giovedì 30 aprile 2009

De Fazio sul quadro "Un sogno di fatascienza"

Stralci dalla perizia del criminologo Francesco De Fazio sul quadro "Un sogno di Fatascienza", sequestrato presso l'abitazione di Pietro Pacciani.
"Nel quadro l'elemento che colpisce con maggior forza è quello della violenza, espressa sia dai temi (il toro, il cappello nazista, le armi, la morte, ecc.), sia dal colore (in prevalenza giallo e rosso, colori con i quali il Pacciani riverniciò il ciclomotore, il primo simbolico di violenza, il secondo di violenza agita o esperita). Questa violenza inaudita sembra trovare espressione soprattutto nella sessualità: si rinvengono infatti rappresentazioni falliche molto realistiche (la mano nel quadrante superiore destro) che danno la possibilità di interpretare in tal senso anche quelle simboliche (le corna, la freccia, l'arma, la sega, il serpente). Il serpente, come simbolo maschile, la cui lingua si scatena su una sessualità ermafrodita (toro con sesso femminile), è poi direttamente ricollegato alla morte (il teschio con la mandibola): sta cioè a significare una sessualità che uccide, sadica e violenta. Quanto all'aggressività, si tratta di una aggressività sessuale agita, e non solo pensata: lo si vede dalla tratteggiatura/scia, a partenza dalla spada e poi dalla mano, indicativa del movimento. L'interazione di questo doppio tratteggio/scia potrebbe avere il significato di una identità sul piano simbolico: per la figura maschile sadico-aggressiva ("Il militare"), infilzare con la spada o compiere l'atto sessuale assume identico significato; si tratta cioè di una rappresentazione fallica interata che produce effetti di morte, confermando la presenza di una sessualità che uccide (commistione tra sessualità e violenza, il piacere agito attraverso la violenza). Un altro tema caratteristico e ricorrente del quadro è quello della morte: simbolizzata dalle mummie, ma anche da altri disegni, quali le stelle e le croci: la stella richiama infatti, sul piano simbolico, la svastica, ed ha lo stesso significato della croce; anche uno dei buchi di fuga ha la forma di una sessualità violenta, distruttiva ed eliminatrice (il gabinetto). Il quadro propone inoltre altri elementi di indubbio interesse, ma che appare difficile analizzare ad una lettura superficiale: 1)l'aspetto confusivo fra la sessualità maschile e femminile; 2) le scarpe con i lacci enormi e lo stivale con lo sperone, elementi tutti che rimandano alla letteratura sadomasochista ed in parte a quella feticista (la scarpa); 3) i buchi che potrebbero rimandare anche ad aspetti voyeuristici; 4) l'aspetto contaminato della figura centrale - ad un tempo maschio, femmina ed animale - che potrebbe rimandare a pratiche perverse su animali; 5)infine l'elemento iterativo (sei petali, sei croci, sei stelle, sei punte degli ombrelli) che introduce un elemento di sacralità rituale (sacrificale?). Quanto alle ipotesi diagnostiche il quadro potrebbe suggerire la presenza di una paranoia. Si tratta di una patologia mentale, caratterizzata da un delirio a lenta evoluzione, coerente e fanatico, che si sviluppa su una personalità egocentrica, diffidente, permalosa, dogmatica, scarsamente socievole; l'intelligenza non è messa in gioco, ma viene utilizzata al servizio del delirio, ed eventualmente alla sua dissimulazione o alla sua difesa. Ciò che fa pensare alla paranoia è la prospettiva rigorosamente centrica, l'utilizzazione di un simbolismo conscio e coerente, una scelta motivata dagli elementi, dei segni e finanche del colore, tutti strumentalizzati in funzione di un messaggio e della propria visione del mondo."

Vari ed eventuali 5

In ordine sparso:
Stefano Bertini - Avvocato di Giancarlo Lotti nei processi contro i cosiddetti "compagni di merende. Fu tra i pochi a partecipare al suo funerale. Citato a pag.5 su La Repubblica del 02 aprile 2002

Giangualberto Pepi (nella foto a destra) - Nel giugno del 1977 fu il legale di Mario Vanni. Citato a pag.216 in Storia delle merende infami.


Coniglio - Presidente della corte di Assise che nel marzo del 1970 giudicò Stefano Mele. Citato a pag.110 in Storia delle merende infami.

Mario Persiani - Sostituto Procuratore della Repubblica. Dopo il duplice omicidio di Stefania Pettini e Pasquale Gentilcore si recò presso la caserma dei carabinieri di Borgo San Lorenzo per dare inizio alle indagini. Citato a pag. 17 de Il mostro di Firenze.

Fabrizio Corbi - Legale di parte civile in rappresentanza dei familiari di Nadine Mauriot. Citato a pag.268 in Storia delle merende infami.



Antonino Caponnetto (nella foto a sinistra) - Nel 1968 era Sostituto Procuratore a Firenze. Il 24 agosto presenziò all'interrogatorio di Stefano Mele. Citato a pag.122 ne La leggenda del Vampa.

Gerunda - Nel 1968, quando Stefano Mele fu accusato del duplice omicidio avvenuto a Castelletti di Signa, era Vice Questore a Firenze. Citato a pag.110 ne La leggenda del Vampa.

Leonardo Petranelli - Legale di Rosalia Barranca durante il processo a Stefano Mele. Citato a pag. 132 ne La leggenda del Vampa.

mercoledì 29 aprile 2009

Lettera a La Nazione

Il 20 settembre 1985, alla redazione del quotidiano fiorentino "La Nazione" giunse una lettera anonima con il testo che segue:
"Sono molto vicino a voi. Non mi prenderete se io non vorrò
Il numero finale è ancora lontano. Sedici sono pochi.
Non odio nessuno, ma ho bisogno di farlo se voglio vivere.
Sangue e lacrime scorreranno fra poco.
Non si può andare avanti così.
Avete sbagliato tutto.
Peggio per voi.
Non commetterò più errori, la polizia si.
In me la notte non finisce mai.
Ho pianto per loro.
Vi aspetto."
Secondo l'avvocato Nino Filastò questa lettera è autentica e fu spedita dal "mostro di Firenze".
Rif.1 - Storia delle merende infami pag.423

martedì 28 aprile 2009

Gabriella Ghiribelli - Seconda parte

Segue dalla prima parte.
Il 3 luglio 1997 nel processo ai presunti complici del "mostro di Firenze" fu sentita come "teste gamma" e dichiarò: "L’unica cosa che a me faceva arrabbiare era perché facevano dei riti, una cosa e un’altra. (…) Vanni è venuto con me una volta sola, le altre due o tre volte andava con Filippa Nicoletti e con Antonietta Sperduto. (...) Era tutta una cricca, andavano tutti da Salvatore, lui, il Vanni, il Pacciani il Giancarlo.Riferendosi a Vanni: “Lui se la faceva con due ragazze di Prato. Lui andava anche con quelle due di Massa, una era bionda e una mora. Tra l’altro erano due sorelle. (…) Andava a Firenze al “Mia Cara”, dietro a via Faenza, con la Filippa.” Alla domanda del Pm “Senta ci può parlare di tutte le persone che lei a suo tempo ha memorizzato che frequentavano questa casa? Finora ho capito Vanni, Pacciani, l’Indovino…” la Ghiribelli rispose “Cioè, il fratello di Salvatore, che era Sebastiano, poi c’era anche un altro che viaggiava con un camper… poi c’erano delle persone che erano di Prato. (…) Luciano che frequentava una ragazza piuttosto grassoccia, io Salvatore l’ho conosciuto a Prato tramite il fratello Sebastiano. (…) In questa casa ce n’era tante di minorenni, ce le portava o Sebastiano o quello lì o quello là… Giancarlo anche, parecchie; le raccattavano a Prato loro, perché frequentavano questo bar, parlando in Piazza Duomo, e loro venivano tutti in Piazza Duomo.(…) Faltignano era frequentato anche da un certo Ezio, che aveva un negozietto e che era più che altro amico di Salvatore, comunque frequentava sia la Filippa che me. Salvatore faceva filtri, faceva le carte” Alla domanda del PM “Sa se la casa di Indovino era frequentata anche dai sardi?” Ghiribelli rispose: “No, veniva Agnello, era siciliano, che però era amico di Vinci, quello che hanno ammazzato. Vinci Francesco e Domenico Agnello so che erano amici, perché venivano spesso a Prato, al Bar Rolando. C’era anche un certo Draculino, sardo, che frequentava la casa, però che si chiamava Sanna. Anche questo Sanna era amico di Vinci, perché tutti frequentavano il Bar Rolando, che era un ritrovo proprio di sardi”.Alcune informazioni testimoniali furono rese il 28 febbraio 2003: “Nel 1981 vi era un medico che cercava di fare esperimenti di mummificazione in una villa vicino a Faltignano, che da quello che sapevo sembra che l’avesse comprata sotto falso nome. (…) Di questo posto mi parlò anche Giancarlo Lotti in più occasioni e sempre negli anni ’80, quando ci frequentavamo. (…) La Marisa veniva da Massa unitamente alla sorella e alle ragazzine che portava, (…) venivano da Marina di Massa, da Massa, da Viareggio, da Perugia; ricordo che venivano in pullman ed io personalmente ebbi modo di vederle insieme a queste minorenni; era sempre di venerdì e venivano a mangiare a casa mia a San Casciano. Devo precisare che venivano solo le due sorelle a mangiare, mentre i bambini sparivano.” Il 5 marzo 2003, in merito ai festini, dichiarò “posso dire che quando il venerdì notte avvenivano, ed io ero presente, c’erano molte persone che partecipavano, tra cui c’era l’orafo, di cui vi ho già raccontato, il carabiniere di San Casciano, il medico delle malattie tropicali, la Filippa Nicoletti, la Milva Malatesta, Ezio, che è il droghiere, assieme alla moglie, il capo degli Hare Krishna, Sebastiano Indovino che si accompagnava con dei bambini minorenni di circa otto-undici anni. (…) Non sono a conoscenza di cosa facessero fare a questi bambini, in quanto io dovevo venire a Firenze a lavorare; comunque, questi bambini erano sempre diversi. So che provenivano dalla zona di Prato, ma non sono a conoscenza di come facessero a convincerli… Io ho anche parlato con loro, ma non ho avuto l’impressione che fossero stati costretti, i bambini di otto-undici anni. (…) Le feste avvenivano sempre a casa di Indovino, tranne una volta che andarono in un cimitero assieme al capo degli Hare Krishna. Infatti il giorno dopo c’era un articolo sulla Nazione che diceva che sconosciuti avevano scoperchiato le tombe. Il cimitero era nei dintorni di san Casciano e il periodo erano i primi anni Ottanta.” Nel 5 giugno del 2003 dichiarò: “Riconosco l’uomo la cui foto è contrassegnata con il numero 4, cioè il medico svizzero di cui mi aveva parlato Lotti. E’ quello che l’ho visto andare a bordo della macchina scura in compagnia dell’orafo di San Casciano. (…) Sono certa altresì che si tratta della stessa persona che si accompagnava spesso con il medico di Perugia. Ricordo che il Lotti in merito a questa persona mi aveva riferito che il medesimo era entrato in possesso di alcuni papiri riguardanti la mummificazione, ma lo stesso si lamentava che mancava una pag. (…) Il periodo in cui ho visto queste persone, cioè il dottore svizzero e gli altri, che vi ho appena descritto, era l’82-83; di questo periodo sono certa.(…) Ricordo che il Lotti mi raccontava che lui, con Pacciani e Vanni, quando trovavano un posto appartato frequentato da coppiette, lo dovevano riferire al medico svizzero, all’orafo e al dottore delle malattie tropicali.” L’11 luglio 2003 riferì: “Ho visto questo individuo (Mario Robert Parker) dare soldi al Lotti. Queste somme erano costituite da svariate banconote da cento, credo che fossero qualche milione; credo che usava questi soldi per portare la nipote del Vanni al mare, o per andare con la Nicoletti Filippa a mangiare e a farci l’amore.(…) La sua autovettura era sportiva. Ora che ci penso ricordo che almeno in un’occasione ho visto il dottore svizzero, e l’Ulisse insieme al Bar Centrale di San Casciano. In un’intervista del 2001, rilasciata alla giornalista di Un giorno in pretura, Roberta Petrelluzzi, dichiarò: “ti sto parlando con il cuore in mano… …è la prima volta… …ti ho già detto che non mi fido nemmeno della mia ombra… …a San Casciano del gruppo di merende lo sapevano e lo sa anche qualche altro… …anche in farmacia dovresti andare, però li devi prendere di brutto, a cattiva devi andare eh!”
E' morta il 5 dicembre del 2004 a 54 anni a causa di una cirrosi epatica.

lunedì 27 aprile 2009

Gabriella Ghiribelli - Prima parte

Dopo un diploma in ragioneria si era sposata ma era finita presto e nel 1977 si era separata dal marito ed era andata a vivere a Prato dove, al bar di piazza Duomo, aveva conosciuto Sebastiano Indovino con cui aveva iniziato una relazione. Sebastiano le aveva presentato il fratello, Salvatore ed altri siciliani e sardi che frequentavano il bar. Nel 1978 si era trasferita a Firenze dove aveva conosciuto Norberto Galli che l'aveva indotta a prostituirsi. Aveva continuato a mantenere i rapporti con Sebastiano ma soprattutto con Salvatore che andava a trovare a casa sua anche tra il 1984 ed il 1986 poichè gravemente malato. Il 25 maggio 1983, era stata denunciata insieme a Norberto Galli per ricettazione continuata, contraffazione e alterazione di titoli di credito. Il 2 febbraio 1988 denunciò Norberto Galli per lesioni, sfruttamento della prostituzione e ricettazione, la loro relazione era evidentemente giunta a termine.
Il 21 dicembre 1995 fu sentita dalla squadra mobile di Firenze. Dichiarò d'aver abitato a San Casciano fin dal 1982 e d'aver conosciuto Mario Vanni, poichè suo vicino di casa. Lo definì "un personaggio di cui si parlava in giro anche per un fatto curioso e cioè che una volta, sulla Sita, gli era caduto di tasca un vibratore con l'interruttore acceso e tale episodio esilarante, alla presenza di altri suoi compaesani ed altri viaggiatori, lo aveva reso ridicolo". Vanni le aveva più volte chiesto certe prestazioni ma lei lo aveva sempre respinto poichè infastidita dalla sua volgarità. Aveva riferito della sua amicizia con Giancarlo Lotti poichè amico della convivente di Salvatore Indovino e del fatto che quest'ultimo fosse un "malato di sesso" tanto dall'aver appreso che assieme ad un amico di Prato andavano a spiare le coppie nei boschi.
Il 27 dicembre fu nuovamente ascoltata dal capo della squadra mobile, Michele Giuttari. Riferì quanto segue. "Ritornando da Firenze, la sera prima del giorno in cui fu diffusa la notizia del duplice omicidio degli scopeti intorno alle 23,30, insieme al mio protettore dell'epoca (Norberto Galli), proprio in corrispondenza della tenda - da me notata anche nei giorni precedenti - ebbi modo di constatare la presenza di un'auto in sosta di colore rosso o arancione con la portiera, lato guida, di altro colore sempre sul rossiccio, ma più chiaro dell'intero colore del mezzo. Devo precisare che il colore dell'auto mi sembrò un pò alterato in quanto su di essa si rifletteva la luce dei fari dell'auto su cui stavo viaggiando. Quando seppi la notizia in San Casciano del duplice omicidio, Norberto mi disse di tacere per non trovarci entrambi nei guai e fu per questo che non dissi nulla, anche perchè ero terrorizzata e nessuno mi aveva fatto domande."
Le furono mostrate alcune foto e riconobbe l'auto vista quella sera nella vettura di Giancarlo Lotti, una Fiat 128 coupè.
L'8 febbraio 1996 fu nuovamente ascoltata dal capo della squadra mobile, e dal PM Paolo Canessa. Confermò quanto riferito precedentemente ad aggiunse alcuni particolari in merito alle strane pratiche che avvenivano presso l'abitazione di Salvatore Indovino e Filippa Nicoletti: "Ogni domenica mattina, nell' appartamento dei due c' erano i resti di messe nere, vedevo cose strane, c'erano inequivocabili tracce di cosa era successo il sabato sera e la notte. Nella stanza appena si entrava, c' erano ceri spenti, una stella a cinque punte disegnata in terra con il carbone, una indicibile sporcizia e confusione dappertutto, preservativi, bottiglie di liquori vari vuote, nonchè un cartellone appoggiato sul tavolo contenente tutte le lettere dell'alfabeto e numeri con all'estremità di questo cartellone, che era di forma ovale, due cerchi con scritte in uno SI e nell'altro NO. Nel mezzo di questo cartellone c'era un piattino da caffè sporco di nero"(Un cartellone simile era stato rinvenuto presso l'abitazione di Pietro Pacciani). Sulle lenzuola del letto grande c' erano tracce di sangue. Erano macchie larghe quanto un foglio di carta da lettera".
Segue...
Rif.1 - La Repubblica - 18 febbraio 1996 pag.9
Rif.2 - Il mostro pag.116
Rif.3 - Compagni di sangue pag.52


Rosalia Barranca

Nacque nel 1937 a Palermo. Trasferitasi con il fratello Giuseppe a Lastra a Signa si era sposata con Antonio Lo Bianco ed era divenuta madre di tre figli. Nei primi anni '80 durante le indagini sul "mostro di Firenze" dichiarò: "Durante il processo di appello incontrai un uomo magro e bassino che sapevo essere il fratello di Mele (Giovanni ndr). Gli dissi: «Proprio a mio marito, padre di tre figli, doveva succedere?» Lui rispose che gli dispiaceva per mio marito, ma non per la cognata giacchè per loro la «cognata era già morta prima che la si uccidesse». Insomma io così ho capito. Ricordo che disse anche «Prima o poi a qualcuno che era con lei doveva capitare. Mi dispiace che sia toccato a suo marito».
Rif.1 - Il mostro di Firenze - Il thriller infinito pag.65

domenica 26 aprile 2009

Marchese Rosselli Del Turco

Disponeva di una casa colonica con annessa azienda agricola a Romolo di Montefiridolfi dove Pietro Pacciani aveva lavorato come operaio agricolo e come casiere dall'aprile del 1973 al marzo del 1982. Nell'aprile del 1990 la SAM si recò presso l'abitazione con un metal detector ed il fiutamine per una pequisizione. Non furono trovate nè armi nè munizioni.
Rif.1 - La leggenda del Vampa pag. 267

Innocenzo Zuntini

Perito balistico. Fornì la sua consulenza in merito al delitto del 1968. A processo ultimato, anzichè inviare i reperti alla Divisione Nazionale di Artiglieria per la distruzione, li archiviò in una busta di plastica e li allegò alla sua perizia. Questi, nel 1982, furono trovati all'interno del fascicolo processuale custodito presso il Palazzo di giustizia di Perugia che era stata chiamata a valutare nuovamente la pena inferta a Stefano Mele in conseguenza della sua accertata seminfermità mentale.
Rif.1 - Storia delle merende infami pag.112

sabato 25 aprile 2009

Lorenzo Flaherty ed il "mostro di Firenze"

Nel febbraio del 2005 l'attore, Lorenzo Flaherty, dichiarò in un'intervista a Tv Sorrisi & Canzoni: "Ho appena acquistato i diritti di Compagni di sangue di Carlo Lucarelli e Michele Giuttari, che è stato a capo della struttura “antimostro” di Firenze. Questa storia macabra durata 30 anni mi appassiona. Voglio farci un film in due puntate, dove gli aspetti più crudi saranno ammorbiditi. Giuttari e io ci siamo già incontrati a Firenze e al progetto è interessato anche Pietro Valsecchi, lo stesso produttore dei R.I.S. e di Distretto."
Il progetto, ad oggi, non ha mai visto la luce.

Graziano Marini e Concetta Bartalesi

La sera del 19 giugno 1982 accorsero sul luogo del duplice omicidio di Montespertoli per fornire soccorso a Antonella Migliorini e Paolo Mainardi. Furono sentiti il 19 dicembre 1997, durante il processo ai presunti complici del "mostro di Firenze". Riferirono che il Mainardi stava sul sedile anteriore, "accanto alla ragazza morta".

venerdì 24 aprile 2009

Stefano Baldi

Nacque a Firenze il 28 maggio 1955, abitava con la madre Jolanda a Calenzano, in via Mugellese, 31d. Dopo la morte del padre, avvenuta nel 1979, per un tumore al fegato, cessò gli studi di medicina e trovò lavoro presso il lanificio "Stura" a Vaiano in provincia di Prato.
Nel 1973, durante le festività di Pasqua, conobbe alla fermata dell’autobus in piazza del Principe del Machiavelli, a Firenze, Susanna Cambi, dopo 7 anni di fidanzamento decisero di sposarsi nella primavera del 1982.
La sera del 22 ottobre, Stefano passò a prendere Susanna per cenare a casa sua.  Dopo aver mangiato,  i due ragazzi si fermarono con l'auto di Stefano presso il campo delle Bartoline dove furono uccisi dal "mostro di Firenze".

Gabriella Ghiribelli - Intervista sul Corriere della Sera 17 febbraio 1996

Il 17 febbario 1996 il giornalista Fabio Cavalera del Corriere della sera raccolse l'intervista che segue.

-Oh tesoro, diamoci del tu e parliamoci chiaro... Mi raccomando... Ieri mi è arrivato questo foglio dal procuratore Canessa. Mi hanno "segretata" e pregato di starmene buona... Mah... Io sò' Gamma. Delta sarebbe Norberto Galli, Alfa è il Fernando, Fernando Pucci, e Beta Giancarlo Lotti.
-Che vidi quella sera? Niente... Tornavo da Firenze, dal fare la mign... Sa è inutile nascondere, io battevo... bisogna dire la verità come la stà ... Ero la pecora nera della famiglia, una famiglia perbene... ma sa com' è ... E, allora ero col Norberto, il Delta per i magistrati, e lì all' altezza degli Scopeti... si io stavo a San Casciano ma lavoravo a Firenze... notai questa macchina rossa o rossiccia, ma non mi chiedere che tipo perchè nu' n ci apisco niente, non me intendo assolutamente... Che so, se era rossa o rossiccia, ma, pulcino che vo' che cambi... Era l' auto del Lotti.
-Conoscevo bene Giancarlo. L' unico precedente penale che aveva avuto era stato per avere difeso una prostituta, ero proprio io... Lui è ancora innamorato di me... figurati... Sono la sua Gabriellina... Non mi voleva tirare dentro... Ma per difendermi li ha messi sul chi va là ... Non ci si vede da prima di Natale ma lo voglio sentire, ho bisogno di parlargli. Chissà perche' m' ha tenuto nascosta questa storia per undici anni... Aveva paura... Sai, io ho smesso di fare la prostituta, però l' amicizia col Giancarlo è rimasta... L' avevo conosciuto molti anni fa... mi portava dei clienti a Firenze... Si , anche il Vanni una volta... Si quello che è stato arrestato... una sola volta: me lo ricordo bene. Erano assieme e ridevano... E fate ridere anche me, dissi... Al Vanni, durante il tragitto in autobus, era saltato fuori il vibratore che era partito e aveva cominciato a viaggiare per conto suo... Sull' autobus... Eh, non aveva fatto una bella figura... Non mi misi a ridere affatto... Prostituta si , perversa no... Non volli avere alcun rapporto con quello...
-Sa eravamo sulla Polo...l' avevo regalata io al Norberto, il mi' uomo... Io dovevo fermarmi davanti agli Scopeti perchè ogni sera andavo a fare la puntura a un siciliano che era ammalato di tumore... Nessuno si azzardava ad avvicinarlo, stava male. Avevo imparato a fare le punture a mia madre... Ecco perchè ho notato l' auto rossa... Ero andata dal malato... Non l' avevo mai ricollegata al Lotti... Il giorno dopo, il 9 dicembre, sentii che avevano ammazzato i due ragazzi e confidai al Norberto: corriamo dai carabinieri e gli raccontiamo della macchina... Lui mi picchiò e mi ordinò di stare zitta, sempre zitta... bell' omo... Li conosceva tutti... E' lui che mi ha spinta sulla strada, anzichè aiutarmi mi ha spinta nel baratro... Mi minacciò ... Poi non ho più sentito parlare di questa storia... Ogni tanto io scherzavo: Cicci, Cicci il mostro di Scandicci, vo' vedere che è uno di quelli... Il Pacciani, il Vanni... Scherzavo con Lotti ma lui diventava serio e cambiava argomento... Voglio proprio sapere perchè non si è confidato con me... Almeno fino a quando non lo hanno interrogato a dicembre...
-Sono stata zitta perchè Norberto mi aveva picchiata e perchè non ho mai ricollegato l' auto rossa al Giancarlo... Solo adesso... Anzi a dicembre... si prima dell' ultimo Natale... Arriva la polizia a casa mia, fanno una perquisizione, cercano due agende... mi invitano in Questura, era il 28. Tre ore e mezzo a spiegare chi conoscevo, che cosa facevo... Avverto Giancarlo: oh tesorino, gli butto li' , non è che quell' auto, per cui mi hanno rotto l' anima, fosse proprio tua... E lui? Lui mi rispose: ma perchè non ci si può fermare a fare pipì ... E lì ho capito... Aveva paura... Temeva che qualcuno lo pedinasse... Erano quelli della squadra antimostro... Non posso dirti nulla, non posso dirti nulla, ripeteva... Poi ci chiamarono i magistrati della Procura... Io in una stanza, Giancarlo in un' altra, Fernando in un' altra ancora... E poi Norberto... Insieme ma in stanze separate... C' erano Fleury, Canessa e Crini... Ho chiesto: mettetemi a confronto, facciamo un tavolino... E Canessa: ma che credi di essere alla tavola di re Artù ... E lì che Lotti ha parlato... me l' ha detto dopo... Che cosa ha rivelato Giancarlo? Beh, che li' agli Scopeti c' erano Pacciani e Vanni e che il Vanni lo vide e lo avvisò : guarda che Pacciani è arrabbiato, occhio che quello ha pistola e coltello... Oh, adesso basta, pallino... Guai se Vigna viene a sapere... Mi hanno dato il foglio... sono segretata...".

giovedì 23 aprile 2009

Lorenzo Allegranti

Nel 1982, quando avvenne il duplice omicidio di Antonella Migliorini e Paolo Mainardi, era alla guida dell'ambulanza che accorse sul luogo del duplice omicidio.
Il 16 dicembre 1997 fu ascoltato durante il processo ai presunti complici del "mostro di Firenze" su richiesta dell'avvocato di Mario Vanni, Nino Filastò.
Giunto a Baccaiano, disse d'aver estratto Paolo Mainardi dall'abitacolo dell'auto assieme agli altri volontari della Croce d'oro di Montespertoli: Paolo Ciampi e Silvano Gargalini, il giovane era in fin di vita "sul sedile posteriore della macchina con i piedi sotto il sedile di guida". La ricostruzione ufficiale degli inquirenti prevedeva invece che Paolo Mainardi fosse al posto di guida; le dichiarazioni di Allegranti dimostrerebbero pertanto che a spostare l'auto non fu Mainardi ma lo stesso assassino che nel tentativo di rimuovere il mezzo troppo in vista, finì, con una manovra avventata, per incastrare le ruote posteriori nel canaletto che costeggiava la strada.
Non furono fatti rilievi volti ad individuare eventuali impronte digitali sul volante dell'auto non vi furono quindi riscontri in merito a questa teoria.
Lorenzo Allegranti riferì inoltre d'aver ricevuto alcune telefonate nei giorni successivi il duplice delitto. "Una voce senza accento toscano, non certamente quella di Pacciani nè di Vanni che voleva sapere se Mainardi prima di morire aveva detto qualcosa." Una voce che l'aveva minacciato di morte e che lo aveva tormentato anche due anni dopo, nel luglio del 1984, mentre si trovava in vacanza a Rimini.
La sua testimonianza durante il processo a Pietro Pacciani fu scarsamente considerata poichè secondo il PM Paolo Canessa, Lorenzo Allegranti era "stato vittima di una burla".

Vari ed eventuali 4

In ordine sparso:
Gherardo Matassino - Nel 1968 era un brigadiere del nucleo investigativo dei carabinieri. Citato a pag.110 ne La leggenda del Vampa.

Antonino Delfino - Vice capo della squadra mobile di Firenze. Citata a pag.110 ne La leggenda del Vampa.

Nunziato Torrisi - Colonnello dei carabinieri. Citato a pag.96 in Dolci colline di sangue.

Pierluigi Cabras - Psichiatra fiorentino. Nel 1982 ebbe frequenti colloqui con Francesco Vinci, questi gli riferì di conoscere l'identità del "mostro di Firenze". Citato a pag.152 in Storie delle merende infami.

Neri Finucci - Avvocato di Giancarlo Lotti. Rinunciò a difendere il suo cliente. Citato a pag. di Dolci colline di sangue.

Raffaello Cantagalli - Procuratore capo della Repubblica di Firenze. Intervenne a Scopeti sul luogo del duplice omicidio. Incontrò il ministro degli interni per istituire una taglia sul "mostro di Firenze". Citato a pag.236 ne La leggenda del Vampa.

mercoledì 22 aprile 2009

22 Ottobre 1981 - Susanna Cambi e Stefano Baldi

Nella notte del 22 ottobre 1981 in un tratturo nel comune di Calenzano nel campo chiamato Le Bartoline, furono uccisi, all'interno di una Volkswagen Golf diesel nera targata Fi A21640, Susanna Cambi e Stefano Baldi, di 24 e 26 anni. Nella mattina del 23 ottobre i due cadaveri furono scoperti da due contadini della zona, Bruno Corsini e Armando Cavani. L'auto aveva il sedile anteriore destro reclinato, il finestrino anteriore lato passeggero infranto, lo sportello destro aperto. Secondo il testo La leggenda del vampa, vicino alla ruota destra furono trovati 10 bossoli Winchester serie H a piombo nudo, 7 bossoli secondo Compagni di sangue, secondo il Mostro di Firenze di Spezi 9 bossoli vengono rinvenuti sul terreno, 2 all'interno dell'auto; questi erano stati sparati da una Beretta serie 70, Long Rifle. Il corpo di Stefano Baldi fu trovato in un fossetto a sinistra dell'auto. Il cadavere era piegato sul fianco destro, le braccia sul davanti, le gambe divaricate. Indossava una camicia chiara ed al piede sinistro uno stivale tipo camperos, l'altro fu trovato all'interno dell'auto davanti ai pedali. Sul bacino era stato deposto un maglione e poco distante furono trovati un paio di pantaloni ed un orologio da polso.
Stefano Baldi era stato attinto da un proiettile alla spalla sinistra e tre alla regione emitoracica sinistra che avevano perforato un polmone ed il cuore. Post mortem era stato colpito da tre colpi di arma bianca al dorso ed uno nella parte sinistra del collo ne La leggenda del Vampa, 4 ferite in Compagni di sangue. Sotto l'unghia di un dito della mano destra del ragazzo furono trovati due capelli di colore castano chiaro ed alcune tracce di tessuto. Nella perizia dei medici Maurri, Morello e Cucurnia questi "possono essere attribuiti con estrema verosimiglianza a reperti piliferi appartenuti a Susanna Cambi".
Susanna Cambi fu trovata supina in un canale di scolo a destra dell'auto. Il maresciallo Salvini della stazione di Calenzano, dichiarò del cadavere di Susanna Cambi: "...aveva ancora l'orologio e un orecchino. Erano visibili tracce di trascinamento e pesticciamento dall'esterno dello sportello sinistro dell'autovettura fino alla posizione del cadavere uomo". La maglietta bianca ed il reggiseno di Susanna Cambi erano alzati all'altezza delle ascelle, un maglione beige ed una giacca di maglia erano stati sfilati dal braccio destro e dal collo, le braccia sollevate sulla testa. Nella mano sinistra stringeva una ciocca di capelli, che da un esame risultarono di Stefano Baldi secondo La leggenda del Vampa, nel testo Il mostro, questi reperti non furono mai esaminati. La gonna di velluto era stata tagliata sul davanti, gli slip recisi sulla sinistra, ai piedi degli stivaletti marroni. La zona del pube era stata escissa. La donna era stata colpita da un proiettile al pollice, uno al gomito, 3 al cuore ed uno al polmone sinistro. Era stata attinta da due colpi di arma bianca uno sotto il seno sinistro ed uno sulla scapola destra.
La dinamica del duplice omicidio riportata in Il mostro di Firenze di Spezi risulta la seguente: l'assassino ha rotto il finestrino destro dell'auto ha ucciso i due ragazzi, dallo sportello sinistro ha estratto Stefano Baldi e lo ha deposto nel fossato, dallo sportello destro ha preso il corpo di Susanna Cambi e lo ha trasportato dove è stato trovato e dove ha operato l'escissione.
Secondo Michele Giuttari nel testo Il Mostro, i corpi non furono "portati fuori dall'auto, ma raggiunti durante un tentativo di fuga, in questo caso gli aggressori avrebbero dovuto necessariamente essere almeno due, come sosteneva il medico legale."
Nel testo Il mostro di Firenze di Cecioni e Monastra entrambi i corpi furono spostati poichè "per raggiungere il corpo di Susanna l'assassino aveva dovuto togliere dall'auto quello di Stefano."
La borsa di Susanna Cambi fu trovata per terra nelle immediate vicinanze dell'auto ed il suo contenuto sparso per terra. Sul luogo fu trovata anche una piramide tronca in pietra parzialmente colorata di rosso. Non furono rilevate impronte digitali nè tracce di trascinamento ma sul lato destro dell'auto furono rinvenute due impronte di scarpa da caccia con suola in gomma di misura 44, per Filastò in Storia delle merende infami, si trattava di uno "scarpone di tipo militare".

martedì 21 aprile 2009

Fernando Pucci - Seconda parte

Segue dalla prima parte.
Si rese necessaria una nuova convocazione, Pucci Fernando fu sentito il 9 febbraio 1996 presso gli uffici della Procura di Firenze, alla presenta di Michele Giuttari, il poliziotto Fausto Vinci ed il PM Paolo Canessa. In quell'occasione dichiarò che quella domenica si era recato a Firenze oltre che con Giancarlo Lotti anche con Mario Vanni. Lui e Giancarlo, avevano avuto separatamente rapporti sessuali con Gabriella Ghiribelli che aveva invece rifiutato Mario Vanni, questi "è un soggetto parecchio strano... era uno che con le donne combinava poco... guardava e basta... voleva usare un vibratore e si eccitava così. Quel giorno Vanni, dopo il rifiuto di Gabriella, era incazzato fradicio, tanto che se ne è andato via da solo e non ci ha aspettati." Avevano quindi cenato a Firenze e mentre tornavano a San Casciano si erano fermati alla piazzola degli Scopeti dove erano stati minacciati verbalmente da Pietro Pacciani e Mario Vanni. "Io rimasi sconvolto e tutte le volte che mi è capitato di passare per quella strada mi è tornata la paura. Ora che mi viene chiesto se io abbia visto anche qualche altra cosa per rimanere così spaventato, voglio dire, liberandomi di un peso, che ho assistito a tutta la scena e che ho visto sparare. La cosa è avvenuta così. Quando i due ci hanno minacciato io volevo andare via. Lotti però disse: «Andiamo, andiamo a vedere come va a finire!». Si aspettò qualche minuto e poi, senza farci vedere, piano piano si tornò sul posto dalla parte della macchina. Girammo un pò tra le frasche. Poco dopo vedemmo questa scena: uno dei due, quello più alto, cioè Vanni, andò dietro la parte posteriore della tenda e con quel coltellaccio da cucina che aveva in mano tagliò il tessuto. Ricordo ancora il rumore che fece come di tela strappata. Il gesto che io vidi mi sembrò come fatto dal basso verso l'alto. A questo punto l'uomo uscì fuori dalla tenda, dalla parte anteriore scappando verso il bosco, cioè dalla parte opposta della strada. L'altro, che aveva la pistola, cioè il Pacciani, gli sparò e gli andò dietro, mentre quello scappava, continuando a sparare. Nello stesso tempo, Vanni si introdusse nella tenda. A quel punto, spaventatissimi, siamo andati via e non ricordo di aver visto altro. Non ho visto Vanni uscire dalla tenda, nè ho avuto modo di vedere il Pacciani tornare indietro dal bosco. Quando siamo risaliti in auto, Lotti disse: «Li hanno già ammazzati». Si tornò a San Casciano terrorizzati. Il Lotti disse di non andare dai carabinieri. Io da solo non me la sentii di andare perchè avevo una paura tremenda. Quella notte non chiusi occhio. Ero terrorizzato. Poco tempo dopo Vanni venne da me e facendomi vedere un coltello mi disse «Ammazzo qualcuno». Mi sembrava ubriaco e ebbi l'impressione che fosse venuto proprio per me, per mettermi paura. Insomma ero davvero terrorizzato da Vanni e da Pacciani. Ricordo che una volta, ai tempi del processo del Pacciani, un mio paesano mi disse di andare a vedere, però io avevo talmente paura che lui mi rivedesse che preferii non andare perchè mi conosceva." Il PM chiese quindi se fosse mai stato a Vicchio a guardare le coppiette. Pucci rispose: "Ci sono stato una sola volta. Me ne ricordo perchè pochi giorni dopo ammazzarono una coppietta in macchina e Lotti mi disse: «Guarda, hanno ammazzato quelli che si è visto noi!». Me lo disse la domenica mattina quando si era lì davanti al bar di San Casciano." In merito a chi scegliesse le piazzole dove spiare le giovani coppie riferì: "Era sempre il Lotti che li sapeva e che mi diceva di andare con lui in un determinato posto perchè lì c'era una coppia da spiare. Questo è avvenuto anche quando siamo andati quella volta che ho detto a Vicchio. So, per avermelo detto il Lotti, che lui andava a fare all'amore con la Filippa sia alla piazzola di Vicchio che a quella degli Scopeti." Sull'aver spiato le coppie assieme a Vanni e Pacciani dichiarò: "Lotti mi diceva che lui ci andava e che era stato anche nella piazzola degli Scopeti con Pacciani e Vanni. Io con quei due non ci sono mai voluto andare perchè erano due violenti e si ubriacavano diventando ancor peggio." Relativamente alla sua frequentazione di Salvatore Indovino disse: "L'ho conosciuto solo di vista. Era stato con la Filippa prima che quesa si mettesse con Lotti. So che vicino alla sua casa abitava una donna che Vanni e Pacciani frequentavano, ma non so come si chiami. Ma a quanto ne so io Vanni con le donne non faceva nulla. Guardava e basta." Intorno alle 18,45 dell'11 febbraio 1996, venne organizzato un confronto tra Giancarlo Lotti e Fernando Pucci. I due confermarono quanto emerso precedentemente.
Il 18 aprile Fernando Pucci fu nuovamente interrogato. Dichiarò d'aver assistito solo al delitto avvenuto a Scopeti; a Vicchio vi era stato alcuni giorni prima del delitto per spiare i due giovani appartati. Sulle ragioni per cui i ragazzi di Vicchio fossero stati uccisi dichiarò: "Giancarlo mi disse che lei non aveva voluto fare l'amore col Pacciani e col Vanni. Una sera ho incontrato a San Casciano Lotti, Vanni e Pacciani, e Giancarlo mi chiese se volevo andare con loro a dare una lezioncina a quella lì di Vicchio. Ho rifiutato." Aggiunse: "Io credetti al Lotti, cioè che Pacciani e Vanni avrebbero ammazzato la coppia appartata nella Panda perchè sapevo che Pacciani e Vanni era gente che ammazzava; me lo aveva detto il Lotti e si capiva anche dai discorsi che facevano loro che avevano ammazzato. Lotti mi diceva che avevano ammazzato anche quelli delle altre coppie degli anni precedenti. Mi disse che avevano ammazzato anche i due tedeschi e che era stato presente anche lui. In un'altra occasione mi disse che avevano ammazzato anche la coppia dell'anno prima, a Montespertoli. Ma io non c'ero. Era il Lotti che tanto tempo prima dell'omicidio di Vicchio me lo diceva ma non mi diceva mai i nomi di quelli che avevano ammazzato. Diceva però sempre che era stato presente anche lui. Una volta mi disse: «Hanno morto anche quelli a Calenzano»; di questo caso non mi disse se c'era anche lui."Fu ascoltato il 6 ottobre 1997, come "teste alfa", durante il processo ai presunti complici del "mostro di Firenze.
Fu nuovamente sentito il 3 giugno 2003 dall'Ispettore Castelli e dal Dott. Giuttari in merito alla sua frequentazione del bar di San Casciano. Fernando Pucci confermò la frequentazione del bar il sabato pomeriggio. Gli fu mostrato un album di fotografie. Relativamente alla foto ritraente Francesco Narducci riferì: "la persona della foto numero 1 l'ho vista al bar. Era magro, era un tipo finocchino. L'ho visto che chiacchierava con Giancarlo (Lotti n.d.r.) ma Giancarlo non mi ha mai spiegato nulla. La persona della foto 3 è la stessa della precedente ma io ho un ricordo più preciso di quella guardando la numero uno. Posso dire anche che tra tutte le persone da me riconosciute nelle foto quella delle foto 1 e 3 (Francesco Narducci n.d.r.) la vedevo insieme a quella della foto 36. (...) Ricordo bene che l'omone nella foto 36, era sempre con la persona della foto 1 e 3 che ho definito finocchino."
Il 4 agosto 2003 riferì d'aver sentito parlare Giancarlo Lotti del fatto che andavano in una villa vicina a fare sesso, ma aggiunse di non conoscere la villa. Confermò i riconoscimenti delle persone precedentemente effettuati, riconobbe nella foto n.15 Candido Veronica, nota come Marisa di Massa, riferendo sul suo conto: "...era una specie di troia perchè partecipava ai festini"; riconobbe nella foto n.13 il farmacista Calamandrei, affermando che era del gruppo e che lo aveva visto parlare al bar con la Marisa.

Giovanni Iadevito

Perito della polizia scientifica. Si occupò del delitto avvenuto a Giogoli eseguendo la perizia balistica comparativa sui bossoli. Le impronte da percussore e da espulsore e le microstriature risultarono identiche a quelle precedentemente rilevate sugli altri bossoli attribuiti al "mostro di Firenze".
Si legge della sua attività anche nella sentenza della Corte d'Assise di Firenze del primo febbraio 1994: "La perizia balistica fu affidata al perito Giovanni Iadevito, e prendeva in esame un campione di circa 450 pistole Beretta cal.22 LR sequestrate ai legittimi detentori nel territorio della provincia di Firenze al fine di individuare, con la minore approssimazione possibile, attraverso l'esame, in particolare, del tipo di percussione, a quale modello, tipo e periodo di produzione potesse farsi risalire la pistola Beretta cal.22 LR usata sia nell'ultimo duplice omicidio che in quelli precedenti. La risposta del perito era che, eseguite le prove di sparo e tutti i necessari raffronti, le caratteristiche di percussione dell'arma omicida erano tali da poter escludere che essa fosse stata fabbricata oltre i 1964 e comunque non oltre il 1966: però le caratteristiche di percussione di una delle Beretta campione, modello 71 immatricolata nel settembre 1964, erano quelle che più di tutte assomigliavano alle pari carateristiche presenti nei reperti."
Vedi anche:

lunedì 20 aprile 2009

Fernando Pucci - Prima parte

Nacque a Montefiridolfi nel Comune di San casciano Val di Pesa nel 1932. A causa di una grave oligofrenia, nel 1983, la commissione sanitaria per gli accertamenti della invalidità civile, Unità operativa di medicina legale, USL X/h Chianti fiorentino, lo dichiarò invalido al 100% ed in diritto di ricevere una pensione a vita. Negli anni in cui fu coinvolto nella vicenda del "mostro di Firenze" abitava con il fratello Valdemaro e la cognata a Montefiridolfi. Fu interessato dalle indagini fin dal dicembre del 1995 quando Gabriella Ghiribelli riferì d'averlo visto assieme a Giancarlo Lotti sul luogo del duplice omicidio degli Scopeti.
Il 2 gennaio 1996 fu interrogato, per la prima volta, dal capo della squadra mobile, Michele Giuttari. Emerse che Fernando Pucci, quasi ogni domenica, assieme a Giancarlo Lotti si recava a Firenze per frequentare alcune prostitute, fra queste anche Gabriella Ghiribelli. Disse che Mario Vanni aveva saltuariamente partecipato a quelle loro "girate a Firenze" essendo un "buon amico di Lotti" per quanto "un pò particolare tanto che si portava dietro falli di gomma." Gli fu chiesto se si fosse mai fermato alla piazzola degli Scopeti, Fernando Pucci rispose: "Ricordo bene che solo in una occasione, ci siamo fermati in questa piazzola e ciò si è verificato circa 10 anni fa, e precisamente una domenica sera, quando rientrando da Firenze dopo la solita girata e la solita visita a Gabriella, ci siamo fermati per un bisogno fisiologico di entrambi e ricordo che fu Giancarlo a dire di fermarci in quel posto. Una volta fermatici all'inizio della stradella che conduce nella piazzola, ricordo bene che notammo una macchina, di colore chiaro, ferma a pochi metri di distanza da una tenda e, alla nostra vista, due uomini, che si trovavano a bordo di quell'auto, scesero da essa e si misero a vociare contro di noi con atteggiamento minaccioso, tanto che subito andammo via. I due minacciarono di ucciderci se non fossimo andati via subito e noi, impauriti, ci allontanammo subito dal posto. Giancarlo mi accompagnò poi a San Casciano, dove avevo lasciato la mia Ape e con questa me ne tornai a casa. (...) Quando ci fermammo agli Scopeti e si verificò l'episodio che vi ho riferito Giancarlo aveva il 128 rosso coupè oppure una Fiat 131. Non sono in grado di precisare esattamente con quale delle due auto eravamo perchè è trascorso tanto tempo. (...) Ricordo che in paese sia io che Giancarlo raccontammo al bar che ci eravamo fermati in quel posto di sera e che eravamo stati cacciati da due uomini che già si trovavano lì e che ci avevano rincorso per farci allontanare. Poichè questi due uomini erano nei pressi della tenda e l'episodio si era verificato il giorno prima della notizia avevamo commentato che quelle due persone probabilmente avevano a che vedere con il delitto. (...) Erano entrambi di mezza età e di corporatura robusta, come quella di Giancarlo per intenderci. Il loro aspetto mi è sembrato piuttosto rozzo ed il loro abbigliamento primitivo, nel senso che erano vestiti con indumenti non fini. Indossavano un giubbotto o un giaccone. Ricordo che anche il loro modo di parlare era primitivo, tanto che le frasi che riuscii a percepire furono: «cosa venite a rompere i coglioni! Andate via perchè vi si ammazza tutti e due». Parlavano in dialetto toscano e precisamente fiorentino. Dei due ne vidi meglio uno. Aveva il viso pieno e era un pò stempiato sulla fronte, tarchiato e di altezza media. (...) Quando sapemmo la notizia del delitto dissi a Giancarlo che volevo andare dai carabinieri per raccontare tutto, anche le minacce, ma lui mi rispose di non farlo perchè non sarebbe andato mai e poi mai per non passare da spione. Mi disse esattamente così: «Non voglio passare da spia», facendomi così intendere che in effetti egli aveva riconosciuto i due individui e che aveva paura di parlare coi carabinieri. Non mi disse però mai chi fossero quei due, ma sono sicuro che li riconobbe. Solo così giustifico anche il suo nervosismo nell'immediatezza, e nei giorni successivi, e la rottura della nostra amicizia.
Fernando Pucci fu nuovamente sentito il 23 gennaio 1996 negli uffici della Procura della Repubblica da Michele Giuttari e dai PM Paolo Canessa e Francesco Fleury. Confermò le dichiarazioni fatte precedentemente ed argomentò ulteriormente. "Ci eravamo fermati per fare un bisogno fisiologico, ma anche nell'intento di guardare qualche coppia che poteva essersi appartata in macchina nello spiazzo. Abbiamo lasciato la nostra macchina sul bordo della strada e ci siamo avviati a piedi per il viottolo in salita. Ricordo di aver visto una macchina ferma a luci spente e più oltre una tenda a forma di capanna. Mentre ci stavamo avvicinando alla parte posteriore della macchina sono usciti fuori da questa due individui venendoci incontro. Uno di loro ci ha urlato delle frasi minacciose dicendo più o meno che se non fossimo andati via ci avrebbero ammazzati. Ho potuto vedere che quello che diceva così aveva in mano una pistola. Ho visto proprio bene una pistola. Era notte fonda però c'era un pò di albore. Noi ci siamo subito allontanati; siamo risaliti sulla macchina e siamo andati via dirigendoci a San Casciano, dove Lotti mi ha lasciato per prendere la mia Ape 50 con la quale sono tornato a casa. (...) Abbiamo discusso se era il caso di andare dai carabinieri dato che eravamo stati minacciati con la pistola, ma Lotti mi rispose che non era il caso e che lui non voleva fare la spia. Non mi disse chi era la persona che lui aveva riconosciuto. (...) Era circa l'una di notte. Quella sera avevamo cenato a Firenze a casa di Gabriella ed eravamo partiti piuttosto tardi. Il giorno dopo ho sentito parlare in paese dell'omicidio. Con Lotti però ne abbiamo parlato dopo qualche giorno. Ne parlammo al bar con le persone che erano lì." Alla domanda del PM se fosse stato con il Lotti altre volte a spiare le coppiette, Fernando Pucci rispose: "E' successo. Giancarlo mi disse che qualche volta andava a spiare anche col Vanni e col Pacciani. Mi viene adesso in mente un episodio avvenuto al bar. Vidi arrivare il Lotti, il Vanni, il Pacciani e un maresciallo molto anziano che era in pensione (Filipponeri Toscano ndr). Si misero tutti a bere e poi ho saputo che non trovavano più dove avevano posteggiato la macchina. Non so di chi fosse questa macchina. So che il maresciallo aveva una 500. (...) Noi parlammo delle persone che ci avevano minacciato e chiesi a Lotti se avesse riconosciuto qualcuno. Mi disse: «Io credo che uno dei due fosse Pacciani» aggiungendo, come per mettermi in guardia, «attenzione, il Pacciani ha la pistola!». I due PM chiesero quindi di raccontare quanto vide quella notte. Fernando Pucci riferì: "Uno aveva il coltello e l'altro aveva la pistola. Quello che aveva il coltello era il Vanni e io non ho riconosciuto l'altro." Dichiarò inoltre che alcuni giorni dopo il duplice omicidio al bar "...il Vanni non disse che erano stati loro a uccidere, ma disse semplicemente che i due della coppia erano stati uccisi".
Quello stesso giorno, il 23 gennaio 1996, furono perquisite le abitazioni di Mario Vanni, Giancarlo Lotti, Fernando Pucci, Norberto Galli e Filippa Nicoletti. La perquisizione presso l'abitazione di Fernando Pucci non rivelò alcunchè di significante.
Segue...



Francesco Carvisiglia

Magistrato. Fu giudice a latere della Corte di Assise di Appello di Firenze nella causa contro Pietro Pacciani. Nella sentenza del 13 febbraio 1996, a proposito di un testimone, si legge nelle sue motivazioni: "Si tratta dell'ennesimo prodotto delle suggestioni dei mezzi d'informazione e delle pressioni degli inquirenti..." Circa un altro teste, agente di polizia: "Si tratta di sensazioni del tutto arbitrarie e, se già grave che testimoni privati vengano a deporre sotto l'effetto di suggestioni e pressioni di vario tipo (come alcuni di quelli esaminati in precedenza) è particolarmente grave che ciò avvenga da parte in un agente di polizia, doppiamente vincolato all'obbligo della verità per funzioni svolte instituzionalmente e per la qualità di teste."
Rif.1 - Storia delle merende infami pag.378

domenica 19 aprile 2009

Susanna Cambi

Nacque a Firenze il 2 ottobre 1957, viveva con la madre Nencini Rina e la sorella Cinzia a Firenze, in via Scarlatti 10, presso l'abitazione della zia, Maria Nencini Pieraccini, in attesa si liberasse un appartamento di loro proprietà in via Bellini. Susanna dopo le scuole medie aveva lavorato presso un negozio di abbigliamento all'ingrosso avviato dalla madre in Via Faenza a Firenze, era poi stata assunta dalla ditta Eurogiochi di Padova come telefonista di TV Prato presso l'Hotel Palace di Prato.
Nel 1973, durante le festività di Pasqua, conobbe alla fermata dell’autobus in piazza del Principe del Machiavelli, a Firenze, Stefano Baldi e dopo 7 anni di fidanzamento decisero di sposarsi nella primavera del 1982.
La sera del 22 ottobre, Stefano passò a prendere Susanna per cenare a casa sua.  Dopo aver mangiato,  i due ragazzi si fermarono con l'auto di Stefano presso il campo delle Bartoline dove furono uccisi dal "mostro di Firenze".

sabato 18 aprile 2009

Pierina

Amante di Salvatore Vinci.
Riferì ai carabinieri: "Io posso dire che Salvatore è stato l'uomo, l'unico uomo che mi ha pienamente soddisfatta sul piano sessuale. Aveva strane idee, ma insomma... Sì, gli piaceva fare l'amore con me mentre un uomo si univa a lui dal dietro..."
Rif.1 - Dolci colline di sangue pag.

Porta a Porta

Nella puntata di Porta a Porta del 26 settembre 2001, il conduttore, Bruno Vespa, affrontò la vicenda del "mostro di Firenze" intervistando (in ordine di apparizione): Michele Giuttari, Rosario Bevacqua e Pietro Fioravanti, Francesco Bruno, Claude Falbriard, A.C., Adriana Mainardi, G.C., Pasquali Carlizzi, Gatto Trocchi, Bruna Pettini, Carlo Lucarelli, Dino Foggi.

venerdì 17 aprile 2009

Pietro Pacciani - Intervista su La Repubblica 30-12-1994

Il 30 dicembre 1994, su Repubblica, fu pubblicata l'intervista a Pietro Pacciani che segue.
Cosa pensa del procuratore Piero Luigi Vigna e del pm Paolo Canessa? E dei giudici che l' hanno condannata?
Sono esseri umani, possono sbagliare e su di me hanno sbagliato.
E di Ruggero Perugini, il superpoliziotto che l' ha incastrata?
Un lo voglio sentì rammentare...
Dal processo è emerso che, comunque, lei apparteneva a un giro di guardoni.
Macchè... A me le donne mi piacciano, le ammiro. Chi le ha uccise le odia. La donna l' è l' unica cosa che quelli poveri come me possono avere al mondo. Quelli che guardano sono malati. Io c' avevo la mi' moglie. E poi a donne ci sono andati tutti...
Le sue figlie lo hanno accusato al processo, hanno raccontato che lei le violentava e per questo è già anche stato condannato...
S' erano rincitrullite. Non sapevano quello che dicevano, non erano loro a parlare. Alla più grande (Rosanna ndr) danno le pasticche... Le sgridavo, qualche scapaccione. La più grande s' era messa con un vagabondo, il più grullo del paese, le portava via i soldi. Ha fatto tanto per loro, ho comprato anche l' enciclopedia ' ' Conoscere e Sapere' ' , la pagai più di un milione.
Sua moglie e le figlie non si sono più fatte vive. Vuole dir loro qualcosa?
Che le perdono. Alla mi' moglie che le voglio bene. Al processo la mi portò anche du rose rosse del mi' orto...
Se lei non è, chi è il mostro?
Ma cosa posso sapere io... Dico che ' unn' è un omo. E' un pazzo. O dei pazzi scatenati.
Comunque, in tutta questa storia, lei è diventato un personaggio. Ha conquistato molte simpatie. La fama le pesa o l'aiuta?
La notorietà mi dà fastidio perchè è artefatta. Io sono solo un contadino che ama la terra. Ma cosa vogliano da me?
Il 7 gennaio compie 70 anni. Come immagina il suo futuro? Solo carcere o spera ancora di tornare nel suo orto?
Voglio morire nel mi' letto, coltivando il mio orto, quello è il mio posto. I miei 70 anni sono stati più dramma che gioia, ma la vita è questa, io l' ho capito, e la voglio vivere libera fino in fondo.
Già, anche i tifosi allo stadio intonano cori "Pacciani è innocente...
E io li ringrazio, mi danno forza e coraggio. Che Dio li benedica.
Come passa le giornate?
Leggo, scrivo, dipingo. Prego.
Ha mai pensato di scrivere un libro? O di fare una mostra dei suoi dipinti?
Un libro sì, ma dopo. E con i miei avvocati. Ora voglio chiedere il permesso al direttore di portare fuori i quadri e fare una mostra.
Il suo peccato originale, secondo l' accusa, è stato l' omicidio di Severino Bonini nel 1951. Lo sorprese ad amoreggiare con la sua fidanzata. Come ricorda quel giorno?
Un giorno triste. Ma gli stessi fratelli di Severino mi perdonarono. La colpa non fu solo mia. Ero geloso, dovevo sposarla e quando la vidi per terra lei mi disse ' ' piglialo, piglialo...' ' . Sbagliai ma pagai, e un debito si paga una volta sola. Difesi il mio onore. Che dovevo fare?
Cosa le piace di più vedere in televisione? "I cartoni animati di Gatto Silvestro e le trasmissioni fantascientifiche o sulla agricoltura. I telegiornali non mi divertono.
Cosa le sarebbe piaciuto fare nella vita?
L' agronomo o lo scrittore.

giovedì 16 aprile 2009

Barbara Locci

Nacque l'8 giugno 1937 a Villasalto in provincia di Cagliari. Nel 1960 conobbe Stefano Mele e si sposò. I due si trasferirono a Prato in casa dei genitori di Stefano. Il 25 dicembre dell'anno succesivo nacque Natale. E' di quegli anni la frequentazione di Barbara di un bar di piazza Mercatale a Prato che tutti chiamavano il "bar dei sardi". Qui conobbe Giovanni Vinci di cui divenne l'amante. Palmerio Mele, padre di Stefano, si accorse della vivacità sessuale della nuora e dell'incapacità del figlio di farsi rispettare e li cacciò di casa. Questi andarono ad abitare a Lastra a Signa in via XXIV maggio, 177. Durante una fiera a Lastra a Signa, Giovanni Vinci presentò Barbara Locci ed il marito, al fratello minore Salvatore che di lì a poco ne divenne il nuovo amante. Salvatori Vinci nel 1961 si stabilì a casa di Stefano Mele e vi rimase fino al 1967, quando entrò in scena il terzo dei fratelli Vinci, Francesco. Anche Francesco ebbe una storia con Barbara, forse la più morbosa e passionale. Nonostante la gelosia di Francesco, Barbara ebbe comunque modo di frequentare altri uomini in quegli anni e di essere nominata "ape regina" da chi la conoscesse. Nell'estate del 1968 Barbara Locci conobbe Antonio Lo Bianco. Il 21 agosto i due, con il piccolo Natalino Mele, si recarono al Cinema Giardino Michelacci a Lastra a Signa. Secondo "La leggenda del vampa" quella sera veniva proiettato il film Helga, il miracolo dell'amore, un film tedesco vietato ai minori di 14 anni. Dal testo "Storia delle merende infami" emerge invece che il film proiettato era Nuda per un pugno d'eroi un film giapponese di guerra. I tre entrarono al cinema per assistere al secondo spettacolo, il gestore della sala, Elio Pugi, nei giorni successivi, li riconobbe nelle foto pubblicate sui giornali. Al termine della proiezione i tre recuperarono la Giulietta 1660 di proprietà del Lo Bianco e si appartarono poco distanti dal cinema. Natalino Mele dormiva da un pezzo, quando i due giovani, in atteggiamenti intimi, furono raggiunti da 4 colpi di pistola ciascuno, nel primo degli otto omicidi attribuiti al "mostro di Firenze". Dell'omicidio fu inizialmente accusato Stefano Mele che processato nel marzo del 1970 fu condannato per i reati di omicidio, calunnia, detenzione e porto abusivo d'arma alla pena di sedici anni e dieci mesi di reclusione e a tre anni di ricovero in casa di cura e custodia.

Vari ed eventuali 3

Mario Sale (foto a destra)- Frequentava il bar in Piazza del mercato a Prato assieme a Giuseppe Farina, e Virgilio Fiore. Partecipò alla costituzione dell'Anonima sequestri. Lo stesso bar era frequentato anche da Francesco Vinci. Citato a pag. in Dolci colline di sangue.


Carlo Grassini - Patrocinatore di parte civile dei familiari di Antonio Lo Bianco. Nonostante la madre di Antonio Lo Bianco accusasse della morte del figlio Francesco Vinci, l'avvocato puntò il dito solo contro Stefano Mele. Citato a pag.132 in La leggenda del Vampa.


Elio Pasquariello - Procuratore di Prato. Riferì di un ciuffo di capelli repertato sul luogo del duplice omicidio di Calenzano. Citato a pag. 28 in Il mostro.

Filippo Funari - Maresciallo dei Carabinieri di Lastra a Signa. Citato a pag.101 in La leggenda del Vampa.

Francesco Ferrero - Maresciallo Maggiore dei Carabinieri di Signa. Citato a pag.100 in La leggenda del Vampa e sempre a pag.100 (quando si dice le coincidenze...) in Storia delle merende infami ma come Gaetano Ferrero.

Claudio Lami - Detenuto, compagno di carcere di Pietro Pacciani. Citato a pag.17 de La Repubblica - 24 febbraio 1998 pag.17

mercoledì 15 aprile 2009

Lorenzo Nesi - Seconda parte

Segue dalla prima parte.
Il 28 febbraio 1996, il capo delle squadra mobile, Michele Giuttari, fece perquisire la sua abitazione, senza trovare alcunchè di significativo. Seguì un colloquio in cui Lorenzo Nesi, in merito ai suoi rapporti con Mario Vanni, dichiarò: "Lo conosco fin da quando ero ragazzo. Era amico di un mio zio, ora deceduto e che faceva anche lui il postino. Stando con mio zio, conobbi Vanni. Anche se tra di noi c'era una notevole differenza d'età col tempo diventammo amici. La nostra vera frequentazione incominciò nella prima metà degli anni Settanta quando io, lavorando nel settore tessile, giravo con il furgone o con la macchina per visitare i clienti di Firenze e dintorni. Mi capitava così di incontrare Vanni mentre faceva l'autostop per venire a Firenze da parenti oppure da puttane. In quelle occasioni gli davo un passaggio e durante la strada mi parlava delle prostitute che frequentava, tra cui una certa Gina della quale elogiava la bravura nel rapporto orale. Gli dissi che avrei voluto provare anch'io. (...) In una occasione lasciai Vanni dalla Gina (Manfredi ndr) e andai a sbrigare delle pratiche. Tornai a prenderlo dopo una mezz'oretta e non lo trovai in strada. Salii allora a casa della donna. Non trovai nessuno nella sala d'aspetto e, convinto che Vanni fosse ancora nella camera da letto con Gina, aprii la porta. Vidi che c'era una persona con un mantello nero (Salvatore Indovino ndr), di quelli che indossano i magistrati, e vidi pure che c'era una lampada di forma rotondeggiante che emanava una fievole luce rossa. Questa persona mi sembrò un mago. Era solo e alla mia vista ebbe un gesto di stizza. Chiusi subito la porta e andai via. In strada adesso accanto al furgone c'era Vanni che mi stava aspettando. Gli raccontai l'accaduto dicendogli che non sarei più tornato da Gina." Circa le prostitute da cui andavano disse di aver frequentato una signora in via della Scala ed una di San Casciano che però praticava in alberghi a Firenze (Gabriella Ghiribelli ndr). Aggiunse: "Ricordo che quando passavo con Mario da un casolare vicino a San Casciano, vicino al luogo dell'ultimo delitto, me lo indicava dicendomi «Lì si tromba». Mi diceva che lui era solito andare lì a trombare. In questo posto ritengo però che Mario andasse per Antonietta (Sperduto ndr) e non per Filippa che invece la caricava Garibaldi (Giancarlo Lotti ndr)." Riguardo Antonietta Sperduto disse: "Mario la conobbe quando lei stava al Ponte Nuovo e incominciò a frequentarla. Mi raccontava che all'inizio Antonietta non «gliela dava» e che lui si masturbava mentre la donna cercava di sfuggirgli girando intorno al tavolo da pranzo. Poi però alla fine lei gli «allargò le gambe» e Mario così iniziò la relazione che proseguì anche quando la donna andò a vivere nel casolare vicino a quello di Filippa. Voglio far notare che Mario con Antonietta si comportava sempre bene, nel senso che era solito farle dei regali, e non mi riferisco a anelli o cose del genere, ma a roba da mangiare, tipo bistecche, pollo, braciole... Mario mi disse anche che aveva parlato con Pacciani della sua relazione con Antonietta e che Pietro l'aveva convinto a portarlo con sè dalla donna. Iniziarono così quelle che Mario chiamava le «famose spedizioni», che in linea di massima avvenivano nel pomeriggio di sabato o di domenica. Mario mi diceva che da quel momento non era riuscito più ad avere rapporti sereni con Antonietta perchè Pacciani buttava fuori il marito di lei e voleva toccare anche le figlie creando problemi. In pratica, per come intendo io, quando c'era Pacciani non c'era la «caricata» tranquilla che invece Mario, da solo, riusciva a fare. Mario mi diceva che non poteva fare a meno di portare con sè Pacciani perchè non era capace di dirgli di no. Mi diceva che Pacciani usava violenza fisica nei confronti del marito di Antonietta, che lo minacciava e addirittura che lo cacciava da casa per poter avere un rapporto sessuale con la donna. A un certo punto mi disse che non potevano andare più dalla donna perchè avevano saputo che il marito si era munito di un arnese da difesa, tipo una falce o una roncola o qualcosa di simile. Mario temeva che potesse succedere qualcosa di grave. Questi fatti si verificarono tra il 1979 e il 1980. Mario però continuò a frequentare la donna anche nella nuova casa, ma non so se ancora insieme a Pacciani o da solo." Circa la morte del marito di Antonietta, Luciano Malatesta, riferì: "Sentii parlare della morte del marito di Antonietta, che venne trovato impiccato e voglio manifestare una mia impressione che ho ricavato anche per aver notato un cambiamento di comportamento di Mario dopo questo evento. In pratica ho notato che Mario diventò particolarmente nervoso ed era in uno stato di evidente soggezione nei confronti di Pacciani. Ipotizzai che l'uomo potesse essere stato ucciso magari col coinvolgimento di Mario che così rimase strettamente legato a Pacciani." Disse che Mario Vanni "era un uomo buono e tranquillo che però diventava violento quando beveva o quando una donna non «gliela dava», una volta assistetti ad un episodio di violenza. Accompagnai Mario a casa di Pacciani a prendere la legna e poi a casa, dove la scaricò mettendola in un ripostiglio vicino alla cucina. Poi cominciò a rimproverare la moglie perchè non voleva «trombare» costringendolo a andare a prostitute, non considerando che lui era un brav'uomo tanto che faceva quei sacrifici per prendere la legna e salirla a casa con grande sforzo e sacrificio. La moglie andò in bestia e cercò di chiamare i carabinieri. Mario prese un pugnalone o una baionetta e la minaccio tirando fuori «l'uccello» e dicendole: «guarda che uccello che ho». Al che la donna fuggì gridando e io mi adoperai per calmare Mario. Mi stupì in questo episodio abbastanza tragico il fatto che Mario avesse «l'uccello eretto»." Nello stesso colloquio, Lorenzo Nesi ricordò quanto già narrato durante il processo a Pietro Pacciani: "Pacciani era in carcere. Vanni venne a trovarmi in evidente stato di agitazione, tanto che la prima impressione che ebbi fu che avesse bevuto. Mi chiese di accompagnarlo dalla moglie di Pacciani. Gli risposi: «Ma cosa vai a fare a quest'ora? Puoi allungarti domani mattina quando fai il giro della posta». Mi rispose che era urgente perchè gli era giunta una lettera da Pacciani che conteneva «fatti brutti, fatti di sangue, cose grosse». Mi aggiunse che lui si era «bello rotto i coglioni» perchè Pacciani una volta gli diceva di fare una cosa e un'altra volta un'altra cosa facendomi capire che aveva ricevuto più lettere. Io non conosco il contenuto della lettera perchè non mi fu fatta leggere, ma vidi solo la busta quando eravamo nel furgone e stavamo andando a casa Pacciani. Giunto a Mercatale lo lasciai in Piazza e gli chiesi se dovevo aspettarlo. Mi rispose di no." Il capo della mobile gli chiese quindi se conoscesse Fernando Pucci e Giancarlo Lotti. Nesi rispose: "Fernando solo di vista. Lo vedevo in paese in compagnia di Lotti e anche di Vanni. Conosco invece molto bene Lotti. E' una brava persona, buona di carattere e silenziosa. Di lui una volta Vanni mi disse che aveva «trombato» molto Filippa e che aveva avuto con questa un rapporto anale, tanto che fu costretto a ricoverarla in ospedale."
Nel maggio del 1997, poco prima che iniziasse il nuovo processo davanti alla Corte di Assise di Firenze, Lorenzo Nesi, si presenta, con un suo legale presso l'ufficio di Michele Giuttari, dove riferì in merito alla frequentazione di Mario Vanni di una prostituta di nome Clelia Cuscito, il cui corpo senza vita era stato trovato all'interno della sua abitazione il 14 dicembre 1983.
Il 22 maggio 2003, Lorenzo Nesi torna a parlare con gli inquirenti. Nel verbale redatto si legge: "Ho voluto spiegarvi queste cose per poter fornire un contributo alle vostre indagini, che secondo me sono mirate nella maniera giusta perchè i mandanti esistono. E per far qualcosa di ancor più utile vi faccio presente di essere disponibile ad avere un colloquio in carcere con Vanni, per vedere se, data la nostra amicizia e la stima di Vanni nei miei confronti, possa confidarmi i suoi segreti, non so se riuscirò in questa mia opera, però devo dirvi che al processo, quando io testimoniavo, Vanni col capo assentiva a tutto quello che io dicevo e questo può vedersi anche nei filmati, quanto finì l'udienza mi strinse la mano. Ebbi l'impressione in quell'occasione che stesse per dirmi qualcosa che nel frattempo due carabinieri lo allontanarono e se lo portarono via." Lorenzo Nesi ebbe due colloqui con Mario Vanni, uno il 26 ed uno il 30 giugno 2003. Nel verbale di quest'ultimo colloquio si legge quanto segue.
Nesi: "Vuoi fare mente locale e dire... fra costretto a far delle cose che tu non volevi fare?"
Vanni: "Si."
Nesi: "L'è ventanni che un tu le dici. Le merende, le merende, le merende... le si fanno con il Corpus Domini."
Nesi: "Ma qualcosa t'avrà detto «ho ammazzato due persone» Dio bono! Qualcosa t'avrà detto, «l'ho ammazzato per un motivo!»"
Vanni: "Ma... eh gliè stato il mostro, hai capito?"
Nesi: "Come?"
Vanni: "E' stato Ulisse che ha ammazzato tuta questa gente, nero."
Nesi: "Chi gliè il nero?"
Vanni: "E' un americano."
Nesi: "Un americano? E chi ammazzava? Ulisse."
Vanni: "Ulisse si chiama."
Nesi: "Un l'ha ammazzati il Pacciani? O un l'ha ammazzati il Pacciani?"
Vanni: "No."
Nesi: "E indo gli era quest'americano?"
Vanni: "E indo gli era? Nel bosco lo trovi. Lo trovò nel bosco. Ogni cosa gl'aveva. Che l'era stato lui a fa questi delitti."

Fegato

Autore: Umberto Cecchi
Prima edizione: Nuovi equilibri - 2000 - 216pp - brossura

SINOSSI
"...son come Cristo, come Cristo, mi hanno messo in croce come Cristo... la vuol vedere che i mostri sono due. La stia a vedere e vedrà se non son due che si rincorrono...". Questo si sentì dire, tra l'altro, Umberto Cecchi quando andò ad intervistare Pacciani nel carcere di Sollicciano. Il giorno appresso iniziò a scrivere questo romanzo, dopo aver seguito e ricostruito i delitti del mostro di Firenze che lui ritiene ancor oggi in libertà. Cecchi spiega come si diventa un serial killer, come il sesso sia motore di ogni fantasia. I mostri diventano due e si sfidano fino all'ultimo orrendo delitto e all'ultima possibile verità.

martedì 14 aprile 2009

Lorenzo Nesi - Prima parte

Originario di Tavarnelle Val di Pesa, lavorava nel campo tessile ed era amico di Mario Vanni. Fu sentito il 18 marzo 1993 dal Pubblico Ministero ma si rifiutò di firmare il verbale adducendo la spiegazione che segue: "...io sono venuto fin dalla prima volta per dire la verità e la Verità l'ho detta, però voglio che questa rimanga riservata perché ho paura. Sono disposto a fare confronti con il Vanni, ma del Pacciani ho paura. Fin dalla prima volta in cui io mi presentai spontaneamente volevo dare il mio contributo per fare conoscere quello che sapevo perché lo ritenevo un dovere civile, però volli l'assicurazione che l'atto sarebbe rimasto segreto. Mia moglie mi aveva detto di contare fino a dieci prima di presentarmi a voi, ma io ho contato fino a sette. Voi fate i magistrati, ma io faccio l'artigiano.”
Il 23 maggio, durante il processo a Pietro Pacciani riferì che l'imputato gli aveva raccontato d'essere andato a caccia di fagiani di notte - "cascavano giu' dagli alberi come sassi"- gli aveva detto.
Nell'udienza dell'8 giugno 1994 dichiarò: "Mi riorganizzo un attimo le idee. Allora, la sera del delitto io tornavo dalla montagna con degli amici e passai da via degli Scopeti perchè dannatamente la superstrada era chiusa. Che fosse quella sera è certo perchè il giorno dopo sentii il racconto del ragazzo che aveva trovato i corpi e mi dissi: «Porca miseria, son passato di lì ieri sera». Passano gli anni, vien fuori che Pacciani è sospettato. E io mi ricordo che quella sera, al bivio di Chiesanuova, avevo incrociato una Ford Fiesta su cui c'era il Pacciani con un'altra persona. Erano in due, son sicuro. Mi ricordo che pensai: «Pietro gli è andato dalla Trittrilla (Maria Antonietta Sperduto ndr)»." Alla domanda del PM se fosse certo d'aver riconosciuto il Pacciani rispose: "Attenzione, io sono convinto come Nesi Lorenzo che era Pacciani, non l'ho detto prima perchè per me sono sicuro, per il tribunale forse c'era un venti-trenta per cento di dubbio. Ma quando Pacciani, quel giorno che ho salito quei tre scalini per venir qui a testimoniare, ha fatto finta di non conoscermi, allora mi son detto: «Lo ha fatto perchè temeva che raccontassi che quella sera lo avevo visto». Ecco, questo mi ha fatto perdere quel venti per cento di dubbio."
Quando il primo novembre 1994, Pietro Pacciani fu condannato alla pena di sette ergastoli poichè riconosciuto colpevole di sette degli otto duplici omici compiuti dal "mostro di Firenze", Lorenzo Nesi rilasciò un'intervista in cui riferì: "Credo che non sia finita qui, molte cose debbono ancora venire fuori, elementi che gli inquirenti sanno ma non hanno potuto produrre in aula. Ci sono tre, quattro persone che sanno, che non hanno parlato e sono in grado di agire, colpire..."
Segue...
Nella foto il bivio per Chiesanuova.