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lunedì 31 agosto 2009

REPLAY - Pietro Pacciani - Intervista su La Repubblica 15-02-1996

Il 15 febbraio 1996, dopo essere stato assolto dalla Corte d'Assise d'appello, Pietro Pacciani rilascia l'intervista che segue a La Repubblica.
Mi sembra d' essere ancora in carcere, e tutto per colpa di quei lazzaroni, lì sotto.
Sono fotografi, è il mestiere...
Sono lazzaroni e basta. Anche al processo mi stavano addosso e un' mi facevano respirare.
Ma ora come si sente?
Sto un po' meglio, ma ancora un' sto bene. Stanotte ho dormito in camera con un mio amico, conosciuto a Sollicciano, in carcere. M' addormentavo e mi svegliavo di continuo, sognavo cose strane, pensavo a tante cose.
A cosa?
A cosa? Mi ci vorrebbe un cervello elettronico per star dietro a tutto quello che dicono e fanno su di me. Un giorno m' accusano, i' giorno dopo prendono il Vanni, i' giorno dopo ancora mi buttan fuori...
Già Mario Vanni, il suo grande amico.
Ma che grande amico. L' è un povero cristo, col vizio di bere, ma l' è bono, bono, non farebbe male neanche a una coccinella. L' hanno messo dentro per creare un simbolo. Io ci uscivo, s' andava a mangiare qualche panino insieme, ma solo quello, il resto son menzogne, falsità.
Sono accuse, soprattutto.
Sì, lo so, sono accuse. Son tre anni che mi fanno impazzire. Poliziotti, carabinieri, giudici, m' hanno razzolato dentro, m' hanno fatto ammalare. Mi ricordo Canessa, madonna quante ne ha dette su di me. Io lo sentivo, mi ribolliva i' sangue ma un' potevo rispondere. E quelle parole che non gridavo mi restavano dentro, mi bruciavano l' anima.
Cosa avrebbe voluto dire?
Volevo dire che erano tutte menzogne. Che io sono un brav' omo, che ha lavorato sodo per tutta la vita. Dicono che andavo in giro per spiare le coppiette. Che mi caschi la vista se l' ho fatto. E uscivo sempre con un maresciallo dei carabinieri, figuratevi se potevo fare cose disoneste. Dicono che la gente mi chiamava i' Vampa perché m' arrabbiavo subito, ero violento e mi veniva i' viso rosso. Non è vero. Avevo i' viso rosso, bruciato dal sole perché sudavo nei campi. C' ho passato la vita a lavorare in campagna. Eppoi tutti quelli che m' hanno accusato. Tutti bugiardi.
Anche gli ultimi testimoni venuti allo scoperto ora?
Tutti, tutti bugiardi. Se la gente seguisse i dieci comandamenti, non rubare, non amare la donna degli altri, non uccidere e il resto della parola di Dio, si starebbe tutti meglio ni' mondo.
Ma ora è finito tutto.
Speriamo, speriamo, io quei fatti non li ho commessi, l' ho giurato di fronte a Dio, di fronte alla giustizia e al mondo intero.
(si accende una sigaretta)
Sa, devo fumare di nascosto perché mi fa male e suor Elisabetta non vuole. Io avevo anche smesso, ma poi vorrei vedere lei chiuso in una cella buia, da solo.
E' stato a lungo in isolamento?
Perdio. Poi per fortuna m' hanno messo con gli altri. Eravamo in sei, e si stava benino. La domenica pigliavo la farina, gli buttavo dentro le uova, facevo una sfoglia lunga lunga, e la tagliavo a fili per far le fettuccine grosse così, come i' mi' dito. Poi col coniglio facevo i' sugo. Sentisse che buono. Per questo mi chiamavano anche dalle altre celle. ' Pietro vieni da noi domenica a cucinare' mi dicevano.
Come passava le giornate?
Pregavo, giocavo a carte, mica a soldi però, e vedevo la televisione. Magari qualche partita di calcio, tipo la Fiorentina domenica sera.
Perché? E' un tifoso?
Un pochino, ma preferisco i' ciclismo, i tempi di Bartali e Coppi sì che erano belli e più puliti di ora. Ha visto Maradona nel calcio? L' era un campione eppoi s' è saputo che pigliava droga.
Pacciani ormai tutto questo è il passato. Che farà da domani?
Ho fatto un voto, farò un pellegrinaggio eppoi voglio tornare a casa mia, all' orto di Mercatale, dalla mi' moglie, quella povera donna dell' Angiolina.
Ma l' ha sentita appena uscito?
No, ho chiamato un sacco di volte, ma l' ha staccao i' telefono.
Non vuole parlare con lei?
Macché, è che i giornalisti, i fotografi la fanno diventare pazza e lei, per star tranquilla, stacca i' telefono e non apre la porta a nessuno. Icchè deve fare povera donna...
E le figlie?
Anche con loro un' c' ho mica parlato. Poverine, ne hanno passate di tutti i colori per colpa di questi tre anni d' inferno e di falsità.
Chi l' ha consigliato di non tornare subito a casa?
Abbiamo deciso tutto con le suore. Dopo la sentenza c' era tutto i' mondo fuori dal carcere. Così i carabinieri hanno fatto uscire una camionetta dicendo che ero lì, e invece io sono uscito da un cancellino di dietro sulla Uno di suor Elisabetta. Ci abbiamo messo parecchio per arrivare qui in piazza Santo Spirito, c' era un traffico che s' impazziva. Però siamo entrati senza essere visti da nessuno e quando più tardi son arrivati i giornalisti, io l' ero già nella mi' stanza.
Un bel trucco...
E me ne hanno fatti un po' a me di trucchi e di inganni. Ma alla fine ha visto che la verità è venuta a galla. Ora però perdono tutti, tutti quelli che m' hanno accusato, m' hanno fatto ammalare.
Perdona anche i giornalisti?
Non tutti, e stanno tutti là sotto, che pare un assedio. Ma io non mollo, io parlo con chi mi pare, e ora alla finestra un' m' affaccio. Più tardi, quando vengono i miei avvocati si vedrà.
Ma al processo d' appello perché non si è fatto vedere?
Perché stavo male, avevo un male alle gambe da impazzire. L' è un fatto nervoso, m' ha detto i' mi' dottore. Nervoso o no io un' camminavo, per far venti metri ci mettevo mezz' ora. Ora sto un po' meglio, ho preso delle pasticche, ma le gambe mi fanno sempre male.
Forse è stato meglio visto come è andata a finire...
Un' so nulla. Io so solo che anche se sono analfabeta posso insegnare a tanti come ci si muove nella vita.
Magari ora decide di scrivere un libro di memorie?
Mah, e ne hanno scritti già parecchi di libri su di me, qualcuno giusto, qualcuno che non mi piace per nulla.
Li ha letti tutti?
Quasi... ora però vorrei riposare un pochino. Vorrei farmi la barba, un bagno come si deve.
Eppoi magari tornare a Mercatale?
E dagli con Mercatale! Ancora è troppo presto, ma quella è casa mia e prima o poi ci voglio rientrare, un' mi voglio mica fare frate e andare in convento.
Un' ultima cosa. Chi è il mostro secondo lei?
Un pazzo, un malato. Perché uno che uccide dei poveri ragazzi che fanno l' amore può essere solo un malato.
Rif.1 - La Repubblica - 15 febbraio 1996 pag. 9

domenica 30 agosto 2009

REPLAY - Luca Santucci

Nel primo pomeriggio del 9 settembre, Luca Santucci, originario di San Casciano, di professione cameriere, aveva parcheggiato la sua auto a Scopeti, accanto a quella di Nadine Mauriot e Jean Michel Kraveichvili, e si era inoltrato nel bosco alla ricerca di funghi. Intorno alle 14,30 aveva informato telefonicamente la locale Stazione Carabinieri del rinvenimento del cadavere di un uomo riverso in mezzo ai cespugli, cadavere che sarebbe stato poi identificato per quello di Kraveichvili Michel. Successivamente i militari intervenuti scoprivano all'interno della tenda il cadavere mutilato della Nadine Mauriot. Dichiarò d'aver notato: "un odore strano assieme ad un ronzio di mosche, ho pensato che lì in giro ci fosse un gatto morto. Dalla parte della tenda non ho notato niente. Allora ho allungato verso la macchia di cespugli dalla parte opposta. E in quel momento l'ho visto: due piedi nudi spuntavano fuori dal verde. Mi sono avvicinato, ho guardato meglio e ho visto un corpo coperto di sangue fino al collo. Sulla testa c'era una specie di coperchio. Non ho avuto il coraggio di avvicinarmi oltre. Avevo il cuore in gola quando sono arrivato a San Casciano. Ho chiamato mio padre. Non mi voleva credere. Alla fine, però, l'ho convinto ad andare dai carabinieri".
Rif.1 - Dolci colline di sangue pag.
Rif.2 - Sentenza della Corte di Assise dell'1 novembre 1994 contro Pietro Pacciani

sabato 29 agosto 2009

REPLAY - Giuseppe Bevilacqua

Originario del New Jersey, negli anni '60 si trasferì in Italia. Fu a lungo direttore del cimitero americano ai Falciani (San Casciano). Il 6 giugno 1994, quando fu chiamato a deporre durante il processo a Pietro Pacciani, dirigeva il cimitero di Anzio. Nel 1985 Bevilacqua abitava a 300/400 metri in linea d' aria dal luogo in cui persero la vita Nadine Mauriot e Jean Michel Kravechvili. Durante l'udienza dichiarò: "Io all’epoca di quell’omicidio avevo due cani, uno è campione di difesa e a un certo punto, quella sera, si misero a saltare perché volevano scavalcare la rete alta quasi due metri e mezzo. Forse i cani si resero conto che stava succedendo qualcosa e con le orecchie sentivano il francese che urlava. A quel punto decisi di mettere i cani a catena. Dopo, quando ho sentito la mattina sulla radio tutto il resoconto della faccenda, io volevo parlare con un poliziotto e spiegare più o meno che orario era (...). Sì, la notizia dell’omicidio dei due francesi l’ho sentita al giornale radio la mattina dopo alle sei e trenta, perché io normalmente metto la radio a quell’ora per sentire il notiziario, perché è quella l’ora in cui io andavo a lavorare. Dopo, quando sono andato a prendere il caffè, ho visto che la strada per andare al Ponte Scopeti, in su, era chiusa. Io ho sentito i cani che abbaiavano attorno dalle undici di sera, alle due di mattina, e la notizia dell’omicidio l’ho sentita la mattina dopo". Il mercoledì di quella stessa settimana precedente all'omicidio, aveva visto la ragazza accanto all'auto Golf bianca con targa francese, vicino alla quale era montata la tenda di tipo canadese, in una stradella
laterale posta sulla destra salendo, circa 500 metri prima della piazzola ove era avvenuto il delitto. Alcune ore dopo era ripassato ed aveva rivisto la tenda chiusa, ma non aveva più visto né persone né macchina. Uno o due giorni dopo, ripercorrendo la stessa strada, aveva notato che la tenda non era più nel luogo di prima ma si trovava 200/300 metri più avanti su uno spiazzo sterrato poco al di sopra del piano stradale, dove aveva rivisto la stessa giovane donna e il ragazzo: il Bevilacqua riconoscerà poi quest'ultimo luogo come la parte della piazzola del delitto prospiciente e quasi sovrastante la strada degli Scopeti, diversa da quella, più interna e vicina al bosco, dove venne rinvenuta la tenda col cadavere della Mauriot. Riferì:"Volevo fermarmi, spiegare che era una zona pericolosa, tanto è vero che lungo la strada c' erano cartelli che dicevano ' Zona mostro' . Invece non l' ho fatto e ho sbagliato". Disse d'aver visto qualcuno aggirarsi nei dintorni della piazzola: "Sì, quell' uomo mi colpì. Aveva una specie di divisa da operaio dell' Anas o da forestale. Io li conoscevo tutti ma quello non lo conoscevo. Per questo mi fermai, per capire chi fosse. Stava a 10, 15 metri da me, a 4 o 500 metri dallo spiazzo dove erano accampati i due turisti francesi, e credo che il delitto sia avvenuto uno o due giorni dopo quell' incontro. L' uomo era alto più o meno come me, e io sono 5 piedi e 7 pollici (m1,80 - Pacciani era alto m1,64 ndr) (...) era robusto e aveva un profilo aquilino, la pelle abbronzata, i capelli pettinati indietro. In aula riconobbe Pietro Pacciani come l'uomo che aveva visto nel bosco degli Scopeti.
La testimonianza contiene una grave incongruenza, Joseph Bevilacqua disse di aver appreso del duplice omicidio la mattina del 9 settembre ma i corpi dei due ragazzi francesi furono scoperti da Luca Santucci solo intorno alle 13 e 45.
Rif.1 - La Repubblica - 07 giugno 1994 pag. 18
Rif.2 - Visto n.27 - 1994
Rif.3 - Sentenza della Corte di Assise dell'1 novembre 1994 contro Pietro Pacciani

venerdì 28 agosto 2009

REPLAY - Maria Grazia Frigo

Originaria di Milano. Pensionata. La sera in cui persero la vita Pia Rontini e Claudio Stefanacci, Maria Grazia Frigo con il marito, Giampaolo Bertaccini, e la figlia transitavano da Via Sagginale. Nel verbale del 4 dicembre 1992, redatto dalla Sam, si legge "...percorrevamo, intorno alle 23,55 quella strada con provenienza dalla Fattoria La Rena e eravamo diretti verso la via denominata Sagginale. Tale strada ha sbocco nelle vicinanze del luogo del duplice omicidio. A circa un chilometro dal termine della strada sterrata incrociammo una macchina con alla guida una persona che non accennava a rallentare e procedeva con accesi i soli fanalini di posizione. Tale condotta mi aveva preoccupato, anche se mio marito mi tranquillizzò dicendo: vedrai che si fermerà. La persona che ho notato aveva un'età intorno ai 50 anni con capelli brizzolati, tagliati a spazzola e indossava una camicia a quadri con maniche rimboccate aperta sul collo. Il suo sguardo era deciso e determinato (...) in merito all'autovettura posso affermare che questa era di media cilindrata, certamente non di marca italiana. Circa il colore non voglio esprimermi con assoluta certezza anche se ritengo che propendesse per lo scuro. Non era dotata di poggiatesta. Un altro particolare che desidero verbalizzare è quello di aver udito tra le 22,30 e le 23,00 di quella sera un colpo che ho attribuito ad un'arma da fuoco mentre mi trovavo nel giardino della famiglia Bianchi da dove provenivo e che si trova subito dopo la fattoria La Rena. (...) Riconosco con certezza nella foto contrassegnata dal numero 5 (Pietro Pacciani ndr) l'effigie della persona che notai quella notte nella circostanza sopra accennata. In particolare, riconosco, oltre che il volto e i capelli, il collo taurino e lo sguardo determinato." Il 26 marzo 1996 , davanti al capo della squadra mobile Michele Giuttari, confermò quanto precedentemente messo a verbale ed aggiunse che "proseguendo nella strada sterrata, dopo aver notato quanto ho riferito, poco distante e sempre prima di immetterci nella via sagginalese, ho notato un'altra autovettura che avanzava verso di noi ad andatura che mi è sembrata regolare. Quest'auto, che era di colore rosso e presentava la coda di dietro tronca, prima che noi la incrociassimo, si immise in una stradella laterale sempre in terra battuta. Vidi che su quest'auto c'era una sola persona anche questa grassottella, più giovane del Pacciani. La distanza tra le due macchine dame notate sarà stata di circa 200-300 metri".
Il 7 luglio 1997 fu ascoltata durante il processo ai presunti complici del "mostro di Firenze". Lo stesso giorno fu sentito, dal capo della squadra mobile, il marito della signora Frigo, Bertaccini Giampaolo, che confermava le dichiarazioni della moglie.
Rif.1 - Compagni di sangue pag.34

giovedì 27 agosto 2009

REPLAY - Vittorio Chiarappa

Maestro di musica. Domenica 8 settembre si recò con la moglie, Marcella De Faveri, a far visita all'amico Giancarlo Rufo. Intorno alle 14,00, Vittorio Chiarappa, nell'affrontare la svolta per accedere al vialetto d'ingresso, trovò difficoltà nella manovra, poichè sul lato destro della strada era parcheggiata un'auto .Intorno alle 15,30 il signor Chiarappa lasciò la moglie a casa di Rufo e riprese la strada per Firenze, dovendo scrivere un necrologio per un collega recentemente scomparso. Nell'uscire dal vialetto dell'abitazione di Rufo incontrò le medesime difficoltà di manovra. Intorno alle 17,00 è di ritorno a casa dell'amico. L'auto parcheggiata sulla carreggiata destra intralcia ancora l'accesso alla villa di Rufo. Interrogato l'11 ottobre 1995, Vincenzo Chiarappa dichiarerà: "Notai che c'era parcheggiata, parallelamente alla strada, con il davanti in direzione San Casciano, una vettura di colore rosso sbiadito, di forma squadrata, con il dietro tronco. Notai anche che c'era un uomo che, mostrando le spalle, guardava in direzione del viottolo che conduceva al luogo del delitto. Quest'uomo non si muoveva e stava appoggiato al tetto dell'auto, dalla parte dell'asfalto in modo tale che io potevo vederlo solo di spalle... Osservai l'uomo anche quando scesi con la mia macchina a Firenze da solo, intorno alle 15,30 e mi colpì molto il fatto di ritrovarlo, nella medesima posizione, dopo circa un'ora e mezza, intorno alle 17,00, quando rientrai alla colonica del mio amico... Egli era di corporatura grossa e di mezza età..."
Rif.1 - Il mostro pag.77
Rif.2 - Storia delle merende infami pag.292

mercoledì 26 agosto 2009

REPLAY - Andrea Caini

La sera in cui persero la vita Pia Rontini e Claudio Stefanacci, Andrea Caini e Tiziana Martelli stavano tornando a casa, a Fiesole, dopo aver partecipato ad una festa in onore dei genitori della Martelli. Intorno alla mezzanotte, si erano fermati a bere ad una fonte lungo la strada sterrata che dalla provinciale sagginalese (S.P.41) conduce a San Martino a Scopeto, località che si trova non troppo distante dal luogo in cui avvennero i duplici omicidi. Ad un tratto avevano visto sopraggiungere a grande velocità due auto e si erano impressionati. L'indomani, appreso quanto accaduto nella piazzola di Vicchio, si erano recati alla Polizia ma le loro dichiarazioni non erano state verbalizzate. Il 21 luglio 1994, mentre aveva luogo il processo contro Pietro Pacciani, Andrea Caini si era nuovamente recato in Questura, dove aveva rilasciato le seguenti dichiarazioni: "le due auto che marciavano ad una velocità approssimativa di 60 km l'ora dimostravano due cose: la prima, che non doveva trattarsi di persone residenti in quei posti perchè una macchina levava un polverone rispetto a quella seguente e, la seconda, che in ogni caso davano l'impressione di essere insieme e di conoscere bene la strada. La prima auto aveva i fari anteriori rettangolari, poteva essere una due volumi, oppure anche una tre volumi, comunque con il cofano della bauliera corto (...) La seconda auto poteva essere rossa (...) Entrambe erano vetture di media cilindrata; la seconda auto mi colpì perchè commentando così la scena: ma guarda questo qui che sta attaccato alla macchina che precede con le sole luci di posizione accese! Ambedue i conducenti avevano una sagoma robusta e non erano giovani... Costoro andavano in direzione opposta alla nostra; quindi da San Martino a Scopeto verso Dicomano."
Rif.1 - Compagni di sangue pag.32.33

martedì 25 agosto 2009

REPLAY - Giovanni Calamosca

Nato a Imola nel 1928 è un ex pastore arrestato negli anni '80 per sequestro di persona. Conobbe Francesco Vinci a San Giovanni in Monti mentre scontava 18 mesi di carcere. Nel 1997, durante il processo contro i cosiddetti "compagni di merende", riferì d'aver conosciuto anche Pacciani in carcere che gli rivelò d'esser padre di un figlio maschio avuto dalla prima fidanzata, Miranda Bugli, nei primi anni '60. "Diceva che a differenza delle figlie questo figlio non gli aveva creato problemi, ma non si faceva vivo con lui". Calamosca prosegue affermando che il figlio di Pacciani si sarebbe anche sposato e vivrebbe non lontano da Bologna. La reazione del Pacciani smentisce categoricamente le affermazioni del Calamosca: "Ma che date i numeri al lotto, qui son tutti grulli da manicomio, con la Miranda ci ho fatto all'amore ma poi ci si lasciò per il fatto che la acchiappai con un altro. La dovevo sposare, ma c'è stato il processo, s'è già detto tutto di questo. Un figliolo ma via, s'era vero l'aveva detto lei al processo. Io ci ho fatto l'amore, lei diceva che aveva fatto un aborto, ma non e' mica vero nulla."
Durante la deposizione, durata due ore, Calamosca disse inoltre: "Vinci in piu' occasioni mi racconto' che il duplice delitto del '68 lo avevano commesso lui e Stefano Mele". Francesco Vinci, prosegue Calamosca, fu il proprietario della Beretta calibro 22 fino al 1968 quando la cedette ad altri che avrebbero commesso i sette duplici omicidi del Mostro. Nel 1993, Francesco Vinci, fu ucciso assieme ad Angelo Vargiu per aver ricattato coloro a cui aveva ceduto la pistola.
La trasmissione Chi l'ha visto nella puntata dell'11 dicembre 2001 si è occupata del Mostro di Firenze, sul sito ha pubblicato una intervista a Giovanni Calamosca.
Rif.1 - Corriere della sera - 11 Ottobre 1997 - pag.14

lunedì 24 agosto 2009

REPLAY - Enzo Spalletti

Autista della Misericordia per Giuttari/Lucarelli e Spezi, infermiere della Misericordia per Filastò. Ex-vetraio, cattolico osservante, abitava a il Turbone, una frazione di Montelupo fiorentino, con la moglie Carla e i due figli. La sera del 6 giugno, in cui avvenne il duplice omicidio di Carmela De Nuccio e Giovanni Foggi, l'auto di Enzo Spalletti, una Ford Taunus rossa targata FI 669906, si trovava nelle immediate vicinanze del luogo del delitto. Spalletti era un guardone, un "indiano", che con l'amico Fosco Fabbri la sera del delitto si era incontrato alla "Taverna del diavolo", un ristorante in località Roveta, per poi appostarsi sulla collina in attesa di una coppia da spiare. La serata langue e Fosco Fabbri, sfiancato, prima della mezzanotte abbandona il campo. Spalletti tornerà a casa intorno alle 2 di mattina e l'indomani racconterà alla moglie di "aver visto due morti ammazzati". Riferirà l'accaduto anche ad un paio di avventori del bar che era solito frequentare. Il delitto verrà scoperto domenica 7 giugno, intorno alle nove di mattina, dal brigadiere Vittorio Scifone durante una passeggiata. Gli inquirenti giungono a Spalletti grazie alle dichiarazioni di alcuni testimoni che avevano notato la sua auto. L'11 giugno, Spalletti fu portato in questura ed interrogato; ai due magistrati Silvia Della Monica e Adolfo Izzo e al commissario Sandro Federico e al colonnello Olinto Dell'Amico rilascia dichiarazioni ricche di particolari ma inverosimili. Afferma d'essersi appartato in Roveta con una prostituta che aveva trovato a Firenze sul Lungarno Vespucci. Dopo sei ore di interrogatorio ammise di essersi incontrato con Fosco Fabbri e di aver passato una serata infruttuosa nascosto tra le frasche in attesa di una coppia da spiare per poi tornare a casa intorno a mezzanotte. Dichiarazioni smentite dalla moglie Carla che ammise che, intorno alle due, quando lei aveva deciso di andare a letto, il marito non aveva ancora fatto ritorno a casa. Emerse inoltre che lo Spalletti avesse appreso del delitto prima ancora che la scoperta dei due cadaveri fosse resa ufficiale. Nel corso di un nuovo interrogatorio dichiarò: "Voi lo sapete che io non sono l'assasino, ma mi tenete in galera perchè state proteggendo qualcun altro".
Durante la permanenza in carcere, qualcuno telefonò prima alla moglie poi al fratello: "Ditegli che stia zitto e tranquillo, che presto sarà scagionato, presto uscirà di carcere, però gli sta bene un pò di galera, a quello scemo. Che gli è saltato in mente di dire che aveva saputo dei morti dai giornali, quando i giornali sono usciti con la notizia la mattina dopo?"
Spalletti rimase in carcere fino al 24 ottobre quando il mostro tornò nuovamente a colpire.
Rif.1 - Storia delle merende infami pag.410/412
Rif.2 - Dolci colline di sangue pag.33

domenica 23 agosto 2009

REPLAY - Graziella Tacchio e Aimona Corrado

Negli anni '80 erano le proprietarie della casa di cura per anziani Villa Verde a San Casciano, dove Pietro Pacciani lavorò saltuariamente come giardiniere dal 1981 al 1987 secondo le indagini degli investigatori, "per poche ore negli anni settanta" a detta delle due proprietarie. Negli anni '90 la villa cambiò nome e destinazione d'uso, diventò Poggio ai Grilli, un hotel ristorante con parco e piscina. Il 14 maggio 1997 Graziella Tacchio e Aimona Corrado, telefonarono alla squadra Mobile allorchè un loro cliente, dileguatosi nella notte, aveva lasciato nelle stanze abitate riviste pornografiche, coltelli, una pistola calibro 38, quadri raffiguranti figure femminili a cui erano state effettuate amputazioni di varia natura, ed un blocco da disegno Skizzen Brunnen identico a quello conservato da Pietro Pacciani e che si presumeva appartenesse ad una delle vittime cadute nell'omicidio di Giogoli. Il capo della squadra mobile, Michele Giuttari, rintracciò il misterioso cliente a Montelieu; si trattava di un pittore, tale Jean-Claude Falbriard, dalle indagini non emerse niente di significativo e fu prosciolto, ma dichiarò che a Poggio ai Grilli era stato drogato, raggirato e derubato. Il 4 settembre 2001 durante una perquisizione a casa del criminologo Francesco Bruno, ordinata dal capo della squadra mobile Michele Giuttari, comparve un dossier sui delitti del mostro, commissionato nel 1984 dall' allora capo del Sisde Vincenzo Parisi, in cui era riportato: «Si tratta di delitti rituali compiuti in omaggio ad un qualche rito satanico di cui l' assassino è un seguace o a qualche pratica di stregoneria o magia nera (...) L' assassino ha a che vedere con una casa di riposo per anziani non autosufficienti, con tutta probabilità nella zona sud di Firenze». Furono quindi individuate le infermiere che avevano lavorato a Villa Verde, queste riferirono: "In quella casa succedeva di tutto. Nelle stanze c' erano soltanto due reti dove i vecchietti venivano tenuti tra feci e urine. Nessuno se ne curava. Un giorno uno di loro morì. Lo chiusero in una stanza e ci ordinarono di non parlarne con nessuno. I familiari dovevano ancora pagare la retta mensile e quindi non dovevano sapere che era morto. Lo tennero così per giorni. Gli anziani erano praticamente abbandonati a sé stessi.". Un'altra ex-dipendente fece verbalizzare: "Dopo le dieci in quella villa nessuno poteva più mettere piede. Arrivavano diverse persone e si compivano riti magici e satanici. Si celebravano messe nere, cose strane, stranissime. Erano tutti strani. Ricordo la figlia della proprietaria: aveva appena sette anni, ma era una bambina che dava l' angoscia, metteva paura. Aveva sempre uno sguardo allucinato e quando usciva in giardino scavava delle buche. Diceva che costruiva le tombe. Tutti erano strani, anche quelli che venivano nella villa, ma a noi dipendenti non era permesso entrare quando scendeva la sera e venivano chiusi i cancelli".
Il 24 settembre 2001 fu consegnato a Graziella Tacchio e Aimona Corrado un avviso di garanzia in cui erano ipotizzati i reati di sequestro di persona, rapina e calunnia. Lo stesso giorno iniziò a Poggio ai Grilli una perquisizione che durò diversi giorni, la villa fu considerata al centro dell'inchiesta sui presunti mandanti del mostro di firenze. Negli stessi giorni furono perquisite le abitazioni di Firenze e di Ardea di proprietà di Graziella Tacchio e Aimona Corrado. Fu trovato un fax inviato, nel marzo 2000, alla segreteria dell'allora ministro dell' Interno Enzo Bianco, in cui si chiedevano informazioni in merito alla pratica di trasferimento del capo della Squadra mobile Michele Giuttari.
Il 23 ottobre 2001, a seguito di una segnalazione, a 500 metri dalla Villa fu scoperta una stanza tre metri per tre, chiusa da una porta rossa e al suo interno furono trovati: pipistrelli di plastica, uno scheletro in cartoncino, una testa di un gatto in ceramica, il disegno di un occhio sul soffitto; la squadra mobile in un rapporto inviato alla procura dichiarò trattarsi di un tentativo di depistaggio.
Nel Marzo del 2002 il PM Paolo Canessa, chiuse le indagini relative ai misteri di Villa Verde. La villa cambiò nuovamente nome in Villa Frediani ed è tutt'oggi aperta al pubblico.
Rif.1 - Corriere della Sera - 23 aprile 2001 -pag.14
Rif.2 - La Repubblica - 10 settembre 2001 - pag.1
Rif.4 - La Repubblica - 24 ottobre 2001 - pag. 26
Rif.3 - La Repubblica - 26 ottobre 2001 - pag.28

sabato 22 agosto 2009

- 22 agosto 1968 -

22 agosto 1968 - 22 agosto 2009
Barbara Locci e Antonio Lo Bianco
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venerdì 21 agosto 2009

REPLAY - Giovanni Mele

Nacque a Fordongiànus in provincia di Cagliari il 30 agosto 1923. Nel 1952 si trasferì a Castellina vicino a Scandicci ed aprì un negozio di scarpe. Nel 1958 fu raggiunto dal padre Palmerio, dalla madre Pietrina e dai fratelli Antonietta e Stefano. Alla fine di agosto, nel 1968, trovò lavoro a Castiglione delle Stiviere in provincia di Mantova presso un'impresa che si occupava di segnaletica stradale, dove lavorò fino al novembre del 1983, quando andò in pensione e tornò a stare in Via Manzoni a Scandicci presso una abitazione che possedeva assieme alla sorella Maria. Il 16 gennaio 1984, secondo "Dolci Colline di sangue", il 17 secondo "La leggenda del Vampa, il giudice istruttore Mario Rotella, si recò a Ronco all'Adige in una casa per ex detenuti gestita da un sacerdote per interrogare Stefano Mele. Questi puntò il dito contro parenti e amici: "Mio fratello e mio cognato nel 1968 parteciparono all' assassinio di mia moglie Barbara e del suo amante, Antonio Lo Bianco". In quell'occasione nel portafogli di Stefano Mele, fu trovato un biglietto con frasi in stampatello e in corsivo che recava scritto :
"RIFERIMENTO DI NATALE riguaRDO
LO ZIO PIETO.
Che avesti FATO il nome doppo
SCONTATA LA PENA.
COME RisulTA DA ESAME Ballistico
dei colpi sparati."
Su di un lato del foglietto c'era lo schizzo di una maglia e dei numeri, sull'altro il numero di telefono del parroco che gestisce la casa dove era ospitato Stefano Mele. In calce al biglietto il nome di una tipografia di Mantova. Il giudice istruttore, il 25 gennaio, ordinò una perquisizione presso le abitazioni di Giovanni Mele e Piero Mucciarini. In casa di quest'ultimo non fu trovato niente di significativo. Nella Fiat 128 di Giovanni Mele, furono trovati un flacone di solvente, un agendina con dentro un pelo pubico ed una cartina delle colline fiorentine sulla quale era stata evidenziata una zona. Nel bagagliaio, sotto la ruota di scorta furono trovati dei piccoli coltelli e all'interno del portafogli una lama di bisturi. Giovanni Mele si giustificò dicendo che le lame le usava per intagliare il sughero e che la zona circoscritta sulla piantina indicava una fungaia che aveva scoperto. Pochi giorni prima della perquisizione, il 21 gennaio, si era presentata presso la caserma dei carabinieri di Scandicci, Jolanda Libbra, ex-amante di Giovanni Mele, che aveva dichiarato che il Mele amava congiungersi in un vecchio cimitero e che frequentemente le aveva illustrato a parole la tecnica dell'incaprettamento. La signora riferì inoltre che il Mele deteneva nel bagagliaio dell'auto corde e coltelli di grosse dimensioni. Il magistrato Rotella su richiesta del sostituto procuratore Adolfo Izzo, spiccò i mandati di cattura per Giovanni Mele e Piero Mucciarini che furono arrestati il 26 gennaio 1984, imputati di concorso in omicidio e indiziati per i delitti avvenuti dal 1974 al 1983. Il 15 agosto 1984 il giudice istruttore Mario Rotella respinse l'istanza di scarcerazione presentata dai difensori di Giovanni Mele e Piero Mucciarini, dopo che il "mostro di Firenze" era tornato a colpire a Vicchio di Mugello. Giovanni Mele, detenuto a Volterra, fu scarcerato su ordinanaza del Tribunale della Libertà il 2 ottobre del 1984. Il 13 dicembre 1989, Rotella, chiuse definitivamente la sua istruttoria, con una sentenza-ordinanza di 162 pagine in cui si dichiarava non doversi procedere "per non aver commesso il fatto" nei confronti di Francesco Vinci, Giovanni Mele, Piero Mucciarini e Salvatore Vinci.
Rif.1 - La leggenda del Vampa pag.202
Rif.2 - Il mostro di Firenze - Il thriller infinito pag.65

giovedì 20 agosto 2009

REPLAY - Milva Malatesta

Figlia di Maria Antonietta Sperduto e Renato Malatesta. A 17 anni conobbe Vincenzo Limongi con cui ebbe un figlio che venne dato in affidamento ai genitori di lui. Nel 1988 si trasferì nella piccola frazione di Pino, nel comune di Certaldo e si sposò con il muratore palermitano, Francesco Rubino. Il 30 agosto 1990 le nacque il figlio Mirko. La coppia litigava frequentemente e Milva Malatesta sporse, contro il marito, più denunce per maltrattamenti e percosse, che condussero ad una separazione nel luglio del 1993.
Nella notte tra il 19 ed il 20 agosto 1993 fu uccisa e bruciata con il figlio Mirko di 3 anni. Fu trovata carbonizzata, all'interno della sua Fiat Panda (FI F08335) in una scarpata a Poneta di Barberino Val D'Elsa. Nei pressi dell'auto fu trovata una tanica di plastica sporca di sangue, sul cui manico, furono rilevate delle impronte digitali. Le indagini si orientarono sul marito, Francesco Rubino, che venne arrestato, processato e assolto nel 1995, per non aver commesso il fatto.
Dalle dichiarazioni di Gabriella Ghiribelli risultò essere stata l'amante di Salvatore Indovino.
Giuseppe Sgangarella riferì, al capo della squadra mobile, Michele Giuttari, che Francesco Vinci e Pietro Pacciani, assieme a Mario Vanni erano soliti vedersi presso una casa colonica per sedute spiritiche a cui partecipava la moglie di un certo Rubino.
Giovanni Calamosca, sentito sempre da Giuttari, disse che alla fine degli anni '70, inizi '80, Francesco Vinci si era innamorato di una prostituta per cui avrebbe lasciato anche la famiglia. Riconobbe la prostituta in Milva Malatesta.

mercoledì 19 agosto 2009

REPLAY - Renato Malatesta

Bracciante agricolo, marito di Maria Antonietta Sperduto da cui ebbe i figli: Luciano, Laura e Milva. Negli anni '70 avevano abitato a Sambuca si erano poi trasferiti a San Casciano negli anni '80. Gabriella Ghiribelli dichiarò che era un suo cliente abituale e fece verbalizzare: "sembrava un uomo disperato ed era sempre pieno di lividi e botte". Lorenzo Nesi raccontò al PM, Paolo Canessa, che Mario Vanni gli confidò che Renato Malatesta dormiva con un falcetto nascosto sotto il cuscino poichè temeva d'ssere ucciso nel sonno. Il 24 dicembre 1980 fu trovato impiccato nella stalla dell'abitazione di Via di Faltignano, da Antonio Andriaccio, che dichiarò: "Vidi che pendeva dalla trave, aveva i piedi un poco sollevati da terra. Lì vicino c' era una panca. Ci sarà montato sopra per poi buttarsi sotto".
La figlia, Laura, raccontò ai carabinieri di San Casciano d'aver visto più volte Pietro Pacciani picchiare il padre minacciandolo: "T'impiccherò, t' ammazzo, ti ritroverò da solo". La moglie e il figlio di Malatesta, Luciano, confermarono.
Il 19 luglio 2007 fu disposta dalla Procura della Repubblica, nelle persone di Paolo Canessa e Alessandro Crini, la riesumazione del cadavere ed il 24 luglio all'istituto di medicina legale di Careggi i medici legali, Aurelio Bonelli e Gianaristide Norelli, con il tossicologo forense, Francesco Mari, effettuarono l'autopsia sul corpo mummificato, e quindi ben conservato, di Renato Malatesta. Lo ioide, l'osso che si trova presso la laringe, risultò integro ed una frattura al naso confermarono le perplessità circa il suicidio. Dell'omicidio furono indagati Antonio Andriaccio e Filipponeri Toscano.
Rif.1 - La Repubblica - 19 febbraio 1996 pag.12
Rif.2 - La Repubblica - 26 luglio 2007 pag.7



martedì 18 agosto 2009

REPLAY - Maria Antonietta Sperduto

Originaria della provincia di Potenza. Negli anni '70 si era trasferita a Sambuca, dove aveva conosciuto Renato Malatesta e con cui si era sposata ed aveva avuto i figli: Luciano, Laura e Milva. In quegli stessi anni aveva conosciuto Mario Vanni, che in quanto postino, veniva a consegnarli la corrispondenza. I due avevano iniziato a frequentarsi e ad avere rapporti sessuali. Vanni - riferì la Sperduto, il 7 marzo 1996, davanti al capo della squadra mobile di Firenze - "solitamente mi allargava le braccia e si metteva sulle mie coscie masturbandosi, senza però penetrarmi con il suo organo sessuale; egli aveva difficoltà a congiungersi con mè, in quanto non gli si raddrizzava". Intorno al 1974, incontrò Pietro Pacciani, questi le propose di stare con lui ma lei gli spiegò che era sposata ed aveva già una famiglia. Nel dicembre del 1980 si trasferì con la famiglia in Via di Faltignano accanto all'abitazione dove vivevano Filippa Nicoletti e Salvatore Indovino. Un giorno Vanni si presentò a casa sua con Pacciani, i due uomini la "presero con forza, raccontò la Sperduto - non ce la feci a resistere e a difendermi pur avendo preso un forcone. Mi tenevano ferma ora l'uno ora l'altro e mi usarono violenza e mi accorsi che, con la mia reazione, diventavano ancor più violenti e furiosi. Mi dicevano frasi del tipo: o stai con noi o sono guai per te e la tua famiglia (...) lo sappiamo noi che guai sono per te. Nel corso di queste sevizie mi prendevano per le gambe, me le aprivano, uno mi teneva per la testa e mi sbattevano sul letto introducendomi falli e masturbandosi. Ero sola in casa. (...)sento di dirvi con sincerità e liberandomi di un peso che mi porto da tempo, che queste due persone approfittarono di me tante volte anche umiliandomi e costringendomi con la forza a fare cose che, altrimenti, non avrei mai e poi mai fatto." Una volta era stata condotta da Vanni e Pacciani nella piazzola degli Scopeti, qui l'avevano spogliata, le avevano strappato le mutande, le avevano fatto violenza mentre si masturbavano, poi l'avevano obbligata a rimanere lì immobile mentre i due uomini erano andati a spiare alcuni giovani appartati nelle auto vicine. Nello stesso interrogatorio, davanti a Michele Giuttari, la donna riferì d'aver visto, negli anni '80, sia Vanni che Pacciani presso l'abitazione di Salvatore Indovino. Circa la morte del marito, Renato Malatesta, che fu trovato impiccato il 24 dicembre 1980 nella stalla dell'abitazione di Via di Faltignano, disse che Pietro Pacciani l'aveva minacciata dicendole: "attenta a non parlare di quello che ti abbiamo fatto, ti si fa fare la stessa fine che abbiamo fatto fare a tuo marito".
Rif.1 - Compagni di sangue pag.63
Nella foto Maria Antonietta Sperduto con la figlia Laura ai funerali di Milva Malatesta.

lunedì 17 agosto 2009

REPLAY - Fernando Pucci - seconda parte

Segue dalla prima parte.
Si rese necessaria una nuova convocazione, Pucci Fernando fu sentito il 9 febbraio 1996 presso gli uffici della Procura di Firenze, alla presenta di Michele Giuttari, il poliziotto Fausto Vinci ed il PM Paolo Canessa. In quell'occasione dichiarò che quella domenica si era recato a Firenze oltre che con Giancarlo Lotti anche con Mario Vanni. Lui e Giancarlo, avevano avuto separatamente rapporti sessuali con Gabriella Ghiribelli che aveva invece rifiutato Mario Vanni, questi "è un soggetto parecchio strano... era uno che con le donne combinava poco... guardava e basta... voleva usare un vibratore e si eccitava così. Quel giorno Vanni, dopo il rifiuto di Gabriella, era incazzato fradicio, tanto che se ne è andato via da solo e non ci ha aspettati." Avevano quindi cenato a Firenze e mentre tornavano a San Casciano si erano fermati alla piazzola degli Scopeti dove erano stati minacciati verbalmente da Pietro Pacciani e Mario Vanni. "Io rimasi sconvolto e tutte le volte che mi è capitato di passare per quella strada mi è tornata la paura. Ora che mi viene chiesto se io abbia visto anche qualche altra cosa per rimanere così spaventato, voglio dire, liberandomi di un peso, che ho assistito a tutta la scena e che ho visto sparare. La cosa è avvenuta così. Quando i due ci hanno minacciato io volevo andare via. Lotti però disse: «Andiamo, andiamo a vedere come va a finire!». Si aspettò qualche minuto e poi, senza farci vedere, piano piano si tornò sul posto dalla parte della macchina. Girammo un pò tra le frasche. Poco dopo vedemmo questa scena: uno dei due, quello più alto, cioè Vanni, andò dietro la parte posteriore della tenda e con quel coltellaccio da cucina che aveva in mano tagliò il tessuto. Ricordo ancora il rumore che fece come di tela strappata. Il gesto che io vidi mi sembrò come fatto dal basso verso l'alto. A questo punto l'uomo uscì fuori dalla tenda, dalla parte anteriore scappando verso il bosco, cioè dalla parte opposta della strada. L'altro, che aveva la pistola, cioè il Pacciani, gli sparò e gli andò dietro, mentre quello scappava, continuando a sparare. Nello stesso tempo, Vanni si introdusse nella tenda. A quel punto, spaventatissimi, siamo andati via e non ricordo di aver visto altro. Non ho visto Vanni uscire dalla tenda, nè ho avuto modo di vedere il Pacciani tornare indietro dal bosco. Quando siamo risaliti in auto, Lotti disse: «Li hanno già ammazzati». Si tornò a San Casciano terrorizzati. Il Lotti disse di non andare dai carabinieri. Io da solo non me la sentii di andare perchè avevo una paura tremenda. Quella notte non chiusi occhio. Ero terrorizzato. Poco tempo dopo Vanni venne da me e facendomi vedere un coltello mi disse «Ammazzo qualcuno». Mi sembrava ubriaco e ebbi l'impressione che fosse venuto proprio per me, per mettermi paura. Insomma ero davvero terrorizzato da Vanni e da Pacciani. Ricordo che una volta, ai tempi del processo del Pacciani, un mio paesano mi disse di andare a vedere, però io avevo talmente paura che lui mi rivedesse che preferii non andare perchè mi conosceva." Il PM chiese quindi se fosse mai stato a Vicchio a guardare le coppiette. Pucci rispose: "Ci sono stato una sola volta. Me ne ricordo perchè pochi giorni dopo ammazzarono una coppietta in macchina e Lotti mi disse: «Guarda, hanno ammazzato quelli che si è visto noi!». Me lo disse la domenica mattina quando si era lì davanti al bar di San Casciano." In merito a chi scegliesse le piazzole dove spiare le giovani coppie riferì: "Era sempre il Lotti che li sapeva e che mi diceva di andare con lui in un determinato posto perchè lì c'era una coppia da spiare. Questo è avvenuto anche quando siamo andati quella volta che ho detto a Vicchio. So, per avermelo detto il Lotti, che lui andava a fare all'amore con la Filippa sia alla piazzola di Vicchio che a quella degli Scopeti." Sull'aver spiato le coppie assieme a Vanni e Pacciani dichiarò: "Lotti mi diceva che lui ci andava e che era stato anche nella piazzola degli Scopeti con Pacciani e Vanni. Io con quei due non ci sono mai voluto andare perchè erano due violenti e si ubriacavano diventando ancor peggio." Relativamente alla sua frequentazione di Salvatore Indovino disse: "L'ho conosciuto solo di vista. Era stato con la Filippa prima che quesa si mettesse con Lotti. So che vicino alla sua casa abitava una donna che Vanni e Pacciani frequentavano, ma non so come si chiami. Ma a quanto ne so io Vanni con le donne non faceva nulla. Guardava e basta." Intorno alle 18,45 dell'11 febbraio 1996, venne organizzato un confronto tra Giancarlo Lotti e Fernando Pucci. I due confermarono quanto emerso precedentemente.
Il 18 aprile Fernando Pucci fu nuovamente interrogato. Dichiarò d'aver assistito solo al delitto avvenuto a Scopeti; a Vicchio vi era stato alcuni giorni prima del delitto per spiare i due giovani appartati. Sulle ragioni per cui i ragazzi di Vicchio fossero stati uccisi dichiarò: "Giancarlo mi disse che lei non aveva voluto fare l'amore col Pacciani e col Vanni. Una sera ho incontrato a San Casciano Lotti, Vanni e Pacciani, e Giancarlo mi chiese se volevo andare con loro a dare una lezioncina a quella lì di Vicchio. Ho rifiutato." Aggiunse: "Io credetti al Lotti, cioè che Pacciani e Vanni avrebbero ammazzato la coppia appartata nella Panda perchè sapevo che Pacciani e Vanni era gente che ammazzava; me lo aveva detto il Lotti e si capiva anche dai discorsi che facevano loro che avevano ammazzato. Lotti mi diceva che avevano ammazzato anche quelli delle altre coppie degli anni precedenti. Mi disse che avevano ammazzato anche i due tedeschi e che era stato presente anche lui. In un'altra occasione mi disse che avevano ammazzato anche la coppia dell'anno prima, a Montespertoli. Ma io non c'ero. Era il Lotti che tanto tempo prima dell'omicidio di Vicchio me lo diceva ma non mi diceva mai i nomi di quelli che avevano ammazzato. Diceva però sempre che era stato presente anche lui. Una volta mi disse: «Hanno morto anche quelli a Calenzano»; di questo caso non mi disse se c'era anche lui."Fu ascoltato il 6 ottobre 1997, come "teste alfa", durante il processo ai presunti complici del "mostro di Firenze.
Rif.1 - Il mostro pag.124
Rif.2 - Storia delle merende infami pag.206



domenica 16 agosto 2009

REPLAY - Fernando Pucci - prima parte

Nacque a Montefiridolfi nel Comune di San casciano Val di Pesa nel 1932. A causa di una grave oligofrenia, la commissione regionale lo dichiarò invalido al 100% ed in diritto di ricevere una pensione a vita. Negli anni in cui fu coinvolto nella vicenda del "mostro di Firenze" abitava con il fratello Valdemaro e la cognata a Montefiridolfi. Fu interessato dalle indagini fin dal dicembre del 1995 quando Gabriella Ghiribelli riferì d'averlo visto assieme a Giancarlo Lotti sul luogo del duplice omicidio degli Scopeti.
Il 2 gennaio 1996 fu interrogato, per la prima volta, dal capo della squadra mobile, Michele Giuttari. Emerse che Fernando Pucci, quasi ogni domenica, assieme a Giancarlo Lotti si recava a Firenze per frequentare alcune prostitute, fra queste anche Gabriella Ghiribelli. Disse che Mario Vanni aveva saltuariamente partecipato a quelle loro "girate a Firenze" essendo un "buon amico di Lotti" per quanto "un pò particolare tanto che si portava dietro falli di gomma." Gli fu chiesto se si fosse mai fermato alla piazzola degli Scopeti, Fernando Pucci rispose: "Ricordo bene che solo in una occasione, ci siamo fermati in questa piazzola e ciò si è verificato circa 10 anni fa, e precisamente una domenica sera, quando rientrando da Firenze dopo la solita girata e la solita visita a Gabriella, ci siamo fermati per un bisogno fisiologico di entrambi e ricordo che fu Giancarlo a dire di fermarci in quel posto. Una volta fermatici all'inizio della stradella che conduce nella piazzola, ricordo bene che notammo una macchina, di colore chiaro, ferma a pochi metri di distanza da una tenda e, alla nostra vista, due uomini, che si trovavano a bordo di quell'auto, scesero da essa e si misero a vociare contro di noi con atteggiamento minaccioso, tanto che subito andammo via. I due minacciarono di ucciderci se non fossimo andati via subito e noi, impauriti, ci allontanammo subito dal posto. Giancarlo mi accompagnò poi a San Casciano, dove avevo lasciato la mia Ape e con questa me ne tornai a casa. (...) Quando ci fermammo agli Scopeti e si verificò l'episodio che vi ho riferito Giancarlo aveva il 128 rosso coupè oppure una Fiat 131. Non sono in grado di precisare esattamente con quale delle due auto eravamo perchè è trascorso tanto tempo. (...) Ricordo che in paese sia io che Giancarlo raccontammo al bar che ci eravamo fermati in quel posto di sera e che eravamo stati cacciati da due uomini che già si trovavano lì e che ci avevano rincorso per farci allontanare. Poichè questi due uomini erano nei pressi della tenda e l'episodio si era verificato il giorno prima della notizia avevamo commentato che quelle due persone probabilmente avevano a che vedere con il delitto. (...) Erano entrambi di mezza età e di corporatura robusta, come quella di Giancarlo per intenderci. Il loro aspetto mi è sembrato piuttosto rozzo ed il loro abbigliamento primitivo, nel senso che erano vestiti con indumenti non fini. Indossavano un giubbotto o un giaccone. Ricordo che anche il loro modo di parlare era primitivo, tanto che le frasi che riuscii a percepire furono: «cosa venite a rompere i coglioni! Andate via perchè vi si ammazza tutti e due». Parlavano in dialetto toscano e precisamente fiorentino. Dei due ne vidi meglio uno. Aveva il viso pieno e era un pò stempiato sulla fronte, tarchiato e di altezza media. (...) Quando sapemmo la notizia del delitto dissi a Giancarlo che volevo andare dai carabinieri per raccontare tutto, anche le minacce, ma lui mi rispose di non farlo perchè non sarebbe andato mai e poi mai per non passare da spione. Mi disse esattamente così: «Non voglio passare da spia», facendomi così intendere che in effetti egli aveva riconosciuto i due individui e che aveva paura di parlare coi carabinieri. Non mi disse però mai chi fossero quei due, ma sono sicuro che li riconobbe. Solo così giustifico anche il suo nervosismo nell'immediatezza, e nei giorni successivi, e la rottura della nostra amicizia.
Fernando Pucci fu nuovamente sentito il 23 gennaio 1996 negli uffici della Procura della Repubblica da Michele Giuttari e dai PM Paolo Canessa e Francesco Fleury. Confermò le dichiarazioni fatte precedentemente ed argomentò ulteriormente. "Ci eravamo fermati per fare un bisogno fisiologico, ma anche nell'intento di guardare qualche coppia che poteva essersi appartata in macchina nello spiazzo. Abbiamo lasciato la nostra macchina sul bordo della strada e ci siamo avviati a piedi per il viottolo in salita. Ricordo di aver visto una macchina ferma a luci spente e più oltre una tenda a forma di capanna. Mentre ci stavamo avvicinando alla parte posteriore della macchina sono usciti fuori da questa due individui venendoci incontro. Uno di loro ci ha urlato delle frasi minacciose dicendo più o meno che se non fossimo andati via ci avrebbero ammazzati. Ho potuto vedere che quello che diceva così aveva in mano una pistola. Ho visto proprio bene una pistola. Era notte fonda però c'era un pò di albore. Noi ci siamo subito allontanati; siamo risaliti sulla macchina e siamo andati via dirigendoci a San Casciano, dove Lotti mi ha lasciato per prendere la mia Ape 50 con la quale sono tornato a casa. (...) Abbiamo discusso se era il caso di andare dai carabinieri dato che eravamo stati minacciati con la pistola, ma Lotti mi rispose che non era il caso e che lui non voleva fare la spia. Non mi disse chi era la persona che lui aveva riconosciuto. (...) Era circa l'una di notte. Quella sera avevamo cenato a Firenze a casa di Gabriella ed eravamo partiti piuttosto tardi. Il giorno dopo ho sentito parlare in paese dell'omicidio. Con Lotti però ne abbiamo parlato dopo qualche giorno. Ne parlammo al bar con le persone che erano lì." Alla domanda del PM se fosse stato con il Lotti altre volte a spiare le coppiette, Fernando Pucci rispose: "E' successo. Giancarlo mi disse che qualche volta andava a spiare anche col Vanni e col Pacciani. Mi viene adesso in mente un episodio avvenuto al bar. Vidi arrivare il Lotti, il Vanni, il Pacciani e un maresciallo molto anziano che era in pensione (Filipponeri Toscano ndr). Si misero tutti a bere e poi ho saputo che non trovavano più dove avevano posteggiato la macchina. Non so di chi fosse questa macchina. So che il maresciallo aveva una 500. (...) Noi parlammo delle persone che ci avevano minacciato e chiesi a Lotti se avesse riconosciuto qualcuno. Mi disse: «Io credo che uno dei due fosse Pacciani» aggiungendo, come per mettermi in guardia, «attenzione, il Pacciani ha la pistola!». I due PM chiesero quindi di raccontare quanto vide quella notte. Fernando Pucci riferì: "Uno aveva il coltello e l'altro aveva la pistola. Quello che aveva il coltello era il Vanni e io non ho riconosciuto l'altro." Dichiarò inoltre che alcuni giorni dopo il duplice omicidio al bar "...il Vanni non disse che erano stati loro a uccidere, ma disse semplicemente che i due della coppia erano stati uccisi".
Quello stesso giorno, il 23 gennaio 1996, furono perquisite le abitazioni di Mario Vanni, Giancarlo Lotti, Fernando Pucci, Norberto Galli e Filippa Nicoletti. La perquisizione presso l'abitazione di Fernando Pucci non rivelò alcunchè di significante.
Segue...



sabato 15 agosto 2009

REPLAY - Salvatore Indovino

Originario di Catania si era trasferito ad Alessandria dove, nel 1976, lavorava come operaio presso una azienda di bibite, qui aveva conosciuto Filippa Nicoletti, insieme erano andati a stare per un breve periodo in Sicilia dopodichè nel 1978 avevano traslocato a Prato e quindi a San Casciano in Via di Faltignano. Aveva quindi persuaso la Nicoletti a prostituirsi nelle strade attigue alla stazione ferroviaria di Firenze ed era stato arrestato per sfruttamento della prostituzione ed altri reati minori e quindi detenuto presso il carcere Le Murate dal 26 luglio 1981 al 4 dicembre dello stesso anno. Uscito di carcere era andato a stare per alcuni giorni a Prato presso l'abitazione dell'amica, Gabriella Ghiribelli, era quindi tornato a San Casciano in via di Faltignano assieme alla Nicoletti. Durante la detenzione si era convinto d'avere doti profetiche: «la mia sorte è nel mio nome», aveva scritto in una lettera alla Nicoletti ed uscito di carcere aveva iniziato a preparare filtri d'amore tanto da diventare noto come il "mago di San Casciano". Secondo le dichiarazioni di Gabriella Ghiribelli dal 1984 al 1985 la casa del Mago Indovino era divenuta il teatro di sedute spiritiche che grazie all'alcool si trasformavano in orge di sesso tra i partecipanti. Riferì la Ghiribelli: "Ogni domenica mattina, nell' appartamento dei due c' erano i resti di messe nere, vedevo cose strane, c'erano inequivocabili tracce di cosa era successo il sabato sera e la notte. Nella stanza appena si entrava, c' erano ceri spenti, una stella a cinque punte disegnata in terra con il carbone, una indicibile sporcizia e confusione dappertutto, preservativi, bottiglie di liquori vari vuote, nonchè un cartellone appoggiato sul tavolo contenente tutte le lettere dell'alfabeto e numeri con all'estremità di questo cartellone, che era di forma ovale, due cerchi con scritte in uno SI e nell'altro NO. Nel mezzo di questo cartellone c'era un piattino da caffè sporco di nero"(Un cartellone simile era stato rinvenuto presso l'abitazione di Pietro Pacciani). Sulle lenzuola del letto grande c' erano tracce di sangue. Erano macchie larghe quanto un foglio di carta da lettera". Filippa Nicoletti, al capo della squadra mobile, Michele Giuttari, riferì che in quegli anni la casa era frequentata da Milva Malatesta, il suo convivente Vincenzo Limongi, Domenico Agnello ed il mago Manuelito che Salvatore Indovino aveva conosciuto in carcere. Gabriella Ghiribelli aggiunse ai partecipanti dei festini a luci rosse anche Mario Vanni e Pietro Pacciani.
Il 28 agosto 1985, pochi giorni prima il duplice omicidio di Nadine Mauriot e Jean Michel Kravechvili, Salvatore Indovino denunciò ai carabinieri di San Casciano il furto con effrazione presso la sua abitazione di un coltello da cucina ed una lente di ingrandimento.
Salvatore Indovino morì di cancro il 15 agosto 1986.

venerdì 14 agosto 2009

REPLAY - Filippa Nicoletti

Siciliana. Negli anni settanta si era trasferita ad Alessandria e si era sposata. Nel 1976 conobbe Salvatore Indovino. A causa dei violenti litigi con il marito si separò ed insieme a Salvatore Indovino si trasferì per un breve periodo a Ramacca, in Sicilia, dopodichè nel 1978 traslocò a Prato e quindi a San Casciano in Via di Faltignano. In quegli anni si prostituì nelle strade attigue alla stazione ferroviaria di Firenze e nel 1984 a causa di un diverbio lasciò Salvatore Indovino e si trasferì ad Arezzo. Il 27 novembre 1995 riferì: "Non ho mai visto in vita mia il Pacciani. L'ho visto in televisione e sui giornali. Ho conosciuto Lotti Giancarlo nel mese di agosto del 1981, mentre il mio convivente, Salvatore Indovino, era in carcere. L'ho conosciuto in piazza a San Casciano, io vivevo da sola e da quel giorno il Lotti mentre Salvatore era in carcere ha cominciato a frequentare casa mia e abbiamo avuto rapporto uomo-donna. Il Lotti non mi ha presentato mai nessun uomo. Ho visto in televisione, al processo Pacciani, il postino Vanni. Escludo di averlo mai conosciuto e tanto meno che il Lotti me l'abbia presentato."
Il 6 febbraio 1996 fu interrogata dal capo della squadra mobile, Michele Giuttari. Dichiarò che la casa di Via di Faltignano era frequentata da Milva Malatesta, il suo convivente Vincenzo Limongi, Domenico Agnello, il mago Manuelito. Negò che Salvatore Indovino praticasse la magia: "So di quel desiderio, ma durante la nostra convivenza io non gli ho visto fare mai pratiche di magia, e neppure sedute spiritiche". Dichiarò d'aver saputo da Giancarlo Lotti che "Vanni e Pacciani erano soliti andare nei boschi intorno a San Casciano a guardare le coppie mentre facevano l'amore in auto" e d'essere stata con i propri amanti sia presso la piazzola ubicata a Scopeti che in quella di Vicchio, teatro dei due duplici omicidi.
Rif.1 - Il mostro pag.142
Rif.2 - Assolto perchè il fatto non sussiste pag.72

giovedì 13 agosto 2009

REPLAY - Gabriella Ghiribelli - seconda parte

Segue dalla prima parte.
Il 3 luglio 1997 nel processo ai presunti complici del "mostro di Firenze" fu sentita come "teste gamma" e dichiarò: "L’unica cosa che a me faceva arrabbiare era perché facevano dei riti, una cosa e un’altra. (…) Vanni è venuto con me una volta sola, le altre due o tre volte andava con Filippa Nicoletti e con Antonietta Sperduto. (...) Era tutta una cricca, andavano tutti da Salvatore, lui, il Vanni, il Pacciani il Giancarlo.Riferendosi a Vanni: “Lui se la faceva con due ragazze di Prato. Lui andava anche con quelle due di Massa, una era bionda e una mora. Tra l’altro erano due sorelle. (…) Andava a Firenze al “Mia Cara”, dietro a via Faenza, con la Filippa.” Alla domanda del Pm “Senta ci può parlare di tutte le persone che lei a suo tempo ha memorizzato che frequentavano questa casa? Finora ho capito Vanni, Pacciani, l’Indovino…” la Ghiribelli rispose “Cioè, il fratello di Salvatore, che era Sebastiano, poi c’era anche un altro che viaggiava con un camper… poi c’erano delle persone che erano di Prato. (…) Luciano che frequentava una ragazza piuttosto grassoccia, io Salvatore l’ho conosciuto a Prato tramite il fratello Sebastiano. (…) In questa casa ce n’era tante di minorenni, ce le portava o Sebastiano o quello lì o quello là… Giancarlo anche, parecchie; le raccattavano a Prato loro, perché frequentavano questo bar, parlando in Piazza Duomo, e loro venivano tutti in Piazza Duomo.(…) Faltignano era frequentato anche da un certo Ezio, che aveva un negozietto e che era più che altro amico di Salvatore, comunque frequentava sia la Filippa che me. Salvatore faceva filtri, faceva le carte” Alla domanda del PM “Sa se la casa di Indovino era frequentata anche dai sardi?” Ghiribelli rispose: “No, veniva Agnello, era siciliano, che però era amico di Vinci, quello che hanno ammazzato. Vinci Francesco e Domenico Agnello so che erano amici, perché venivano spesso a Prato, al Bar Rolando. C’era anche un certo Draculino, sardo, che frequentava la casa, però che si chiamava Sanna. Anche questo Sanna era amico di Vinci, perché tutti frequentavano il Bar Rolando, che era un ritrovo proprio di sardi”.Alcune informazioni testimoniali furono rese il 28 febbraio 2003: “Nel 1981 vi era un medico che cercava di fare esperimenti di mummificazione in una villa vicino a Faltignano, che da quello che sapevo sembra che l’avesse comprata sotto falso nome. (…) Di questo posto mi parlò anche Giancarlo Lotti in più occasioni e sempre negli anni ’80, quando ci frequentavamo. (…) La Marisa veniva da Massa unitamente alla sorella e alle ragazzine che portava, (…) venivano da Marina di Massa, da Massa, da Viareggio, da Perugia; ricordo che venivano in pullman ed io personalmente ebbi modo di vederle insieme a queste minorenni; era sempre di venerdì e venivano a mangiare a casa mia a San Casciano. Devo precisare che venivano solo le due sorelle a mangiare, mentre i bambini sparivano.” Il 5 marzo 2003, in merito ai festini, dichiarò “posso dire che quando il venerdì notte avvenivano, ed io ero presente, c’erano molte persone che partecipavano, tra cui c’era l’orafo, di cui vi ho già raccontato, il carabiniere di San Casciano, il medico delle malattie tropicali, la Filippa Nicoletti, la Milva Malatesta, Ezio, che è il droghiere, assieme alla moglie, il capo degli Hare Krishna, Sebastiano Indovino che si accompagnava con dei bambini minorenni di circa otto-undici anni. (…) Non sono a conoscenza di cosa facessero fare a questi bambini, in quanto io dovevo venire a Firenze a lavorare; comunque, questi bambini erano sempre diversi. So che provenivano dalla zona di Prato, ma non sono a conoscenza di come facessero a convincerli… Io ho anche parlato con loro, ma non ho avuto l’impressione che fossero stati costretti, i bambini di otto-undici anni. (…) Le feste avvenivano sempre a casa di Indovino, tranne una volta che andarono in un cimitero assieme al capo degli Hare Krishna. Infatti il giorno dopo c’era un articolo sulla Nazione che diceva che sconosciuti avevano scoperchiato le tombe. Il cimitero era nei dintorni di san Casciano e il periodo erano i primi anni Ottanta.” Nel 5 giugno del 2003 dichiarò: “Riconosco l’uomo la cui foto è contrassegnata con il numero 4, cioè il medico svizzero di cui mi aveva parlato Lotti. E’ quello che l’ho visto andare a bordo della macchina scura in compagnia dell’orafo di San Casciano. (…) Sono certa altresì che si tratta della stessa persona che si accompagnava spesso con il medico di Perugia. Ricordo che il Lotti in merito a questa persona mi aveva riferito che il medesimo era entrato in possesso di alcuni papiri riguardanti la mummificazione, ma lo stesso si lamentava che mancava una pag. (…) Il periodo in cui ho visto queste persone, cioè il dottore svizzero e gli altri, che vi ho appena descritto, era l’82-83; di questo periodo sono certa.(…) Ricordo che il Lotti mi raccontava che lui, con Pacciani e Vanni, quando trovavano un posto appartato frequentato da coppiette, lo dovevano riferire al medico svizzero, all’orafo e al dottore delle malattie tropicali.” L’11 luglio 2003 riferì: “Ho visto questo individuo (Mario Robert Parker) dare soldi al Lotti. Queste somme erano costituite da svariate banconote da cento, credo che fossero qualche milione; credo che usava questi soldi per portare la nipote del Vanni al mare, o per andare con la Nicoletti Filippa a mangiare e a farci l’amore.(…) La sua autovettura era sportiva. Ora che ci penso ricordo che almeno in un’occasione ho visto il dottore svizzero, e l’Ulisse insieme al Bar Centrale di San Casciano. In un’intervista del 2001, rilasciata alla giornalista di Un giorno in pretura, Roberta Petrelluzzi, dichiarò: “ti sto parlando con il cuore in mano… …è la prima volta… …ti ho già detto che non mi fido nemmeno della mia ombra… …a San Casciano del gruppo di merende lo sapevano e lo sa anche qualche altro… …anche in farmacia dovresti andare, però li devi prendere di brutto, a cattiva devi andare eh!”
E' morta il 5 dicembre del 2004 a 54 anni a causa di una cirrosi epatica.
Rif.1 - La Repubblica - 18 febbraio 1996 pag.9 Rif.2 - Il mostro pag.116
Rif.2 - Compagni di sangue pag.52


mercoledì 12 agosto 2009

REPLAY - Gabriella Ghiribelli - prima parte

Dopo un diploma in ragioneria si era sposata ma era finita presto e nel 1977 si era separata dal marito ed era andata a vivere a Prato dove, al bar di piazza Duomo, aveva conosciuto Sebastiano Indovino con cui aveva iniziato una relazione. Sebastiano le aveva presentato il fratello, Salvatore ed altri siciliani e sardi che frequentavano il bar. Nel 1978 si era trasferita a Firenze dove aveva conosciuto Norberto Galli che l'aveva indotta a prostituirsi. Aveva continuato a mantenere i rapporti con Sebastiano ma soprattutto con Salvatore che andava a trovare a casa sua anche tra il 1984 ed il 1986 poichè gravemente malato. Il 25 maggio 1983, era stata denunciata insieme a Norberto Galli per ricettazione continuata, contraffazione e alterazione di titoli di credito. Il 2 febbraio 1988 denunciò Norberto Galli per lesioni, sfruttamento della prostituzione e ricettazione, la loro relazione era evidentemente giunta a termine.
Il 21 dicembre 1995 fu sentita dalla squadra mobile di Firenze. Dichiarò d'aver abitato a San Casciano fin dal 1982 e d'aver conosciuto Mario Vanni, poichè suo vicino di casa. Lo definì "un personaggio di cui si parlava in giro anche per un fatto curioso e cioè che una volta, sulla Sita, gli era caduto di tasca un vibratore con l'interruttore acceso e tale episodio esilarante, alla presenza di altri suoi compaesani ed altri viaggiatori, lo aveva reso ridicolo". Vanni le aveva più volte chiesto certe prestazioni ma lei lo aveva sempre respinto poichè infastidita dalla sua volgarità. Aveva riferito della sua amicizia con Giancarlo Lotti poichè amico della convivente di Salvatore Indovino e del fatto che quest'ultimo fosse un "malato di sesso" tanto dall'aver appreso che assieme ad un amico di Prato andavano a spiare le coppie nei boschi.
Il 27 dicembre fu nuovamente ascoltata dal capo della squadra mobile, Michele Giuttari. Riferì quanto segue. "Ritornando da Firenze, la sera prima del giorno in cui fu diffusa la notizia del duplice omicidio degli scopeti intorno alle 23,30, insieme al mio protettore dell'epoca (Norberto Galli), proprio in corrispondenza della tenda - da me notata anche nei giorni precedenti - ebbi modo di constatare la presenza di un'auto in sosta di colore rosso o arancione con la portiera, lato guida, di altro colore sempre sul rossiccio, ma più chiaro dell'intero colore del mezzo. Devo precisare che il colore dell'auto mi sembrò un pò alterato in quanto su di essa si rifletteva la luce dei fari dell'auto su cui stavo viaggiando. Quando seppi la notizia in San Casciano del duplice omicidio, Norberto mi disse di tacere per non trovarci entrambi nei guai e fu per questo che non dissi nulla, anche perchè ero terrorizzata e nessuno mi aveva fatto domande."
Le furono mostrate alcune foto e riconobbe l'auto vista quella sera nella vettura di Giancarlo Lotti, una Fiat 128 coupè.
L'8 febbraio 1996 fu nuovamente ascoltata dal capo della squadra mobile, e dal PM Paolo Canessa. Confermò quanto riferito precedentemente ad aggiunse alcuni particolari in merito alle strane pratiche che avvenivano presso l'abitazione di Salvatore Indovino e Filippa Nicoletti: "Ogni domenica mattina, nell' appartamento dei due c' erano i resti di messe nere, vedevo cose strane, c'erano inequivocabili tracce di cosa era successo il sabato sera e la notte. Nella stanza appena si entrava, c' erano ceri spenti, una stella a cinque punte disegnata in terra con il carbone, una indicibile sporcizia e confusione dappertutto, preservativi, bottiglie di liquori vari vuote, nonchè un cartellone appoggiato sul tavolo contenente tutte le lettere dell'alfabeto e numeri con all'estremità di questo cartellone, che era di forma ovale, due cerchi con scritte in uno SI e nell'altro NO. Nel mezzo di questo cartellone c'era un piattino da caffè sporco di nero"(Un cartellone simile era stato rinvenuto presso l'abitazione di Pietro Pacciani). Sulle lenzuola del letto grande c' erano tracce di sangue. Erano macchie larghe quanto un foglio di carta da lettera".
Segue...
Rif.1 - La Repubblica - 18 febbraio 1996 pag.9
Rif.2 - Il mostro pag.116
Rif.3 - Compagni di sangue pag.52


martedì 11 agosto 2009

REPLAY - Lorenzo Nesi - seconda parte

Segue dalla prima parte.
Il 28 febbario 1996, il capo delle squadra mobile, Michele Giuttari, fece perquisire la sua abitazione, senza trovare alcunchè di significativo. Seguì un colloquio in cui Lorenzo Nesi, in merito ai suoi rapporti con Mario Vanni, dichiarò: "Lo conosco fin da quando ero ragazzo. Era amico di un mio zio, ora deceduto e che faceva anche lui il postino. Stando con mio zio, conobbi Vanni. Anche se tra di noi c'era una notevole differenza d'età col tempo diventammo amici. La nostra vera frequentazione incominciò nella prima metà degli anni Settanta quando io, lavorando nel settore tessile, giravo con il furgone o con la macchina per visitare i clienti di Firenze e dintorni. Mi capitava così di incontrare Vanni mentre faceva l'autostop per venire a Firenze da parenti oppure da puttane. In quelle occasioni gli davo un passaggio e durante la strada mi parlava delle prostitute che frequentava, tra cui una certa Gina della quale elogiava la bravura nel rapporto orale. Gli dissi che avrei voluto provare anch'io. (...) In una occasione lasciai Vanni dalla Gina e andai a sbrigare delle pratiche. Tornai a prenderlo dopo una mezz'oretta e non lo trovai in strada. Salii allora a casa della donna. Non trovai nessuno nella sala d'aspetto e, convinto che Vanni fosse ancora nella camera da letto con Gina, aprii la porta. Vidi che c'era una persona con un mantello nero (Salvatore Indovino ndr), di quelli che indossano i magistrati, e vidi pure che c'era una lampada di forma rotondeggiante che emanava una fievole luce rossa. Questa persona mi sembrò un mago. Era solo e alla mia vista ebbe un gesto di stizza. Chiusi subito la porta e andai via. In strada adesso accanto al furgone c'era Vanni che mi stava aspettando. Gli raccontai l'accaduto dicendogli che non sarei più tornato da Gina." Circa le prostitute da cui andavano disse di aver frequentato una signora in via della Scala ed una di San Casciano che però praticava in alberghi a Firenze (Gabriella Ghiribelli ndr). Aggiunse: "Ricordo che quando passavo con Mario da un casolare vicino a San Casciano, vicino al luogo dell'ultimo delitto, me lo indicava dicendomi «Lì si tromba». Mi diceva che lui era solito andare lì a trombare. In questo posto ritengo però che Mario andasse per Antonietta (Sperduto ndr) e non per Filippa che invece la caricava Garibaldi (Giancarlo Lotti ndr)." Riguardo Antonietta Sperduto disse: "Mario la conobbe quando lei stava al Ponte Nuovo e incominciò a frequentarla. Mi raccontava che all'inizio Antonietta non «gliela dava» e che lui si masturbava mentre la donna cercava di sfuggirgli girando intorno al tavolo da pranzo. Poi però alla fine lei gli «allargò le gambe» e Mario così iniziò la relazione che proseguì anche quando la donna andò a vivere nel casolare vicino a quello di Filippa. Voglio far notare che Mario con Antonietta si comportava sempre bene, nel senso che era solito farle dei regali, e non mi riferisco a anelli o cose del genere, ma a roba da mangiare, tipo bistecche, pollo, braciole... Mario mi disse anche che aveva parlato con Pacciani della sua relazione con Antonietta e che Pietro l'aveva convinto a portarlo con sè dalla donna. Iniziarono così quelle che Mario chiamava le «famose spedizioni», che in linea di massima avvenivano nel pomeriggio di sabato o di domenica. Mario mi diceva che da quel momento non era riuscito più ad avere rapporti sereni con Antonietta perchè Pacciani buttava fuori il marito di lei e voleva toccare anche le figlie creando problemi. In pratica, per come intendo io, quando c'era Pacciani non c'era la «caricata» tranquilla che invece Mario, da solo, riusciva a fare. Mario mi diceva che non poteva fare a meno di portare con sè Pacciani perchè non era capace di dirgli di no. Mi diceva che Pacciani usava violenza fisica nei confronti del marito di Antonietta, che lo minacciava e addirittura che lo cacciava da casa per poter avere un rapporto sessuale con la donna. A un certo punto mi disse che non potevano andare più dalla donna perchè avevano saputo che il marito si era munito di un arnese da difesa, tipo una falce o una roncola o qualcosa di simile. Mario temeva che potesse succedere qualcosa di grave. Questi fatti si verificarono tra il 1979 e il 1980. Mario però continuò a frequentare la donna anche nella nuova casa, ma non so se ancora insieme a Pacciani o da solo." Circa la morte del marito di Antonietta, Luciano Malatesta, riferì: "Sentii parlare della morte del marito di Antonietta, che venne trovato impiccato e voglio manifestare una mia impressione che ho ricavato anche per aver notato un cambiamento di comportamento di Mario dopo questo evento. In pratica ho notato che Mario diventò particolarmente nervoso ed era in uno stato di evidente soggezione nei confronti di Pacciani. Ipotizzai che l'uomo potesse essere stato ucciso magari col coinvolgimento di Mario che così rimase strettamente legato a Pacciani." Disse che Mario Vanni "era un uomo buono e tranquillo che però diventava violento quando beveva o quando una donna non «gliela dava», una volta assistetti ad un episodio di violenza. Accompagnai Mario a casa di Pacciani a prendere la legna e poi a casa, dove la scaricò mettendola in un ripostiglio vicino alla cucina. Poi cominciò a rimproverare la moglie perchè non voleva «trombare» costringendolo a andare a prostitute, non considerando che lui era un brav'uomo tanto che faceva quei sacrifici per prendere la legna e salirla a casa con grande sforzo e sacrificio. La moglie andò in bestia e cercò di chiamare i carabinieri. Mario prese un pugnalone o una baionetta e la minaccio tirando fuori «l'uccello» e dicendole: «guarda che uccello che ho». Al che la donna fuggì gridando e io mi asoperai per calmare Mario. Mi stupì in questo episodio abbastanza tragico il fatto che Mario avesse «l'uccello eretto»." Nello stesso colloquio, Lorenzo Nesi ricordò quanto già narrato durante il processo a Pietro Pacciani: "Pacciani era in carcere. Vanni venne a trovarmi in evidente stato di agitazione, tanto che la prima impressione che ebbi fu che avesse bevuto. Mi chiese di accompagnarlo dalla moglie di Pacciani. Gli risposi: «Ma cosa vai a fare a quest'ora? Puoi allungarti domani mattina quando fai il giro della posta». Mi rispose che era urgente perchè gli era giunta una lettera da Pacciani che conteneva «fatti brutti, fatti di sangue, cose grosse». Mi aggiunse che lui si era «bello rotto i coglioni» perchè Pacciani una volta gli diceva di fare una cosa e un'altra volta un'altra cosa facendomi capire che aveva ricevuto più lettere. Io non conosco il contenuto della lettera perchè non mi fu fatta leggere, ma vidi solo la busta quando eravamo nel furgone e stavamo andando a casa Pacciani. Giunto a Mercatale lo lasciai in Piazza e gli chiesi se dovevo aspettarlo. Mi rispose di no." Il capo della mobile gli chiese quindi se conoscesse Fernando Pucci e Giancarlo Lotti. Nesi rispose: "Fernando solo di vista. Lo vedevo in paese in compagnia di Lotti e anche di Vanni. Conosco invece molto bene Lotti. E' una brava persona, buona di carattere e silenziosa. Di lui una volta Vanni mi disse che aveva «trombato» molto Filippa e che aveva avuto con questa un rapporto anale, tanto che fu costretto a ricoverarla in ospedale."
Nel maggio del 1997, poco prima che iniziasse il nuovo processo davanti alla Corte di Assise di Firenze, Lorenzo Nesi, si presenta, con un suo legale presso l'ufficio di Michele Giuttari, dove riferì in merito alla frequentazione di Mario Vanni di una prostituta di nome Clelia Cuscito, il cui corpo senza vita era stato trovato all'interno della sua abitazione il 14 dicembre 1983.
Il 22 maggio 2003, Lorenzo Nesi torna a parlare con gli inquirenti. Nel verbale redatto si legge: "Ho voluto spiegarvi queste cose per poter fornire un contributo alle vostre indagini, che secondo me sono mirate nella maniera giusta perchè i mandanti esistono. E per far qualcosa di ancor più utile vi faccio presente di essere disponibile ad avere un colloquio in carcere con Vanni, per vedere se, data la nostra amicizia e la stima di Vanni nei miei confronti, possa confidarmi i suoi segreti, non so se riuscirò in questa mia opera, però devo dirvi che al processo, quando io testimoniavo, Vanni col capo assentiva a tutto quello che io dicevo e questo può vedersi anche nei filmati, quanto finì l'udienza mi strinse la mano. Ebbi l'impressione in quell'occasione che stesse per dirmi qualcosa che nel frattempo due carabinieri lo allontanarono e se lo portarono via." Lorenzo Nesi ebbe due colloqui con Mario Vanni, uno il 26 ed uno il 30 giugno 2003. Nel verbale di quest'ultimo colloquio si legge quanto segue.
Nesi: "Vuoi fare mente locale e dire... fra costretto a far delle cose che tu non volevi fare?"
Vanni: "Si."
Nesi: "L'è ventanni che un tu le dici. Le merende, le merende, le merende... le si fanno con il Corpus Domini."
Nesi: "Ma qualcosa t'avrà detto «ho ammazzato due persone» Dio bono! Qualcosa t'avrà detto, «l'ho ammazzato per un motivo!»"
Vanni: "Ma... eh gliè stato il mostro, hai capito?"
Nesi: "Come?"
Vanni: "E' stato Ulisse che ha ammazzato tuta questa gente, nero."
Nesi: "Chi gliè il nero?"
Vanni: "E' un americano."
Nesi: "Un americano? E chi ammazzava? Ulisse."
Vanni: "Ulisse si chiama."
Nesi: "Un l'ha ammazzati il Pacciani? O un l'ha ammazzati il Pacciani?"
Vanni: "No."
Nesi: "E indo gli era quest'americano?"
Vanni: "E indo gli era? Nel bosco lo trovi. Lo trovò nel bosco. Ogni cosa gl'aveva. Che l'era stato lui a fa questi delitti."
Rif.1 - Il mostro pag.189
Rif.2 - Il mostro di Firenze - Il thriller infinito pag.153
Rif.3 - Assolto perchè il fatto non sussiste pag.33


lunedì 10 agosto 2009

REPLAY - Lorenzo Nesi - prima parte

Originario di Tavarnelle Val di Pesa, lavorava nel campo tessile ed era amico di Mario Vanni. Il 23 maggio, durante il processo a Pietro Pacciani riferì che l'imputato gli aveva raccontato d'essere andato a caccia di fagiani di notte - "cascavano giu' dagli alberi come sassi"- gli aveva detto.
Nell'udienza dell'8 giugno 1994 dichiarò: "Mi riorganizzo un attimo le idee. Allora, la sera del delitto io tornavo dalla montagna con degli amici e passai da via degli Scopeti perchè dannatamente la superstrada era chiusa. Che fosse quella sera è certo perchè il giorno dopo sentii il racconto del ragazzo che aveva trovato i corpi e mi dissi: «Porca miseria, son passato di lì ieri sera». Passano gli anni, vien fuori che Pacciani è sospettato. E io mi ricordo che quella sera, al bivio di Chiesanuova, avevo incrociato una Ford Fiesta su cui c'era il Pacciani con un'altra persona. Erano in due, son sicuro. Mi ricordo che pensai: «Pietro gli è andato dalla Trittrilla (Maria Antonietta Sperduto ndr)»." Alla domanda del PM se fosse certo d'aver riconosciuto il Pacciani rispose: "Attenzione, io sono convinto come Nesi Lorenzo che era Pacciani, non l'ho detto prima perchè per me sono sicuro, per il tribunale forse c'era un venti-trenta per cento di dubbio. Ma quando Pacciani, quel giorno che ho salito quei tre scalini per venir qui a testimoniare, ha fatto finta di non conoscermi, allora mi son detto: «Lo ha fatto perchè temeva che raccontassi che quella sera lo avevo visto». Ecco, questo mi ha fatto perdere quel venti per cento di dubbio."
Quando il primo novembre 1994, Pietro Pacciani fu condannato alla pena di sette ergastoli poichè riconosciuto colpevole di sette degli otto duplici omici compiuti dal "mostro di Firenze", Lorenzo Nesi rilasciò un'intervista in cui riferì: "Credo che non sia finita qui, molte cose debbono ancora venire fuori, elementi che gli inquirenti sanno ma non hanno potuto produrre in aula. Ci sono tre, quattro persone che sanno, che non hanno parlato e sono in grado di agire, colpire..."
Nella foto il bivio per Chiesanuova.


domenica 9 agosto 2009

REPLAY - Antonio Vinci

Figlio di Barbarina Steri e Salvatore Vinci. Nacque in Sardegna a Villacidro il 15 febbraio del 1959. Nel 1960, dopo la morte della moglie, Salvatore Vinci si trasferì con i fratelli Giovanni e Francesco in Toscana. Il piccolo Antonio rimase in Sardegna con alcune zie che iniziarono a chiamarlo affettuosamente Antonello. All'età di quattro anni andò ad abitare alla Briglia di Vaiano in provincia di Prato con il padre e la sua nuova moglie Rosina Massa. Nell'estate del 1970, Antonio, si trasferì con il padre a Firenze in Via Cironi ma nel '73, a causa dei frequenti contrasti, scappò di casa. Nel giugno del 1974 Salvatore Vinci lo denunciò per violazione di domicilio; nello stesso anno Antonio tornò a stare a Villacidro in Sardegna. Nei primi anni '80 è di nuovo a Firenze con lo zio Francesco. Nel 1981 si sposò ma dopo due mesi il matrimonio fu annullato per non essere stato consumato.
Nel 1983, a seguito di una perquisizione, gli furono trovati alcuni fucili non denunciati presso una baracca vicino alla sua abitazione e fu condotto in prigione, ma nel processo che seguì, fu assolto con la formula più ampia "perché il fatto non sussiste". Nel luglio del 1984 avviò una attività di posa in opera di pavimenti e rivestimenti; impiego che cessò nel maggio del 1988 quando fu nuovamente incarcerato per tentata rapina. A suo carico anche alcune denunce per furti relativi ad auto. Tutt'oggi vive a Firenze ed è un autotrasportatore.
Rif.1 - Dolci colline di sangue pag.

sabato 8 agosto 2009

REPLAY - Stefano Mele - seconda parte

Segue dalla prima parte.
Nel luglio del 1982 gli inquirenti si recarono a Ronco all’Adige, Mele continuò ad accusare Francesco Vinci del duplice omicidio di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco e disse di non essere neppure stato sul luogo dell’omicidio. “Inizialmente feci il nome di Salvatore Vinci per non chiamare in causa Francesco. Poi pressato dagli interrogatori, parlai di Francesco Vinci per cui questo fu arrestato e mentre ero alle Murate mi minacciò dicendomi che se avessi ritrattato tutto avrebbe ucciso me e la mia famiglia. Fu così che feci il nome di Carmelo Cutrona. (...) Dopo aver passato in caserma tutta la giornata tornai a casa con il bambino che quella sera, prima di addormentarsi, mi disse che ad uccidere sua madre e a portarlo in braccio era stato Francesco Vinci che lo aveva minacciato di morte se avesse parlato.” Il 17 agosto 1982, fu condotto presso la caserma dei carabinieri di Borgo Ognissanti a Firenze dove ebbe luogo un confronto con Francesco Vinci, questi rivolgendosi ai magistrati Della Monica e Vigna disse: “Quest’uomo non può essere creduto, qualunque cosa dica. I vostri colleghi lo hanno già condannato per calunnia. Hanno stabilito loro che è un bugiardo. Potreste credergli solo se aggiungesse elementi nuovi rispetto al processo del 1970.” Stefano Mele, ricostruì il delitto del 1968 disse che ad uccidere la “sua signora” era stato Francesco Vinci che aveva sparato dal finistro posteriore sinistro e poi introducendo il braccio dentro l’abitacolo aveva sparato altri due colpi. Proseguì Mele: “Vinci mi minacciò. Mi disse che se avessi parlato avrebbe compiuto terribili rappresaglie contro la mia famiglia, in particolare contro il mio Natalino. Tu sei già condannato, mi disse, perché sei il marito. E’ inutile che tiri in mezzo anche me.” Il 16 gennaio 1984, secondo "Dolci Colline di sangue", il 17 secondo "La leggenda del Vampa, il giudice istruttore Mario Rotella, si recò a Ronco all'Adige per interrogare Stefano Mele. Durante una perquisizione fu trovato, nel portafoglio di Stefano Mele, un biglietto con frasi in stampatello e in corsivo che recava scritto : "RIFERIMENTO DI NATALE riguaRDOLO ZIO PIETO. Che avesti FATO il nome doppo SCONTATA LA PENA. COME RisulTA DA ESAME Ballistico dei colpi sparati." Su di un lato del foglietto c'era lo schizzo di una maglia e dei numeri, sull'altro il numero di telefono del parroco che gestisce la casa dove era ospitato Stefano Mele. In calce al biglietto il nome di una tipografia di Mantova. Una sorta di promemoria per Stefano Mele, volto a indurlo a riportare sempre la medesima versione dei fatti. Il 24 gennaio 1984, Stefano Mele fu portato nella caserma dei carabinieri di Borgo Ognissanti a Firenze. Gli fu mostrato il biglietto ritrovato : “Prendo visione del biglietto, l’ha scritto mio fratello circa un anno fa e me lo ha dato a Ronco all’Adige. (…) "No, Francesco Vinci non era con me la notte del 21 agosto 1968. L'ho accusato per vendicarmi di essere stato l'amante di mia moglie. Quella notte con me erano tutti e due, mio fratello Giovanni e Piero. Andammo sul luogo dell’omicidio con la macchina di Giovanni, io poi sono andato in galera, quindi sono andato a Verona e non so cosa abbiano fatto loro dell’arma. (...)La decisione di uccidere era stata presa una settimana prima, a Ferragosto. Avevo incontrato mio fratello, che lavorava a Mantova e tornava solo nel fine settimana, a casa di nostra sorella Antonietta. «non ce la faccio più a sopportare i suoi tradimenti» gli ho detto. E lui ha deciso che l’avremmo uccisa mentre era con un amante. (...)Li ho trovati all’ora prefissata vicino a casa di mio fratello e siamo andati con la sua macchina.(…)La verità è che ho sparato io. Non voglio aggravare la posizione di mio fratello, almeno lo posso agevolare in qualche modo.(…)E’ vero che il bambino vide Mucciarini sul posto del delitto. Se ha detto così vuol dire che è vero. Mio fratello invece non lo ha visto. Dopo il delitto gli altri due se ne tornarono con la macchina, io invece accompagnai il bambino, per dirgli appunto di ricordarsi di dire che io ero malato a casa e di non fare il nome di Mucciarini.(…)A me la paraffina risultò positiva dunque ho sparato io. La signoria vostra mi fa osservare che ai fini della responsabilità è indifferente chi abbia sparato. E’ vero però a distanza di tanti anni non potreste trovare tracce sulle mani degli altri due. Tuttavia è stato Mucciarini.(…) La verità è che è stato mio fratello a sparare. Poi mi fu messa in mano la pistola. Qualche colpo l’ho sparato anch’io ma non ricordo quanti colpi ho sparato, se prima o dopo. Sono passati 15 anni, gli restituii subito l’arma.(...)Però è vero che a Salvatore Vinci della pistola di Francesco glielo avevo detto io. Anche Salvatore era un poco di buono. In Sardegna la moglie gli morì con il gas, ma anche lì fu salvato il bambino. Non, non voglio dire niente contro Salvatore. Non c’è nessuna allusione. Salvatore Vinci aveva la macchina a quattro ruote.
Nel maggio del 1985, il giudice Rotella, rese esecutivo un mandato di cattura contro Mele relativo alla condanna per calunnia nei confronti di Francesco Vinci e lo fece incarcerare a Sollicciano, vicino Scandicci. Il 12 giugno 1985 Stefano Mele cambiò nuovamente le carte in tavola e fornì ai carabinieri una nuova versione. Si legge nel verbale: “A mettersi d’accordo per uccidere sua moglie con l’amante, fosse Antonio Lo Bianco o un altro, sono Salvatore Vinci, Giovanni Mele e Piero Mucciarini. Egli sostiene di aver dato 400.000 lire (a Vinci) per comprare la pistola, di non sapere se ce l’avesse da prima o se l’abbia comprata; che suo fratello (Giovanni) non è a conoscenza che lui ha dato quattrini a Salvatore per comprare la pistola e che l’idea dell’arma, come anche quella di uccidere è venuta a Salvatore. Dice che loro tre si sono messi d’accordo e che per far venire suo fratello è andato a Casellina dove abitava con Piero. Aggiunge che la scelta è caduta sul 21 per ragioni di ferie e di precostituzione dell’alibi. E’ quello il giorno che torna utile, anche perché sua moglie esce tutti i giorni a fare l’amore ed è dunque importante che il giorno vada bene a loro.”(…)”I compiti distribuiti da Salvatore prevedono per lui, Mele, di prendere la pistola all’ultimo momento, perché gli restino in mano i residui della polvere da sparo, rilevabili con il guanto di paraffina, e così loro se ne sarebbero lavati le mani. La decisione su chi dovesse sparare per primo è stata rinviata sul posto.”(…)” La sera del 21 agosto visti uscire la moglie, il figlio e Lo Bianco è uscito anche lui trovando due autovetture ad attendere: quella del cognato Marcello Chiaramonti, e l’altra, di Salvatore, non sa dire su quale sia salito. Al delitto hanno partecipato Salvatore Vinci, Giovanni Mele, Piero Mucciarini e Marcello Chiaramonti.”(…)”Intuito che i due Locci/Lo Bianco e Natalino) sono al cinema, uno del gruppo entra per accertarsene. Poi, dopo aver atteso all’uscita, li seguono fino al luogo del delitto. Parcheggiano le auto poco distante, all’altezza di un cimitero, scendono in cinque e ognuno esegue il compito assegnatogli. Uno rimane al ponte, avanti vanno Salvatore, poi Giovanni poi lui, Stefano. Mele precisa che a sparare per primo è Salvatore, poi Giovanni, quindi lui, ma in aria per non colpire il bambino. Mentre lui mette a posto le gambe di Lo Bianco, si avvicina anche Piero. Natalino si sveglia, riconosce lo zio Piero e il padre. Stefano Mele prende quindi il figlio e lo accompagna dai De Felice. Salvatore ha partecipato al delitto perché era più marito lui di me.” Riguardo la pistola: “ Ricorda che è stata presa da Salvatore da una borsa, ma non è più in grado di indicare a chi sia rimasta, se lui l’abbia messa in terra o l’abbia resa a qualcuno.” Il 19 giugno 1985 venne effettuato un nuovo sopralluogo a Signa, venne ricreata la scena del delitto del 21 agosto, una auto fu posta dove fu trovata parcheggiata la Giulietta di Antonio Lo Bianco. Erano presenti il giudice Mario Rotella, il sostituto procuratore Adolfo Izzo ed il colonnello Nunziato Torrisi. Stefano Mele mimò la scena del duplice omicidio. Poi percorse la strada per giungere presso la casa dei De Felice, e incerto non riconobbe l’abitazione dove disse d’aver lasciato Natalino. Il 18 settembre 1985 fornì una nuova versione relativamene al percorso affrontato dal figlio: “Natalino lo ha accompagnato Salvatore un po’ con la macchina un po’ a piedi”. Fu scarcerato e gli furoni concessi gli arresti domiciliari, Tornò quindi a Ronco all’Adige dove morì il 16 febbraio 1995 a seguito di una crisi circolatoria e respiratoria dopo un intervento chirurgico ad un'ernia.
Rif.1 - Il mostro di Firenze - Il thriller infinito pag.19
Rif.2 - La leggenda del Vampa pag.102
Rif.3 - Storia delle merende infami pag.83

venerdì 7 agosto 2009

REPLAY - Stefano Mele - prima parte

Stefano Mele, nacque nel 1920 a Fordongianus in provincia di Cagliari. Con la famiglia si trasferì nel nuorese dove fece il pastore nella piana di Orgosolo e sulle montagne della Barbagia di Ollolai. Nel 1958 insieme al padre Palmerio, la madre Pietrina e la sorella Antonietta, raggiunse il fratello Giovanni a Casellina alle porte di Firenze. Nel 1960 conobbe Barbara Locci con cui si sposò. I due si trasferirono a Prato in casa dei genitori di Stefano ed il 25 dicembre dell'anno successivo nacque Natale. Nel 1966 si trasferirono a Lastra a Signa. Nel testo “Il mostro di Firenze” di Cecioni Monastra, alla fine dell’estate del 1967 fu investito dalla Lambretta guidata da Francesco Vinci, uno degli amanti della moglie; nell’omonimo testo di Mario Spezi, Stefano Mele fu investito, nell’estate del 1968 da una automobile. Nell’incidente si fratturò una gamba e fu ricoverato in ospedale per alcune settimane. Non disponendo Francesco Vinci di una polizza assicurativa, l’incidente fu imputato al fratello Salvatore la cui assicurazione emise un indennizzo a Stefano Mele di 480.000 lire.
Durante la convalescenza in ospedale di Stefano Mele, Francesco Vinci si stabilì presso la sua residenza, in via XXIV Maggio, e vi permase fino al 26 ottobre 1967, quando la moglie lo denunciò per concubinaggio, maltrattamenti e mancanza di assistenza alla famiglia e fu arrestato dai carabinieri.
La mattina del 21 agosto, Stefano Mele, ebbe un malore su di un cantiere tra Signa e Prato e fu accompagnato a casa da un collega, Giuseppe Barranca. Nel pomeriggio passarono da casa due amanti della moglie, Antonio Lo Bianco e Carmelo Cutrona.
Dopo la cena, Barbara Locci uscì con il figlio Natale, assieme ad Antonio Lo Bianco e portò con se le ultime 24.000 lire rimaste dell’indennizzo dell’assicurazione.
Alle ore 7,00 del giorno successivo i carabinieri suonarono il campanello dell’abitazione in via XXIV Maggio ed informarono Stefano Mele della morte della moglie ad opera di un assassino, che l’aveva uccisa insieme all’amante. Questi fu quindi condotto in caserma per accertamenti. Intorno alle ore 9,40 ebbe inizio l’interrogatorio. Al maresciallo dei carabinieri Filippo Funari, Stefano Mele, dichiarò: “Non so chi potesse avere interesse a uccidere mia moglie. (…) Francesco Vinci, un amante di mia moglie a giugno l’ha minacciata di morte. Carmelo Cutrona è un amante di Barbara e quando ieri pomeriggio è venuto a casa si è molto turbato a veder lì Enrico (che in realtà è Antonio Lo Bianco)”. Gli fu fatta la prova del guanto di paraffina per verificare se avesse tracce di polvere da sparo sulle mani , risultò una lieve positività fra l’indice ed il pollice della mano destra. Fu trattenuto in caserma per 12 ore e poi rilasciato. La mattina del 23 agosto i carabinieri tornarono a bussare alla porta di Stefano Mele, l’uomo fu condotto nuovamente in caserma dove trovò anche il cognato Piero Mucciarini. Stefano Mele indicò gli amanti della moglie: Giovanni, Francesco e Salvatore Vinci. “A febbraio quando ero in ospedale, lui (Salvatore ndr) è venuto a dormire a casa mia, con mia moglie. Me lo ha detto Natalino. (…) Salvatore era geloso di Barbara e ha minacciato di ucciderla se avesse continuato a frequentare altri uomini.” Nel pomeriggio Stefano Mele fornì una nuova versione dei fatti confessando d’aver ucciso la moglie assieme a Salvatore Vinci. “E’ lui che mi ha accompagnato sul luogo del delitto, è lui che mi ha fornito l’arma.” Di questa confessione non esiste però alcun verbale. Mele fu portato sul luogo dell’omicidio, gli fu messa una pistola in mano, il colonnello dei carabinieri, Olinto dell' Amico, che allora comandava la sezione operativa riferì di quel giorno: "Lo portammo subito sul luogo del delitto ma ci fece sbagliare strada. (...) Quando ci arrivò non sembrava spaesato. Gli abbiamo messo in mano un' arma perché ci ricostruisse i fatti di quella notte. La mia impressione? Secondo me non la sapeva neppure maneggiare". Fu collocata un’auto della polizia dove era stata trovata la Giulietta di Antonio Lo Bianco e fu chiesto al Mele di mimare la scena dell’omicidio. La ricostruzione non convinse gli inquirenti e se possibile ne accrebbe le perplessità. “Io da quel finestrino ho sparato in un’unica direzione, su entrambe le vittime” poi “ho gettato via la pistola” disse Stefano Mele pressato dagli inquirenti. Furono fatti intervenire i vigili del fuoco, che dragarono il fiume Vingone che corre parallelo al luogo del duplice omicidio, venne tagliata l'erba e furono setacciate le siepi ma della pistola non fu trovata traccia.
Alle ore 21,00, Mele fornì una nuova versione. Disse che alle 23,30 del 21 agosto, era andato a cercare la moglie ed il figlio che ancora non erano rincasati. In Piazza aveva incontrato Salvatore Vinci, era salito sulla sua auto ed erano andati a Signa. Avevano visto uscire Barbara, Natale ed Antonio dal cinema, li avevano seguiti fino a Castelletti. Salvatore gli aveva passato la pistola -Vedi, questa è l'arma, ci sono otto colpi - l'aveva presa ed aveva sparato ai due amanti. “Dopo averli uccisi - disse Stefano mele - ho aperto la portiera sinistra dell’auto e, appoggiandomi al volante con la sinistra, con la destra ho tirato su mia moglie per i vestiti, rimettendola seduta ed aggiustandola un po.” Durante questa operazione aveva involontariamente azionato l’indicatore di direzione. Era quindi passato dalla parte opposta dell’auto ed aveva ricomposto il corpo di Lo Bianco. Nella mattina del 24 agosto davanti al giudice istruttore, Stefano Mele, confermò le precedenti dichiarazioni ma nel primo pomeriggio, dichiarò: “la verità è che io quella sera ero con Francesco Vinci, non ho fatto il suo nome perché avevo paura. (…) A dimostrazione del fatto che Francesco pensava già da tanto tempo di uccidere mia moglie preciso che più volte egli l’aveva seguita nei suoi appuntamenti con altri uomini e ciò mi è stato riferito da mia moglie e può essere confermato anche da Salvatore.”
Nel pomeriggio per "Il mostro di Firenze" di Cecioni Monastra, nella mattina per "La leggenda del Vampa", venne predisposto un confronto tra Stefano Mele e Salvatore Vinci. Mele quando lo vide gli si inginocchiò davanti piangendo e chiedendo perdono.
Domenica 25 agosto, secondo "La leggenda del Vampa", presso il carcere delle Murate ebbe luogo il confronto tra Stefano Mele e Francesco Vinci. Dalle parole di Francesco Vinci emerse l'esiguità intellettuale di Stefano Mele, che come irritato, iniziò ad accusare Carmelo Cutrona. (questo confronto secondo il primo testo di Mario Spezi non ebbe mai luogo). Continuò a puntare il dito contro Carmelo Cutrona anche durante l’interrogatorio del 3 settembre ma tornò sulle sue dichiarazioni il 3 febbraio 1969 quando accusò nuovamente Francesco Vinci di avergli ucciso la moglie. Nei giorni successivi, Stefano ricevette la visita del fratello Giovanni, a cui dette le informazioni per il mantenimento del piccolo Natale che fu poi affidato alla zia Antonietta.
Nel marzo del 1970 si aprì il processo a Stefano Mele davanti alla Corte di Assise di Firenze, accusato di “aver da solo, con l’eventuale compartecipazione di persona rimasta sconosciuta, nella notte dal 21 al 22 agosto 1968, mediante colpi di arma da fuoco, cagionato con premeditazione la morte, in località Castelletti di Signa” della moglie e del suo amante. Stefano Mele fu difeso dagli avvocati: Sergio Castelfranco e Dante Ricci.
Durante il processo il presidente Coniglio chiese a Stefano Mele: "Sul luogo del delitto lei ammette d’esserci stato?" e lui rispose: "Si, è vero: ma assieme a Francesco Vinci che venne a prendermi a casa con il motorino. Mia moglie era andata via verso le 21 con Lo Bianco e il bambino, e Vinci arrivò circa alle 22; mi portò nei pressi del cinema di Signa. Vedemmo uscire mia moglie e Lo Bianco; misero a dormire il bambino sul sedile posteriore della Giulietta e si avviarono lentamente in macchina verso quella stradina di campagna; li seguimmo a distanza. Fermato il motorino e fatta un po’ di strada a piedi, ci avvicinammo alla macchina e lui sparò dal finestrino dello sportello posteriore abbassato a metà; io rimasi vicino, ma non intervenni neanche per aggiustare i cadaveri: lo fece il Vinci, il quale se ne andò con l’arma, mentre io prendevo in collo il bambino, facendo quasi tre chilometri a piedi, fino alla casa dei De Felice, dove suonai lasciando il ragazzo”. Alla replica del presidente Coniglio: "Perché non lo lasciò, per dare l’allarme, in una casa più vicina?", Mele disse: "Vinci aveva ordinato di fare così e io avevo paura."
"Non so spiegarmi le accuse che Mele mi rivolge - dichiarò Francesco Vinci - perché non l’ho mai offeso, non gli ho fatto nulla, anzi gli ho fatto del bene”.
Al termine del dibattimento il PM chiese una condanna per Stefano Mele pari a ventiquattro anni di reclusione per omicidio continuato, a tre anni per calunnia continuata ai danni delle persone dichiarate colpevoli e a due mesi di arresto per porto abusivo d’arma; a pena scontata altri tre anni in casa di cura e custodia data l’infermità mentale nel frattempo accertata.
Stefano Mele fu condannato, secondo "Il mostro di Firenze" di Spezi, il 25 marzo 1970, il 27 marzo secondo "La leggenda del Vampa", dopo solo tre ore di consiglio per i reati di omicidio di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco e per le calunnie a danno di Salvatore Vinci, Francesco Vinci e Carmelo Cutrona, nonché detenzione e porto abusivo d’arma a 13 anni di reclusione, secondo Spezi, a 16 anni e dieci mesi di reclusione e a tre ulteriori anni di ricovero a pena scontata in casa di cura e custodia nel testo "La leggenda del Vampa."
Gli furono riconosciute le attenuanti generiche, la sua non disposizione a delinquere accertata da una perizia psichiatrica e dall’assenza di precedenti penali.
Scontò la detenzione presso il carcere di Porto Azzurro all'isola d'Elba.
Il processo d’appello ebbe luogo a Perugia e vide una lieve riduzione della condanna a 14 anni, grazie ai condoni e alla buona condotta. Nell’aprile del 1981, finita la reclusione, si trasferì presso la Casa San Giuseppe, a Ronco all’Adige, in provincia di Verona, una casa di riposo per ex carcerati gestita da un istituto religioso, non troppo distante da Castiglione delle Stiviere, dove il fratello Giovanni, a cui era stata affidata la sua tutela, risiedeva.
Rif.1 - Il mostro di Firenze - Il thriller infinito pag.19
Rif.2 - La leggenda del Vampa pag.102
Rif.3 - Storia delle merende infami pag.83

giovedì 6 agosto 2009

REPLAY - Piero Mucciarini

Nacque il 20 luglio 1924 a Castelnuovo Berardenga. Negli anni '50 si trasferì a Firenze e si sposò con Antonietta Mele, da cui ebbe due figlie, Lia e Daniela. Stefano Mele, nel gennaio del 1984, dopo aver scontato 14 anni di reclusione puntò il dito contro parenti e amici: "Mio fratello e mio cognato - disse allora al giudice istruttore - nel 1968 parteciparono all' assassinio di mia moglie Barbara e del suo amante, Antonio Lo Bianco". Il giudice istruttore Mario Rotella, subentrato a Vincenzo Tricomi, su richiesta del sostituto procuratore Adolfo Izzo, spiccò i mandati di cattura per Giovanni Mele e Piero Mucciarini che furono arrestati il 26 gennaio 1984, imputati di concorso in omicidio e indiziati per i delitti avvenuti dal 1974 al 1983. Secondo il testo "Dolci colline di sangue", la sera del duplice omicidio, Piero Mucciarini "chiese e ottenne un turno di riposo". Secondo un articolo de "La Repubblica" "egli era al lavoro nel forno Buti di via del Roncocorto a Scandicci". Il 15 agosto 1984 il giudice istruttore Mario Rotella respinse l'istanza di scarcerazione presentata dai difensori di Giovanni Mele e Piero Mucciarini, dopo che il "mostro di Firenze" era tornato a colpire a Vicchio di Mugello. Piero Mucciarini, detenuto a Siena, fu scarcerato su ordinanaza del Tribunale della Libertà il 2 ottobre del 1984. Il 13 dicembre 1989, Rotella, chiuse definitivamente la sua istruttoria, con una sentenza-ordinanza di 162 pagine in cui si dichiarava non doversi procedere "per non aver commesso il fatto" nei confronti di Francesco Vinci, Giovanni Mele, Piero Mucciarini e Salvatore Vinci.
In "Compagni di sangue" viene inizialmente citato come Stefano Mucciarini.

mercoledì 5 agosto 2009

REPLAY - Francesco Vinci - seconda parte

Segue dalla prima parte.
Nel luglio del 1982, dopo il duplice delitto di Baccaiano, il giudice istruttore Tricomi ed i suoi collaboratori ripresero in mano tutta la documentazione relativa al delito del 1968. L'alibi di Francesco Vinci risultò fragile e la fedina penale non proprio cristallina lo posero nuovamente al centro delle indagini; emerse inoltre che nei giorni successivi il delitto di Montespertoli, Francesco Vinci risultasse irrintracciabile. La sua auto, (un Renault 4 ne "La leggenda del Vampa", una Fiat 125 ne "Il mostro di Firenze" di Spezi) il 20 giugno 1982, fu casualmente trovata a Civitella Marittima, in provincia di Grosseto. Francesco Vinci disse d'essere andato a cercare un posto dove trascorrere le vacanze estive con la famiglia, ma durante il viaggio di ritorno l'auto si era guastata ed aveva pensato di nasconderla per evitare che qualche malintenzionato se ne appropriasse. La moglie Vitalia smentì il marito affermando che le vacanze di quell'anno erano state pianificate da tempo e che avrebbero dovuto recarsi vicino a Viareggio. Ulteriore elemento a carico di Francesco Vinci risultò una scatola di Norzetam, trovata nelle immediate vicinanze del luogo del duplice omicidio di Baccaiano, medicinale di cui Francesco Vinci faceva uso. Il 15 agosto 1982, gli agenti della squadra mobile si recarono nei pressi di Firenzuola, sull'Appennino tosco emiliano, presso il podere Ca' Burraccia, dove nell'abitazione di Giovanni Calamosca arrestarono Francesco Vinci per maltrattamenti alla moglie e furto aggravato, si trattava evidentemente di un espediente per tenere sotto controllo Francesco Vinci mentre proseguivano le indagini. Pochi giorni dopo, presso il carcere delle Murate, gli fu consegnata una comunicazione giudiziaria relativa a tutti i duplici omicidi attribuiti al "mostro di firenze". Il suo difensore, l'avvocato Alessandro Traversi, lo sottopose ad una consulenza psichiarica per dimostrare quanto la personalità di Franceso Vinci fosse distante dalla patologia psichica del mostro di Firenze. Il professor Pierluigi Cabras, stimato psicologo fiorentino, ebbe frequenti colloqui con Francesco Vinci che gli confidò di conoscere l'identità del "mostro di Firenze". Nella perizia lo psicologo scrisse: "in condizioni di infermità mentale tali da scemare grandemente nè tantomeno da escludere le sue capacità di intendere e di volere" era "intellettualmente dotato" e non risultava "persona socialmente pericolosa". Francesco Vinci si rifiutò d'essere sottoposto ad elettroencefalogramma: "Io sono disposto a farmi esaminare dal di fuori, ma non voglio essere frugato dentro!"
Durante la detenzione, l'1 ed il 2 ottobre del 1982, era era stato ricoverato presso il centro clinico della casa circondariale di Firenze per uno sciopero della fame che in poche settimane gli aveva fatto perdere una ventina di chili. Era tornato in clinica dal 6 al 10 ottobre per una presunta frattura ad una mano. Nello stesso carcere era detenuto Pietro Pacciani.
Nel luglio 1984 era ancora detenuto in carcere, ad un ordine di cattura per concorso in detenzione di armi giuntogli in prigione si era aggiunta la condanna a tre mesi di reclusione inflittagli dal tribunale di Pisa per il furto di un autocarro. Nel settembre del 1984 si tenne il processo d'appello ed il 26 ottobre fu rilasciato.
Il 13 dicembre 1989 il giudice Rotella chiuse l'indagine sul "mostro di Firenze" relativa alla cosiddetta pista sarda con una sentenza-ordinanza di 162 pagine in cui si dichiarava non doversi procedere "per non aver commesso il fatto" nei confronti di Francesco Vinci, Giovanni Mele, Piero Mucciarini e Salvatore Vinci.
Il 7 agosto 1993 fu torturato, mutilato, ucciso e quindi bruciato insieme all'amico Angelo Vargiu. I corpi carbonizzati furono trovati nella frazione Garetto di Chianni vicino a Pontedera nel bagagliaio di una Volvo 240 di proprietà di Francesco Vinci. Il sostituto procuratore dichiarò:"Stiamo lavorando sul contesto umano di questa gente, un intreccio molto complicato dove convivono furti di bestiame, sequestri di persona, ultimamente anche droga. Molti segreti. Seguiamo ogni pista".
I funerali si svolsero il 2 maggio 1994, quando fu data per certa l'identità dei due corpi. Per il delitto fu accusato Giampaolo Pisu, un pastore di Orciatico che fu poi prosciolto.
Rif.1 - La leggenda del Vampa pag.106
Rif.2 - Il mostro di Firenze pag.58
Rif.3 - Compagni di sangue pag.111

martedì 4 agosto 2009

REPLAY - Francesco Vinci - prima parte

Originario di Villacidro, fratello minore di Giovanni e Salvatore Vinci. Nei primi anni ’60 con la moglie Vitalia Melis, giunse a Calcinaia vicino a Lastra a Signa, in provincia di Firenze, dove ebbe tre figli, Sergio, Vania e Maria Cecilia. Di mestiere faceva il levigatore di pavimenti ma all'occorrenza anche il manovale ed il muratore. Nel 1966, grazie al fratello Salvatore, conobbe Barbara Locci, di cui divenne l’amante. Sul finire dell’estate del 1967 investì con la sua lambretta il marito di Barbara Locci, Stefano Mele, questi si fratturò una gamba e fu ricoverato in ospedale per alcune settimane. Non disponendo Francesco Vinci di una polizza assicurativa, l’incidente fu imputato al fratello Salvatore la cui assicurazione emise un indennizzo a Stefano Mele di 480.000 lire. Durante la permanenza in ospedale di Stefano Mele, Francesco Vinci si stabilì presso la sua residenza, in via XXIV Maggio, e vi permase fino al 26 ottobre 1967, quando la moglie lo denunciò per concubinaggio, maltrattamenti e mancanza di assistenza alla famiglia e fu arrestato dai carabinieri. I tre figli in evidente stato di malnutrizione furono ricoverati in un istituto. Al processo Vitalia ritirò la denuncia e i due tornarono a vivere insieme. Il 21 agosto 1968 Barbara Locci fu uccisa con un altro dei suoi amanti, Antonio Lo Bianco. Stefano Mele inizialmente confessò d’aver compiuto il duplice omicidio poi accusò Salvatore Vinci d’averlo aiutato nell’impresa quindi disse: "Francesco Vinci, un amante di mia moglie, a giugno l'ha minacciata di morte".
Il 22 agosto i carabinieri si recarono presso l’abitazione di Francesco Vinci, eseguirono una perquisizione ma non trovarono alcunchè di significativo, lo condussero quindi in caserma dove gli fu fatta la prova del guanto di paraffina, che diede esito negativo. Relativamente all’alibi per la sera del delitto, disse di essere andato a letto alle dieci, la moglie confermò e Francesco fu rilasciato.
Nella mattina del 24 agosto, davanti al giudice istruttore, Stefano Mele, confermò le precedenti dichiarazioni ma nel primo pomeriggio, dichiarò: “la verità è che io quella sera ero con Francesco Vinci, non ho fatto il suo nome perché avevo paura. (…) A dimostrazione del fatto che Francesco pensava già da tanto tempo di uccidere mia moglie preciso che più volte egli l’aveva seguita nei suoi appuntamenti con altri uomini e ciò mi è stato riferito da mia moglie e può essere confermato anche da Salvatore”. Domenica 25 agosto, secondo "La leggenda del Vampa", presso il carcere delle Murate ebbe luogo il confronto tra Stefano Mele e Francesco Vinci. Dalle parole di Francesco Vinci emerse l'esiguità intellettuale di Stefano Mele, che come irritato, iniziò ad accusare un'altro amante della moglie, Carmelo Cutrona.
Nel 1969 Francesco Vinci ebbe un quarto figlio, Fabio.
Nel marzo del 1970 ebbe luogo, a Firenze, il processo a Stefano Mele, indiziato d'aver ucciso la moglie e l'amante. L'avvocato di Stefano Mele, Stefano Ricci, mostrò durante un'udienza una foto che Francesco Vinci aveva dedicato a Barbara Locci: "Ti offro la mia fotografia in ricordo di un amore che non avrà mai fine" e chiamò a testimoniare Salvatore Vinci che disse d'aver appreso dalla cognata, che il fratello detenesse un’arma nel portaoggetti della sua Lambretta. Vitalia negò d’aver mai confidato a Salvatore simili dettagli. Francesco Vinci, relativamente alle accuse del fratello Salvatore sul possesso di una pistola, disse: "Lui può dire quello che vuole; fra l'altro non corrono buoni rapporti fra noi per motivi di famiglia. Io comunque non ero ad ammazzarli e non ho mai visto pistole."
Nei primi anni '70 si spostò con la famiglia alla Ginestra. Nel 1972 fu condannato per furto e detenuto fino al marzo del 1973, quando gli fu concessa la libertà provvisoria con l'obbligo di residenza e si trasferì con la famiglia in Via Gramsci a Montelupo Fiorentino.
Nei primi mesi del 1974 conobbe una donna che viveva con la madre a Borgo San Lorenzo ed obbligò la sua famiglia ad accoglierla in casa. Contravvenne all'obbligo di residenza e fu incarcerato dal 12 aprile al 9 settembre 1974, quando tornò a casa non trovò l'amante che aveva condotto a Montelupo prima della detenzione, andò a cercarla a Borgo San Lorenzo ma non la trovò neppure lì e fu protagonista di una scenata furiosa con la madre della donna, minacciandola che quando l'avesse trovata sarebbero stati guai seri per lei.
Nel 1974 fu condannato dal tribunale di Lucca per furto e per porto e detenzione di arma, una rivoltella a tamburo calibro 22. Contravvenne nuovamente all'obbligo di residenza e tornò in carcere dal 10 al 27 marzo 1975. Fu coinvolto nelle indagini su un duplice omicidio a Castel San Pietro dove erano stati uccisi un pastore e la figlia, fu recluso dal dicembre del 1976 al marzo del 1977 e poi rilasciato perchè risultò estraneo alla vicenda. Nei primi anni '80 conobbe Milva Malatesta e ne divenne l'amante. Fu ristretto, per furto, presso il carcere delle Murate a Firenze dal 14 novembre al 21 dicembre del 1981.
Segue...
Rif.1 - La leggenda del Vampa pag.106
Rif.2 - Il mostro di Firenze pag.58
Rif.3 - Compagni di sangue pag.111

lunedì 3 agosto 2009

REPLAY - Salvatore Vinci - seconda parte

Segue dalla prima parte.
Il giorno successivo all’omicidio di Vicchio, il 30 luglio 1984, gli inquirenti ordinarono perquisizioni presso le abitazioni di quanti erano stati avvicinati dalle indagini. In un armadio della camera da letto di Salvatore Vinci fu trovata una borsa di paglia al cui interno erano conservati tre stracci di cotone ben ripiegati. Uno di questi aveva 38 macchie rosso scuro ed "un segno lungo, grigio, lasciato dalla canna, c’erano poi simmetrici altri segni. Era indubbio che lo straccio fosse stato usato per pulire un’arma", dirà un anno dopo il colonnello Torrisi; che apprenderà dello straccio molto tempo dopo il rinvenimento, poiché il verbale di sequestro fu inviato al PM ma non al giudice istruttore. Il reperto fu quindi analizzato, i risultati giunsero nella primavera del 1985. Le macchie rosse risultarono tracce di di sangue umano dei gruppi B e 0. Le macchie grigie erano state prodotte dalla combustione di polvere da sparo. Salvatore Vinci disse che la borsa non era sua e che probabilmente apparteneva ad una delle donne che avevano vissuto con lui. La moglie e le conviventi di Salvatore negarono d’averla mai posseduta. La donna delle pulizie disse d’averla notata tra l’inverno del 1983 e la primavera del 1984. Una volta repertate le tracce, "non fu possibile", scrisse più tardi il giudice Rotella, "il paragone con reperti delle vittime dei duplici omicidi, perché non conservati dopo le autopsie".
Nel 1987 fu fatto un ultimo tentativo. Lo straccio fu inviato in Gran Bretagna per comparare le tracce di dna sul tessuto con il dna di Salvatore Vinci ma "E' trascorso troppo tempo, i campioni sono inutilizzabili", dissero i periti inglesi. I magistrati in mancanza dei risultati delle perizie furono costretti a dichiarare "vista la conclusione dei periti non c’è ragione di convincersi che lo straccio abbia a che fare con i delitti".
Il 12 giugno 1985, Stefano Mele accusò nuovamente Salvatore Vinci dell’omicidio del 1968. Un amico di Salvatore, Nicola Antenucci, gli fornì l'alibi per quella sera: "si io e Salvatore giovedì eravamo a giocare a biliardo". Il teste si confuse, sbagliò giorno e divenne ben presto poco attendibile. Si scoprì anche che il giorno in cui avvenne il duplice omicidio quella sala da biliardo era chiusa. Salvatore chiamò quindi a testimoniare un altro amico, Silvano Vargiu, che si ricordò della partita a biliardo ma non fornì dettagli precisi. Anche, Saverio, un altro amico di Salvatore gli fornì un alibi poco credibile, gli inquirenti interrogarono nuovamente Salvatore Vinci. Per il delitto di Giogoli, Salvatore disse che quel giorno si era recato per una riparazione presso l’abitazione di una prostituta, Luisa Meoni, uccisa il 13 ottobre 1984, non potè pertanto confermare le dichiarazioni del Vinci. Per il delitto di Vicchio, Salvatore Vinci disse d’essere andato con la convivente e sua figlia a prendere un gelato in un bar di via Cerretani e d’essere tornato a casa intorno alle 22-22,30, per poi prendere il cane ed uscire dalle 3,00 alle 3 e mezzo per una corsa. La convivente confermò l'alibi di Salvatore, “ne ha visto dalla finestra (terzo piano ndr) stando sul letto in camera, le gambe attraverso la serranda semiaperta del laboratorio a livello strada di fronte”. Messa alle strette dichiarò di non ricordarsi affatto di quella serata e d’aver riportato la versione che Salvatore gli aveva chiesto di dire in anticamera prima dell’interrogatorio.
Alla fine del 1985 a Salvatore Vinci giunse un avviso di garanzia per tutti gli omicidi compiuti dal "mostro di firenze". Fu perquisita la sua abitazione ed il magistrato Adolfo Izzo si recò a Villacidro, dove, in una baracca del Campidano, furono trovati 5 fucili. I carabinieri realizzarono su di lui un dossier di 180 pagine. L’11 giugno 1986, Salvatore Vinci venne arrestato, con un ordine di custodia emesso dai magistrati di Cagliari. L’accusa è di omicidio volontario premeditato, della prima moglie, Barbarina Steri. Il 12 aprile 1988, dopo due anni di carcere a Tempio Pausania , ebbe luogo il processo a Salvatore Vinci. L’avvocato Marongiu dichiarò ai cronisti : "Se vogliono processare Vinci per i delitti del Mostro lo devono fare direttamente, non prendendo questo episodio come scusa." Durante una udienza fu chiamato a testimoniare anche il primo figlio di Salvatore, Antonio, detenuto per rapina e porto d’armi. “Mi ha detto di voler sapere chi era davvero suo padre – dichiarò Salvatore – sono io suo padre, e non altri". Il 19 aprile fu assolto "per non aver commesso il fatto". Dopo l’assoluzione disse ai giornalisti: "E’ stata una soddisfazione moltoi bella. Ringrazio i miei avvocati, che hanno sempre creduto alla mia innocenza e mi hanno difeso gratuitamente per riparare al torto subito con il mio arresto e l’incriminazione. Ringrazio anche la Corte che mi ha giudicato con serenità. Appena uscirò dal carcere andrò a Villacidro da mia sorella Gina. Vi prego: non cercatemi, non disturbate i miei familiari, non chiedetemi interviste. La prima cosa che desidero fare è prendere un caffè ristretto. Stasera, poi, andrò a dormire più sereno e più tranquillo".
Dal novembre del 1988 se ne sono perse le tracce e a niente sono giunte le ricerche dei carabinieri. Il 13 dicembre 1989 il giudice Rotella chiuse l'indagine sul "mostro di Firenze" realtiva alla cosiddetta pista sarda con una sentenza -ordinanza di 162 pagine in cui si dichiarava non doversi procedere "per non aver commesso il fatto" nei confronti di Francesco Vinci, Giovanni Mele, Piero Mucciarini e Salvatore Vinci. Uno dei quattro figli di Vinci a telefono con un giornalista dichiarò : "non so dove sia, non voglio saperlo. A dire il vero spero che sia morto, per me è come se lo fosse. Abbiamo chiesto il suo certificato di morte, ci serviva per certe pratiche, ma non ce l’hanno dato. E’ vivo, ma non sappiamo proprio dove, meglio così". "Che ricorda degli anni dell’inchiesta?", chiese il giornalista, "Le perquisizioni, per noi era quasi un gioco, i carabinieri in casa. Presero l’album delle nostre foto da bambini, feste di compleanno, vacanze. I ricordi, insomma, e non ce le hanno mai rese. Sparite nel nulla. Come mio padre", rispose il figlio di Salvatore Vinci.
Il 9 aprile del 2002 nella trasmissione “Chi l’ha visto” il detective privato Davide Cannella, ingaggiato dalla moglie di Francesco Vinci per far chiarezza sulla morte del marito dichiarò: "Lasciatevelo dire: Salvatore Vinci è vivissimo. Dove sia non lo so. Qualcuno dice in Spagna, dove altri invece lo danno per sepolto dal 1995, anche se nessuno sa in quale cimitero. Certo che la lapide non esiste: lui è vivissimo. L'anno scorso ha telefonato a tre persone di Villacidro".
Rif.4 - La Nuova Sardegna - 11 aprile 2002 pag.1

domenica 2 agosto 2009

REPLAY - Salvatore Vinci - prima parte

Nacque il primo dicembre 1935 a Villacidro in provincia di Cagliari, secondo di quattro fratelli.
Nel 1958 sposò Barbarina Steri, di 17 anni. Un matrimonio combinato con Francesco e Salvatore Steri, rispettivamente il padre ed il fratello di Barbarina.
Nel marzo del 1959 nacque Antonio. Nello stesso anno, Barbarina aveva ripreso a frequentare il suo primo fidanzato, Antonio Pili. Salvatore, all'oscuro di tutto, lo apprese il 3 dicembre 1959 quando la moglie gli raccontò d'aver rischiato d'essere violentata da due sconosciuti. Dopo la denuncia ai carabinieri, Barbarina riferì una versione dei fatti ben diversa, disse d'essersi appartata con Antonio e d'essere stata fotografata e vista in atteggiamenti intimi da due ragazzi del luogo. Il tradimento fu sulla bocca di tutti e Barbarina non ebbe altra scelta che trasferirsi altrove. Trovò lavoro presso un orfanotrofio di Cagliari, avrebbe dovuto iniziare il 21 gennaio 1960 ma nella notte tra il 14 ed 15 gennaio fu trovata morta presso la sua abitazione.
Salvatore dopo una giornata trascorsa con il cognato tornò a casa, vide il figlio Antonio dormire in culla in cucina, la porta della camera era chiusa. “Bussai una sola volta e chiamai Barbarina – riferì Vinci ai carabinieri – ma non ebbi nessuna risposta, pensai immediatamente che mia moglie fosse in compagnia dell’amante e così mi precipitai all’esterno della casa temendo di essere aggredito”. Salvatore chiamò quindi il suocero, il cognato, ed un vicino di casa e con una spallata aprì la porta di camera. Disse d’aver avvertito immediatamente un forte odore di gas e d’aver notato il tubo della bombola del gas appoggiato sul cuscino dove Barbarina era stesa. La moglie esanime, aveva dei graffi sul viso ed un ematoma sul collo. Fu trovato anche un biglietto dal contenuto indecifrabile ed il caso fu archiviato come suicidio.
Durante le indagini si scoprì che il 14 gennaio, un vicino di casa aveva accolto Barbarina, presso la sua abitazione, almeno un paio di volte, poichè avendo finito il gas aveva avuto bisogno di scaldare del latte per il piccolo Antonio. Nell’autopsia si legge "Avvelenamento da ossido di carbonio" che è anche la stessa motivazione del soffocamento meccanico.
Salvatore Vinci 28 anni dopo dirà:"Dopo la morte di Barbarina mi sono trasferito in Toscana perché mi sono accorto che in paese era difficile camminare tra la gente dopo il tradimento di mia moglie."
Nel 1960 raggiunse il fratello Giovanni a Casellina, alle porte di Firenze. Nei primi anni ’60 conobbe Stefano Mele e sua moglie, Barbara Locci, di cui divenne l’amante. Il 30 ottobre 1985, intervistato da un giornalista del quotidiano "La Città" ricordò: "Lei la conobbi alla fiera di Lastra a Signa, me la presentò, insieme al marito, mio fratello Giovanni. Erano sardi come noi. Io e mio fratello eravamo scapoli. Io avevo bisogno di qualcuno che mi lavasse le camicie, di una casa. Così andai a vivere con loro. Fu il marito, dopo un pò che li frequentavo, a propormelo. «Vieni qui, abbiamo una camera libera». «E i soldi?», «dai pure quanto credi». In casa Mele entrai così. E stando a casa me la portai a letto. (…) Stefano non era geloso. Andavo al cinema e Barbara chiedeva al marito se poteva venire con me. Lui diceva di si, che non gli importava. E poi, magari, tornando a casa, passavamo dal circolo, dove c’era Stefano Mele. «Noi andiamo a casa, vieni anche tu?», gli chiedevamo. «Andate, andate, io resto ancora un po’ a giocare a carte». Così noi sapevamo che avevamo il tempo per fare all’amore". Disse di Barbara Locci: "Non era una statua. Quando faceva l’amore lo sapeva fare, partecipava. Era questo che conquistava." Nel 1961, Barbara Locci rimase in cinta, nella stessa intervista Salvatore disse "Facevo l’amore con lei, prendevo delle precauzioni, ma la certezza che non sia mio figlio non ce l’ho". La gravidanza separò i due amanti.
Nel 1962, Salvatore si sposò con Rosina Massa e si trasferì a Calenzano. Nel 1963 andò ad abitare a La Briglia, vicino a Vaiano, li raggiunse anche Antonio, il figlio che Salvatore aveva avuto da Barbarina Steri. Nacquero tre figli maschi. Salvatore riprese a frequentare Barbara Locci che contemporaneamente era divenuta l'amante anche del fratello minore di Salvatore, Francesco.
Il 21 agosto 1968 Barbara Locci fu uccisa con un altro dei suoi amanti, Antonio Lo Bianco. Stefano Mele inizialmente confessò d’aver compiuto il duplice omicidio poi accusò Salvatore Vinci d’averlo aiutato nell’impresa.
Il 23 dicembre mentre lavorava su di un cantiere a Iolo di Prato fu raggiunto dai carabinieri che lo condussero in caserma, si dichiarò innocente e chiese un confronto con il Mele. Mele accusò quindi Francesco Vinci. Salvatore dirà agli inquirenti d’aver saputo, dalla cognata, che Francesco detenesse un’arma nel portaoggetti della sua Lambretta. Vitalia Melis, moglie di Francesco Vinci negò d’aver mai confidato a Salvatore simili dettagli.
Il 24 agosto venne organizzato un confronto tra Salvatore e Stefano Mele, questi gli si inginocchiò davanti e piangendo gli chiese perdono. Uscendo dal carcere delle Murate di Firenze Salvatore Vinci dichiarò: "Mi ha chiesto perdono. Era un’accusa tremenda: Stefano Mele diceva che ero stato io a consigliarlo di uccidere, che ero stato io a dargli la rivoltella, a portarlo sul posto. Io, ci pensate, a fare queste cose. Non era vero. L’ho detto a tutti: perché mi accusava se non gli avevo fatto nulla di male? Mi ha abbracciato, baciato, dicendo di perdonarlo per quello che mi ha fatto soffrire. L’ho perdonato, ma ora corro da mia moglie, chissà com’è in pensiero".
Il carattere violento e le sempre maggiori perversioni sessuali del marito, fecero fuggire, nei primi mesi del 1970, Rosina Massa a Trieste con un giovane di nome Sergio.
Salvatore la sostituì, come si fa con un abito, con Ada Pierini e nell'estate del 1970 si trasferì con il figlio Antonio a Firenze in Via Cironi, ma nel '73, a causa dei frequenti contrasti, questi scappò di casa. Nel giugno del 1974 Salvatore Vinci lo denunciò per violazione di domicilio; nello stesso anno Antonio tornò a stare a Villacidro in Sardegna.
Segue...
Rif.1 - Il mostro di Firenze - Il thriller infinito pag.96
Rif.2 - La leggenda del Vampa pag.103
Rif.3 - Dolci colline di sangue pag.

sabato 1 agosto 2009

Udienza del 19 maggio 1999 - 6

Quella che segue è una sintesi dell'udienza del 19 maggio 1999 relativa al Processo d'appello per i delitti del "mostro di Firenze" davanti alla prima sezione della Corte d'Assise d'Appello di Firenze.

Segue dalla parte 5
Procuratore Generale: Poi gli richiedono perchè s'è fermato: "ci si fermò per il motivo che è fare un bisogno e si sentì questi spari, si, prima si sentì gli spari e si andò a vedere là insieme, capito? E poi si sentì fare ZoOm, come di strappo, poi dice: "se non andate via vi si ammazza anche a voi" a questo punto dissi, andiamo, scappiamo, andiamo via. Glielo dico, noi per curiosità, s'andò a vedere là, dopo aver sentito gli spari s'andò a vedere".
Poi c'è un battibecco perchè Pucci ride e risponde: "Mi scappa da ridere, io un lo so, ma noi si sentirono gli spari appena si sortì fori dalla macchina, noi ci si fermò per riposarsi cinque minuti, per fare un pò d'acqua, ha capito? Poi si sentì questi spari, no?" L'avvocato Filastò gli contesta: "Lei ha dichiarato in un verbale che vi siete fermati perchè il Lotti voleva andare a spiare la coppietta che aveva visto precedentemente nella tenda..."
-"No, unnè stato, non è stato a questa maniera, ora gliene ripeto un altra volta, noi ci si fermò per pisciare, va bene? E si sentì due spari, andiamo a vedere icchè c'è, si disse, poi si arrivò, si vide tutta la scena".
-"Ci è andato con Lotti a guardare le coppie o no?"
-"No"
Poi ammette dopo contestazione: "E' vero, ma non ci stavo mai attento, ha capito? Non mi interessavo delle conversazioni che facevano gli altri, Lotti, Pacciani, Vanni."
-"Ma è vero che andavano ad osservare le coppie?"
-"No"
Chiede l'avvocato Filastò: "Senta, prima di avvicinarsi alla tenda per scendere dalla macchina, il Lotti le disse qualche cosa?"
-"No"
-"Disse per caso "andiamo a vedere, si va a vedere un pochino, ci sono due in tenda?"
-"No"
-"Allora gli contesto che il 9 febbraio ha detto: "Fu il Lotti a dir andiamo si va a vedere un pochino, ci sono due in una tenda"...
-"Eh io, la guardi, son delle cose, un me ne ricordo!"
Poi gli viene chiesto di aver visto i due uomini a piedi:
- "Questi due uomini erano a piedi quando li ha visti lei?
-"Si, a piedi gli erano"
-"Quindi non erano a bardo di un'auto chiara?"
L'avvocato Filastò contesta a Pucci che nell'interrogatorio del 2 gennaio '96 ha detto: "Una volta fermatici all'inizio della stradina che conduce nella piazzola, ricordo bene che notammo una macchina di colore chiaro ferma a pochi metri di distanza da una tenda e alla nostra vista due uomini che si trovavano a bordo di quell'auto scesero e si misero a vociare contro di noi con atteggiamento minaccioso".
Si registra una risposta "si" del Pucci.
-"Allora scesero dalla macchina?" Commenta l'avvocato.
Poi si parla dei riconoscimenti:
-"Io ne riconobbi uno solo, riconobbi Pacciani, Vanni non lo riconobbi."
Racconta del pomeriggio a Firenze: "S'andò da questa donna quella domenica, s'andò al cinematografo, si tornò tardi e ci si fermò agli Scopeti, capito?". Si parla se ha visto il processo Pacciani e la risposta è: "si eh! Hai voglia! Poverini! Anche troppo! Io, il processo, si eh! L'ho visto!."
-"Voglio sapere se lei è mai andato col Lotti a guardare le coppie in macchina", chiede Filastò. -"Io ci andavo, va bene? Però con Mario non ci sono mai stato, con il Lotti si, una volta sola, non ricordo dove si andò".
-"Si ricorda se anche all'andata vi eravate fermati alla piazzola?" chiede l'avvocato Zanobini che difendeva la persona assolta (Giovanni Faggi n.d.r.)
-"Mha, no, al ritorno e basta, quando s'andò di notte".
-"Lei lo sapeva che in quella piazzola degli Scopeti si era fermata questa coppia di persone? Lo sapeva?"
-"Me lo disse Lotti"
-"Cosa Gli disse" chiede il Presidente.
-"Mi disse là c'è due" nel passar di lì per andare giù. "Dopo semmai ci si ferma a guardare e difatti ci si fermò lì e successe quel fatto".
-"Ho capito" - dice Zanobini, - "perchè quando lei fu interrogato il 18 aprile '96 disse: "Lei mi chiede di precisare perchè andai col Lotti nell'85 nella piazzola degli Scopeti, dove furono uccisi i due francesi, io le preciso ora che noi il pomeriggio della domenica, prima dell'omicidio, eravamo andati a vedere i ragazzi in tenda che facevano l'amore..."
Pucci dice "si" con la testa poi dice: "Si, facevano all'amore".
-"E che cosa vedeste quando vi fermaste all'andata?"
-"Si vide due fare all'amore, a baciarsi e via discorrendo..."
-"Quanto ci siete rimasti?"
-"Un pochino, dieci minuti, nemmeno".
Chiede l'avvocato Zanobini: "Lotti le disse che avrebbero fatto una brutta fine quei due o cose di questo genere?"
-"Mha, di codesto un mi disse nulla perchè noi si seppe dopo, al ritorno, quando si tornò la sera, capito? E si sentì quest'affare, ecco!"
-"Quindi non è mai stato minacciato da qualcuno?"
Si legge "espressione di diniego del Pucci"
-"Quando siete tornati dalla piazzola, giù verso la macchina, si era fermata, nel frattempo, una macchina o è venuta dopo un'altra macchina?" chiede il Presidente.
-"Si,"
-"E che macchina era?"
-"Mha, che macchina l'era un me lo ricordo, sa..."
-"Ha visto chi c'era a bordo di questa macchina? C'era 1,2,3 persone?"
-"Due persone c'era!"
-"E si fermò davanti a voi, dietro a voi? Dove si fermò questa macchina?"
-"No, loro si fermarono più avanti".
-"Era una macchina piccola, grande?"
-"Io come l'era non me lo ricordo codesto, la macchina un me la ricordo."
Queste le dichiarazioni, adesso i riscontri.
Segue...