domenica 31 maggio 2009

Udienza del 17 maggio 1999 - 05

Quella che segue è la trascrizione integrale dell'udienza del 17 maggio 1999 relativa al Processo d'appello per i delitti del "mostro di Firenze" davanti alla prima sezione della Corte d'Assise d'Appello di Firenze.

Segue dalla parte 04.
Relatore: A questo punto iniziano le indagini. Dove? Nei riguardi degli amici di Pietro Pacciani, perchè si scopre che in San Casciano Val di Pesa, Pacciani Pietro aveva strette e continue frequentazioni con Lotti Giancarlo e Vanni Mario, manovale generico il primo, fattorino delle Poste italiane in pensione, il secondo. Nato nel '40 il Lotti ma nel '27 il Vanni. Si scopre che il Lotti abitava in Montespertoli, frazione Ponterotto, che all'epoca dell'omicidio di San Casciano, il Lotti aveva una autovettura di foggia sportiva e di colore rosso. Ora parlo avanti, poi parleremo di più del 128. Che questo Lotti a sua volta, si viene a scoprire, ed era ora, siamo nel '96, se ne accorgono nel '96, di queste cose che il Lotti, aveva rapporti di amicizia e continua frequentazione con tal Pucci Ferdinando, con il quale aveva l'abitudine, che secondo il fratello del Pucci sarebbe sana, di recarsi ogni domenica, qui, di venire qui a Firenze per andare a prostitute, poi vi dirò perchè il fratello dice che sarebbe sana questa abitudine. Questo Pucci aveva rotto inopinatamente ogni rapporto con il Lotti nel 1985, suscitando le meraviglie della donna dalla quale loro andavano la domenica, che si chiama, che si chiamava e si chiama Ghiribelli Gabriella. Questa Ghiribelli svolge il mestiere di prostituta e tra i suoi clienti fissi aveva ogni domenica Lotti e Pucci. Andiamo avanti perchè c'è da dire tanto su questo argomento, ma lo lascio stare. Il Lotti a questo punto viene interrogato come vi lascio immaginare, molte volte, potrei anche contarle perchè ce le ho qui, ma non è il caso di farlo; dalla Polizia, da mezza Procura della Repubblica di Firenze, c'è un verbale che sono tre magistrati, Procuratore Repubblica, Procuratore aggiunto, 2 sostituti, presente il dottor Giuttari e diversi poliziotti. Dopo mille tergiversazioni racconta, ed io sunteggio sia ben chiaro, che aveva assistito all'omicidio dei giovani francesi nel settembre del 1985. Disse di essersi fermato con il Pucci sulla strada adiacente la piazzola degli Scopeti e di aver assistito al duplice omicidio. Pucci, allora, disse al Lotti: "andiamo dai carabinieri a raccontare cosa s'è visto". Ma il Lotti gli aveva detto che non era una cosa ben fatta andare dai carabinieri. Che era stato costretto ad assistere a questi delitti perchè non solo il Pacciani lo minacciava di morte se lui non avesse partecipato in qualche misura a questi omicidi ma gli diceva pure che se non avesse ubbidito a lui, avrebbe raccontato in paese che aveva avuto un rapporto intimo con lui, giacchè il Lotti aveva avuto non uno ma due rapporti intimi col Pacciani, ai quali il Lotti non aveva potuto resistere, anzi rivolto al sostituto che gli chiedeva: "ma come mai un pezzo d'uomo", "lei cosa avrebbe fatto?" Risponde così: "mi toccava, mi toccava". Inoltre sapeva di un ulteriore duplice omicidio che Pacciani e Vanni avevano commesso a Vicchio di Mugello l'anno precedente, giacchè lui conosceva la località di Vicchio, dove andavano i giovani desiderosi di stare assieme e lo sapeva perchè lui la conosceva questa località, vi era stato in quella piazzola con un'altra prostituta, non quella di prima che si chiamava Gabriella, ma con la Filippa Nicoletti, con la quale era andato. Prima aveva mangiato alla "Casa del prosciutto", poi era andato lì per avere, nei limiti in cui questo Lotti li aveva, rapporti sessuali. In questa occasione, era presente, quando successivamente aveva raccontato il tutto al Vanni, il quale, era andato a fare un sopralluogo con lui, poi avevano deciso dell'omicidio e lui vi aveva assistito. Inoltre alla fine dirà, spontaneamente, mi pare, quasi spontaneamente che aveva assistito agli omicidi di Baccaiano e di Giogoli. Mentre dichiarava di non sapere nulla de visu del duplice omicidio di Calenzano, perchè lui lì, lui non c'era. Lui ha saputo del duplice omicidio di Calenzano, commesso nell'81, lo ha saputo nell'85, racconta il Lotti, da Pacciani e da Vanni, particolarmente da Vanni. In questa occasione veniva a sapere di Calenzano. Siamo nell'85, perchè veniva a sapere dell'omicidio di Calenzano? Perchè, racconterà il Lotti, che quando uccisi i giovani francesi agli Scopeti, lui se ne stava per andar via con il Pucci, vide in lontananza una macchina grossa e nera che se ne andava piano, piano. Questa circostanza, la riferì il giorno dopo al Vanni, il quale gli disse che non era uno qualunque quello che stava nella macchina grossa e nera, ma era tal Giovanni, omosessuale di Calenzano, il quale era lì a fare che questo non è stato spiegato bene. Era lì, ma il Giovanni, omosessuale di Calenzano era colui che aveva indicato a Pacciani e al Vanni nell'81, 4 anni prima, la coppietta di ragazzi da uccidere a Calenzano. Hanno fatto un parola incomprensibile, anche perchè lui abita lì' e dopo questo duplice omicidio si erano recati a casa sua, il Pacciani e il Vanni, a lavarsi le mani. Questo signore veniva identificato dalla Polizia in Faggi Giovanni, dirò subito che vi è un'informativa in atti della Polizia, la quale accertava in parte che nel 1985, omicidio degli Scopeti, il Faggi Giovanni aveva un Peugeot bianco e che nel 1981 la Questura non ha saputo dire se avesse macchina o andasse a piedi, perchè non lo sapevano proprio. Questa informativa della Questura. Viene interrogato, in sede di indagini preliminari, Pucci Fernando dal Pubblico Ministero, dalla Polizia giudiziaria, il quale raccontava che il Lotti gli diceva sempre di questi omicidi, glieli raccontava, ma lui non ci credeva molto, pensava lo prendesse in giro, finchè la sera degli Scopeti, vanno a Firenze, vanno dalla prostituta, poi nel dibattimento diventerà una tragedia sapere dove sono andati, un pò sono dalla prostituita, un pò sono andati a un cinema dove danno solo filmi porno, insomma, da Firenze rientrano, si chiama Arlecchino (il cinema ndr) e si fermano sulla strada che porta in questa piazzola degli Scopeti, dove lo conduce il Lotti e lì aveva visto Pacciani e Vanni armati, uno di pistola e l'altro di coltello e aveva sentito sparare, dopodichè, terrorizzato, anche perchè il Pacciani gli aveva detto: "andate via, sennò vi si ammazza anche voi", mentre il Lotti era rimasto a continuare a guardare, nascosto tra le frasche, lui era fuggito e se ne era andato vicino alla macchina del Lotti. In un primo momento dirà che era andato dentro la macchina del Lotti, quando poi Lotti dirà che la macchina l'aveva chiusa a chiave, dirà che era rimasto vicino alla macchina del Lotti. Dirà pure che c'è rimasto mezz'ora in attesa che Lotti tornasse, alla meraviglia di tutti, che la cosa fosse durata mezz'ora, anche perchè interverrà in dibattimento il Lotti che spiegherà che non è mezz'ora, dirà "sono 10 minuti". A seguito di queste indagini, durante le quali il Pucci ha detto quello che vi ho raccontato, venivano tratti in arresto Vanni e Faggi, veniva svolto anche incidente probatorio e l'esito, venivano rinviati a giudizio le persone nominate dal presidente, per rispondere dei reati dei quali si è parlato.
La Corte di Assise di Firenze, dopo un'istruttoria dibattimentale lunga e faticosa e combattuta, il 24 marzo del 1998, riaffermava la responsabilità penale del Vanni, che condannava alla pena dell'ergastolo, proscioglieva da una serie di reati, ivi compresa la solida associazione per delinquere, prescrizione e condannava il Lotti a 30 anni di reclusione. Assolveva il Vanni per non aver commesso il fatto e poi vi era un altro imputato che era un legale che non ho neanche nominato...

sabato 30 maggio 2009

Udienza del 17 maggio 1999 - 04

Quella che segue è la trascrizione integrale dell'udienza del 17 maggio 1999 relativa al Processo d'appello per i delitti del "mostro di Firenze" davanti alla prima sezione della Corte d'Assise d'Appello di Firenze.

Segue dalla parte 03.
Relatore: Si arriva all'ultimo duplice omicidio, l'ultimo che ci interessa in questo processo, intendo dire, che è quello dell'81. Allorquando i carabinieri di Calenzano vengono avvertiti che in località Le Bartoline, zona di Travalle, era stato rinvenuto il cadavere di un uomo; andavano tutti lì e trovavano anche questa volta un'auto Golf, parcheggiata su una strada di campagna non asfaltata, senza sfondo, a 50 metri da una certa Via di Prati, con il vetro anteriore destro infranto. I due sedili anteriori erano ribaltati all'indietro e poggiavano su quello posteriore. Giaceva, il corpo di un uomo, a tre metri sul lato sinistro della macchina, che presentava tracce di colpi di arma da fuoco ed anche di coltello, di arma da punta da taglio. Dalla parte opposta vi era una ragazza, la Cambi Susanna. Si tratta di ragazzi nati, il maschio nel '55 e la ragazza nel '57, che era stata uccisa anche lei con un colpo di pistola e aveva subito anche lei l'escissione ma non completa, mi pare soltanto del pube, vero? Se non confondo.
Avv. Filastò: Solo del pube, si, vero.
Relatore: Calenzano solo questo. Secondo i carabinieri questi ragazzi avevano cenato a casa della madre di lui, del Baldi, avevan detto poi che si recavano a Firenze, qui, a casa della ragazza, in realtà erano andati in questo posto in località Le Bartoline per stare assieme, diciamo. La portiera anteriore sinistra risultava chiusa con il fermo di sicurezza; è da precisare, questo verrà detto anche in motivi aggiunti, che quel giorno due persone raccontavano ai carabinieri che erano stati quasi investiti da una vettura, più o meno a quell'ora, che proveniva a forte velocità e da opposta direzione. Si erano fermati per evitare incidenti, avevano anche lampeggiato; si trattava di una macchina tipo sportivo di color aragosta o rosso sbiadito, condotta da una persona di 45/50 anni, stempiata, dal viso e lo sguardo stravolto con lineamenti tondeggianti. Veniva accertato che il Baldi era stato colpito da 4 colpi di arma da fuoco e da 4 coltellate ed era morto per la consueta anemia. La ragazza era stata colpita da 2 colpi entrambi mortali all'emitorace destro, con il quale aveva trapassato il cuore e da due coltellate inferte in punto di morte ed erano morti entrambi all'interno della macchina, secondo i periti circa verso le 24,00 del giorno 22 ottobre '81. Dopodichè erano stati estratti dalla macchina, era stata prodotta l'escissione della regione pubica della Cambi, da una sola persona con il medesimo mezzo tagliente. Veniva svolta la consueta perizia balistica, quello che vi ho detto. Questi sono tutti gli omicidi dei quali noi dobbiamo parlare giacchè agli odierni imputati sono stati contestati soltanto questi omicidi. Dico soltanto perchè ve ne sono almeno altri tre che sono accomunati a questi, da alcune circostanze, l'uso della stessa pistola, il fatto che si vada a cercare coppie di ragazzi che fanno l'amore, il taglio di parti anatomiche che rendono verosimile che l'assassino, o gli assassini, siano gli stessi e che ci si trovi in presenza del famoso serial killer, un caso di delitti seriali che peraltro in questi casi, agli odierni imputati, i precedenti tre duplici omicidi non sono stati contestati.

Stavo dicendo prima che la Corte di Assise, prima di raccontare almeno in linea almeno generale di questi omicidi, la Corte di Assise di Firenze, nel processo Pacciani aveva scritto che gli sembrava incredibile e impossibile che, almeno con riferimento al duplice delitto degli Scopeti, soltanto uno potesse essere l'assassino, per cui si dice nella nostra sentenza, nessuno aveva ancora capito chi aveva commesso tanti efferati omicidi, qualunque potesse essere la motivazione, non poteva aver agito da solo, ma doveva cercare per forza di stare con qualcun altro, quindi avere almeno un complice che lo aiutasse, che gli coprisse le spalle o comunque lo aiutasse durante l'azione omicida e la successiva fase di prelievo degli organi dalle persone. Tutto ciò aveva fatto dei danni preziosi, su questo siamo tutti d'accordo, e aveva reso vana qualunque istanza di giustizia. Fortunatamente, dice la Corte di Assise, ci si era resi conto di ciò e allora finito quel processo, le indagini erano state riprese di buona lena, grazie al fortunato arrivo in Firenze, in quell'epoca, di un nuovo dirigente della squadra mobile, il quale aveva preso a cuore la faccenda e come dirà lui in dibattimento davanti alla Corte di Assise di Firenze, si era posto a rileggere tutti gli atti. Leggendo tutti gli atti aveva notato che molti testimoni erano stati un po' trascurati dalla Corte di Assise. Ad esempio non si era dato gran peso alle dichiarazioni testimoniali di due coniugi, i coniugi De Faveri, non Del Favero, lo dico per l'avvocato Filastò che scrive Del Favero, si chiamano De Faveri/Chiarappa. La signora De Faveri Marcella e il signor Chiarappa, il pomeriggio dell'omicidio degli Scopeti si recarono a trovare un loro amico che ha una villa, una casa, da quelle parti, se non chè, se ho ben capito, ebbero difficoltà ad entrare in questa strada perchè ivi vi era parcheggiata male una macchina rossa, coda tronca, di tipo sportivo e di ciò, dice il poliziotto, non si tiene debito conto. Farà altri esempi il dirigente della squadra mobile, parlerà dei coniugi Caini su una strada bianca, che riguardano l'omicidio... ...tanti altri, dei quali non parlo ora, ma mi sono limitato a parlare dei coniugi De Faveri/Chiarappa non a caso. Ne ho parlato perchè quello è il momento, che io ho capito almeno, in cui nella testa degli investigatori arriva la 128 coupè rossa con una portiera sbiadita. Nella realtà, nella sentenza impugnata si dirà che il dottor Giuttari, questa cosa la apprese da dei passanti, io ho riletto questo verbale molte volte, persino al computer, ma di passanti non ne ho trovati. Non lo so se voi li avete trovati, io l'unica volta in cui si parla di una macchina di questo genere, a mio parere, è quella.
Avv. Filastò: In quei termini fra l'altro.
Segue...

venerdì 29 maggio 2009

Sandro Federico

Nacque a Roma il 30 settembre 1946, dove conseguì la laurea in Giurisprudenza presso l' Università degli Studi "La Sapienza".
Entrò in Polizia nel 1973 all'interno della Squadra Mobile di Firenze. Nel 1981, in qualità di commissario, giunse a Scandicci sul luogo del duplice omicidio attribuito al "mostro di Firenze". L'11 giugno, assieme al colonnello dei carabinieri Olinto dell'Amico, interrogò Enzo Spalletti.
Dopo gli omicidi di Vicchio, all'interno della squadra mobile fiorentina, nacque la Squadra Anti Mostro, a dirigerla fu chiamato Sandro Federico.
Nel 1989 fu trasferito alla Questura di Napoli con l'incarico di Dirigente della Squadra Mobile. Dopo due anni fu incaricato della direzione della Criminalpol Interprovinciale del Lazio.
Nel 1994 diresse la Criminalpol della Toscana per poi essere nominato, l'anno successivo, capo del Gruppo Investigativo Antisequestri della Polizia a Nuoro. Nel 1998 diventò Questore di Grosseto e nel 2000 Questore di Pistoia. Nel marzo del 2006 lasciò la Toscana, ed accettò la carica di Questore di Vibo Valentia e poi quella di Questore di Catanzaro.
Dal 25 agosto 2008 è Questore di Perugia.
Rif.1 - Questura di Perugia

giovedì 28 maggio 2009

Udienza del 17 maggio 1999 - 03

Quella che segue è la trascrizione integrale dell'udienza del 17 maggio 1999, relativa al Processo d'appello per i delitti del "mostro di Firenze" davanti alla prima sezione della Corte d'Assise d'Appello di Firenze.

Segue dalla parte 02.
Relatore:Nel 1983, a Scandicci, non ho capito se questa Via di Giogoli sia stata a Scandicci o al Galluzzo, io dico la verità, non l'ho capito, perchè si legge sia Galluzzo che Scandicci...
Avv. Filastò: La via di Giogoli percorre due comuni, fra l'altro, quindi siamo a metà.
Relatore: In questa via di Giogoli dove vi era, vi era perchè ora, le fotografie che sono in atti, ora non vi è nulla, vi era una piazzola usata per i parcheggi ma normalmente frequentata, anche questa, da ragazzi che andavano a far l'amore, veniva rinvenuto un autofurgone Volkswagen, della Repubblica Federale tedesca, di colore bianco e verdolino, parcheggiato anche questo con la coda verso la strada ed il muso dall'altra parte. L'autofurgone ad un primo esame, presentava cinque fori di entrata di arma da fuoco, dei quali tre erano sulla fiancata sinistra, di cui uno sulla lamiera e due sui vetri e due sulla fiancata destra. Veniva trovato altresì lo sportello di accesso all'abitacolo, che non è nessuno dei due sportelli che danno accesso all'autista e al passeggero ma è uno sportello che sta dietro ancora, a metà dell'abitacolo, sul lato destro, aperto, e quello anteriore destro che immette nella cabina di guida, con il deflettore aperto. All'interno, sul pianale posteriore, venivano rinvenuti, tra indumenti insanguinati, i corpi di due giovani cittadini della Germania Federale, i cui nomi, anche qua, non riesco a leggere, questa volta davvero, nati entrambi nel 1959. All'interno del furgone, venivano rinvenuti due bossoli per cartuccia calibro 22 con la consueta lettera "H". Un altro bossolo veniva rinvenuto all'esterno, a un metro dalla ruota posteriore, è un pò noiosa questa descrizione ma io mi sto limitando all'essenziale, poi bisognerà passare al resto. La perizia accertava che i due giovani, erano morti fra le ore 11,00 del 9 e le ore 1,00 del 10 settembre, che la morte di entrambi, perchè colpiti da colpi della rivoltella che il Meyer, era stato raggiunto da tre colpi di arma da fuoco, a proiettile unico ed il suo amico da quattro colpi di arma da fuoco. Tutti i colpi erano stati esplosi, secondo i periti, in successione rapida e la ricostruzione, fatta appunto dai periti, la perizia sta nella filza 11, appariva verosimile che l'omicida avesse esploso i primi due colpi dalla parte destra del furgone, colpendo il signor Wilhelm Friedrich Meyer alla base dell'emitorace destro, per portarsi, poi, l'assassino o gli assassini, vedete voi, dall'altra parte, da quella sinistra, esplodendo ulteriori tre colpi attraverso la fiancata, dopodichè l'assassino o gli assassini si erano riportati alla fiancata destra, aveva aperto la porta, la porta centrale del quale parlavo prima e aveva finito coloro che ancora apparivano in vita. Anche in questo caso, la perizia balistica, rilevava che si tratta della solita pistola Beretta calibro 22, che aveva già ucciso, e qui ho scritto anche i nomi: Lo Bianco/Locci nel '68, Gentilcore/Pettini nel '74, Foggi/Di Nuccio nell'81 a Scandicci, Baldi/Cambi a Calenzano nell'81 e Migliorini/Mainardi che andiamo a vedere giacchè siamo nell'83, ora veniamo all'82. L'82 viene consumato il duplice delitto di Baccaiano, nel comune di Montespertoli. Infatti i carabinieri di Montespertoli, dopo la mezzanotte del 20 giugno, venivano avvertiti che sulla Via Nuova Virgilio era stata uccisa una donna mentre stava in auto con il fidanzato. Qui in filza 10 se ne parla. E' da precisare, per quel che sono riuscito a capire, che la via Nuova Virginio, è un rettilineo, uno dei tanti rettilinei delle strade statali italiane, in questo rettilineo si trova una delle tante piazzole di sosta che tutti vediamo quotidianamente. La caratteristica di questa piazzola di sosta pare ci potesse stare una sola macchina. Intervenivano i militari dell'arma dei carabinieri, un sostituto e risulta dalle relazioni e dal verbale del sopralluogo che è stato fatto dal sostituto che appunto questa strada come ve l'ho descritta, veniva rinvenuta una Fiat 127 (si trattava di una Seat 147, ndr) non già nella piazzola di sosta, ora ci arrivo, ma dall'altra parte della strada, con le ruote posteriori nella cunetta laterale e quindi in posizione leggermente in discesa. Immagino, la cunetta scenderà. La vettura presentava tutte le luci spente e i fari fracassati. La macchina presentava il finestrino, questa volta sinistro, completamente frantumato e all'interno, nella parte posteriore destra si trovava il cadavere della signorina Migliorini Antonella nata nel '62 che presentava ferite di arma da fuoco al capo. Sulla destra della stessa strada per chi proviene dalla direzione opporta, si trova una piazzola di sosta, quella che ho detto prima, dove venivano trovati 3 bossoli calibro 22 nonché frammenti di cristallo. Ulteriori 6 bossoli, calibro 22, pistola Beretta, vengono rinvenuti: 2 sul lato destro della carreggiata nei pressi della piazzola, 3 sul lato sinistro della strada nei pressi del 127 che sta un po' nella cunetta ed un sesto dentro la macchina tra i due sedili. Gli operanti, cioè i carabinieri, venivano a sapere che l'uomo non c'era perchè avendo dei giovani, che erano passati e visto che questo ragazzo non era morto ma in fin di vita avevano chiamato l'ambulanza, la Croce d'Oro per l'esattezza, lo avevano portato all'ospedale di Empoli dove però questo giovane cessava di vivere lo stesso giorno alle 8,00 del mattino. In un verbale del Pubblico Ministero, scrive, nel quale il Pubblico Ministero, chissà come gli è venuto in testa, che da un ufficiale di polizia giudiziaria cioè aveva previsto quel che avrebbe detto l'avvocato Filastò, questo Pubblico Ministero, incredibile, ma nel verbale scrive di aver saputo da ufficiale di polizia giudiziaria, da dichiarazioni assunte in loco che il fidanzato della Migliorini, Mainardi Paolo, era stato rinvenuto sul sedile anteriore di guida. Allora non c'era ancora l'avvocato Filastò in questo procedimento però in questo verbale c'è scritto letteralmente, l'ho ricopiato, quanto ora ho detto. Si è accertato che si è sparato con la solita pistola che aveva già ucciso tutte le altre persone. Gli investigatori facevano rilevare che questa volta però, contrariamente alla precedente, non vi era stato il taglio di parti anatomiche della ragazza...
Presidente: Scusi consigliere, vicino al microfono.
Relatore: Prego?
Presidente: Consigliere, vicino al microfono.
Relatore: Scusate, scusate.
Avv. Filastò: Scusi consigliere, visto che è stata fatta questa interruzione, visto che è stata fatta questa interruzione, ha parlato, non ho capito bene, ha parlato di un verbale di chi? Su questo fatto...
Relatore: Verbale di sopralluogo, si trova in filza 11 avvocato, eh?
Avv. Filastò: Si, si.
Relatore: Filza 10 del Pubblico Ministero.
Avv. Filastò: Verbale di sopralluogo? Si, si, lo conoscevo.
Relatore: Nel verbale, ho scritto nel mio appunto redatto dal Pubblico Ministero, non mi ricordo il nome, se me lo dice lei il nome me lo ricordo pure chi era...
Avv. Filastò: Dottoressa Silvia Della Monica.
Relatore: Dottoressa Silvia Della Monica, datoci un verbale in cui il Pubblico Ministero dato che da dichiarazioni assunte in loco il fidanzato della Migliorini...
Avv. Filastò: ...stava sul sedile anteriore.
Relatore: La cosa mi ha colpito perchè lei non l'aveva notato...
Avv. Filastò: Si, l'avevo notato, l'avevo visto, certo, so di questo verbale, che è un verbale di sopralluogo in cui la dottoressa Della Monica assume delle informazioni da parte di determinate persone.
Relatore: Non è che l'ho trovato strano.
Avv. Filastò: E si sa anche chi sono.
Relatore: Dunque, continuando, gli investigatori diranno che in questo caso non si erano verificati i tagli delle parti anatomiche della ragazza perchè evidentemente il ragazzo, il Mainardi, si era reso conto che stava per essere ucciso, aveva visto la sua ragazza probabilmente morta, allora aveva innestato, con mossa velocissima, la retromarcia per tentare una fuga perchè lui era parcheggiato con la 127. Come era parcheggiato' Con la coda verso la strada ed il muso verso l'interno.(...)
All'altezza del finestrino destro in questo caso, o sinistro anzi, si apriva nella vegetazione una sorta di viottolo, largo 2 metri, si dice che dava accesso, dev'essere questo l'altro campo con l'erba medica; dicono i verbalizzanti che il giovane resosi conto che gli stavano sparando aveva inserito la retromarcia era tornato indietro ma era finito nella cunetta impedendo così alla macchina di poter poi proseguire perchè le ruote giravano a vuoto. Così avviene. Viene rilevato nella 127, un foro di entrata, cagionato dal colpo di pistola, all'altezza del viso dell'autista, proprio in corrispondenza del posto di guida, si legge, i cristalli dei fari anteriori tutti e due rotti e anche le lampadine dei fari di posizione, mi pare. Il sedile di guida viene rinvenuto leggermente reclinato all'indietro e con la fodera letteralmente inzuppata di sangue. L'autista dell'ambulanza, Allegranti Lorenzo, del quale si parlerà più tardi, dichiarava che il corpo del Mainardi si trovava, quando lo vide lui, nel sedile posteriore della macchina e identica cosa diceva Gargalini Silvano, io comunque ce l'ho scritto e qua, poi le passeremo in rivista tutte quante. Anche in questo caso queste persone sono state uccise dalla stessa pistola. E siamo all'82.
Segue...

mercoledì 27 maggio 2009

Udienza del 17 maggio 1999 - 02

Quella che segue è la trascrizione integrale dell'udienza del 17 maggio 1999 relativa al Processo d'appello per i delitti del "mostro di Firenze" davanti alla prima sezione della Corte d'Assise d'Appello di Firenze.

Segue dalla parte 01.
Relatore: Scopeti. Il delitto viene consumato l'8 settembre del 1985, secondo qualcuno il 7. Due francesi, i cui nomi non ripeto perchè sono complicati, 2 turisti francesi pongono la loro tenda in località Salve Regina, contrada Scopeti, Via degli Scopeti, San Casciano Val di Pesa, nei pressi della Cassia, se ho ben capito. La mattina del 9 un cercatore di funghi, avverte i carabinieri di San Casciano che in questo posto ha visto il cadavere di un essere umano, di un uomo; ci vanno tutti in questo caso, accorrono veramente tutti, non so se c'era anche la forestale, la guardia di finanza. C'erano tutti e lì si viene a scoprire una Golf della Repubblica Federale francese parcheggiata in un certo modo, la quale Golf, con a fianco una tenda; ed è la classica canadese che ha una larghezza di 1,85 metri, non di 1,80, che da un lato è alta 1,10 e dall'altro 1,40. All'interno della canadese giace, come diranno i periti, il cadavere cereo, mutilato, in stato di media putrefazione di Nadine Jeanine Mauriot, del '49, cittadina francese che presentava la asportazione completa del seno sinistro e della regione pubica. Davanti alla tenda vi è una chiazza di sangue, vi sono bossoli 22, marca Winchester, con la solita "H" sul fondo, è inutile ripeterlo, su questo non ci piove. Più in là, viene rinvenuto il cadavere del compagno di questa donna, nato nel '60, freddo, cereo, emanante cattivo odore, in posizione supina e sollevato leggermente, con i piedi leggermente sollevati dai cespugli, da terra, perchè poggiava su un cespuglio. Viene trovato accoltellato. Ricostruiranno i periti l'omicidio nel seguente modo, almeno la perizia Maurri: l'assassino o gli assassini, quello che è, l'assassino arriva davanti alla tenda, spara contro la tenda, viene colpita la donna mortalmente e subito, tanto che un proiettile ne provocherà lo sfacelo della massa cerebrale, il giovanotto che sta sotto la donna o almeno l'abbraccia, viene colpito, ma parzialmente, comunque non mortalmente, per cui, nudo o semi nudo, fugge dalla tenda, non si dirige verso la strada, perchè secondo i periti, probabilmente vede Lotti, che si trova lì, e quindi vede il pericolo, questo lo dice la perizia Maurri, ma verso il bosco, fugge ma vi è rincorso da una persona, dal reo, che gli spara contro! Che gli spara contro, questa cosa, che sembra una sorta di barzelletta detta dal Lotti, la dicono in realtà i periti De Fazio e compagni, i quali diranno che l'assassino sparerà contro il francese che fugge e la cosa la dirà anche il perito Maurri, tanto che il colpo al gomito destro, che colpirà il gomito destro, secondo i periti è dovuta a questo colpo sparato. Che l'abbia colpito un colpo o meno non lo so, fatto sta che a un certo punto viene preso e colpito con un coltello, prima sulla schiena, viene afferrato, secondo la ricostruzione, col braccio sinistro, viene colpito prima sulla schiena e poi nel collo, sulla faccia destra con una coltellata che è trapassante e taglierà l'aorta. Ulteriori coltellate, il giovane cade, crolla e viene finito in questo modo. Dopodichè vi è la escissione o il taglio delle parti anatomiche di questa ragazza. Questa escissione o taglio, nella perizia del professor De Fazio e compagni, avviene ad opera di un assassino all'interno della tenda, su questo lui non ha dubbi, o loro non hanno dubbi; nel nostro dibattimento si porrà il problema se la cosa possa essere avvenuta in questi termini e i periti Maurri e C. avendo rinvenuto davanti alla tenda una notevole macchia di sangue, chiazza di sangue e avendo scoperto che si tratta di sangue appartenente alla donna, ne dedurranno che l'assassino, o gli assassini, hanno parzialmente estratto dalla tenda la ragazza, non completamente, parzialmente, per avere lo spazio necessario per effettuare questi tagli; avrebbero effettuato i tagli e l'avrebbero letteralmente ributtata dentro la tenda. Questo è, in linea di massima, il duplice omicidio avvenuto il giorno 8 settembre 1985, la sera tra le 23,30 e la mezzanotte, grossomodo.

L'anno precedente in località Vicchio di Mugello, il 30 luglio dell'84 i carabinieri si recavano dove c'è una certa piazzola, giacchè avevano avuto notizia che vi era stato rinvenuto il cadavere di un giovane, in questa piazzola, che, daranno atto i carabinieri, veniva comunemente usata dai ragazzi che andavano a far l'amore, è pieno di fazzolettini, preservativi, cose di questo genere. Rinvengono una Fiat Panda, di proprietà di Stefanacci, il quale si trova all'interno morto. Mentre ad 8 metri circa dalla macchina, si trova il cadavere della ragazza che stava con lui: Pia Gilda Rontini. E' da notare che lo Stefanacci era nato nel '63 e la Rontini nel '66. Anche in questo caso la Rontini ha subito la escissione del seno sinistro e del pube. L'auto, la Panda, viene trovata parcheggiat al termine di questa stradina che si diparte da una certa strada che sta lì ed è posta quindi in posizione di partenza. Cioè arrivati lì hanno rigirato la macchina in modo da poter andar via mettendo il muso verso la strada e la coda della macchina, diciamo verso la collinetta che sta a tergo. Risulterà nel verbale dispensione, redatto dal Pubblico Ministero, lo stesso giorno, risulta un viottolo irregolare, leggermente in salita, che parte dalla strada che unisce Vicchio a Dicomano. Inizialmente ha una larghezza che consente il transito ed anche l'incrocio di 2 vetture ad un certo punto si restringe e passa tuttalpiù una macchina. La Fiat Panda è stata rinvenuta nella posizione che ho detto, il retro del finestrino destro, quello del passeggero, viene trovato completamente frantumato e vicino al finestrino vi è un bossolo calibro 22 con la consueta lettera "H". Altri 4 bossoli stanno dietro la vettura, sempre marca Winchester e sempre con questa lettera "H". Dalla parte destra e quindi in corrispondenza della portiera destra della macchina, vi è un campo coltivato ad erba medica, per essere il secondo campo coltivato ad erba medica, se non sbaglio, l'altro ci arriviamo tra qualche momento. Si trova il campo di erba medica adiacente e a 6/7 metri, in questo campo, il cadavere di questa povera ragazza, neanche diciottenne, la quale stringeva in mano ancora i suoi indumenti intimi, diranno i carabinieri, che probabilmente ha visto arrivare gente e allora aveva afferrato gli indumenti intimi per rimetterseli ma non ha fatto in tempo a farlo. In sede di perizia medico-legale si accertava che il ragazzo era stato colpito da tre colpi di arma da fuoco e da 10 coltellate. Mentre la Rontini da 2 colpi di arma da fuoco e due coltellate. La morte è avvenuta tra le 22,00 e le 22,30 e su questo, credo avessimo una buona certezza perchè la mamma di uno dei due, se non sbaglio, era preoccupata per l'orario. I periti, su questa morte della ragazza, diranno che la Rontini è stata colpita, tra l'altro, da un colpo alla testa, al cervello. In una prima fase nulla viene chiesto a costoro, successivamente diranno che però non era morta sul colpo ma aveva, il proiettile, cagionato una grave perdita di coscienza, tanto che la morte era sopraggiunta 10 o 15 minuti dopo. Questo tecnicamente lo spiegheranno, hanno trovato edema polmonare e schiuma nelle narici, quindi ha respirato e spiegheranno successivamente, ve lo dirò più tardi, che quindi è possibile, che per certe ragioni meccaniche, un qualche gemito possa essere fuoriuscito dalla bocca di questa ragazza. Proseguiremo dopo il racconto quando parleremo del Lotti. Affermeranno i periti, che la morte è di quel giorno, tra le 22,00 e le 22,30, che la morte era stata cagionata da colpi di arma da fuoco e non già dalle coltellate che erano state inferte in limine vitae o quando le persone erano morte. Erano stati esplosi sei colpi di pistola, dei quali due avevano colpito la ragazza, tre l'uomo ed uno era andato a vuoto. Anche in questo caso i ragazzi sono stati uccisi con la solita Beretta calibro 22 serie 70. E siamo al 1984.

martedì 26 maggio 2009

Udienza del 17 maggio 1999 - 01

Quella che segue è la trascrizione integrale dell'udienza del 17 maggio 1999 relativa al Processo d'appello per i delitti del "mostro di Firenze" davanti alla prima sezione della Corte d'Assise d'Appello di Firenze.

Arturo Cindolo: Corte di Assise di Firenze in data 24 marzo 1998 per omicidio plurimo aggravato ed altro salvo ovviamente per quello che riguarda la posizione di Faggi Giovanni che risulta assolto per non aver commesso il fatto, Vanni Mario e Lotti Giancarlo, Vanni Mario è stato condannato all’ergastolo con interdizione perpetua dei pubblici uffici e l’interdizione legale e pubblicazione della sentenza. Lotti Giancarlo è stato condannato ad anni 30 di reclusione, interdizione perpetua dai pubblici uffici e interdizione legale, entrambi sono stati condannati al risarcimento dei danni alle parti civili, sono appellanti. Il P.M. avverso la sentenza.

Daniele Propato: Procuratore generale non eccezioni ovviamente. Per richieste su rinnovazione dell’istruzione dibattimentale la Corte ritiene che siano fatte dopo la relazione.

Arturo Cindolo: Direi che è necessario perché così i giudici popolari sono informati sulla consistenza delle richieste e possono decidere il meglio. Allora la parola al relatore.

Relatore: Allora si tratta di questo, come molti di noi ricorderanno, in Toscana forse a decorrere dal ’68, ma certamente dal ’74 venivano consumati una serie di duplici omicidi volontari, ho detto forse nel ’68 perché le prime due persone uccise nel ’68, ma questo io l’ho appreso così accidentalmente da qualche riga trascritta dai difensori o da qualche riga che si legge di sentenza, pare che il duplice omicidio del ’68, a parte l’uso dell’arma, poco abbia a che fare con gli omicidi dei quali ci dobbiamo occupare. Quello che è certo invece è che a decorrere dal ’74 e fino al 1985 venivano assassinati, grosso modo in angolo di Firenze, intorno alla città di Firenze, sedici o quattordici giovani, ragazzi e ragazze che venivano uccisi mentre si trovavano all’interno quasi sempre di vetture in località periferiche dai paesi dove abitavano, mentre intrattenevano rapporti intimi o li avevano intrattenuti o stavano per intrattenerli, tutti giovani che venivano uccisi, questo è ciò che caratterizza questo processo con la medesima pistola; direi che uno dei pochi dati certi di questo processo è che tutte queste persone sono state assassinate da una pistola marca Beretta calibro 22 serie 70 Long Rifle, la quale sempre esplodeva cartucce della Winchester, che è una nota fabbrica di armi statunitense, cartucce le quali sul fondello avevano impressa la lettera H. Dirò subito anche perché mi viene a mente che una informativa della Winchester che si trova in atti comunicherà che queste cartucce, quella fabbrica le ha costruite fino all’anno ‘80/’81, giacchè da quest’anno in poi ha continuato naturalmente a fabbricare cartucce calibro 22 ma non più con l’H sul fondello ma con la W che sta per Winchester, chiusa la parentesi. Le indagini vanno avanti ma non si cava un ragno dal buco, non si trova nessuno, si mettono in prigione tante persone che forse per altre ragione dovevano starci ma non per questi omicidi. Tanto che nell’84, dopo il duplice omicidio di Vicchio del Mugello il procuratore della Repubblica di Firenze incarica tre cattedratici dell’Università di Modena di ristudiare tutti gli omicidi avvenuti fino a quel momento e di non solo di descrivergli questi assassini ma altresì di spiegare che tipo di persona poteva essere l’assassino o gli assassini, perché viene posto il quesito se potessero essere di più. Questo atto peritale dell’85 si trova anche in questo processo, dico anche perchè, se ho ben capito, venne prodotto in quello precedente contro Pacciani Pietro e concluderà dicendo che a loro avviso l'assassino solo uno può essere che si tratta di un uomo, una persona di sesso maschile, destrorso, che usa non tanto bene la pistola, perchè spreca i colpi, mentre usa bene il coltello. Circa la malattia mentale dice: “non si sa ancora che malattia può essere si vedrà” e ce l'abbiamo in atti. Successivamente, l'anno successivo, però vengono uccisi altri due giovani, quelli degli Scopeti e allora gli stessi periti che avevano già svolto una precedente perizia, vengono nuovamente chiamati, nonostante che in quest'ultimo delitto vi fosse, come in quasi tutti, la perizia che viene fatta al momento, nel caso dal solito professor Maurri e la relativa equipe i cui nomi io onestamente non ricordo. C'è quest'atto peritale del quale parleremo più in là. Si svolgono queste indagini e all'esito di queste indagini viene rinviato al giudizio della Corte di Assise di Firenze, Pacciani Pietro. Tutto ciò, ripeto di nuovo, lo deduco da quanto riesco a leggere in questa sentenza perché noi in questo processo non abbiamo di certo gli atti di quelli del Sig. Pacciani Pietro che viene processato e condannato all'ergastolo. In sede di impugnazione il Pacciani viene assolto, con formula ampia, confermando dalla parte della Corte di Assise di Appello l'assoluzione che già aveva pronunziato la Corte d'Assise di Firenze, circa il duplice omicidio del '68, nel quale morirono una signora che si chiamava Locci e un certo Lo Bianco, poi le motivazioni di questa assoluzione non le conosco non avendo mai letto quella sentenza. Io ho letto solo quella della Cassazione che ha annullato la sentenza della Corte d'Appello di Firenze.
Le cose stavano così e si stava già mettendo sui binari il processo Pacciani per il giudizio di rinvio allorquando il Pacciani passava ad altra e forse migliore vita; se migliore non lo so, ad altra è certo. Per cui il processo finiva negli archivi degli uffici giudiziali di Firenze. Incominciando da qui, sta di fatto, che la Corte d'Assise di Firenze, sembra che abbia scritto, lo deduco da una nostra sentenza, ma è certo perchè ne parlano anche i difensori, che abbia scritto che, soprattutto facendo riferimento all'ultimo duplice omicidio, quello degli Scopeti, che appariva indispensabile che le indagini proseguissero e riprendessero, visto che, ad avviso della Corte di Assise di Firenze, era difficile che una sola persona, in quel caso il Pacciani, potesse da solo, aver commesso quegli omicidi, almeno quelli. Dirò, e apro e chiudo subito una parentesi, che nella realtà, questa idea è ripresa, verrà ripresa, nella famosa perizia alla quale alludevo del professor De Fazio & C. Il quale infatti, il professor Luberto in particolare, racconterà, sentito in questo processo, che quando dovettero ricostruire gli omicidi degli Scopeti, testualmente, dovettero far quadrare il cerchio, perchè non gli veniva bene spiegare come è possibile che uno vada da una parte della tenda, spari, dalla tenda esce una persona, lo rincorre, lo uccide e poi torna indietro per uccidere l'altra persona che non si sa se sia morta. Perciò abbiamo dovuto fare questa ricostruzione, dopodiché risponderà al requisito della presenza di due persone come ha risposto e come vedremo. Dice così la Corte d'Assise e allora si da atto in sentenza che riprendono queste indagini, per vedere se davvero questi omicidi possono essere stati commessi da una sola persona o da più persone. Prima di proseguire però è opportuno dire qualche parola su questi omicidi, qualche parola perchè poi ciò che interesserà particolarmente verrà sottolineato man mano, è verrà detto comunque dai difensori e in Camera di Consiglio. Avete notato, tutti, che la contestazione inizia con l'ultimo dei duplici omicidi, con quello degli Scopeti, e su ciò la Corte d'Assise segue il Pubblico Ministero e questo probabilmente non è fatto a caso, evidentemente nella mente del Pubblico accusatore vi è l'idea di avere un abbondante materiale probatorio, un pò più abbondante per quanto attiene i delitti degli Scopeti e forse leggermente di meno, per quanto attiene gli altri delitti.
Segue...

lunedì 25 maggio 2009

Piero Tony

Piero Tony è nato a Zara il 3 giugno 1941. Entrò in magistratura nel 1969, a 28 anni. Fu giudice istruttore a Milano. Dal 1973 al 1984 lavorò a Venezia come giudice minorile, si trasferì quindi a Firenze. Nel 1991 passò alla procura generale: da giudice a rappresentante della pubblica accusa. Durante il processo d'appello per i delitti del "mostro di Firenze" la sua requisitoria, di cinque ore divise in due udienze, smontò la sentenza di primo grado emessa dalla Corte di Assise di primo grado partendo dal lavoro del precedente magistrato: "Mi pesa che il mio convincimento mi impedisca di seguire la linea di quell' ufficio prestigioso che è la procura della Repubblica di Firenze, in particolare del valoroso collega Canessa che ha sostenuto l' accusa in primo grado. Ma lui doveva fare i conti con le indagini, io invece con la sentenza e con i motivi d' appello. Mi pesa che il mio convincimento mi impedisca di gratificare la preziosa opera di quei valorosi della Squadra antimostro che, veramente, hanno dato l' anima nelle indagini. Mi pesa dire ciò che la mia coscienza mi impone di dire di fronte a quei genitori straziati che oggi chiedono giustizia. Ma sono convinto che chiedono giustizia, non un condannato a tutti i costi. Mi pesa chiedere ciò che mi appresto a chiedere di fronte a un imputato che concentra in sé, con o senza colpa, perché sicuramente non avrà scelto lui la culla in cui nascere, buona parte del peggio della natura umana. Perché violento e pericoloso, perché bugiardo, sordido, prevaricatore, spregevole, lubrico". (...)"Il verbale di dibattimento è costituito da ottanta fascicoli, però di polpa non ce n' è poi tanta". Demolì tutti gli indizi contro Pietro Pacciani, dichiarando che non è provato fosse un guardone ma se anche lo fosse stato si tratterebbe di "una circostanza neutra, certamente non indiziante, probabilmente de-indiziante". Sul fatto disponesse di una pistola "al massimo si può considerare provato che cacciava di frodo, ma non c' è nessuna prova che possedesse una Beretta calibro 22" e se il teste Gino Bruni disse di avergliela vista, "probabilmente era una battuta fatta in un ambiente rilassante". Relativamente all'ultimo omicidio dichiarò: "E' assurdo che una persona originaria del Mugello, come è Pacciani, vada proprio in Mugello a impostare una lettera in cui invia ai magistrati un lembo del seno della sua vittima, allo scopo di depistare le indagini". Del blocco da disegno sequestratogli e del portasapone che furono prove usate a suo carico, il procuratore generale fece notare che è inverosimile che "un taccagno come Pacciani" prelevasse questi due oggetti dal camper di Uwe Jens Rusch e Wilhelm Friedrich Horst Meyer, tralasciando i soldi e le macchine fotografiche. Dell'asta guidamolla giunta ai carabinieri in busta anonima disse. "E' un elemento di assoluto valore indiziante. L' unica ipotesi è che Pacciani abbia smembrato la pistola e ne abbia disseminato i pezzi. Ma allora, se non si trattasse di fatti atroci, di dolori feroci, non avrei remore a fare dello spirito e ad evocare una scena da Pantera Rosa. Dunque, Pacciani invece di buttare la pistola la smembra, avvolge ogni singolo pezzo in biancheria di casa, li mette in contenitori di vetro e poi li seppellisce nei boschi. Mi pare di vederlo con la sua zappa in spalla. Ma come avrebbe potuto fare tutto ciò se dal momento della sua scarcerazione, il 6 dicembre ' 91, è stato sempre intercettato, controllato, pedinato?" Chiese una nuova perizia balistica, l'audizione di nuovi testi, ed in seconda istanza l' assoluzione di Pacciani. Il 13 febbraio 1996 Pietro Pacciani fu assolto.
Rif.1 - La Repubblica - 06 febbraio 1996 pag.9

domenica 24 maggio 2009

Olinto Dell'Amico

Nel 1968, quando giunse a Castelletti, sul luogo del duplice omicidio di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, era un giovane ufficiale dei carabinieri in forza nella caserma fiorentina di Borgo Ognissanti. Era già capitano nel 1974 quando giunse a Borgo San Lorenzo e tenente colonnello il 7 giugno del 1981. L'11 giugno, assieme al commissario Sandro Federico, condusse l'interrogatorio di Enzo Spalletti. Il 5 novembre dello stesso anno, assieme al giudice istruttore di Prato, Salvatore Palazzo e il dottor Marchi, capitano medico in servizio all' ospedale militare di Firenze si recò dalla maga Teresa Stoppioni per ascoltare quanto aveva da dire sulla vicenda del "mostro di Firenze". Durante il processo a Pietro Pacciani fu ascoltato il 22 ed il 28 aprile 1994.

Rif.1 - Il mostro di Firenze pag.78
Vedi anche:
-Olinto Dell'Amico - Deposizione del 22 aprile 1994
-Olinto Dell'Amico - Deposizione del 28 aprile 1994

sabato 23 maggio 2009

Italia Cult

Nella puntata del 4 luglio 2008 di Italia Cult è presente un'intervista a Mario Spezi, in trasferta a New York per presentare con Douglas Preston il libro: "The monster of Florence".

venerdì 22 maggio 2009

Wilhelm Friedrich Horst Meyer

Nacque il 20 settembre 1959 a Diepholz. Viveva con i genitori Georg e Elfriede, la sorella Heidemarie ed il fratello Klaus, in una piccola cittadina tedesca sulla costa del Mar del Nord a pochi chilometri dal confine con l'Olanda. Nel settembre del 1983, terminata la Fachoberschule Veranstaltung a Osnabruck, una scuola superiore di disegno e grafica, si recò in Italia con l'amico, Uwe Jens Rusch, per una vacanza. Venerdì 9 settembre i due ragazzi parcheggiarono il loro furgone Volkswagen bianco e blu attrezzato "a camper" in un prato adiacente via di Giogoli al Galluzzo, per trascorrervi la notte. Furono trovati morti la sera del giorno successivo.
Rif.1 - Il mostro - Il thriller infinito pag. 38

giovedì 21 maggio 2009

Vincenzo Tricomi

Nel 1982 era giudice istruttore a Firenze. Il 6 novembre dopo aver firmato il mandato di cattura contro Francesco Vinci, accusato d'essere l'assassino del duplice omicidio del 1968 dichiarò ai giornalisti: "Non è minimamente detto che Vinci sia il mostro: anzi il pericolo adesso è maggiore. La pistola potrebbe essere passata di mano e il maniaco potrebbe entrare nuovamente in azione per rivendicare la paternità dei suoi omicidi."
Dopo il delitto di Montespertoli, gli inquirenti, si ricordarono del duplice omicidio avvenuto nel 1968. Mario Spezi, riferì invece che il giudice istruttore Vincenzo Tricomi, gli disse che "Arrivò un biglietto anonimo, scritto in stampatello. Anzi, la scritta era su un vecchio ritaglio di giornale che parlava dell'omicidio del '68". Vi si leggeva: "Perché non andate a rivedere il processo di Perugia contro Stefano Mele?" Il ritaglio si è perso e non è mai stato ritrovato.

mercoledì 20 maggio 2009

9 Settembre 1983 - Rusch Uwe Jens e Horst Meyer

Nella notte del 9 settembre 1983, in un prato adiacente Via di Giogoli al Galluzzo, furono uccisi Uwe Jens Rusch e Wilhelm Friedrich Horst Meyer, entrambi di 24 anni. I cadaveri dei due studenti tedeschi in vacanza furono trovati, la sera del giorno 10, all'interno di un furgone Volkswagen, da Rolf Reinecke che abitava in un appartamento in una villa poco distante la piazzola. L'anta destra dello sportello fu trovata spalancata, furono rilevati 3 fori sulla fiancata sinistra (1 per ogni vetro fisso ed 1 sulla lamiera sia del 1 montante posteriore) e 2 sulla fiancata destra (1 per ogni vetro fisso posteriore). Dalla perizia medico-legale si rileva che 4 dei 5 fori da proiettile di arma da fuoco rinvenuti nei vetri dei finestrini del pulmino distano da terra rispettiva­mente cm.137 (2) e cm.140 (2). La distanza da terra del foro sito nel vetro del finestrino anteriore dx. non ha potuto essere misurato in quanto durante il trasporto del pulmino molti dei frammenti di vetro si erano spaccati. Dalla documentazione fotografica relativa ad un momento in cui i frammenti erano ancora in sito si rileva che il foro in questione è ad altezza superiore rispetto a quello del vetro posteriore dx., distante da terra cm.140, ad una altezza deducibile di almeno 145 centimetri. Va notato che i fori in questione sono ad una altezza abbastanza costante, quantomeno di cm-137 da terra, ivi compreso il foro sulla carrozzeria, per il quale si può presumere non sia stata cercata dall'omicida una posizione "innaturale" di sparo (col braccio abnorme­mente rialzato), come in linea di ipotesi potrebbe essere avvenuto per gli altri colpi, sparati per il tramite dei finestrini, la cui altezza può condizionare giocoforza le posizione del braccio nel tiro.
Furono repertati 4 bossoli calibro 22 marca Winchester serie H, 2 all'interno del furgone, i restanti sul prato dell'aiuola, intorno al furgone. Non distante dal furgone furono rinvenute alcune riviste pornografiche stracciate (Golden Gay). Nulla vieta di supporre che si trovassero in quel luogo perchè ivi lasciati da persone dei t.utto estranee al delitto.Dal materiale fotografico preso in esame sembra comunque che la carta non fosse deteriorata da pioggia o rugiada, nè accartocciata dalla prolungata esposizione al sole, come avrebbe potuto accadere se i frammenti di carta fossero rimasti a lungo sul prato. E' lecito quindi supporre che si trovassero in quel luogo da non molto tempo, e occorre vagliare l'ipotesi che siano stati asportati dall'omicida all'interno della vettura delle vittime.
All'interno della vettura, furono trovate confezioni di succhi di frutta aperte e la radio accesa. Non furono rilevate impronte digitali. Dal furgone non furono trafugati nè i soldi nè le macchine fotografiche dei due ragazzi. Uwe Jens Rusch fu rinvenuto supino nella parte posteriore sinistra del camper, con la testa sulla lamiera dell'angolo e le gambe verso il centro, con i soli slip. Era stato raggiunto da due proiettili all'altezza della bocca, da un proiettile all'avambraccio sinistro e da un colpo di striscio alla coscia sinistra. Furono rilevate alcune escoriazioni alla gamba sinistra. Wilhelm Friedrich Horst Meyer fu trovato prono nella parte anteriore sinistra, in parte coperto da un sacco pelo, con la testa verso la cabina e le gambe verso il centro del camper. Era stato colpito da un colpo al cranio, uno al fianco destro che aveva perforato il cuore ed il polmone sinistro ed uno nella regione glutea sinistra. Su nessuno dei due ragazzi erano state effettuate escissioni o deturpazioni di sorta. La ricostruzione della dinamica del delitto prevede i due ragazzi intenti a leggere, la luce è quindi accesa nel vano del furgone, il "mostro" si avvicina all'automezzo, gira intorno al furgone, spara sui finestrini e sulla lamiera, colpisce a morte i due ragazzi. Apre lo sportello, rovista all'interno e si da alla fuga.
Del duplice omicidio furono indagati Giovanni Mele e Piero Mucciarini.
Rif.1 - La leggenda del Vampa pag.196
Rif.2 - Perizia equipe De Fazio (testo in corsivo)

martedì 19 maggio 2009

Uwe Jens Rusch

Nacque il 9 gennaio 1959. Viveva con i genitori a Cuxhaven, una piccola cittadina tedesca sulla costa del Mar del Nord. Studente dell'università di Munster in Westfalia, nel settembre del 1983, si recò in Italia con l'amico, Wilhelm Friedrich Horst, per una vacanza. Venerdì 9 settembre i due ragazzi parcheggiarono il loro furgone Volkswagen bianco e blu attrezzato "a camper" in un prato adiacente via di Giogoli al Galluzzo, per trascorrervi la notte. Furono trovati morti la sera del giorno successivo.
Rif.1 - Il mostro - Il thriller infinito pag. 38

Salvatore Palazzo

Nel 1981, in qualità di giudice istruttore di Prato, si occupò della vicenda del "mostro di Firenze". Nel dicembre del 1981, affidò allo psicologo della Regione Toscana, Carlo Nocentini, il compito di delineare un profilo psicologico dell'ipotetico assassino. Il dottor Nocentini, tramite i rilievi della Polizia sui luoghi degli omicidi, la perizia medico legale sull'omicidio del 1981 e la consultazione di articoli giornalistici giunse alla conclusione che l'aggressore era affetto da "paranoia definita" e che in età infantile aveva subito un'esperienza traumatica con la madre.
Rif.1 - Storia delle merende infami pag.85

lunedì 18 maggio 2009

Francesco Fleury

Nel 1985 era sostituto procuratore a Firenze. Seguì le indagini sul "mostro di Firenze" accanto ai magistrati, Paolo Canessa e Pier Luigi Vigna. Il 1° ottobre 1985 giunsero presso gli uffici della Procura tre lettere anonime indirizzate ai tre sostituti procuratori che si stavano occupando del caso. Non avevano affrancatura, nè mittente, nè timbro postale. I nomi dei destinatari erano stati dattiloscritti. La busta conteneva: un articolo sul "mostro di Firenze", dal quotidiano "La Nazione" del 29 settembre 1985 che riportava una foto dei tre magistrati; un foglio di carta ripiegato a cui era stato fissato, con una cucitrice, il dito di un guanto di gomma giallo al cui interno era stata inserita una cartuccia marca Winchester, calibro 22 serie H. Su un lato dell'articolo era stato scritto a macchina: "Uno a testa vi basta". Dalle analisi successive non emerse niente di significativo che potesse condurre al mittente.
Rif.1 - Il mostro pag.48
Vedi anche:
-Francesco Fleury - Intervista su La Nazione - 26 agosto 1984
-Francesco Fleury - Intervista su La Repubblica - 3 ottobre 1985




Flavio Graziano

Originario di Asti, accompagnava spesso Renzo Rontini, padre di Pia, una delle vittime, ai processi. Il 4 settembre 1997, consegnò al personale della squadra mobile, un cilindro di metallo aperto su entrambi i lati, al cui interno era contenuto un biglietto di carta, con su scritto il numero di targa dell'auto su cui era stata uccisa una coppia dal "mostro di Firenze". Disse di averlo trovato la mattina stessa presso il podere di Schignano di Vicchio. Interrogato dal capo della squadra mobile, Michele Giuttari, rivelò d'aver realizzato il reperto lui stesso, si rifiutò poi di sottoscrivere le sue affermazioni per poi chiedere quali pene fossero previste per chi sottraesse un corpo di reato. Dichiarò quindi l'autenticità del foglietto e dello scritto contenuto per poi ritrattare il giorno successivo in presenza del suo legale. Il PM nominò allora un perito calligraficò che in una relazione ammise che il biglietto fosse stato scritto da Pietro Pacciani. Fu indagato per frode processuale, favoreggiamento e autocalunnia ma fu poi prosciolto.
Rif.1 - La Repubblica - 05 marzo 2004 pag. 4
Rif.2 - Compagni di sangue pag.202

domenica 17 maggio 2009

Silvia Della Monica

Originaria di Napoli, fu pretore a Carpi, in provincia di Modena e poi a Pontassieve, in provincia di Firenze. Nel 1981, in qualità di sostituto procuratore, con il collega Adolfo Izzo, si occupò della vicenda del "mostro di Firenze". Dopo il duplice delitto di Montespertoli, chiese ai giornalisti di scrivere che Paolo Mainardi, durante il trasporto in ospedale, aveva rivelato alcuni dettagli circa l'assalitore, così da indurre il maniaco a commettere un passo falso. Il tentativo del magistrato non sortì il risultato sperato e condusse il "mostro" ad una sfida aperta.
Il 10 settembre 1985 giunse in Procura una lettera indirizzata alla "Dott. Della Monica Silvia Procura Della Republica Firenze" al cui interno era contenuto un lembo di pelle cm 2,8 x 2 e mm 2/3 di spessore, della vittima femminile dell'omicidio di Scopeti. La parte escissa era stata avvolta dentro del cellophane e chiusa dentro un foglio di carta piegato ed incollato lungo i margini. La lettera risultò essere stata spedita da San Piero a Sieve con un francobollo da lire 450. L'indirizzo era stato composto da un collage di caratteri alfabetici ritagliati dalla rivista "Gente".

sabato 16 maggio 2009

Speaker's corner

Nella rubrica "Speaker's corner"del 4 febbraio 2004, pubblicata sul sito di RCS libri, Michele Giuttari presentò il suo libro, Scarabeo, assieme a Carlo Lucarelli e la giornalista Valeria Palumbo. Nel corso della conversazione, fu trattata la vicenda del "mostro di Firenze".

venerdì 15 maggio 2009

Pietro Pacciani - Intervista su La Repubblica 15 febbraio 1996

Il 15 febbraio 1996, dopo essere stato assolto dalla Corte d'Assise d'appello, Pietro Pacciani rilascia l'intervista che segue a La Repubblica.
Pietro Pacciani: Mi sembra d' essere ancora in carcere, e tutto per colpa di quei lazzaroni, lì sotto.
Sono fotografi, è il mestiere...
Sono lazzaroni e basta. Anche al processo mi stavano addosso e un' mi facevano respirare.
Ma ora come si sente?
Sto un po' meglio, ma ancora un' sto bene. Stanotte ho dormito in camera con un mio amico, conosciuto a Sollicciano, in carcere. M' addormentavo e mi svegliavo di continuo, sognavo cose strane, pensavo a tante cose.
A cosa?
A cosa? Mi ci vorrebbe un cervello elettronico per star dietro a tutto quello che dicono e fanno su di me. Un giorno m' accusano, i' giorno dopo prendono il Vanni, i' giorno dopo ancora mi buttan fuori...
Già Mario Vanni, il suo grande amico.
Ma che grande amico. L' è un povero cristo, col vizio di bere, ma l' è bono, bono, non farebbe male neanche a una coccinella. L' hanno messo dentro per creare un simbolo. Io ci uscivo, s' andava a mangiare qualche panino insieme, ma solo quello, il resto son menzogne, falsità.
Sono accuse, soprattutto.
Sì, lo so, sono accuse. Son tre anni che mi fanno impazzire. Poliziotti, carabinieri, giudici, m' hanno razzolato dentro, m' hanno fatto ammalare. Mi ricordo Canessa, madonna quante ne ha dette su di me. Io lo sentivo, mi ribolliva i' sangue ma un' potevo rispondere. E quelle parole che non gridavo mi restavano dentro, mi bruciavano l' anima.
Cosa avrebbe voluto dire?
Volevo dire che erano tutte menzogne. Che io sono un brav' omo, che ha lavorato sodo per tutta la vita. Dicono che andavo in giro per spiare le coppiette. Che mi caschi la vista se l' ho fatto. E uscivo sempre con un maresciallo dei carabinieri, figuratevi se potevo fare cose disoneste. Dicono che la gente mi chiamava i' Vampa perché m' arrabbiavo subito, ero violento e mi veniva i' viso rosso. Non è vero. Avevo i' viso rosso, bruciato dal sole perché sudavo nei campi. C' ho passato la vita a lavorare in campagna. Eppoi tutti quelli che m' hanno accusato. Tutti bugiardi.
Anche gli ultimi testimoni venuti allo scoperto ora?
Tutti, tutti bugiardi. Se la gente seguisse i dieci comandamenti, non rubare, non amare la donna degli altri, non uccidere e il resto della parola di Dio, si starebbe tutti meglio ni' mondo.
Ma ora è finito tutto.
Speriamo, speriamo, io quei fatti non li ho commessi, l' ho giurato di fronte a Dio, di fronte alla giustizia e al mondo intero.
(si accende una sigaretta)
Sa, devo fumare di nascosto perché mi fa male e suor Elisabetta non vuole. Io avevo anche smesso, ma poi vorrei vedere lei chiuso in una cella buia, da solo.
E' stato a lungo in isolamento?
Perdio. Poi per fortuna m' hanno messo con gli altri. Eravamo in sei, e si stava benino. La domenica pigliavo la farina, gli buttavo dentro le uova, facevo una sfoglia lunga lunga, e la tagliavo a fili per far le fettuccine grosse così, come i' mi' dito. Poi col coniglio facevo i' sugo. Sentisse che buono. Per questo mi chiamavano anche dalle altre celle. ' Pietro vieni da noi domenica a cucinare' mi dicevano.
Come passava le giornate?
Pregavo, giocavo a carte, mica a soldi però, e vedevo la televisione. Magari qualche partita di calcio, tipo la Fiorentina domenica sera.
Perché? E' un tifoso?
Un pochino, ma preferisco i' ciclismo, i tempi di Bartali e Coppi sì che erano belli e più puliti di ora. Ha visto Maradona nel calcio? L' era un campione eppoi s' è saputo che pigliava droga.
Pacciani ormai tutto questo è il passato. Che farà da domani?
Ho fatto un voto, farò un pellegrinaggio eppoi voglio tornare a casa mia, all' orto di Mercatale, dalla mi' moglie, quella povera donna dell' Angiolina.
Ma l' ha sentita appena uscito?
No, ho chiamato un sacco di volte, ma l' ha staccao i' telefono.
Non vuole parlare con lei?
Macché, è che i giornalisti, i fotografi la fanno diventare pazza e lei, per star tranquilla, stacca i' telefono e non apre la porta a nessuno. Icchè deve fare povera donna...
E le figlie?
Anche con loro un' c' ho mica parlato. Poverine, ne hanno passate di tutti i colori per colpa di questi tre anni d' inferno e di falsità.
Chi l' ha consigliato di non tornare subito a casa?
Abbiamo deciso tutto con le suore. Dopo la sentenza c' era tutto i' mondo fuori dal carcere. Così i carabinieri hanno fatto uscire una camionetta dicendo che ero lì, e invece io sono uscito da un cancellino di dietro sulla Uno di suor Elisabetta. Ci abbiamo messo parecchio per arrivare qui in piazza Santo Spirito, c' era un traffico che s' impazziva. Però siamo entrati senza essere visti da nessuno e quando più tardi son arrivati i giornalisti, io l' ero già nella mi' stanza.
Un bel trucco...
E me ne hanno fatti un po' a me di trucchi e di inganni. Ma alla fine ha visto che la verità è venuta a galla. Ora però perdono tutti, tutti quelli che m' hanno accusato, m' hanno fatto ammalare.
Perdona anche i giornalisti?
Non tutti, e stanno tutti là sotto, che pare un assedio. Ma io non mollo, io parlo con chi mi pare, e ora alla finestra un' m' affaccio. Più tardi, quando vengono i miei avvocati si vedrà.
Ma al processo d' appello perché non si è fatto vedere?
Perché stavo male, avevo un male alle gambe da impazzire. L' è un fatto nervoso, m' ha detto i' mi' dottore. Nervoso o no io un' camminavo, per far venti metri ci mettevo mezz' ora. Ora sto un po' meglio, ho preso delle pasticche, ma le gambe mi fanno sempre male.
Forse è stato meglio visto come è andata a finire...
Un' so nulla. Io so solo che anche se sono analfabeta posso insegnare a tanti come ci si muove nella vita.
Magari ora decide di scrivere un libro di memorie?
Mah, e ne hanno scritti già parecchi di libri su di me, qualcuno giusto, qualcuno che non mi piace per nulla.
Li ha letti tutti?
Quasi... ora però vorrei riposare un pochino. Vorrei farmi la barba, un bagno come si deve.
Eppoi magari tornare a Mercatale?
E dagli con Mercatale! Ancora è troppo presto, ma quella è casa mia e prima o poi ci voglio rientrare, un' mi voglio mica fare frate e andare in convento.
Un' ultima cosa. Chi è il mostro secondo lei?
Un pazzo, un malato. Perché uno che uccide dei poveri ragazzi che fanno l' amore può essere solo un malato.
Rif.1 - La Repubblica - 15 febbraio 1996 pag. 9

giovedì 14 maggio 2009

Francesco De Fazio

Nel 1984 era direttore dell'Istituto di medicina legale e della scuola di specializzazione in criminologia clinica di Modena. Il 3 settembre 1984, la Procura della Repubblica, nei magistrati Pier Luigi Vigna, Francesco Fleury e Paolo Canessa gli chiese un'"Indagine peritale criminalistica e criminologica in tema di ricostruzione della dinamica materiale e psicologica di delitti ad opera di ignoti verificatisi in Firenze nel periodo dal 21 agosto 1968 al 29 luglio 1984." Il professore riunì intorno a se un'equipe di tecnici composta dai professori Salvatore Luberto ed Ivan Galliani, a cui si aggiunsero successivamente i professori Giovanni Pierini e Giovanni Beduschi, con cui esaminò tutti i delitti per poi consegnare una prima perizia alla fine del 1984.
Nel maggio del 1986, l'equipe criminologica dell'Università di Modena, presentò una nuova relazione, che aggiornava la vecchia, con quanto emerso dopo l'omicidio avvenuto nel settembre 1985 a Scopeti.



Giovanni Vinci

Fratello maggiore di Salvatore, Francesco e Lucia Vinci. Originario di Villacidro in provincia di Cagliari, fu protagonista di una brutta storia di violenza familiare che lo vide accusato di incesto. Nell'ottobre del 1952 emigrò a Lastra a Signa. Qui conobbe Barbara Locci di cui fu amante; è lo stesso Salvatore Vinci ad affermarlo, dicendo di aver conosciuto la donna poichè presentatagli dal fratello Giovanni.
Subì procedimenti penali per furto aggravato, ingiurie, violenza privata, atti osceni.
Nei libri che trattano la vicenda del "mostro di Firenze" la sua biografia è spesso confusa con quella di Giovanni Mele.
Rif.1 - Dolci colline di sangue pag.

mercoledì 13 maggio 2009

Perizia su Giancarlo Lotti

Il 16 settembre del 1996, la Procura della Repubblica chiese ai professori Marco Lagazzi e Ugo Fornari, una consulenza tecnica per cogliere al meglio il profilo psicologico di Giancarlo Lotti. Quelli che seguono sono alcuni stralci della perizia. "A me sarebbe piaciuto andare con le ragazze, ma sono stato troppo chiuso e non mi sono mai osato. Le donne le ho avute perchè le pagavo; con le altre avevo paura, non avevo confidenza. Poi non ero tanto sicuro io. Ricordo che tra i 12 e i 14 anni qualcuna mi ha dato uno schiaffo, perchè io l'avevo toccata. Da ragazzo mi masturbavo e così ho continuato fino a 20 anni. Una volta, a 12 anni, mi hanno trovato a letto con una ragazza della mia età; non si faceva niente, ma mia madre mi ha sgridato molto e mi ha picchiato. Non mi sono mai sposato, perchè io ho un carattere che la Filippa mi ha detto che non si poteva stare insieme. Io ho fatto molte cose per lei. Abbiamo incominciato a frequentarci nel 1981, quando Salvatore (Indovino ndr) era in carcere. Adesso sarà un anno e mezzo che non la vedo più e non ho più sue notizie. Prima ci si vedeva di frequente, poi lei se ne è andata via da S.Casciano e allora io non potevo più andarla a trovare, anche perchè ne aveva un altro. Però lei veniva a trovarmi e stava da me anche qualche giorno. Poi c'era il problema dei soldi; come facevo a sposarmi senza soldi e con un lavoro che un pò c'era e un pò non c'era? Sono stato un pò sfortunato. Io però ero proprio innamorato di questa donna. L'amore, con la Filippa, ne ho fatto anche troppo. Anche lei si è innamorata di me. Fu l'uomo con cui lei viveva e che poi è stato un periodo in carcere (4 mesi) che la faceva prostituire. Poi nell'85-'86 Filippa è tornata ad Arezzo e io l'andavo a trovare 1-2 volte al mese." Delle donne che aveva frequentato a Firenze diceva: "E' sempre stata solo una cosa passeggera, solo uno sfogo. Ultimamente cambiavo, ma dall'81 a qualche anno fa ne ho frequentato sempre e solo una, che conoscevo da tanti anni e che era pulita. Quando ho conosciuto Gabriella lei aveva uno insieme; io non è che ci andassi molto volentieri, perchè in casa c'erano la mamma e il suo uomo e a me la cosa dava fastidio. Poi costava cara e allora la vedevo poche volte. Io le ero affezionato, ma lei mi sfruttava un pò troppo. Lei diceva che mi voleva bene, ma non era vero, perchè mi sfruttava. Io avevo già tante spese, perchè dovevo mantenere me e la macchina. Alessandra era la nipote del Vanni; la conobbi per caso; fu il Vanni a presentarmela. Lei aveva il fidanzato. Ame piaceva abbastanza, ma non ne ero assolutamente innamorato. Abbiamo cominciato ad uscire binsieme e poi siamo andati a letto. Lei si era ammalata a 20 anni e era finita su una carrozzella. Dopo qualche anno si è rimessa a camminare, ma quando si usciva insieme mi toccava reggerla. Fumava tantissimo e parlava un pò troppo. Era molto ingrassata per tutte le medicine che prendeva. Alessandra si era affezionata a me. Adesso è tornato il suo fidanzato d è dal '95 che non la vedo più. Era lei che veniva a cercarmi, non io.(...) Le donne mi sono sempre piaciute. Però non mi è stato mai possibile averne una per me; mi è dispiaciuto. Sono anche stato invidioso di chi poteva più di me, ma non potevo farci niente. Con la macchina le cose sono un pò cambiate, perchè potevo andare in giro, ma continuavo a non avere soldi. Poi ricordo una cosa brutta, di una donna che voleva spogliarmi e saltarmi addosso. Io non ho fatto niente, perchè non eravamo soli; era presente anche Paola (la ragazza che in quel periodo mi piaceva e che mi ha aiutato a prendere la patente), che mi ha detto: come, fai così? Allora non sei un uomo! Io sono rimasto impressionato da questa faccenda. Col passare degli anni, si rimane bloccati e non si fa più nulla. A me è andata male. Il fatto è che io non ho più una grande considerazione delle donne, per tutto quello che mi è successo. Forse è dopo la faccenda di mia madre e di mia sorella che io evito le donne. Ora come ora è troppo tardi. Non mi metterò mai più con una donna. Le donne ti possono fregare. (...) Tante volte, quando ero bevuto, non riuscivo ad avere erezione. La stessa cosa quando ero emozionato o stanco o bloccato come da Gabriella, perchè in casa c'era sempre qualcuno. Così anche con le prostitute che si mettevano subito nude e volevano fare subito in fretta e a me non mi riusciva. Se invece c'era un pò di atmosfera, andava bene. Io non riesco a farlo alla svelta. Per esempio, una volta mi sono fermato con Gabriella su di una piazzola lungo una strada; in quel momento passarono i vigili; lei non se ne accorse, ma io si; mi bloccai e feci finta di leggere il giornale; poi l'ho fatto e non ci fu problema. Qualche volta, se ero molto eccitato, venivo subito. Ora è parecchio tempo che non faccio più nulla. Con la Filippa sono stato più soddisfatto che con altre donne. Anche con lei una volta è successo in autostrada, in macchina, che la portavo dalle sue figliole ad Alessandria; lei ha incominciato a tastarmi e l'abbiamo fatto. La Gabriella di Firenze mi diceva bravo, bravo che invece non era vero. Bravo fino a un certo punto, ma non come diceva lei, (...) praticamente, non sono mai stato capace di far godere una donna.(...) Io non ho mai fatto il guardone; la cosa non mi ha mai interessato. (...) Io sono calmo e tranquillo se nessuno mi dà fastidio; però quando mi arrabbio, mi arrabbio; se vengono a stuzzicarmi, io reagisco. Non ho mai avuto paura di nessuno: se devo farmi le mie ragioni me le faccio. A San Casciano mi dicevano che ero troppo buono, ma invece io sopporto un pò e poi basta. (...) Talvolta col vino andavo troppo in là; 2 o 3 volte la settimana. Sono arrivato anche a bere più di un litro per pasto; un pò a cena e un pò dopo cena con gli amici. Non ho mai bevuto a digiuno. Anche se bevevo parecchio, mangiavo molto. C'è stato un periodo che bevevo ma mangiavo poco e allora ho dovuto smettere, perchè poi ci rimettevo in salute.(...) Pacciani l'ho conosciuto nell'80 circa, dopo Vanni. Io lo frequentavo poco; non mi era simpatico. Mario invece lo andava a trovare anche a casa. Allora Pacciani abitava in una frazione di Montefiridolfi; lì io l'ho conosciuto, casualmente, attraverso Mario Vanni che era il postino di zona. Pacciani era uno che avevabla voce un pò alta e un pò prepotente. Poi aveva fatto delle cose brutte con le figlie e la moglie; sicchè non c'era da fidarsi mica tanto. Non mi andava proprio bene frequentarlo. Voleva essere superiore agli altri. Con Mario c'era confidenza, era educato e mi dava anche i soldi per la benzina, quando si faceva portare da qualche parte. Con Pacciani, invece, non c'era confidenza; non mi andava. Non potevo parlare tranquillamente con lui, per cui preferivo stare zitto. Quando si giocava a carte, voleva vincere sempre. Quando si andava fuori, Pacciani non pagava mai; o pagava Mario o pagavo io. I soldi li aveva, ma li teneva stretti. Ad andare con lui, anche quando si facevano le merende insieme, non mi andava mica tanto bene. Come faceva Vanni a sopportarlo, non lo so proprio. Pacciani ha cercato di coinvolgermi, per farmi star zitto, nel senso che ha continuato a portarmi con sè dopo l'82. La prima volta (1982) non sapevo mica cosa si andasse a fare. Non è mica stata una cosa molto bella. Non mi piacque niente vedere le armi e me ne tornai in macchina. Allora Pacciani ha incominciato a minacciarmi: ormai ero dentro e dovevo andare avanti. Io avevo paura che Pacciani, se dicevo di no, mi poteva fare qualcosa di male. Era un violento, suvvia, diciamolo. Pacciani comandava anche Vanni. Adesso io più che arrabbiato con Pacciani, sono preoccupato, perchè non so come finirà questa storia. Pacciani è uno che ha detto che nemmeno mi conosce; io invece lo conosco benissimo e se dirà contro di me, saprò bene io come difendermi. Inoltre Pacciani è uno che sa e che, se verrà condannato, verranno fuori altri nomi. Se non dicevo nulla, ero bell'è che dentro. Mi hanno messo davanti a dei contrasti e io ho dovuto ammettere qualche cosa, altrimenti me ne sarei andato in carcere".
Rif.1 - Compagni di sangue pag.221

martedì 12 maggio 2009

Salvatore Vinci - Seconda parte

Segue dalla prima parte.
Il giorno successivo all’omicidio di Vicchio, il 30 luglio 1984, gli inquirenti ordinarono perquisizioni presso le abitazioni di quanti erano stati avvicinati dalle indagini. In un armadio della camera da letto di Salvatore Vinci fu trovata una borsa di paglia al cui interno erano conservati tre stracci di cotone ben ripiegati. Uno di questi aveva 38 macchie rosso scuro ed "un segno lungo, grigio, lasciato dalla canna, c’erano poi simmetrici altri segni. Era indubbio che lo straccio fosse stato usato per pulire un’arma", dirà un anno dopo il colonnello Torrisi; che apprenderà dello straccio molto tempo dopo il rinvenimento, poiché il verbale di sequestro fu inviato al PM ma non al giudice istruttore. Il reperto fu quindi analizzato, i risultati giunsero nella primavera del 1985. Le macchie rosse risultarono tracce di di sangue umano dei gruppi B e 0. Le macchie grigie erano state prodotte dalla combustione di polvere da sparo. Salvatore Vinci disse che la borsa non era sua e che probabilmente apparteneva ad una delle donne che avevano vissuto con lui. La moglie e le conviventi di Salvatore negarono d’averla mai posseduta. La donna delle pulizie disse d’averla notata tra l’inverno del 1983 e la primavera del 1984. Una volta repertate le tracce, "non fu possibile", scrisse più tardi il giudice Rotella, "il paragone con reperti delle vittime dei duplici omicidi, perché non conservati dopo le autopsie".
Nel 1987 fu fatto un ultimo tentativo. Lo straccio fu inviato in Gran Bretagna per comparare le tracce di dna sul tessuto con il dna di Salvatore Vinci ma "E' trascorso troppo tempo, i campioni sono inutilizzabili", dissero i periti inglesi. I magistrati in mancanza dei risultati delle perizie furono costretti a dichiarare "vista la conclusione dei periti non c’è ragione di convincersi che lo straccio abbia a che fare con i delitti".
Il 12 giugno 1985, Stefano Mele accusò nuovamente Salvatore Vinci dell’omicidio del 1968. Un amico di Salvatore, Nicola Antenucci, gli fornì l'alibi per quella sera: "si io e Salvatore giovedì eravamo a giocare a biliardo". Il teste si confuse, sbagliò giorno e divenne ben presto poco attendibile. Si scoprì anche che il giorno in cui avvenne il duplice omicidio quella sala da biliardo era chiusa. Salvatore chiamò quindi a testimoniare un altro amico, Silvano Vargiu, che si ricordò della partita a biliardo ma non fornì dettagli precisi. Anche, Saverio, un altro amico di Salvatore gli fornì un alibi poco credibile, gli inquirenti interrogarono nuovamente Salvatore Vinci. Per il delitto di Giogoli, Salvatore disse che quel giorno si era recato per una riparazione presso l’abitazione di una prostituta, Luisa Meoni, uccisa il 13 ottobre 1984, non potè pertanto confermare le dichiarazioni del Vinci. Per il delitto di Vicchio, Salvatore Vinci disse d’essere andato con la convivente e sua figlia a prendere un gelato in un bar di via Cerretani e d’essere tornato a casa intorno alle 22-22,30, per poi prendere il cane ed uscire dalle 3,00 alle 3 e mezzo per una corsa. La convivente confermò l'alibi di Salvatore, “ne ha visto dalla finestra (terzo piano ndr) stando sul letto in camera, le gambe attraverso la serranda semiaperta del laboratorio a livello strada di fronte”. Messa alle strette dichiarò di non ricordarsi affatto di quella serata e d’aver riportato la versione che Salvatore gli aveva chiesto di dire in anticamera prima dell’interrogatorio.
Alla fine del 1985 a Salvatore Vinci giunse un avviso di garanzia per tutti gli omicidi compiuti dal "mostro di firenze". Fu perquisita la sua abitazione ed il magistrato Adolfo Izzo si recò a Villacidro, dove, in una baracca del Campidano, furono trovati 5 fucili. I carabinieri realizzarono su di lui un dossier di 180 pagine. L’11 giugno 1986, Salvatore Vinci venne arrestato, con un ordine di custodia emesso dai magistrati di Cagliari. L’accusa è di omicidio volontario premeditato, della prima moglie, Barbarina Steri. Il 12 aprile 1988, dopo due anni di carcere a Tempio Pausania , ebbe luogo il processo a Salvatore Vinci. L’avvocato Marongiu dichiarò ai cronisti : "Se vogliono processare Vinci per i delitti del Mostro lo devono fare direttamente, non prendendo questo episodio come scusa." Durante una udienza fu chiamato a testimoniare anche il primo figlio di Salvatore, Antonio, detenuto per rapina e porto d’armi. “Mi ha detto di voler sapere chi era davvero suo padre – dichiarò Salvatore – sono io suo padre, e non altri". Il 19 aprile fu assolto "per non aver commesso il fatto". Dopo l’assoluzione disse ai giornalisti: "E’ stata una soddisfazione moltoi bella. Ringrazio i miei avvocati, che hanno sempre creduto alla mia innocenza e mi hanno difeso gratuitamente per riparare al torto subito con il mio arresto e l’incriminazione. Ringrazio anche la Corte che mi ha giudicato con serenità. Appena uscirò dal carcere andrò a Villacidro da mia sorella Gina. Vi prego: non cercatemi, non disturbate i miei familiari, non chiedetemi interviste. La prima cosa che desidero fare è prendere un caffè ristretto. Stasera, poi, andrò a dormire più sereno e più tranquillo".
Dal novembre del 1988 se ne sono perse le tracce e a niente sono giunte le ricerche dei carabinieri. Il 13 dicembre 1989 il giudice Rotella chiuse l'indagine sul "mostro di Firenze" realtiva alla cosiddetta pista sarda con una sentenza -ordinanza di 162 pagine in cui si dichiarava non doversi procedere "per non aver commesso il fatto" nei confronti di Francesco Vinci, Giovanni Mele, Piero Mucciarini e Salvatore Vinci. Uno dei quattro figli di Vinci a telefono con un giornalista dichiarò : "non so dove sia, non voglio saperlo. A dire il vero spero che sia morto, per me è come se lo fosse. Abbiamo chiesto il suo certificato di morte, ci serviva per certe pratiche, ma non ce l’hanno dato. E’ vivo, ma non sappiamo proprio dove, meglio così". "Che ricorda degli anni dell’inchiesta?", chiese il giornalista, "Le perquisizioni, per noi era quasi un gioco, i carabinieri in casa. Presero l’album delle nostre foto da bambini, feste di compleanno, vacanze. I ricordi, insomma, e non ce le hanno mai rese. Sparite nel nulla. Come mio padre", rispose il figlio di Salvatore Vinci.
Il 9 aprile del 2002 nella trasmissione “Chi l’ha visto” il detective privato Davide Cannella, ingaggiato dalla moglie di Francesco Vinci per far chiarezza sulla morte del marito dichiarò: "Lasciatevelo dire: Salvatore Vinci è vivissimo. Dove sia non lo so. Qualcuno dice in Spagna, dove altri invece lo danno per sepolto dal 1995, anche se nessuno sa in quale cimitero. Certo che la lapide non esiste: lui è vivissimo. L'anno scorso ha telefonato a tre persone di Villacidro".
Rif.4 - La Nuova Sardegna - 11 aprile 2002 pag.1