martedì 31 marzo 2009

Piero Mucciarini

Nacque il 20 luglio 1924 a Castelnuovo Berardenga. Negli anni '50 si trasferì a Firenze e si sposò con Antonietta Mele, da cui ebbe due figlie, Lia e Daniela. Stefano Mele, nel gennaio del 1984, dopo aver scontato 14 anni di reclusione puntò il dito contro parenti e amici: "Mio fratello e mio cognato - disse allora al giudice istruttore - nel 1968 parteciparono all' assassinio di mia moglie Barbara e del suo amante, Antonio Lo Bianco". Il giudice istruttore Mario Rotella, subentrato a Vincenzo Tricomi, su richiesta del sostituto procuratore Adolfo Izzo, spiccò i mandati di cattura per Giovanni Mele e Piero Mucciarini che furono arrestati il 26 gennaio 1984, imputati di concorso in omicidio e indiziati per i delitti avvenuti dal 1974 al 1983. Secondo il testo "Dolci colline di sangue", la sera del duplice omicidio, Piero Mucciarini "chiese e ottenne un turno di riposo". Secondo un articolo de "La Repubblica" "egli era al lavoro nel forno Buti di via del Roncocorto a Scandicci". Il 15 agosto 1984 il giudice istruttore Mario Rotella respinse l'istanza di scarcerazione presentata dai difensori di Giovanni Mele e Piero Mucciarini, dopo che il "mostro di Firenze" era tornato a colpire a Vicchio di Mugello. Piero Mucciarini, detenuto a Siena, fu scarcerato su ordinanaza del Tribunale della Libertà il 2 ottobre del 1984. Il 13 dicembre 1989, Rotella, chiuse definitivamente la sua istruttoria, con una sentenza-ordinanza di 162 pagine in cui si dichiarava non doversi procedere "per non aver commesso il fatto" nei confronti di Francesco Vinci, Giovanni Mele, Piero Mucciarini e Salvatore Vinci.
In "Compagni di sangue" viene inizialmente citato come Stefano Mucciarini.
Rif.1 - La Repubblica - 31 luglio 1984 pag.13

Salvatore Luberto

Nato a Cosenza il 12 febbraio 1939, si è laureato in Medicina e Chirurgia nell'Università di Modena nel 1964. Il 22 novembre 1967 si è specializzato presso l'Università di Modena in Neuropsichiatria . Assistente ordinario alla Cattedra di Medicina legale e delle assicurazioni della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università di Modena dal 1 marzo 1978, con qualifica di Aiuto dal 13 febbraio 1981. È stato professore ordinario di medicina legale e di criminologia all’Università di Modena e Reggio Emilia. È stato vicepresidente della Società Italiana di Criminologia. Nel 1984, dopo il duplice omicidio di Pia Rontini e Claudio Stefanacci, assieme al professor Francesco De Fazio e al professor Ivan Galliani, fu autore di una perizia criminologica volta a delineare il profilo dell'assassino.Il 27 maggio 2012 si è spento a Modena all'età di 73 anni.
Per la perizia sul "mostro di Firenze" vedi:
-Perizia criminologica sul delitto del 21 Agosto 1968

lunedì 30 marzo 2009

Testimoni a Montespertoli

Sabato 19 giugno 1982, sul luogo del duplice omicidio di Antonella Migliorini e Paolo Mainardi accorsero: Lorenzo Allegranti, Silvano Gargalini, Paolo Ciampi, Marco Martini, Concetta Bartalesi, Graziano Marini, Adriano Poggiarelli, Mario Di Lorenzo, Stefano Calamandrei, Monica Del Maschio, Rosanna Campatelli, Francesco Carletti, Fabio Temestini e Luca Sieni. Solo alcuni di loro furono ascoltati durante il dibattimento nel processo ai presunti complici del "mostro di Firenze".
Rif.1 - Storia delle merende infami pag.398

Francesco Mostallino

Il 22 agosto 1968 prestava servizio, come appuntato, nella caserma dei carabinieri di Lastra a Signa. Dopo la scoperta del duplice omicidio di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, Stefano Mele fu condotto in caserma ma ostinandosi a parlare in dialetto sardo fu necessario trovare qualcuno che riuscisse a comprenderlo. Fu scelto appunto Francesco Mostallino che essendo originario di Cagliari potè rendere accessibili le parole del Mele.
Il 24 agosto, quando Stefano Mele fu portato al carcere fiorentino delle Murate, Francesco Mostallino dichiarò che il manovale con il delitto di Castelletti c'entrasse "come il cavolo a merenda".
Rif.1 - La leggenda del Vampa pag.110

domenica 29 marzo 2009

La storia in giallo

Il 26 gennaio 2008 andò in onda su Radio 3 una puntata de "La storia in giallo", interamente dedicata alla vicenda del "mostro di Firenze". Quello che segue è il testo riportato sul sito del programma. "E' il 19 giugno del 1982, quando Paolo e Antonella, una giovane coppia in cerca di intimità, si appartano in una campagna nel pressi di Baccaiano di Montespertoli, in Provincia di Firenze. I due giovani sanno di rischiare, perchè in quelle zone si aggira un mostro. Che semina morte, sangue, terrore. Lo chiamano "Il Mostro di Firenze". E Antonella e Paolo saranno le sue prossime vittime. Gli inquirenti annaspano, seguono diverse piste, ma sono sempre costretti a rivedere le loro idee. Le indagini sembrano prendere una piega positiva quando vengono fermati un anziano contadino di Mercatale, Pietro Pacciani, e i suoi compagni di merende. Ma ancora oggi, la vera identità del mostro non è stata rivelata con certezza. Antonella Ferrera intervista lo psichiatra e criminologo Francesco Bruno, autore di una relazione sul mostro per il Sisde e successivamente Perito di parte del collegio di difesa di Pietro Pacciani."

Vincenzo Lodato

Maresciallo dei Carabinieri di San Casciano. Nel pomeriggio del 9 settembre 1985, dopo la segnalazione di Luca Santucci, si recò presso la piazzola a Scopeti dove era stato rinvenuto il cadavere di Jean Michel Kravechvili. Aprì la cerniera della canadese piazzata poco distante e scoprì il corpo esanime di Nadine Mauriot.
Il 19 settembre 1985 si presentò con il maresciallo Giuseppe D'Aidone e l'appuntato Antonio Scanu presso l'abitazione di Pietro Pacciani in Piazza del Popolo, a Mercatale, dove fece eseguire una perquisizione e dove chiese al Pacciani se avesse un alibi per la sera del delitto dei due giovani francesi.
Fu ascoltato durante il processo a Pietro Pacciani nell'udienza del 3 maggio 1994.
Rif.1 - La leggenda del Vampa pag.218
Vedi anche:
Vincenzo Lodato - Deposizione del 3 maggio 1994

sabato 28 marzo 2009

Vitalia Melis

Moglie di Francesco Vinci. Negli anni '60 si trasferirono dalla Sardegna a Calcinaia vicino a Lastra a Signa dove ebbero tre figli, Sergio, Vania e Maria Cecilia. Nel 1967, quando Francesco Vinci si stabilì presso l'abitazione dell'amante Barbara Locci, Vitalia Melis lo denunciò per concubinaggio, maltrattamenti e mancanza di assistenza alla famiglia. Il marito fu arrestato dai carabinieri il 26 ottobre 1967 ed i tre bambini in evidente stato di denutrizione furono ricoverati in un istituto. Durante il processo Vitalia ritirò la denuncia e Francesco Vinci tornò a vivere insieme alla moglie. Nel 1969 ebbe un quarto figlio, Fabio. Nel marzo del 1970 Stefano Mele accusò Francesco Vinci d'avergli ucciso la moglie Barbara; Vitalia Melis prese le difese del marito e confermò davanti alla corte il suo alibi per la sera del delitto. Quando Salvatore Vinci disse d'aver appreso circa la detenzione di un arma del fratello dalla cognata, Vitalia Melis rispose: "Non sapevo dell'arma di Francesco e se lo avessi saputo non ne avrei certo parlato a Salvatore, ma sarei andata io stessa a vedere nel cassetto della Lambretta se c'era."
Nei primi anni '70 si spostarono alla Ginestra e nel 1973 in Via Gramsci a Montelupo Fiorentino.
Nel 1982, quando Francesco Vinci fu nuovamente coinvolto nella vicenda del "mostro di Firenze" sostenne strenuamente l'innocenza del marito rivolgendo appelli accorati ai giornali: "io lo so che mio marito con quegli omicidi non c'entra niente; scrivetelo che su di me, sul nostro affetto, lui può contare!." Nel 1997 Vitalia Melis si trasferì a Castelfiorentino e nel marzo del 2001 fu invitata dal Pubblico Ministero, Paolo Canessa, a riferire in merito alla morte del marito, avvenuta nell'agosto del 1993, in circostanze oscure. In quest'occasione dichiarò: "Voglio giustizia per mio marito che è stato accusato erroneamente di essere coinvolto nella vicenda delle coppiette assassinate, ci hanno tolto la dignità. Sono anni che io e i miei tre figli sofffriamo per queste vicende. Mio marito è stato in carcere per oltre due anni ed era innocente è stato ucciso e non sappiamo chi è il colpevole. Ho perso tutto quello che avevamo anche una casa a Montelupo. La gente mi guarda ancora con sospetto. Così è accaduto ai miei figli. Ma io non mi sono mai arresa e ho cercato di reagire a quello che mi è accaduto. Ancora riceviamo telefonate e lettere anonime con minacce di morte. Siamo partiti dalla Sardegna giovanissimi. Francesco ha sempre lavorato prima come levigatore, poi come muratore. Era un padre affettuoso, in casa nostra non c'erano neppure armi giocattolo. All'inizio degli anni Ottanta venne coinvolto nella vicenda del maniaco. Nel 1985 ci siamo trasferiti in Francia con due dei nostri figli. Io convinsi mio marito a tornare in Toscana nel 1989 e forse questo fu uno sbaglio. Tutti i giorni andavo con lui, a Quarrata, dove avevamo gli animali da quando era stato in carcere aveva cambiato abitudini. Eravamo sempre insieme e non usciva più da solo. Su di lui sono state dette tante falsità, non è vero che era l'amante di Milva Malatesta. Fu un periodo felice ma che durò ben poco." L'ultimo giorno che vide Francesco: "Dopo pranzo venne a prenderlo un suo amico, Angelo Vargiu mi disse che andava a vedere il bestiame e che sarebbe tornato alle 17, al massimo all'ora di cena. Dopo il ritrovamento del cadavere non mi hanno restituito neppure la fede nuziale. Anche nei giorni precedenti non aveva alcun tipo di preoccupazione, solo un uomo, un suo amico che però non frequentava casa nostra, venne a trovarlo alcuni giorni prima della sua morte. Forse voleva avvertirlo del pericolo che stava correndo. Erano andati a Lajatico per riscuotere un credito di Vargiu, nei giorni precedenti l'uomo ne aveva parlato con mio marito. Quei soldi gli servivano perché doveva aiutare la sua famiglia".
Rif.1 - Il mostro di Firenze - Il thriller infinito pag.52
Nel libro di Mario Spezi, "Il mostro di Firenze", viene erroneamente citata come "Natalia" Vinci. Nel libro "La leggenda del Vampa" e "Il mostro di Firenze - Il thriller infinito" viene erroneamente citata come Vitalia "Muscas".

Maurizio Cimmino

Il 7 giugno 1981 giunse sul luogo del duplice omicidio di Carmela De Nuccio e Giovanni Foggi come capo della squadra mobile. Da Roma, dove era nato nel 1946, si era trasferito a Firenze nel 1972 per ricoprire il ruolo di capo della sezione narcotici della Squadra mobile. Laureato in giurisprudenza, avviò le prime indagini sul "mostro di Firenze" e diresse a Palermo la squadra mobile subito dopo l'omicidio Cassarà. E' morto a Siena il 13 maggio 2001 all'età di cinquantacinque anni per per una grave malattia cardiaca.
Rif.1 - La Repubblica - 10 agosto 1985 pag. 2

venerdì 27 marzo 2009

Daniele Propato

Fu Procuratore generale durante il processo di appello per i delitti del "mostro di Firenze". Il 20 maggio 1999, chiese l'assoluzione di Mario Vanni e una riduzione di pena per Giancarlo Lotti in quanto "non c'è nessuna prova dell'attendibilità di Lotti anzi ci sono forti perplessità sul fatto che Lotti abbia partecipato e visto. Non ci sono riscontri sufficienti per Vanni e a maggior ragione per Faggi." Le dichiarazioni di Lotti "si sono via via adeguate all'evolversi delle indagini. I suoi ricordi cambiavano mano a mano che l'inchiesta proseguiva ed emergevano nuovi elementi." La sentenza confermò l'ergastolo per Mario Vanni, condannò Giancarlo Lotti a 26 anni di carcere ed assolse Giovanno Faggi.

Claudio Conticelli

Nel 1970, dopo che Stefano Mele fu condannato per l'omicidio di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, il suo avvocato, Sergio Castelfranco, ebbe modo di parlare con Claudio Conticelli, un suo vecchio cliente detenuto presso il carcere fiorentino "Le Murate" che gli disse "di aver visto più volte Francesco Vinci allenarsi al tiro con la pistola in aperta campagna." Castelfranco condivise questa scoperta con Dante Ricci, l'altro avvocato che aveva difeso Mele, che chiese una rinnovazione parziale del dibattimento che però non fu accolta. Gli avvocati si recarono quindi a Cupoli, vicino a Lastra a Signa e nel campo indicato da Claudio Conticelli trovarono quattro bossoli calibro 22 e frammenti di proiettile dello stesso calibro. In seguito emerse che i proiettili erano stati sparati da una carabina.
Rif.1 - Il mostro di Firenze - Il thriller infinito pag.62

giovedì 26 marzo 2009

Arturo Minoliti

Fu maresciallo dei Carabinieri di San Casciano.
In un'intervista rilasciata a sua insaputa al giornalista Mario Spezi, dichiarò di nutrire dei dubbi circa la genuinità delle prove contro Pacciani, soprattutto circa il ritrovamento della cartuccia Winchester avvenuto presso l'orto del contadino di Mercatale.
Durante il processo a Pietro Pacciani fu ascoltato il 15 luglio 1994.
Nell'ottobre del 1994 annunciò di voler pubblicare un libro sulla vicenda del "mostro di Firenze", dichiarò al Corriere della Sera: "Particolari assolutamente nuovi, che nessuno conosce. Io ho lavorato a Scandicci, dove avvenne un delitto e da tempo comando la stazione dei carabinieri di San Casciano, Pacciani e' un mio "parrocchiano.(...) Ho gia' parlato del mio libro con il pubblico ministero. Voglio la sua autorizzazione e quella del comando generale dei carabinieri. Sono convinto che dopo la lettura mi daranno via libera. Ho alle spalle tanti anni di lavoro oscuro, ora che mi è capitato di vivere una storia incredibile perchè non approfittarne?". Il libro ad oggi non ha mai visto la luce.

Fabio Vinci

Figlio di Francesco Vinci e Vitalia Melis. Nacque a Lastra a Signa nel 1969. Visse con la madre fino ai primi anni '90. Dopo una lite se ne andò di casa e visse di lavori saltuari e di espedienti che lo condussero a piccoli reati e a problemi di tossicodipendenza. Nel 1994 viveva a San Mauro a Signa con la fidanzata Marinella Tudori, e Milvia Mattei, entrambe prostitute. Milvia Mattei il 29 maggio 1994 fu trovata strangolata presso la sua abitazione. La Tudori e Vinci furono interrogati dagli inquirenti e dichiararono d' esser stati fuori casa il giorno della morte della donna.
Il 7 dicembre 2002, intorno alle 22:30, fu trovato morto dai carabinieri in una Fiat Cinquecento (di cui era stato denunciato il furto alcuni giorni prima) in uno dei boschi a ridosso della strada che collega Montaione a San Vivaldo.
Rif.1 - Il Tirreno- 10 dicembre 2002 pag. 03

mercoledì 25 marzo 2009

Giovanni Faggi

Nel 1996 quando entrò da accusato nel processo ai "compagni di merende" aveva 76 anni, era nato a Calenzano (FI) il 17 agosto 1920. Ex rappresentante di ceramiche, negli anni '50 era stato anche assessore comunista a Calenzano, il comune alle porte di Firenze in cui viveva con la moglie. Il 30 giugno 1990 fu sfiorato dalle indagini che riguardavano Pietro Pacciani, quando venne effettuata una perquisizione presso la sua abitazione. Gli investigatori scrissero nel verbale: "Nel corso della perquisizione veniva rilevato materiale cartaceo e altro (falli di gomma e di legno non chè riviste pornografiche) che il Faggi spontaneamente consegnava agli uffici di P.S. procedenti per gli accertamenti di rito. Ad ogni buon conto si evidenzia che su un foglio di calendario, relativo al 1977, e precisamente nella pagina del mese di ottobre, al giorno 3 - lunedì - è scritto e sottolineato il nome di Pacciani Pietro San Casciano. Si da atto che il materiale di cui sopra sarà trattenuto in questo ufficio il tempo strettamente necessario al suo esame e successivamente sarà riconsegnato al sopracitato Faggi." A confermare l'amicizia di vecchia data tra i due, una cartolina con timbro postale 19.3.1979 trovata presso l'abitazione di Mercatale di Pacciani che recava scritto: "Caro Pietro, sono stato fuori da Toscana a lavorare. Ti ricordo sempre con tanto piacere. Fammi sapere se posso venire a trovarti per quel tuo amico che aveva bisogno di (pavimenti e rivestimenti). Sentimi, dimmi quando devo venire, il giorno e l'ora pressappoco e dove. Nuovamente ti saluto tanto dal tuo amico Faggi Giovanni. Inoltre un biglietto giunto a Pacciani tramite posta con timbro 16.3.1979 in cui si leggeva: "dimmi se ti è andata bene la tuta che ti portai. Ti saluto tanto. Faggi Giovanni".

Fu accusato, da Fernando Pucci e Giancarlo Lotti, di aver assistito agli omicidi avvenuti a Travalle e Scopeti ed il 15 maggio 1996 fu emesso un avviso di garanzia per vilipendio di cadavere, porto illegale di arma e concorso in omicidio per i delitti del "mostro di Firenze" ed un nuovo decreto di perquisizione in quanto c'era "il fondato motivo di ritenere che presso l'abitazione di Giovanni Faggi, comprese pertinenze e autovetture e in ogni altro luogo che nel contesto risulti in disponibilità del medesimo e sulla sua persona possono rinvenirsi cose o documenti o quanto altro pertinente ai reati in ordine ai quali sono in corso le indagini". Gli uomini della squadra mobile sequestrarono soldi, libretti bancari ed agende telefoniche degli anni Settanta e Ottanta. Su di un'agenda del 1981 fu trovato scritto: "bella gita a Travalle".
Il primo luglio 1996 fu arrestato e condotto presso il carcere di Firenze, poichè secondo la richiesta del provvedimento restrittivo del Pubblico Ministero "I principali sviluppi sono dovuti, non tanto alle modestissime ma non trascurabili ammissioni del Vanni nel corso degli interrogatori resi dopo la adozione nei suoi confronti della misura cautelare in carcere, ma, soprattutto, dalle sempre più ampie e circostanziate dichiarazioni rese da Lotti Giancarlo e da Pucci Ferdinando nonchè da persone informate sui fatti recentemente individuate e ancora dalla intensa e incisiva attività di riscontro della Squadra Mobile della questura di Firenze". Durante gli interrogatori minimizzò circa la sua frequentazione di Pietro Pacciani: "io il Pacciani l'ho incontrato quando s'ando a pescare, quella volta a pesca nel 1977, mi pare che fosse verso l'80, quando si andò a pescare, i tempi sono stati lunghi, però io ho la certezza massima che io per caso, senza che lo conoscessi, dandolo il tavolino, il gomito, ci si trovò per caso a mangiare." Riguardo quanto riferito da Lotti e Pucci dichiarò: "...questa è una storia che a me non mi riguarda affatto, per niente perchè io a San Casciano mai stato nè a merende nè (...) poi di notte io non uscivo mai". Relativamente all'annotazione riguardo Travalle disse: "si vede m'è venuto l'espressione in base al tempo e via di seguito, che cosa le devo dire, dottore? Era un'espressione così che si può fare in tante occasioni di dire bella girata a Travalle o bella mangiata eccetera eccetera". Il 7 agosto 1996 il tribunale del riesame, data l'età dell'imputato, fissò la durata della detenzione in 90 giorni. I primi di novembre uscì di carcere ed il 24 marzo 1998 la Corte d'Assise lo assolse per non aver commesso il fatto. L'assoluzione fu confermata dal processo d'appello.
Vedi anche:

martedì 24 marzo 2009

Il caso Pacciani

Autore: Francesco Ferri
Prima edizione: Edizioni Pananti - 1996 - 146pp - brossura

Dalla quarta di copertina:
L'autore, dopo cinque anni di servizio in una prestigiosa sezione penale della Corte di Cassazione, era voluto tornare a Firenze, dove è nato e dove ha svolto quasi tutta la sua attività di magistrato, per chiudervi la carriera come presidente della prima sezione civile della Corte d'Appello, seguendo la sua vecchia vocazione da civilista. Il destino, però, ha voluto che per una serie di circostanze gli venisse affidato l'incarico di presiedere per quel solo processo la Corte d'Assise d'Appello che doveva giudicare Pacciani, condannato in primo grado come "il mostro di Firenze".
Il processo ed i successivi avvenimenti lo hanno così appassionato al "caso" che egli ha sentito il bisogno di scriverci sopra questo libro e per farlo in piena libertà ha preferito lasciare la magistratura. La rilettura in contemporanea degli atti relativi al processo e de La storia della Colonna Infame di Manzoni ha provocato in lui accostamenti così spontanei da costituire il motivo conduttore di questo "pamphlet". Il suo libro si raccomanda alla lettura di tutti i cittadini, siano di Firenze o no, che non vogliono, per condannare un delitto, farsi complici di un'ingiustizia.

Marcello Chiaramonti

Marito di Teresa Mele. Il 12 giugno 1985, Stefano Mele rilasciò una nuova versione della serata in cui furono uccisi Barbara Locci ed Antonio Lo Bianco. Dichiarò che "a mettersi d'accordo per uccidere sua moglie con l'amante, fosse Antonio Lo Bianco o un altro, sono Salvatore Vinci, Giovanni Mele e Piero Mucciarini." Nel rapporto dei carabinieri si legge anche: "La sera del 21 agosto, visti uscire la moglie, il figlio e Lo Bianco è uscito anche lui trovando due autovetture ad attendere: quella del cognato Marcello Chiaramonti, e l'altra, di Salvatore. Al delitto hanno partecipato Salvatore Vinci, Giovanni Mele, Piero Mucciarini e Marcello Chiaramonti."
Il 13 dicembre 1989, il giudice istruttore Mario Rotella, con una sentenza di 162 pagine ordinò che non si dovesse procedere contro Giovanni Mele, Piero Mucciarini, Marcello Chiaramonti, Salvatore Vinci e Francesco Vinci per non aver commesso il fatto.

lunedì 23 marzo 2009

Pietro Fioravanti

Classe 1935. Originario di Appignano del Tronto in provincia di Ascoli Piceno. Ha insegnato filosofia per tredici anni, prima di passare alla toga. Fu avvocato di Pietro Pacciani fin dall'aprile del 1994. Per questo suo ruolo professionale fu vittima di numerosi sabotaggi e minacce. Nell'ottobre del 1994, nell'arringa a difesa del contadino di Mercatale, disse: "Ho la sensazione che quest' uomo possa finire la sua vita qui, se la sentenza sarà quella sollecitata dall' accusa. Pacciani è un uomo morto. E' spacciato. Ha la pressione minima a 120, la massima a 190. Per lui il processo non si può fare due volte. O è assolto o per lui è la morte. (...) Io amo quest' uomo così sprovveduto. Non difendo il mostro di Firenze ma un uomo disperato nella cui innocenza credo fermamente. Nei suoi occhi leggo la speranza, nel suo cuore la certezza. E ai genitori delle vittime chiedo: permettetemi di versare una lacrima sulle sedici bare. (...) Se voi condannate quest' uomo io penso che sarà commessa una enorme ingiustizia, un enorme errore giudiziario. Voi giudici non dovete essere né tranquilli, né sicuri, né certi. Ricordate San Luca: ' Se un cieco guida un altro cieco, tutti e due finiscono nella fossa' ". Il primo novembre 1994 Pietro Pacciani fu riconosciuto colpevole di tutti gli omicidi tranne che per quello del 1968 e fu condannato alla pena di sette ergastoli. Nel gennaio del 1996 gli avvocati di Pietro Pacciani, Rosario Bevacqua e Pietro Fioravanti furono sostituiti da un nuovo staff difensivo composto dall'avvocato romano Nino Marazzita ed i consulenti Carmelo Lavorino e Francesco Bruno. Fioravanti commentò: "Queste manovre fanno parte di un disegno molto più vasto: l' obiettivo è destabilizzare la procura di Firenze e colpire il suo capo, il procuratore Vigna. Io non voglio infognarmi in faccende di servizi segreti". I due avvocati storici successivamente, verranno riammessi nel pool difensivo. Tra i motivi di appello alla condanna di primo grado, Pietro Fioravanti scrisse : "I sacrifici migliori per evocare i demoni sono quelli degli esseri umani e la morte più favorevole è quella che avviene durante l'orgasmo ed è chiamata "mors justi". Una simile affermazione conduceva ai delitti del mostro che aveva colpito le sue vittime mentre facevano l'amore. (...)" Relativamente all'identità del mostro scriveva: "si tratta di una frangia impazzita di certo satanismo che prevede il sacrificio proprio nel fatale momento dell'orgasmo (...). In quel preciso momento si liberano potenti energie indispensabili per chi compie l'azione satanica che rafforza se stesso e il rituale che deve celebrare."
Il 13 febbraio 1996, la Corte di Assise d'Appello annullò la precedente sentenza, assolvendo Pietro Pacciani da tutti i delitti.
Nel 2004 dichiarò: «Visto che tutti scrivono libri (riferendosi a Scarabeo, di Michele Giuttari n.d.r.), anche io ne ho scritto uno: Confessioni di un mostro, questo il titolo. Dentro ci sarà tutto quel che Pacciani mi disse, tutti i segreti che mi rivelò. Sarà un libro esplosivo. A sei anni dalla sua morte, e davanti al procedere di questo nuovo filone di indagine, ritengo sia giunto il momento di far conoscere le verità da me apprese come difensore del contadino ». Ad oggi il libro non ha mai visto la luce.
Rif.1 - La Repubblica - 19 gennaio 1996 pag.18
Rif.2 - La Repubblica - 25 ottobre 1994 pag.22
Rif.3 - Gente 2004 n.7
Rif.4 - Il mostro pag.280
Vedi anche:
Pietro Fioravanti - Dichiarazioni

domenica 22 marzo 2009

Magdalen Nabb

Scrittrice, nata nel 1947, nel Lancashire, in Gran Bretagna. Nel 1975 si trasferì a Firenze dove svolse l'attività di insegnate. Nel 1981 scrisse il suo primo romanzo: "Morte di un inglese" che riscosse i complimenti perfino di Georges Simenon. Da allora ha pubblicato le sue storie in tutto il mondo, "storie di crimini ambientate a Firenze che mi permettono" disse ad un giornalista del Corriere della sera, "tramite un' indagine, di ritrarre la citta' e delineare la psicologia dei suoi abitanti". Nel 1996 pubblicò con la casa editrice inglese Harper Collins "The Monster Of Florence", la cui edizione italiana non ha mai visto la luce per volere dell'autrice. Il 19 agosto 2007 morì a Firenze all'età di sessanta anni. Quello che segue è il testo di alcune interviste rilasciate al Corriere della Sera.
Giornalista: "Signora Nabb, che cosa le ha dato piu' fastidio?"
Magdalene Nabb: "Innanzi tutto l' atteggiamento di quelli schierati tra innocentisti e colpevolisti, sulla base non di fatti ma di pure impressioni. L' errore e' stato quello di dare il via a un processo senza nemmeno una prova contro l' imputato. Comunque vadano le cose la sua vita e' finita".
Giornalista: "Si e' arrivati a questo processo impreparati?"
Magdalene Nabb: "Di certo so che prima di Pacciani sono finite in carcere altre persone con l' accusa di essere il mostro. Avrebbe dovuto far riflettere".
Giornalista: "Vuol dire che gli inquirenti si sono fatti prendere dalla febbre del mostro e hanno cercato in ogni modo l' autore di questi serial killer?"
Magdalene Nabb: "Qui non ci troviamo di fronte a un serial killer, ci sono troppe anomalie e questi 16 omicidi presentano aspetti contraddittori. Ma il discorso ci porterebbe lontano...". Giornalista: "Allora cosa dobbiamo pensare?"
Magdalene Nabb: "Dobbiamo pensare che le indagini sono state per lungo tempo carenti. Con lati oscuri. Lo stesso presidente della Corte, Enrico Ognibene, ha manifestato perplessità."
Giornalista: "E' stato tralasciato qualche aspetto importante?"
Magdalene Nabb: "Non è semplice rispondere a questa domanda, anche perchè ci sono persone che hanno lavorato per anni cercando di dare il massimo, di scoprire tutto quanto era possibile, ma evidentemente non avevano gli strumenti e l' esperienza necessaria per affrontare un caso tanto complesso".
Giornalista: "Ci faccia un esempio."
Magdalene Nabb: "Scarsa attenzione è stata data, a mio avviso, al mondo dei guardoni. Sono certa, custodisce numerosi misteri legati a queste vittime. Tra l' altro, il mondo dei guardoni e il paesino della campagna Toscana sono gli ambienti fissi piu' importanti di questa storia. E per capire Pacciani, non si può ignorare costumi e abitudini dei suoi luoghi, della sua terra."
Giornalista: "Si spieghi meglio."
Magdalene Nabb: "Ho vissuto in quelle zone, a Tavernelle, Montelupo. Voglio dire con franchezza che Pacciani è uno dei tanti. Come lui ce ne sono troppi. Anche la violenza alle figlie, gesto terribile, assume connotati diversi in quella cultura. Oggi purtroppo abbiamo perso contatto con quel mondo. E capire diventa piu' difficile."
Magdalene Nabb: "Un commento? Siamo sempre in alto mare. Non sono stupita della decisione presa dalla Cassazione. Questi quattro nuovi testimoni ci sono. Hanno parlato. Diventava doveroso sentirli in un nuovo processo. Ma temo che sarà una nuova farsa. Mi sembrano testimoni poco attendibili. Sono persone che ruotano da sempre attorno all' inchiesta. Ma sono venuti fuori solo da pochi mesi. Perchè ? Tutto mi sembra poco serio. Siamo ancora in alto mare ma la cosa ormai e' un po' inevitabile. Nella prima fase dell' inchiesta tutto e' stato molto difficile. Mancavano in Italia le conoscenze, la cultura, gli strumenti per poter indagare su un serial killer. C' è anche da dire che questi sono casi in cui i primi giorni di indagine diventano fondamentali. E' lì che si costruiscono le basi per raggiungere gli obiettivi. Perso quell' attimo, tutto si complica, i problemi si ingigantiscono e la soluzione si allontana, e mie parole non vogliono essere solo una critica. Capisco perfettamente quello che hanno dovuto affrontare gli inquirenti. Questa del mostro di Firenze è una storia difficilissima. E diventa ingiusto criticare stando seduti in poltrona. Forse c'è stato un momento in cui si è sfiorata una persona che avrebbe sciolto ogni mistero. Sono mancati i controlli e un pizzico di fortuna. Bisogna verificare chi aveva accesso a quella pistola, alla introvabile Beretta calibro 22, chi si trovava fuori dal carcere in quel momento. Era necessario scavare di più. Collegare fatti da una parte e identikit, tipo di autore, dall' altra. Ancora una volta: è mancata la metodologia necessaria. Quella tecnica e quella esperienza che esiste in America e in Inghilterra."
Una intervista molto interessante a Magdalene Nabb è stata pubblicata dal sito Italian-mysteries.com

sabato 21 marzo 2009

Ricominciare

Nella terza puntata della trasmissione Ricominciare, condotta da Alda D'Eusanio su Rai due, il 23 luglio 2008 fu trattata la vicenda del "mostro di Firenze" con particolare attenzione al coinvolgimento del farmacista di San casciano Francesco Calamandrei. La puntata contiene interviste a Francesco Calamandrei, al suo avvocato Gabriele Zenobini, al criminologo Francesco Bruno, e al dirigente della SAM Renzo Perugini. Quella che segue è una sintesi del testo sul sito del programma. "Un rotocalco popolare sulle storie di persone al centro della cronaca e sotto i riflettori, poi uscite di scena. Una sorta di macchina del tempo in cui la forza delle storie umane si mescola alla memoria collettiva per riscoprire il significato degli ultimi 40 anni di storia del nostro paese. Con documenti, interviste e testimonianze inedite, la conduttrice ripercorre numerosi fatti di cronaca nera, rosa e di costume e ne racconta il seguito attraverso la viva voce dei protagonisti e di quanti le hanno vissute insieme a loro. Il programma è arricchito e ritmato dai “voltapagina” che raccontano la società italiana attraverso una galleria di immagini emblematiche. Una sorta di memoria storica del nostro Paese, fatta di volti della politica, dello sport, dello spettacolo e di fenomeni di costume".

Comitato nazionale pro Pietro Pacciani

Il 21 gennaio 1995 si costituì, al circolo Mcl di San Bartolo a Cintoia a Firenze, il Comitato nazionale pro Pietro Pacciani, promosso dall' Associazione vittime dell' ingiustizia. Il comitato raccolse firme e cartoline da inviare al procuratore generale presso la Corte di Cassazione di Firenze. Il segretario nazionale dell' Avi, Giacomo Fassino, durante un convegno disse: "dell' innocenza di un uomo si puo' dubitare, della colpevolezza bisogna esserne assolutamente certi".
Rif.1 - Corriere della Sera - 22 gennaio 1995 pag.9

venerdì 20 marzo 2009

Carmela De Nuccio

Nacque a Nardò (LE) il 24 dicembre 1960. Nei primi anni '70 si era trasferita con i genitori, Maria e Vito ed i 5 fratelli, Antonella, Rossana, Luigi, Cosimo e Lucia, in via Ponte a Greve, 20 a Scandicci. Il padre Vito, lavorava come pellettiere presso lo stabilimento Gucci e lo stesso faceva Carmela presso la pelletteria A.G. (dal nome del proprietario Amato Giuseppe n.d.r.) in via Ponchielli a Scandicci. Nell' aprile del 1981 Carmela conobbe Giovanni Foggi, un giovane di Pontassieve. Il 6 giugno Giovanni cenò a Scandicci con Carmela ed i suoi genitori. Intorno alle 22:00 i due ragazzi uscirono e si inoltrarono in auto in Via dell'Arrigo, in zona Mosciano, alla ricerca di una zona tranquilla per stare un pò da soli.
Furono trovati morti la mattina successiva dal brigadiere di polizia Vittorio Scifone.
Rif.1 - Il mostro di Firenze pag.24

Giuseppe Grassi

Capo della squadra mobile. Il 23 ottobre 1981 si recò alle Bartoline di Calenzano sul luogo del duplice omicidio di Susanna Cambi e Stefano Baldi. Diffuse un comunicato in cui chiese a quanti disponessero di informazioni in merito al delitto di mettersi in contatto con gli inquirenti.
Rif.1 - Il mostro di Firenze pag.61

Vedi anche:
Giuseppe Grassi - Deposizione del 28 aprile 1994
Giuseppe Grassi - Intervista su La Città - 1 agosto 1984

giovedì 19 marzo 2009

Ivan Galliani

Medico specialista in medicina legale e in psicologia a indirizzo medico, è professore associato in criminologia e difesa sociale presso la facoltà di medicina e chirurgia dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Nel 1984, dopo il duplice omicidio di Pia Rontini e Claudio Stefanacci, assieme al professor Francesco De Fazio e al professor Salvatore Luberto fu autore di una perizia criminologica volta a delineare il profilo dell'assassino. Fu ascoltato nell'udienza del 12 gennaio 1998 durante il processo ai presunti complici di Pietro Pacciani. Nel 2003 con il professor Ugo Fornari ha pubblicato il libro Il Caso Giudiziario Di Gianfranco Stevanin.
Per la perizia sul "mostro di Firenze" vedi:
-Perizia criminologica sul delitto del 21 Agosto 1968
Vedi anche:
-De Fazio, Galliani, Pierini, Beduschi, Luberto - Deposizione del 15 luglio 1994

mercoledì 18 marzo 2009

Giovanni Foggi

Originario di Reggello (FI), nel gennaio del 1972 si trasferì con i genitori Giulia Ginesi e Dino Foggi, e le due sorelle, Gina e Cristina, al 125 di via Verdi a Pontassieve. Di professione era dipendente dell'Enel. Il 6 giugno, intorno alle 19,00 Giovanni uscì di casa e con la sua Ritmo color rame si recò a Scandicci presso l'abitazione dei genitori della sua ragazza, Carmela De Nuccio, per cenare con loro. Intorno alle 22:00 Carmela e Giovanni uscirono, presero la Ritmo e si inoltrarono in Via dell'Arrigo, in zona Mosciano, alla ricerca di una zona tranquilla per stare un pò da soli.
Furono trovati morti la mattina successiva dal brigadiere di polizia Vittorio Scifone.
Rif.1 - Il mostro di Firenze pag.23

martedì 17 marzo 2009

6 giugno 1981 - Carmela De Nuccio e Giovanni Foggi

Nella notte tra il 6 ed il 7 giugno 1981, in un campo di ulivi vicino a Via dell'Arrigo a Mosciano di Scandicci furono uccisi, all'interno di una Fiat Ritmo, Carmela De Nuccio e Giovanni Foggi, rispettivamente di 21 e 30 anni. Furono trovati la mattina del 7 giugno dal sottufficiale di Polizia, Vittorio Scifone. Giovanni era stato raggiunto da tre pallottole a piombo nudo: due nella zona cranica ed una nel torace. L'assassino, dopo la morte aveva inferto al giovane due colpi di arma bianca al collo ed uno al torace. Carmela era stata attinta da cinque proiettili: uno che l'aveva colpita di striscio al mento, uno al polso destro, uno all'avambraccio sinistro, uno al torace che le aveva perforato il cuore ed il quinto colpo aveva leso la colonna vertebrale penetrando dalla zona cervicale. I carabinieri intervenuti trovarono il finestrino anteriore sinistro in frantumi, il corpo del ragazzo giaceva sul sedile del guidatore, la testa era reclinata. Aveva addosso una camicia sbottonata, i pantaloni calati ed un paio di boxer. Carmela De Nuccio fu trovata supina a circa 12 metri di distanza dall'auto, presentava ecchimosi al collo, aveva la testa reclinata sulla sinistra, la collanina di perle sollevata fra le labbra. Indossava una camicetta e dei jeans che le erano stati slacciati ed abbassati, la cintura e gli slip erano stati recisi sulla sinistra. L'assassino aveva interamente rimosso la zona pubica. Nella perizia redatta dal professor Maurri si legge: "...l'azione indica l'intervento di una persona di abilità assolutamente eccezionale e per quanto riguarda l'uso del tagliente i periti in base all'esame diretto dei reperti cadaverici e dall'accurata analisi delle relative fotografie, ritengono di dover espressamente insistere sul particolare, forse di decisiva importanza, dell'eccezionale abilità con cui fu agito per mettere a nudo la regione pubica del cadavere della ragazza ed ancor più per attuarvi le riscontrate mutilazioni."
Nel portafogli di Giovanni Foggi furono trovate 83.000 lire; davanti allo sportello del guidatore fu trovata una borsa bianca chiusa, con i due piolini di fermo anch'essi in posizione di chiusura, il cui contenuto era stato sparso a terra nello spazio antistante lo sportello anteriore sinistro, dal lato ove l'assassino aveva sparato. Quattro, degli undici, bossoli Winchester Long Rifle calibro 22 serie H sparati, furono trovati vicino alla ruota posteriore sinistra secondo il testo La leggenda del Vampa e Il mostro di Firenze; Ne Il mostro i bossoli sparati sono 8, cinque quelli ritrovati. La perizia del professor Mauro Maurri e la consulenza del perito balistico, dottor Castiglione, consentirono di ricostruire la dinamica del duplice delitto. L'assassino aveva esploso tre proiettili dal finestrino anteriore sinistro che avevano ucciso Giovanni Foggi sul colpo. Carmela De Nuccio aveva quindi cercato di reagire sollevando le braccia per pararsi ma era stata raggiunta da cinque colpi sparati in rapida successione. L'assassino aveva quindi aperto lo sportello, pugnalato il giovane e trascinato Carmela nel campo vicino dove aveva effettuato il macabro scempio. Non furono rilevate impronte digitali nè sull'auto nè sui corpi dei due ragazzi. Del duplice omicidio furono inizialmente accusati Antonio Leone, un ex fidanzato di Carmela De Nuccio, Carlo Tommasi guardiacaccia di Montelupo ed Enzo Spalletti.
Rif.1 - La leggenda del Vampa pag.151
Rif.2 - Il mostro di Firenze pag.25

lunedì 16 marzo 2009

Giuseppe Daidone

Maresciallo dei Carabinieri della Compagnia Oltrarno, il 9 settembre 1985, giunse sul luogo del duplice delitto a Scopeti assieme all'ispettore della scientifica Giovanni Autorino.
Il 19 settembre 1985 si presentò con il maresciallo Vincenzo Lodato e l'appuntato Antonio Scanu presso l'abitazione di Pietro Pacciani in Piazza del Popolo, a Mercatale, dove fece eseguire una perquisizione e dove chiese al Pacciani se avesse un alibi per la sera del delitto dei due giovani francesi.
Vedi anche:

Marco Martini

Nel giugno del 1982, quando avvenne il duplice omicidio di Antonella Migliorini e Paolo Mainardi, aveva diciassette anni ed era volontario presso la Croce d'oro di Montespertoli. Giunse a bordo dell'ambulanza che fornì i primi soccorsi ai due ragazzi nella Fiat 127. Al quotidiano "Paese Sera" rilasciò le dichiarazioni che seguono: "Ricordo benissimo che per togliere il corpo di Paolo dalla macchina, abbiamo dovuto spostare in avanti i sedili anteriori. Lui stava seduto accanto ad Antonella su quelli posteriori".
Rif.1 - Paese Sera - 21 giugno 1982 pag.5

sabato 14 marzo 2009

Ignazio Spampinato

Nel 1981, condusse la perizia balistica nel duplice omicidio di Susanna Cambi e Stefano Baldi. Fu inoltre perito del giudice delle indagini preliminari durante il processo a Pietro Pacciani. Fu chiesta la sua consulenza per capire se il proiettile trovato nella vigna di Pietro Pacciani avesse le medesime caratteristiche di quelli usati dal "mostro di Firenze". Il generale Ignazio Spampinato e l' esperto del banco nazionale prove balistiche di Gardone Val Trompia, Pietro Benedetti dopo sei mesi di studio consegnarono ai magistrati un documento di 200 pagine in cui pur trovando "nelle parti comparabili notevoli identita" non espressero mai un giudizio certo in merito. Fu ascoltato, durante il processo a Pietro Pacciani, il 27 ed il 28 aprile ed il 4 luglio 1994.
Vedi anche:

Telefono giallo

Il 6 ottobre 1987 Corrado Augias e Donatella Raffai dedicarono la puntata di Telefono Giallo al caso del "mostro di Firenze".
In studio con i due conduttori furono invitati: il regista Damiano Damiani, il dottor Sandro Federico, capo della squadra mobile di Firenze e della SAM, la giornalista Laura Grimaldi, l'avvocato Nino Filastò, il dottor Abraham, psichiatra e sessuologo e il dottor Pier Luigi Vigna.

venerdì 13 marzo 2009

Perizia criminologica sul delitto del 21 Agosto 1968

Estratto della perizia criminologica sul delitto del 21 agosto 1968 redatta dai periti Prof. Francesco De Fazio, Prof. Ivan Galliani e Prof. Salvatore Luberto.
(...)
Il caso in esame (omicidio Locci - Lo Bianco) diventerà, in seguito uno dei punti chiave dell’intera vicenda delittuosa, posto che le indagini balistiche hanno attribuito tutta la serie dei sette duplici omicidi ad una stessa arma da fuoco, una pistola cal. 22, che ha sempre sparato proiettili che sembra appartengono ad una stessa partita in quanto presentano caratteristiche costruttive analoghe. Da rilevare, tuttavia, che in questo caso non si registrano lesioni di tipo traumatico diretto sul corpo della donna (abrasioni, ecchimosi. contusioni. ecc.). Di per sé considerato, dunque, il caso in esame non si qualifica come omicidio sessuale. Manca un qualsiasi interesse per le parti sessuali, non sono state usate armi da taglio né ci sono segni di violenza di altro genere sui corpi, in vita o in morte; nessuna attenzione sembra essere stata prestata dall’omicida ad oggetti presenti sulla scena del delitto. Non è possibile stabilire con certezza quale delle due vittime sia stata colpita per prima. E' possibile che ad agire sia stata un’unica persona, posto peraltro che la dinamica del fatto non ha comportato atti tali da far ipotizzare il concorso di più persone. Chi ha commesso questo delitto, dunque, anche nell’ipotesi che sia l’autore dei successivi delitti, non sembra sia stato mosso da motivazioni sadico-sessuali, bensì da motivazioni comuni; motivazioni cioè che portano a desiderare la eliminazione fisica delle vittime, secondo una modalità ed una dinamica psicologica del tutto svincolata da elementi sessuali abnormi e, ancor più, da impulsi sadistici...
Occorre sin d’ora formulare l’ipotesi che questo primo delitto abbia costituito, per l’autore o per qualcuno che vi ha assistito uno stimolo qualificato per una ulteriore evoluzione in senso criminoso di motivazioni che sono alla base della dinamica dei delitti. Vale a dire che l’aver compiuto tale delitto (anche se per motivi inerenti alle passioni e/o alle debolezze umane, di per sé stesse non necessariamente abnormi o patologiche) o l’avervi assistito da “complice” non materialmente esecutore, anche da semplice “spettatore”, può aver innescato un processo psicologico di slatentizzazione di impulsi sadico-sessuali, che ha poi condotto alla perpetrazione di altri delitti, con ben diversa matrice motivazionale. Sono noti nella letteratura scientifica casi in cui tale processo di slatentizzazione e di successivo passaggio all’atto si sono verificati in soggetti senza alcun precedente comportamentale specifico, per il solo fatto di aver letto sul giornale il resoconto di particolari delitti; si trattava però, in questi casi. di delitti la cui descrizione, per la tipologia delle vittime (ad es. bambini) e per le modalità della dinamica materiale, suggerivano direttamente ed inequivocabilmente le componenti “sadico-sessuali”, e trovavano quindi il loro potere suggestivo nel fatto di costituire rappresentazioni “dirette” di fantasie ed impulsi latenti. Il caso in questione (omicidio Locci-Lo Bianco) non può aver avuto tale potere di influenzamento che per due vie-stimolo, entrambe qualificate; la prima, come si è detto, costituita dall’aver assistito al delitto; la seconda, di meno intuitiva comprensione, ma di non minor efficacia psicologica, consistente nel possesso dello strumento lesivo (l’arma da fuoco) unitamente alla conoscenza (diretta, o secondo una ipotesi psicologicamente non inverosimile, anche soltanto mediata) delle circostanze e della situazione in cui fu usata. Come si dirà in modo più approfondito in seguito, molto spesso il delitto sessuale in senso proprio (quello definito “lustmord” nella letteratura scientifica e nel diritto tedeschi, e che d’ora in poi designamo con tale termine) prima di divenire azione rimane a lungo un fatto puramente psichico, vale a dire che è a lungo oggetto di fantasie attivate a scopo di eccitazione e gratificazione sessuale, prima di venire effettivamente agito. Tali fantasie possono venire alimentate, rinnovate, stimolate, dal possesso tangibile di oggetti-feticcio, quali possono essere, ad es., oggetti appartenenti alla vittima fantasticata (o ad una precedente vittima, nel caso sia già stata commesso un delitto) oppure oggetti particolarmente pregnanti per la dinamica dell’azione fantasticata, quale può essere per l’appunto l’arma o lo strumento con cui si fantastica di compiere il delitto. In definitiva, di per sé stesso considerato, il caso Locci/Lo Bianco si discosta nettamente dai successivi fatti delittuosi sia per le dinamiche materiali che psicologiche, mentre appare legato ad essi da circostanze situazionali (coppia di amanti su un’auto in un luogo appartato) e, soprattutto, dal mezzo lesivo usato (arma da fuoco), la cui costante presenza nella serie di delitti sembra poter assumere significati psicologici che vanno ben al di là di semplici questioni di funzionalità materiale e di opportunità...

Carlo Bellitto

Magistrato fiorentino. Il 30 luglio 1984 giunse sul luogo dove persero la vita Pia Rontini e Claudio Stefanacci con il collega Paolo Canessa. Nello stesso anno, ad agosto, fece rilasciare, per mancanza di indizi, Giovanni Mele e Piero Mucciarini, imputati per il delitto del 1968. Relativamente alle prove a loro carico dichiarò: "Si tratta di elementi di scarso valore, tranne un biglietto scritto da Giovanni Mele al fratello Stefano. Gli inquirenti nel corso delle perquisizioni trovarono anche un oggetto con una lama tagliente, ma Giovanni Mele ha sempre dichiarato che gli serviva solo per intagliare il sughero". Nell'aprile del 1985, diffuse un nuovo comunicato rivolto ai giovani:"Isolarsi è pericoloso il mostro può commettere altri omicidi. Non state da soli". Cinque mesi dopo, a Scopeti, furono uccisi Nadine Mauriot e Jean Michel Kravechvili.

giovedì 12 marzo 2009

Palmerio Mele

Originario di Fordongiànus in provincia di Cagliari, nel 1952 raggiunse il figlio Giovanni a Casellina, vicino a Scandicci, con la moglie Pietrina ed i figli Stefano e Antonietta. Quando Stefano Mele si sposò con Barbara Locci questi si stabilirono presso l'abitazione di Palmerio che fu costretto, alcuni mesi dopo, ad installare delle inferriate alle finestre per evitare il vivace traffico di uomini che la Locci aveva avviato. Dopo il delitto del 1968 dichiarò: "Mio figlio mi ha detto di essere innocente e mi ha fatto capire di essere stato attirato in una trappola da uno dei fratelli Vinci."
Il nipote, Natale Mele, disse di lui in un'intervista "Ho vissuto una vita normale, se così si può dire, molto attaccato a mio nonno Palmerio che mi voleva un gran bene. Erano lui o la zia che mi venivano a prendere in collegio il sabato. Passavo due giorni con loro, poi tornavo all’istituto".
E' deceduto per cause naturali nel 1983.

Enzo Fileno Carabba

Procuratore capo della Repubblica. Dopo il duplice omicidio di Susanna Cambi e Stefano Baldi, a Firenze si diffuse la notizia secondo la quale il "mostro di Firenze" fosse il noto ginecologo Garimeta Gentile. Alcuni cittadini si radunarono presso la residenza del primario che fu salvato da un linciaggio dalle forze di polizia che presidiarono a lungo la sua abitazione. Enzo Fileno Carabba, a nome della Procura della Repubblica, diffuse quindi un comunicato che fu pubblicato dai quotidiani: La Nazione, l'Unità, La città, e fu mandato in onda dal TG3.
"L'ufficio istruzione unitamente alla Procura della Repubblica, smentisce, in relazione a voci incontrollate circolate a Firenze e nel circondario in ordine a fermi o arresti di persone sospettate dei reati in questione, la fondatezza delle notizie (...). Allo stato attuale nessuna persona determinata è sospetta o sospettabile degli omicidi (...). Avverte la necessità di fare presente che la pubblicazione di notizie false e incontrollate, oltre a nuocere alla inchiesta in corso, potrebbe assumere concreta configurazione giuridica in violazione degli articoli 656 e 657 del codice penale, diffusione o grida di notizie false e tendenziose."
Il nipote omonimo è un celebre scrittore di romanzi e racconti noir.
Rif.1 - Dolci colline di sangue pag.

mercoledì 11 marzo 2009

Antonio Vinci

Figlio di Barbarina Steri e Salvatore Vinci. Nacque in Sardegna a Villacidro il 15 febbraio del 1959. Nel 1960, dopo la morte della moglie, Salvatore Vinci si trasferì con i fratelli Giovanni e Francesco in Toscana. Il piccolo Antonio rimase in Sardegna con alcune zie che iniziarono a chiamarlo affettuosamente Antonello. All'età di quattro anni andò ad abitare alla Briglia di Vaiano in provincia di Prato con il padre e la sua nuova moglie Rosina Massa. Nell'estate del 1970, Antonio, si trasferì con il padre a Firenze in Via Cironi ma nel '73, a causa dei frequenti contrasti, scappò di casa. Nel giugno del 1974 Salvatore Vinci lo denunciò per violazione di domicilio; nello stesso anno Antonio tornò a stare a Villacidro in Sardegna. Nei primi anni '80 è di nuovo a Firenze con lo zio Francesco, qui conosce L.B. che sposa nel 1982. Nel settembre del 1983, a seguito di una perquisizione, gli furono trovati alcuni fucili non denunciati presso una baracca vicino alla sua abitazione ad Artimino e fu condotto in prigione, ma nel processo che seguì, fu assolto con la formula più ampia "perché il fatto non sussiste". Nel luglio del 1984 avviò una attività di posa in opera di pavimenti e rivestimenti; impiego che cessò nel maggio del 1988 quando fu nuovamente incarcerato per tentata rapina. A suo carico anche alcune denunce per furti relativi ad auto. Tutt'oggi vive a Firenze e fa l'autotrasportatore.
Rif.1 - Dolci colline di sangue pag.

martedì 10 marzo 2009

Pacciani Connection - Atto II

Autore: Mister Kappa alias Carmelo Lavorino
Prima edizione: Emmekappa edizioni - 1993 - 192pp - brossura

SINOSSI
Cosa è la teoria Pacciani? Una geniale intuizione? Un errore investigativo? Un innamoramento della tesi? Una maniera per chiudere il caso del "Mostro di Firenze"? Un imbroglio del "Burattinaio"? Chi è il furbo "Burattinaio" che semina indizi contro Pacciani? Torna lo scrittore detective autore della "Teoria Finale" per distruggere la "Teoria Pacciani" e scoprire l'identità dell'abile ed imbroglione "Burattinaio".

lunedì 9 marzo 2009

Adolfo Izzo

Quando il 6 giugno 1981, giunse in via dell’Arrigo per il duplice omicidio di Carmela De Nuccio e Giovanni Foggi, era al suo primo incarico da Sostituto procuratore della Repubblica.
Assieme alla collega, Silvia Della Monica, condusse le indagini sul caso del "mostro di Firenze" seguendo la cosiddetta "pista sarda". Nel 1986 chiese ed ottenne il trasferimento e divenne procuratore capo a Nola in provincia di Napoli. Le indagini passarono quindi nelle mani di Pierluigi Vigna e Paolo Canessa.
Nel 1994 rilasciò al giornalista, Gennaro De Stefano, le dichiarazioni che seguono.
"La mia convinzione investigativa nacque quando scoprimmo il legame tra gli omicidi del cosiddetto mostro e quello del 1968, che aveva un colpevole, Stefano Mele, reo confesso. Allora in me si concretizzò il dubbio che quell'uomo addirittura non fosse presente al fatto. Cercammo la pistola e scoprimmo che a Villacidro, in Sardegna, un operaio del posto aveva acquistato una Beretta calibro 22. Egli era poi emigrato in Olanda dove morì, ma della pistola nessuna traccia. Ora è chiaro che chi ha commesso l'omicidio del 1968 ha tutt'ora la pistola e che gli altri partecipanti a quell'omicidio d'onore sanno chi è il mostro, ma sono accomunati da un reciproco ricatto. D'altronde sostenere che la pistola è passata di mano significa affermare che anche i proiettili sono stati ceduti a Pacciani e questo è davvero fuori luogo.
Ha invece una logica, a mio avviso, ricostruire un'altra morte sospetta avvenuta nel 1960 in Sardegna, quando Barbara Seri, allora diciottenne moglie di Salvatore Vinci, fu trovata morta asfissiata dal gas liquido di una bombola. La vicenda venne archiviata come suicidio, ma il giudice di Cagliari, Giovanni Lombardini, quando noi fornimmo le tracce di una possibile responsabilità penale del marito, emise un mandato di cattura nei suoi confronti.
Salvatore Vinci rimase in carcere per due anni, ma in seguito fu definitivamente scagionato dalla Corte d'assise di Cagliari.
Indagammo su quest'uomo anche perché le caratteristiche, l'abilità, la capacità di muoversi nel buio che il mostro evidenziava, combaciavano con le movenze feline di Salvatore Vinci, con le sue capacità atletiche, con la sua genialità che ne facevano un personaggio assai interessante sul piano criminologico. Ma non basta.
Il vero, unico cornuto di tutta la storia della pista sarda era proprio lui, perché con Barbara Locci egli aveva avuto una relazione sentimentale e sessuale, andando addirittura a vivere assieme alla donna ed al marito Stefano Mele in un rapporto a tre che nessuno dei successivi amanti della donna ebbe.
Il delitto del 1968 aveva poi un testimone d'eccezione, Natale Mele, il figlio di sei
anni e mezzo della donna, che dormiva sul sedile posteriore della Giulietta e che fu portato via dalla scena dell'omicidio "a cavalluccio" per chilometri da un certo zio Piero.
Successivamente questo zio Piero divenne, non si sa bene come, zio Pietro. Ora, che quello zio potesse essere Piero Mucciarini, cognato del padre, io ne sono stato sempre convinto, anche sulla base di intercettazioni telefoniche.
Ma c'è un altro elemento che non convince ed è il fatto che un ragazzino di quell'età sostenesse sempre di non aver visto e di non ricordare nulla ed io di questo non sono per niente persuaso, perché basta pensare alla testimonianza resa in questi giorni da Farouk Kassam per dimostrare il contrario. I bimbi, ne sono più che certo, hanno memoria di ferro se qualcosa li colpisce.
(...) Quell'uomo, invece, aveva un movente ben preciso: aveva subito il tradimento prima della moglie e poi dell'amante, e aveva caratteristiche fisiche e psichiche che tutte riconducevano o potevano ricondurre alle gesta del mostro. Prendiamo ad esempio la sua potenzal" sessuale. Io non ho mai creduto alla teoria del mostro impotente che uccide perché non può accoppiarsi, piuttosto ho sempre pensato ad un uomo motivato da un forte rancore e da una perversione sessuale sfrenata ed in questo, almeno, mi trovo concorde con i colleghi che hanno indagato dopo di me. Salvatore Vinci ha caratteristiche che, a mio avviso, fanno sbiadire la personalità di Pietro Pacciani così come è emersa nel corso del dibattimento.
Su questo ho una mia opinione ben precisa, innanzitutto io sono certo che la pistola non è stata gettata via ma è in possesso ancora dell'autore dei delitti; poi, se ripensiamo al lembo di pelle fatto pervenire per posta alla mia collega Silvia Della Monica dopo l'omicidio dei francesi, ci rendiamo conto che una sola persona poteva avere una spinta così forte da sbeffeggiare e provocare un magistrato.
Questa persona è l'uomo che proprio lei interrogò per prima quando scoprimmo il nesso tra il delitto del 1968 e quello del 1981. Oggi quell'uomo è libero ma non colpisce perché sa che potrebbe essere sotto tiro."

domenica 8 marzo 2009

Rosina Massa

Originaria di Domus Novus in provincia di Cagliari, il 23 aprile del 1962 si sposò con Salvatore Vinci. I due abitavano alla Briglia di Vaiano in provincia di Prato. Dal loro matrimonio vengono alla luce tre figli: Marco, Giancarlo e Roberto. Il carattere violento e le sempre maggiori perversioni sessuali del marito, la fecero fuggire, nei primi anni '70, a Trieste con un giovane di nome Sergio.
Il 15 aprile 1985, davanti al magistrato Adolfo Izzo, rilasciò le dichiarazioni che seguono.
"Una volta, Salvatore mi riaccompagnò a casa in moto, a Prato. Passammo da certi Mele, anche loro sardi, dove lui abitava, perché non potevamo ancora permetterci una casa tutta per noi, e io stavo a servizio. Mi disse di aspettare fuori perché doveva cambiarsi la camicia. Vidi uscire una donna con pochi capelli (Barbara Locci ndr) e allora chiesi a mio marito chi fosse e lui mi disse che era un'altra che abitava lì aspettando di trovare una sistemazione." (...)
"Eravamo giovani sposi, che una sera Salvatore arrivò a casa con una coppia di amici e mi disse che avremmo dovuto ospitarli per quella notte. Bene. Più tardi, quando mi alzai per andare in bagno, sentii dei bisbigli venire dalla stanza dove era la coppia e riconobbi la voce di mio marito. Entrai e che ti vedo? Salvatore a letto con quei due! Chiaro che mi arrabbiai. Dissi alla donna e a suo marito, se era il marito, di andarsene e alla svelta. E sapete che fece Salvatore? Si arrabbiò da far paura, mi afferrò per i capelli e mi costrinse a inginocchiarmi davanti a quei due e a chiedergli scusa! E mica finì lì. Un'altra volta mi presentò un'altra coppia giovane, si erano appena sposati, e prendemmo a frequentarci. Una sera restarono a dormire da noi. Ebbene, quella notte, mi sentii toccare da una mano ghiacciata e udii un rumore strano, come se fosse caduto qualcosa. Feci per accendere la luce e sentii la voce di mio marito che mi disse di non farlo, che non era successo niente. Passò un'altra oretta e mi sentii di nuovo toccare sulla gamba, e questa volta mi alzai di scatto e accesi la luce. Bè, nel mio letto, oltre a mio marito, c'era anche il suo amico, Saverio! Scattai in piedi e andai in cucina tutta frastornata, volevo capire che cosa stesse accadendo. E fu lì che Salvatore mi raggiunse. Cercò di tranquillizzarmi, mi disse che non dovevo meravigliarmi, che non c'era niente di strano, e mi invitò a tornare a letto. E poi, il giorno dopo, riprese l'argomento, per dirmi che lui aveva già avuto un'esperienza a tre, anche con la moglie del suo amico, la Gina, e mi diceva di fare la stessa cosa, che era divertente, che nel continente si usava così. Insomma, alla fine mi ritrovai Saverio a letto con Salvatore, che prima ebbe un rapporto con me e poi con il suo amico. Andò avanti per diverso tempo. Se protestavo, mi picchiava. Mi fece avere rapporti anche con Saverio, mentre lui stava a guardare, e poi anche esperienze a quattro. E, quando era così, Salvatore e Saverio si toccavano, si accarezzavano, prendevano a turno il ruolo dell'uomo e della donna, davanti a me e alla Gina! E da allora Salvatore ha cominciato a portarmi in casa i suoi amici, ma anche conoscenze occasionali, e io dovevo stare con loro. Mi portava nei cinema a luci rosse, adocchiava delle persone, poi me le presentava e magari mi faceva avere rapporti con loro, anche in macchina, ma spesso a casa. E mi dispiaceva ancora di più, perché in quel periodo era arrivato dalla Sardegna suo figlio Antonio, che aveva solo quattro anni. Lo chiamavamo Antonello, adesso. Avevo paura che assistesse a tutto quel giro perverso di coppie, ai nostri litigi, a lui che mi maltrattava."
Il 14 luglio 1994, durante il processo a Pietro Pacciani, fu ascoltata in merito alla sua relazione con Salvatore Vinci. La donna confermò che il marito la obbligava a partecipare a incontri a tre e a quattro e spesso veniva portata al parco delle Cascine per adescare uomini con cui avrebbero avuto rapporti sessuali. Disse inoltre: "I coniugi Biancalani erano gli amanti di mio marito", "Tutt'e due". Asserì di non aver mai visto o conosciuto Pietro Pacciani.
Rif.1 - Dolci colline di sangue pag.
Rif.2 - La Stampa - 15 luglio 1994 pag.12
Vedi anche:
Rosina Massa - Deposizione del 14 luglio 1991

sabato 7 marzo 2009

Pietro Pacciani – Memoriale del 7 marzo 1993 – Sesta parte

Segue dalla quinta parte.
E adesso parliamo della cartuccia trovata interrata nel mio orto e che sarebbe uguale a quelle sparate dal Mostro con la Beretta 22. Se è vero quello che dice la perizia degli esperti, e cioè che l’interramento risalirebbe a non più di 5 anni fa, allora io certamente non posso avercela messa, perché dal 1987 al 1991 sono stato in carcere.Inoltre se avessi trovato o avuto questa cartuccia, sarei stato così fesso da metterla lì, visto che era tanto che si parlava di questi brutti fatti? Sarebbe stato come uccidermi con le mie mani. Faccio presente che prima di uscire dal carcere nel 1991, in quella casa e nell’orto dove hanno trovato la cartuccia, fu fatta una perquisizione e dei saggi nel terreno con gli stessi strumenti. Perché non fu trovata allora? Quando io mi trovavo in carcere andava mia moglie a controllare la casa e qualche volta l’ha lasciata aperta e quindi penso che qualcuno di notte mi ha fatto la vigliaccheria della cartuccia.Il giudice che mi ha arrestato ha scritto inoltre nell’ordine di custodia che io sarei colpevole anche perché avrei la passione per le armi e per il disegno . Preciso subito che non so disegnare ma spesso ho copiato e ricalcato dalle riviste e dai giornali aerei e carri armati e mortai e ogni sorta di animali e immagini sacre e tra queste l’immagine di Gesù e della Madonna e la colonna della pace. Per quanto riguarda le armi, devo dire che è vero, nella guerra di liberazione sapevo usare il mitra Thompson da partigiano, ma nessuno può pensare che i tedeschi si potevano combattere col bastone! C’è poi un testimone che racconta che io gli avrei detto che andavo di notte con una pistola a tirare ai fagiani sugli alberi. Io non ho in mente chi sia questo tizio, né dove abita ma tutta la storia è sicuramente una grossa bestialità. Per prima cosa il fagiano dorme in terra, nelle macchie, mimetizzandosi con il colore delle foglie e, se sta fermo, non si vede neppure di giorno figuriamoci la notte! Inoltre su una quercia ramicola e fogliosa è ancora peggio e al buio della notte ancor di più, tanto che per coglierlo con una pistola bisognerebbe fosse grande come un somaro! Ma come si possono inventare queste cose?Nel mandato di cattura si parla anche di una lettera anonima che fu spedita al maresciallo dei carabinieri Minoliti il 25 maggio del 1992 da San Casciano e dentro alla busta vi era un’asta portamolla della Beretta avvolta in un pezzo di stoffa. Chi la spediva sosteneva che quel pezzo apparteneva alla pistola del Mostro e che l’aveva trovata a CrespelloLuiano dove io andavo a lavorare. Ma io lì sono anni che non ci sono più tornato e lo dimostrano i miei libretti di lavoro e poi si tratta di due zone diverse: Luiano si trova a 3 chilometri circa da Crespello e lì mia moglie e le mie figliole passeggio, come sostiene quello della lettera anonima, non ci sono mai andate, perche si trattava di una strada morta che porta in un bosco. Io lì, uscito dal carcere, ci sono stato una volta sola con mia moglie a cercare il radicchio selvatico e al ritorno incontrammo la solita ragazza che mi seguiva sempre spacciandosi per studentessa mentre era una poliziotta. Quando mi chiessero chi avessi incontrato quel giorno al ritorno dal bosco mi sfuggi un particolare che adesso voglio raccontare: a sinistra delle case abita una famiglia di meridionali e c’è una donna che segna il fuoco di Sant’Antonio che ho nel collo da tanti anni c’ero già stato alcune mesi prima a farmelo segnare. Così al ritorno dal bosco quel giorno decisi di fermarmi e quando giunsi al portone vidi una persona ferma che mi chiese chi cercassi e quando seppe che chiedevo di questa donna lui mi disse che era gravemente malata e che non riceveva più nessuno. Allora raggiunsi mia moglie per tornarmene a casa e nel voltarmi indietro vidi quest’uomo che mi guardava con insistenza, e la cosa mi sembrò un po’ strana. Ricordo che era una persona alta con la faccia da intellettuale con grossi occhiali e lunghi piedi, capelli bianchi, sui 60 anni o più. Ma non so chi sia, se abita vicino a questa donna anche se non mi viene in mente di averlo incontrato prima di allora. Mi rimase impresso il modo insistente di osservarmi e i suoi lunghi piedi che la notte ora ricordo sognai che mi seguivano. Ma voglio tornare all’asta portamolla avvolta nello straccetto: io vi chiedo se è possibile credere che se avessi avuto la necessità di nascondere qualcosa l’avrei nascosta lì, che a 100 metri da casa mia ci sono decine di campi in parte lavorati che facilitano lo scavo addirittura con le mani. Rimane, lo so, il mistero dello straccetto del quale si dice che fu trovato un pezzo simile nella casa dove abitano le mie figlie. In casa mia ci sono molti stracci: se l’anonimo che ha scritto la lettera con il portamolla dice che oltre a quello che avvolgeva il pezzo della pistola avrebbero trovato la rimanenza in casa mia è segno che ce li ha messi lui, altrimenti come faceva a sapere? Chi ha fatto questo è uno che ha frequentato la casa e il garage quando ancora ero in carcere. A quell’epoca le mie figlie chiamarono degli imbianchini e degli idraulici. E se ci sono state altre persone io questo non lo posso sapere, ma una cosa è chiara, che per i lavori di imbiancatura occorrono straccetti. C’è poi infine la storia del blocco da disegno che il giudice dice che io avrei rubato nel camper dei due poveri tedeschi ammazzati a Scandicci nell’83 e mi sarei portato a casa insieme ad un portasapone. Intanto devo dire che quando l’hanno sequestrato mi chiesero dove l’avevo acquistato. Io risposi che sicuramente si trattava di un blocco delle mie figliole. Io però non ricordo di aver mai visto in casa mia un album simile. Quando l’hanno sequestrato era la seconda perquisizione che subivo e l’album era lì perché io lo ritenevo una cosa lecita senza ombra di dubbio, né rubata né sottratta ad alcuno, altrimenti non l’avrei certo tenuta in casa in bella vista, l’avrei nascosta, ne avrei avuto il tempo tra una perquisizione e l’altra. E poi l’accusa sostiene che una commessa tedesca avrebbe quasi riconosciuto la sua calligrafia sull’album. Io dico che il quasi non esiste, o sì o no, e poi voglio dire, un album di quelli costa tre soldi, non l’avrei certo sottratto e tenuto in casa per crearmi un indizio da solo.