
MV: Te l’ho spiegato.
LN: No, ‘un tu m’hai spiegato proprio un bel cazzo nulla. Te eri a conoscenza che il Pacciani faceva questi omicidi?
MV: Mah
LN: Ma spiegamelo per bene, Mario. Dammi retta, sennò tu muori in questo putrido carcere. E tu va’ a casa tua. Bene. Spiegamelo, quando te tu sei arrivato a sapere che Pacciani faceva queste cose? Quando sei arrivato? Sì, eh, spiegamelo, sì, dimmelo.
MV: Eh, gl’era nel bosco con le pistole.
LN: Ma gl’era nel bosco con le pistole, e sennò... se non so... e sennò e le son come le merende, ma te tu lo sapevi, per ché te, io mi ricordo, quando gl’era vivo mio zio Oliviero (Doni Oliviero, postino ndr), tu desti un periodo di depressione notevole.
MV: Sì.
LN: Te ne ricordi?
MV: Mh...
LN: Tu sapevi queste cose e ‘un tu le volevi dire perché t’eri soggiogato dalla paura del Pacciani.
MV: Bravo, bravo, bravo.
LN: Ma bisogna che tu me le dica, Mario.
MV: O ‘un te l’ho detto io? E disse il Lotti che così, così, così, così. E loro a un certo momento...
LN: Ma ora son morti tutti...
MV: Eh, ‘un c’è più nulla, ‘un c’è più nulla.
LN: E ‘un c’è più nulla, ‘un c’è né Filastò né Filastò.
MV: Bravo, bravo, sì.
LN: E tu sta' in galera e basta. Non venire a dirmi le barzellette però a me, Mario, perché io non sono un giudice. Ma il Pacciani, tutti quei soldi chi glieli dava?
MV: Eh, bah, e glieli dava.., c’aveva le bestie e andava a lavorare da Rosselli del Turco.
LN: Ma non lo dire, non bastavano per quelli che aveva. Ma... ma anche te, Vanni, anche te, anche te tu c’avevi i soldi, ma tutti quei soldi.
MV: Boh...
LN: Anche tu Vanni c’avevi i soldi
MV: Eh, io c’ho tre milioni al mese, capito? Di pensione, e un milione, tanti, la mi moglie.
LN: Mh...
MV: Mh. Però ‘un m’ha mandato nemmeno una lira, son senza una lira non posso nemmeno accendere una sigaretta, nulla, non ho nulla, Renzo, neanche un decino.
LN: Vuoi fare mente locale e dire... fra costretto a far delle cose che tu non volevi fare?
MV: Sì.
LN: L’è ventanni che ‘un tu le dici. Le merende, le merende, le merende... le si fanno con il Corpus Domini. Ma qualcosa t’avrà detto, “ho ammazzato due perso ne”, Dio bono! Qualcosa t’avrà detto, “l’ho ammazzato per un motivo”!
MV: Ma... eh... gli è stato il mostro, hai capito?
LN: Come?
MV: E’ stato Ulisse che ha ammazzato tutte questa gente, nero.
LN: Chi gl’è il nero?
MV: E’ un americano.
LN: Un americano? E chi ammazzava?
MV: Ulisse. Ulisse si chiama.
LN: Un l’ha ammazzati il Pacciani? O ‘un l’ha ammazzati il Pacciani?
MV: No.
LN: E indo gli era quest’americano?
MV: E indo gli era? Nel bosco lo trovi. Lo trovò nel bosco. Ogni cosa gl’aveva. Che l’era stato lui a fa’ questi delitti.
LN: Ma chi l’ha detto questo?
MV: Eh...
LN: Perché ora, fino a ora tu m’ha detto che questi omicidi l’ha fatti il Pacciani. E questo Ulisse, e questo nero chi gl’è?
MV: Ulisse si chiamava.
LN: Ma ‘ndo gli stava?
MV: Eh, in America.
LN: In...
MV: In America
LN: E veniva a fa’ gli omicidi qui?
MV: Davvero.
LN: Mh. Icché tu mi dici, Mario? Ma vien via! Ma te lo conoscevi questo nero?
MV: No. io non lo conoscevo. Ho saputo la storia dopo, che gli era stato lui a ammazza’ tutte e sedici le persone
LN: I te tu m’hai detto che gli omicidi l’aveva fatti il Pacciani.
MV: Sì. O ‘un te l’ho detto? Gl’è stato questo nero a ammazzà tutta questa gente, questo Ulisse americano. Gli ha lasciato una lettera, s’è ammazzato, hai capito? E ha preso il procuratore ogni cosa.
LN: Ma chi te l’ha detto?
MV: Alla televisione s’è sentito per Dio
LN:No, Mario, ‘un tu mi convinci. E tu m’ha a spiegà le cose come le stan no e tu vien fuori.
MV: Te l’ho bell’e spiegato. E gl’è stato questo nero che ha ammazzà tutte le sedici e l’ha preso la lettera.
LN: Come? La lettera? Che... che lettera? Che lettera? Come?
MV: Eh, e l’ha presa il giudice la lettera, e ogni cosa, no? La pistola.
LN: La pistola gl’ha preso il giudice?
MV: Eh. Sì... sì.
LN: O vien via, Mario, ma tu vaneggi.
MV: Ma la s’è sentito a sera alla televisione.
LN: Sì, ma sta zitto Vanni, codesta l’è roba da Grand Hotel.
MV: Sì, sì, ma insomma, l’è stato il nero, questo Ulisse l’ha morto sedici persone, gli ha lasciato la lettera, gli ha lasciato la pistola, gli ha lasciato ogni cosa.
LN: A chi l’ha lasciata, Mario?
MV: L’ha prese il Procuratore.
LN: Ah. Chi?
MV: Quello che conta, il Procuratore conta.
Rif.1 - Sentenza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze contro Francesco Calamandrei del 21 maggio 2008

sabato 24 ottobre 2009

Udienza del 20 maggio 1999 - 3

Quella che segue è una sintesi dell'udienza del 20 maggio 1999 relativa al Processo d'appello per i delitti del "mostro di Firenze" davanti alla prima sezione della Corte d'Assise d'Appello di Firenze.

Segue dalla parte 2
Procuratore Generale: Riguardando la consulenza Lotti, qua il migliore autore per questi reati, secondo me, è Lotti, perversione sessuale, istinti omosessuali, Lotti è mancino ma per certe cose usa ambedue le mani e c'è una cosa che mi allarma, il francese, una volta dice che è stato preso col destro e accoltellato col sinistro ma i periti dicono da destra a sinistra che fa proprio pensare ad un mancino. La consulenza dice, guardate che Lotti non è un mitomane, è vigile, lui sa come rispondere persino ai consulenti, valuta le risposte, si regola a seconda dei casi, è cosciente della sua posizione, in qualche momento, dice Lagazzi, rispondeva in modo palesemente e volutamente evasivo alle domande che gli facevamo e riferiva elementi che facevano parte soprattutto della sua storia personale. E' una persona che davanti a domande specifiche talvolta eludeva le stesse domande oppure si limitava a ribadire che su determinati argomenti non ha nulla di più da dire. Dice che pur essendo persona di risorse culturali e sociali limitate, era in grado di reggere validamente un colloquio con gli interlocutori, è l'atteggiamento di una persona molto attenta a quello che diceva, molto attenta a quello che non diceva. Tutto quello che anche indirettamente poteva in qualche modo portare nuove discussioni su questo argomento lui lo troncava. Si è atteggiato ad uomo mite, che subisce gli altri ma i consulenti non sono d'accordo su questa valutazione e questo è Lotti.
Sull'attendibilità di Lotti, sulla storia dei feticci per esempio, la partenza è amara, i feticci sono destinati alle figlie del Pacciani che se li devono mangiare, poi dice che a Scopeti e a Vicchio vengono sotterrati, lasciamo stare le considerazioni cinghiali o meno, non lo so, forse a Vicchio i cinghiali ci possono essere, a Scopeti credo di no, c'era la fotografia che ha fatto Filastò del cartello cinghiali. Ma io credo che anche un cane se passa sente a distanza gli odori... ...ma non è questo. La lettera che lui dice spedita a tale Manuela che è la collega di lavoro della Pia Rontini. Se partono a spedire questa lettera con qualchecosa dentro e tutto fa pensare che questa cosa sia un pezzettino di queste cose tirate via, come siu spiega col fatto che sono state nascoste? Evidentemente le hanno nascoste lì per non farsele trovare poi lo stesso Pacciani è andato a riprendersele e così via, e quindi per questa via salterebbe la storia del medico. La storia del medico viene anche raccontata in maniera nebulosa perchè l'aggancio col dottore viene dagli Scopeti, l'altra macchina ferma su per la via degli Scopeti che qualche volta si vuole appiccicare al medico e qualche volta al Faggi e non si capisce bene. Una macchina che probabilmente c'era perchè l'ha vista il teste James Taylor, l'ha vista la persona che era con lui l'avvocatessa Gracile, però nel racconto di Lotti questa macchina cambia. Prima l'aggancia al dottore che poi, visto al bar, viene a sapere che è quello che va a Mercatale a pigliarsi il materiale, che anche questa versione contrasta con il nasconderlo prima, col rischio di dover ritornare sul posto e qualche testimone dice che il Pacciani sul posto c'è tornato ma insomma, nasconderlo, ritornare oppure preparare la roba per una terza persona e andarsene via, io non ho trattato e non tratterò la questione che sta a cuore all'avvocato Filastò del serial killer, la scienza va avanti e acquisisce i risultati di quello che è la realltà di tutti i giorni; non s'è mai trovata una combriccola di tre persone, forse 4 che fanno lavori del genere, ma se fosse provato con una sentenza passata in giudicato, la scienza dovrebbe registrarlo e cominciare a scriverci articoli e articoli e piano piano entrerebbe nella letteratura scientifica. La perizia De Fazio, quando sono venuti a testimoniare in questo processo, incalzati, hanno detto che sono partiti per fare un lavoro. per dirigere le indagini, ora voi mi tirate fuori queste storie, noi dovremmo fare una nuova perizia, ma noi siamo partiti impostando il lavoro su una sola persona. A Scopeti ci siamo trovati in difficoltà perchè alcuni dettagli fanno persare che più persone abbiano commesso il duplice omicidio. In questo caso gli omicidi si presentano sempre uguali, la coppia in atteggiamento amoroso, la donna presa di mira, il maschio come elemento che impedisce questa attività e quindi viene tolto di mezzo nel più completo disinteresse, non c'è un contatto fisico con la vittima oltre questa cosa dell'asportazione, il consulente professor Bruno, sia più favorevole ma per questa strada non si arriva a nulla. Nell'immaginario collettivo ci si aspettava questo assassino intelligente, furbo, fortunato e poi è venuto fuori un uomo chiamato Pacciani e c'è stata la prima delusione, una prima sentenza l'ha riconosciuto colpevole un'altra no, è stata riformata ma è questa convinzione che c'era che ci fa vedere questa situazione sotto un certo aspetto impossibile però non è questa la strada che possiamo percorrere in un aula giudiziaria.
Segue...

venerdì 23 ottobre 2009

Alessandro Grassini

Negli anni '80 lavorava presso la draga Scherma a Ponterotto. Il 4 Agosto 2003 dichiarava agli inquirenti: "In quegli anni io frequentavo qualche ristorante della zona tra cui il ristorante Leoncini a San Casciano, ricordo anche di aver frequentato la trattoria al Cencio. Posso affermare inoltre che nel periodo in cui ho lavorato insieme al Lotti anche lui insieme a me frequentava la trattoria del Ponte Rotto, io ci andavo quasi sempre di giorno a pranzo, ma è capitato alcune volte che ci si è andato in compagnia di amici anche la sera. Ricordo che in certe occasioni è capitato di vedere delle persone di ceto sociale diverso in quanto ben vestite ed eleganti,mentre la sera era frequentato da gente di San Casciano e da clienti abituali di Firenze".
Gli fu mostrato un album fotografico contenente 22 fotografie, e dopo averlo visionato dichiarava: "riconosco la persona ritratta nella foto numero 1 per averla vista sicuramente a San Casciano, nella foto numero 2 ricordo una persona che ricordo di aver visto in giro a San Casciano ed è il ...omissis... non sono sicuro ma mi sembra che lo stesso qualche volta lo posso aver visto a bere alla Cantinetta. Nella foto numero 3 mi sembra di riconoscere il ...omissis...
che ha un’oreficeria a San Casciano, nella foto numero 6 vedo una persona che non mi è una faccia nuova ma non saprei dire in ogni caso dove l’ho visto, tutte queste persone che San Casciano frequentano, ma un conto è San Casciano e un conto è la trattoria del Ponte Rotto. Nella foto numero 7 riconosco una persona che ho sicuramente visto a San Casciano ma non ricordo in che situazione, non saprei dirvi il nome. La foto numero 7 è Jacchia. Nelle foto numero 13 e 14 riconosco il farmacista di San Casciano, ricordo che lo stesso frequentava la Cantinetta ma non ricordo di averlo mai visto alla trattoria del Ponte Rotto"
. Il Narducci non veniva nominato, eppure nell’album, visionato dal Grassini, vi erano anche le foto del Narducci (nn. 10 e 11).
Rif.1 - Sentenza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze contro Francesco Calamandrei del 21 maggio 2008

giovedì 22 ottobre 2009

- 22 ottobre 1981 -

22 ottobre 1981 - 22 ottobre 2009
Susanna Cambi e Stefano Baldi
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mercoledì 21 ottobre 2009

Alessandro Cecioni - Intervista su Il Tirreno - 11 aprile 2002

La giornalista Cristina Orsini raccolse l'intervista che segue per il quotidiano Il Tirreno all'uscita del libro "Il mostro di Firenze" edito da Nutrimenti. Alessandro Cecioni, autore insieme a Gianluca Monastra del libro, lo descrive come un vademecum sulla vicenda: "Un vademecum che si legge come un thriller perchè thriller è la vicenda. E poi a 34 anni dal primo degli otto duplici delitti, secondo noi, serviva riunire in un unico libro tutti i filoni dell'indagine".
Ne avete individuati quattro.
Tutti quelli che esistono: dalla cosiddetta «Pista sarda», a Pietro Pacciani quindi gli "amici di merenda" e infine agli sviluppi sui presunti mandati partendo dal flusso dei soldi. Un'indagine tanto complessa che ha avuto anche a un ricambio generazionale: quello dei cronisti che la seguivano. Ed è per questo che il libro è stato fatto a quattro mani: se un gruppo di giornalisti ha seguito la storia dei delitti, quello successivo ha invece lavorato sulle indagini. Non è una questione anagrafica ma di approccio al lavoro.
Che però ha seguito un filo più o meno omogeneo tanto che oggi, si ritorna a parlare di pista sarda. E' singolare che accada tredici anni dopo la sentenza del giudice Mario Rotella.
Che esista una pista sarda è innegabile. E' un dato oggettivo. Perché il delitto del 1968, il primo, funziona solo se a eseguirlo sono stati più complici: l'esecutore materiale assieme a uno o più persone. Come ha sempre detto Stefano Mele. Peccato che sia stato l'unico condannato per quel delitto. E ha una sua ragion d'essere per altre considerazioni.
Quali?
Per esempio il passaggio della pistola: chi ha usato la calibro 22 a Castelletti di Signa deve averla ceduta a altri. E assieme deve aver passato anche le scatole di proiettili. Uno strano modo d'agire. Non solo. Uno degli indiziati dei delitti, parlando fuori verbale con i carabinieri che gli chiedevano cose ne avrebbe fatto lui se avesse avuto un'arma che aveva già ucciso, rispose una cosa di estremo buon senso: "Me la sarie tenuta o l'avrei distrutta". E difficile far girare un'arma così rischiosa.
E quindi anche secondo te, la pista più plausibile resta la prima, l'originale.
Credo che qualsiasi tipo di impostazione di indagini non possa prescindere dal 1968 e dal clan dei sardi.
Ce n'è una più giusta?
Forse è quella che riuscirà a trovare nei gangli di questa inchiesta piena di errori, contaminazioni e depistaggi, il filone che sviluppi e leghi tutto. Solo a quel punto l'indagine funzionerà.
Si dice che Salvatore Vinci possa essere ancora vivo. Ci credi?
Sì, certo, perché no?
E' lui il «mostro»?
Questo non si può sapere, ma era comunque un bell'indiziato.
Rif.1 - Il Tirreno - 11 aprile 2002 pag.1

martedì 20 ottobre 2009

Paola Bagni

Per alcuni anni aveva lavorato presso la farmacia di Francesco Calamandrei a San Casciano. Il primo ottobre 1987 riferiva agli inquirenti: "Ricordo che tra il '72 e il '73 iniziai a lavorare presso la farmacia Calamandrei, fu Don Isidoro ad introdurmi... l’unico fatto che posso riferire è che sono stata poi licenziata nell’87 perché mi si disse "abbi pazienza, ci viene ora a lavorare mia sorella". (...) Annesso alla farmacia vi erano dei laboratori che il Calamandrei gestiva con i medici. Oltre ai medici di base, quali ...omissis... che probabilmente dopo i primi anni si spostò da un’altra parte sempre a San Casciano. I rapporti del Calamandrei erano tranquilli, ricordo che ogni tanto notavo il Calamandrei recarsi al bar per consumare con i sopra citati professori e dottori. Per quanto riguarda le conoscenze del Calamandrei mi ricordo che a volte veniva a cercarlo un certo Giancarlo detto luris, che so essere cugino dell’attore ...omissis... e un altro che si chiama Luciano. Mi sembra di ricordare che il Calamandrei andasse a giocare a tennis con il ...omissis... All’epoca la moglie del Calamandrei era molto depressa (Mariella Ciulli ndr), è capitato che in farmacia capitassero persone in abbigliamento da equitazione in quanto nei dintorni di San Casciano negli anni ‘80 vi erano dei maneggi". Il 12 maggio 2004 al P.M. dott. Canessa riferì di aver lavorato nella farmacia del Calamandrei fino all’anno 1989/90 sia la mattina che la sera, per tutta la settimana. Aggiunse: "Ultimamente, come ho detto, prima ho comprato i giornali, incuriosita dalla storia del Calamandrei e del medico morto nel Trasimeno, ho visto anche la foto del medico morto sui giornali, una in cui sembrava una persona giovane e una sul Corriere della Sera dove c’era la foto di un signore con una cravatta a strisce, non mi sembra di avere mai visto prima la persona raffigurata in quelle foto”. Le fu mostrato un album di foto, la Bagni, dopo averle osservate dichiarava: "Le dico che non raffigurano persone a me note, né conosciute. Lei mi dice che la persona raffigurata in tale foto è il dottor Narducci Francesco, la foto numero uno, quello di cui ho parlato prima avendo letto sui giornali, le ripeto che non mi ricorda nessuna persona conosciuta. Poi, ripensando alle foto, 1,2 e 3 e 4, ma soprattutto la foto numero 4 a ripensarci bene non so spiegarmi perché, mi sono venute in mente delle circostanze che voglio riferire. Quelle foto, soprattutto la numero 4, rappresenta per me una persona per bene, direi angelico che mi ha fatto venire in mente un rappresentante della Chicco, di nome ...omissis... che riforniva la farmacia. Mi è venuto in mente che questo ...omissis... poi aveva anche un fratello che si chiamava ...omissis..., pensando alle sembianze di ...omissis... così come le ricordavo, mi sembra di ricordare sembianze in un certo senso del tipo di quelle della persona raffigura nel numero 4 ed il ...omissis... era effettivamente il rappresentante della Chicco, a lui facevo gli ordini e quindi lui lo riconosco. Aggiungo che i ...omissis... non avevano l’accento toscano ma abitavano a Pistoia, però l’accento era marchigiano. Dopo essere venuta via dalla farmacia mi è sembrato di averlo incontrato anche nel negozio “Mondo bimbo” di San Casciano, ove lui si trovava per lavoro e dove io ero andata a cercare qualcosa per mia figlia. Mi ricordo anche che ...omissis... usciva con una ragazza piccola di nome ...omissis... che all’epoca faceva la baby sitter del Calamandrei".
Rif.1 - Sentenza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze contro Francesco Calamandrei del 21 maggio 2008

lunedì 19 ottobre 2009

Leda Matteuzzi

Moglie di Silvano Matteuzzi, gestore della trattoria Ponte Rotto. Il 25 gennaio 2005 dichiarò: "Non sono mai stata sentita ufficialmente a verbale da inquirenti e forze di polizia, comunque qualche volta nel tempo sono passate persone incaricate di indagini per prendere in formazioni. Ricordo che una volta vennero i Carabinieri di Mercatale, più recentemente, circa un anno fa, è venuto da noi un signore che credo fosse il Giuttari, ma non sono sicura, sempre in relazione alle frequentazioni. In effetti Giancarlo (Lotti ndr) veniva spesso nel nostro negozio e talvolta veniva anche a cena con la Filippa, non era un chiacchierone, anzi un tipo silenzioso, un sempliciotto, (...) con persone un po’ più in vista di San Casciano veniva invece il Vanni però si parla di un periodo piuttosto lontano nel tempo, ricordo tra gli altri un tale ...omissis... e un altro postino, nel frattempo deceduto. Era un gruppo che quando alzava il gomito era solito fare la cantata. Ricordo la presenza del farmacista Calamandrei solo quando era molto giovane, con ragazzi suoi coetanei, non me lo ricordo con il gruppo di persone alle quali ho fatto sopra riferimento, cioè in compagnia del Vanni. Poi mi vengono mostrate le prime quattro foto del gruppo fotografico 4/2003, non ho mai visto le persone ivi effigiate". Le foto riproducevano Francesco Narducci. La Fantappiè aggiungeva: "Ricordo anche che Lotti venne da noi agitatissimo, dicendo che era stato tenuto sotto interrogatorio tutto il pomeriggio, anche se non mi ricordo esattamente le parole. Sono certa che disse che l’interrogatorio riguardava i delitti del mostro. Giancarlo si lamentava che non ne poteva più, perché si era trattato di un impegno pesante e ricordo che gli dissi che, non avendo niente da nascondere, non aveva motivo di preoccuparsi e che poteva accettare di buon grado; lui non raccolse questo suggerimento e continuò a rimanere preoccupatissimo. Devo anche dire che vi è stato un altro episodio che mi è parso strano e mi aveva lasciata perplessa, tuttavia in seguito non ci avevo pensato proprio perché Giancarlo mi sembrava veramente un giovanotto modesto e inoffensivo. L’episodio accadde nel nostro locale, se mal non ricordo, il lunedì successivo al duplice omicidio di Baccaiano e quindi, se non sbaglio, siamo nell’82. lo ero al banco e vi erano 4 o 5 avventori che adesso non posso ricordare, intenti a parlare del delitto che era un po’ l’argomento del giorno. Ricordo che uno di loro chiese al Lotti che era lì presente che cosa ne pensasse. Il Lotti si discostò, non volendo partecipare alla discussione e disse distintamente che non sapeva nulla, che lo lasciassero stare, se no chiacchierava troppo, lo disse più volte e in modo da far pensare che sapesse qualcosa, tant’è che mi arrabbiai, alzai la voce e gli dissi che se aveva delle cose che andasse dai Carabinieri però Lotti fece la spesa e se ne andò. Mi fece tanto arrabbiare, per un momento pensai io di andare dai Carabinieri. Il tedesco Hainz lo ricordo bene perché era un personaggio che è venuto nel corso degli anni, unendosi al Vanni e al Lotti, più al Vanni che al Lotti, per far girate, scampagnate .... Circa la presenza di Pacciani nel nostro locale, anche se non sono certa, posso dire che una domenica pomeriggio il gruppo del Vanni e del Lotti, con altri che ancora non ricordo, aspettava con una certa trepidazione che il gruppetto non sapeva se sarebbe venuta o meno, in effetti poi questa persona arrivò e quindi avendone in seguito parlato con mio marito sono abbastanza certa che quella volta sia venuto da noi il Pacciani. Ricordo che tra i motivi di apprensione sul mancato arrivo di questa persona vi era anche il dubbio che avesse capito di andare alla Cantinetta".
Rif.1 - Sentenza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze contro Francesco Calamandrei del 21 maggio 2008

venerdì 16 ottobre 2009

Ulivelli

Fino agli anni '90 era titolare del Bar Centrale a San Casciano. Il 17 gennaio 1996 la SAM (Squadra Anti Mostro) verbalizzò: "A domanda, "Se tra i suoi clienti figuravano Lotti Giancarlo, Vanni Mario, una certa Gabriella (Ghiribelli ndr) e tale Norberto (Galli ndr)", l'Ulivelli replicava: "Conosco il Lotti che è un mio cliente da diversi anni, è un tipo chiuso con pochissimi amici. (...) Conosco Vanni, il Vanni Mario non ha mai commentato le indagini sui delitti del maniaco, oppure le cronache sul processo a carico di Pacciani, anzi mi sembra che quando c'era qualche servizio televisivo sul Pacciani non era nemmeno presente nel bar. Per quanto riguarda la Gabriella e il Norberto, io li conosco, o meglio, mi sembra di non conoscerli personalmente, posso dire invece che talvolta una donna di nome Gabriella telefona al bar e cerca Giancarlo, l'ultima volta è stato proprio domenica 17 gennaio ultimo scorso intorno alle 18, mi sembra, ho avuto l'impressione che essa sia amica di Giancarlo perchè telefona spesso. Poi c'è un'altra donna che lo cerca e che si fa chiamare Filippa (Nicoletti ndr). Questa anzi alcuni anni fa venne come cliente insieme a Giancarlo. Apprendo da voi che Norberto è il marito di Gabriella e che entrambe abitavano a San Casciano". Poi a domanda, "Conosce un uomo di nome Pucci Fernando che è stato amico di Lotti Giancarlo? Questo Fernando è celibe, di mezza età, abita a Montefiridolfi". L'Ulivelli rispondeva: "Non conosco questa persona fra i miei clienti. A tal proposito deve evidenziarsi come il Pucci, invece, avesse detto che era un frequentatore del Bar Centrale insieme a Giancarlo Lotti e da lì vedeva tutto". Altra domanda: "Quali erano i frequentatori che si attardavano di più al Bar Centrale? Quali nomi lei ricorda dei suoi clienti che frequentavano il suo locale?" risposta: "Non sono in grado di ricordarlo a causa degli anni trascorsi; sono sicuro però che non avevo come clienti abituali il Vanni e il Lotti; prendo atto che voi mi dite che non è molto verosimile che io non ricordo nessuno in rapporto alla gravità di un fatto che destò molta risonanza, ma ripeto, io non ricordo nessun cliente in particolare, o meglio, posso dire che tra i clienti abituali giornalieri allora ricordo il ...omissis... che ha cessato l'attività ma la cui moglie ha un negozio in ...omissis..., il farmacista Calamandrei Francesco e i suoi collaboratori, la pasticceria ...omissis..., il fruttivendolo ...omissis..., il merciaio ...omissis..., l'elettricista...omissis... con i figli, le famiglie ...omissis... che abitano accanto al bar, poi ancora ...omissis..."
Rif.1 - Sentenza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze contro Francesco Calamandrei del 21 maggio 2008

giovedì 15 ottobre 2009

Mario Marchi

Gestore del Bar nella piazza di San Casciano Val di Pesa. Il 18 gennaio 1996 fece verbalizzare: "Voi mi chiedete di indicare i nomi di alcuni avventori abituali in ordine all'85, posso citare ...omissis... Via Machiavelli, ...omissis... Via Borromeo, ...omissis... Colle D'Agnola, ...omissis... Borgo Sarchiani, ...omissis... Barbiere, ...omissis..., costoro sono clienti anche ora, giocano a carte, arrivano alle 21.30,22,00; ovviamente conosco Vanni e il Lotti ma non c'è con loro particolare rapporto di amicizia. A proposito di questi ultimi anche loro sono clienti di vecchia data, il Vanni capita la mattina e il pomeriggio, mentre il Lotti capita il tardo pomeriggio e dopo cena fino alle 22.30. Mentre il Vanni ha mantenuto costante nel tempo il suo orario di frequenza al bar, il Lotti ha aumentato il ritmo delle visite degli ultimi anni, entrambi a volte si recano anche al Bar Centrale. (...) Qualche volta il Vanni e il Lotti si trovano insieme mentre le altre volte ognuno ha la sua compagnia, il Vanni viene con il suo amico ...omissis... che ha ...omissis... con un altro soprannominato ...omissis..., due amici del Lotti sono invece ...omissis... Voi mi chiedete se conosco un altro amico del Lotti che si chiama Pucci Fernando e che mi dite abbastanza magro e che mi dite abitante a Montefiridolfi, non che possessore di un ciclo moto Ape Piaggio, io avrei bisogno di vedere una foto di questa persona perchè anche se è venuta nel bar non associo il suo nome ad alcuna fisionomia. Prendo atto che mi dite che Fernando e Giancarlo non sono più amici dal settembre '85, Giancarlo ha dato il recapito telefonico del bar a due donne e qualche volta l'hanno cercato, Gabriella (Ghiribelli ndr) di Firenze e Filippa (Nicoletti ndr), la prima ha chiesto di lui per telefono quattro o cinque volte mesi fa, la seconda diverso tempo ma credo sia emigrata in un altro comune. Giancarlo parlando di loro ha detto talvolta che non facevano l'amore solo con lui. (...) Voi mi chiedete se il Vanni e il Lotti commentavano gli articoli di giornale o i servizi televisivi che parlano dei delitti del mostro, il Vanni legge in silenzio il giornale ma non l'ho mai visto quando davano trasmissioni in televisione anche perchè alle 19 lui è bello e tornato a casa. Il Lotti non legge il giornale e guarda solo dei film. A volte qualche avventore ha stuzzicato il Vanni sollecitandolo a commentare le cronache sul processo Pacciani ma lui si è chiuso in un assoluto mutismo. Mi sembra comunque che abbia paura; il Lotti da parte sua si è limitato a comunicarmi di essere stato convocato a irenze e avevo intuito che poteva essere stato dalla Polizia perchè a volte siete venuti a chiedere di lui."
Rif.1 - Sentenza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze contro Francesco Calamandrei del 21 maggio 2008

mercoledì 14 ottobre 2009

Carlo Lucarelli - Intervista su L'Unità - 25 gennaio 2004

Il giornalista Marco Bucciantini raccolse l'intervista che segue per il quotidiano L'Unità.
Lucarelli, è possibile tutto questo?
Altroché: è ovvio. Si può pensare che gente come il Vampa o il Katanga (i soprannomi di Pacciani e Lotti, mentre il Vanni, postino della Val di Pesa, era chiamato «Torsolo», ndr) sia in grado di uccidere sedici persone e farla franca?
Lei conosce bene Michele Giuttari, insieme avete scritto Compagni di sangue, nel 1998, sui fatti del mostro. È appena uscito il secondo libro di Giuttari, e le indagini accelerano. C’è chi parla di svolta «pubblicitaria».
«Io conosco un poliziotto scrupoloso, attento, serio, molto ponderato nelle indagini, anche lento (nel senso: non precipitoso). Rifiuto questa interpretazione maliziosa.
Come vi incontraste?
Decise l’editore, che ebbe da Giuttari la proposta del libro. Per pubblicare un libro che parlasse dei fatti accaduti volle farci incontrare, per affiancare un giallista al poliziotto che da sempre dava la caccia al mostro.
Vi siete più frequentati in seguito?
Ci siamo tenuti in contatto, ci siamo risentiti per l’uscita di quest’ultimo libro, Scarabeo, che mi è piaciuto: c’è un altro bravo scrittore di romanzi gialli in giro...
Giuttari, e con lui la procura di Firenze, è indefesso sostenitore del «secondo livello»: una setta esoterica che commissionava i delitti ai compagni dimerende. Cosa ne pensa il giallista Lucarelli?
Io mi sono avvicinato alle vicende del mostro da persona completamente all’asciutto. Ho preso in considerazione tutte le ipotesi, il killer singolo, abile, magari colto. Oppure i compagni di merende per conto proprio, senza committenti. E mi sono rapidamente convinto dell’impossibilità di un assassino singolo singolo e di un’azione isolata di Pacciani, Vanni e Lotti. L’ipotesi dei compagni di merende manovrati da un secondo livello era quella che copriva maggiormente ogni mistero, ogni angolo scoperto di questi delitti. Così quadrano più elementi rispetto alle altre ipotesi.
Magia nera, messe sataniche...
e feticci da esibire. Altro lato oscuro che troverebbe una piegazione.
L’esoterismo è presente nella storia, basta pensare al Nazismo, così come nella quotidianità, con fenomeni più vari. Che ne pensa?
Intorno all’esoterismo c’è un alone di negatività dovuto anche all’atteggiamento vergognoso di chi coltiva queste frequentazioni. Anche se tutto non è da mettere sullo stesso piano, il ricorso al soprannaturale esiste, è in aumento, ci si rivolge a maghi, santoni, cartomanti. Si cerca una scorciatoia per risolvere i problemi, per rivolgersi all’aldilà, per placare le inquietudini di questi
brutti tempi
Il patto di appartenenza a queste sette sembra fortissimo, superiore a quello massonico.
Chi arriva a vendere l’anima a Satana si compromette più facilmente. Abbiamo indagato casi pazzeschi, mi ricordo di una ragazza friulana - poi uccisa - appartenente ad una setta assurda, seguace di un santone che parlava di ufologia... insomma, quando si crede a queste cose, si fa con una grande determinazione.
Si troveranno in queste sette i segreti del «mostro»?
Riuscire ad indagare lì dentro non è facile. Soprattutto se pensiamo a quanto detto da Giuttari, che fa bene a ricordare l’omertà così diffusa in molti posti e in molti modi. Nel caso del«mostro» di Firenze viene questo dubbio. Sono cose che succedono nei paesi e in queste realtà qualcosa si viene a conoscere, in un modo o nell’altro. Almeno s’intuisce: io vivo in un paesino e se avessi comportamenti particolari il maresciallo lo saprebbe subito. Ma l’omertà è un tratto presente nel carattere degli italiani: se vediamo i ladri entrare nella casa del vicino mentre questo è in ferie, spengiamo la luce e andiamo a dormire...
Rif.1 - L'Unità - 23 ottobre 2006 pag.6

martedì 13 ottobre 2009

Francesco Di Leo

Maresciallo dei Carabinieri. Nel 1988 eseguì una perquisizione presso l'abitazione di Francesco Calamandrei. Il 18 aprile 2005 dichiarò al Pubblico Ministero: "Ricordo di avere effettuato una perquisizione, ricordo che parlammo all'epoca anche della perquisizione, a seguito di indicazioni di una fonte confidenziale, ma che poi dopo si presentò, ed era lei, con il colonnello Rotellini e prima della perquisizione ricordo che la Ciulli, a suo dire, era un'amica di vecchia data della moglie del Procuratore dottor Vigna, che si era rivolto a lei per esternare i suoi sospetti sul marito e il dottor Vigna l'aveva segnalata al colonnello Rotellini. (...) Ricordo che circa un anno dopo, parlando con il collega Maresciallo Frillici, che all'epoca era in servizio al R.O.S., ebbi l'impressione che loro avevano preso in mano la situazione della Ciulli. Ricordo anche che mi fece capire, il maresciallo Frillici, che la Ciulli in qualche modo aveva riferito cose non vere e cioè che io avessi in passato fatto qualche avance e lo stesso a dire del maresciallo Frillici, era successo con l'avvocato Lena. Poichè loro me lo chiedono, ricordo che nel corso della perquisizione guardammo anche nel frigorifero e l'unito freezer, che era in casa Calamandrei, non trovammo niente di utile per le indagini. Non ricordo se il motivo di quel controllo era originato da discorsi della Ciulli o meno in merito alla conservazione dei reperti legati agli omicidi".
Rif.1 - Sentenza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze contro Francesco Calamandrei del 21 maggio 2008

lunedì 12 ottobre 2009

Silvano Marchi

Il 15 aprile 2004 riferì agli inquirenti: "Sono ufficiale di Polizia Municipale di San Casciano dal 1969, attualmente sono istruttore direttivo, ho sempre abitato a San Casciano, dal '95 convivo con De Nuccio Rossana, sorella di Carmela, che è stata una delle vittime, insieme al Foggi, del duplici omicidio dell'81, (...) ho letto sui giornali delle indagini sul medico di Perugia, morto dopo l'omicidio di San Casciano nell'85. Sui giornali ho letto che si chiamava Narducci, non ho mai visto foto di questa persona neppure sui giornali, mi viene detto che secondo gli esiti di alcuni accertamenti eseguiti dalla Polizia Giudiziaria, il Narducci avrebbe frequentato, nel periodo antecedente l'omicidio dell'85, San Casciano e in particolare il farmacista Calamandrei, io di tale persona non avevo mai sentito parlare prima che il suo nome non venisse sui giornali." Gli furono mostrate alcune foto di Francesco Narducci. Il Marchi dichiarò: "Dopo aver visionato attentamente tali foto le dico che non mi sembra proprio di aver mai avuto a che fare con tale persona, nè posso dire di averla mai vista in San Casciano. Mi viene detto che lo stesso aveva un auto Citroen DS di colore verde targata Perugia. Le dico che per quanto ricordo un auto di quel tipo ma di colore marrone, rosso fegato, l'aveva ...omissis... che era un cantore del coro del comunale che stava a San Casciano in Piazza Pierozzi ma ora è deceduto. Non ho memoria di aver visto un auto di colore verde a San Casciano. A domanda rispondo, le persone che possono aver visto questo Narducci se effettivamente frequentava la farmacia Calamandrei, possono essere i commessi che vi lavoravano all'epoca e la commessa che vi lavorava all'epoca è quella Bagni di cui le ho già letto le dichiarazioni e di cui leggerò anche le altre successive. Per quanto riguarda l'auto Citroen potrei controllare, se tale auto risulta mai sanzionata a San Casciano, datemi la targa..." Il controllo ebbe esito negativo.
Rif.1 - Sentenza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze contro Francesco Calamandrei del 21 maggio 2008

sabato 10 ottobre 2009

Claudio Bindi

Figlio di Edoardo. Fu sentito il 22 settembre 1983. Riferì: "Ricordo che negli anni in cui mi recavo con mio padre a lavorare nei campi di via di Giogoli, verso la fine degli anni '70, inizio anni '80, spesso mi capitava di vedere un signore di nazionalità tedesca in compagnia di una signora svizzera che passeggiavano in via di Giogoli. Gli stessi abitavano negli appartamenti ristrutturati dei Martelli ubicati dietro villa La Sfacciata. Posso descrivere il signore tedesco come una persona di circa 35 anni, alto, robusto, viso tondo, capelli corti, mentre la signora svizzera era una donna di 28-33 anni, alta circa m 1,90, capelli lisci lunghi e chiari, molto attraente. Ricordo che la stessa girava in bicicletta nei pressi della villa. In quegli anni , non mi ricordo la data precisa in quanto ero molto giovane, la signora svizzera chiese a mia madre se io potevo andare ad aiutarla a passare dei cavi elettrici all'interno del suo appartamento; mia madre acconsentì ed io mi recai due giorni consecutivi in casa della svizzera e l'aiutai a montare i lampadari. Ricordo che nell'occasione la signora mi confidò di essere una donna sportiva e mi mostrò degli anelli ginnici che usava per fare ginnastica ma non notai niente di strano."
Rif.1 - Sentenza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze contro Francesco Calamandrei del 21 maggio 2008

venerdì 9 ottobre 2009

Edoardo Bindi

Fu sentito il 22 settembre 2003, nel verbale redatto dai Carabinieri si legge: "Fuori dal recinto della villa La Sfacciata vi erano alcune abitazioni che furono ristrutturate dal Martelli Martino e date in affitto. Tra gli affittuari ricordo un signore tedesco che all'epoca aveva circa 50 anni e si diceva avesse una fabbrica a Prato. Un'altra affittuaria era una signora svizzera, una bella donna di circa 45 anni, alta, coi capelli lisci castani chiari lunghi fino alle spalle, che si vedeva spesso girare in bicicletta. Negli anni che vabbo dal 1978 agli inizi degli anni '80, quando mi recavo a lavorare nel podere del Nordico vedevo spesso il signore tedesco passeggiare con la signora svizzera, di cui non so fornirvi i nomi e coi quali, a parte i convenevoli, non ho mai intrattenuto nessuna conversazione." Il 7 maggio 1985 fece verbalizzare: "...prendo atto di quanto mi comunica, io non sono in grado di stabilire chi abbia potuto avere interesse a calunniarmi affermando con una telefonata anonima che io potrei essere interessante alle indagini sul cosiddetto "mostro di Firenze" in quanto tale anonimo mi ritiene peraltro un guardone ed omosesuale, io non sono mai stato un omosessuale nè mi ritengo un omosessuale. Chi ha voluto fare tale segnalazione credo che abbia voluto farmi uno scherzo di cattivo gusto... Fino a qualche anno fa ero colono ed avevo la disponibilità di un terreno sito in località Giogoli, nel quale coltivavo le piante e seminavo qualche ortaggio ed in particolare allevavo conigli e galline. Per tale motivo, quando ero libero dal servizio mi recavo in detto terreno per eseguire i lavori di cui prima ho parlato. Nelle vicinanze di detto appezzamento di terra era sita una villa di proprietà di un certo Martelli; sempre nelle vicinanze di detto terreno vi era una casa colonica affittata da un cittadino tedesco che convive, almeno credo, con una donna di nazionalità svizzera. Al riguardo posso dire che tale donna era solita fare qualche giro sulla bicicletta nella zona in costume da bagno..."
Rif.1 - Sentenza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze contro Francesco Calamandrei del 21 maggio 2008

giovedì 8 ottobre 2009

Guido Martelli

Nipote di Martino Martelli, proprietario di villa La Sfacciata negli anni '80. Si trova traccia di alcune sue dichiarazioni in una relazione di servizio dattiloscritta il 29 agosto 1984. In questa vi si legge: "Oggi 29 corrente mese mi sono recato in Via di Giogoli al civico presso l'abitazione del Sig. Martelli Guido, per accertamenti di Polizia Giudiziaria. Giunto sul posto notavo che il cancello era chiuso a chiave e dopo alcuni minuti è arrivato tale Martelli Nerio, fratello dello stesso Martelli Guido che dopo essermi presentato e avergli chiesto se c'era il di lui fratello mi diceva che non c'era in casa e che anche lui lo stava cercando. Dopo alcune insistenze da parte mia lui mi diceva che non sapeva se poteva farmi entrare vista l'assenza di suo fratello. Dopo le mie continue insistenze riuscii a farmi portare da suo fratello, che si trovava all'interno del giardino ad effettuare alcuni lavori. Presentandomi al Martelli Guido gli spiegavo di cosa si trattava la mia ricerca e lui mi diceva di non potermi aiutare in quanto non aveva mai visto il soggetto da me indicato (Rolf Reinecke ndr) comportarsi in detto modo. Alla domanda se in quella abitazione vi fosse mai abitato una donna tedesca oppure svizzera lui rispondeva con sicurezza di no. Mentre io sapevo benissimo che tempo addietro vi era detta donna che abitava con suo marito di provenienza inglese. Confidenza dataci da certa persona degna di fiducia, faccio inoltre presente che alla Stazione Carabinieri di Scandicci il Comandante ha asserito che tempo addietro trovarono all'interno della sua tenuta un'autovettura con a bordo un uomo carbonizzato e quel caso rimase un pò dubbio."
Rif.1 - Sentenza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze contro Francesco Calamandrei del 21 maggio 2008

mercoledì 7 ottobre 2009

Michele Giuttari - Intervista su L'Unità - 23 ottobre 2006

La giornalista Silvia Gigli raccolse l'intervista che segue per il quotidiano L'Unità.
Dottor Giuttari, lei sta per chiudere l'inchiesta sulla morte di Narducci,ma il "caso mostro" regala ancora novità…
Ho concluso da tempo la collaborazione con la procura di Firenze e quindi le indagini sui mandanti. Negli ultimi tempi avevamo ottiche investigative diverse. Penso che la posizione del mandante non sia chiarita, c’è ancora da indagare.
Cosa c’è di nuovo?
Abbiamo rinvenuto in un faldone un fazzoletto intriso di sangue e contenente peli umani, trovato con un paio di guanti da chirurgo sul luogo dell delitto degli Scopeti. Era spillato al verbale, in una busta, e stava lì da 21 anni. Il sangue era risultato umano, del gruppo B, che non era quello delle vittime e di nessuno dei condannati e indagati. Lo stesso gruppo rilevato su capelli trovati nella mano di una donna uccisa a Firenze, collegata ai delitti del mostro. Erano castani, come il pelo sul fazzolettino degli Scopeti, e del gruppo B. L'omicidio è rimasto opera d'ignoti. Sarebbe stato utile fare un raffronto col fazzoletto.
C'è altro?
Sì. C'era da approfondire l'analisi su un reperto trovato a casa di uno dei sospettati la notte dell'omicidio di Vicchio dell'84: un fazzoletto con macchie. Analizzate nell'87 dai carabinieri, erano risultate di sangue umano del gruppo B. Il reperto fu portato dai carabinieri in Inghilterra per sottoporlo al dna, ma non abbiamo trovato traccia dell'esito di questo esame. Credo che un'inchiesta sul mandante che lascia aperti questi aspetti non sia completa. Il caso mostro sarà destinato a far parlaresempredi sé come una storia piena di misteri, su cui non si è voluto indagare in profondità.
Quando avete comunicato ai PM le novità che avevate trovato?
Nel marzo 2004, dopo la scoperta di questo fatto per noi nuovo.
Che cosa è accaduto allora?
Non lo so perché nel luglio 2004, su richiesta del PM Paolo Canessa, titolare dell'indagine, ho fatto consegnare il reperto. Non ho saputo nulla.
Nessun supplemento d'indagine?
Che io sappia, no.
I giornali parlarono anche di un paio di guanti da chirurgo...
Non li abbiamo trovati. Sappiamo che erano di taglia 7, troppo piccoli per Vanni o Pacciani. Erano stati indossati, lo rivelano coloro che li trovarono sotto un cespuglio sul viottolo in cui fu trovato il francese ucciso.
Sotto le unghie del ragazzo c'era materiale organico…
Sì, furono trovate tracce di pelle. Il francese era un atleta e forse aveva reagito. Forse graffiò uno degli aggressori. E questi può essersi tamponato la ferita col fazzolettino. Purtroppo quei reperti non furono analizzati.
Come avete scoperto il fazzoletto insanguinato dell'84?
Rileggendo tutte le carte. È un dato che all'epoca forse non diceva nulla. Non bisogna essere grandi investigatori per capirne l'importanza.
Nessuno ne era a conoscenza?
No, perlomeno non noi.
Il mostro di Firenze rimarrà uno dei tanti misteri italiani?
Come investigatore sono pessimista: tante cose non quadrano.
A cosa si riferisce?
Alle difficoltà che abbiamo incontrato negli ultimi tempi. L'inchiesta che mi vede accusato di falso a Genova, per esempio. L'aver voluto fare della mia persona un bersaglio giudiziario e mediatico.
Che idea si è fatto?
È una vicenda assurda, che fa riflettere su come certi OM conducono le indagini, con preconcetti e a senso unico.
Lei denuncia una cosa grave…
Gravissima. Penso a ciò che può capitare a inermi cittadini. Non è la giustizia cui ho dedicato 29 anni servendo lo Stato. Più volte ho pensato a un'inchiesta parlamentare e un'ispezione ministeriale sulla gestione di questa indagine da parte del pm di Genova.
Il suo è un appello a Mastella.
Nell'interesse sociale, sì. Non avrà difficoltà ad accertare i fatti.
I vertici della polizia di Stato come hanno seguito il caso?
Non ho più visto l'interesse dimostrato in altre attività investigative. Sono stati lontani anche sulla vicenda genovese. Il pm di Perugia li ha più volte cercati, pare non abbiano risposto. Hanno invece incontrato qualche indagato. Liberi,ma non rispondere a un PM non è bello.
L'indagine le fu affidata dall'allora procuratore Vigna…
Provo forte nostalgia del procuratore Vigna. Se fosse rimasto, tante cose non si
sarebbero verificate.
Rif.1 - L'Unità - 23 ottobre 2006 pag.6

martedì 6 ottobre 2009

Udienza del 20 maggio 1999 - 2

Quella che segue è una sintesi dell'udienza del 20 maggio 1999 relativa al Processo d'appello per i delitti del "mostro di Firenze" davanti alla prima sezione della Corte d'Assise d'Appello di Firenze.

Segue dalla parte 1

Procuratore Generale: Il possesso della 128, questo elemento considerato da tutti fondamentale gli va messo almeno, almeno, uno o due punti interrogativi. Riscontri oggettivi su Scopeti. Che a distanza di anni che uno abbia sentito un colpo, due colpi invece che cinque, invece che sette o nove è perfettamente normale ma qui non si tratta del numero di colpi ma di descrizioni, come per la 128, si adegua all'evolversi della situazione. I proiettili vengono visti sparati addosso al francese che corre e poi viceversa li ritroviamo lì dov'erano, davanti alla tenda; francese che viene sparato dopo che l'ha preso per il collo e poi si cambia idea e spunta la lucina. Quindi se mi ricordo oggi una cosa, domani me ne ricordo un'altra, mi sta benissimo, ma se i ricordi si contraddicono perchè si cambia versione dei fatti, allora sotto il profilo penale, se uno mi racconta un fatto, pace, ma se da certe dichiarazioni bisogna arrivare ad un giudizio di colpevolezza o non colpevolezza allora secondo me bisogna andarci con i piedi di piombo per il principio del favor rei. Anche a Vicchio le versioni sono parecchie, prima escono dalla macchina vanno a guardare, tornano indietro, pigliano la pistola e il coltello, poi lì c'è un fiume e questo coltello che non è mai stato lavato, viene lavato lì dove c'è la possibilità di farlo, ma per fare questa operazione devono attraversare la strada. Nel delitto di Vicchio, nemmeno le ore quadrano, intanto incroci di macchine, Lotti non ce ne dice; la Frigo colloca le due automobili in un orario incompatibile, all'una di notte. Un riscontro a questa dichiarazione della via di fuga secondo me non la troviamo nella Frigo e nemmeno nelle dichiarazioni Caini/Martelli . Indicare il casolare, se io ci sono stato in un casolare io vi porto da qualsiasi parte, perche se per caso sono stato nella campagna di Pavia e voglio dirvi qualcosa su Pavia mi ricorderò del casolare, ma se uno si muove per la campagna come si muoveva Lotti, aver indicato questo casolare, non è, secondo me, un elemento di riscontro perchè la descrizione di quel casolare è vaga. Riscontro che fa la sentenza, "quanto al Pacciani stessa arma", l'argomento mi pare debole perchè allora pigliate tutti gli altri omicidi metteteli nel mucchio e per questa strada abbiamo la prova su tutto. L'interessamento del Vanni sulla piazzola di Vicchio, devo trovare riscontri alle dichiarazioni di Lotti, interessamento del Vanni alla piazzola di Vicchio, mi finisce col riportare al Lotti e posso semplicemente attaccarmi alla risposta che Vanni da in argomento, che insomma di Vicchio ne hanno parlato ma a lui l'operazione "non interessava" ma qua il discorso si spiega; se uno non vuol parlare dice: "a me di vicchio non mi ha parlato", punto e basta, ma che questi al bar si vedessero tutti i giorni e si parlavano tutti i giorni è un fatto certo e siccome avevano certi interessi, il fatto che Lotti ha visto una coppietta amoreggiare dentro questa Panda e ne parla al bar non è ancora dimostrato, questo interessamento del Vanni alla piazzola di vicchio. Quanto agli altri duplici omicidi Baccaiano e Giogoli, dice la sentenza, si ricava dalla perizia De Fazio, da Scopeti e da Vicchio, anche se nulla si può dire sulle esciussioni che non vi sono state e mi sembra che così dicendo si riconosca un'assenza di riscontri esterni. Vi è poi la lettera Nesi, ricevuta da Vanni, il quale ha precisato la data, fine del '91, ci sono un sacco di lettere che escono dal carcere, Pacciani è in carcere condannato per fatti relativi alle figlie, però ad un certo punto, riceve un'informazione di garanzia per i reati di questo processo e quindi può esserci. E' stato in carcere dal 30 maggio '87 al 6 dicembre '91, il 29 ottobre riceve l'informazione di garanzia. Di questa lettera ne sappiamo ben poco, così come non si sa se la lettera strappata, della quale si è parlato con l'avvocato, ma della quale non conosciamo il contenuto, non possiamo dire, come si dice in sentenza, che la fretta di andare dalla Angiolina accompagnato sotto la pioggia dal Nesi Lorenzo, dimostra l'urgenza di recarsi a casa. E che doveva fare? Doveva far sparire qualche cosa? E che cosa doveva far sparire? La pistola. Ma se avessimo avuto questa lettera allora questo sarebbe stato un elemento forte, ma questa lettera non l'abbiamo e di questa lettera si dice parli di "gravi fatti di sangue", dall'altra parte si dice che il Pacciani avrebbe rimproverato Vanni "Tu parli troppo" io non ho trovato da nessuna parte qualche elemento di conforto a questa faccenda. Poi c'è la storia Calamosca, che sarebbe stato incaricato da Pacciani di ammazzare eccetera eccetera, perchè Pacciani è in carcere, "ammazza qualcheduno così mi fai uscire", com'è successo altre volte, ma è una storia che è rimasta affidata al racconto nebuloso del Calamosca. Per Calenzano i riscontri sono ancora di meno, il riscontro si limita al Pucci che dice "hanno morto anche quelli di Calenzano" e poi ci sono le dichiarazioni del Lotti. Tra dichiarazioni rese in istruttoria, in incidente probatorio, e in dibattimento ci sono anche contraddizioni, la più grave secondo me è quando dice che lui non sa nulla del perchè fossero andati a casa del Giovanni e soltanto dopo verrà fuori che sono andati a casa del Giovanni per lavarsi le mani. Son risposte che a mio avviso vengono date lì per lì, quindi pur considerando il Lotti un teste attendibile, questi riscontri esterni li posso andare a trovare sul Pucci. Secondo me il Pucci del dibattimento non può essere utilizzato a riscontro di dichiarazioni.
Segue...

lunedì 5 ottobre 2009

Violante Pieri

Figlia dei proprietari della villa in via B. Fortini, a Firenze, presso cui aveva abitato Mario Robert Parker. Costei dichiarò alla Polizia di avervi vissuto fino al 1982, anno in cui i genitori si separarono e la villa fu venduta. Mario Robert Parker era amico di famiglia e fu ospitato in una porzione dell’abitazione. Riferì agli inquirenti: “Robert era per me come un fratello. Era una persona dolcissima, spiritosa, ricordo che vestiva molto elegantemente ed era molto curato nella persona. Era molto alto, circa 1,90 mt, con una corporatura adeguata all’altezza, non passava certo inosservato. Anche se lui personalmente non ha mai dichiarato di essere gay, lo sapevamo tutti che lo era. (…) Ricordo comunque che aveva un orologio tipo Rolex, mi pare di ricordare un Sub Mariner oro e acciaio, ma di questo non ne sono assolutamente certa. (…) Quando Robert frequentava la villa di via Benedetto Fortini, lavorava presso una ditta di Tavarnelle che produceva abbigliamento. Non ricordo se era disegnatore o seguiva la produzione di detta ditta. Successivamente si trasferì a Milano a lavorare per Prada; dapprima viveva in una casa in affitto in Via Castelmorrone, dove io sono stata anche ospite e successivamente acquistò un appartamento al piano alto di uno stabile sito forse nella stessa via, comunque molto vicino all’appartamento che aveva in affitto. Era un appartamento piccolo, bello e curato. (…) Per quanto riguarda le amicizie di Robert devo dire che lui è sempre stato una persona molto riservata e non mi ha mai raccontato la sua vita privata. Sono comunque a conoscenza che la sua migliore amica era la signora Silvia che abita a Milano e che io ho conosciuto. Ricordo che in una occasione, negli ultimi tempi, poco prima che Robert morisse, io mi sono recata a Milano a trovarlo e la signora Silvia mi venne a prendere alla stazione ferroviaria e mi accompagnò presso l’appartamento di Robert e successivamente mi riaccompagnò alla stazione. L’ultima volta che vidi Silvia fu in occasione del funerale di Robert che si è svolto a Pisa in quanto lui era ricoverato presso l’ospedale della città. Di Silvia ricordo che all’epoca era una signora di circa 40 anni, con capelli castani, alta, magra ed aveva dei figli, non ricordo altri particolari, posso presumere che la stessa è conosciuta dai genitori di Robert."
Rif.1 - Sentenza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze contro Francesco Calamandrei del 21 maggio 2008

sabato 3 ottobre 2009

Non tutti sanno ascoltare

Autore: Vinavin

Prima edizione: Edizioni Mito - 2009 - 190pp - brossurato

Dalla presentazione:"Dopo anni di inutili tentativi per far emergere la verità sui delitti seriali avvenuti nei dintorni di Firenze negli anni ’81-’85 per opera del maniaco delle coppiette, esce questo libro, in modo alquanto forzato, il quale getta non una luce nuova, ma quella luce che si è sempre attesa.Per illustrare o descrivere ciò che è avvenuto, si potrebbe o dovrebbe adoperare termini come: incredibile, sconcertante, allucinante, demenziale, infernale, ecc...La lettura di questo testo verità, darà ampia soddisfazione ad ognuno e, ognuno potrà usare il termine che più gli aggrada. Dilungarsi non serve.Buona lettura!"
Maggiori info sul sito di Vinavin.

venerdì 2 ottobre 2009

Silvano Matteuzzi

Titolare della trattoria “Al Ponte Rotto” ubicata appena fuori San Casciano Val di Pesa. Fu sentito dalla Polizia Giudiziaria l’8 gennaio 1997 ed il 28 agosto 2003. Il 25 gennaio 2005 dichiarò: “Confermo le dichiarazioni già rese, Lotti lo si conosceva perché lavorava alla draga, che è lì vicino accanto alla trattoria. (…) Si, conoscevo sia Vanni che Lotti. Venivano nelle ore pomeridiane a bere un bicchiere di vino e frequentavano la mia trattoria nelle ore pomeridiane. (…) Come ho già detto, Vanni veniva anche in compagnia di persone più distinte che venivano a cena la sera. (…) Ricordo che sicuramente insieme al Vanni, che al termine della cena in genere cantava, c’era il signor OMISSIS e il marito di una signora siciliana. Vi era tale
OMISSIS; con loro a queste cene c’era anche il farmacista Calamandrei Francesco e altri benestanti di cui non ricordo il nome. Mi vengono mostrate le foto dalla 1 alla 4, nelle quali mi viene espressamente detto che è raffigurato Narducci Francesco, ne ho sentito parlare di questa persona sui giornali recentemente, ho anche visto alcune sue foto, sempre sui giornali e nell’album che mi venne mostrato la volta scorsa dalla Polizia. Dopo aver visionato le foto da 1 a 4, posso dire che non mi ricordano nessuno che ho conosciuto di persona. Un altro che veniva a pranzo era il Nesi Lorenzo, che aveva una maglieria a San Casciano. Non ricordo di aver visto Nesi e Vanni venire insieme. Tornando alle volte in cui Vanni veniva a cena con persone benestanti, ora ricordo che oltre Salamandre e agli altri c’era anche un certo OMISSIS, che lavorava nelle Officine Stianti ed un certo OMISSIS che lavorara alle Poste. (…) Per quanto riguarda il Pacciani, debbo dire che ho pensato al fatto se mai l’ho visto nel mio locale e mi è venuto in mente che forse l’ho visto qualche volta a bere vino di pomeriggio. Mi è venuto in mente un ricordo relativo ad una domenica pomeriggio d’estate, in cui un gruppo di persone beveva nel mio locale ed una persona, che mi sembra proprio Pacciani, teneva banco e gli altri gli andavano dietro. Ricordo anche che gli altri lo incitavano dicendogli “Pietro, Pietro”. Mi sembra che volessero andare da qualche parte, forse a una festa paesana. Quando ho visto il Pacciani in televisione o sui giornali, mi è venuto in mente questo ricordo. Quel pomeriggio mi sembra che tra gli altri, sette o otto che erano con lui, vi erano anche Lotti, Vanni, OMISSIS. (…) Come ho detto, parlando delle persone benestanti che venivano a cena, vi era senz’altro il Calamandrei. Si tratta di cene di soli uomini al termine delle quali il Vanni faceva il chiassone. Lui terminava sempre con il saluto romano. Cantavano anche canzoni partigiane. Calamandrei però a volte veniva anche con la famiglia. Non sono in grado di dire che auto avesse il Calamandrei. Conosco l’auto Citroen modello DS. Non ricordo di aver mai conosciuto qualcuno che possedesse tale auto. Non ricordo di aver visto persone con un’auto simile di colore verde nel mio locale.”

Anche il figlio, Alessandro, il 21 gennaio 2005 negava d’aver mai visto il Narducci presso la trattoria del padre.
Rif.1 - Sentenza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze contro Francesco Calamandrei del 21 maggio 2008

giovedì 1 ottobre 2009

Don Attilio Belladelli

Parroco a S. Jacopo a Sambuca (Tavarnelle Val di Pesa). Il 31 maggio 2005 dichiarò agli inquirenti: “Conobbi la Ciulli nell’anno ’84 o giù di lì; ricordo anche un episodio particolare: era una notte d’estate, mi sembra del 1991, in cui Mariella si presentò scalza a casa mia, era agosto, suonò, andò subito in giardino e mi disse che sentiva delle voci che le dicevano che doveva scappare, perché c’erano delle bombe; ricordo anche che successivamente fu ricoverata."
Il 21 dicembre 2001 Mariella Ciulli si recò da Don Belladelli per informarlo che a breve avrebbe avuto luogo il nono duplice omicidio del “mostro di Firenze” presso la Madonna del Sasso (non lontano da Pontassieve) ad opera di suo marito Francesco, suo figlio Marco ed il dottor Pier Luigi Vigna. Il 6 luglio 2007 dinanzi ai PM, Don Belladelli, fece verbalizzare: “Io ero allarmatissimo perché il racconto della Ciulli era preciso e perentorio, nel racconto non c’era nessuna componente che denotasse in se un qualche squilibrio. La donna parlava come un’agitata, ma con la testa a posto. In particolare, non cadde mai in una qualche contraddizione, da farmi sospettare che la cosa fosse inventata, magari per darsi importanza, o comunque che lei fosse fuori di testa. Il fatto che la donna parlasse di un evento di quella stessa notte e il realismo con cui parlava, mi indussero a cercare contatto immediato con le forze dell’ordine, cosicché contattai telefonicamente il maresciallo Tagliaferro, che la conosceva bene. (…) Poi non basa, arriva un secondo gruppo di Carabinieri più esperti (intervenne un gruppo di poliziotti della S.A.M.. con il Maresciallo Frillici in testa n.d.r.). Ricordo che in un primo momento conferirono con il Tagliaferro e poi tutti ad un medesimo tavolo vollero sentire il racconto da me, che mi era stato fatto dalla donna. Fu nel corso di questo racconto che uno dei Carabinieri, sentendo che questa donna si agitava molto, mi chiese nel dettaglio che tipo di movimenti costei faceva; a seguito delle indicazioni che io detti mi fu detto che in effetti si trattava di persona che loro conoscevano, perché aveva già fatto a loro questo tipo di rivelazioni. Devo dire con sincerità che fu solo in quel momento e a seguito di questa affermazione, che mi venne il sospetto che la donna potesse essere una persona con dei problemi mentali e che quindi parlava per esibizionismo o millanteria. Dalle affermazioni che io resi, non mi pare di ricordare che fu fatto un preciso verbale, come stiamo facendo in questo momento; probabilmente ciò si spiega con la ragione che il racconto si riferiva ad un evento così imminente che le Forze dell’Ordine furono prese dall’urgenza di apprestare i relativi controlli. Essendo i fatti tanto gravi era meglio secondo i Carabinieri svolgere gli opportuni accertamenti in merito. Io, per parte mia, tornai in parrocchia talmente colpito dalla cosa che mi raccolsi in preghiera, andando addirittura in chiesa, che riaprii per questo specifico scopo. Seguii con apprensione le cronache giornalistiche del giorno dopo, rimanendo rinfrancato dall’assenza di qualsiasi riferimento al racconto fatto dalla Ciulli. Ricordo che addirittura aprii il televisore alle sei della mattina per seguire i primi annunci di cronaca. Prendo atto che nell’annotazione dei Carabinieri, oltre a quanto già riferito, si cita specificatamente un richiamo che la donna avrebbe fatto alla responsabilità del marito, nella vicenda da lei raccontata, nonché al coinvolgimento del figlio, causato dallo stesso marito. Il richiamo al figlio mi ha in effetti fatto venire in mente che la donna disse che si era indotta a parlare con me di questa vicenda proprio perché temeva il coinvolgimento del suo ambito familiare, in persona, appunto, del marito e del figlio. Quanto al fatto che la donna abbia dichiarato che vi era nel gruppo, a cui faceva riferimento, anche un’implicazione di persone legate alle indagini e addirittura del Procuratore, ora che lei mi dice che ciò risulta dall’annotazione di Polizia Giudiziaria, che io abbia parlato in questi termini al maresciallo Tagliaferro, devo dire… confermarglielo. Può darsi che questi richiami siano stati anzi proprio quelli che hanno contribuito a rendere ancora più impellente l’urgenza di parlarne con le forze dell’ordine.”
Rif.1 - Sentenza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze contro Francesco Calamandrei del 21 maggio 2008
 
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